Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi

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9.0 Awesome
  • VOTO 9

Un’opera pop

Il festival del cinema di Ravenna, giunto alla sua XVI edizione, si rinnova. Tra le novità del classico Ravenna Nightmare si colloca una finestra di proiezioni dedicate all’attività cinematografica indipendente prodotta sul territorio: lo Showcase Emilia-Romagna – cinema e territorio. Tra i film proposti, l’intrigante opera prima cinematografica del regista teatrale Marco Martinelli, presente in sala alla proiezione: Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi, originale biopic della leader birmana, agli onori della cronaca proprio in questi giorni per la controversa questione delle deportazioni dei Rohingya. Ma l’opera di Martinelli, che racconta i 20 anni di reclusione domiciliare di Suu, ha origini precedenti: è infatti la rielaborazione dello spettacolo teatrale in scena dal 2014.
E fin dalle prime scene la sensazione è proprio quella del teatro trasformato in cinema: una sorprendente opera pop, che prende vita in un magazzino di costumi teatrali dove una bambina, novello Virgilio, rompendo la ‘quarta parete’ teatrale, si rivolge direttamente allo spettatore e lo conduce dalla protagonista, splendidamente interpretata dalla bravissima attrice Ermanna Montanari. Menzione a parte merita inoltre il cameo di Sonia Bergamasco, attrice di fama, che bene interpreta la giornalista di Vanity Fair che paragona Suu a Giovanna d’Arco.

Già dalla scena dell’interrogatorio si delinea lo stile originale del racconto, in cui spicca una Suu vera, forte, ironica, in contraltare a dei generali macchiette. Un racconto diviso in capitoli, quasi fosse un libro di storia, la cui lezione ci viene impartita dalla nostra piccola anfitrione insieme ad altre cinque sue coetanee: 6 piccole ranocchiette, come i generali birmani descrivono le donne. Una lezione che fin dal primo capitolo ci lancia un interrogativo: quanto è distante la Birmania? La storia di Suu, la lotta per la democrazia birmana, quanto riguarda anche noi, il nostro occidente in cui la democrazia si sta mostrando fragile ed inadeguata? Interrogativo che oggi si ripercuote sulla stessa Myanmar e sulla democrazia portata da Aung San Suu Kyi.
Ma la storia politica si confonde con la vita privata, dall’isolamento alle enormi rinunce personali di Suu, descritte, nel momento della prematura morte di suo marito, con un pathos senza pari da un coro di bambine, chiaro riferimento al coro greco, che rappresenta l’unità tra arte e polis, tra l’io e la comunità. Riferimenti teatrali dunque, ma anche classici: dall’allegorico ritratto della madre tra due anziane amiche quasi fossero le Erinni alla definizione di libertà del Foscolo, del tiranno di Shakespeare, della moralità di Brecht. Ed è proprio in una atmosfera brechtiana che viene descritta la corruzione del Paese, significativa la similitudine con il geco spia, e non a caso troviamo nella colonna sonora la canzone di Mackie Messer dall'”Opera da tre soldi“.
Tutto questo viene descritto con grande maestria, in un film dove il teatro la fa da padrone, con un finale che si apre alla speranza: le tenebre sono le stesse, è la luce che è cambiata.

Michela Aloisi