Storia dal qui

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Cara amica, ti scrivo

Cara Eleonora, ti scrivo. Un’amicizia infantile interrotta dall’emigrazione, due vite che non si sarebbero più incrociate nonostante lo scambio epistolare proseguito per tanti anni. “Fa niente che quest’anno non vieni, ci vedremo l’anno venturo“, “Cara Adele ti chiedo scusa, non potrò scendere per Pasqua“, un incontro che non ci sarebbe più stato. La regista Eleonora Mastropietro usa le lettere ricevute dall’amica d’infanzia Adele, conosciuta in uno dei suoi pochi viaggi al paese da cui origina la sua famiglia, Ascoli Satriano, località del subappenino dauno in provincia di Foggia, per raccontare una separazione, una rottura del proprio cordone ombelicale nei confronti della propria heimat d’origine. Legame interrotto dall’emigrazione a Milano della sua famiglia, secondo un destino ancora oggi comune in Italia, il trasferimento dal Sud al Nord.

Storia dal qui di Eleonora Mastropietro, presentato fuori concorso al Filmmaker Festival 2018, è un ricongiungimento con la propria cultura d’origine, che avviene per mezzo del cinema. La storia di Adele, che non compare nel film e non viene ricercata come persona fisica, è un pretesto, un McGuffin hitchcockiano. Potrebbe anche non essere vera, una licenza poetica secondo la moda del mockumentary, poco importa. Eleonora Mastropietro in questo modo racconta l’Italia dei contrasti Nord/Sud, città/campagna. La luce calda tipica del Sud caratterizza le immagini di Ascoli Satriano, di quella terra di Puglia ormai pervasa dalle pale eoliche. Quei muri bianchi, quei balconi dove sono appese le trecce di cipolle rosse. L’immagine del Sud permane, anche quando Eleonora bambina parla di Milano, di come la senta come la sua città, nel descriverne un’altrettanta bellezza, lo specchio d’acqua dei Navigli, il Duomo, nell’evocare la sua topografia, corso Buenos Aires, Sesto San Giovanni.
Ascoli Satriano è un paese che si è spopolato negli anni, per la diaspora della gente che è andata a vivere al Nord, o nelle città come Foggia. Secondo un percorso che è stato anche culturale e sociale seguendo il progresso della nazione, come dice Eleonora in una delle sue lettere, arrivando alla laurea da una famiglia di origine agricola. Il paesino vive ancora per quella che è la sua festa principale che mobilita tutto il paese, la festa di San Potito martire con la rievocazione della leggenda del ciuccio che consiste nel preparare un asino di ferro e carta carico di fuochi d’artificio che vengono fatti esplodere nella piazza principale del paese dopo una processione con le luminarie accese nelle strade illuminate a festa. Il tutto avviene a gennaio ma è stata di recente pensata anche una edizione estiva, per venire incontro agli ex-abitanti ormai emigrati verso altri lidi, o forse proprio per attrarli a tornare nel periodo delle vacanze. La regista sceglie di documentare invece l’originale versione invernale, come ritorno e riscoperta delle proprie origini. Lo fa quasi come diario, in forma imperfetta, ci sono tanti sguardi in camera e lascia anche un “fuori onda” dopo l’intervista al bambino. La genuinità e spontaneità di Storia dal qui è però inficiata dalla forma epistolare, dalla lettura delle lettere delle due bambine, che alla fine diventa leziosa, oltre a essere derivativa da Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi.

Giampiero Raganelli