Scarlatti K. 259

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7.0 Awesome
  • voto 7

Le emozioni scorrono sulle corde di una chitarra

Da cosa nasce cosa, recita un vecchio detto popolare, ed è proprio quello che è accaduto a Marco Tullio Giordana durante le riprese della sua ultima fatica dietro la macchina da presa, il tv-movie Due soldati. Nel corso delle riprese in terra campana per il regista lombardo si è materializzata una possibilità più unica che rara di realizzare un’altra opera, totalmente indipendente per quanto concerne il DNA, ma al contempo unita alla suddetta pellicola da un filo diretto.
Si tratta di Scarlatti K. 259, un piccolo film satellite come ama definirlo l’autore, nato in margine alle riprese effettuate in quel di Castel Volturno nell’estate del 2016 di Due soldati, che sta affrontando in parallelo con quest’ultimo alcune tappe all’interno del circuito festivaliero, a cominciare da Locarno 70 sino alla più recente proiezione nel cartellone del Crema Film Festival 2018, dove abbiamo avuto la possibilità di vederlo.
Quello firmato da Giordana è un cortometraggio musicale che mescola senza soluzione di continuità il linguaggio del documentario con quello della performance live. Il risultato è un gioiellino audiovisivo di 7’ che non ha sviluppi narrativi e drammaturgici, ma dinamiche esperenziali ed emozionali legate alle componenti sonore e ambientali che la alimentano e la arricchiscono. Lo short è, infatti, un duplice omaggio alla celebre Sonata K.259 in Sol maggiore di Domenico Scarlatti e alla bellezza intrinseca della cornice magica di Teatro di Corte della Reggia di Caserta, iniziato dal Vanvitelli nel 1753 e inaugurato nel 1769, attualmente chiuso al pubblico e aperto per l’occasione. Un’occasione che Giordana non si è lasciato sfuggire e con la quale ha fatto un grandissimo regalo a tutti quegli spettatori che con Scarlatti K. 259 potranno penetrare per mezzo della macchina da presa in una location da mozzare il fiato. Ed è proprio questa la sensazione che trasuda da ogni singolo fotogramma del corto.
Per dare forma e sostanza audiovisiva, ma soprattutto musicale, a questo duplice omaggio, il cineasta si affida al talento e alla bravura di Antonio Mascolo, che sfrutta gli automatismi della chitarra presenti nelle sonate del compositore partenopeo per riadattare quella in questione dalla sua origine per clavicembalo. E Mascolo ci riesce alla perfezione, dando una nuova e meravigliosa veste al brano, senza snaturala o privarka dell’antico splendore. La cinepresa digitale guidata da Giordana cattura in presa diretta le emozioni dell’esecuzione e la restituisce sullo schermo attraverso una moltiplicazione dei punti di vista, delle angolazioni e dei diversi tagli delle inquadrature (tra cui un pregevole dettaglio che si fa portatore sano della complessità della diteggiatura e delle tecniche d’attacco della mano destra), che trovano nella fase di editing e di mixage le spalle ideali.
Ne viene fuori un breve concerto privato che ha nel luogo il primo e attento spettatore, oltre che il viatico che ne amplifica in maniera esponenziale la potenza sonora. Il tutto filmato con il solo utilizzo delle luci di sala e catturato con tre microfoni direzionali collocati distanti dallo strumento, in modo da ricreare le condizioni acustiche dell’ascolto dal vivo, anziché inseguire quelle della sala d’incisione. Non c’è perciò alcuna amplificazione e l’esecuzione gode solo della cassa di risonanza che il Teatro offre naturalmente allo strumentista. In questo modo, si gode tanto dell’impeccabile performance del musicista, quanto del racconto per immagini delle architetture vanvitelliane che l’hanno accolta e ulteriormente valorizzata.

Francesco Del Grosso