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		<title>CineClandestino.it</title>
		<link>http://www.cineclandestino.it/</link>
		<description>Rivista di cinema e informazione cinematografica</description>
		<language>it</language>
		<pubDate>29/07/2010 6.31.14</pubDate>
		<lastBuildDate>29/07/2010 6.31.14</lastBuildDate>
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			<title>Intervista a Edoardo Leo</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=9&amp;art=5894</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Speciali/edoardo-leo-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Presentato in anteprima negli Usa alla rassegna Los Angeles Italia, vincitore della Menzione Speciale al Roma International Film Festival, del premio Miglior Opera Prima al Napoli Cultural Classic e di ben 5 premi al Festival Internazionale del Cinema di Ibiza (miglior sceneggiatura, miglior attrice e attore protagonista, miglior regia, miglior film): questo finora il curriculum di Diciotto anni dopo, deliziosa commedia che narra la storia di due fratelli, separati a causa di un traumatico evento familiare e costretti a ritrovarsi dopo diciotto anni in occasione della morte del padre. Il film, prodotto dalla Dap Italy e distribuito in collaborazione con la Eagle Pictures, ha segnato il felice esordio alla regia di Edoardo Leo, attore di cinema e teatro e volto molto noto al pubblico televisivo (diverse miniserie e film tv all&amp;#8217;attivo, oltre a due stagioni della serie Un medico in famiglia in cui interpretava il ruolo di Marcello ), che quasi non ci crede ai consensi che sta riscuotendo il suo piccolo film, scritto insieme all&amp;#8217;amico e collega Marco Bonini e nato un po&amp;#8217; per caso&amp;#8230;&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;speciali&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessia Lepore&lt;/strong&gt;</description>
			<category>speciali</category>
			<pubDate>02/07/2010</pubDate>
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			<title>Robert Downey Jr. - Dust</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5810</link>
			<description>Deve essere particolarmente difficile nascere negli Stati Uniti con il proprio nome seguito dal suffisso junior. Poich&#233; gi&#224; vieni al mondo in un paese con un certo grado di competitivit&#224;; poi perch&#233; significa inevitabilmente essere figli di qualcuno di cui porti il medesimo nome, con annesso implicito conflitto edipico in nuce. Le cose sono di certo destinate a peggiorare se tuo padre &#232; un pi&#249; o meno celebrato regista di cinema underground che ti fa provare l'ebbrezza dell'esordio davanti alla macchina da presa alla tenerissima et&#224; di sette anni, in un film intitolato Pound. Quindi lui divorzia - con immaginabili traumatiche conseguenze - da tua madre quando hai appena undici anni. Mentre tu continui e continuerai sempre a chiamarti Robert Downey, esattamente come il tuo genitore. Con quello junior in aggiunta che spesso pu&#242; fare tutta la differenza del mondo...
Poche volte, a Hollywood e dintorni, la travagliata esistenza di un attore ha trovato uno specchio fedele in una carriera artistica discontinua, diseguale e per certi versi dissennata, soprattutto nella sua fase iniziale. Per Robert Downey Jr, a ben guardare, &#232; stato cos&#236;. Poca gavetta - ma anche con registi di inconfutabile valore come John Sayles (Baby, It's You, 1983) ed il recentemente scomparso John Hughes, dal quale ottiene la parte secondaria del giovane e odioso fighetto in ansiosa cerca della donna dei sogni sessuali ne La donna esplosiva (Weird Science, 1985) - e in pochi anni subito ruoli da protagonista nel proscenio, come nell'innocua commedia adolescenziale Ehi...ci stai? (The Pick-up Artist, 1987) di James Toback, dove fa da spalla all'allora superstar del filone Molly Ringwald, ma soprattutto in Al di l&#224; di tutti i limiti (Less Than Zero, 1987) di Marek Kanievska, tratto dall'omonimo romanzo di successo scritto da Bret Eston Ellis. Perch&#233; soprattutto, ci potrebbe chiedere? La risposta &#232; scontata, almeno per coloro che hanno visto e ricordano un film non certo trascendentale ma che trov&#242; proprio nel personaggio impersonato da Downey Jr. e nella sua prova attoriale il motivo di principale interesse. Perch&#233; nella pellicola interpretata anche dai lanciatissimi Andrew McCarthy e Jami Gertz, Robert Downey Jr impersona un rampollo di buona famiglia che cade inesorabilmente vittima della dipendenza della droga, specchio fedele di una situazione che andava facendosi pericolosamente largo anche nella vita reale. Il calvario esistenziale di Junior - da qui in poi costellato, almeno fino ad un'et&#224; pi&#249; &amp;#8220;matura&amp;#8221; da continui tentativi di disintossicazione e puntuali ricadute - ha inizio, finendo inevitabilmente con il riflettersi sulla sua carriera. Molte trascurabili commedie e commediole di pronto consumo, tipo l'inguardabile Chances Are (1989) di Emile Ardolino, oppure passabili film action conditi d'ironia, come Air America (1990) di Roger Spottiswoode, in cui fa coppia &amp;#8211; con discreta alchimia &amp;#8211; con Mel Gibson.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>20/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Robert Downey Jr. - Epifania</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5818</link>
			<description>La bellezza magniloquente dell&amp;#8217;opera e la preziosa interpretazione fornita dall&amp;#8217;oggetto-soggetto della nostra analisi induce ad introdurre l&amp;#8217;ideale seconda parte di questo breve excursus sulla carriera attoriale di Robert Downey Jr. a partire dalla trasposizione filmica di Loncraine (o dovremmo forse dire di McKellen?) del Riccardo shakespeariano. Non ci soffermeremo, almeno in questa sede, sulla possibilit&#224; reale di transcodificazione di un testo drammatico al cinema: il lavoro formidabile di Kenneth Branagh, in questo senso, &#232; assai pi&#249; esaustivo di mille dissertazioni letterarie. Del resto anche l&amp;#8217;attualit&#224; (Jan Kott la illustra bene in un suo celebre saggio Shakespeare nostro contemporaneo) e il potere ideativo ed universale dei drammi shakespeariani &#232; cosa tanto nota quanto cognitivamente quasi insondabile. Pare gettare le armi perfino il bardolatra per eccellenza Harold Bloom quando chiosa: &amp;#8220;Dobbiamo sforzarci di leggere Shakespeare con tutta l&amp;#8217;attenzione possibile, pur sapendo che i suoi drammi leggeranno noi con forza ancor maggiore. Ci leggono fino in fondo&amp;#8221;.
Riccardo, Duca di Gloucester, il gobbo Riccardo, colui che non ha altro diletto che contemplare la propria ombra al sole, &#232; materia filmica prediletta dai grandi attori shakespeariani del Novecento. Lo fa Laurence Olivier, scegliendo di eliminare il personaggio di Margherita d&amp;#8217;Anjou, vedova di Enrico VI e fiera oppositrice del re sanguinario e circondandosi di alcuni fra i maggiori interpreti teatrali inglesi dell&amp;#8217;epoca, John Gielgud come Clarence e Ralph Richardson nelle vesti di Buckingham. Lo fa, adottando un approccio molto differente che ci sar&#224; utile nell&amp;#8217;analisi successiva, Al Pacino con il suo Looking for Richard: uno sguardo semi-documentaristico sul testo e le possibilit&#224; di messa in scena, o messa in film, nel caso specifico, da parte di un non britannico (sia pure il sommo Al Pacino!) ossessionato dalla musicalit&#224; del pentametro giambico e dalla ricerca metropolitana di &amp;#8220;chi sia Riccardo&amp;#8221;. E, se per un momento, abbandoniamo lo schermo e scegliamo di tornare sulle tavole del palcoscenico, troviamo la recente messa in scena, datata 2002, di Riccardo III da parte di Micheal Grandage. Al Crucible Theatre di Sheffield, Kenneth Branagh  scandisce rabbioso ed enfatico il verso &amp;#8220;mine own deformity&amp;#8221;, stirato, letteralmente, da un marchingegno di trazione che tenta di correggerne la mostruosit&#224;. Gioca con il pubblico, il suo Riccardo, istrione truculento che strappa pi&#249; di una risata e mostra una delle caratteristiche che, forse, lo rendono, oltre ogni logica umana, cos&#236; magnetico: la vulnerabilit&#224;. Attraverso l&amp;#8217;uso mirabile della proprie capacit&#224; vocali, uno degli aspetti pi&#249; rilevanti della grandezza dell&amp;#8217;attore irlandese, Branagh enfatizza la conclusione interrogativa dei versi, ricreando, ad ogni dubbio, la complicit&#224; strettissima con il suo pubblico che &#232; poi il pubblico del personaggio che interpreta. In questa grandeur, sulla quale moltissimo altro ci sarebbe da aggiungere, si inserisce a pieno titolo il lavoro decostruzionista, a dirla con Harold Bloom, di Richard Loncraine e del suo gigantesco protagonista, Ian McKellen che si ispirano, per questo adattamento, ad una messa in scena del 1992 di Richard Eyre.
Riccardo III, al quale Shakespeare aggiunge una buona dose di crudelt&#224; rispetto ai racconti storicamente attendibili, &#232;, lo abbiamo sottolineato, un affabulatore compiaciuto della propria arte retorica e pragmatica: &amp;#8220;Ci fu mai donna in tale stato d&amp;#8217;animo corteggiata? Ci fu mai donna in tale stato d&amp;#8217;animo sedotta? La voglio. Ma non per molto tempo. Non la terr&#242;. Ma come? Io, che le ho ammazzato suocero e marito, me la conquisto mentre sgorga l&amp;#8217;odio dal suo cuore&amp;#8230;&amp;#8221;, gioisce Gloucester, carnefice e seduttore allo stesso tempo. Riccardo non ha la statura intellettuale di Amleto e neppure l&amp;#8217;arguzia godereccia di Falstaff n&#233; la sua crudelt&#224; pu&#242; essere del tutto avvicinata a quella pi&#249; sottile e complessa di Iago o di Edmund, eppure, senza alcun dubbio, ci seduce. Harold Bloom ritrova nella sessualit&#224; sadomasochista e in un vitalismo inesauribile che si trasforma, senza soluzione di continuit&#224;, in pulsione mortifera, due aspetti concomitanti di questa fascinazione. La vulnerabilit&#224;, molto umana, abbiamo aggiunto noi.
Non &#232; (come potrebbe?) una boutade, la scelta di Loncraine e McKellen di spostare l&amp;#8217;azione del dramma in una Inghilterra nazifascista e di connotare il personaggio di Riccardo come una inquietante mistura fra gli amanti celebri degli anni Trenta, da Clark Gable a Douglas Fairbanks, e Hitler. Ricreando un&amp;#8217;ambientazione che ricorda, in termini parodici, come ritiene James N. Loehlin, i film in costume, tipici del cinema di Ivory e, parallelamente, innestando nel personaggio di Riccardo le caratteristiche di gangster come John Dillinger o Al Capone (ma pi&#249; ancora, evidentemente, a Tony Camonte, lo sfregiato di Howard Hawks che proprio a Capone ed all&amp;#8217;America proibizionista si era ispirato per il suo Scarface), Loncraine d&#224; vita ad un one man show che corrisponde, narrativamente, alla scalata al successo politico ed alla caduta del re.
Ian McKellen domina, come il personaggio che interpreta suggerisce, la scena o, per meglio dire, lo schermo, tuttavia &#232; particolarmente interessante il lavoro di semplificazione che il regista britannico sceglie di fare con i personaggi che circondano Gloucester (si pensi che la durata della trasposizione del testo shakespeariano pi&#249; lungo, dopo Amleto, arriva a sfiorare appena i 105 minuti): come avveniva in Olivier, Margherita &#232; eliminata e le sue funzioni assorbite dai personaggi della duchessa madre e di Elisabetta, Lord Rivers, interpretato, con magistrale asciuttezza e padronanza di mezzi espressivi, da Robert Downey Jr. comprende invece i tre personaggi di Rivers, Grey e Dorset e qualcosa di analogo avviene con i numerosi sicari al soldo di Riccardo, radunati nella sola figura di Tyrrell. Buckingham, interpretato da Jim Broadbent, viene ridimensionato in favore di un maggiore approfondimento della figura di Clarence, al quale, secondo Harold Bloom, Shakespeare dona il monologo pi&#249; compiuto della tragedia.
In questo caso, e differentemente da ci&#242; che avveniva con le riflessioni metateatrali di Pacino, gli U.S.A. non sono una licenza da comprendere, ma una scelta storicamente giustificabile e giustificata, sebbene connotata da una inevitabile ambiguit&#224; di fondo. Elisabetta di York, interpretata da Annette Bening, e il di lei fratello, Rivers, che soccomber&#224; alla furia omicida del re gobbo durante un amplesso, sono infatti due personaggi dichiaratamente statunitensi. La futura consorte del primo re Tudor, vittorioso su Riccardo nella battaglia di Bosworth con la quale si conclude la tragedia shakespeariana, diviene personificazione dell&amp;#8217;intervento liberatore degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale e al contempo &#232; metafora del giogo culturale americano successivo alla fine del conflitto.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Ilaria Mainardi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>20/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Robert Downey Jr. - Il tormento e l'estasi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5805</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Speciali/Robert%20Downey%20Jr_/Downey-Jr_-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Se c&amp;#8217;&#232; un attore contemporaneo per il quale calza a pennello la definizione di &amp;#8220;genio e sregolatezza&amp;#8221;, questo &#232; Robert Downey Jr.. Perch&#233; non v&amp;#8217;&#232; dubbio che la vita dell&amp;#8217;attore newyorkese si sia composta, nel tempo, di infinite curve, di parabole ascendenti e discendenti nelle quali si &#232; perso, abbandonato, ritrovato e reinventato, mille e pi&#249; volte. Con quel sorriso beffardo e gli occhi umidi affacciati sull&amp;#8217;anima, divertito ed appagato da un talento che &#232; fra i pi&#249; eclatanti del panorama cinematografico internazionale, Robert, la fenice, risorge, per l&amp;#8217;ultima volta (e definitivamente gli auguriamo e ci auguriamo) intorno all&amp;#8217;anno 2005, quando inanella una serie di apparizioni che fanno risaltare la sua gamma espressiva di impressionante ampiezza e versatilit&#224;. Da quel momento &#232; tutto un susseguirsi di partecipazioni illustri, splendidi film indipendenti, blockbuster ai quali aggiunge, infaticabile improvvisatore ed animale cinematografico purosangue, il tocco magico riservato ai grandi. 
Minuto, naturalmente ironico, con un passato da studente di balletto classico che rese un po&amp;#8217; meno gravoso il duro lavoro fisico affrontato per il biopic di Sir Richard Attenborough su Charlie Chaplin, Robert Downey Jr. conserva l&amp;#8217;appeal dei divi del passato. Non si tratta, non soltanto almeno, del talento inestimabile sul quale molti di essi, da Marlon Brando a Paul Newman, da Cary Grant a Montgomery Clift, potevano contare. E&amp;#8217; piuttosto un&amp;#8217;allure misteriosa che incolla lo sguardo e travalica la distanza (con buona pace di No&#235;l Burch). E proprio di Monty Clift, conserva, oltre alla bellezza raffinata, la fragilit&#224; e l&amp;#8217;impalpabilit&#224; di un eroe triste, l&amp;#8217;ambiguit&#224; suggerita e mai del tutto svelata, la tortuosit&#224; del percorso umano ed artistico che sfocia qui nella dipendenza dalla droga, l&#224; nella capacit&#224; di esplodere davanti alla macchina da presa con la sola forza della propria passione.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Ilaria Mainardi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>20/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Robert Downey Jr. - Paradise Regained</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5824</link>
			<description>Robert Downey Jr. sa fare tutto, volendo indicare con il termine &amp;#8220;tutto&amp;#8221; anche l&amp;#8217;incredibile versatilit&#224; che gli consente di saltellare agilmente dal musical surreale (e caotico) The Singing Detective, dove, sui titoli di coda, d&#224; prova di doti canore notevoli oltre che di uno splendido timbro vocale (chi lo ha visto interpretare Larry nella serie Ally McBeal o ha potuto ascoltare il suo primo, e finora unico, album, The Futurist, sa di cosa si parla) ad una sorta di anomalo giallo metropolitano come Kiss Kiss Bang Bang. Quest&amp;#8217;ultimo titolo, da gustare anche soltanto per la classe attoriale dimostrata da Downey Jr. nel finto provino che d&#224; avvio all&amp;#8217;intreccio noir, ha il merito ulteriore di restituirci una coppia d&amp;#8217;assi ritrovati del cinema internazionale, impegnata in ruoli da simpatici loser pasticcioni, degni di una schermaglia liberal, anni Sessanta. Ed &#232; probabilmente una spinta di indignazione autentica, molto vicina ad un certo cinema politico degli anni Sessanta e Settanta, non soltanto statunitense (si pensi a Jean Luc Godard, ma anche al giapponese Oshima), a muovere, idealmente, la macchina da presa di George Clooney per il suo Good Night and Good Luck, una parabola sulle deviazioni possibili del giornalismo e dell&amp;#8217;informazione televisiva, indotti dal potere politico ad una linea di basso profilo, in favore di programmi &amp;#8220;spazzatura&amp;#8221;, neutrali come lo pu&#242; essere solo il nulla ideologico che li sottende (si, &#232; una pratica datata&amp;#8230;).
Il film ripercorre le tappe pi&#249; significative della vita e della carriera di Edward R. Murrow, conduttore di &amp;#8220;See It Now&amp;#8221; e pioniere di una sorta di proto-controinformazione e di un giornalismo televisivo non votato al servilismo rispetto ai poteri forti. Non esit&#242; infatti, negli anni della caccia alle streghe anticomunista, a schierarsi apertamente in opposizione al senatore repubblicano McCarthy che di quell&amp;#8217;abominio era il principale ideatore. La Red Scare, lo sappiamo, non risparmi&#242; neppure Hollywood, provocando la fine della carriera statunitense di Charlie Chaplin che, ricordiamolo, non aveva mai chiesto la cittadinanza americana, al quale non venne rinnovato un visto d&amp;#8217;entrata negli U.S.A., dopo un soggiorno europeo, nel 1952. Vi rientr&#242; solo, per un Oscar alla carriera, venti anni dopo. Ma il maccartismo &#232; celeberrimo anche per la &amp;#8220;strategia del sospetto&amp;#8221; messa in atto all&amp;#8217;interno degli ambienti cinematografici pi&#249; influenti e per le delazioni estorte con metodi poco ortodossi come quella di Elia Kazan che cost&#242; al regista di Fronte del porto la rottura del sodalizio umano ed artistico con il suo pupillo, Marlon Brando. Intriso di passione politica e di sincera indignazione, George Clooney, epigono, in un certo senso, di Emile De Antonio (nel 1963, con Ordine del giorno, il regista-documentarista si occup&#242; proprio del senatore McCarthy) e i suoi magnifici interpreti tracciano un ritratto oscuro della democrazia statunitense, con il suo carico di fanatismo e colpevoli silenzi. Murrow, nel suo poco apologetico affresco, affermava: &amp;#8220;Nessuno ha il diritto di terrorizzare un&amp;#8217;intera nazione a meno che non siamo tutti accondiscendenti. Tutto quello che posso sperare &#232; di insegnare a mio figlio a dire la verit&#224; e a non avere paura di nessun uomo&amp;#8221;.
Ogni riferimento a fatti e persone attuali (non) &#232; puramente casuale&amp;#8230;&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Ilaria Mainardi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>20/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Federico Zampaglione</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=73&amp;art=5773</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Speciali/Intervista%20a%20Federico%20Zampaglione/Zampaglione-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Stimolati sia dalla visione di Shadow che dall&amp;#8217;accorata lettera aperta pubblicata sulla nostra rivista da Federico Zampaglione, determinato per l&amp;#8217;occasione a esprimere il suo punto di vista sulle problematiche sempre pi&#249; pressanti che condizionano la visibilit&#224; del cinema indipendente (in primis quello di genere) nel nostro paese, noi di CineClandestino ci siamo decisi a fare il punto sulla carriera cinematografica tutto sommato recente di questo eclettico artista, che il pubblico aveva imparato ad apprezzare per i successi ottenuti con la sua band, i Tiromancino.
Per decidere chi lo avrebbe intervistato, non &#232; stato necessario estrarre il bastoncino pi&#249; corto o ricorrere a qualche altro sorteggio: mi sono subito offerto volontario, attratto dalla prospettiva di una conversazione pi&#249; approfondita con l&amp;#8217;autore di due pellicole, Nero bifamiliare e Shadow, che avevano gi&#224; esercitato su di me un impatto notevole. Stabilito un giorno per l&amp;#8217;intervista, le sorprese non si sono fatte attendere. Federico mi ha infatti invitato nella sua dimora, ben diversa da quella di Mortis inShadow, per un pomeriggio che si sarebbe rivelato oltremodo intenso e fruttuoso. Arrivato a casa sua, oltrepasso l&amp;#8217;elegante salone per ritrovarmi in un ambiente insospettabile: in netto contrasto col resto della casa, lo studio di Federico &#232; un posticino magico e pieno di dettagli eccentrici; dove a lato del computer, finestra costantemente aperta sull&amp;#8217;universo in subbuglio di internet, campeggiano cimeli come una splendida miniatura del Cenobita di Hellraiser, il mitico Pinhead, oppure gli unghioni di Freddy Krueger, presi direttamente al negozio di Luigi Cozzi. Alla faccia di chi ancora avanzava qualche dubbio sulla genuinit&#224; dell&amp;#8217;interesse di Zampaglione per l&amp;#8217;horror&amp;#8230;
Ma le sorprese non sono certo finite qui. Federico, che mi ha accolto con un sorriso e poche parole, brevi accenni a un nuovo gruppo musicale che si starebbe formando, all&amp;#8217;improvviso imbraccia la chitarra e senza aggiungere altro attacca a suonare un fantastico blues, con me unico spettatore. Io rimango ammutolito. E istintivamente accendo il registratore.
Alla fine di questo concertino &amp;#8220;ad personam&amp;#8221;, do il via in modo altrettanto informale all&amp;#8217;intervista.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;interviste&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>interviste</category>
			<pubDate>07/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intervista a Federico Zampaglione - Parte I</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=9&amp;art=5769</link>
			<description>Ti ho rubato subito qualche nota, in attesa di sapere qualcosa di pi&#249; sul nuovo gruppo.

Ah, ma stai gi&#224; registrando? Il nuovo &#232; un gruppo blues. Facciamo proprio cose come quella che hai appena ascoltato. (Il gruppo, che avrebbe debuttato di l&#236; a breve al Big Mama, si chiama Buzz Band. N.D.R).
Insomma, spero ti sia piaciuto.

Cos&#236; si curano le ferite del cuore, caro Federico.

Vedi, qui si passa dall&amp;#8217;horror al blues pi&#249; arcaico, un qualcosa di cui sono appassionato sin da ragazzino.

Veramente?

S&#236;, certo. Ti stai chiedendo se il blues rientri da sempre tra le mie passioni? Ma lo suono dalla mattina alla sera! Le passioni spaziano, anche quelle musicali&amp;#8230;

(Sentito questo, mi viene spontaneo tirare fuori dallo zainetto un reperto particolare: Insisto, vecchio album dei Tiromancino cui sono molto legato, e che mi sarei fatto poi autografare, a fine incontro, da un Federico Zampaglione quasi stupito di ritrovarsi davanti quella che non &#232; certo una delle loro creazioni musicali pi&#249; recenti, al contrario. Ma occorre tornare subito seri, perch&#233; l&amp;#8217;intervista &#232; appena iniziata)

Musica, cinema, espressioni artistiche di altro genere&amp;#8230; ma come siamo messi oggi in Italia, Federico?

Ragazzi, il problema &#232; che qui in Italia non si riesce pi&#249; a fare un cazzo. Non ci si riesce pi&#249;, e sai perch&#233;? Purtroppo chi ha in mano le sorti della cultura, come per ogni altra cosa, dovrebbe lavorarci su, provare a organizzare qualcosa, mentre qui se non sono tette e culi sparati un po&amp;#8217; a casaccio in televisione non si va avanti. Non lo vedi ormai come siamo messi? Una trasmissione di cinema in mano a Marzullo alle due del mattino, non c&amp;#8217;&#232; pi&#249; una trasmissione di cultura, la musica &#232; completamente sparita. Cio&#232;, se un musicista vuole andare a promuovere un disco dal vivo, dimmi tu dove pu&#242; andare?

Spostandoci per&#242; sul cinema, che ne pensi dell&amp;#8217;accoglienza tutt&amp;#8217;altro che uniforme ricevuta dal tuo primo film, Nero bifamiliare? E ora come sta andando con Shadow?

Nero bifamiliare &#232; un film che ha diviso da morire. Ad alcuni &#232; piaciuto, altri gli hanno dato contro. Oddio, anche per Shadow &#232; successo qualcosa del genere, per&#242; nel complesso ha convinto molto di pi&#249;. Ormai la realt&#224; del cinema italiano &#232; questa, se vogliamo dirla tutta, o ti metti a fare quella robaccia commerciale &#224; gogo, o comunque ti osteggiano.
Riguardo al genere, adesso si sente sempre parlare dei bei tempi che furono, ma questo cinema qua anche in quegli anni, poi, veniva spesso e volentieri maltrattato. La critica lo distruggeva regolarmente. Mi ricordo che scrivevano certe cose su Fulci davvero tremende, lo deridevano dicendo che era il regista di Franco e Ciccio, dei musicarelli. L&amp;#8217;horror, secondo me, almeno in Italia sar&#224; sempre un genere che fa fatica, che si deve ricavare degli spazi tra gli appassionati. Tutte le nicchie non sono mai state amate dall&amp;#8217;industria, questo &#232; il problema. L&amp;#8217;industria si concentra sulla fascia di utenza pi&#249; larga, per cui nella loro ottica quei prodotti che sono gi&#224; indirizzati a un pubblico, tra virgolette, ristretto, perdono di interesse. E a quel punto preferiscono andare su generi che possono abbracciare una fascia di et&#224; e una fascia di gusti pi&#249; ampia. Sempre partendo dal fatto che per piacerti, un horror, devi essere un po&amp;#8217; un appassionato. &#200; difficile andare in una multisala e trovare gente che, all&amp;#8217;ultimo momento, sceglie di vedere un horror; o ci vanno apposta, oppure scelgono altro. A seguire questo genere sono quelle persone che lo amano e che poi sanno tutto, ovvero le stesse persone che ne parlano in giro, che scrivono sui forum, che si impegnano a discutere e commentare i film. Per&#242; rimane comunque una nicchia di gente appassionata. Ma anche con la musica &#232; cos&#236;! Se non rientri in una musica per tutti, l&amp;#8217;industria ti pone in disparte.

Anche le scelte di programmazione, per quel riguarda l&amp;#8217;ambito cinematografico, sembrano riflettere tale logica. Abbiamo ospitato volentieri sulle pagine di CineClandestino una tua lettera aperta in cui denunciavi, tra le altre cose, gli orari assurdi che diverse sale avevano adottato per Shadow, a una sola settimana dall&amp;#8217;uscita e nonostante il film stesse andando bene. Un po&amp;#8217; come se gli appassionati del genere fossero considerati a loro volta vampiri, da chiamare a raccolta solo in orari vicini alla mezzanotte!

Esattamente. &#200; come se si dicesse loro: il film andatevelo a vedere all&amp;#8217;una di notte, se proprio ci tenete. Per&#242;, polemiche a parte, non vorrei neanche che questi discorsi finissero per sovrastare il film. Io la polemica l&amp;#8217;ho innescata, semplicemente perch&#233; volevo che ancora una volta si riflettesse su questo sistema, su come in Italia il cinema indipendente, quello fatto dai giovani, venga osteggiato; perch&#233; se ho avuto questi problemi io che bene o male ho un nome, che ho una certa visibilit&#224;, immaginate cosa pu&#242; succedere a un regista esordiente, che si presenta con una piccola distribuzione. Viene subito massacrato! Allora &#232; importante, per tutti noi che amiamo il cinema, che si impari a conoscere un po&amp;#8217; di pi&#249; questi meccanismi, per avere se non altro un metro di giudizio reale. Adesso per&#242; direi di mettere da parte l&amp;#8217;aspetto polemico, per parlare proprio del film, che comunque un suo percorso lo sta facendo!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;speciali&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>speciali</category>
			<pubDate>07/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intervista a Federico Zampaglione - Parte II</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=9&amp;art=5770</link>
			<description>Sono d&amp;#8217;accordo, in pi&#249; ti confesso che di curiosit&#224; ne ho parecchie, sia su Shadow che su Nero bifamiliare. Prima, per&#242;, vorrei stabilire un ponte coi tuoi interessi musicali, ricollegandomi a una recente esperienza festivaliera: ero anche io a Udine, per il Far East, quando sei stato chiamato a introdurre Slice di Kongkiat Khomsiri, una delle pellicole thailandesi selezionate per il cosiddetto &amp;#8220;horror day&amp;#8221;. In quella occasione ne hai molto elogiato le scelte musicali, sottolineando come nel film in questione vengano proposti certi contrappunti, piuttosto particolari e contrari a quanto uno si aspetterebbe, che ti piace siano presenti in una pellicola del terrore; oltre a ribadire, ovviamente, il tuo interesse per il cinema orientale! Sarei molto felice se tornassi brevemente su entrambi gli aspetti, facendo riferimento anche alla sequenza di Shadow, cos&#236; efficace e ansiogena, in cui il brano che viene utilizzato &#232; utilizzato addirittura La strada nel bosco&amp;#8230;

Penso che quella orientale sia alla fine una delle cinematografie pi&#249; curate. Sono film con un livello grafico, di confezione visiva, costumi, luce, scenografia, da cui esce fuori tutta la loro bravura. Chiaro, molti di noi sono in parte cresciuti col cinema asiatico, seguendo i vari film di arti marziali, per cui il primo approccio &#232; stato proprio quello, insieme magari al filone dei mostri come Godzilla, Gamera. Poi c&amp;#8217;&#232; stato anche un cinema orientale molto elegante, mi viene in mente Lanterne rosse, come anche i film di Akira Kurosawa. E di sicuro loro sono grandi esperti e innovatori anche del cinema dell&amp;#8217;orrore, a partire dai classiconi come Ringu e altri, che gli americani hanno poi rifatto saccheggiando le loro idee a mani basse.
Del resto gli orientali sono bravissimi sulle storie di fantasmi, sull&amp;#8217;occulto, sul soprannaturale, cos&#236; come sono violentissimi quando vanno sul cinema gore. Basterebbe fare il nome di Takashi Miike. Un film come Ichi the Killer ti lascia veramente basito, per non dire di Men Behind the Sun (di Mou Tun Fei, NdR). Proprio ieri stavo rivedendo Audition, con quel finale che lascia il segno&amp;#8230; 
Insomma, il cinema orientale &#232; un grande cinema, quindi mi ha fatto davvero piacere andare al Far East per presentare questo film, Slice, preceduto tra l&amp;#8217;altro da un lungometraggio coreano (Possessed di Yong-ju Lee, N.D.R.) con certe scene il cui carattere visionario aveva esiti raggelanti. Ma ti rendi conto? C&amp;#8217;&#232; da chiedersi chi altri potrebbe inventarsi cose del genere&amp;#8230; Ecco, gli orientali hanno la capacit&#224; di inserire una serie di elementi, come la natura stessa, per creare le atmosfere giuste, fino a toccare vertici di autentico delirio con film come Oldboy.
Devo dire che io quest&amp;#8217;anno parteciper&#242; al PiFan, che &#232; il pi&#249; grande festival coreano dell&amp;#8217;orrore e della fantascienza, proprio con Shadow. Sar&#224; quindi un onore poter portare un film italiano a una simile manifestazione cinematografica, perch&#233; &#232; veramente un festival ricco di grandi titoli, ed erano anni che non selezionavano pellicole dall&amp;#8217;Italia.
Per quanto riguarda invece i contrappunti di cui parlavi, certe volte la musica deve anche spiazzare, andare nella direzione opposta delle immagini, perch&#233; se vai sempre troppo a favore di immagine rischi poi che l&amp;#8217;effetto sia un po&amp;#8217; pi&#249; stereotipato, simile a quanto gi&#224; ci si aspetti. In Shadow, per l&amp;#8217;appunto, ho cercato di creare alcuni momenti un po&amp;#8217; stranianti, per cui tu vedi una cosa e ne ascolti un&amp;#8217;altra, come se ci fosse di fondo una sorta di disagio, di non immediata comprensione rispetto a quanto sta succedendo; di conseguenza, ci abbiamo riflettuto molto se mettere o non mettere quella musica, La strada nel bosco, perch&#233; ci rendevamo conto che era un po&amp;#8217; una follia, per&#242; alla lunga serviva a tirare bene fuori, ad aumentare il livello di angoscia del film. Abbiamo fatto anche delle prove con musiche pi&#249; a tema, ma devo dire che la  pi&#249; indicata &#232; rimasta quella.

Concordo con quanto hai detto, ma anche nei momenti in cui la musica commenta in modo pi&#249; ortodosso quanto sta avvenendo in scena, come ad esempio durante la fuga dei bikers dalla violenza dei cacciatori, l&amp;#8217;impatto &#232; notevole. Cosa puoi dirci di chi ha partecipato alla colonna sonora?

La maggior parte delle musiche &#232; stata fatta da mio fratello Francesco con Andrea Moscianese, insieme abbiamo dato vita a questa nuova band, The Alvarius, che &#232; ispirata appunto al Bufo Alvarius, quel rospo allucinogeno rappresentato anche in una scena del film. Abbiamo puntato un po&amp;#8217; su questa musica psichedelica con richiami degli anni &amp;#8217;70, ma anche con una serie di sonorit&#224; moderne, campionamenti, suoni che arrivano pi&#249; dall&amp;#8217;elettronica del tipo di ricerca che si fa oggi. Si tratta quindi di un&amp;#8217;altra faccia ancora, a livello musicale. Del resto avrai capito che a me piace molto spaziare, per cui mi viene quasi da sorridere al pensiero che molti sono rimasti sorpresi, in generale, da questo film, perch&#233; associando me che ovviamente conoscono come il cantante dei Tiromancino all&amp;#8217;immaginario dell&amp;#8217;horror, non &#232; che il legame fosse cos&#236; evidente. Per&#242; io penso di appassionarmi a cose molto diverse tra loro, ed &#232; questo dal mio punto di vista il bello, che non consiste certo nel sentire il piacere di tutto ci&#242; che va in un&amp;#8217;unica direzione. Dove sta scritto che se ti piace l&amp;#8217;horror ti deve per forza piacere anche il metal?

In effetti cos&#236; facendo si rischia di rimanere ingabbiati nei soliti stereotipi.

S&#236;, tocca uscirne fuori, ma anche semplicemente per avere la possibilit&#224; di arricchirti interiormente con varie forme d&amp;#8217;arte. Senn&#242;, se ti piace soltanto qualcosa di dark, puoi finire per non smuoverti pi&#249; da quello. Torno al discorso di prima: perch&#233; mai se ti piace l&amp;#8217;horror non ti deve piacere il reggae, ad esempio? Sarebbe folle. Io conosco tanti appassionati di horror che ascoltano Bob Marley dalla mattina alla sera. Pensa se io gli andassi a chiedere di ascoltare solo death metal. Mi manderebbero subito a quel paese!
Poi siamo sempre pronti a lamentarci dei luoghi comuni, continuando a dire che non bisogna avere pregiudizi, senza renderci conto di quanto siano radicati. Argento prima ancora di scrivere sceneggiature aveva fatto il giornalista. Mario Bava era un direttore della fotografia. Alla fine &#232; bello provare sempre qualcosa di nuovo, esprimersi senza stare troppo a pensare a come la gente ti vede.
                 
Federico, per come la vedo io, questa idea di voler abbattere comunque la rete dei pregiudizi mi sembra molto radicata nel tuo cinema, e penso soprattutto a Nero bifamiliare. &#200; un film, del resto, di cui avevo avvertito fortemente l&amp;#8217;urgenza proprio per il ritratto complessivo della societ&#224; italiana, e dei tanti circoli viziosi che la condizionano, di cui la sceneggiatura si faceva carico. Pensi anche tu che nel tuo esordio cinematografico questa volont&#224; di portare i personaggi, e con essi lo spettatore, a uscire dall&amp;#8217;ottica del pregiudizio, sia valsa quale filo conduttore?

Innanzitutto voglio dire che quando ho fatto quel film ne sono rimasto soddisfatto al cento per cento per alcuni aspetti, ma non completamente per altri. Soprattutto perch&#233; a livello di sceneggiatura era la prima esperienza, con un po&amp;#8217; di passaggi dalla commedia al noir e ad altri generi, che non lo rendevano molto compatto, in questo senso. Per&#242; c&amp;#8217;erano sicuramente spunti interessanti, e la parte che amo di pi&#249; di quel film &#232; senz&amp;#8217;altro quella un po&amp;#8217; pi&#249; inquietante, pi&#249; dark. Tutto ci&#242; mi &#232; servito poi per capire che come regista dovevo andare in una certa direzione.
Detto questo, il pregiudizio fa parte proprio della realt&#224; italiana, per cui si parte sempre dall&amp;#8217;idea che chi fa una cosa non ne possa fare un&amp;#8217;altra. &#200; capitato anche a me di avere pregiudizi nei confronti di altre persone, per poi essere in qualche modo smentito e sentirmi anche un po&amp;#8217; in colpa, perch&#233; magari avevo dato per scontato che qualcun altro non fosse in grado di fare una certa cosa. Per&#242;, a livello personale, non ho tutta questa paura dei pregiudizi, anzi, tendo il pi&#249; possibile a fregarmene: sapevo perfettamente che quando alcuni avrebbero letto che stavo realizzando un horror si sarebbero espressi in un certo modo. Pu&#242; venire spontaneo. In compenso sapere che ci sono pregiudizi da abbattere &#232; per me motivo di maggior concentrazione; non ho certo paura delle sfide, di rischiare, di perdere, di cadere, perch&#233; poi sono caduto tante di quelle volte nella mia vita che ho finito per imparare pi&#249; dagli errori che dai successi, riuscendo ogni volta a rialzarmi e ad andare avanti. Sono altre le cose che mi fanno paura, non certo il voler dimostrare che in una cosa ci credi.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;speciali&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>speciali</category>
			<pubDate>07/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intervista a Federico Zampaglione - Parte III</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=9&amp;art=5771</link>
			<description>Visto che parliamo di paure, mi verrebbe voglia di compiere un ulteriore volo pindarico e chiederti, con particolare riferimento a Shadow, quali sono i timori e le fobie che vengono a ispirarti, anche in considerazione di come lo stesso concetto di paura sembri assumere pieghe diverse, nel corso del film, riportando ad esempio l&amp;#8217;orrore verso la concretezza della guerra.

In  questa tua ultima osservazione, indubbiamente, vi &#232; un fondo di verit&#224;: a me non possono pi&#249; far paura i vampiri o i licantropi, nel senso che mi diverte vedere un film di quel tipo, dove c&amp;#8217;&#232; anche il brivido. Per&#242; la paura autentica &#232; quella del reale, sapere cio&#232; che l&amp;#8217;essere umano &#232; il vero mostro, quello che pu&#242; fare qualsiasi cosa con la massima naturalezza. E questo la Storia lo mette in risalto. A volte sui giornali leggi fatti di cronaca da non crederci, che se tu li mettessi nella sceneggiatura di un horror sarebbe stra-censurato, non potrebbe mai uscire. Leggi cose terribili che vengono fatte ai bambini, cose che sono molto pi&#249; brutte del vedere sullo schermo il gruppo di zombi che ti si mangia o del vampiro che ti succhia il sangue, cose che oltre a metterti paura ti mettono un profondo senso di tristezza, ti avviliscono. Allora, con questo film volevo che ci fosse comunque uno sguardo sul reale, che ci fosse bene o male una riflessione sull&amp;#8217;opera dell&amp;#8217;uomo nel corso della Storia; per non dimenticare, per sapere che poi alla fine non basta cambiare canale quando c&amp;#8217;&#232; una notizia terribile, per farla sparire. La notizia rimane. E dietro quella notizia c&amp;#8217;&#232; gente che avr&#224; la vita distrutta per sempre. Noi ormai siamo nell&amp;#8217;ottica dell&amp;#8217;&amp;#8220;occhio non vede, cuore non duole&amp;#8221;, per cui appena c&amp;#8217;&#232; qualcosa che ci disturba passiamo alla pagina sportiva o a qualche suo equivalente.
Se poi ci giriamo sempre dall&amp;#8217;altra parte, tra un piatto di spaghetti e un paio di tette piazzate in tv, rischiamo poi di non essere nemmeno protagonisti del nostro tempo.

Questo tuo discorso mi ha fatto venire in mente un episodio molto bello di Ai confini della realt&#224;, quello in cui una casalinga americana stressata per via di una vita famigliare piuttosto logorante, scocciatissima poi per le continue visite di ecologisti intenzionati a farla riflettere sul pericolo nucleare, si imbatteva in un espediente di natura magica capace di bloccare il tempo, che lei subito utilizzava per mettere alla porta i visitatori molesti. Pacifisti compresi. Facendola cos&#236; sentire pi&#249; sicura e rilassata, almeno fino al momento in cui la sagoma minacciosa di un missile sovietico SS20 non faceva capolino sui cieli di quella metropoli americana, costringendola di nuovo a bloccare il tempo. E questa volta per sempre, verrebbe da immaginare&amp;#8230;
Chiss&#224;, magari questo episodio &#232; rimasto impresso anche a te, se ami la serie.

Come no? Fantastico! Ed &#232; proprio quello che sta succedendo, che tu non vuoi vedere, non vuoi vedere, finch&#233; poi la bomba non arriva dentro casa tua. Quello di Ai confini della realt&#224; era davvero un bel messaggio&amp;#8230;

Non mi sembra poi che l&amp;#8217;uso del grottesco in Nero bifamiliare, vedi ad esempio la sequenza della finale mondiale la cui visione viene interrotta bruscamente da un litigio tra vicini, si allontani molto da messaggi del genere. Per certi versi, pur avendo il tuo esordio uno stile tutto particolare, mi ha riportato alla memoria un&amp;#8217;altra pellicola italiana di qualche anno fa, Strane storie di Sandro Baldoni, che mi aveva ugualmente colpito.

Ah, eccome se me lo ricordo! Ma, ti dir&#242; che per situazioni del genere mi sono ispirato pi&#249; che altro a un certo tipo di commedia spagnola&amp;#8230;

C&amp;#8217;entrer&#224; forse &#193;lex de la Iglesia?

Esattamente. Pi&#249; quel tipo di cinema alla de la Iglesia, dove si ride ma c&amp;#8217;&#232; sempre un po&amp;#8217; di macabro, un po&amp;#8217; di nero, in agguato. Quella sequenza l&#236; dei mondiali faceva ben capire la nostra mentalit&#224;, lasciava intendere che finch&#233; non ti salta la partita pu&#242; succedere di tutto, ma non ti alzi dalla poltrona; poi ti accorgi che qualcosa non va, nel momento in cui ti vanno a toccare proprio quegli stereotipi: la partita di calcio, la macchina parcheggiata sotto casa. Questi sono esempi che, anche con una risata dietro, mettono in evidenza quel nostro atteggiamento, per cui all&amp;#8217;estero spesso ci deridono, identificandoci come quelli che tendono a farsi un po&amp;#8217; gli affari loro e non hanno un grosso senso civico.
Abbiamo chi contribuisce ampiamente a dare di noi questa immagine, a partire da quella classe dirigente che ritiene di poter rappresentare gli italiani, dipingendoci tramite il suo operato esattamente cos&#236;. Anche quando qualcuno di noi prova a combattere questa cosa, promuovendo comportamenti diversi, restiamo schiacciati dal modello che tende a dare chi ci rappresenta a livello pubblico.

Sempre per approfondire la cornice grottesca di Nero bifamiliare, vorrei chiederti quanto hanno contribuito certe partecipazioni attoriali davvero folgoranti, in primis quella di Remo Remotti. Deve essersi divertito molto, lui cos&#236; sovversivo, a mettere in scena un personaggio esageratamente bigotto e reazionario.

Ah, lui &#232; stato fantastico, per non dire geniale! Remotti rappresentava il classico stereotipo di vecchio pensionato intransigente, con un passato magari nell&amp;#8217;esercito, una di queste figure che rimangono ancorate per tutta la vita a un&amp;#8217;idea marziale, a un&amp;#8217;idea di comando; e lui &#232; stato bravissimo nel calarsi in una figura simile, perch&#233; Remo in effetti &#232; proprio un anarchico,uno senza regole, il contrario esatto di quel personaggio. Infatti ci siamo divertiti tantissimo a ogni scena, perch&#233; era buffo vederlo fare il benpensante, il borghese, quanto di pi&#249; lontano da lui.

Oltre all&amp;#8217;effetto dirompente di Remo Remoti, qualche altra particolarit&#224; relativa al cast?

Guarda, da questo punto di vista ho un grande ricordo del film, intanto perch&#233; &#232; stata la mia prima regia. Sono quelle cose che non si scordano mai. Poi sul set c&amp;#8217;era un clima bellissimo, tutti molto contenti di essere l&#236;, nonostante sapessimo che il nostro era un film un po&amp;#8217; pazzo; perch&#233; a volte ci ritrovavamo immersi in quelle situazioni caricaturali, quasi da fumetto. Era un progetto cinematografico piuttosto sopra le righe, che faceva spesso riferimento al grottesco, al macchiettistico; chiaro che anche gli attori si divertivano, ogni tanto gli veniva da ridere, contribuendo a quell&amp;#8217;atmosfera di lieve follia. Mi torna ora in mente l&amp;#8217;immagine di Ernesto Mahieux con la forfora sulle spalle, che gli veniva messa per suggerire l&amp;#8217;immagine laida, viscida. Pensa che per ottenere questo affetto mi portavo dietro una specie di scatolina con tutta candela grattugiata, cos&#236; mi preoccupavo io stesso ogni giorno di riempirgli le spalle di forfora, a volte persino esagerando! Mi rendevo conto che era tantissima, ma mi divertivo cos&#236; tanto a farlo, da non riuscire pi&#249; a regolarmi&amp;#8230;

Questa in un certo senso &#232; gi&#224; una forma di artigianalit&#224; alla Mario Bava, mi verrebbe da dire! Il saper trovare soluzioni pratiche a ogni problema, piccolo o grande che sia. Scusa se ti ho interrotto&amp;#8230;

Prego. Era tanto per rendere il clima di divertimento folle, che si era instaurato sul set. La produzione poi si rendeva conto che c&amp;#8217;era forse un pizzico di follia di troppo, per cui a un certo punto erano preoccupati di quale sarebbe stata la sorte del film, che infatti ha faticato.
Ha faticato perch&#233; era fuori dagli schemi, infatti ad alcuni &#232; piaciuto molto, avendolo trovato un&amp;#8217;opera dissacrante bench&#233; imperfetta, mente altri l&amp;#8217;hanno odiato, dicendone peste e corna. Il che ci pu&#242; anche stare, nel senso che se uno non sta al gioco, se non entra nell&amp;#8217;idea che il film raffiguri una vignetta dell&amp;#8217;Italia con tratti da fumetto ed esagerazioni, allora sono destinati ad emergere aspetti che non stanno in piedi. C&amp;#8217;era invece la voglia di portare personaggi normali a diventare caricature. Perch&#233; il grottesco in fondo &#232; quello, una lente d&amp;#8217;ingrandimento che deforma, sostanzialmente, per&#242; al tempo stesso il grottesco &#232; una lettura che in Italia fa fatica ad imporsi. Se poi pensi a un altro lungometraggio che ha un po&amp;#8217; quel sapore, e che io adoro, come L&amp;#8217;ultimo capodanno di Marco Risi, ti ricorderai che anche in quel caso sono stati in tanti a massacrarlo; a me per giunta &#232; capitato di vederlo quando avevo gi&#224; realizzato Nero bifamiliare, perch&#233; il film in realt&#224; aveva avuto una vita in sala tormentatissima, e io l&amp;#8217;ho recuperato solo dopo che diversa gente mi aveva segnalato qualche affinit&#224; tra il lavoro di Risi e il mio; cos&#236; ho approfittato di un passaggio su Sky per confrontarmi col film e sono praticamente impazzito, mi &#232; piaciuto tantissimo, visto che anche l&#236; c&amp;#8217;&#232; tanto di caricaturale, grottesco, con questo comprensorio pieno di pazzi ossessionati dalle cose pi&#249; assurde.
Quello di Marco Risi era senz&amp;#8217;altro un film molto pi&#249; divertente di tante altre cose che sono uscite in Italia, spesso di una noia mortale. Guarda, bench&#233; cerchi di scrollarsi di dosso tale retaggio, il nostro &#232; un paese molto bigotto, per cui appena si rischia un po&amp;#8217; &#232; difficile che venga premiato il tentativo di mettere in scena qualcosa di differente. Ma io me lo ricordo anche coi dischi che facevo: c&amp;#8217;&#232; stato un periodo in cui gli album che erano un po&amp;#8217; sperimentali, che prendevano elementi da varie fonti sonore creando qualche mix curioso, un po&amp;#8217; come Insisto che tu mi hai portato, non venivano accettati facilmente. Lo stesso Insisto venne criticato da tanti, che all&amp;#8217;epoca affermarono che non era n&#233; rock, n&#233; pop, ma un mix di cose differenti, per cui a loro dire mancava di personalit&#224;.

Sempre il desiderio di incasellare ogni cosa, da parte di alcuni.

Esatto. Nel cinema accade sovente qualcosa di simile, che se il film &#232; drammatico devi rimanere sempre su quel registro, che se &#232; una commedia deve far ridere dall&amp;#8217;inizio alla fine. Negli anni &amp;#8217;70, per esempio, non era cos&#236;, nel senso che il cinema era molto pi&#249; folle, per cui tante pellicole horror potevano magari vantare sequenze che andavano a parare da un&amp;#8217;altra parte, nel cinema horror, nel cinema sulla natura. Le cosiddette ibridazioni di genere si usavano tanto, poteva cos&#236; capitare che nello stesso film del terrore si fondessero l&amp;#8217;eros, i parametri dell&amp;#8217;horror classico e magari un filo di ironia. A ogni modo, io sono un fautore della libert&#224; espressiva, per cui mi rendo conto che quando ti muovi libero ci sar&#224; sempre qualcuno che prover&#224; a porti dei vincoli, ma non me ne preoccupo.
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;speciali&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>speciali</category>
			<pubDate>07/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intervista a Federico Zampaglione - Parte IV</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=9&amp;art=5772</link>
			<description>Del resto i limiti cui &#232; soggetta la nostra produzione culturale, anche a causa dei vincoli pesantissimi posti dalla cultura cattolica, sono evidenti. Basti pensare al ritardo, associato a svariate forme di ostracismo,  con cui &#232; avvenuta in Italia la distribuzione di un&amp;#8217;opera come Agora, lo splendido film di Alejandro Amen&#225;bar in cui viene raccontata la parabola esistenziale di Ipazia, filosofa pagana vissuta ad Alessandria d&amp;#8217;Egitto nel periodo in cui l&amp;#8217;aggressivit&#224; della fede cristiana, da poco legittimata nell&amp;#8217;Impero, raggiungeva picchi di assoluta ferocia. Tutto ci&#242;, assecondato da una messa in scena di rara potenza&amp;#8230; non so se tu abbia gi&#224; avuto occasione di vedere il film.
 
Lo vedr&#242;, lo vedr&#242;! Sono curioso, tant&amp;#8217;&#232; che ti chiedo di non svelarmi altro, perch&#233; Amen&#225;bar &#232; un grande, io ho amato molto sia The Others che Mare Dentro. Si tratta sicuramente di un regista illuminato.
Dispiace davvero che film del genere vengano ostracizzati, considerando poi che la diffusione dei film segue strategie sempre pi&#249; chiare: panettoni italiani da un lato, prosciuttoni americani dall&amp;#8217;altro. E non si sa davvero cosa sia peggio, visto che adesso ci stanno propinando a rotta di collo certe baracconate che negli Stati Uniti vengono realizzate soltanto per la logica dei grandi numeri, per impiegare quei mega budget cui hanno accesso, quando poi lo vedi sulle stesse facce degli attori che li interpretano, talvolta ottimi attori, quanta poca voglia ci sia di farli.
 
Tornando invece al peso del reale nel cinema horror contemporaneo, argomento che abbiamo gi&#224; introdotto prima, vorrei chiederti di quei richiami scenografici ai campi di concentramento, al nazismo e ad altre culture totalitarie che sono presenti in Shadow, nell&amp;#8217;antro di Mortis, e che mi hanno fatto venire in mente altre pellicole pi&#249; o meno recenti; per esempio Frontiers di Xavier Gens, film la cui protagonista &#232; la stessa del tuo, tra l&amp;#8217;altro. Come sei approdato a scelte di questo tipo, cosa c&amp;#8217;&#232; dietro simili suggestioni?
 
Guarda, Xavier Gens l&amp;#8217;ho conosciuto ovviamente tramite l&amp;#8217;attrice che tu hai citato, Karina Testa, dopo che io e lei avevamo fatto il film insieme, in occasione di una proiezione di Shadow avvenuta a Parigi con un montaggio ancora provvisorio. Poi ne abbiamo discusso, lui mi ha dato anche qualche consiglio su come migliorare alcuni momenti a livello di montaggio, rendendo il tutto un po&amp;#8217; pi&#249; scorrevole, ed &#232; un ragazzo molto simpatico, alla mano, amante dell&amp;#8217;horror, per cui abbiamo avuto da subito un ottimo rapporto.
Riguardo invece al retaggio nazi, sappiamo bene cosa l&amp;#8217;uomo sia stato capace di fare, per cui un simile immaginario &#232; destinato ad esser riproposto spesso, quale rappresentazione di un orrore vero, che non finir&#224; mai di fare male, ogniqualvolta ci si soffermi su quel capitolo.
Gli stermini non si sono fermati poi a quello, pur gravissimo, compiuto dal nazismo, e infatti all&amp;#8217;interno del film ho tentato anche di sottolineare un&amp;#8217;altra serie di conflitti, quelli che lo spettatore a un certo punto vede elencati sulle bobine, senza contare la galleria coi ritratti dei leader politici pi&#249; feroci che parte da Hitler, continua con Stalin e termina guarda caso con Bush.
 
Un bel passaggio del testimone!
 
E infatti pare che alcuni non l&amp;#8217;abbiano mandata gi&#249;: in Texas si sono un po&amp;#8217; incazzati.
 
S&#236;, pare che in Texas siano abbastanza affezionati a quel tipo di governante, che prima ancora di passare alla Casa Bianca e programmare guerre, massacri, si dilettava firmando caterve di esecuzioni capitali.
 
Ma non possiamo affezionarci pure noi, per&#242;, che dici?
 
Direi proprio di no.
Passando per&#242; da chi si comporta come aguzzino nel mondo reale a chi invece lo fa solo nella finzione, vorrei chiederti un piccolo ritratto dell&amp;#8217;attore che interpreta Mortis, uno che per l&amp;#8217;aspetto fisico e il modo di stare in scena ha colpito l&amp;#8217;immaginazione di molti.
 
L&amp;#8217;attore in questione, Nuot Arquint, &#232; una creatura particolare, lui &#232; un mimo e ballerino italo-svizzero che ha la grande capacit&#224; di entrare con tutto se stesso nelle cose che fa, di darsi completamente. Questo era un ruolo difficilissimo perch&#233; necessitava di sfumature minimali, bisognava cio&#232; crederci veramente. E lui l&amp;#8217;ha fatto con una dedizione pazzesca. Io l&amp;#8217;ho seguito molto, gli ho dato anche qualche lettura ad hoc, per esempio cronache relative a Hess, questo personaggio che come comandante di Auschwitz presiedeva ogni giorno allo sterminio di migliaia di persone, per poi fare poche decine di metri e ritrovarsi nella sua abitazione, dove conduceva una vita apparentemente normale con la propria famiglia. Cosa c&amp;#8217;&#232; di pi&#249; orribile di queste cose? Ah, gli ho fatto leggere altre cose che riguardavano Leni Riefensthal. Gli ho fatto ascoltare musicalmente tante cose, dai Gregoriani a sonorit&#224; contemporanee. Gli ho fatto studiare il serpente, ovvero lo spronavo a osservare come muovono la testa i serpenti, che genere di scatti improvvisi potevano avere.
Quindi &#232; stato un lavoro lungo, durato sette, otto mesi, durante i quali ha trascorso parecchio tempo al cimitero, per trovare il silenzio della solitudine di questo personaggio. Poi il risultato &#232; stato questo, io credo che la sua sia un&amp;#8217;interpretazione destinata a restare. Da quello che vedo anche su internet, o dai segnali che ho colto andando con lui alle proiezioni, incontrando gli appassionati, noto che scatena una sorta di isteria, una specie di profonda condivisione del suo lavoro. Indipendentemente da quali saranno le sorti del film, credo che lui sar&#224; Mortis per sempre.
 
Un po&amp;#8217; come il personaggio la cui miniatura vedo alle tue spalle, quel Pinhead indissolubilmente legato alle interpretazioni di Doug Bradley?
 
Se vuoi  possiamo dire cos&#236;, a ogni modo io temo e al tempo stesso sono contento del fatto che Nuot Arquint sar&#224; Mortis per sempre. Cos&#236; come &amp;#8220;Mery per sempre&amp;#8221;, gli dico ogni tanto per sdrammatizzare un po&amp;#8217;.
 
Un&amp;#8217;ultima domanda che ti vorrei fare, vista anche la notevole riuscita visiva che alcune sequenze di Nero bifamiliare e Shadow possono vantare, riguarda le due collaborazioni differenti, ma ugualmente brillanti, che hai avuto coi rispettivi direttori della fotografia, Arnaldo Catinari  per il tuo esordio e Marco Bassano per questo horror, le cui continue cesure narrative hanno posto anche la questione di un approccio fotografico molto diverso da sequenza a sequenza.
Vogliamo salutarci parlando di questo?
 
Arnaldo me l&amp;#8217;hanno presentato e da subito ci siamo presi perch&#233; lui &#232; una persona molto genuina, vitale, sempre positivo in tutte le situazioni, cos&#236; come lo era in modo diverso per&#242; simile anche Bassano. Voglio dire, cio&#232;, che il direttore della fotografia &#232; sempre una figura importante perch&#233; &#232; poi quella che ti aiuta a realizzare l&amp;#8217;idea visiva che hai in testa. Ed &#232; necessario avere un rapporto importante con lui, perch&#233; diventa tutt&amp;#8217;uno col tuo lavoro.
Intanto sono stato fortunato ad incontrare persone con un grande talento visivo e con una scelta delle luci sempre efficace, come potrei dire, sempre molto d&amp;#8217;impatto; ed allo stesso tempo con dei caratteri assolutamente compatibili con il mio.
In Shadow era voluto che all&amp;#8217;interno del film si creasse un effetto largo/stretto, luce/buio, e anche la macchina da presa nella prima parte &#232; usata in modo pi&#249; selvaggio, con movimenti pi&#249; dinamici, mentre poi c&amp;#8217;&#232; una sorta di aura sepolcrale, che abbiamo voluto raccontare in modo pi&#249; catacombale, per cui molti carrelli, movimenti lenti e angosciosi che si contrappongono completamente alla dinamite della prima parte. &#200; stato comunque un lavoro complesso, considerando anche che Shadow &#232; stato girato con una temperatura spesso sotto lo zero, in location che abbiamo individuato al Tarvisio, per tutte le parti di montagna, mentre Roma e dintorni hanno ospitato sia le parti dove il bosco doveva essere un po&amp;#8217; pi&#249; fitto che gli interni, tranne il laboratorio delle torture che era dislocato ugualmente nei pressi Tarvisio.
Temo che ora dovr&#242; salutarti, ma mi auguro che il materiale da te raccolto sia sufficiente.
 
Dopo questa lunga conversazione direi che il materiale raccolto &#232; pi&#249; che sufficiente, Federico, per quanto uno starebbe qui ore e ore a parlare con te di cinema horror e di molto altro ancora. Grazie per la tua disponibilit&#224; e per il fantastico blues con cui mi hai accolto!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;speciali&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>speciali</category>
			<pubDate>07/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Dennis Hopper, l'ultimo &quot;indiano&quot;</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5734</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Speciali/Dennis%20Hopper/Dennis-Hopper-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Pensi a Dennis Hopper ed immediatamente lo immagini sfrecciare in moto per le highways americane, quelle di cui sempre si conosce l'inizio ma mai si riesce a vedere la fine, all'inseguimento di un utopia irraggiungibile che possa concretizzare una pacifica protesta. Poi ci si ricorda che il nativo di Dodge City - nel Kansas, terra che subito evoca spazi aperti e selvaggio west &amp;#8211; giusto settantaquattro anni orsono non &#232; stato solo regista ed interprete, assieme a icone del calibro di Peter Fonda e Jack Nicholson, di un'opera capace di contrassegnare un tempo forse anche al di l&#224; dei proprio meriti artistici come Easy Rider (id, 1969), film come pochi altri autenticamente &quot;di frontiera&quot; tra i sogni degli anni sessanta ed i bruschi risvegli che sarebbero seguiti; ma anzi viene in mente che il Dennis Hopper attore ha scritto pagine indelebili della lunghissima storia del cinema made in U.S.A., lasciandoci in eredit&#224; personaggi spesso molto &quot;border-line&quot; ma sempre straordinariamente baciati dal dono di un talento in grado di conferirgli quel surplus di realismo che li rendeva sempre maledettamente affascinanti quando non in assoluto inquietanti. Senza dimenticare peraltro le sue a dir poco altamente professionali prestazioni dietro la macchina da presa, con una particolare predilezione per il noir declinato sia sotto forma di violenza metropolitana di gang giovanili (Colors, 1988, con Sean Penn e Robert Duvall) che alla ricerca della &amp;#8220;forma pura&amp;#8221; (femminile? Il &quot;diavolo&quot; continua ad essere donna?) come nel riuscito Hot Spot (id, 1990) con le magnetiche bellezze Virginia Madsen e Jennifer Connely, pi&#249; o meno insospettabili dark ladies tipiche di un certo cinema che fu.
Ad ogni modo, nell'ovvia separazione tra partecipazioni ad opere di cinema a tutto tondo e filmetti puramente alimentari che spesso venivano ricordati solamente per la sua presenza, Hopper &#232; stato giovane partner di una leggenda chiamata James Dean ne Il gigante (The Giant, 1956) di George Stevens, ma anche presenza difficilmente dimenticabile nel cast di una delle opere maggiormente quintessenziali mai partorite dalla Settima Arte, quel viaggio senza ritorno nell'oscurit&#224; umana intitolato Apocalypse Now (id, 1986) di tale Francis Ford Coppola. Con il quale lavor&#242; in un altro oggetto di culto magnificamente sospeso, come sovente accaduto nel cinema dell'autore italo-americano, tra sperimentalismo formale e necessit&#224; morale, dal titolo Rusty il selvaggio (Rumble Fish, 1983). Poi l'ultimo Peckinpah.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>30/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Lettera aperta di Federico Zampaglione</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5714</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Speciali/Lettera%20aperta%20di%20Federico%20Zampaglione/federico-zampaglione-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Quella che segue &#232; una lettera aperta, scritta da Federico Zampaglione per tutti i lettori di CineClandestino; Shadow, il suo secondo lungometraggio, uscito il 14 maggio in sala, sta vivendo le difficolt&#224; cui vanno incontro buona parte delle produzioni indipendenti nel nostro paese. Questi film, collocati in orari proibitivi, sono destinati a rimanere invisibili nonostante la loro effettiva uscita sul territorio. Per cercare di spiegare questo meccanismo, ma anche per aprire il cuore a un ringraziamento verso il suo numeroso esercito di estimatori, Federico ha deciso di buttare gi&#249; queste poche righe. A noi il dovere e il piacere di pubbliclarle. Buona lettura.

&amp;#8220;Ciao a tutti,
riemergo adesso da due settimane estenuanti ma bellissime, in cui con il cast siamo andati a presentare Shadow in lungo e in largo per l'Italia. Il calore e l'apprezzamento del numeroso pubblico che ci ha accolto nelle varie tappe &#232; stato davvero incredibile... ho ancora addosso i brividi.
Vediamo di fare il punto... Shadow &#232; uscito nelle sale italiane il 14 maggio, dopo un lunghissimo giro nei festival di tutto il mondo, dove il film &#232; stato molto amato da pubblico e critica e uscir&#224; nei prossimi mesi. A maggior ragione  l'emozione per l'arrivo in Italia era tanta. Purtoppo malgrado i buoni risultati iniziali, come l&amp;#8217;entrata in Top Ten con circa 45.000 spettatori in sei giorni, le recensioni entusiastiche praticamente ovunque e un ottimo tam tam in rete, ci siamo dovuti scontrare con i soliti problemi che una piccola distribuzione indipendente (in questo caso La Ellemme Group), regolarmente deve incontrare uscendo nelle sale di questo paese.
Vale a dire decine di spettacoli sottratti a totale insaputa e all&amp;#8217;ultimo momento, orari di programmazione posizionati ben oltre la mezzanotte, poca visibilit&#224; nei cinema e chi pi&#249; ne ha pi&#249; ne metta. Al nostro tentativo di replicare ci &#232; stato risposto &amp;#8220;O cos&#236;, o copie a casa&amp;#8221;.
Abbiamo perci&#242; dovuto ingoiare il rospo senza replicare pur di continuare ad avere almeno uno spettacolo in fascia notturna (ore 23.40 oppure 0.50).
Tutto questo accade perch&#233; ormai il meccanismo distributivo &#232; sempre pi&#249; tarato sui colossi americani o sulle commedie-tragedie natalizie, che in un multisala da dieci schermi finiscono per occupare il 95% degli spazi; non &#232; nemmeno colpa degli esercenti, &#232; proprio il sistema che va cos&#236;.
Il cinema indipendente deve lottare per sopravvivere anche quando un pubblico che lo attende e lo ama c&amp;#8217;&#232; come nel caso di Shadow, che magrado l&amp;#8217;incredibile ed elefantiaca concorrenza, si stava difendendo davvero bene. Abbiamo ricevuto un numero enorme di mail che ci segnalavano quanto di ingiusto e ispiegabile stesse accadendo al nostro film nelle sale, senza per&#242; poter fare nulla di concreto. Il vero problema &#232; la mancanza di interesse e di rispetto, di che ha in mano la cultura in questo paese, nei confronti di tutto ci&#242; che rappresenta un alternativa. Ci vorrebbero leggi, tipo quelle che ci sono in Francia, per dare  spazio anche a prodotti italiani che non hanno mega star in cartellone e budget plurimilionari di lancio, ma semplicemente sono buoni film.
Detto questo non voglio fare  polemica, sono comunque contento e onorato per l&amp;#8217;accoglienza che il film sta avendo, ma credo sia giusto ogni tanto evidenziare le cose che non vanno e spiegare al pubblico il &amp;#8220;funzionamento&amp;#8221; di certi oscuri e folli meccanismi sopra le nostre teste.

un abbraccio

Federico Zampaglione&amp;#8221;&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;26/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>26/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Le avventure spaziali di Nonno Cesare - Interviste</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5691</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Speciali/Le%20avventure%20spaziali%20di%20Nonno%20Cesare%20-%20Interviste/nonno-cesare-intervista-200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Tra le tante scoperte che anche quest&amp;#8217;anno X_Science ci ha permesso di fare, Le avventure spaziali di Nonno Cesare &#232; stata senz&amp;#8217;altro una delle pi&#249; gradite. I due autori del documentario, Francesco Bordino e Alice Massano, si sono mossi con una sensibilit&#224; rara per raccontare la straordinaria avventura di Cesare Massano, che di Alice &#232; il nonno. Un nonno molto particolare, considerando che all&amp;#8217;et&#224; di 93 anni &#232; stato selezionato dalla NASA per una importante missione spaziale! Ma il segreto del film che lo riguarda, forse, &#232; un altro. Non si possono certo ignorare il carattere pressoch&#233; unico dell&amp;#8217;impresa cui Cesare Massano si &#232; prestato, le pressioni spesso ridicole dei media, l&amp;#8217;atmosfera al limite del surreale che si respira nei centri dove si addestrano gli astronauti. Eppure, assistendo al ritratto di questo uomo cos&#236; fuori dal comune, sono situazioni che possono anche essere considerate &amp;#8220;comuni&amp;#8221; a colpire lo spettatore: il modo spiritoso di porsi davanti agli altri, la rievocazione di un intenso passato lavorativo, i ricordi di famiglia. Verrebbe da chiamarla semplicemente umanit&#224;. Ed in breve avremmo avuto modo di scoprire che proprio su questi altri aspetti &#232; stato impostato inizialmente il documentario&amp;#8230;
Qui &#232; il segreto. Nell&amp;#8217;umanit&#224; del personaggio e in un modo di esporla che, cinematograficamente parlando, ci ha ricordato persino le magnifiche opere di Alina Marazzi, in particolare Un&amp;#8217;ora sola ti vorrei. Di questo e di molto altro ancora abbiamo voluto parlare con i due giovani autori, ricevendo anche una deliziosa sorpresa, quando il sempre generoso &amp;#8220;nonno Cesare&amp;#8221; si &#232; fatto vivo per dirci la sua.    

Come &#232; nato e&#160;in&#160;che modo&#160;si &#232; sviluppato il progetto del vostro documentario, Le avventure spaziali di nonno Cesare?

Francesco Bordino : avevo conosciuto Cesare da poco, dopo aver incontrato sua nipote, Alice. Avevo iniziato qualche tempo prima a&#160;collaborare con una Associazione culturale attiva nel campo del documentario di creazione e della comunicazione sociale. Erano i primi &quot;esperimenti&quot; con una telecamera in mano. Volevo provare a fare un ritratto di una persona unica, per et&#224;, saggezza, voglia di vivere e rapporto con la natura. Durante una delle prime riprese, nell'orto, Cesare mi racconta di aver fatto domanda per una missione scientifica nello spazio. Penso&#160;che sia impazzito, ma quando, nel giro&#160;di poche settimane,&#160;la faccenda diventa seria, il progetto del documentario si complica. Cesare a 93 anni andr&#224; a fare un volo in assenza di gravit&#224;, e Alice ed io siamo in prima fila per raccontarlo. Scopro il mondo dei &quot;produttori&quot;, tra Roma, Milano e Torino incontro di tutto, cariatidi televisive, furbetti del quartierino, il grasso ventre dei commendatori, i piccoli indipendenti che in Italia non vendono e vanno all'estero, ognuno con i suoi consigli, le sue ricette, nessuno realmente interessato a raccontare l'assurda storia di un&#160;anziano eccezionale. 
Capisco che non trover&#242; un produttore ma &#232; una storia che devo raccontare, e parto cos&#236; con Cesare ed i suoi figli per Cape Canaveral. Decine di ore di girato restano in un cassetto per quasi due anni, fino a quando, con l'aiuto di Isabela Giurgiu e Niccol&#242; Bruna, il materiale viene &quot;riesumato&quot; e studiato pi&#249; a fondo. Grazie ad un primo montaggio di Niccol&#242; Bruna e ad un secondo intervento magistrale di Luca Gasparini, e ad una colonna sonora originale di alcuni musicisti torinesi,&#160;ne nasce un film,&#160;un piccolo film di cui siamo tutti orgogliosi.&#160;E' stato acquistato dalla tv di Stato finlandese YLE.
.
Quanto &#232; stato importante poter contare sulla disponibilit&#224; estrema e sui modi genuini di un personaggio come Cesare Massano, astronauta a 93 anni?

Francesco Bordino e Alice Massano : La disponibilit&#224; di Cesare &#232; stata totale, ma soprattutto la sua totale indifferenza di fronte alla telecamera ci ha consentito di&#160;avvicinarci molto alla persona, di entrare in grande intimit&#224; con lui&amp;#8230;

Ci piacerebbe sapere quali sono gli aspetti che vi hanno maggiormente colpito della vita di Cesare antecedente alla missione spaziale, una vita&#160;incredibilmente piena, in cui sembrano abbondare gli episodi importanti, emblematici. 

Francesco Bordino e Alice Massano : La sua entrata alla Fiat nel 1929, l'anno della grande crisi;&#160;gli anni della&#160;guerra, quando&#160;Cesare, che continuava a fare il progettista in Fiat, nascondeva le armi per i partigiani nelle caldaie in disuso della&#160;fabbrica, e falsificava documenti per proteggere&#160;la sua fidanzata ebrea. Poi la&#160;tragica morte di parto della moglie, quando avevano due bambini ancora molto piccoli. Infine&#160;la lunga serie di invenzioni e brevetti che ha realizzato.

Cesare Massano : Prima dell'avventura spaziale ho contribuito in FIAT alla progettazione del&#160;pendolino con alcuni&#160;brevetti che partivano da me, alla voce&#160;&quot;inventore&quot; era scritto Massano Cesare e Ing. Pinco Pallino e tornavano dall'ufficio&#160;brevetti con la scritta Ing.&#160;Pinco Pallino e Massano Cesare.   

Il geriatra presente alla proiezione di X_Science ha usato termini&#160;estremamente positivi&#160;per persone che arrivano alla terza et&#224; con lo spirito di nonno Cesare, qualcosa come &quot;invecchiamento di successo&quot; o gi&#249; di l&#236;. Cosa dire a riguardo?

Cesare Massano : Invecchiare non ha nulla di positivo. Trascorso un mese ti accorgi di aver perso l'uso di un occhio (glaucoma) e il mese dopo ti accorgi di avere un orecchio che fa sciopero perch&#233; hai un timpano sfondato per togliere il cerume e cos&#236; via!     

Il montaggio e l'uso del materiale di repertorio, in particolare quello di provenienza famigliare, ci ha fatto pensare un po' ai documentari di Alina Marazzi, soprattutto Un&amp;#8217;ora sola ti vorrei. C'&#232; qualcosa di vero in questa suggestione?

Francesco Bordino e Alice Massano : Il documentario di Alina Marazzi &#232; un capolavoro. Abbiamo cercato di avvicinarci a quel tono e quella sensibilit&#224; nel raccontare la vita di una persona, con la fortuna di averla tra noi, in gran forma. Cesare amava filmare con la sua piccola super8, e quel materiale che abbiamo recuperato nei cassetti &#232; proprio il suo occhio, il suo sguardo sugli anni '50 e '60.

Nonno Cesare, che effetto fa mettere piede in un luogo cos&#236; evocativo come la NASA, per giunta&#160;ad una simile et&#224;,&#160;con la prospettiva di affrontare una missione spaziale?

Cesare Massano : Vedere la NASA &#232; stato assai deludente perch&#233; vedere quei campanili occorrenti per i lanci mi fa pensare che non sia la strada giusta. &#200; invece notevole osservare la stazione spaziale nelle dimensioni ormai raggiunte.

Quali sono state le reazioni pi&#249; comuni&#160;di amici, parenti e conoscenti?

Cesare Massano : &amp;#8220;Ma non puoi proprio startene tranquillo in casa?&amp;#8221;

Che impressioni le hanno fatto la curiosit&#224; della stampa, la partecipazione ai programmi televisivi e le domande pi&#249; o meno pertinenti dei vari giornalisti... noi compresi?

Cesare Massano : I giornali devono essere venduti e ne consegue che i giornalisti devono gonfiare. Pensate al&#160;secchiello pieno d'acqua che i bimbi fanno ruotare e vedono che questa non cade. Ci&#242; &#232; ci&#242; che &#232; stato&#160;fatto a me, con la differenza che il secchiello era un aereo e l'acqua ero io...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;22/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>22/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Bright Star. La vita autentica di John Keats</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=75&amp;art=5549</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Speciali/Bright%20Star%20-%20libro/Bright-Star-libro-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Senza ombra di dubbio il romanzo di Elido Fazi &quot;Bright Star. La vita autentica di John Keats&quot; rappresenta un'operazione insolita nel panorama letterario ed un esperimento affascinante su un piano puramente &quot;didattico&quot;. Partire cio&#232; dalle opere e dalle lettere di uno dei maggiori poeti inglesi - e tout court - dell'Ottocento per ricostruirne la purtroppo breve esistenza in ogni possibile sfaccettatura, compresi i lutti e le palpitazioni sentimentali. La conseguenza di una tale scelta editoriale, in teoria anche abbastanza coraggiosa e radicale, conduce immediatamente al risultato di rendere quantomai moderna e attuale la figura di John Keats, a prescindere dalla rapidit&#224; con cui sono cambiati usi e costumi rispetto al diciannovesimo secolo. Questo perch&#233; gli stati di animo nei confronti di alcuni aspetti della vita (l'amore, il dolore; ma anche, ad esempio, l'insofferenza verso la politica) restano e resteranno ammantati di un'universalit&#224; che sar&#224; impossibile intaccare anche nel corso dei secoli a venire. Elido Fazi umanizza programmaticamente l'artista, lo rende uno di noi, personaggio con cui &#232; assai facile, se non simpatizzare per via di un carattere molto particolare, perlomeno entrare in empatia nel senso pi&#249; completo del termine.
Da una lettura approfondita delle pagine del libro emerge la classica figura dell'artista &quot;condannato&quot; all'ipersensibilit&#224;, al continuo dibattersi tra spiritualit&#224; e pragmatismo, tra cibo per l'animo e quello per il corpo. Si segue attoniti la disperata &amp;#8211; e fatalmente destinata all'insuccesso - ricerca di Keats dello stato d'animo ideale, quella serenit&#224; utopica che garantirebbe l'ispirazione per ogni artista degno di tal nome. La narrazione in terza persona costruita da Fazi, alternata a quella in prima dei versi del poeta, riporta con metodica esattezza tutto il travaglio prima di ogni altra cosa emotivo speso dal poeta nella composizione di celeberrime opere quali Endimione (1817), Iperione (1818) o Lamia (1819); anche causato dall'insicurezza di non sentirsi all'altezza di illustri colleghi del calibro di Percy Shelley, con cui strinse un rapporto di amicizia piuttosto stretto, o il profondo senso di solitudine che lo ha sempre attanagliato, fino a farlo sentire profondamente diverso dalla massa ed incline a repentini cambi di umore che spesso sfociavano in una malinconia tendente alla depressione.
Attaccato e criticato attraverso le sue composizioni anche a causa delle sue prese di posizione squisitamente progressiste in ambito socio-politico, il testo ci fa conoscere un Keats capace di trovare conforto dalle asprezze della vita solo nel processo creativo della scrittura, da lui amata ed odiata proprio perch&#233; espressione massima della sua alterit&#224;, quel sentirsi &amp;#8220;differente&amp;#8221; (senza in fondo esserlo del tutto, almeno socialmente: non era nobile e nemmeno un ricco borghese...) da lui spesso vissuto come una condanna.
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;cinema in libreria&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>cinema in libreria</category>
			<pubDate>04/05/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Gabriele Roberto</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=73&amp;art=5521</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Speciali/Gabriele%20Roberto/Gabriele-Roberto-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Gabriele Roberto, questo sconosciuto. Esagerazioni a parte, in Italia sono ancora poche le persone edotte sull'arte di Roberto, compositore che negli ultimi anni sta facendo parlare molto di s&#233; nel sud est asiatico: il suo biglietto da visita sono state le colonne sonore composte per Tetsuya Nakashima (Memories of Matsuko e Paco and the Magical Book) e Pang Ho-cheung (Exodus e Dream Home); lavori poliedrici, in cui Roberto mette in mostra un'inventiva e una classe davvero non indifferenti. Nella speranza che anche questo breve scambio di battute possa servire alla meritata notoriet&#224; del compositore in Italia, ecco il resoconto della chiacchierata portata a termine durante le giornate del dodicesimo Far East, a Udine.
 
Iniziamo con una tua breve presentazione, visto che sei forse il caso pi&#249; unico che raro di italiano poco conosciuto in patria e invece affermato in estremo oriente. Come sei arrivato a lavorare cos&#236; lontano dall'Italia?
 
Dopo il diploma in composizione e questo master che ho conseguito a Londra, non essendo mai vissuto a Roma e dunque non avendo contatti diretti con registi o compositori romani, ho preparato un demo cd con le esecuzioni per l'orchestra del conservatorio in cui ho studiato, o le composizioni create durante il master, e l'ho inviato a varie case di produzione e distribuzione cinematografica e musicale, semplicemente per far sentire le mie cose. I giapponesi sono stati i primi a contattarmi e a darmi questa opportunit&#224;, e una volta messo alla prova sono stato anche fortunato perch&#233; Memories of Matsuko, che era il primo film per il quale lavoravo, &#232; andato molto bene, forse anche al di l&#224; delle previsioni della produzione, e la mia musica &#232; stata anche premiata con il Japan Academy Award. A quel punto la casa di produzione giapponese mi ha chiesto di rimanere a lavorare a Tokyo, si sono proposti anche come miei agenti con la Grand Funk: sono molto agguerriti, e mi fanno lavorare davvero a progetti molto diversi tra loro. E poi quello che ho trovato in Asia &#232; un particolare dinamismo, per cui ad esempio Pang Ho-cheung aveva visto Memories of Matsuko a Hong Kong, era rimasto colpito dalle musiche e mi ha fatto contattare dalla sua assistente. Un mese dopo ci siamo incontrati al Tokyo Film Festival e mi ha chiesto subito di collaborare a Exodus. &#200; stato un periodo particolare, in cui non avevo neanche il tempo di rendermi conto di quello che stava realmente succedendo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;interviste&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;28/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>interviste</category>
			<pubDate>28/04/2010</pubDate>
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			<title>Pang Ho-cheung</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=73&amp;art=5519</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Speciali/Pang%20Ho-cheung/Pang-Ho-cheung-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;All'interno della nuova generazione di registi hongkonghesi, quella svezzatasi a ridosso dell'handover del 1997, in seguito al quale Hong Kong torn&#242; a essere dominio diretto della Cina dopo un secolo passato sotto il protettorato britannico, la figura di Pang Ho-cheung agisce come un vero e proprio elemento dinamitardo. Il suo cinema, perennemente in bilico tra il serio e il faceto, opera a balzelloni, passando dalla commedia al dramma, dalla goliardata allo slasher movie, come dimostra l'ultimo, interessante, Dream Home, presentato in anteprima mondiale alla dodicesima edizione del Far East Film Festival. E proprio a Udine abbiamo avuto l'occasione di incontrare Pang e di scambiare con lui qualche battuta. Si ringrazia Cheung Chui-yee per la preziosa traduzione dal cantonese all'italiano.

Dream Home mescola lo slasher movie a una riflessione sulla crisi abitativa a Hong Kong, muovendosi con sguardo critico sul panorama sociale e politico hongkonghese. Come ti &#232; venuta l'idea del film, e in che modo l'hai poi sviluppata?

Io credo che in realt&#224; tutti i film che lavorano sul genere nascondano al loro interno la volont&#224; di raccontare la societ&#224; che li circonda; l'intento politico &#232; sempre alla base del lavoro di questi registi, che hanno poi per&#242; la capacit&#224; di estremizzare il discorso fino a esasperarne il contenuto. L'idea &#232; presto detta: il problema della casa a Hong Kong &#232; davvero grave, e riguarda direttamente le fasce giovanili della popolazione. &#200; un problema di cui si parla poco, e per questo ho voluto incentrarvi la storia.

Nel corso della tua carriera hai sempre sperimentato generi cinematografici diversi, approcci stilistici anche in antitesi tra loro. Quanto ti sei divertito a girare uno slasher movie?

Di natura sono una persona molto impaziente, non amo ripetere troppo le cose che faccio; per questo trovo estremamente divertente provare nuove sensazioni, sperimentare il pi&#249; possibile. Per esempio ho scritto anche dei libri, e molti editori mi hanno proposto di trasportare al cinema una delle storie che ho raccontato nei romanzi: ma non potrei mai farlo, il libro &#232; gi&#224; fatto. Mi sono divertito davvero tanto a girare il film, proprio per questi motivi.

Nel film si parla inevitabilmente dell'handover del 1997, il ritorno di Hong Kong sotto l'egida della Cina. Secondo te come si sta sviluppando la produzione cinematografica hongkonghese in seguito a questo evento di capitale importanza storica?  

Il ritorno alla Cina ha creato problemi enormi al cinema hongkonghese, perch&#233; a portato con s&#233; la censura di stato. Hong Kong ha ovviamente un mercato molto piccolo, e i produttori volendo aumentare i profitti devono necessariamente fare riferimento alla Cina. Questo comporta una serie di problematiche molto serie per noi artisti, perch&#233; la censura cinese &#232; forte: molti generi non vengono si fanno proprio pi&#249;, come per esempio i film di fantasmi. Ma non &#232; neanche solo un problema di contenuto, perch&#233; anche singole immagini, come quelle riguardanti sangue, uccisioni o sesso, vengono vietate; si crea quindi anche un conflitto tra ci&#242; che un regista vuole fare e ci&#242; che pu&#242; fare. Le scene che pi&#249; amo, per esempio, sono quelle che riguardano sangue, uccisioni e sesso... e questo mi crea un enorme problema, ovviamente. Ma non rinuncio al cinema che amo, e non ho intenzione di farmi imporre ci&#242; che devo o non devo fare.
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;interviste&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;26/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>interviste</category>
			<pubDate>26/04/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Ewan McGregor: una filmografia (s)ragionata</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5432</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Speciali/Ewan%20McGregor/Ewan-McGregor-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Non risulter&#224; strano, proseguendo nella lettura, il motivo per cui mi preme questa premessa un po&amp;#8217; farlocca, non nel merito dei suoi significati, ci mancherebbe, ma per l&amp;#8217;apparente, e solo tale, distanza dall&amp;#8217;argomento principale dell&amp;#8217;analisi. 
L&amp;#8217;interpretazione &#232; un processo autoreferenziale, &#232; bene chiarirlo subito per non correre il rischio di perdersi in una querelle assai simile ad un bicchier d&amp;#8217;acqua poich&#233; altrettanto limitati sono i margini di reale portata dialogica. I teorici della comunicazione la definiscono &amp;#8220;circolo ermeneutico&amp;#8221;, doppiamente scandaloso perch&#233; pretende di comprendere l&amp;#8217;interpretato altrettanto bene ed ancor meglio di quanto lo potesse capire l&amp;#8217;autore stesso e, sacrilegio logico, poich&#233; si ritiene che l&amp;#8217;interprete, per capire, debba aver gi&#224; compreso.
Ma allora vien da chiedersi: fino a che punto pu&#242; spingersi la passeggiata inferenziale, per citare Umberto Eco? Quando cio&#232; l&amp;#8217;interpretazione genuina di un significato &amp;#8220;reale&amp;#8221; lascia il posto all&amp;#8217;uso arbitrario relativo a propri sistemi di significazione, a propri desideri, sensazioni ecc. In poche parole, a ci&#242; che si vuole vedere/non si vuole vedere.
E&amp;#8217; quello che capita, a me per prima, &#231;a va sans dire, quando si ha a che fare con la complessit&#224; ermeneutica del &amp;#8220;testo filmico&amp;#8221;. Non di rado ci si interroga sul confine critico fra ci&#242; che potrebbe essere una valida bussola, un salvagente che aiuti lo spettatore potenziale a districarsi nella giungla di cinefumettoni e lo sproloquio solipsistico, l&amp;#8217;accusa furibonda o capziosa, il giudizio aprioristico, nel bene o nel male.
La recitazione poi, chiss&#224; perch&#233;, risulta spesso essere una disciplina minore, un dettaglio del quale il film pu&#242; fare a meno, una postilla che non &#232; sempre il caso di sottolineare. Allora questa lunga e pretestuosa cornice trova il suo senso, perch&#233; per noi, pi&#249; spettatatori entusiasti/entusiasmabili che distanziati teorici, la performance degli attori &#232; fondamentale.
Siamo cresciuti, pur non appartenendo a quella generazione, con Marlon/Stanley che grida &amp;#8220;Stellaaaaa&amp;#8221; in Un tram che si chiama desiderio di Elia Kazan o ancora il volto malinconico, accompagnato dalle note di Neil Young, di Johnny/William che lascia questo mondo in mezzo ai ramoscelli in Dead Man di Jim Jarmusch. E come dimenticare lo sguardo straordinario di Robert/Charlie morente nel pur dimenticabile Complice la notte di Mike Figgis...
Parliamo con e per amore e, &#232; tautologico, l&amp;#8217;amore devia lo sguardo dall&amp;#8217;oggetto alla proiezione che il soggetto ne fa.
Ci scuserete dunque, almeno lo speriamo, se anche questo piccolo excursus sar&#224; condotto all&amp;#8217;insegna dell&amp;#8217;amore pi&#249; che dell&amp;#8217;analisi tecnica e minuziosa delle tecniche recitative adottate. Ci auguriamo di riuscire, se non a farvi appassionare con la stessa mia intensit&#224; a Ewan, almeno a farvi recuperare, ora che il supporto digitale lo consente, qualche suo film che vi &#232; sfuggito al cinema (o al cinema non &#232; mai arrivato).
Questo senso di profonda fascinazione ci guida non (solo) perch&#233; Ewan McGregor &#232;, indiscutibilmente, uno degli uomini pi&#249; affascinanti che il cinema, anglosassone prima e hollywoodiano poi, abbia sfornato nell&amp;#8217;ultimo quindicennio, ma anche, e soprattutto, perch&#233; la sua performance attoriale, sia che si che si cimenti con una rockstar sfatta, sia che impersoni un sognatore che crea la propria vita come una favola, aggiunge ai film che interpreta un quid impalpabile e non meglio definibile che imputiamo a quella cosa chiamata talento.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Ilaria Mainardi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>20/04/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Le interpretazioni di Polanski</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5463</link>
			<description>Il carisma cos&#236; evidente del Polanski regista tende in qualche modo a comprimere quello, forse meno pronunciato ma niente affatto trascurabile, del Polanski attore. Il cineasta polacco non si &#232; limitato ad essere spesso presente nei suoi film, talvolta nel ruolo di protagonista, ma ha continuato a regalare in giro comparsate eccellenti, sin dagli esordi. Quella maschera di introversione da cui trapelano mille inquietudini non pu&#242; quindi essere dimenticata.

Sin dagli esordi, dicevamo. Ed infatti il desiderio di mettersi in gioco personalmente emerge in Roman Polanski gi&#224; dal primissimo cortometraggio realizzato in Polonia, Rower (1955), dove &#232; proprio lui il ragazzo che intende acquistare una bicicletta. Ma non solo. Sempre nel periodo polacco lo vediamo prestare il suo volto ad altri progetti cinematografici, corredati in certi casi da qualche firma illustre. Scopriamo infatti che in precedenza, per la precisione nel 1953, il nostro mingherlino eroe era entrato nel cast di un film a episodi, Trzy opowiesci, diretto a sei mani da Konrad Nalecki, Ewa Petelska e Czeslaw Petelski, ma con ulteriori apporti in sceneggiatura tra cui uno che non pu&#242; essere ignorato: quello di Andrzej Wajda.

Per meglio affrontare la natura dei suoi personaggi occorre per&#242; prendere la macchina del tempo, come in uno scritto di Herbert G.Welles, fare un balzo nel 1967, assistere cos&#236; alla sua scoppiettante interpretazione di Alfred, l&amp;#8217;assistente del professor Abronsius in Per favore&amp;#8230; non mordermi sul collo! (The Fearless Vampire Killers). Questa celebre &amp;#8220;vampire comedy&amp;#8221; ha messo definitivamente in luce, tra le altre cose, l&amp;#8217;abilit&#224; del Polanski attore di giocare con la sua figura minuta, nervosa, tendenzialmente goffa, affidandole comportamenti in grado di enfatizzare il sulfureo appeal di determinate situazioni, sia che prevalga un tono sottilmente parodico (in Per favore&amp;#8230; non mordermi sul collo!, per l&amp;#8217;appunto), sia che il timbro grottesco si faccia carico di coloriture kafkiane e claustrofobiche (come nel successivo L&amp;#8217;inquilino del terzo piano). Ad ogni modo, tornando al povero Alfred, scene come quella in cui tenta di sottrarsi con la fuga al vampiro dandy che lo insidia o come l&amp;#8217;altra che lo vede pasticciare di fronte alle bare dei non morti, tra coperchi che si ribaltano e paletti che sfuggono di mano, mettono in evidenza una sottile e quasi metafisica clownerie. Volendo azzardare, in modo forse prematuro, qualche paragone con altri maestri del cinema per nulla restii a impersonare sul grande schermo le proprie nevrosi, possono tornare alla memoria certe interpretazioni di un altro campione dell&amp;#8217;Europa Orientale dal fisico asciutto, Jir&#237; Menzel, prima ancora di quelle cui ci abituato un Woody Allen. I movimenti nervosi delle mani, le espressioni stralunate, i gesti imbarazzati, la timidezza sempre pronta a ribaltarsi in pose eccentriche, quasi sfrontate, sono ingredienti che hanno poi trovato la loro definitiva consacrazione in Trelkovsky, personaggio entrato nella storia del cinema dalla porta principale per poi uscirne rovinosamente dalla finestra, in un tripudio di vetri rotti. Il meccanismo perverso e angosciante di un film come Le locateire (L&amp;#8217;inquilino del terzo piano, 1976), sicuramente tra i capolavori di Polanski, ci ha consegnato questo personaggio in grado di far risuonare note estremamente cupe nelle profondit&#224; del nostro animo. Le sue disavventure ci portano contemporaneamente verso un ghigno e una riflessione. Ed &#232; un riflettere, spiccatamente umano, sulle paranoie che ci affliggono rapportate ad una societ&#224; occidentale indiscutibilmente ansiogena.
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;19/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>19/04/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Incontro con Wes Anderson</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5399</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Speciali/Wes%20anderson/Wes-Anderson-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;A Roma per presentare il suo ultimo gioiello Fantastic Mr. Fox, film d'animazione old fashioned completamente girato in stop-motion accantonando digitale e 3D con risultati assolutamente straordinari da un un punto di vista squisitamente tecnico, Wes Anderson &#232; tornato all'Auditorium per incontrare il pubblico nell'ambito della pregevolissima rassegna &quot;Viaggio nel cinema americano&quot; curata da Mario Sesti e Antonio Monda. E la definizione di &quot;viaggio&quot; risulta quantomai appropriata per il cinema dell'autore texano, da sempre in perenne movimento verso nuove frontiere fisiche e spirituali del proprio cinema, come ben dimostrano i suoi ultimi lavori. Molte e svariate domande e tante risposte improntate ad una corenza registica davvero invidiabile, per un regista che ha sempre messo il cuore pulsante di un personalissimo umanesimo &quot;esistenziale&quot; al centro della sua idea intangibile di cinema. 
Cercheremo di riportare in brevi paragrafi parte dei molti argomenti toccati nel corso dell'incontro, sperando di fare cosa gradita al lettore.
 

Wes Anderson e il cinema della sua generazione
 
Non ci potevano essere dubbi in proposito: Wes Anderson &#232; un innamorato tout court della Settima Arte. Afferma di vedere un numero impressionante di film contemporanei; tuttavia non trova molte affinit&#224; cinematografiche con il gruppo di registi americani - tipo il suo omonimo Paul Thomas Anderson o Sofia Coppola - suoi coetanei. &quot;Ognuno ha il suo tipo di cinema, il suo stile ed i propri modelli di riferimento&quot; afferma Anderson. Che dice di trovarsi in perfetta sintonia soprattutto con gli amici con i quali ha lavorato nel corso della sua carriera, tipo Owen Wilson, Roman Coppola e Noah Baumbach, peraltro co-autore assieme allo stesso Anderson della sceneggiatura di Fantastic Mr. Fox.
 
La &quot;famiglia&quot;
 
Discorso immediatamente e logicamente conseguente &#232; quello sul concetto di famiglia, sia sul set che nella diegesi dei suoi film. Famiglia come rifugio estremo dal dolore e dalla solitudine (I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou o Il treno per il Darjeeling) che attanaglia qualsiasi essere umano, ma anche come piacere del ritrovamento reciproco nel girare un nuovo film, con la medesima troupe e le stesse menti a monte di un progetto. La creazione di un'atmosfera cos&#236; rilassata e feconda che funge da terreno fertile per la creazione artistica. A tal proposito Wes Anderson  ricorda con piacere l'inserimento in un tale contesto di un &quot;corpo estraneo&quot; (per et&#224; e metodi di lavoro) come Gene Hackman nel gi&#224; citato I Tenenbaum. &quot;Lui ama lavorare in uno stato continuo di tensione, nutrendosi di essa per offrire il meglio di s&#232;&quot; ricorda Anderson. &quot;Non &#232; che fossimo terrorizzati da lui sul set: semplicemente ne avevamo  un sacro timore...&quot; dice sorridendo dopo aver confessato di avergli fatto la corte, per convincerlo ad accettare la parte, per pi&#249; di un anno ed aver pensato a Michael Caine come possibile soluzione di riserva. &quot;Per&#242; alla fine Hackman si &#232; integrato benissimo nel nostro gruppo e per il mio compleanno, avendo notato che io spesso indossavo dei pantaloni un po' sbrindellati, mi ha regalato un paio di bellissime bretelle...&quot;. Quando si dice trovare un punto d'intesa.
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;14/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>14/04/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>I cortometraggi di Polanski</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5393</link>
			<description>Il lento apprendistato, per citare Thomas Pynchon, svolto da Roman Polanski nel suo avvicinamento alla regia cinematografica, appare a prima vista a dir poco paradigmatico dei passaggi solitamente considerati obbligatori per un cineasta alle prime armi: regie di cortometraggi, lavoro sul set di amici e colleghi gi&#224; svezzati nel professionismo, e via discorrendo. Per dirla brevemente, tanta gavetta, una formazione con ogni probabilit&#224; indispensabile nella Polonia degli anni cinquanta. 
&#200; a questo punto senza dubbio doveroso citare alcuni dei passaggi storici fondamentali di quel periodo per Varsavia e dintorni. Nel 1954, mentre Polanski &#232; impegnato negli studi alla Scuola di Lodz, che lo terranno occupato fino al 1959, nella capitale si tiene un congresso dell'Associazione Polacca di Teatro e di Cinema, durante il quale Anton Bohdziewicz, direttore della scuola frequentata dal futuro regista di Rosemary's Baby e Il pianista si scaglia con estrema durezza contro lo zdanovismo, rimarcandone con toni preoccupati la sostanziale mancanza di aderenza con il reale.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>13/04/2010</pubDate>
		</item>
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