Spider-Man: Homecoming

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7.0 Awesome
  • voto 7

L’affermazione del nerd

L’Homecoming a cui fa riferimento il titolo, altro non è che la classica riunione scolastica di fine anno, in genere organizzata sotto forma di festa da ballo. Le prime inquadrature di Spider-Man: Homecoming mostrano dapprima disegni infantili dei notissimi super-eroi della squadra, poi delle rovine architettoniche che agganciano sì il film al precedente Captain America: Civil War – dove compariva per la prima volta il nuovo Spider-Man – ma stanno pure a simbolizzare, in senso lato, una sorta di tabula rasa nei confronti del personaggio principale. Insomma, se più indizi fanno una prova, pare evidente come quest’ultimo exploit targato Marvel Studios – casa madre che difficilmente tradisce le attese in termini sia di originalità che qualità – altro non sia che un abilissimo teen movie modello evergreen, ovviamente arricchito da una consistente teoria di riuscite sequenza d’azione.
Abbandonato il pathos spettacolare della trilogia diretta da Sam Raimi; accantonata la filologia estrema del primo capitolo del reboot orchestrato da Marc Webb in The Amazing Spider-Man (2013), ecco affiorare un inedito Peter Parker (bravissimo Tom Holland, autentico volto comune tra la folla) pienamente adolescente, alle prese con le incertezze identitarie tipiche dell’età in questione. Circondato da un ingombrante mentore rispondente al nome di Tony Stark alias Iron Man (il sempre piacevolmente guascone Robert Downey Jr.), una zia May certamente più giovane e fascinosa delle altre passate sul grande schermo (Marisa Tomei, niente meno…) nonché affiancato, come ogni nerd che si rispetti, da un compagno di scuola sovrappeso (Jacob Batalon), il giovane Peter è innamorato, senza apparenti possibilità di venire ricambiato, della splendida coetanea Liz, della quale strada facendo si scoprirà un genitore a sorpresa. Poi ci sarebbe, come scontato, anche un villain, tale Adrian Toomes detto L’Avvoltoio (grande Michael Keaton in qualsiasi ruolo impegnato: nella circostanza gioca pure di classe con il suo personaggio interpretato in Birdman, per “affinità elettive”), il quale ha imboccato giocoforza la strada del crimine creando una super arma non convenzionale. Ma la sua presenza è un puro pretesto per far decollare la spettacolarità di un lungometraggio che trova in uno scanzonato e divertito racconto di formazione non privo di spessore il proprio epicentro narrativo. Il regista Jon Watts guarda agli anni ottanta e lo fa con estrema competenza, citando a raffica il cinema di John Hughes – c’è una macro sequenza in cui Spider-Man, inseguendo l’avversario, attraversa i giardini delle ville della periferia newyorchese: in una di esse un televisore sta trasmettendo la medesima sequenza di culto di Una pazza giornata di vacanza (1986) – ma anche proseguendo un discorso concettuale affatto banale sull’obbligato percorso di crescita già presente nel suo ottimo Cop Car (2015). Così, tra autoreferenzialità esibita (Peter Parker gira pure un filmino amatoriale su una gita scolastica), strizzatine d’occhio alla platea che non suscitano mai un effetto ridondante (le ripetute apparizione in video di Captain America/Chris Evans in veste di tutor scolastico) e un’efficace spettacolarità (la sequenza dell’ascensore all’interno dell’enorme obelisco dedicato a George Washington nella capitale è girata con ottima percezione di vertigine), Spider-Man: Homecoming si propone come avanguardia di una nuova forma di supereroismo: quella del coraggio della normalità a prevalere sulla visione sclerotizzata dell’uno contro tutti.
Jon Watts, insomma, si muove sul medesimo solco elogiativo di una poetica della “nerditudine” felicemente avviata da James Gunn non solo nei suoi due splendidi capitoli dei Guardiani della Galassia ma soprattutto nel misconosciuto Super – Attento Crimine! (2010). Ci pare una decisione oltremodo saggia, foriera di nuovi orizzonti per un universo Marvel in continua e benefica espansione artistica. E, per questi ed altri motivi, anche Spider-Man: Homecoming non delude alcuna aspettativa. Non resta dunque che augurare buon divertimento.

Daniele De Angelis