American Animals

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7.0 Awesome
  • voto 7

Qualcosa di differente

Cosa mai può spingere quattro giovani appartenenti alla media-borghesia statunitense a tentare un colpo grosso da milioni di dollari con ben poche possibilità di riuscita? Attorno a questo quesito, in verità ben poco enigmatico, verte il baricentro di American Animals, interessante opera d’esordio del documentarista Bart Leyton. E infatti del documentario il film mantiene intatte parecchie caratteristiche, trattandosi in fin dei conti di una sorta di docu-fiction tesa a ricostruire l’andamento del fattaccio di cronaca, per giunta intervallato dagli interventi degli autentici protagonisti della bizzarra vicenda, intervistati per l’occasione parecchi anni dopo gli eventi narrati.
Ci troviamo dunque a Lexington, sonnacchiosa cittadina del Kentucky. Durante una gita scolastica alla biblioteca locale lo studente Spencer Reinhard nota un affascinante libro custodito sotto teca. Si tratta di “The Birds of America” di John James Audubon, raccolta di disegni e testi su ogni possibile volatile in territorio americano risalente alla prima metà dell’Ottocento. A sorvegliare questo ed altri preziosi manoscritti solo una bibliotecaria di una certa età. Così una balzana idea frulla nella testa di Spencer, tanto da mettere subito al corrente l’amico Warren, tipo pervaso da lucida follia. I due architettano così una folle rapina, coinvolgendo anche i coetanei Chas ed Eric.
Si torna dunque alla domanda di partenza. Più che un’occasione da non perdere allo scopo di arricchirsi in modo definitivo, il “colpo” in questione pare appartenere più alla sfera del compiere qualcosa di eclatante per farsi notare. Evadere da quella grigia normalità che terrorizza soprattutto Spencer e Warren. Un lavoro psicologico sui personaggi – o per meglio dire le persone, una volta assodato che si parla di eventi realmente accaduti – che Layton però compie un po’ a corrente alternata, evitando una descrizione piena del sostrato sociale da cui provengono i quattro ragazzi protagonisti. Paradossalmente American Animals funziona meglio sul versante del cinema di genere, risultando alla fine un heist movie con i tempi narrativi ben calibrati nonché provvisto di una propria morale di fondo, su quella linea immaginaria che, una volta oltrepassata, non permette alcun ritorno indietro. Mantenendo quell’ambiguità necessaria su cosa significhi, oggi, compiere un qualsiasi gesto per evadere dalla massa piuttosto che restarci seppellito vita natural durante. Lasciamo dunque alla visione del film il piacere di scoprire come siano andate alla fine le cose e quali siano stati i destini dei quattro, peraltro assai ben interpretatati da un quartetto di giovani attori tra cui spicca il border-line Evan Peters. Tuttavia American Animals cela, quasi tra le righe di un discorso “altro”, una riflessione che innalza il livello qualitativo dell’opera in questione: la falsità come unico, possibile, modello esistenziale. Il travestitismo, in senso fisico ma anche simbolico, come medium di sopravvivenza di fronte al nulla della società circostante. Infine l’amletico dubbio se l’atteggiamento di uno dei personaggi – proprio Warren, nello specifico – sia sincero nei confronti sia dei compagni di avventura che degli spettatori, smarriti in un mare magnum di testimonianze e ricostruzioni prettamente soggettive. Per estensione è allora il cinema stesso, persino nel suo approccio più squisitamente documentaristico, ad essere messo in discussione: anche in un processo di ricerca della Verità si può scivolare in ogni momento nel fango della menzogna.
Una strada accidentata che Bart Leyton percorre – gli va riconosciuto – con proprietà di messa in scena e una buona dose di coraggio, incurante delle numerose trappole disseminate lungo la narrazione di un film costantemente in difficile equilibrio per non scivolare nello sperimentalismo fine a se stesso ma anche in un eccesso di moralismo sin troppo sottolineato.

Daniele De Angelis

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