#Annefrank. Vite parallele

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L’orrore raccontato alle nuove generazioni

Dell’Olocausto si è detto moltissimo in 75 anni. Sono ampiamente noti i luoghi in cui veniva perpetrato uno dei più agghiaccianti crimini della storia, si conoscono gli autori, i racconti dei sopravvissuti hanno permesso di realizzare centinaia di libri, film e documentari in tutto il mondo.
Nonostante questo, ancora oggi sembra non esserci mai abbastanza bisogno di testimonianze riguardo lo sterminio degli ebrei, come se una lezione così dura impartita dalla storia sia comunque straordinariamente semplice da dimenticare.
#Annefrank. Vite parallele, film-documentario, realizzato da 3D Produzioni e Nexo Digital, in collaborazione con Rai Cinema, porta la firma di Sabina Fedeli e Anna Migotto, giornaliste e autrici televisive che in passato hanno seguito praticamente ogni teatro di guerra degli ultimi 30 anni.
Il punto di partenza scelto è costituito dal celebre “Diario di Anna Frank”, il resoconto quotidiano che la giovane tedesca, emigrata con la famiglia ad Amsterdam, redige per anni nascosta in un appartamento segreto della capitale olandese. Nelle sue pagine, rivolgendosi all’immaginaria amica Kitty, essa riversa le sue speranze, i suoi sogni, i suoi ragionamenti incredibilmente maturi e attuali sul mondo e sulla società. E ovviamente le sue paure per via dello spaventoso conflitto che la circonda. Il diario, com’è noto, si interrompe bruscamente poiché Anna Frank viene scoperta e cattuarata con tutta la sua famiglia il 4 agosto del 1944. Deportata nel campo di concentramento di Bergen Belsen, in Germania, non fa mai più ritorno. Due dipendenti della ditta del padre di Anne, Otto Frank, trovano il libricino con la famosa copertina a quadri e, nella speranza di restituirlo un giorno alla ragazza, lo conservano. E’ proprio Otto, unico superstite della sfortunata famiglia, a volere poi la pubblicazione del manoscritto della figlia, così da poter offrire al mondo una importantissima testimonianza sulla Shoah. Il successo è planetario.
A leggere alcune fra le pagine più emozianti del diario è l’attrice pluripremiata Helen Mirren che, partecipando con entusiasmo al progetto, interpreta con trasporto il testo, immersa nella minuziosa ricostruzione che il Teatro Piccolo di Milano ha fatto della stanza che fu di Anna Frank.
La pellicola non è solo una rievocazione del passato ma anzi cerca di guardare al futuro e alle nuove generazioni. Con la preziosa testonianza di cinque donne, deportate anch’esse quando ancora bambine, viene rivolto un messaggio ai giovani di oggi, rappresentati idealmente qui dal personaggio di Kat, una ragazza (interpretata da Martina Gatti) che, partendo proprio dal luogo della morte di Anne, ripercorre a ritroso alcuni dei luoghi più emblematici della persecuzione antiebraica cercando di studiare, di informarsi e soprattutto di capire. Un viaggio per musei e luoghi simbolo documentato attivamente grazie al moderno uso dei social. Il continuo scatto di foto con il cellulare, fatte su tombe e memoriali di mezza Europa, condite da piccole frasi scontate e hashtag particolarmente banali, rende però un po’ debole questa figura, come se una tragedia così grande, nelle mani dei ragazzi del XXI° secolo, finisse comunque per perdersi in qualche risicato e dozzinale post su Internet.
Il risultato è comunque una testimonianza tutta al femminile e che ci offre uno spaccato di vita dei bambini e degli adolescenti nei campi di concentramento, qualcosa che non sempre viene raccontato. I ricordi di queste donne sono ancora notevolmente vividi ed ognuna di essere narra una storia diversa che, alla fine, ci restituisce la stessa atroce vicenda: sono appunto le “vite parallele” a quella di Anne cui accenna il sottotitolo del film. Helga Weiss, di Praga, 12 anni all’epoca della deportazione, con il suo diario segreto miracolosamente nascosto agli occhi delle SS, fatto di disegni realizzati durante la prigionia. Tatiana e Andra Bucci, sorelle di Fiume, 4 e 6 anni al momento della deportazione e, scambiate per gemelle, messe nelle mani del sinistro dottor Mengele per i suoi esperimenti ad Auschwitz. Arianna Szorenyi, deportata dal Friuli, che ha visto morire sette persone della sua famiglia. Sarah Montard, polacca, catturata anche lei, quando aveva 16 anni, dopo un lungo periodo in cui si era nascosta a Parigi. Doris Grozdanovicova, Ceca, deportata a 16 anni a Terezin, una strana città a metà tra un ghetto e un campo di concentramento dove si occupa di un gregge di pecore immortalato in un inconsueto scatto. Fanny Hochbaum, parigina ma oggi residente in Israele, prigioniera ad Auschwitz.
Tutte loro, ragazze della Shoah, raccontano a Kat, ragazza di oggi in viaggio sulle loro orme, quello che è stato e che, ancora oggi, qualcuno cerca di negare, minimizzare o perfino dimenticare. Durante tutta la durata, non mancano innumerevoli ragionamenti di esperti e storici dell’Olocausto, i cui approfondimenti, sebbene interessanti, non aggiungono nulla al contesto generale. Molto più interessante, invece, è il modo in cui le nuove generazioni prendono corpo e volto quando a parlare sono proprio i discendenti delle nostre cinque testimoni, di quelle ragazze cioè che sono riuscite a sopravvivere e che, idealmente, ci offrono una sorta di risposta alla domanda su chi sarebbe potuta diventare Anne se non fosse caduta vittima dei nazisti. I loro figli, i loro nipoti, ci parlano di una eredità difficile, complessa, perfino ingombrante, ma con la quale bisogna fare i conti e convivere. Ognuno di loro abbraccia questo pesante fardello e sceglie di farlo proprio in modo personale ed attuale, chi tatuandosi sul braccio il numero che fu della nonna o chi, come per esempio la violinista Francesca Dego, si dedica con tutta sé stessa all’arte, reagendo cioè con quello che di meglio l’uomo sa esprimere.
Quando Kat entra finalmente nella stanza di Anna Frank, confrontandosi con la narratrice Helen Mirren, il cerchio finalmente pare chiudersi. Eppure, nonostante tutto, la sensazione che permane è quella che ci sia ancora molto da fare per combattere l’odio e il razzismo. Non si tratta di una fine, dunque, bensì di un ideale passaggio del testimone in una lotta ancora molto lunga.

Massimo Brigandì

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