To Live and Die in Ordos

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6.0 Awesome
  • voto 6

Il risolutore

Indipendentemente dal risultato ottenuto, che il Noir in Festival ci ha dato l’occasione di recuperare nel corso del programma delle giornate milanesi della 28esima edizione, un film come To Live and Die in Ordos porta con sé due grandissimi motivi d’interesse che ne impreziosiscono il DNA ed entrambi legati al passato di colei che lo ha realizzato. Prodotta cinque anni fa e transitata per la prima volta sugli schermi nostrani nel 2014 in quel del Far East Film Festival di Udine, la pellicola è ad oggi il solo e unico poliziesco firmato da una regista nella storia della cinematografia cinese. Il suo nome è Ning Ying, considerata dagli addetti ai lavori tra i fondatori della cosiddetta “Sesta Generazione”, la cui formazione artistica ha fatto tappa anche al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, laddove ha conosciuto il compianto Bernardo Bertolucci che l’ha poi chiamata a lavorare come aiuto-regista ne L’ultimo imperatore. Due cose, a nostro avviso, delle quali la cineasta può andare particolarmente fiera e che un giorno potrà raccontare ai suoi nipoti.
Background a parte, To Live and Die in Ordos è a tutti gli effetti un biopic che ha portato sul grande schermo la vita di Hao Wanzhong, un agente della polizia molto scrupoloso e da tanti consideravano un eroe con la “e” maiuscola, la cui morte prematura nel 2011 all’età di quarantuno anni per un infarto mentre si allenava causò un’ondata di commozione nella fiorente città di Ordos nell’entroterra della Mongolia, laddove era stato spedito per riportare ordine nel caos. Grazie alla sua dedizione maniacale, al limite dell’ossessione, da semplice agente diventa rapidamente il capo di un distretto di polizia. Sullo sfondo c’è una società che sta cambiando, tra imponenti paesaggi invernali, nuove città rigogliose e vecchie aree industriali. I contadini sono attratti dal richiamo delle metropoli, i migranti lavorano alla costruzione di centri nei quali non abiteranno mai. Le relazioni tra uomini e donne, tra ricchi e poveri mutano e le tensioni sociali lentamente salgono in superficie.
Come tutte le trasposizioni delle storie vere e biografiche, anche per quella narrata in To Live and Die in Ordos si è resa necessaria ai fini delle esigenze cinematografiche una riscrittura romanzata di alcuni eventi, seppur cercando di rimanere più vicini possibile agli highlights principali dell’esistenza del protagonista e al disegno del suo profilo caratteriale. Ma l’ostacolo più grande da oltrepassare per Ning Ying non è stato tanto riassumere sulla timeline in maniera più o meno fedele il percorso compiuto dall’uomo e dal poliziotto sino alla drammatica dipartita, palleggiando dal privato al pubblico che lo ha visto instancabile lavoratore da una parte e marito e padre assente dall’altra, piuttosto riuscire a portare a termine l’operazione dovendo fronteggiare i limiti e gli ostacoli imposti dalla censura cinese che si sa essere piuttosto pesante quando si tratta di andare a togliere la polvere sotto il tappeto e puntare il dito contro questa o quella malefatta. E dal corpo a corpo con il censore la pellicola è sopravvissuta e lo dimostra il fatto che è venuta al mondo. Cosa non da poco e degna di nota, ma a giudicare da quello che abbiamo potuto vedere e ascoltare dallo scontro ne è uscita depotenzializzata.
To Live and Die in Ordos è stata spogliata della sua componente investigativa e di denuncia sociale, quella che la storia di Hao aveva insita nella trama biografica. Ciò che resta è solo una superficie che lascia intravedere implicazioni, loschi affari, corruzione, morti ammazzati, casi risolti e irrisolti con i quali di volta in volta il protagonista si deve confrontare. Una nomenclatura, questa, che però non determina la composizione di una marcia scena del delitto politico-sociale, ma restituisce una carrellata di crimini ai quali dare un volto come si fa normalmente in un episodio di una serie poliziesca. Ciò che resta è un ritratto che mostra le due facce della stessa medaglia, quella di un uomo che deve cercare in tutti i modi di preservare l’integrità morale in un contesto che la mette costantemente in discussione. Questo fa del film della cineasta cinese la classica parabola dell’eroe e dell’essere umano in caduta libera, che con buone azioni e sacrifici, ma anche dovendo sporcarsi le mani, prova ad aggrapparsi a ciò che resta della giustizia. Per disegnare le traiettorie narrative e drammaturgiche di questa parabola, l’autrice passa per un mix calibrato di generi e toni, qualche momento di forte tensione, una serie di cambi di ritmo, un racconto non lineare che fa della frammentazione a mosaico il modus operandi, per una regia stilisticamente basica ma con qualche guizzo visivo da ricordare (vedi la soggettiva del ventilatore o il piano sequenza con la macchina da presa che scorre sui monitor che mostrano le irruzioni della polizia nelle abitazioni dei sospetti) e per una convincente performance di Wang Jingchun nei panni del protagonista, bravo a restituirne sullo schermo le conflittualità interiori e le diverse sfumature.

Francesco Del Grosso