Alcarràs

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Tradizioni

Già da qualche anno la giovane cineasta catalana Carla Simón ha fatto parlare di sé, rivelando, con la sua notevole opera prima Estate 1993 (presentato in anteprima mondiale alla Berlinale 2017 all’interno della sezione Generation KPlus), una sensibilità e una padronanza del mezzo cinematografico fuori dal comune. Grandi aspettative, dunque, ha sollevato la presenza all’interno del concorso di questa 72° edizione del festival di Berlino del suo secondo lungometraggio, Alcarràs. Anche in questo caso, dunque, ci troviamo davanti a un prodotto che attinge a piene mani dai ricordi d’infanzia della regista stessa e in cui storie di adulti e bambini si intrecciano, per regalarci un racconto simbolico e stratificato, immagine di un’epoca destinata irrimediabilmente a finire.

La famiglia Solé è molto numerosa e possiede una piantagione di peschi nel paesino catalano di Alcarràs. Ogni estate, dunque, ognuno dei suoi componenti si dedica alla raccolta delle pesche: i bambini ne sono divertiti, gli adulti considerano tale tradizione come parte della loro stessa identità. Un giorno, tuttavia, le cose rischiano di cambiare per sempre, in quanto, al fine di installare dei pannelli solari, la loro piantagione di peschi dovrà essere abbattuta.
In Alcarràs, dunque, la regista ha fotografato un momento cruciale della vita della famiglia Solé. Una delicata fase di transizione che porterà con sé inevitabili conseguenze, non soltanto dal punto di vista economico, ma anche per quanto riguarda i rapporti tra i diversi membri della famiglia. Interessante, a tal proposito, come ognuno di loro reagisce alla cosa: mentre i bambini hanno l’impressione che quel periodo felice possa non finire mai, gli adulti si sentono quasi privati bruscamente della loro identità e non hanno più alcuna certezza.
Immagini di campi soleggiati, di strade di campagna, di vivaci giochi all’aria aperta o in piscina sono la prima cosa che ci colpisce, nel presente Alcarràs. Immagini quasi sospese nel tempo, vive nell’immaginario e nei ricordi della regista, che qui vengono fuori con tutta la loro potenza evocativa. Feste di paese, balli all’aria aperta, esibizioni sul palco, ma anche piccoli screzi si contrappongono al mondo degli adulti, in cui la componente economica e politica ci viene trasmessa in modo mai “prepotente” o eccessivamente “ingombrante”.
Storie di tre generazioni, un’importante tradizione in comune. Alcarràs ha il potere di farci sentire adulti e tornare bambini allo stesso tempo e in questo volerci rifugiare a tutti i costi nei giochi dell’infanzia, al fine di non pensare ai problemi del quotidiano, ci riporta con violenza alla realtà, con immagini che colpiscono come un pugno allo stomaco.
Carla Simón ancora una volta ha fatto centro. Ancora una volta, raccontando le proprie esperienze d’infanzia sul grande schermo, ha saputo dar vita a un lungometraggio estremamente vivo e pulsante, evocativo e doloroso allo stesso tempo. Un’altra piacevole sorpresa di questa 72° Berlinale.

Marina Pavido

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