The Ring 3

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5.0 Awesome
  • voto 5

Quel che resta di Samara

Quando un numeroso franchise horror giapponese di grande successo viene rifatto dagli americani, culminando nel terzo capitolo affidato alla regia di uno spagnolo, parrebbe il possibile incipit di una barzelletta non troppo spiritosa. Ma tant’è. Originale nel processo di adattamento il primo film diretto da Gore Verbinski nel 2002. Piatto con qualche guizzo il sequel diretto nel 2005 da quell’Hideo Nakata – triste pena del contrappasso – regista dell’originale nipponico. Completamente avulso dai primi due, perlomeno riguardo i personaggi, questo chapter three, che vede promosso in cabina di regia il semi-esordiente iberico F. Javier Gutiérrez. Un’operazione cinematografica, insomma, palesemente al ribasso, nella quale l’appassionato della saga poteva sperare di trovare solo qualche idea nuova da sviluppare. Al contrario, il risultato finale di The Ring 3 risulta una sorta di summa delle potenzialità inespresse del materiale a disposizione, visibilmente appiattito sui bassi standard del genere horror contemporaneo, oggigiorno soprattutto pensato al fine di compiacere un pubblico adolescenziale.
Al centro di tutto, ovviamente, a fungere da connessione narrativa con tutto il resto, l’anima inquieta di nome Samara, spirito in perenne sete di vendetta che manifesta la sua presenza da qualunque tipo di schermo – anche di pc, perché la tecnologia avanza – sette giorni dopo che lo sventurato/a di turno ha visto il famigerato video. La catena pare interrompersi quando Julia (la brava Matilda Lutz de L’estate addosso di Gabriele Muccino) appare come una sorta di predestinata a spezzare la maledizione e la conseguente catena di morti. Tutto nella norma, se non fosse che la regia di Gutiérrez, avendo di suo poche alternative formali a disposizione, cerca di cavalcare generi differenti allo scopo di far procedere il lungometraggio suscitando un qualche tipo di interesse nella platea. Dopo un curioso prologo in aereo che ammicca al catastrofico tanto caro al regista – la sua opera prima, Tres dias (2008) narrava di un meteorite destinato alla collisione con la Terra – si vira subito sui territori del melodramma (sebbene ancorato al genere in questione), citando letteralmente il Mito di Orfeo e Euridice a parti invertite, con Julia a tentare di salvare il suo ragazzo dall’infausto epilogo di prammatica dopo la canonica settimana. Comincia quindi una specie di detective story che vede i due ragazzi recarsi sul luogo di origine di una giovane donna scomparsa e scoprire la verità sull’atroce storia sepolta, in tutti i sensi possibili, da chi aveva interesse a farlo.
Senza guastare la sorpresa – si fa per dire – diciamo solo che fa capolino una certa vena anti-clericale e che l’evoluzione della trama è facilmente intuibile per il banale motivo di essere già stata vista almeno un migliaio di volte circa. Peccato, perché qualche buona intuizione The Ring 3 (Rings al plurale nella versione originale: titolo calzante) ce l’avrebbe pure. Riflessioni sulla differenza tra il vedere distrattamente, tipico della gioventù odierna, e il guardare con attenzione non paiono affatto scontate, così come l’idea che il famigerato video si modelli di volta in volta secondo le paure e le sensibilità dei tapini che ne affrontano la visione. Tutte istanze sacrificate sull’altare di un prodotto commerciale come tanti altri, di confezione certamente accettabile arricchita da citazioni a iosa (di passaggio pure Profondo rosso!) per titillare i fans ma con la vera paura a latitare ormai inevitabilmente.
Dando per scontato che nessun nome di grido in regia accetterebbe di nuovo il confronto con una Samara ormai metaforicamente usurata, a maggior ragione ora che ne sono stati svelati i segreti più reconditi, non resta che confidare nella speranza che Ring 3 sia davvero l’ultimo capitolo riguardante le “gesta” della ragazza dai lunghi capelli e le movenze a scatto. Oltre sembra proprio impossibile andare…

Daniele De Angelis