Antidisturbios

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8.0 Awesome
  • voto 8

Il puzzle della verità

Sarebbe stato un fatto impensabile appena un paio di decadi orsono: affidare ad un regista le redini di un prodotto televisivo seriale rappresenta oggi una sorta di consacrazione. Viste soprattutto le possibilità creative che offre, in questo specifico periodo, l’altrimenti rigidissimo medium catodico.
Soggetto del discorso, per entrare nello specifico, è il cineasta madrileno Rodrigo Sorogoyen (classe 1981) – il quale tra l’altro ha fatto la sua brava gavetta proprio dirigendo episodi di serie televisive – astro del cinema iberico il cui percorso la nostra rivista ha seguito con la massima attenzione, già a partire dal torbido noir metropolitano Che Dio ci perdoni (2016), nel quale le turpi gesta di un killer seriale di donne anziane si intrecciavano con le esistenze dei poliziotti chiamati ad indagare sui suoi crimini, trovando una profondità di racconto assai rara nel cinema contemporaneo.
Sempre di poliziotti si parla in questa serie tv denominata Antidisturbios, della quale si sono ammirati i primi due episodi (su sei totali) nel corso dell’edizione in streaming del Torino Film Festival 2020, nell’ambito della variegata sezione Le stanze di Rol. Poliziotti antisommossa, per essere precisi, visto che questa qualifica è la traduzione del titolo in spagnolo. Una serie – scritta da Sorogoyen assieme ad Isabel Peña, sua abituale collaboratrice. E una mano femminile si percepisce eccome – che cattura subito l’attenzione dello spettatore descrivendo nel prologo il carattere della protagonista Laia (un ottima Vicky Luengo), impegnata a contestare la condotta del genitore durante una partita in famiglia a trivial pursuit. Una ribellione simbolica all’autorità costituita che si presenterà su scala ben superiore più avanti, quando la stessa Laila sarà chiamata, da esperta informatica impiegata agli Affari interni, ad indagare sulla condotta di sei poliziotti del reparto antisommossa. I quali verranno accusati di negligenza per aver provocato la morte di un ragazzo di origine senegalese nel corso di una delicata operazione di sfratto in un quartiere popolare.
Non si pensi però ad un attacco frontale contro la brutalità delle forze dell’ordine. Perché Sorogoyen anche in Antidisturbios mantiene intatto il modus operandi del proprio cinema. Che rifugge il facile manicheismo precostituito cercando la verità tra le pieghe dei comportamenti umani, mettendoli in scena con la sopraffina ricercatezza di un entomologo. Riuscendo ad abbinare – caratteristica dei grandi autori – virtuosismi registici a profondità morale. L’intera sequenza della sfratto, ad esempio, è un gioiello di tensione. Esemplare nel mostrare come, in un contesto drammatico, mostrato con straordinario realismo, sia sufficiente il minimo errore per far sfociare il tutto in una tragedia da cui poi deriveranno una serie di inevitabili conseguenze. Ma il pregio principale di Antidisturbios non è ancora quello di mettere in scena un’opera in pressoché totale equidistanza da fatti e personaggi; bensì quello di scavare dentro di essi, aggiungendo continuamente nuovi e sorprendenti tasselli ad un’indagine capace di trascendere la sua importanza cronachistica per divenire ben altro, cioè un manifesto simbolico sull’impossibilità di trovare un concetto assoluto di giustizia. L’occhio spettatoriale penetra con forza nella vita famigliare dei protagonisti, dei quali non può fare a meno di conoscere aspirazioni e problematiche varie. Quello che ad un primo contatto superficiale parrebbe non avere senso lo acquisisce in corso d’opera. A maggior ragione perché ogni essere umano è fatto in un certo modo ed è molto difficile che possa cambiare. Così l’indagine sulla condotta degli agenti si apre ad altre letture, oseremmo dire di uno spessore quasi filosofico, pur rimanendo il racconto ancorato ad un efficacissimo realismo.
Parallelismi con altri lavori su tale falsariga (tipo il nostrano A.C.A.B. – All Cops Are Bastards di Stefano Sollima, realizzato nel 2012) suonerebbero impropri. In Antidisturbios, almeno relativamente ai primi due episodi, si amplia il discorso, nemmeno troppo tra le righe, fino a toccare mali endemici appartenenti ad ogni società occidentale. Speriamo dunque di poter vedere il resto della serie anche da noi, il più presto possibile. Non sarà mai tempo sprecato.

Daniele De Angelis

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