A Certain Kind of Silence

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6.0 Awesome
  • VOTO 6

Educazione estrema

Mia viene assunta come ragazza alla pari da una coppia di genitori benestanti per badare al figlio unico di dieci anni, introverso e problematico. Fin da subito si stabilisce un equilibrio sottile fra le parti in gioco che, in una graduale escalation di ambiguità e tensione psicologica, pone le basi per una complessa convivenza retta sui principi del rigore, della sudditanza, ma anche della complicità. Attratta e al contempo spaventata dall’ambiente chiuso e settario in cui si viene a trovare, Mia, sola e lontana da casa, dovrà scegliere fra la propria coscienza etica o il rispetto delle regole imposte che la mette continuamente in discussione; fra l’integrità personale o il licenziamento.
Se non si sapesse a priori che la sinossi in questione tragga ispirazione da fatti realmente accaduti qualche anno fa in Germania, che all’epoca ebbero moltissima risonanza a livello mediatico, noi come voi probabilmente faremmo davvero tantissima difficoltà ad accettare che gran parte di quello che viene narrato e mostrato possa essere realmente accaduto. E se ci fosse ancora qualche dubbio in merito consigliamo allora di guardare i titoli di coda di A Certain Kind of Silence per scioglierli definitivamente, perché è lì che il regista consegna allo spettatore un frammento agghiacciante di reale che dimostra che quando visto sul grande schermo nei novanta minuti precedenti non è purtroppo il frutto dell’immaginazione dello sceneggiatore di turno. Chi è a conoscenza della cronaca di quegli eventi e del meccanismo malato che lo regolava lo potrà testimoniare, assistendo così alla sua ricostruzione romanzata. A coloro che, invece, sono all’oscuro di tutto, lasciamo alla fruizione dell’opera prima di Michal Hogenauer, presentata in concorso alla 24esima edizione del Milano Film Festival, il compito di svelare le carte in tavola.
Il regista ceco costruisce un thriller psicologico nel quale lo spettatore non è onnisciente, ma scopre le suddette carte nel momento stesso in cui vengono mostrate alla protagonista. La linea mistery è quindi la colonna vertebrale di una narrazione non lineare che mescola il presente (l’interrogatorio) con i frammenti di un mosaico che prenderà forma solo dopo l’inaspettato twist finale. C’è però qualche forzatura e digressioni di troppo in questo meccanismo a incastro che ne limita la scorrevolezza. Ciò a conti fatti si rivela un ostacolo sulla strada di un film che con una fase di scrittura più attenta alla costruzione delle one lines avrebbe potuto raggiungere risultati maggiori. Invece deve accontentarsi di una sufficienza strappata con un romanzo di deformazione che assume lentamente i tratti genetici di un incubo strano e sconcertante, che mette in scena un racconto perverso sul potere della manipolazione. Tutto ruota intorno a questo tema, gettando una ragazza come tante in un realtà che finirà per plasmarla a sua immagine e somiglianza, con effetti da distopia.
Le inquadrature geometriche e la componente cromatica glaciale restituiscono alla perfezione un’atmosfera asettica e minimalista dagli effetti ansiogeni e claustrali. Il che gioca a favore di una regia in sintonia con la tipologia di storia. La medesima freddezza e ostilità che trasuda da una recitazione altrettanto in linea, che ha nelle performance inquietanti di Roeland Fernhout e Monic Hendrickx (nei panni dei padroni di casa) il suo punto di forza. Il tutto però rimanda con troppa insistenza al cinema destabilizzante di Michael Haneke, Yorgos Lanthimos o Ulrich Seidl. Ciò che manca al film e al regista è dunque un’identità propria, che al momento sembra desunta da modelli altri di una certa caratura e non farina del proprio sacco, con un’estetica d’impatto e una qualità della confezione efficaci, funzionali, ma chiaramente prese in prestito per l’occasione. Di conseguenza, bisognerà attendere una nuova fatica dietro la macchina da presa firmata da Hogenauer per capire se siamo di fronte a un autore capace di inventare o reinventare, oppure semplicemente di un bravo copycat.

Francesco Del Grosso

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