The Pills – Sempre meglio che lavorare

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Lavorare meno, lavorare… gli altri

Pietro Valsecchi espone in vetrina The Pills. Il produttore di Checco Zalone, ancora gongolante per gli stratosferici incassi di Quo vado, prova ora a lanciare questo singolare terzetto di comici infine approdati sul grande schermo, dopo aver spopolato nei canali web. Ed è forse da qui che si devono muovere i nostri ragionamenti. Anzi, per essere più precisi, da alcune osservazioni che Valsecchi ha fatto durante la conferenza stampa di The Pills – Sempre meglio che lavorare, che è valsa sia a lanciare un prodotto cinematografico a suo modo originale, sia a definire i parametri di una possibile evoluzione, in campo cinematografico; una cartolina dal futuro, all’interno della quale si scorgono eventualità positive e altre decisamente preoccupanti, più o meno in egual misura. Da un lato è auspicabile che il mentore di Zalone voglia sfruttare i proventi del lavoro già svolto per offrire una chance a qualche giovane talento. Ma se, oltre a dirsi soddisfatto di questo primo lungometraggio realizzato da The Pills, il buon Valsecchi si dichiara già pronto a sostenere produttivamente lavori analoghi, che abbiano come protagonisti Frank Matano e altri fenomeni della rete da lui prontamente elencati, la domanda sorge spontanea: non c’è il rischio che accanto a quelli bravi trabocchino sul grande schermo personaggi col fiato corto, non ancora in grado di applicare a un minutaggio diverso le proprie doti, piccole o grandi che siano? Secondo noi il pericolo c’è. Con un corollario altrettanto inquietante: la possibile invasione delle sale, da parte di film il cui respiro cinematografico appaia sempre più svaporato. Finora, però, i segnali sono stati abbastanza contraddittori. Da una parte abbiamo accompagnato con un ghigno il flop dell’orripilante Game Therapy, viaggio nella realtà virtuale dei vari Favij, Clapis, Decarli e Zoda, youtuber di successo presso i giovanissimi ma per il resto assolutamente impresentabili. Mentre la comicità intelligente, corrosiva e spiazzante di Maccio Capatonda aveva trovato, al contrario, degna celebrazione in Italiano medio. Ecco, per fortuna è all’esito felice cui questo secondo esempio è andato incontro che The Pills – Sempre meglio che lavorare, fatte le debite proporzioni, può essere ricondotto…

Qualcuno dei lettori/spettatori probabilmente conoscerà già i brevi filmati con cui The Pills, ossia Matteo Corradini, Luigi Di Capua e Luca Vecchi (il quale figura anche come regista del lungometraggio), sono partiti alla conquista del web. Un gusto ben indirizzato per la parodia, una certa surrealtà di fondo, una romanità sardonica e di periferia ben presente nel linguaggio, un malizioso scalfire i confini del “politically correct”, uno humour che occhieggia insomma ai Monty Python e ad altri modelli anglosassoni, sono tra gli ingredienti che lo scanzonato trio capitolino ha saputo felicemente trasporre dalle pillole rintracciabili su Youtube alla più complessa partitura del loro primo lungometraggio.
Ma c’è dell’altro…
Con l’aggiunta dei gustosi siparietti posti a incorniciare la vicenda, che vedono interagire tra loro attori bambini scelti per impersonare i tre nella loro fase pre-adolescenziale, si spiana la strada tanto a un azzeccato “effetto nostalgia” che al delinearsi del conseguente ritratto generazionale, con lo stralunato terzetto che in età adulta tenta di tener fede alla promessa infantile di portare avanti insieme qualsiasi disegno di vita, tranne che lavorare.
Semplici “bamboccioni” (termine coniato da politici ladri che il sottoscritto, personalmente, detesta)? Disoccupati cronici sarcasticamente rassegnati al proprio destino? Versione 2.0 dei “vitelloni” di felliniana memoria? Eterni Peter Pan incapaci di staccarsi dalle famiglie o dai piccoli agi della vita da studente? Ognuno li veda come vuole. Fatto sta che se il film funziona non è soltanto per la qualità degli sketch più irriverenti, ma anche perché i tre protagonisti incarnano con un azzeccato connubio di goliardia e disincanto lo stato d’animo di molti trentenni (ma anche quarantenni, volendo…) di oggi, la cui realtà risulta trasfigurata in un sostrato filmico dove convergono demenziali intuizioni e frammenti di una commedia generazionale dai toni amarognoli.

Ovvio, non tutto nei meccanismi narrativi è oliato come dovrebbe. Ci sono parti del film che girano un po’ a vuoto. Soprattutto nella seconda tranche, allorché, esaurita l’esilarante trovata dell’impero commerciale fondato dai Bangla a suon di rose vendute nei ristoranti e nottate alla pompa di benzina (questa, tra l’altro, è anche la location di una riuscitissima sequenza diurna, girata praticamente coi tempi di un thriller), si assiste al ritorno da Milano degli sconsolati Luca, Luigi e Matteo. Nella circostanza si avverte insomma qualche tempo morto, che spezza il ritmo al lungometraggio. Ma c’è da dire che fino ad allora (ed in parte sarà così anche nelle battute conclusive) The Pills – Sempre meglio che lavorare aveva sorpreso sia per la tenuta narrativa, sia per una confezione visiva del prodotto complessivamente buona. Il folle citazionismo dei tre, oltre a distruggere con un certo (e da noi condiviso) compiacimento l’immaginario dei film di Muccino, allinea con risultati assai divertenti Tarantino, Fellini, John Woo e tanti altri tra cui il Peter Weir de L’attimo fuggente, reso oggetto di una parafrasi irresistibile. Ma se gli spunti parodici centrano il bersaglio è anche per la cura del montaggio e della fotografia. Quest’ultima, in particolare, si distacca notevolmente dai peggiori modelli televisivi o paratelevisivi, mettendo a profitto la bravura di un Vito Frangione che dà il meglio di sé nei passaggi al bianco e nero, essenziali per quei deliranti dialoghi alla Clerks che appaiono parimenti sapidi. Oltre ai tempi comici dei tre protagonisti, per niente scontati, da segnalare un’apparizione estemporanea ma folgorante di Francesca Reggiani e la figura memorabile del papà di Matteo, tutto per dare ancor più sostanza a un teorema umoristico sul lavoro (vero oggetto misterioso dell’attuale Repubblica Italiana, poiché soggetto a forme di sfruttamento dichiarato o ad altre storture) che può far discutere. Un po’ come è avvenuto di recente per Quo vado e per l’attacco pungente, ironico ma anche profondamente ambiguo di Zalone alla cultura del posto fisso.

Stefano Coccia