The Equalizer 2 – Senza perdono

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5.0 Awesome
  • voto 5

L’ultimo boy scout

Possiede indubbiamente qualcosa di affascinante il personaggio di Robert McCall, protagonista dei due The Equalizer cinematografici. Una figura fortemente radicata nella nostra contemporaneità ambigua, dove è impresa quasi impossibile distinguere il bianco dal nero, ovviamente in senso metaforico. Affrancatosi decisamente già nel primo capitolo, The Equalizer – Il vendicatore, dalla serie televisiva anni ottanta ispiratrice – cioè Un giustiziere a New York, con protagonista peraltro perfettamente wasp – anche il sequel The Equalizer 2 – Senza perdono continua a percorrerne il solco, cercando una strada per approfondire ulteriormente il personaggio. Scelta che avrebbe potuto rivelarsi vincente se solo la sceneggiatura, ancora a firma del discontinuo Richard Wenk, non avesse commesso il ferale errore di giocare d’accumulo con gli stereotipi del genere, livellando sì le irregolarità presenti nel prototipo ma in questo modo anestetizzando anche qualsiasi interesse dal punto di vista narrativo. Per un lungometraggio che finisce con il perdere, cammin facendo, anche il proprio senso di esistere.
A risentirne è, come ovvio, principalmente il personaggio principale – sempre interpretato da un carismatico Denzel Washington, ormai però abbondantemente ultrasessantenne – capace di porre i medesimi quesiti etico-morali già presenti nel chapter one. Ossia: è possibile imporre con la forza il proprio personale (anche condivisibile) concetto di giustizia? In altri termini il dubbio più o meno amletico è se si tratti di un originale tipologia di reazionario oppure di un anarchico capace di generosi slanci idealistici. Dispiace allora constatare che tale impatto quasi filosofico sia stato sprecato da una, in fondo banale, storia di vendetta, con il nostro a cercare giustizia nei confronti di coloro – disseminati, diciamo così, su molteplici livelli – che hanno eliminato la sua cara amica Susan Plummer (Melissa Leo), investigatrice federale “colpevole” di aver ficcato il naso in una vicenda piuttosto scottante accaduta in Belgio ma strettamente connessa a questioni statunitensi. Un plot dunque farraginoso che scivola persino in un insensato afflato moralistico quando Robert Mc Call diviene una sorta di padre putativo nei confronti di Miles, giovane di colore disagiato che verrà suo malgrado coinvolto nelle indagini condotte dal protagonista. Un humus deleterio che trasforma le azioni di McCall/Washington da presunto oggetto di interessante dibattito a sgradevole santino in cerca di beatificazione, sorta di Maria De Filippi in versione armata (passateci lo sconveniente parallelismo, s’intende nei confronto della star afroamericana…) che pare cercare di mettere ordine al caos universale solo per intercettare i favori del pubblico pagante. Con prologo ed epilogo – protagonisti non casuali una bambina ed un anziano, tanto per abbracciare anagraficamente l’intera fascia esistenziale – a dimostrare una tesi a dir poco artefatta nell’assunto centrale dell’eroe buono che comunque riesce a fare del bene al prossimo attraverso qualsivoglia mezzo egli possa usare.
In questo contesto anche la solitamente rodata regia di Antoine Fuqua non riesce a risollevare le sorti, del tutto segnate, del film. Dimostrando anzi, se mai ce ne fosse ancora bisogno, come la sua sia una visione estetico-spettacolare di seconda mano: nel classico redde rationem con i cattivi, consumato durante un’epocale tempesta, sembra quasi di assistere ad un pallido remake del finale di Omicidio in diretta (Snake Eyes, 1998) di Brian DePalma, del tutto privo, però, della portata sia tecnica che teorica che ha sempre caratterizzato ogni opera griffata dal magistrale esponente della New Hollywood appena menzionato.
Non resta allora che attendere il sodalizio, ormai di antica data, Washington/Fuqua ad altre occasioni future. Prendendo però atto che questo The Equalizer 2 rappresenta il primo, autentico, passo falso della loro filmografia congiunta. Tanto da poter essere benissimo scambiato per un Taken qualunque.

Daniele De Angelis