A cambio de nada

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Un’estate difficile

Lo hanno definito l’ultimo gioiello del nuovo cinema iberico e noi, dopo averlo finalmente recuperato nella tappa milanese del Festival itinerante CinemaSpagna 2016, non possiamo che condividere quanto espresso da moltissimi addetti ai lavori a proposito di A cambio de nada. Per coloro che non conoscessero la pellicola scritta e diretta da Daniel Guzmán, prima di tutto è importante sapere che si tratta della rivelazione dell’ultima edizione dei premi Goya, dove tra i diversi riconoscimenti conquistati figurano quelli per la migliore opera prima e per il migliore attore esordiente, che vanno ad aggiungersi ad altri prestigiosi titoli raccolti nel circuito festivaliero internazionale (a cominciare da quelli ottenuti dal Festival di Malaga).
Insomma, un biglietto da visita di tutto rispetto per un film che ha nella freschezza, nella semplicità e nella dolcezza del suo dna drammaturgico, fatto di una storia catarticamente coinvolgente sul piano emotivo e di un gruppo di personaggi ben delineati ad animarla, le armi a disposizione per fare breccia nel cuore e nella mente dello spettatore di turno. Caratteri, questi, che consentono a Guzmán e ai suoi bravissimi interpreti di regalare a chi guarda la possibilità di esplorare un ricco ventaglio di emozioni, sensazioni e tematiche universalmente riconosciute e, dunque, accessibili e familiari, in un modo o nell’altro, chi più chi meno, a ciascuno di noi. Ciò genera un contatto diretto tra l’opera e il suo fruitore, con quest’ultimo che viene continuamente chiamato in causa o sollecitato da situazioni e dinamiche che quasi sicuramente conosce, in quanto parte del proprio bagaglio esistenziale. Se così non fosse, la sostanza comunque non cambia, perché ci si trova a fare i conti con un percorso narrativo, stilistico e recitativo, che cerca sempre un contatto emozionale con chi sta dall’altra parte dello schermo, chiunque esso sia. Impossibile, infatti, rimanere distaccati, indifferenti e freddi, al cospetto della catena di causa ed effetti innescata dal protagonista nell’arco della timeline. Nei suoi gesti, nelle sue azioni, nelle sue parole, nei suoi sguardi e nei suoi pensieri, al di là che questi possano essere giusti o sbagliati, c’è sempre un po’ di noi, anche quel poco o tanto che abbiamo visto o provato direttamente o indirettamente. In tal senso, il cineasta spagnolo ha saputo trasportare il proprio vissuto sullo schermo (molti elementi sono autobiografici) senza risultare mai autoreferenziale. Al contrario, lo mette a completa disposizione del plot e della one line del personaggio principale, quanto basta per trasformarlo in uno specchio nel quale potersi riconoscere o anche solo rintracciare qualcosa che ci appartiene o ci è appartenuto.
Bisogna, però, approcciarsi ad A cambio de nada senza particolari pretese autoriali, altrimenti si rischia di rimanerne delusi. Guzmán mescola in maniera equilibrata commedia e dramma, mettendo da parte orpelli drammaturgici e tecnici, a cominciare da stratificazioni nel racconto o da soluzioni visive particolarmente elaborate. La semplicità con la quale la narrazione e la messa in quadro prendono forma e sostanza sulle pagine dello script prima e sullo schermo poi, è l’unica chiave per entrare correttamente nel progetto. Anche perché, messo sotto la lente d’ingrandimento, quello proposto dal cineasta spagnolo è un film che non ha di certo nel suo CV un tasso elevato di originalità. Del resto, non è quella che persegue, tanto che basta gettare uno sguardo veloce sulla sinossi per rendersene subito conto. Nella storia di Dario, adolescente che, in reazione alla difficile separazione dei genitori, fugge di casa per inventarsi una vita nuova tra furti e avventure rocambolesche, c’è il più classico capitolo dell’altrettanto classico cine-romanzo di formazione. Inutile stare qui a elencare riferimenti più o meno illustri del filone, poiché mano a mano che i minuti trascorrono questi non fanno altro che affiorare nella mente. Ma una cosa va, però, precisata, ossia che il carattere evocativo dell’opera prima di Guzmán nulla ha da spartire con lo scopiazzamento spacciato per furbo citazionismo.

Francesco Del Grosso

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