Alpha, The Right to Kill

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6.0 Awesome
  • voto 6

Cosa non si fa per i figli

Da un cineasta come Brillante Mendoza, capace di estrarre dalla superficie arida, ostile e minata del reale pietre grezze di grandissimo valore, è lecito aspettarsi molto ma davvero molto di più di quello che abbiamo potuto vedere in Alpha, The Right to Kill. La proiezione nella sezione “After Hours” della 36esima edizione del Torino Film Festival, laddove la nuova pellicola del regista filippino è stata presentata dopo le prime apparizioni pubbliche ai festival di San Sebastián (premio speciale della giuria) e Varsavia, si è fatta portatrice – almeno per noi – di una parziale delusione, o meglio di uno scontento nei confronti di un’opera che non ha dato i frutti sperati. Questo perché l’autore è andato ben al di sotto dei suoi abituali standard, ai quali suo malgrado il pubblico e gli addetti ai lavori si sono abituati. Di conseguenza, un film come questo che alterna pochi alti e molti bassi, oscillando pericolosamente sulla soglia di una sufficienza afferrata per i capelli grazie ad una prima mezz’ora al cardiopalma, non può che registrare un significativo discesa dell’asticella. Se scaviamo nella sua filmografia, infatti, è raro imbattersi in una rovinosa caduta. Se la memoria non ci inganna, l’ultima che ricordiamo risale all’insipido horror Sapi del 2013. In effetti, il prima e il dopo ci ha regalato più di un assolo.

Con Alpha, The Right to Kill torna sulle tracce di pellicole affini come Kinatay e Tirador, dove i codici del genere si mescolavano senza soluzione di continuità con un realismo crudo e diretto. Sullo sfondo del giro di vite al narcotraffico da parte del governo filippino, una forza speciale SWAT avvia un’operazione finalizzata all’arresto di Abel, uno dei principali signori della droga di Manila. L’agente di polizia Moises Espino ed Elijah, un piccolo spacciatore divenuto informatore, forniranno aiuto all’operazione, che si trasformerà rapidamente in un violento scontro armato negli slums fra la SWAT e la gang di Abel. Ma la facciata pulita nasconde come sempre un volto oscuro.

Messi da parte i meravigliosi drammi esistenziali alla Lola o Thy Womb (tanto per citare qualche titolo), Mendoza firma un nuovo romanzo criminale e lo fa passando attraverso il poliziesco metropolitano che si avventura nel ventre brulicante di una città dove il giorno sembra notte fonda e dove non esiste salvezza. Al centro, l’inferno dell’agguato notturno ai trafficanti che riporta la mente tanto al Drug War di Johnnie To quanto al Tropa de Elite di José Padilha. Peccato che il final cut nel suo insieme non raggiunge la compattezza, la solidità strutturale e la potenza emotiva dei tentativi precedenti. La tensione di un’adrenalinicaprima parte che ci conduce in apnea sino all’irruzione della SWAT nel covo del boss, con tanto di sparatoria, fuga sui tetti e arresti, è solo fumo gettato negli occhi dello spettatore di turno come un’illusione inebriante dalle venature hard boiled destinata purtroppo a restare tale.

Nato dall’unione di storie differenti basate su indagini e interviste rivolte a persone coinvolte nel traffico di droga nelle Filippine, Alpha, The Right to Kill prova a connettere prospettive diverse attraverso un punto di vista coesivo. Il tentativo da questo punto di vista non va a vuoto, ma non genera purtroppo una sostanza drammaturgica e narrativa tale da garantire allo script e alla sua trasposizione un combustibile di primissima qualità per alimentare il motore. Un motore, questo, che nella restante ora funziona a fasi alterne e che nemmeno lo stile nevrotico di un approccio documentaristico riesce a riportare a pieni giri. Mendoza, in tal senso, spersonalizza se stesso e il suo cinema, andando a strizzare l’occhio ad operazioni analoghe made in USA (vedi Training Day) che vedono la linea tra legalità e criminalità assottigliarsi sino a svanire, con esponenti dei due estremi oltrepassarla in continuazione. I protagonisti di Alpha, The Right to Kill, indipendentemente dal lato d’appartenenza, sono cloni modellati per l’occasione da profili ormai stereotipati e codificati. Di conseguenza, pensieri, azioni e dinamiche diventano di facile lettura, prevedibili e incapaci di coinvolgere.

Francesco Del Grosso

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