Twin Peaks

0
10.0 Awesome
  • voto 10

È accaduto a Twin Peaks

È accaduto a Twin Peaks“: questo era il refrain con cui cominciava il riassunto delle puntate precedenti della prima serie. Tutto è accaduto a Twin Peaks ormai 27 anni fa. Correva l’anno 1990 quando la rete americana ABC trasmetteva la serie rivoluzionaria, andata in onda per due stagioni, dall’8 aprile al 10 giugno del 1991. In Italia arrivò su Canale 5 il 9 gennaio 1991 per finire il giorno dopo della chiusura negli USA, l’11 giugno 1991. Concepita dal sodalizio David Lynch-Mark Frost – se il primo non ha bisogno di presentazioni, il secondo è un autore televisivo ‘tradizionale’ – Twin Peaks divenne ben presto un cult e un fenomeno di costume. Non c’era bar, tavolata di amici, autobus, treno dove non si discutesse su chi avesse ucciso Laura Palmer. Era un anno di visioni innovative e di rivoluzioni massmediologiche nel piccolo schermo. I mostri dell’America profonda, proposti da Twin Peaks si alternavano sui televisori a quelle immagini della guerra bella, quelle lucine nel cielo sopra Bagdad della Guerra nel Golfo. Se queste immagini si sono poi rivelate come in realtà un prodromo di travagli bellici e geopolitici che ancora stiamo scontando, le immagini di Twin Peaks sono tornate, come promesso da Laura Palmer all’agente Cooper nella Loggia nera, nell’ultimo episodio della seconda stagione, dopo 25 anni. E Twin Peaks è tornata con una nuova stagione grazie all’emittente via cavo Showtime, con i due primi episodi che sono anche stati presentati al Festival di Cannes 2017 come evento speciale. L’attesa era tale che già sulla Croisette si vedevano tanti critici e giornalisti, aggirandosi con fare furtivo, scaricarsi via tablet i due nuovi episodi che sarebbero poi stati proiettati al festival solo pochi giorni dopo, e su grande schermo. Una nuova sigla ci riporta a quei luoghi che avevamo lasciato, ripresi da un’altra prospettiva, la cascata dall’alto divisa in due da uno sperone roccioso, i drappi rossi della Loggia nera che si sovrappongono ai disegni geometrici del pavimento. Stavolta gli autori sono solo Lynch e Frost, e non vengono assegnate puntate ad altri registi come nelle prime due stagioni. Lynch e Frost buttano sul tavolo tante nuove carte, che si aggiungono a quelle vecchie in una narrazione ancora una volta di estrema complessità, con lo spettatore chiamato a giocare un ruolo attivo nel fare i collegamenti. Ci sono situazioni che possono essere lasciate in letargo per poi essere riprese anche dopo parecchie puntate, come in un film di Lav Diaz. Una narrazione caleidoscopica e rizomatosa. Anche quando le tante sottotrame arrivano a coagularsi in due filoni paralleli, quelli dell’FBI e dello sceriffo di Twin Peaks entrambi attorno alla figura del maggiore Briggs, Lynch e Frost continuano a sventagliare nuovi personaggi e situazioni. E ironizzano anche con una battuta messa in bocca ad Albert Rosenfield, “E cosa succede nella seconda stagione?“, a commento ironico del racconto del caso contorto dell’investigatore di Buckhorn. Quello che in una serie ordinaria occuperebbe una stagione intera, in Twin Peaks è roba di pochi minuti.

È accaduto a Twin Peaks e Twin Peaks ritorna quindi dopo un intervallo di 26 anni. Ma in realtà potremmo dire di aver lasciato Twin Peaks solo 11 anni fa, in corrispondenza dell’ultimo film di David Lynch, Inland Empire, se si escludono alcuni corti e il documentario con le riprese del concerto dei Duran Duran, Duran Duran: Unstaged. Mai come quest’ultima serie di Twin Peaks dimostra quanto sia profondamente intrecciato al suo interno l’universo lynchano, che è un universo chiuso, quanto tutto rientri in un macrotesto del regista, quanto la sua opera sia organica, autoriflessiva e ripiegata su se stessa, quanto i suoi personaggi possano trasmigrare da un film all’altro come si trasferiscono o cambiano luogo o situazione all’interno di uno stesso film. Una delle vicende centrali della nuova serie di Twin Peaks – quella di Douglas “Dougie” Jones, doppelgänger di Dale Cooper, personaggio mediocre finché il vero agente si sostituisce a esso o si inserisce nel suo corpo rendendolo una sorta di Chance di Oltre il giardino che vaga rimbambito passando fortuitamente per persona in gamba che si riscatta – segue lo schema dei film successivi alla prima serie Strade perdute e Mulholland Drive. Un collegamento peraltro segnalato dalla presenza, nel ruolo della moglie di Dougie, di Naomi Watts, protagonista del secondo film. Quello dello scambio, dello sdoppiamento, della duplicazione di corpi e personaggi, di individui che si trovano inspiegabilmente nei panni, nei corpi o nelle funzioni di altri. La porta rossa della sua casa potrebbe essere un collegamento con la Loggia Nera, ma non c’è una spiegazione nemmeno di natura sovrannaturale all’esistenza di una copia dell’agente Cooper come Dougie Jones. Rientriamo, secondo le categorie del fantastico di Cvetan Todorov in quella del meraviglioso puro, ma in Twin Peaks come in generale nel cinema di Lynch, le parti che rimangono oscure sono tante. Mentre il terzo Cooper, quello malvagio, è invece spiegabile in quanto posseduto da Bob. Tutti abbiamo un sosia al mondo si dice e sicuramente è facile nel vasto territorio degli USA. Ma Dougie e Cooper combaciano, pur con capigliatura, peso corporeo e modo di vestire diversi, avendo le stesse impronte digitali. Che nemmeno in due gemelli omozigoti possono coincidere. Curioso che nell’universo di Twin Peaks, le indagini investigative dell’FBI si basino ancora sul rilevamento alla Sherlock Holmes delle impronte digitali, pur modernizzato con il sistema di identificazione informatica. Non doveva essere un metodo ormai obsoleto a fronte della prova del DNA? Ma forse nell’universo contaminato, colmo di creature mutanti, di mostri e di chimere, di Twin Peaks non ci si può fidare nemmeno del codice genetico. Anche il povero William Hastings è incastrato di un delitto, che sembra impossibile abbia commesso, dalle impronte digitali. Ci sarà un altro doppelgänger in giro. E ancora tornano i personaggi di Lynch, del macrouniverso lynchano che si innestano nel sottoinsieme Twin Peaks. Si rivela finalmente il volto di Diane, il tormentone delle prime due stagioni, la misteriosa donna cui l’agente Cooper si rivolge nei suoi diari che registrava su nastro. Ed è, qui come un personaggio divertente e sboccato, un volto feticcio per il cinema di David Lynch, quello di Laura Dern che ha girato ben tre film con il regista, Velluto blu, Cuore selvaggio e Inland Empire. Diane verso la fine della serie, quando ormai i misteri si stanno dipanando, rivela di essere una vecchia amica di Janey-E Jones (Naomi Watts), la moglie di Dougie. Una situazione peraltro di palese incongruenza, non risolta. Conoscendola, avrebbe dovuto anche conoscere Dougie e quindi accorgersi della sua somiglianza con Dale Cooper. Una delle due identità del personaggio che Naomi Watts interpreta in Mulholland Drive, la donna morta, si chiama peraltro proprio Diane! Le scatole cinesi lynchane non finiscono mai. Diane conosce la collega Diane di un altro film di Lynch? Oppure, ancora in chiave di battuta metalinguistica, come la danza di Audrey su cui torneremo, la conosce perché altra attrice del regista? I giochi di doppi arrivano all’ennesima potenza nell’ultima puntata. Torna Laura Palmer, si torna alla scena primaria del ritrovamento del suo corpo avvolto nel cellophane. Ora però si può cercare di salvarla, rimuovendo così il cardine stesso su cui si fonda Twin Peaks, sostituendolo con una diversa concatenazione temporale tra le infinite possibili. Lo può fare Lynch regista intervenendo sul suo stesso cinema, con le nuove tecnologie digitali, cancellando quel fagotto sulla spiaggia. E può cercare di farlo, dentro il film, l’agente Cooper che di Lynch è il doppelgänger, portandola via per mano nei boschi prima del delitto, voltandosi una volta di troppo, novello Orfeo, facendo svanire la sua Euridice, che cercava di far fuggire dal mondo dei morti. Negli infiniti diverticoli temporali, negli infiniti corridoi rossi che si possono percorrere da uno qualsiasi degli spiragli dei drappi della Loggia nera, nelle infinite strade perdute che Lynch e Frost percorrono, non c’è un punto d’arrivo, non c’è una soluzione come vorrebbe la narrativa popolare. E alla fine si torna sempre all’infinita moltiplicazione di ulteriori doppelgänger, all’infinita variabilità di storie. Alla fine Cooper e Diane si chiamano Richard e Linda, come preannunciato dal gigante all’inizio della prima puntata. Ora Cooper approda in un’altra piccola cittadina anonima dell’America profonda, dal nome Odessa. Ora Cooper, come Humbert Humbert alla fine di Lolita (torneremo sui rimandi kubrickiani) bussa a una porta e trova una Laura Palmer invecchiata male e sfatta, che si chiama Carrie Page, e stavolta è lei che ha ucciso un uomo. Il cinema di Lynch è un viaggio in America, scandagliata in lungo e in largo attraverso le sue strade perdute, le infinite diramazioni dell’esistenza, gli infiniti universi paralleli. Un viaggio dove persone, situazioni, non luoghi si ripetono all’infinito. Infinite sono le Laura Palmer, le reginette di bellezza del liceo, in quanti film le abbiamo viste? Infiniti i motel, i diner, le roadhouse. Infiniti i bulli dal cappello da cowboy, dalla pistola pronta, che importunano le ragazze ma vengono sgominati dall’eroe di turno. In quanti film li abbiamo visti?

È accaduto a Twin Peaks 26/27 anni fa. Nel tornare sul luogo del delitto, Lynch e Frost ripropongono anche molti dei vecchi personaggi, cui se ne aggiungono molti nuovi. Per buona parte sono personaggi sereni, pacificati, quelli della vecchia generazione. A partire da Bobby, la testa calda che finiva subito dietro le sbarre della prigione dello sceriffo già nella prima puntata della prima stagione, e che ora è diventato un poliziotto ligio a servire la sua comunità. Anche il centauro poeta James, che percorreva solitario le infinite strade perdute con la sua Harley-Davidson, si è ormai acquietato, dopo un incidente non può più usare la moto. Benjamin Horne non sembra più dedito ai suoi loschi piani e la figlia Audrey è sposata con un marito decisamente dimesso. Norma continua a fare le torte di ciliegie più buone della contea e finalmente potrà coronare il suo antico sogno d’amore con Ed. Tutti si ritrovano alla roadhouse la sera, e noi con loro, a chiacchierare, parlare e discutere della giornata trascorsa. Ma il male si perpetua e rigenera in altre forme. Nelle nuove generazioni soprattutto, spesso di sbandati e scapestrati come il figlio di Audrey. E il male si propaga da Twin Peaks generando altri bubboni, altri focolai nel territorio americano. Se le prime due stagioni rispettavano sostanzialmente l’unità di luogo, ora Twin Peaks è il mondo, Twin Peaks si sposta, tra New York, Las Vegas, Buckhorn e altre località. Ogni ritorno a Twin Peaks può avvenire o nei boschi e nelle colline avvolti da una bruma sinistra, o nel tranquilizzante verde degli abeti di Douglas tanto amati dall’agente Cooper. Il primo cadavere scoperto, in questa nuova stagione, è molto diverso da quello impacchettato di Laura Palmer. È stato ritrovato su un letto ed è composto da un corpulento corpo maschile decapitato cui è stata giustapposta una testa di donna: una chimera. Ricreato con effetti digitali, questo orrendo spettacolo, appare palesemente finto, disegnato, come un quadro. Un’immagine che si avvicina ai quadri di David Lynch, come quelli della serie dei Distorted Nudes, fotomontaggi digitali di corpi nudi deformati. E dal suo immaginario malato e inquietante sembra derivare anche il braccio della Loggia nera, una creatura grottesca costruita da un fuscello d’albero (forse un sicomoro come quelli che si vedono alla fine della seconda stagione, richiamati anche dalla Sycomore Street) sormontato da una palla con la faccia. Basterebbero queste visioni lynchane a rendere superflua ogni discussione sul ruolo di Twin Peaks nella storia della serialità televisiva, su come le prime stagioni abbiano rivelato le potenzialità del genere e su come quest’ultima si possa inserire. Ma per Lynch la serie televisiva è solo una delle tante estroflessioni della sua arte, al pari del cinema, della pittura, della fotografia o delle strisce a fumetti. L’arte di David Lynch è ben simboleggiata da due grandi fotografie che campeggiano su pareti opposte dell’ufficio nell’FBI di Gordon Cole, interpretato dallo stesso Lynch. Da una parte il ritratto di Kafka a ricordare quella carica deformante della realtà che il regista potrebbe ammirare nello scrittore praghese, e dall’altra la grande fotografia del fungo di una bomba atomica, tema che viene sviluppato nello straordinario episodio 8. In quella puntata, quasi interamente in bianco e nero, Lynch rievoca una data cruciale per il mondo contemporaneo, una data spartiacque che avrebbe generato un incubo con cui l’umanità si trova ancora a fare i conti, la fine definitiva dell’innocenza. Si tratta del 16 luglio 1945, la prima esplosione di una bomba atomica, condotta come test nel deserto del New Mexico nell’ambito del Progetto Manhattan. Significativo che il regista scelga questo episodio, e non le atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Si tratta sempre di un evento interno all’America, un abominio partorito dal suo stesso ventre. Per Lynch quell’esplosione rappresenta un nuovo Big Bang, una nuova genesi, un nuovo brodo primordiale, generatore di un cosmo di creature mutanti, perturbanti, mostruose, deformi. Come lo strano animale che sembra un incrocio tra una rana e un insetto alato. Ancora una chimera, un creatura estremamente sgraziata che si solleva in volo a fatica per il peso corporeo. Un animale che l’evoluzione naturale non avrebbe mai concepito, possibile solo in quell’universo lynchano cui appartengono dalla nonna di The Grandmother, al feto di Eraserhead, a Joseph Merrick di The Elephant Man. Evidente il concetto di scintilla vitale, di generazione che ci porta dritti a 2001: Odissea nello spazio, omaggiato espressamente in una scena che ricalca il trip allucinatorio di Dave Bowman oltre l’infinito. L’episodio 8 sembra una variante cupa e malata di The Tree of Life di Terrence Malick, altro cantore di nuove genesi, cosmiche, della vita, dell’uomo, dopo quella del film di Kubrick, con dei mostriciattoli inventati in luogo dei dinosauri filologicamente ricostruiti di Malick. E la stanza rococò di 2001 equivale alla Loggia nera, a quelle camere di decompressione nell’iperuranio, a quei limbi estranei al flusso spaziotemporale che tanto piacciono a Lynch. E poi che dire del gabbiotto misterioso dell’appartamento a New York con un foro-monocolo come quello di Hal 9000? Ci sarebbe poi la musica di Krzysztof Penderecki, di cui in Twin Peaks si usa il brano Threnody to the Victims of Hiroshima, e già impiegata in Inland Empire, che avvicina Lynch al grande cineasta che invece aveva attinto al musicista polacco per Shining. Ma in comune i due cineasti hanno soprattutto l’interesse per la numerologia, quanto mai presente anche in Twin Peaks, i numeri civici indicatori, i numeri di stanza d’hotel, le combinazioni di cassaforti, le coordinate tatuate su un braccio. Tornando all’episodio 8, non può mancare un’altra cabina sospesa, qui rappresentata da un elegante teatro antico, stuccato, dove sono presenti il gigante e quei personaggi da coro greco o burattinai come l’uomo misterioso di Strade perdute, che guardano su uno schermo la stessa scena della genesi nucleare, cui abbiamo appena assistito. Qui Lynch usa uno stratagemma metalinguistico – il dispositivo per cui i personaggi del film vedono lo stesso film di cui fanno parte – più volte impiegato in chiave comica da Mel Brooks che fu il suo produttore per The Elephant Man. E l’episodio 8 confluisce poi in una storia di teenager anni ’50, prodromo di quelle dei ragazzi di Twin Peaks.

È accaduto a Twin Peaks 26/27 anni fa, e in un tale lasso di tempo alcun dei nostri compagni di viaggio nella vita possono non esserci più. Twin Peaks rappresenta la vita, l’invecchiamento di molti personaggi e l’assenza di chi non c’è più. Quasi tutte le puntate sono dedicate a qualcuno che è scomparso, mentre la Signora del Ceppo si è congedata, in una scena straziante, con il suo pubblico, poco prima che venisse a mancare davvero l’attrice Catherine E. Coulson. Twin Peaks è un viaggio in America, come si è detto. E l’arte di David Lynch è sospesa tra strade perdute notturne, dove è facile deragliare, e quelle strade bucoliche di campagna in mezzo ai campi di Una storia vera. Se in Twin Peaks torna tutto l’orrore lynchano, che si annida nelle casette tranquille con giardino, rimane anche il rovescio della medaglia, che è l’esaltazione delle piccole cose, dei piccoli piaceri della vita quotidiana americana. Il caffè lungo, nero, bollente, le torte di ciliegie di Norma, i donut colorati, salutare il postino tutte le mattine augurandogli una bellissima giornata. “Sa quanto ci starebbe bene una bella sigaretta con questo caffè?“, dice Diane a una riunione dell’FBI. E poi alla fine della puntata ci ritroveremo come le star, al Bang Bang Bang Bar, direbbe Vasco Rossi. Quasi tutte le puntate finiscono con questo momento di relax, a bersi una birra tra amici, con musicisti che si esibiscono dal vivo. Lynch può riprendere anche i concerti come ha fatto con i Duran Duran. I momenti alla roadhouse possono rappresentare anche dei giochi metanarrativi, delle strizzatine d’occhio al pubblico. Così come nella prima puntata della prima serie, si esibiva Julee Cruise proprio nella canzone Falling, la sigla di Twin Peaks (e Julee Cruise torna anche in uno di questi momenti della nuova serie), qui abbiamo uno straordinario numero con Audrey Horne. Il personaggio che ricompare a serie inoltrata, che brillava nelle prime stagioni, tanto da avere innumerevoli fan solo per lei, viene invitata dal cantante in pista, a ballare la Audrey’s Dance, il motivetto che accompagnava ogni sua apparizione. Lei, dopo un’iniziale titubanza, ripropone quelle mossette ammiccanti che la caratterizzavano. Si può uscire dal film secondo David Lynch, si può uscire dalla finzione. Si può entrare nella realtà con un sogno, come nella bellissima scena del sogno di Gordon Cole in cui incontra la vera Monica Bellucci.

Giampiero Raganelli