Un beau soleil intérieur

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7.0 Awesome
  • voto 7

L’Amour à 50 ans

Con una scena di sesso inizia Un beau soleil intérieur, l’ultima opera di Claire Denis che apre la Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2017. Nella scena torrida sono coinvolti Isabelle, che è interpretata da una sempre meravigliosa Juliette Binoche, e il suo partner che è un attempato ciccione. La situazione è programmatica per quello che sarà tutto il film, incentrato sulla sessualità, argomento che di solito il cinema, così come in genere ogni forma di comunicazione mediatica, relega alla gioventù, a corpi ‘freschi’ e aitanti come se a tutti gli altri fosse un concetto precluso. Claire Denis si inserisce, anche se in un’ottica molto diversa, in quel concetto di democrazia della rappresentazione sessuale che guida l’opera del suo connazionale Alain Guiraudie, che già aveva il precedente letterario, sempre in terra d’oltralpe, di “Journal particulier” di Paul Léautaud.
Tutto Un beau soleil intérieur gira attorno a Isabelle, donna molto piacente, di mezza età, separata, dalla vita sessuale e sentimentale attiva e disinibita. Una donna forte, che si veste con minigonne, ma la cui immagine esterna contrasta con il suo profilo interiore. E, nonostante il carattere apparentemente leggero, rohmeriano, del film, Isabelle serba anche molte amarezze. Tutto quello che ancora ci si aspetta di trovare in un film adolescenziale, si trova anche qui, tra persone che hanno da tempo superato gli anta. Come fosse un tempo delle mele già molto mature. Perché, ed è la tesi che trapela in tutto il film, di fronte all’amore, alle emozioni primarie che ci porta, e anche alle delusioni, siamo sempre come adolescenti indifesi.
Un beau soleil intérieur è uno sguardo tutto al femminile, dove gli uomini – e ancora è così a tutte le età – sono sovente dei mascalzoni. Un film che si profila come anomalo nella sua filmografia, che prende le sembianze di una commedia sofisticata e brillante, alla Woody Allen verrebbe da dire superficialmente. E come i film di quest’ultimo autore, Un beau soleil intérieur è ambientato in una upper class intellettuale, parigina, che si snoda tra gallerie d’arte, teatri, case di campagna. Tra coppie che scoppiano, percorsi sentimentali che si intrecciano e reintrecciano, secondo geometrie variabili. Claire Denis si è ispirata al celebre libro di Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, di cui cerca di conservare la frammentarietà, il carattere episodico, la struttura fatta di aforismi. E conserva da questa fonte di ispirazione, anche il punto di vista, enunciato da Barthes nell’incipit: “Quello che viene proposto è, se si vuole, un ritratto; ma questo ritratto non è psicologico, bensì strutturale: esso presenta una collocazione della parola: la collocazione di qualcuno che parla dentro di sé, amorosamente, di fronte all’altro (l’oggetto amato), il quale invece non parla”.
E il film sferza i suoi colpi di scena nella parte finale. E da qui siamo costretti a spoilerare. Nell’ingresso cameo di due grandi attori, Gérard Depardieu e Valeria Bruni Tedeschi, che interpretano due personaggi intenti in schermaglie di coppia, ennesima variazione delle situazioni raccontate dal film. Situazioni che potrebbero reiterarsi all’infinito, non c’è un finale del film, i titoli di coda scorrono sull’ultima scena, sovrapponendosi senza interromperla. Tutto rimane aperto nelle mille gemmazioni narrative che dal film proseguono nella vita. E la presenza dei due celebri attori ospiti, con un Depardieu memorabile, intento a leggere il pendolino da rabdomante a una Isabelle che non sa più che pesci pigliare della propria vita sentimentale, che si rivolge proprio a chi, come abbiamo visto nella scena precedente, sta attraversando gli stessi vortici affettivi. Una gestione del casting anarchica, che può buttare lì anche gli attoroni. Viene in mente il Marco Ferreri di Break Up che relegava Ugo Tognazzi in una parte di pochi minuti. Comunque memorabile come quella di Depardieu.

Giampiero Raganelli