Tuo, Simon

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Un segreto per due

Un’idea niente male, almeno sulla carta, quella di rivisitare il teen movie, genere peraltro in continuo declino – salvo isolati exploit – sin dagli irripetibili anni ottanta, rileggendolo in una chiave gay. Tutto giusto, tutto condivisibile. Il problema principale di questo Tuo, Simon (Love, Simon nella titolazione originale) risiede allora nel manico, che risente della provenienza strettamente televisiva di tutte le menti creative coinvolte nel progetto. A partire dal regista Greg Berlanti, produttore di serie per il piccolo schermo anche gradevoli come The Flash o Arrow, passando dalla coppia di sceneggiatori Elizabeth Berger e Isaac Aptaker, non troppo abili riciclatori per la tv di film usciti sul grande schermo tipo About a Boy; per concludere con il giovane protagonista Nick Robinson, artefice di una discreta performance nei panni dell’amletico Simon, anch’esso rivelatosi nel serial Boardwalk Empire.
Sin dalle prime battute si percepisce l’esilità della trama, in pratica un semplice spunto di partenza. Simon, l’adolescente protagonista, vive un’esistenza perfetta: splendida famiglia con genitori ultra-comprensivi e sorellina aspirante chef di talento; ottimo rendimento scolastico, con felice inserimento in un gruppo di amicizie affiatato e propenso al divertimento intelligente. Il grosso punto interrogativo è costituito, come anticipato, dalla propria omosessualità nascosta, vissuta da Simon al pari di una Spada di Damocle che, se rilasciata, potrebbe fargli perdere quell’esistenza idilliaca a lui assegnata d’ufficio. Fino a quando non si imbatte casualmente, nel variegato universo del web, nel post di una persona nelle sue stesse condizioni. L’unico motore narrativo, a questo punto, per far procedere in qualche modo l’interesse dello spettatore nei confronti del film, è quello della ricerca di Simon nell’identificazione del soggetto – il quale ovviamente si cela dietro un nickname – che potrebbe diventare la propria anima gemella. Solo che tutti suoi sospetti vengono regolarmente smentiti dai fatti. Tutto qua? Tutto qua. Davvero poco per diventare un’opera manifesto da esibire con orgoglio al fine di agevolare l’outing tra i giovani senza più sofferenza. Anche perché il grado di compenetrazione nel travaglio interiore di Simon, stimolato dal film, è realmente molto relativo.
Gli ingredienti atti a ricordare il periodo d’oro del genere ci sono tutti. C’è l’ambientazione suburbana molto alto-borghese che fa tanto Una pazza giornata di vacanza (1986) senza però approfondire – e criticare – per nulla il contesto; c’è ovviamente la scuola come crogiolo di prime esperienze, secondo gli insegnamenti di John Hughes. Eppure ogni elemento appare così stereotipato da non consentire alcuna digressione di altro tipo verso nuovi orizzonti cinematografici in grado di rinverdire il genere. La confezione formale è inappuntabile, il ritmo – al netto delle varie pretestuosità del plot – sarebbe anche discreto, ma quasi si attendono i classici applausi pre-registrati a fare da punteggiatura sonora ad una sit-com con (pochissimi) accenti drammatici quale si rivela, a dispetto dell’abito mainstream indossato, questo Tuo, Simon. E il finale in cavalleria condito di abbondanti dosi di dolcificante più o meno artificiale, di certo non accorre in supporto ad un filmetto per nulla all’altezza delle proprie ambizioni. La speranza che Tuo, Simon possa davvero incoraggiare i giovani ambosessi a vivere con maggiore serenità il loro orientamento sessuale, si smorza in un lungometraggio assai più simile – e meno riuscito – di un episodio della serie di culto Dawson Creek’s tirato per le lunghe. Serie della quale, il quarantaseienne Greg Berlanti è stato, in gioventù, consulente produttivo. Corsi e ricorsi storici per una sorta di cerchio che si chiude. Stavolta però ben lontano dall’agognata perfezione.

Daniele De Angelis