A voce alta – La forza della parola

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Le parole valgono più di mille silenzi

Ogni anno all’Università di Saint-Denis, nella periferia nord di Parigi, si svolge Eloquentia, una gara di oratoria che premia “Il miglior oratore del 93”, dove 93 rappresenta il distretto di Seine-Saint-Denis. Gli studenti, provenienti da diversi contesti sociali, si preparano ad affrontare la competizione con l’aiuto di consulenti professionisti che insegnano loro la raffinata arte del parlare in pubblico. Durante le settimane, i giovani imparano i sottili meccanismi della retorica, si raccontano rivelando agli altri, ma soprattutto a loro stessi, i propri talenti.
Lo dobbiamo ammettere e con noi dovrebbero farlo tutti coloro che davanti alla sinossi di A voce alta – La forza della parola, nelle sale con Wanted Cinema dopo la vittoria del Premio del Pubblico alla 35esima edizione del Torino Film Festival, hanno storto il naso pensando alla sua possibile pesantezza al momento della fruizione. In tal senso, sulla carta il plot promette tante cose, senza alcun dubbio interessanti per quanto concerne il peso specifico dei contenuti e dei temi affrontati, ma davanti alla possibile assenza di fatti e per lasciare spazio interamente alle parole per 90 e passa minuti di visione il potenziale spettatore sarebbe più che tentato a scegliere altro. Insomma, la sola prospettiva di una limitazione delle azioni a scapito di una narrazione verbosa e logorroica non può che determinare un fisiologico allontanamento. Di conseguenza ciò ha determinato che la componente pregiudiziale nei confronti del documentario di Stéphane De Freitas e Ladj Ly, quest’ultimo autore del pluripremiato cortometraggio Les Misérables, fosse sin dalla prima lettura piuttosto elevata. Ipocrita sarebbe sostenere il contrario. Ma come spesso accade arriva la visione sul grande schermo a scardinare quel pensiero, a cancellare tutto quanto di errato si era arrivati a immaginare quando per approssimazione e superficialità ci si era fatti un’idea del tutto sbagliata. Allora il mea culpa è d’obbligo, poiché A voce alta è proprio dai fatti che derivano dalle parole che prende quota coinvolgendo lo spettatore di turno sino all’ultimo fotogramma utile. E lo fa presentandosi alla platea tanto come portatore sano di numerosi spunti di riflessione (l’importanza della parola e il suo valore oggi, in un’epoca nella quale l’oratoria è diventata una vittima sacrificale delle moderne tecnologie di comunicazione) quanto di altrettante argomentazioni di grande rilevanza e stretta attualità (la libertà e il diritto alla parola e a manifestare il proprio pensiero che porta i trenta protagonisti a confrontarsi anche su quanto accaduto a Charlie Hebdo).
Quello di De Freitas e Ly è un film che appassiona ed emoziona, capace di puntellare e stimolare le sinapsi assuefatte e narcotizzate del pubblico medio con un potentissimo flusso empatico e ovviamente orale, ma anche di intrattenere a suo modo mediante una timeline dove a muovere i fili sono il verbo e il confronto pubblico faccia a faccia. Quest’ultimo diventa oggetto di una vera e propria competizione, con i trenta minuti finali del torneo nell’aula magna di grandissima efficacia. La coppia di cineasti francesi punta – e a nostro avviso ci riesce – a unire e a far incontrare gli opposti in un film che, grazie a un ritmo sostenuto e mai blando fatto di un palleggio insistito tra la coralità delle lezioni/preparazioni in aula e la raccolta delle testimonianze dei singoli nel loro quotidiano, non potrete non amare.
Inutile dirvi che per scoprire colui o colei che salirà sul gradino più alto del podio del torneo dell’Eloquentia dovrete per forza di cose andare in sala a vedere A voce alta, perché ne vale assolutamente la pena.

Francesco Del Grosso

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