Anarchia – La notte del giudizio

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

2014: fuga dal presente

Che il cinema contemporaneo, soprattutto quello di genere, attinga a piene mani dal proprio glorioso passato è cosa ormai arcinota. Ne sono pienamente consapevoli sia lo spettatore pagante che, a maggior ragione, il regista James DeMonaco nonché il tanto scaltro quanto lungimirante produttore Jason Blum, ormai una garanzia di qualità relativa nel cinema di genere americano.
Il punto di partenza è il successo – forse insperato, sicuramente inaspettato – del primo The Purge, La notte del giudizio nella versione italiana. L’assunto di base, non nuovissimo ma ben sviluppato, è carico di potenzialità: in un futuro distopico gli States attraversano un periodo di apparente benessere. Economia in crescita, massima occupazione, criminalità ai minimi termini. C’è però un ma, molto grande. Annualmente, per una sola notte, le regole più elementari vengono meno ed il “tutti contro tutti” è non solo ammesso ma addirittura auspicato da un governo in fortissimo odor di dittatura destrorsa. Mentre nel primo episodio di una saga che sarà probabilmente destinata ad avere un seguito, la minaccia si materializzava all’interno della inviolabile – si fa per dire – sacralità delle mura domestiche, nel secondo regista (anche sceneggiatore) e produttore di cui sopra catapultano, dopo breve preambolo superficialmente – trattasi di thriller action, in fondo – descrittivo del personaggi, le sorti di un manipolo di sventurati direttamente all’esterno, cioè in pieno inferno metropolitano. E tutti i tasselli sembrano andare al posto giusto, nella creazione di un buon B movie dagli echi antichi ma dalle inquietudini molto contemporanee. La situazione da iperselvaggio west è azzeccata, con un misterioso benefattore (l’attore, funzionale, Frank Grillo) alla Clint Eastwood de Il cavaliere pallido (1985) o, ancor prima dell’Alan Ladd de Il cavaliere della valle solitaria (1953) a fungere da catalizzatore di energie positive, cioè istanze eroiche in senso classico di cui il pubblico ha sempre bisogno per identificarsi appieno nel plot. Atmosfere riuscite alla Walter Hill de I guerrieri della notte (1979) e accenni socio-politici sull’irraggiungibile modello 1997: fuga da New York dovrebbero assicurare il conseguimento del risultato. Dovrebbero, appunto. Poiché ciò che manca in maniera evidente, per compiere l’ulteriore salto di qualità da discreto B movie ad oggetto di culto, a questo Anarchia – La notte del giudizio è proprio la benefica ambiguità di fondo, quella capacità di instillare in chi guarda non solo adrenalina ma pure la possibilità di una qualche riflessione post-visione. Purtroppo, nonostante le tematiche pregnanti si prestassero ad un ragionamento più articolato sul rapporto stato-cittadini e sulla sempre spaventosa tesi della cosiddetta selezione naturale atta al miglioramento sociale, questo non accade. Così Anarchia finisce con lo snodarsi su binari narrativamente abbastanza prevedibili – anche se mai noiosi – ma soprattutto chiaramente intelligibili, con i buoni da una parte ed i cattivoni dall’altra, in cui non manca la consueta tirata anticapitalista inserita un po’ forzatamente – da Hostel (2005) in poi pare una moda: si rimpiangono i tempi eroici e ruspanti del mitico Society (1989) di Brian Yuzna – e l’unico movimento di resistenza ha matrice afroamericana, in modo da accontentare le principali etnie che negli Stati Uniti pagano il biglietto (eroe bianco wasp e dei ex machina, al plurale, di colore). Verrebbe spontaneo dire che il politically correct da botteghino poco si addice a pellicole come queste, nate in teoria per destabilizzare platee e critica. E se la morale di fondo consiste nell’asserire che la dittatura è sì un male, ma la totale anarchia può essere persino qualcosa di peggio, allora tanto vale fermarsi alla mera confezione del film, comunque garantita dalla produzione di un certo Michael Bay, un tipo che – piaccia o meno il suo cinema – sui molti modi di passare all’incasso di sicuro non è secondo a nessuno.
To be continued. Purtroppo o per fortuna?

Daniele De Angelis

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