Air Conditioner

0
8.5 Awesome
  • voto 8.5

Indagine tra sogno e realtà

Il sogno ha una sua valenza nelle culture e, conseguentemente, nelle cinematografie africane. Cinematografie che privilegiano il concentrarsi sulla narrazione piuttosto che sull’estetica. Difficilmente si vedrà un film africano privilegiare il concetto di arte per l’arte, concentrarsi sulla forma anziché sulla storia da raccontare. Il tutto discende da una antica tradizione orale basata sulla parola e sui cantastorie, soprattutto in quelle società e popolazioni sviluppatesi nell’Africa subsahariana. Questo Air Conditioner del regista angolano Fradique, in concorso nella sezione lungometraggi del 30° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina risulta quindi essere una parziale sorpresa. Ad una focalizzazione importante sulla narrazione affianca un’estetica assai curata. Già l’introduzione si dimostra elegante e riporta alla mente Manhattan di Woody Allen. Di eleganza possiamo parlare anche nell’uso della camera a mano che si distingue per movimenti fluidi e mai banali, sempre utili nel sottolineare i momenti della narrazione e la posizione dei personaggi. La regia dimostra, inoltre, una notevole abilità nella commistione dei generi, creando per il film diverse vesti ed abbinandole con gusto.
C’è una detection al centro del film, la quale si somma ad una vena di fantastico e ad una riflessione sul passato e sul presente dell’Angola, con i quali i protagonisti devono fare i conti. L’atmosfera del racconto cambia in un attimo eppure rimane sempre coerente nel tono generale; basta un cambio di luce, di angolazione dell’inquadratura, un accenno della colonna sonora. In certi momenti viene in mente l’opera di Neil Gaiman, nella quale il fantastico si può trovare appena girato l’angolo. Così è il film, puoi trovare una nuova veste ad ogni cambio di scena, addirittura ad ogni cambio di inquadratura. Al centro di tutto il protagonista Matacedo, un sognante ed a tratti etereo Josè Kiteculo, che trova il proprio contraltare nella terragna Zezinha (Filomena Manuel). Mataceno da guardia di sicurezza diventa detective, in una ricerca che si fa indagine, che assume significati metaforici e sfocia in un viaggio onirico nel passato e nei ricordi, mescolando sogno e realtà in un’atmosfera a tratti surreale. Nel corso del film la figura di Matacedo assume quasi una dimensione sciamanica, in bilico tra mondo dei sogni e realtà. Riportando alla luce tra le pieghe del film il tema del viaggio, inteso come abbandono e perdita della dimensione rurale originaria per una dimensione urbana e spersonalizzante. Luanda appare come un enorme villaggio senza forma, frutto dell’accumulo di tanti reduci dai villaggi e dalla guerra civile, che spesso ritorna nei discorsi dei personaggi. Sensazione acuita dall’incontro con Mino (David Caracol) che richiama la figura tradizionale del griot, anche lui sradicato ed intento a recuperare il passato. Forte si avverte il senso di impossibilità del recupero di ciò che si è perduto, anche tentando con tutte le proprie forze.

Luca Bovio

Leave A Reply

quattordici − 3 =