The Silent Man

0
7.0 Awesome
  • voto 7

Tra le pieghe del Potere

Nel realizzare un film da un fatto di cronaca capace di segnare un’epoca, si può ipotizzare un bivio riguardante l’approccio da adottare nel trasporre su grande schermo una materia così delicata. Da una parte si potrebbe scegliere un vero e proprio “trattamento” cinematografico con annesse licenze poetiche, facendo pendere l’ago della bilancia magari verso un genere già codificato come il thriller o persino il melodramma. Dall’altra si potrebbe invece imboccare l’irto sentiero della ricostruzione filologica dei fatti, ovviamente richiedente un certosino lavoro di documentazione. A tal proposito sussistevano pochi dubbi che The Silent Man di Peter Landesman, almeno per coloro che hanno già visto i precedenti due film del regista, avrebbe preso con decisione quest’ultima direzione.
Come e più di Parkland (2013), opera sull’assassinio di John Fitzgerald Kennedy a Dallas osservato da una prospettiva decentrata, e Zona d’ombra (2015), in cui un medico sportivo interpretato da Will Smith scopriva un’agghiacciante verità in merito a trattamenti ai quali venivano sottoposti giocatori di football professionistico, The Silent Man trova la sua ragion d’essere in una ricostruzione storica – sulla figura dell’uomo che rese possibile l’emersione della scandalo denominato Watergate, che portò alle dimissioni dell’allora (1974) presidente U.S.A. Richard Nixon – tanto affascinante nei propri contorni poiché specchio reale di una democrazia sempre in precario equilibrio, ora come allora, in ogni parte del globo sussista tale (presunta?) condizione politica. Nel raccontare la vicenda umana di Mark Felt – uomo di pluridecennale esperienza nell’ambito della Federal Bureau of Investigation, nonché a lungo vice dello storico plenipotenziario Edgar J. Hoover – Landesman, come d’abitudine anche sceneggiatore, sceglie un ritmo pacato e descrittivo, efficacemente improntato al resoconto dei fatti con sporadici momenti di azione. Risulta in tal modo di assoluta chiarezza il messaggio propugnato da The Silent Man: il “gioco” del Potere vive di regole fragili e assolutamente da rispettare tra differenti istituzioni, pena lo scivolamento progressivo verso l’abuso e la possibile dittatura del potente, accolita compresa, di turno. Mark Felt – interpretato da un ottimo, calibratissimo, Liam Neeson finalmente non in versione sparatutto – risulta così essere il classico argine solitario nei confronti di una deriva all’apparenza inarrestabile. Il peso di una scelta sulle spalle di un uomo, il cui confine tra tradimento del proprio paese e mantenimento di un elementare concetto di etica non è mai stato così labile, soprattutto a dare ascolto alla retorica propagandistica del Potere al tempo in carica. Il resto è Storia: le soffiate al Washington Post, l’inchiesta dei giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein, il crollo del castello di menzogne che coinvolse, dal basso verso l’alto, tutto lo stato maggiore del Partito Repubblicano sino alla Casa Bianca. Un’esigenza di verità che prevede purtroppo sempre un alto prezzo da pagare.
Nonostante l’efficace opera di drammatizzazione degli eventi, The Silent Man si espone, in alcuni frangenti, al rischio della prolissità di un cinema ormai desueto come ritmi. Poca azione e molta descrizione Fare luce sugli infiniti meandri della politica, comprese machiavelliche mosse e contromosse, potrebbe procurare nello spettatore medio e non solo una comprensibile crisi di rigetto. Fatta salva questa riserva non di poco conto, definiremmo The Silent Man un lungometraggio a proprio modo coraggioso, appartenente a quella ristretta categoria di opere politiche, nel senso più ampio del termine, che guardano al passato per mettere, ancora una volta, un grande punto interrogativo sul presente. Del resto la manipolazione dell’opinione pubblica, anche e soprattutto per mezzo delle nuove tecnologie, è oggi divenuta più a rischio che mai. Per questo e altri motivi The Silent Man ha l’indubitabile merito di gettare il sasso nello stagno e non nascondere la mano. Perché alla fine il peso della responsabilità appartiene, davvero, a tutti.

Daniele De Angelis