USS Indianapolis

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5.5 Awesome
  • VOTO 5.5

Il circuito degli squali

Tutto dovrebbe partire da lì, da quella mirabolante lezione di “storytelling” sul grande schermo che è il racconto di Quint nel capolavoro di Steven Spielberg, Lo squalo. In una pausa della loro rischiosa perlustrazione in barca il vecchio e coriaceo lupo di mare racconta agli altri di essere un sopravvissuto dell’Indianapolis, l’incrociatore statunitense affondato durante la Seconda Guerra Mondiale in circostanze particolarmente tragiche. Poco prima i tre uomini partiti a caccia del grande squalo bianco stavano ridendo e scherzando, anche per calmare i propri nervi. Ma coi ricordi del vecchio Quint la tensione vola subito alle stelle!
Sinistro presagio per la loro stessa missione, il racconto del sopravvissuto espone in maniera dettagliata e decisamente macabra l’immane tragedia cui andarono incontro quei naufraghi, che per la particolare segretezza del loro incarico (la nave aveva appena trasportato nelle Filippine alcuni componenti della bomba atomica poi sganciata su Hiroshima: quando si dice un “karma negativo”) avevano viaggiato senza scorta e non vennero soccorsi subito, dopo l’attacco, restando esposti per diversi giorni alle insidie dell’oceano e più in particolare ai ripetuti attacchi di squali famelici. Di quei marinai ne sopravvissero poco più di trecento, ma il numero delle vittime fu di diverse centinaia più alto e molti di loro vennero fatti a pezzi dai pescecani di diverse specie che sempre affollano quelle acque.

Ecco, è un po’ come se USS Indianapolis, pur seguendo anche altre tracce, abbia cercato di rendere tangibile quella drammatica e allucinante testimonianza. Il risultato cinematografico di tale operazione ci è parso però inferiore alle nostre legittime aspettative.
Il problema più consistente cui va incontro il lungometraggio diretto dal veterano (sia come attore che come regista) Mario Van Peebles è a livello di scrittura, nel senso che il flirtare con diversi generi dà luogo a una strana struttura a compartimenti stagni, con divisioni troppo rigide tra una parte e l’altra del film, che faticano a convincere pienamente soprattutto sotto il profilo spettacolare. Nella fattispecie USS Indianapolis inizia come un filmone bellico anche abbastanza curato: i caccia Zero in picchiata e la nave da guerra che si difende dai loro attacchi, i piani strategici del comando statunitense, la vita sociale e gli amorazzi dei marinai in licenza. Proprio in questo segmento iniziale vi è forse la sequenza più suggestiva del film (e magari più affine alla poetica dello stesso Van Peebles), con l’equipaggio dell’Indianapolis che si svaga in un cinema e i marinai di colore confinati su in galleria, per i nefasti effetti della segregazione razziale.
Tra una rissa in strada e alcuni incontri ai vertici della Marina, che ci permettono di prendere confidenza col carattere del Capitano McVay (ovvero un Nicolas Cage dall’espressione costantemente preoccupata, corrucciata, la cui interpretazione si ravviverà un po’ nelle complesse dinamiche successive all’incidente), si approda finalmente alla missione e al conseguente affondamento della nave da parte di un sottomarino giapponese. Si “vara” così l’altro importante segmento narrativo in chiaro stile survivor movie. Ed è proprio qui, secondo noi, che l’appeal spettacolare del film viene meno. A parte le mutilazioni, le bruciature e le altre ferite dovute all’attacco giapponese, il lato “gore” dell’opera è incredibilmente trattenuto, tant’è che la stessa minacciosa presenza degli squali è rappresentata visivamente in modo così statico, ripetitivo, edulcorato (pur venendo descritta in altri modi la ferocia delle loro aggressioni in mare) da far rimpiangere, e anche parecchio, l’atmosfera cupa e raccapricciante creata ne Lo squalo dal lungo racconto di Quint.

Fortunatamente il blockbuster atipico di Mario Van Peebles riacquista vigore nell’ultimissima parte, allorché il ritorno a casa dei reduci e l’interminabile fase processuale con le ingiuste accuse al Capitano McVay (si passa qui a toni da legal movie) gettano una luce sinistra sui giochi più sporchi della politica americana, sulle ciniche scelte che in ambiente militare portarono al sacrificio di tanti uomini, arricchendo anche la narrazione di alcuni inserti di natura semi-documentaria (vedi le classiche interviste effettuate, da anziani, con alcuni dei reduci ancora in vita) che aggiungono verso la fine qualche motivo di interesse in più.

Stefano Coccia