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A Ballad

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VOTO: 6,5

Come in un film

Vita e Arte, Arte e vita, un binomio questo che abbiamo visto innumerevoli volte intrecciarsi sul grande schermo, dando origine a storie nelle quali l’una si riversa nell’altra e viceversa. La stessa cosa accade anche in A Ballad, quinta fatica dietro la macchina da presa di Aida Begic, apprezzata cineasta indipendente bosniaca che con i suoi film precedenti si era fatta notare nei principali festival del Vecchio Continente.
In questa commedia brechtiana e malinconica ambientata in epoca pandemica, presentata nel concorso della 23esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce dopo l’anteprima mondiale al Sarajevo IFF 2022, il metalinguaggio diventa lo strumento narrativo e drammaturgico con e attraverso il quale viene narrata la vicenda di Merjem-Meri, una casalinga trentenne priva di ambizioni e madre di Mila, di 8 anni. Tornata alla casa dei suoi genitori dopo 10 anni di matrimonio, si rende subito conto di essere bloccata in una stretta di regole e aspettative provinciali, e in una relazione complessa on l’ambiziosa madre e il fratello minore viziato. La speranza di ottenere l’affidamento di sua figlia svanisce di giorno in giorno, non riuscendo in alcun modo a trovare un lavoro fisso. L’unica cosa che la rende felice, ma che fa anche sì che tutti gli altri la guardino dall’alto in basso, è la partecipazione a un’audizione per un ruolo cinematografico nel suo quartiere.
La Begic costruisce il racconto non seguendo una linearità, bensì una frammentazione, alternando e sovrapponendo piani temporali, immaginazione e realtà, vita e cinema. Li mescola al punto tale da permettere allo spettatore di perdersi nei fili della narrazione, ritrovando il bando della matassa solo negli ultimissimi minuti dove l’autrice scopre le carte e rivela una volta per tutte il meccanismo narrativo utilizzato. La protagonista e il valzer di personaggi che le gravitano intorno, compresa la madre e il fratello, diventano parti integranti e complici di un “gioco” meta-cinematografico in cui la distanza tra l’essere e l’interpretare si azzera. È questa fusione l’ingranaggio che regola A Ballad ne caratterizza il codice genetico tanto della scrittura quanto della sua messa in quadro.
Con questo meccanismo la regista bosniaca confeziona un’opera “povera” nei mezzi e nel budget, ma generosa nei contenuti e volenterosa quando si tratta di sperimentare, trovando soluzioni visive con quello che si ha a disposizione, compresi gli smartphone o le go-pro. A un dramma familiare in periodo pandemico, dove la crisi economica e le difficoltà quotidiane solo tristemente all’ordine del giorno, la Begic affianca un percorso di trasformazione e ricerca d’identità individuale. Il tutto calato in un’architettura mai prevedibile, che porta il fruitore di turno a interrogarsi se ciò ascoltando e scorrendo davanti ai suoi occhi sia la realtà o la sua messinscena.

Francesco Del Grosso

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