3/19

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6.0 Awesome
  • voto 6

Una diversa prospettiva

Pochissimi autori al pari di Silvio Soldini, nell’asfittico panorama del cinema tricolore, sono riusciti a dare forma cinematografica alle emozioni scaturite dalla conoscenza, agli imprevisti riservate da quel percorso spesso indecifrabile chiamato vita. Ne sono stati fulgidi esempi, con differenti tonalità narrative a dimostrare una sensibilità per nulla propensa ad essere rinchiusa in angusti confini, opere quali L’aria serena dell’Ovest (1990), Un’anima divisa in due (1993), Pane e tulipani (2000) e Brucio nel vento (2002). Lungometraggi molto ispirati in cui le vicende personali dei personaggi si mescolavano armonicamente ad un discorso compiuto sui cambiamenti sociali, dai fenomeni migratori all’affermazione femminile.
Anche questa ultima fatica di Soldini, dall’enigmatico titolo 3/19, non deroga da tali capisaldi della propria poetica. Di nuovo una donna al centro della narrazione. Una donna di successo, Camilla, avvocato in prestigioso studio, che vede la sua esistenza cambiare inesorabilmente in una fredda e piovosa serata. Lei attraversa una strada, forse con poca prudenza. Viene investita. Uno scooter cade rovinosamente, il conducente si rialza e fugge via a bordo del mezzo, mentre il passeggero dietro di lui rimane esanime sull’asfalto. Un immigrato senza identità per il quale Camilla, desiderosa di ricostruire la sua storia, inizia ad affacciarsi verso realtà a lei sconosciute e perciò totalmente estranee al mondo in apparenza asettico e dorato che le appartiene. Premesse narrative, come si potrà notare, tipicamente “soldiniane”, se ci si passa il termine. Eppure non si può non avvertire, oltre ad un eccesso di esemplarità del contesto narrativo, una certa stanchezza di fondo nel prolungare (sino alle due ore di durata) oltre misura un racconto piuttosto basico, nel tentativo di esplorare nuove strade rimanendo però indirizzato ad una direzione maestra e perciò correndo il concreto rischio di far diventare una personale poetica usurata maniera. Paradossalmente, a scontare il prezzo di una sceneggiatura – opera della stesso Soldini con i fedeli collaboratori Doriana Leondeff e Davide Lantieri – non sempre a fuoco, è proprio il personaggio di Camilla, sin troppo ondivago ed umorale per risultare un ritratto femminile 2.1 intenso e verosimile. Anche l’interpretazione di una volenterosa Kasia Smutniak appare discontinua, talvolta condannata a mostrare la sicurezza di un personaggio “vincente”, altre volte quasi costretta ad evidenziare le fragilità di una donna ferita nel fisico (dopo l’incidente) e soprattutto nell’animo. Inoltre caricata di un rapporto a dir poco problematico con la figlia ventenne del quale non vengono spiegate origini e cause.
3/19 – il titolo, denso di significati simbolici, deriva dal numero della catalogazione del caso relativo all’immigrato deceduto nel sinistro stradale da parte della polizia – funziona a tratti quando si lascia andare al flusso vitale del personaggio principale, coinvolgendo anche lo spettatore in momenti nei quali Camilla si abbandona al sentimento e alla pura emozione di situazioni inaspettate. Più spesso però emergono i difetti di una storia che tende alla ripetizione di schemi ormai abusati e una regia sin troppo calligrafica nella ricerca ostentata di una bellezza formale di sin troppo evidente matrice pittorica impressionista, speculare ad una serenità interiore da raggiungere con disperata intenzione. Lasciando così il cinefilo alle prese con l’amletico dubbio se ad essere invecchiato sia il modus operandi cinematografico di Silvio Soldini oppure lo sguardo di noi spettatori che abbiamo conosciuto e ricordiamo nitidamente la fresca spontaneità dei suoi esordi, di conseguenza diffidando di quella che sembra una sorta di artefatta astrazione del proprio cinema.
Ai posteri l’ardua sentenza…

Daniele De Angelis

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