The Nile Hilton Incident

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7.0 Awesome
  • voto 7

La verità dietro lo specchio

Ci sono pellicole che nella Storia della Settima Arte non hanno avuto vita facile, vuoi per la cattiva stella sotto la quale sono nate, vuoi per i contenuti non allineati o dal pericoloso peso specifico delle quali si sono fatte portatrici nello script. Produrle di conseguenza è stata impresa ardua, ma ancora di più riuscire a portarle sul grande schermo per renderle fruibili al pubblico di turno. In tal senso, il cinema coraggiosamente e ostinatamente civile e politico di un Elio Petri o di un Francesco Rosi ha dimostrato quanto scomodo possa essere un film quando va a togliere la polvere da sotto al tappeto. Ed è a quel tipo di cinema e ai suddetti illustri esponenti che Tarik Saleh ha guardato intensamente per dare forma e sostanza al suo The Nile Hilton Incident.
La pellicola ci catapulta al seguito di Noredin, un detective corrotto della polizia del Cairo che quotidianamente arrotonda intascando tangenti dai venditori ambulanti e dai proprietari dei locali. Normalmente, estorce denaro dai criminali del posto. Una notte gli viene assegnata un’indagine per omicidio. Una cantante è stata trovata morta al Nile Hilton del Cairo. Ma quello che inizialmente sembra essere un crimine passionale si rivela essere invece qualcosa che riguarda le alte sfere della società egiziana.
Dopo avere letto la sinossi avrete sicuramente compreso i motivi che ci hanno portato a scomodare un certo tipo di cinema e coloro che lo hanno portato ai massimi livelli, arrivando persino a destabilizzare quei poteri forti che agivano e continuano ad agire nell’ombra e persino alla luce del sole nella vita reale. Ovviamente, quanto firmato dal cineasta svedese di origini egiziane non può raggiungere la vette di quanto prodotto dai citati predecessori, ma l’impatto sul quel mondo che condanna apertamente è stato molto simile a quello di una bomba. E non facciamo fatica a pensare che questa sorta di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, collocato temporalmente e topograficamente agli inizi della Primavera Araba, non trovi corrispondenze veritiere nella realtà, la stessa che anni dopo condannerà a morte Giulio Regeni. Dunque, che la pellicola potesse infastidire più di una persona in Egitto era scontato, ma che il racconto al centro dello script potesse mettere a disagio l’intera area geografica questo è ancora più assurdo. Evidentemente, il modus operandi e certe tecniche di occultamento della verità mostrate in The Nile Hilton Incident hanno fondamenta radicate un po’ ovunque alle diverse latitudini, perché maledettamente universali. Di questo Saleh era cosciente sin dall’inizio, tant’è che non è andato a cercare fondi arabi per realizzare il film e le sue dichiarazioni in merito ne sono la dimostrazione: “Mentre scrivevo il film sapevo bene che mi sarei cacciato nei guai. È un po’ come prendere un appuntamento con un serial killer. Tuttavia, neppure nella mia immaginazione più fervida, avrei potuto prevedere quanto sarebbe stata folle questa produzione. Sono molto contento che nessuno sia morto“. Più chiaro di così!
A ulteriore conferma del tentativo del mondo arabo di scavargli una fossa per gettarlo nel buco nero della dimenticanza è l’impossibilità del film di trovare degli sbocchi distribuitivi o opportunità di visibilità in quelle terre, persino nel circuito festivaliero continentale dove l’opera inizialmente invitata nella line up dell’imminente Festival di Dubai è stata successivamente rispedita vergognosamente al mittente. Ora per fortuna, la suddetta campagna oscurantista non ha avuto la medesima efficacia anche in Occidente, con la terza fatica dietro la macchina da presa di Tarik Saleh che ha fortunatamente trovato accoglienza e riconoscimenti in kermesse di rilievo come il Sundance, il Festival di Valladolid e di recente alla 27esima edizione del Noir in Festival di Milano e Como, dove è stato presentato in concorso in attesa dell’uscita nelle sale nostrane con Movies Inspired nel febbraio 2018, con il titolo Omicidio al Cairo.
Alla kermesse lombarda abbiamo avuto la possibilità di vedere quanto Tarik Saleh non si sia piegato a compromessi, quanto i filtri di autocensura non abbiano trovato terreno fertile nella timeline di The Nile Hilton Incident. Per scavare nel marcio, per parlare di corruzione a tutti i livelli e di interessi messi a rischio, il regista ha deciso di guardare al cinema politicamente impegnato e ai codici di quello di genere. La formula funziona e da i suoi frutti sullo schermo, dando vita, nonostante futili digressioni, cali di tensione e qualche incertezza nella recitazione, a un thriller d’atmosfera dove dramma storico, poliziesco, noir e crime, comunicano e si mescolano molto bene.

Francesco Del Grosso