Scary Mother

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Il romanzo della discordia

Si sa che i premi lasciano sempre il tempo che trovano, perché a conti fatti è quello che riesci a dimostrare sullo schermo ciò che conta veramente. In passato è capitato, infatti, che certi riconoscimenti siano finiti nelle mani di questo o quell’altro regista grazie a una serie di favorevoli “congiunzioni astrali”, bypassando quelli che erano i reali valori in campo. Ciononostante se con un film si è riusciti a mettere d’accordo gran parte di quelle giurie incaricate di esprimersi sul tuo operato, allora forse qualche merito ce lo devi pur avere. Vedi ad esempio Scary Mother, approdato in concorso alla 19esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce dopo avere rappresentato la cinematografia georgiana alla recente corsa agli Oscar al termine di un fortunatissimo percorso nel circuito festivaliero internazionale, iniziato in quel di Locarno 2017 con il premio per la miglior opera prima nella sezione Cineasti del presente. Un palmares davvero di tutto rispetto quello con il quale Ana Urushadze si è presentata nella competizione della kermesse salentina, laddove abbiamo potuto recuperare e apprezzare il suo pluridecorato esordio sulla lunga distanza.
La Urushadze racconta la storia di Manana, una casalinga cinquantenne tormentata da un dilemma: scegliere fra la vita in famiglia e l’amore per la scrittura, che ha represso per anni. Quando alla fine decide di seguire la sua passione è pronta a sacrificare tutto, mentalmente e fisicamente. È chiaro che Scary Mother, così come era stato a suo tempo il potentissimo My Happy Family di Nana Ekvtimishvili e Simon Groß (vincitore dell’Ulivo d’Oro al Festival del Cinema Europeo di Lecce 2017), è uno specchio che vuole riflettere la posizione e il ruolo delle donne nell’odierna Georgia. In entrambe le pellicole, attraverso traiettorie drammaturgiche e narrative diverse, di parla di vincoli, o meglio di quei codici morali che vengono trasmessi e che finiscono per generare stereotipi e responsabilità legati a determinati status sociali nei quali l’individuo si sente oppresso. Anche in questo caso, ad essere oppresso è il personaggio della madre, che ha dedicato tutta la giovinezza alle questioni familiari, prendendosi cura del marito e dei figli e mettendo da parte la sua passione, che in Scary Mother è la scrittura, mentre in My Happy Family era la libertà individuale di scegliere come e dove portare avanti la propria esistenza. La frustrazione si accumula fino a raggiungere l’apice, il momento dell’“ora o mai più”: lei sceglie l’“ora” e si getta a capofitto nella scrittura. Se prima era dedita unicamente alla vita familiare, ora è completamente presa dal processo creativo, come se le due cose non potessero coesistere. E quando l’arte è libera ma l’artista no, la tensione sfocia spesso in episodi spiacevoli – si creano muri da abbattere, si devono spesso compiere dei sacrifici e alla fine ci si chiede se ne sia valsa la pena.
Quello della condizione di circoscrizione e di soffocamento della donna nella società georgiana è dunque un tema che è stato e continua ad essere sviscerato dalla cinematografia locale con una certa frequenza, poiché rappresenta una ferita profonda che non riesce a cicatrizzarsi. In tal senso, il bisogno da parte dei registi di affrontarlo sul grande schermo si è fatto sempre più un’esigenza epidermica. Di conseguenza, il numero elevato di pellicole sul tema in questione ha ridotto drasticamente le possibilità narrative e drammaturgiche a disposizione di coloro che decidono di misurarsi con l’argomento. Ciononostante la Urushadze ha saputo approcciarsi alla materia in questione con una chiave personale, che ha permesso al film di caricarsi di ulteriori motivi di interesse, acquistando di fatto un certo peso specifico. Questo viene dalle stratificazioni con le quali l’autrice è andata a rinforzare e arricchire lo script, che affondano le radici in temi universali come la ricerca dell’identità e dell’indipendenza, ma anche della libertà di espressione e di pensiero. Il tutto con un contributo attoriale e tecnico di alto livello, che mette in mostra intensa la performance di Nata Murvanidze nei panni della protagonista e la grande maturità registica della Urushadze, dove il rigore formale si sposa con un gusto spiccato per la composizione delle immagini.

Francesco Del Grosso