The Dark Tapes

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7.0 Awesome
  • voto 7

The Devil inside (the Camera)

C’è che ritiene, non a torto, che il famigerato metodo P.O.V. (cioè girare in Point Of View, sposando registicamente il punto di vista di una o più videocamere per accentuare l’effetto di realtà di una storia altrimenti di finzione) abbia per certi versi decretato una sorta di pietra tombale del cinema horror, soffocandone a monte un’inventiva che in passato andava di pari passo con una, destabilizzante, carica radicale, politica e sociale. Se il celeberrimo The Blair Witch Project (1999) è stato il classico uovo di Colombo, nonché lo zenit di tale fenomeno, a chiudere il cerchio ci ha pensato Paranormal Activity (2007) di Oren Peli, azzeramento programmatico di qualsiasi ulteriore tentativo teorico in materia, consumato sull’altare di un inesistente grado narrativo capace solo di suscitare noia, nonostante il grande successo ai botteghini mondiali, una volta sfumato il fittizio effetto realistico. Ci sarebbe però un altro aspetto da considerare, nella questione: il fatto che questo tipo di film si sia gradatamente trasformato, oltre che pretesto per registi improvvisati desiderosi di girare un film di genere grazie al solo possesso di una videocamera, anche in una palestra per sperimentare, ovviamente a basso costo, nel senso più puro del termine, nuovi impulsi nel sottogenere del quale si sta parlando. Rientra appieno nella categoria questo The Dark Tapes, diretto a quattro mani da Vincent J. Guastini e Michael McQuown, destinato allo sfruttamento commerciale attraverso l’home video e lo streaming su internet.
La novità maggiormente rilevante di questo lavoro composto diegeticamente – come evocato dal titolo – da differenti segmenti video recuperati in stile found footage e in apparenza montati senza un vero e proprio continuum narrativo, sta tutta nella differente consapevolezza riposta nel mezzo riproduttivo. Se la propensione al rischio dovrebbe essere la prerogativa principale di ogni opera indipendente, allora Guastini e McQuown devono, giocoforza, essersi posti la seguente domanda: quale potrebbe essere lo step successivo alla (presunta) asetticità del medium utilizzato in opere come queste? Risposta semplice ma affatto scontata, quella di animare in senso diabolico una videocamera – più di una, ovviamente – facendone non solo l’oggetto di ripresa ma una specie di vero e proprio narratore aggiunto. In The Dark Tapes non ci si limita, infatti, al semplice mostrare mediante l’illusione di realtà; la camera appare come posseduta da forze ignote, effetto quest’ultimo reso in molteplici modi, da voci misteriose e rumori non appartenenti a ciò che si racconta, nonché, soprattutto, da inserti di immagini subliminali in grado di far aumentare l’inquietudine nello spettatore, il quale finisce davvero per convincersi che qualcosa di paranormale si sia innestato nel mezzo riproduttivo. Un gioco riuscito che innesta, grazie alla sospensione di credulità, nuovi orizzonti creativi nell’ambito di una tipologia di lavori di cui si pensava avessero già espresso tutto il proprio potenziale nonché il suo esatto contrario. Il risultato finale è una divertente sarabanda di omaggi e citazioni che spaziano dall’horror puro alla fantascienza con alieni, da contesti quotidiani ad autentiche mitologie di genere, con situazioni slegate in differenti contesti – spesso, nel corso del film, abbandonate e poi riprese in seguito – e tuttavia unite da questa, piuttosto raramente riscontrata, maturità nell’esposizione formale. Arricchita peraltro da intelligenti ribaltamenti narrativi – che non sveleremo per consentire a chi guarda di gustarsi le non poche sorprese presenti in The Dark Tapes – rispetto alle convenzioni di tanto passato cinematografico in materia.
Non stupisce affatto, dunque, che gli autori abbiano già in cantiere un seguito. A parte l’auspicato successo confermato dai primi riscontri, il campo attraverso cui si muove The Dark Tapes è talmente vasto da giustificare una vera e propria saga futura. Sperando sia intelligente e traboccante di macabro sense of humour come questo primo capitolo.

Daniele De Angelis