Whitney

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7.0 Awesome
  • voto 7

Il dono divino

Raramente, nell’ambito della storia esistenziale di un’artista, c’è stato uno iato così profondo tra la purezza del suo talento ed i propri tormenti nella vita privata. Tanto che Whitney Houston potrebbe addirittura essere additata ad esempio di come l’ingresso nello star system possa distruggere una persona non dotata dei giusti “anticorpi” per resistere alla pressione. E il documentario Whitney, diretto dall’esperto documentarista – ma non solo – londinese Nick Broomfield nonché commissionato dalla rete televisiva BBC, senza troppi voli pindarici, punta dritto al nucleo drammatico della questione, ripercorrendo fedelmente i passi che hanno condotto la cantante originaria del New Jersey ai vertici della gloria e agli abissi della tossicodipendenza che le risulterà fatale.
Osservando con attenzione il lungometraggio di Broomfield si possono rintracciare alcuni momenti chiave della vita della Houston. Il primo è senz’altro il suo incontro con la droga, avvenuto sin dall’età immediatamente post-adolescenziale e in ambito famigliare. Come afferma lei stessa in un’intervista fare uso di stupefacenti era una sorta di normale divertimento, un corollario all’andare per locali il fine settimana. Emerge dunque una predisposizione alla dipendenza dovuta alla sottovalutazione di tale fenomeno, nonostante – o forse proprio per  tale motivo – la ferrea educazione religiosa instaurata in famiglia dalla madre Cissy. Un rapporto con Dio iniziato per Whitney sin dai primi canti gospel in chiesa, rivelatori delle sue capacità, ma continuato in modo sofferto tra comportamenti non consoni alla fede e conseguenti timori di punizioni. Altro episodio fondamentale l’incontro con Bobby Brown, nome di punta dell’hip hop afroamericano del tempo e di sei anni più giovane. Amore (e rivalità, da parte del maschio) a prima vista, ma anche compagno di dipendenza, vista la reciproca tendenza a rifugiarsi in paradisi artificiali fatti di cocaina, eroina e alcol. Ma soprattutto l’incontro con Brown determinò, a lungo andare, la frattura con l’amica del cuore Robyn Crawford, forse innamorata di Whitney – il film stende un velo di ambiguità sul loro rapporto – e salvifica sin dai tempi scolastici, quando la timida Houston era soggetta a bullismo da parte dei più maleducati. Da lì l’inesorabile discesa verso la fine assunse, nel nuovo millennio, i contorni di una frenetica corsa mortale. Dramma nel dramma, oltre la rottura completa dei rapporti affettivi con una famiglia incapace della minima protezione nei suoi confronti – in particolar modo con l’anziano padre a cui Whitney era molto legato e che le fece causa per i soliti motivi economici – alla quale fanno da logica, terribile, conseguenza le speculari problematiche avute dalla figlia Bobby Kristina, anch’essa con problemi di droga sin dalla più giovane età e che la condurranno alla fine pochi anni dopo la madre. E Broomfield inserisce una sequenza per certi versi paradigmatica in cui Bobby Kristina, molto piccola, viene portata sul palco dalla madre in piena trance durante un concerto e fatta cantare forzatamente. Lo spaesamento della bambina diventa, per chi guarda il documentario, la triste condivisione di una violenza simbolica.
Il documentario di Broomfield, alla fine, risulta quasi l’appunto semi-diaristico di una tragedia scritta tra le pagine del Destino, restituita allo spettatore nella sua esatta dimensione drammatica. Una persona programmaticamente svuotata della sua essenza più intima e ridotta ad una macchina per far soldi, impossibilitata a sfuggire al proprio ruolo proprio perché consapevole del fatto che la sua magnifica voce stava fornendo benessere ad una moltitudine di collaboratori che le gravitava attorno. Almeno fino al cedimento totale, che raggiunse il suo culmine, con spaventosa gradualità, l’11 febbraio 2012, giorno della morte di Whitney Houston a soli quarantotto anni di età. E il ricordo delle sue straordinarie canzoni – che ne hanno fatto un fenomeno pop globale, anche e soprattutto tra la popolazione bianca – non basta a lenire tutto il dolore che emerge da una vita sfortunata come poche altre, vissuta con la fragilità che, purtroppo, si è spesso legata a doppio filo a talenti assolutamente unici. Quando un dono divino diventa al contempo l’incancellabile marchio di una sorta di maledizione immediatamente riconoscibile: quella della celebrità assoluta vissuta, in special modo nella propria parabola discendente, in totale solitudine.

Daniele De Angelis