7:19am

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

L’ora X

Città del Messico, 19 settembre 1985. Primo mattino, in un edificio governativo: tutti i dipendenti vengono convocati per una riunione straordinaria. Mentre prendono posto, improvvisamente un violento terremoto li seppellisce sotto nove strati di cemento e lamiere contorte. Bloccati tra le macerie del palazzo, i pochi sopravvissuti, tra cui Martin, il guardiano notturno, e Fernando, alto funzionario dello stato, sono lasciati soli nell’oscurità, aggrappati alle loro vite e in disperata attesa di aiuto.
Quella riportata è la sinossi che ha accompagnato la proiezione di 7:19am nella Selezione Ufficiale dell’11esima edizione della Festa del Cinema di Roma; una sinossi nata da una tragedia realmente accaduta, ma che il regista Michel Grau ha rielaborato e trasformato in immagini e suoni per dare forma e sostanza alla vicenda narrata nella sua terza fatica dietro la macchina da presa dopo Somos lo que hay e Big Sky. Si tratta del terremoto del Messico del 1985, un evento sismico devastante avvenuto il 19 settembre 1985 alle ore 07:19 locali, di magnitudo 8,1 sulla Scala Richter, che causò oltre 10.000 vittime. L’epicentro avvenne sulla costa messicana dell’Oceano Pacifico, molto lontano, oltre 350 km, dalla capitale Città del Messico, la quale fu però gravemente colpita. Il cineasta messicano all’epoca aveva 12 anni, ma il ricordo e le sensazioni di quel tragico evento, che ha colpito un Paese che non era pronto a farle fronte, lasciando migliaia di persone sepolte sotto le macerie e altre migliaia senza più niente, gli sono rimasti impressi nella mente (e non solo a lui), tanto da volergli dedicare un film.
L’ultima fatica dietro la macchina da presa di Grau non è dunque una fedele ricostruzione cinematografica di quanto accaduto quel maledetto giorno, ma nemmeno un’opera che ne trae solo spunto, usando gli accadimenti come pretesto per portare sul grande schermo un dramma storico vestito da disaster movie. 7:19am è un film che prova a suo modo a restituirne un ipotetico frammento, partendo da un fatto reale e soprattutto dalle emozioni che ne sono scaturite. Per farlo, il regista messicano recupera quelle emozioni e riavvolge le lancette dell’orologio sino all’ora X, ma ciò non è sufficiente purtroppo a dare al risultato finale una solidità drammaturgica e narrativa. L’architettura sulla quale si poggia lo script non è, infatti, abbastanza forte da mantenere il peso e la portata della tragedia. Nemmeno il focalizzare il plot su uno dei tanti “teatri” della sciagura, rivivendola attraverso alcuni dei sopravvissuti, è servito a dare quell’interesse in più all’opera. Un interesse che è andato via via scemando quando ci si è iniziati a rendere conto della scarsa consistenza del racconto, della schematicità delle dinamiche che lo scandiscono e dell’incapacità di queste di coinvolgere lo spettatore da un punto di vista empatico e della tensione.
Tutt’altro discorso, invece, per la confezione e per le scelte stilistiche che la caratterizzano. Fatta eccezione per alcune pecche riscontrabili nella resa degli effetti visivi (vedi la nube di polvere posticcia sollevata dal crollo dell’edificio), 7:19am mette in mostra le capacità tecniche di Grau. La dimostrazione ci arriva direttamente dal chirurgico piano sequenza iniziale in steadycam che precede la catastrofe, dal lentissimo 360° circolare tra le macerie, ma soprattutto dalla composizione dei quadri fissi attraverso i quali si prova a restituire tutta la claustrofobia di quella location. Amplificata ancora di più dall’utilizzo di diversi mascherini (in particolare dell’1:1) e dalla presenza di moltissimi dettagli anatomici dei protagonisti nella successione delle inquadrature.
Il regista messicano firma un kammerspiel post devastazione che fa dell’unità spazio-temporale il suo biglietto da visita. La ristrettezza del luogo non diventa mai un ostacolo e un limite, perché Grau riesce comunque a trovare punti macchina e soluzioni visive degni di nota (la mente torna a Buried di Rodrigo Cortés). L’autore tiene la macchina da presa sepolta insieme ai protagonisti e non li lascia mai nemmeno per un secondo, a differenza di quanto fatto da Oliver Stone in World Trade Center, dove il collega americano abbandona spesso il duo sepolto per restituirci l’esterno e i momenti di paura vissuti dalle rispettive famiglie. Sopra centinaia di tonnellate di ferro e cemento armato, che potrebbero crollare in qualsiasi istante. La situazione in sé crea una condizione di forte instabilità, che rappresenta l’unico fattore in grado di tenere lo spettatore seduto alla poltrona dal primo all’ultimo fotogramma utile.

Francesco Del Grosso

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