Still Alice

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7.0 Awesome
  • voto 7

Sono ancora io?

C’è ovviamente una costante, nel modo in cui il cinema di finzione – a maggior ragione quello made in U.S.A. – tratta il delicato tema della malattia. Si chiama edulcorazione; cioè l’implicito “divieto” di mostrarne gli effetti maggiormente sgradevoli, così da non impressionare troppo il pubblico pagante. Non costituisce eccezione alla regola Still Alice, film girato dalla coppia di registi Richard Glatzer e Wash Westmoreland nonché incentrato sull’ormai noto – da un punto di vista cinematografico – morbo di Alzheimer, già spunto narrativo di opere quali ad esempio il delicato Away From Her diretto nel 2006 da Sarah Polley. A differenza di quest’ultimo film Still Alice abbandona da subito qualsiasi velleità filosofico-esistenziale per concentrarsi esclusivamente sul lato personale e sugli innumerevoli risvolti che la scoperta del male provoca nella singola persona e in coloro che le sono accanto. Alla luce di tale scelta era indispensabile che Still Alice si fornisse di un cast all’altezza, capace di un’immedesimazione completa nel dramma di una donna ancora in giovane età, brillante docente universitaria di linguistica – paradosso nel paradosso di un male subdolo che va a incidere proprio sulla comunicazione – la quale finisce con lo smarrire memoria e punti di riferimento. In questo senso la chiave di volta della buona riuscita del film è riscontrabile essenzialmente nella straordinaria performance attoriale di Julianne Moore e nella, sempre encomiabile, scelta narrativa dei registi/sceneggiatori di non calcare la mano sugli aspetti particolarmente melodrammatici, o peggio patetici, dell’intera vicenda.
Si assiste dunque ad una sorta di dolorosa escalation, raccontata con il pudore di chi ancora crede che un particolare – un dettaglio, un oggetto o semplicemente un gioco di sguardi appena accennato – possa raccontare una, comunque sempre dignitosa, sofferenza molto meglio di una concatenazione di lunghe scene madri. Una spirale d’angoscia aggravata dal fatto che la malattia di Alice Howland – questo il nome completo del personaggio principale del film – è una forma rara con i requisiti dell’ereditarietà, quindi potrebbe colpire precocemente anche la sua discendenza. Tutto ciò fornisce a Still Alice un surplus di drammaticità, facendo immedesimare in misura ancora maggiore lo spettatore nella vicenda di una tragedia che va, inesorabilmente, allargandosi. Tuttavia il fulcro centrale del film è riscontrabile nel principale effetto collaterale della malattia, ovvero la progressiva perdita di memoria con conseguente smarrimento identitario della protagonista. In questa chiave di lettura Julianne Moore – pressoché scontata la statuetta più prestigiosa, dopo il recente trionfo ai Golden Globes – risulta assolutamente perfetta nel manifestare dapprima lo stupore iniziale, quindi l’amara consapevolezza derivata dal graduale ma inesorabile distacco da se stessa, i suoi affetti e la propria vita professionale. La regia pedina il personaggio senza sosta, cogliendone sfumature personali e privilegiandone il punto di vista. Discorsi e difficili scelte altrui che giungono ovattati all’orecchio di Alice, costretta all’impotenza dal male che la affligge. In pratica allo spettatore sembra quasi di vivere il dramma della malattia in prima persona, con un senso di angoscia che cresce implacabile sequenza dopo sequenza. Per comprendere appieno il duro percorso interpretativo a cui si è sottoposta l’attrice è sufficiente osservarla sorridente e felice nel primo piano a lei dedicato – in pratica una vera e propria dichiarazione di intenti, da parte dei due registi – con cui si apre Still Alice, colta durante il compimento del suo cinquantesimo compleanno; per poi spiarla, sempre con l’attenzione a non superare determinati limiti, alla fine della sorta di calvario laico al quale è sottoposto il suo personaggio: due donne, due persone che non appaiono più la stessa. E proprio in tale assunto risiede la forza di un film come Still Alice, al netto delle sue omissioni sulla “ferocia” di una malattia purtroppo ancora incurabile e alcune opinabili scelte di regia, in primis l’insistenza un po’ troppo didascalica sui flashback del passato di Alice nella seconda parte del film: sottolineare cioè quanto sia il patrimonio del vissuto personale a creare l’individuo, a farne quello che è. Svanito quello rimane solo un involucro vuoto, senza anima. Da aiutare, amare sino alla fine senza però il conforto di essere ricambiati in modo palese da una persona ormai estranea verso tutto ciò che la circonda.

Daniele De Angelis