Santiago, Italia

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  • voto 7.5

Ieri come oggi

Tra i titoli italiani più attesi di questa trentaseiesima edizione del Torino Film Festival, vi è indubbiamente Santiago, Italia, ultimo lavoro firmato Nanni Moretti, presentato all’interno della sezione Festa Mobile e che vede il celebre cineasta nostrano cimentarsi ancora una volta con il genere documentario. Scelta interessante? Indubbiamente. Ma prima di analizzare la presente opera e il rapportarsi di Moretti stesso a questo tipo di linguaggio, vediamo, più in generale, di cosa si tratta.

Ci troviamo in Cile, precisamente nel 1973. A settembre, il colpo di stato del generale Pinochet ha fatto cadere il governo di Salvador Allende, dando vita a quella che sarebbe diventata una delle dittature più terribili dopo la Seconda Guerra Mondiale. Durante questo periodo, chiunque, per un motivo o per l’altro, venisse considerato nemico del nuovo regime, veniva arrestato – con il pretesto di dover essere interrogato – e brutalmente torturato, se non addirittura ucciso. Questo è stato il destino dei cosiddetti desaparecidos, di cui, nella maggior parte dei casi, non si è saputo più nulla. Ma questo, ovviamente, è un episodio ormai tristemente noto in tutto il mondo. Sono in pochi, al contrario, ad essere a conoscenza di quanto – durante la dittatura di Pinochet – ha fatto l’Ambasciata italiana in Cile, dando asilo a chiunque lo chiedesse e salvando, così, migliaia di vite umane. Episodio, questo, che, fortunatamente, non è sfuggito all’occhio attento di Nanni Moretti, il quale ha così dato vita a un’opera tanto urgente quanto dolosamente sentita, intervistando – con una messa in scena ridotta quasi all’osso, dove alle riprese di chi si racconta vengono intervallati, di quando in quando, preziosi filmati di repertorio – chi ha avuto modo di vivere i fatti in prima persona, sia esso un ex prigioniero o, addirittura, un soldato del regime.
Al di là della buona resa della presente operazione, al di là dell’urgenza di mettere in scena il suddetto episodio (anche e soprattutto per gli importanti parallelismi che vengono fatti con i giorni nostri e con l’attuale governo), inevitabile è, a questo punto, qualche riflessione sul cinema dello stesso Moretti e sulla piega che quest’ultimo sembra voler prendere. Se, infatti, nel 1977, questo giovane regista di Monteverde Vecchio (storico quartiere romano) aveva catturato l’attenzione di pubblico e critica girando in super8 la sua opera prima – Io sono un Autarchico – ben presto ha finito per farsi conoscere anche grazie alla sua personalissima cifra stilistica, grazie alla quale veniva dipinto, di volta in volta, un bizzarro – ma veritiero e soprattutto autoironico – ritratto degli italiani e di tutti i loro difetti e le loro singolari abitudini e debolezze, con tanto di immancabili riflessioni sulla situazione politica attuale e soggettive note di autobiografismo. Questo, almeno, fino agli anni Duemila, quando il cinema dell’autore – pur mantenendo al suo interno delle costanti come la componente politica e una tagliente ironia di base – si fa via via più intimistico e personale, dai toni apparentemente più smorzati, che sta a rappresentare quasi una sorta di dialogo con sé stesso e che culmina nel 2015 con l’autobiografico Mia madre.
Tornando ai giorni nostri, dunque, questo suo Santiago, Italia potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova fase – certamente la più politica di tutte – dove l’urgenza di parlare agli italiani, di creare parallelismi tra il passato e il presente e di esortare il popolo ad aprire gli occhi, ha la meglio sulla messa in scena stessa, la quale, allo stesso tempo, si fa efficace come non mai e – dando inizialmente l’idea di un’insolita neutralità da parte dell’autore stesso – ben presto vede in campo lo stesso Moretti che, dopo l’intervista a uno dei soldati di Pinochet afferma :”Io non sono imparziale”. D’altronde, un autore come lui (fortunatamente) non si smentisce mai.

Marina Pavido