The Guardians

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7.0 Awesome
  • voto 7

Gli avvoltoi

Di scheletri emersi o ancora nascosti nell’armadio gli Stati Uniti ne ha davvero tanti ed è la Storia e le sue nefandezze, quelle portate alla luce e quelle machiavellicamente celate dai poteri forti in nome degli interessi, a gridarlo apertamente. Tra le macchie purtroppo indelebili sulla coscienza di una nazione che da sempre predica bene e razzola male c’è quella degli abusi sugli anziani, un argomento di vitale importanza e spesso trascurato che Billie Mintz ha voluto affrontare nella sua ultima odissea documentaristica, presentata in anteprima europea nella sezione “Panorama Internazionale” della quarta edizione di Visioni dal Mondo dopo la menzione speciale conquistata lo scorso maggio in Canada all’Hot Docs Film Festival.
In The Guardians, il regista indaga sulle accuse di corruzione all’interno delle associazioni di assistenza agli anziani nello Stato del Nevada e del coinvolgimento del Sistema giudiziario civile (del diritto di famiglia) nel sequestro legalizzato di persone anziane. Il film mette in luce una lucrosa industria e un’impresa criminale che tratta gli anziani come merci e ci rivela il numero di persone coinvolte in una cospirazione sistemica contro i membri più vulnerabili della nostra società. Ed è la prima volta che il cinema del reale e più in generale la Settima Arte si occupa del tema in questione, su e intorno al quale da quarant’anni a questa parte è stato costruito il solito muro di gomma. Il merito di Mintz e della sua opera sta proprio, al di là della catena di cause ed effetti innescata, nell’essere riuscito a creare una breccia nel suddetto muro, eretto da decenni mediante un sistema via via sempre più forte e spietato di corruzione, interessi, potere e complicità. A metterlo in piedi, mattone dopo mattone, sono i carnefici di turno, veri e propri avvoltoi che in The Guardians hanno dei nomi e dei cognomi.
Per aprire un varco nel muro, il regista statunitense porta sullo schermo un documentario d’inchiesta nel senso classico del termine, dal peso specifico non indifferente e dall’alto coefficiente di difficoltà, destinato a implodere sul grande schermo come una bomba a orologeria. La denuncia e le scomode verità delle quali si fa malauguratamente e coraggiosamente carico diventano la materia sensibile e ardente con la quale l’autore cattura l’attenzione dello spettatore di turno, nonostante questa venga messa di tanto in tanto in pericolo da una timeline che si dilata più del dovuto e delle effettive esigenze quasi in prossimità delle due ore. Ciononostante il contenuto è un pugno che affonda lentamente e inesorabilmente nello stomaco e nella testa del fruitore, lasciandolo spesso senza fiato.
The Guardians è la cronaca dell’ennesimo scontro frontale tra Davide e Golia raccontato ovviamente dalla parte del primo, che in questo caso sono le vittime dirette (gli anziani messi sotto tutela privata) e indirette (i familiari), poiché il secondo è fuggito ogniqualvolta la macchina da presa e il regista hanno provato a chiedere un contraddittorio. E a restituire questo ennesimo capitolo di una guerra infinita un Mintz, che come altri colleghi o predecessori, ci ha messo la faccia andando a raccogliere prove, indizi e testimonianze sul campo al fine di accendere i riflettori su pratiche illegali che hanno provocato e che provocano tuttora la sofferenza di molti per favorire il profitto di tanti. Questa condizione emerge prepotentemente sullo schermo sospinta dalla vicinanza dell’autore ai protagonisti e a quelle persone che si sono battute per loro (giornalisti, investigatori e avvocati), che con le loro parole ci restituiscono tutto il dolore provato sulla propria pelle. Dolore che di tanto in tanto il regista sottolinea un po’ troppo (vedi l’intervista alle figlie che preparano la salma della defunta madre) al contrario di tutte quelle altre volte dove il rispetto non è venuto meno.
Per quanto concerne la confezione il ritmo serrato non concede tregua allo spettatore, con la corsa contro il tempo del regista per rendere meno fitta la nebbia che avvolge tali misfatti che coinvolge da una parte e sconvolge dall’altra. Peccato per qualche ricostruzione di troppo nella parte iniziale dove la cronaca fedele dei fatti cede il posto alla scrittura a tavolino e per un uso insistente e accessorio dei droni che serve solo a spettacolarizzare la componente visiva. Ciò che resta è però un’inchiesta incisiva che non ha peli sulla lingua, che non ha paura di puntare il dito contro il carnefice di turno, per provare a fare giustizia dove la giustizia è stata per troppo tempo bendata.

Francesco Del Grosso