The Mercy of the Jungle

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

La loro Africa

Il più grande eccidio dopo la Seconda Guerra Mondiale, con un bilancio di 5,4 milioni di morti, coinvolgendo otto nazioni. Si tratta della seconda guerra del Congo, definita anche come Guerra mondiale africana o Grande guerra africana, che si è svolta sotto i nostri occhi indifferenti dal 1998 al 2003. Ignorata dai nostri telegiornali come dalle trasmissioni di informazione. Il cinema si fa carico di ricordarci quello che è successo, con opere come The Congo Tribunal di Milo Rau e ora con The Mercy of the Jungle, presentato nel Concorso Lungometraggi al Milano Film Festival 2018, opera del regista ruandese Joël Karekezi che già aveva diretto The Pardon, film sulla riconciliazione nel suo paese dopo la sanguinosa guerra civile.

Se hai un’arma non sei più un bambino“, dice all’inizio uno dei due protagonisti, a richiamare il grado di disumanità raggiunto, il dramma dei bambini soldato, la perdita di valore della vita umana durante una guerra perdendo anche l’ultimo barlume nel rispetto verso l’infanzia. Il catalogo di efferatezze esibito in The Mercy of the Jungle è ragguardevole in modo da affondare il dito nella piaga sullo sfruttamento neocoloniale dei paesi africani, come nella scena del saccheggio del villaggio o in quella, peraltro grossolana, dell’uccisione dell’uomo, ridotto a schiavitù, stremato nella cava estrattiva, una di quelle escavazioni, veri e propri golgota, per lo sfruttamento dei giacimenti minerari, delle ricchezze del sottosuolo africano, che interrompono il paesaggio naturale rigoglioso.
Nel raccontare l’amicizia virile dei due soldati ruandesi, il sergente Xavier e il soldato semplice Faustin, il primo un veterano della guerra civile del suo paese, il secondo che si è arruolato per vendicare il padre e i fratelli, Joël Karekezi adotta lo schema narrativo di La pattuglia sperduta di John Ford, incentrandosi su un nucleo di soldati, qui solo due, dispersi e senza contatti con il proprio esercito, in lotta per la sopravvivenza in un ambiente ostile. Schema che gli serve per raccontare gli orrori della guerra africana, ponendosi come epigono di quella letteratura di guerra alla Ambrose Bierce. Chiara la presa di distanza nei confronti del cinema di guerra spettacolare, di intrattenimento, nella battuta “In pratica sei Rambo” fatta da uno dei protagonisti all’altro, segno anche di un immaginario culturale pure dominato dall’America e da Hollywood. Mentre la risposta dell’altro protagonista che rivendica alle sue origini contadine richiama all’umiltà di chi è preso e mandato a combattere dai signori della guerra per i loro interessi.
Va detto che il film definitivo sulla guerra come degenerazione totale alla Ambrose Bierce, è stato il recente Fires on the Plain di Shin’ya Tsukamoto. Il pugno nello stomaco che il cineasta giapponese riesce a dare è tale che The Mercy of the Jungle è una carezza al confronto. Ma la maggior differenza tra i due film è che quello africano non perde mai quel senso idilliaco e romantico della natura, che nel film nipponico virava presto in incubo. Pur nella precarietà della sopravvivenza, campeggiano quelle immagini crepuscolari, quelle montagne alte sullo sfondo immerse tra le nuvole, quella giungla verde incontaminata con i suoi gorilla nella nebbia, dove appunto il male della guerra è dato dalla loro interruzione e cancellazione, nelle attività minerarie come richiamato sopra. È quella “Mia Africa” come descritta da Karen Blixen, quell’Africa romantica che affascinava i viaggiatori europei. Quell’Africa che gli africani rivendicano come propria, come patria contro le perenni manovre rapaci di sfruttamento che vengono dall’esterno.

Giampiero Raganelli