The Belko Experiment

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Macelleria aziendale

La novella, ormai nota, è questa: l’australiano Greg McLean – “papà” cinematografico di uno dei serial killer più popolari dell’horror di inizio millennio, cioè il Mick Taylor di Wolf Creek – è sbarcato in America, dirigendo già ben due film. Una buona notizia per gli appassionati del genere, che hanno giustamente eletto McLean regista, se non autore, di riferimento. Quella meno positiva è che è andato a posizionarsi sotto l’ala produttiva di Jason Blum e la sua Blumhouse, instancabile macinatore di lungometraggi per i quali al basso costo corrisponde sovente una scarsa qualità effettiva. Risultato: due film girati back to back da McLean nel 2016. Il primo, The Darkness, è un pallido clone appartenente alla famiglia dei vari Poltergeist e affini, che rappresenta, non casualmente, il primo, clamoroso, passo falso nella filmografia del regista proveniente dalla terra dei canguri. Molto meglio siamo andati con la seconda performance, a cui dedichiamo volentieri questo spazio. Un po’ perché The Belko Experiment reca la firma, in sede di sceneggiatura, dell’amatissimo “nerd” James Gunn, già regista in proprio della mirabile saga dei Guardiani della Galassia; molto perché il film suddetto intercetta in maniera quasi esemplare alcune, decisive, istanze inerenti il mondo del lavoro – e non solo – contemporaneo. Ovviamente attraverso uno spirito dissacrante tanto lucido quanto feroce.
Siamo a Bogotà. Una multinazionale no profit i cui obiettivi finali appaiono sfuggenti agli occhi degli stessi dipendenti, opera da quasi un anno in loco. Un bel giorno, si fa per dire, la canonica routine viene interrotta, in pieno orario lavorativo, dallo sbarramento di ogni porta e finestra d’entrata o uscita. Ottanta impiegati di varia nazionalità e grado si ritrovano così sequestrati all’interno del grande edificio, sito nella desolata periferia della metropoli colombiana. Una voce dagli interfoni annuncia che se alcune persone non dovessero essere uccise, molte altre moriranno. L’esperimento del titolo può avere inizio. E con esso un’autentica, “logica”, mattanza.
Tralasciando scontate letture sociologiche alla “homo homini lupus” hobbesiano, oppure riflessioni sulle reazioni umane alla Grande Fratello una volta venute meno le più elementari regole di convivenza, una possibile lettura di The Belko Experiment potrebbe concentrarsi sul significato reale del verbo lavorare, oggi. Produrre e vendere il nulla. Ad esempio, metaforizzando fino al parossismo, vendere l’anima al diavolo per avere una, nemmeno trascendentale, sicurezza economica garantita. Facendosi impiantare, come accade a tutti i protagonisti/lavoratori del film, nella calotta cranica un segnalatore di posizione che si rivelerà poi ben altro. Sulla spietatezza che alberga in un contesto tale, lo script corrosivo di James Gunn ci sguazza a piacimento, con la regia di McLean che si adegua come un guanto non appena le teste esplodono ed il sangue comincia a scorrere copioso nei modi più osceni. In The Belko Experiment non è tanto la finalità del tutto a rappresentare il maggior punto d’interesse, quanto il come “l’esperimento” si svolge. Una concorrenza professionale destinata ad auto-cannibalizzarsi nel nome di una spontanea selezione naturale tutt’altro che incentrata su criteri meritocratici. La conseguente, naturale suddivisione in clan, con la classe dirigente che prende possesso del potere attraverso le armi, circostanziata allegoria di stampo nazista sulla prevaricazione inevitabile del forte sul debole. La razionalità impossibile – che chiama tutti, ma proprio tutti, in correo – rappresentata dal personaggio di Mike Milch (ottimo il John Callagher jr. della serie tv The Newsroom), destinata alla sconfitta nel nome di regole basilari che prevedono l’uccidere o l’essere uccisi. Magari nella realtà, in un futuro non troppo remoto, per un boccone di carne oppure qualche sorso d’acqua. O forse, più prosaicamente, nel nome di uno stipendio che consenta di mantenere un determinato tenore di vita. Chissà. Alla fine la classica domanda priva di risposta aleggia minacciosa per tutto l’arco del film: davvero sarebbero necessarie condizioni cosi estreme per far scattare tali impulsi omicidi?
Grazie anche a facce comuni ed intercambiabili come quelle di Tony Goldwyn ed il ritrovato John C. McGinley di lunga militanza nel cinema di Oliver Stone, The Belko Experiment, pur non originalissimo nello spunto, rappresenta un pugno nello stomaco davvero ben calibrato. Esplicitato (imm)moralmente da un assai inquietante epilogo all’insegna dell’inedito motto “finché c’è vita c’è violenza”. La speranza, ormai, appartiene decisamente ad epoche differenti…

Daniele De Angelis