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Ant-Man and The Wasp: Quantumania

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VOTO: 5.5

Terzo e confuso capitolo della saga di Ant-Man

Dopo anni di avventure, Eric Lang (Paul Rudd) si gode la sua celebrità nei panni del supereroe Ant-Man, benvoluto dalla sua San Francisco. La sua compagna Hope Pym (Evangeline Lilly), la supereroina nota come Wasp, dotata di una tuta dai poteri analoghi a quelli di Ant-Man, è una scienziata che si dedica al bene dell’umanità. Tutto sembra filare liscio, senonché la figlia di Eric, Cassie (l’inespressiva Kathryn Newton), comincia ad essere arrestata più volte a causa del suo attivismo sociale che la porta ad intervenire in numerose manifestazioni. Ad incoraggiarla ci sono i genitori di Hope, gli originali Ant-Man e Wasp, il dottor Hank Pym (Michael Douglas) e la dottoressa Janet Van Dyne (Michelle Pfiffer), che la trattano quasi fosse una nipote adottiva. Inoltre, Cassie dimostra una notevole intelligenza e intraprendenza, avendo costruito all’insaputa del padre una nuova tuta rimpicciolente e avendo anche costruito una sorta di radar capace di mappare il misterioso regno quantico. La rivelazione terrorizza non poco Janet, che nel micromondo è rimasta intrappolata per trent’anni prima di essere liberata (come si è visto in Ant-Man and the Wasp del 2018). A quanto pare, c’è una spaventosa e mai confessata verità circa il suo ultradecennale esilio e, quando la donna interviene disattivando il meccanismo, è troppo tardi: qualcuno o qualcosa ha captato il segnale e reagisce, risucchiando l’intera famiglia nella dimensione subatomica. Dispersi e confusi, si vedono così costretti a cercare una via d’uscita ma, con grande sorpresa, scoprono di essere finiti in un vero e proprio universo popolato da decine di nuove razze, tutte in lotta contro una entità di enorme potere che le ha soggiogate una ad una. Malgrado il pericolo, gli eroi si uniscono alla lotta per difendere la libertà di quel mondo e del nostro ignaro pianeta Terra.
Il regista Peyton Reed torna alla guida della saga di Ant-Man, avendo già diretto i primi due episodi, realizzando forse il suo più ambizioso e visionario progetto. Stavolta però, a scrivere la sceneggiatura è l’insolita scelta di Jeff Loveness, il quale proviene dalla commedia televisiva e che si è occupato di serie come Miracle Workers e Rick e Morty. E si vede. Sebbene vi sia la presenza di un avversario molto interessante, Kang il Distruttore (Jonathan Majors), può darsi che la pellicola abbia una serie di caratteristiche che la rendono meno interessante dei precedenti capitoli, avanzando in modo confuso. La rappresentazione del regno quantico è fin troppo simile a quella che possiamo vedere in un qualsiasi film di Star Wars, inclusi città e bar abitati da una lunga sequela di razze aliene, via via più bizzarre. In alcuni momenti la somiglianza è così evidente da essere perfino goffa. Nel tentativo di essere corale, la storia paradossalmente fallisce nel dare spessore a chiunque dei suoi protagonisti, limitandosi ad accennare qualche sparuto tratto caratteriale. A perderci sono proprio Ant-Man e la sua famiglia, che non fanno molto se non affrontare scazzottate in computer grafica. Lo stesso si può dire degli strani personaggi incontrati sulla strada. L’eccezione è un ottimo Jonathan Mayors, che invece riesce a interpretare in modo interessante e convincente il suo Kang ma, va anche detto, assieme a Michelle Pfeiffer è l’unico che sembra preoccuparsi di recitare in modo credibile, perché il resto del cast si accontenta di offrire il minimo sindacale. Nonostante il ritorno di un vecchio ma trasformato avversario e di un piacevole cameo, sui quali non vi sveliamo la sorpresa, e nonostante un notevole impegno per dare vita ad un mondo alieno e ricco di trovate visivamente meravigliose, questa sembra un’occasione un po’ gettata via. Un film non può reggersi infatti solo una continua valanga di effetti speciali computerizzati, soprattutto se, in sostanza, si passa da una battaglia ad un’altra con qualche dialogo comico nel mezzo. E, a tal proposito, la sceneggiatura in generale è spesso imbarazzante, non priva di forzature e con battute poco divertenti inserite fuori contesto, magari nel tentativo di smussare i rari passaggi drammatici della vicenda.
Probabilmente questo capitolo è pensato quale puro antefatto della quinta fase del “Marvel Cinematic Universe”, che per l’appunto parte da qui, incentrata sul Multiverso e destinata ad un cataclismatico scontro: e forse va preso così, per un racconto “di passaggio”.
Se il soprannome della Marvel è sempre stato “la casa delle idee”, l’impressione è che queste comincino a scarseggiare.

Massimo Brigandì

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