Sir

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7.0 Awesome
  • voto 7

Un amore su misura

Possono i tabù sociali tenere distanti due mondi opposti che si attraggono? Letteratura e Settima Arte hanno più volte, sin dalle rispettive notti dei tempi, provato a dare e dato delle risposte in merito, scrivendo su pagine e sul grande schermo indimenticabili storie d’amore. Ecco visti illustri precedenti indimenticabile quella narrata in Sir proprio non lo è, ma gli ostacoli e le difficoltà che i due protagonisti della pellicola di Rohena Gera dovranno superare per stare insieme sono sufficienti a gettare abbastanza benzina sul fuoco per alimentare una una commedia sentimentale che strizza l’occhio a Cenerentola e non solo, rivestendola di una location orientale e contemporanea, tra gli alti grattacieli di una luminosa Mumbai, dove l’amore va di pari passo con la lotta per l’emancipazione.

Scelta per aprire le danze della 18esima edizione del River to River Florence Indian Film Festival dopo la prima apparizione pubblica in quel di Cannes 2018 nella sezione “Semaine de la Critique”, l’opera prima della cineasta indiana, in uscita nelle sale nostrane con Academy Two nella primavera del 2019, racconta l’ennesimo tormentato intreccio amoroso disegnato per fare penare tanto la coppia di turno quanto il pubblico. La pellicola ci porta al seguito di Ratna, una donnache lavora come domestica in casa di Ashwin, un uomo proveniente da una famiglia benestante. Nonostante sembri che Ashwin abbia tutto, Ratna percepisce che l’uomo ha rinunciato ai suoi sogni e che in un certo senso si è perso. Di contro Ratna, che sembra non avere nulla, è piena di speranza e lavora con determinazione per raggiungere il suo sogno. Nel momento in cui i due mondi collidono e i protagonisti si connettono tra di loro, le barriere tra i due diventano solo più insormontabili. Sapranno essere più forti delle barriere che li dividono e riusciranno a superarle? Alla visione l’ardua sentenza anche se Sir, come avrete avuto modo di leggere dalla sinossi, è a tutti gli effetti la classica favola moderna che si sviluppa e ruota intorno al tentativo di avvicinamento, prima lento e graduale, poi passionale e irrefrenabili, di due esistenze appartenenti a classi diverse. Nulla di nuovo sul fronte drammaturgico e narrativo, poiché il racconto è costruito sulle basi di un’architettura che segue pedissequamente uno schema ampiamente predefinito, dal quale oramai distaccarsi sembra essere diventato un delitto penalmente perseguibile. Ciò lo rende affidabile e rassicurante agli occhi e per il cuore del fruitore, tanto che la facile lettura e la prevedibilità di dinamiche che normalmente risuonerebbero come una fastidiosa sensazione di déjà-vu, qui come nelle miliardi di operazioni analoghe non assume un’accezione negativa tale da infastidire più di tanto il pubblico. Di conseguenza, ci troviamo a fare i conti con un copione già scritto, che nel caso specifico del film della Gera riesce tuttavia a generare sullo schermo momenti intensi e di grande dolcezza, nei quali viene facile rispecchiarsi e provare empatia. In tal senso, le scene tra le mura domestiche che descrivono e mostrano il crescere dei un sentimento tra Ratna e Ashwin (su tutte il primo bacio e la consegna della macchina da cucire) sono dispensatrici generose di sorrisi e commozione.

Se ciò riesce a prendere forma e sostanza sullo schermo il merito è sicuramente dell’autrice, capace di aggiungere qualche spezia interessante ad una minestra altrimenti solo riscaldata per l’occasione. E ad aiutarla nell’operazione ci hanno pensato le avvolgenti musiche di Pierre Aviat, ma soprattutto le interpretazioni di Vivek Gomber e Tillotama Shome, quest’ultima familiare alle platee nostrane per avere vestito i panni di Alice in Monsoon Wedding di Mira Nair e di Medha in Gangor di Italo Spinelli.

Francesco Del Grosso