Un altro me

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Altre storie, un altro mondo

Alla luce di drammatici fatti di cronaca – siano essi recenti o meno – il tema della violenza sulle donne è spesso stato oggetto di discussioni e dibattiti di ogni genere. Ciò che raramente è stato mostrato, invece, è proprio il punto di vista dei carnefici, la loro storia, i loro pensieri e, soprattutto, il loro percorso di rieducazione all’interno del carcere. Tale prospettiva trasversale ci è stata mostrata da Claudio Casazza nel suo documentario Un altro me, presentato in anteprima nazionale come film di apertura della 57° edizione del Festival dei Popoli – dove ha vinto il Premio del Pubblico – ma anche al Trieste Film Festival e, in anteprima romana, durante la IV edizione de Il mese del Documentario.
Tante storie, un unico filo conduttore. Il documentario di Casazza si presenta fin da subito come un prodotto corale, che non ha alcuna intenzione di proclamare una tesi finale, ma che desidera semplicemente mostrarci una realtà sconosciuta ai più. Siamo nel carcere di Bollate. Qui un team di psicologi ha intrapreso un lungo percorso al fine di dare ai detenuti accusati di violenza su donne o minori la possibilità di comprendere l’empietà dei loro gesti. Si tratta di uno dei primi esperimenti del genere, in Italia. Ed ecco che le storie di Sergio, Giuseppe, Valentino, Enrique, Carlo, così come di molti altri detenuti iniziano a scorrere sullo schermo una dopo l’altra, simili eppure spesso molto diverse tra loro.
A questo punto il ruolo del regista si fa chiaro: quale osservatore silente, la macchina da presa viene posta quasi in una posizione esterna rispetto ai protagonisti della pellicola ed agli psicologi. Empatica e distaccata allo stesso tempo. Ciò che ci viene mostrato è la realtà così com’è, senza edulcorazione alcuna e senza alcun giudizio in merito. Interessante, a tal proposito, il copioso uso del fuori fuoco per quanto riguarda i momenti in cui i detenuti appaiono sullo schermo: necessità di privacy, quello sì, ma anche pertinenza con ciò che viene raccontato, in quanto, di fatto, sono gli stessi detenuti a rivelarsi personalità con innumerevoli sfaccettature, al punto di non riuscire a farsi conoscere fino in fondo. Le uniche cose che vengono messe a fuoco sono singoli dettagli dei loro volti, ma anche oggetti appartenenti alla loro quotidianità o i loro stessi autoritratti. Elementi, questi, che se da un lato ci mostrano qualcosa di piuttosto intimo, dall’altro fanno sì che tali figure restino, a loro modo, quasi del tutto sconosciute.
Non mancano, inoltre, momenti in cui l’estetica ha la meglio su tutto: estremamente curate, geometriche, rigorosamente a camera fissa, le immagini rappresentanti gli esterni del carcere stanno a suggerirci un rigore, una tranquillità esterni che mal celano un certo tumulto interno. Perfettamente in linea, d’altronde, con gli stati d’animo dei carcerati stessi, se vogliamo, e, soprattutto, segno di una forte maturità dell’occhio del regista, il quale, non dimentichiamolo, ha anche importanti esperienze nell’ambito della critica cinematografica stessa.
Non un semplice film ambientato in un carcere, dunque. Un altro me si è rivelato un’accurata fotografia di uno dei più complessi spaccati della nostra società. Un prodotto ben realizzato formalmente, semplice e complicato allo stesso tempo, che di certo non passerà inosservato.

Marina Pavido