Abel – Il figlio del vento

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Magari fosse solo un déjà vu!       

Un bambino, il suo grande peso sulla coscienza ed il difficile rapporto con il padre. Un aquilotto che sembra non aver alcuna speranza di salvarsi. Due solitudini che si incontrano. E la storia di Caino e Abele. Questi sono i temi trattati in Abel – Il figlio del vento, per la regia di Gerardo Olivares ed Otmar Penker. Una favola senza tempo, un romanzo di formazione che, però, presenta non poche debolezze al suo interno. Ma procediamo per gradi.
Abel è un cucciolo di aquila che viene buttato giù dal nido dal fratellino. Lukas è un bambino che vive, insieme al padre, in una piccola baita sulle pendici alpine. In seguito alla morte della madre (la quale ha tentato di salvarlo da un incendio), il bimbo – sentendosi colpevolizzato dal padre per l’accaduto – si è chiuso in un ostinato quanto comprensibile mutismo. Un giorno, però, passeggiando per i boschi trova per caso il piccolo aquilotto e decide di prendersene cura portandolo con sé nel suo rifugio segreto. Grazie anche all’aiuto di Danzer – un boscaiolo del posto – presto il cucciolo avrà modo di riprendersi. E tra lui e Lukas nascerà un legame molto speciale.
Non è raro che sul grande schermo vengano raccontate storie di amicizia tra bambini ed animali. Ma cos’ha di diverso, a questo proposito, Abel – Il figlio del vento? Di certo, sono molto interessanti le riprese riguardanti il cucciolo di aquila nello specifico ed il suo relativo punto di vista. Riprese, queste, effettuate perlopiù dal documentarista austriaco Otmar Penker – specializzato, appunto, in girati con animali. Bene, a parte questa peculiarità, purtroppo Abel – Il figlio del vento non ha null’altro di innovativo. Ma diciamo pure che, quando si tratta di un prodotto ben riuscito e ben confezionato nella sua semplicità, la cosa non rappresenta affatto un problema. La questione, però, è che tale lungometraggio proprio ben riuscito non è. Al contrario, al suo interno vi sono non pochi elementi che rendono il tutto una favola eccessivamente retorica e melensa. Ed anche, a tratti, piuttosto raffazzonata. Vediamo perché.
Uno degli elementi a stonare maggiormente è, senza dubbio, una fastidiosa quanto inutile voce narrante presente per tutta la durata del film. Talmente ingombrante da doppiare spesso e volentieri le immagini, oltre a creare un pericoloso effetto da documentario televisivo. Sarebbe bastata qualche semplice frase all’inizio ed alla fine della storia, volendo proprio inserire la figura del narratore onnisciente, ma, volendo a tutti i costi strafare, il rischio di uno scivolone, si sa, è sempre molto alto.
Altro elemento di disturbo, inoltre, è una colonna sonora ingombrante e stucchevole, la quale, andandosi a sommare ad una storia che già di per sé è abbastanza “zuccherosa”, fa salire la glicemia dello spettatore medio in pochissimi minuti. Eppure, come se non bastasse, il vero problema di Abel – Il figlio del vento è un altro: la caratterizzazione del personaggio di Keller, il padre di Lukas. Figura ambigua fin dai primi minuti, inizialmente sembra anche interessante, benché nel 90% delle scene in cui è presente sia costantemente intento a martellare non si sa bene cosa. Ad ogni modo, si spera sempre in una sorpresa finale in cui il personaggio sveli – finalmente – tutta la sua complessità. Speranze, queste, che vengono tristemente deluse nel momento in cui vediamo tale Keller tentare di dar fuoco al figlio (non avendolo mai perdonato per la morte accidentale della moglie), per poi ravvedersi di punto in bianco, notando una vecchia foto di famiglia che il bambino aveva custodito fino a quel momento. Credo che, a questo punto, qualsiasi ulteriore commento in merito sarebbe superfluo. E, senza dubbio, tutti noi preferiamo un Tobias Moretti (che qui interpreta Keller, appunto) nelle vesti del poliziotto impacciato ed un po’ provolone de Il commissario Rex. Ma questa è un’altra storia. Una storia, però, decisamente più interessante e meglio realizzata di quella raccontata in Abel – Il figlio del vento.

Marina Pavido

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