Sicilian Ghost Story

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Amabili arresti

Il film che al Festival di Cannes 2017 apre la 56esima edizione della Semaine de la Critique è opera di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, gli stessi registi che con Salvo, nel 2013, avevano vinto il Gran Premio della Semaine e il Premio Rivelazione. Sarà meritata, quindi, la particolare attenzione che viene riservata loro sulla Croisette? A nostro avviso sì. Perché la tendenza in parte già evidenziata con il precedente lavoro, e cioè quel voler esprimere da angolazioni differenti le tematiche che il cinema italiano lega indissolubilmente alla Sicilia, viene ribadita grazie a questo nuovo lungometraggio, Sicilian Ghost Story, con una robustezza ancora maggiore e con intuizioni narrative senz’altro originali, spiazzanti, per quanto a volte possano risultare non perfettamente integrate nella struttura del racconto.

Vien voglia comunque di lasciare subito la parola agli autori, così da chiarire rapidamente da dove sia nata l’ispirazione che li ha portati a realizzare Sicilian Ghost Story: “Con questo film volevamo una favola in una Sicilia mai esplorata prima, una Sicilia sognata. Un mondo dei fratelli Grimm di foreste e orchi, che collide con il piano di realtà di cui la nostra terra è inevitabilmente portatrice”.
Qual è il piano di realtà al quale i due cineasti alludono? Molto semplicemente quello cui molti film di Mafia ci hanno abituato nel corso del tempo. Storie di traffici illeciti, guerre tra cosche, vittime innocenti, omertà. Ma la grande trovata di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza è stata quella di trasfigurare un simile sostrato socio/antropologico, ricollocando lo sdegno per simili accadimenti in una dimensione affine a quella del cinema fantastico o comunque di un diverso cinema di genere.

La misteriosa sparizione in un piccolo paese siciliano, collocato ai margini del bosco, di un ragazzino dai modi puliti di nome Giuseppe, che scopriamo essere figlio di un malavitoso arrestato e divenuto poi collaboratore di giustizia, sembra argomento scomodo per tutti tranne che per Luna, la compagna di classe innamorata di lui, che non si è certo rassegnata al clima di indifferenza e di timore instauratosi nel loro paesino. Il ribellarsi della ragazza agli strani rapporti di connivenza che circondano il caso, con la gente del posto (poliziotti compresi) intimidita o addirittura complice dei rapitori di Giuseppe, troverà ben pochi sostenitori sia in famiglia che tra gli amichetti di scuola. Ma in qualche modo riuscirà a scuotere le coscienze. E avrà ripercussioni sia sul piano della realtà che in quei segmenti onirici, da fiaba oscura e opprimente, che fanno da contrappunto a tutta la narrazione.
Ecco, in filigrana (come evidenzia anche una scritta sui titoli di coda) il lungometraggio diretto da Fabio Grassadonia e Antonio Piazza mostra riferimenti alla cronaca ben precisi, su tutti la feroce e disumana eliminazione del figlio di un pentito avvenuta in quelle zone, per mano di mafiosi assolutamente privi di scupoli. Ma il messaggio non è affidato stavolta a un classico film di denuncia. Il percorso intrapreso è al contrario quello di un oggetto filmico ibrido, che può ricordare a tratti le derive noir di certo cinema di Tornatore e in modo ancora più esplicito gli stilemi della ghost story cinematografica di matrice anglosassone. Inquietanti soggettive. Segmenti di natura allucinatoria. Doppi astrali in fuga dai propri corpi. Premonizioni. Non manca di certo qualche ingenuità, all’interno di un percorso visuale e narrativo così azzardato, perciò anche “scivoloso”: ne è un esempio la caratterizzazione un po’ forzata della famiglia di Luna, la giovane protagonista, con tanto di madre svizzera il cui carattere soffocante e pignolo viene rimarcato con stratagemmi narrativi fin troppo pittoreschi, bizzarri, calcati. Ma nel complesso non dispiace affatto una pista del genere. Sia perché la novità dell’impostazione, invece di attenuare la portata della denuncia, la pone in relazione con una sensibilità spettatoriale diversa. Ed anche perché questo “flirtare” col mistery qualche brivido sotto la pelle lo lascia di suo, essendo il frutto di uno sguardo cinematografico persino troppo libero, barocco, ma di sicuro in grado di creare empatia tra pubblico e personaggi.

Stefano Coccia