Thunder Road

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Il papà migliore di sempre

Al termine della visione di Thunder Road viene immediatamente da chiedersi dove si fosse andato a nascondere tutto questo tempo e così bene colui che lo ha firmato, ossia Jim Cummings. Le sue prove dietro la macchina da prese sulla breve e media distanza erano già sembrate delle chiare avvisaglie del suo indubbio talento, tanto nella scrittura quanto nella regia. Non a caso nel 2012 era stato inserito dalla rivista Filmmaker tra i 25 nuovi volti del cinema indipendente da tenere sott’occhio. A tal proposito ci tornano alla mente le parola di Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». Ebbene, i tre e anche più indizi (se teniamo in considerazione anche le sue esperienze nella serialità per il piccolo schermo come Still Life e The Minutes Collections) ci sono e la prova della sua bravura ce la fornisce in maniera cristallina la pellicola in questione, approdata in anteprima italiana nel concorso della 23esima edizione del Milano Film Festival dopo un fortunato percorso nel circuito festivaliero internazionale (Gran Premio della Giuria al SXSW 2018). Il fatto che ci sia voluto più tempo del dovuto per vedere sul grande schermo un suo esordio nel lungometraggio è il risultato della solita annosa questione dell’incapacità da parte di chi i film li produce di riuscire a guardare oltre il proprio naso. Riprova – semmai ce ne fosse stato bisogno – che l’assenza di meritocrazia e di lungimiranza, anche laddove si predica il tanto celebrato “american dream”, non è una diceria, con la cecità dei produttori locali che non è poi tanto diversa da quella che impedisce agli addetti ai lavori delle diverse latitudini di vedere dove si annidano i veri talenti così da aiutarli a germogliare.
Per fortuna, gira e rigira, dopo una serie di tentativi non andati a buon fine e altrettante porte sbattute in faccia, il cineasta statunitense è riuscito a portare a termine l’impresa, ma per farlo c’è voluta una campagna di crowdfunding che gli ha permesso di chiudere il budget, quello stretto necessario per trasferire dalla carta al grande schermo la storia al centro del pregevolissimo Thunder Road. Siamo nel Texas dei giorni nostri. Jim Arnaud è un giovane agente di polizia che si trova a dover affrontare un periodo particolarmente difficile della propria vita. La scomparsa della madre e l’imminente divorzio dalla moglie lo stanno portando rapidamente sull’orlo di un esaurimento nervoso che rischia di mettere seriamente a repentaglio la sua carriera e il rapporto con la figlioletta, a cui è molto legato.
Per la sua opera prima, Cummings ha ripreso in mano l’omonimo cortometraggio vincitore nel 2016 del Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival. Lo short si apriva e chiudeva, consumandosi in quei straordinari tredici minuti circa che ora sono diventati l’incipit del lungometraggio. Da lì il regista statunitense riparte e lo fa con il piede piantato sull’acceleratore, diluendo e aggiungendo materiale narrativo e drammaturgico di grande qualità a quello preesistente. A differenza di moltissime operazioni analoghe, però, qui il rimettere mano a un cortometraggio non è mai sembrato, nemmeno lontanamente, una forzatura dettata da una pigrizia di dare vita ad altro. Dalla divertentissima e folgorante scena del funerale, che rappresentava l’intero corpus della matrice breve, decolla un film orgogliosamente indipendente, che regala alla causa, alla categoria e al pubblico di turno, l’ennesimo formidabile tassello.
Thunder Road parla dell’incapacità di elaborare le perdite, di incomunicabilità, del bisogno di dare e ricevere affetto, di relazioni sentimentali e di legami biologici. Per farlo, l’autore punta tutto sulla trasmissione degli stati d’animo dei personaggi, in primis del protagonista, e delle loro evoluzioni nell’arco narrativo. Ne viene fuori un ventaglio che si apre sullo schermo per poi arrivare diretto allo spettatore con grande onestà e semplicità. E il tutto passa attraverso un modus operandi in cui si assiste ad un efficacissimo dosaggio di commedia e dramma, che mette nelle condizioni il film di toccare a fasi alterni le corde del cuore e di dispensare sorrisi con quel pizzico di humour nero e politicamente scorretto che non guasta mai e non eccede. In molte scene si assiste anche alla fusione dei toni, con il dramma che si riversa nella commedia e viceversa in un battito di ciglia. La forza dell’opera sta proprio in questo sapere mescolare i colori nella tavolozza, nel fare in modo che la scrittura e la sua messa in quadro raggiungano con diverse intensità e modalità il fruitore. E per centrare il bersaglio, Cummings lavora benissimo, oltre che in fase di scrittura, anche dietro e davanti la macchina da presa. Dietro puntando all’essenzialità di una regia che predilige i long take e la centralità dei personaggi. Davanti dando esso stesso voce e corpo alla figura caratterialmente camaleontica di Jim Arnaud, un uomo, un padre, un rappresentante delle forse dell’ordine, un figlio a sua volta e un ex-marito, pieno di fragilità e incapace di controllare le emozioni, qualsiasi esse siano. Un personaggio che se affidato a qualche sprovveduto sarebbe potuto tranquillamente diventare una macchietta, ma che Cummings, conoscendolo più di ogni altra persona al mondo, lo ha arricchito e fatto crescere in maniera esponenziale. Thunder Road, in tal senso, è una pietra preziosa grezza da preservare che, oltre al talento come sceneggiatore e regista ci ha rivelato, anche quello di un attore del quale sino a questo momento non se ne erano viste tracce. Guardare per credere!

Francesco Del Grosso