Sette minuti dopo la mezzanotte

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8.0 Awesome
  • voto 8

Fantasie dal dolore

Sebbene il titolo originale – A Monster Calls – richiami la presenza di un’orrida creatura, non è certo un horror quest’ultima fatica dello spagnolo J.A. Bayona. Piuttosto Sette minuti dopo mezzanotte, questo il titolo italiano con riferimento temporale alle apparizioni del “mostro”, è un racconto di ineluttabile formazione virato al gotico alla maniera di Guillermo del Toro, un fantasy sui generis in cui il fantastico diviene sorta di ultima ratio da usare per legittima di fronte ai dolori del mondo reale. Un’opera preziosa nella quale la sofferenza più iniqua – poiché catalizzata attorno alla creatura più innocente, un bambino di dodici anni – prende le strade tangenziali dell’aura fiabesca, riuscendo in questo modo a moltiplicare i propri significati metaforici e, di conseguenza, la sua efficacia di storia esemplare.
Tratto dal romanzo omonimo dello scrittore britannico Patrick Ness – anche autore della sceneggiatura – Sette minuti dopo mezzanotte ci conduce inizialmente per mano alla scoperta del mondo del piccolo protagonista Conor (semplicemente perfetto, nell’esprimere rabbia e tenerezza, Lewis MacDougall), adolescente costretto dai casi della vita ad una presa di coscienza del tutto precoce. Vive in paesino del nord dell’Inghilterra con l’amata madre (Felicity Jones) gravemente ammalata di cancro; il padre (Toby Kebbel) si è rifatto una famiglia oltreoceano, negli Stati Uniti, mentre la nonna materna (eccellente Sigourney Weaver in un’ingrata e sofferta interpretazione) manifesta nei suoi confronti solo freddezza e desiderio di ricondurre il nipote all’ordine. Una situazione tutt’altro che idilliaca per un ragazzino, aggravata peraltro da continui episodi di bullismo subiti in ambito scolastico. Quasi inevitabile, per Conor, il ricorso ad un mondo di tetra fantasia che vede la comparsa notturna di una gigantesca creatura di origine arborea il cui compito è quello di fargli, periodicamente, visita.
S’intuisce subito come il film di un ispirato Juan Antonio Bayona si muova sul duplice registro della difficile realtà e di un mondo d’evasione nel quale affiorano tutte le paure covate da un ragazzo del tutto privo di difese di fronte ai drammi esistenziali che è costretto ad affrontare. La solitudine diviene condizione di vita quasi tattile, mentre la creatura – abilmente doppiata da Liam Neeson nella versione originale – assume la funzione di educatore sui generis in mancanza, per i motivi appena elencati, di solidi punti di riferimento genitoriali o comunque parentali. Attraverso la funzione di storyteller tipica di ogni genitore, il “mostro” racconta a Conor l’estrema sfaccettatura della natura umana: dove il ragazzino tende ovviamente a richiedere una semplificazione tra buoni e cattivi, le storie gli raccontano altro. Di persone che sono assai più complesse di quanto le loro apparenza possano lasciar intravedere. Favole illuminanti che Bayona rende visivamente tramite un’animazione basica ed efficacissima, in grado davvero di riportare l’immaginazione spettatoriale a livelli primordiali. Fino ad arrivare però al fatidico punto in cui le metafore si esauriscono e c’è bisogno della Verità assoluta, intesa come presa di coscienza di un contesto sino allora accantonato da Conor come estrema forma di rifiuto di fronte al dolore più grande e incomprensibile, quello del lutto precoce. Ed è in quel momento che Bayona, perfettamente coadiuvato dalla sceneggiatura, ritrova la sensibilità di tocco già mostrata nell’ottimo The Orphanage (2007) e sottaciuta in favore di una facile spettacolarizzazione nel successivo The Impossible (2012), permettendosi anche il lusso di mostrare un ultimo abbraccio tra madre e figlio sul letto di morte della prima. Un momento narrativo che sarebbe potuto facilmente scivolare nel sentimentalismo spicciolo ma che invece diviene, grazie alla presenza fisica e immanente del “mostro”, la vetta di una montagna scalata a mani nude da un essere umano sin troppo acerbo per cimentarsi nell’impresa.
Qualcuno definirà Sette minuti dopo la mezzanotte un’oliata macchina spremi-lacrime. Non credetegli: si tratta, tanto semplicemente quanto grandiosamente, di un’opera che affronta, in modo alquanto originale, la necessità di affrontare e forse superare quei traumi che il destino può riservare a chiunque. Azzerando inoltre, nel poetico e struggente epilogo, le distanze tra i due universi che Sette minuti dopo mezzanotte ha messo così brillantemente in scena.

Daniele De Angelis