A Terra do Não Retorno

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Tra sacro e profano, inediti riti misterici

Nella penultima giornata del Fantafestival 2021, collocato tra l’entusiasmante Beyond the Infinite Two Minutes di Junta Yamaguchi e il ritorno alla grande fantascienza del passato, con la riproposizione di Ikarie XB 1 del ceco Jindrich Polák, ha rischiato di passare sotto silenzio un corto presentato, in anteprima italiana, nelle impegnative vesti di evento speciale. In realtà aveva assunto da subito il ruolo di “oggetto misterioso” del festival, complice una sinossi a dir poco enigmatica: “E se il nostro Mondo fosse l’Inferno di un altro pianeta? Il nostro Mondo sarebbe una Terra senza ritorno.
Scarne parole, per introdurre un lavoro che ha avuto intanto l’effetto di far temporaneamente fuggire qualche spettatore dal Nuovo Cinema Aquila e di affascinarne altri. Ciò di cui si sta parlando, insomma, è lo ieratico A Terra do Não Retorno di Patrick Mendes.

Da parte nostra, candida confessione, l’impresa più difficile è stata a conti fatti dialogare con la già menzionata sinossi, poiché alla messa in scena del cineasta lusitano (plurivincitore di premi coi suoi cortometraggi) abbiamo assistito come a una specie di “Messa Laica”, o di rito misterico, dai contenuti sfuggenti e dalle suggestioni capaci invece di scivolare in profondità nella psiche. Per provare a suggerire visivamente la natura delle immagini e delle azioni, nell’asciuttissimo e atmosferico A Terra do Não Retorno assistiamo all’iniziale, corale raccapriccio di una piccola corte di personaggi, di fronte al danno subito da alcuni di loro, che come per consunzione perdono all’improvviso piccole parti del corpo. Siano esse gli occhi o magari un frammento di orecchio. Il momento successivo è costituito dall’intervento di altri soggetti, dotati evidentemente di poteri taumaturgici, che attraverso attività artigianali dal retrogusto esoterico (magnetiche le scene che li rappresentano) provano a ricostruire gli organi mancanti, per donarli poi a chi aveva subito l’offesa. Senza voler aggiungere altro, sul piano interpretativo, ci limitiamo a testimoniare come questo rito curioso e vagamente surrealista possieda, sullo schermo, una notevole carica espressiva. Da menzionare inoltre la sottile vena ironica, che al contrario affiora sui titoli di coda: ne è responsabile il trascinante brano hardcore inserito proprio alla fine, All Alone, che crea un contrasto non indifferente con la conturbante solennità cui si era assistito in precedenza. Un valido spunto, questo, non soltanto per tenere d’occhio l’ancor giovane filmografia di Patrick Mendes, ma anche (qualora si condividano i nostri gusti musicali un po’ estremi) per proseguire nell’ascolto di quanto propone For the Glory, selvaggia e martellante band di Lisbona, cui si deve la botta di energia appena descritta.

Stefano Coccia

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