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		<title>CineClandestino.it</title>
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		<description>Rivista di cinema e informazione cinematografica</description>
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		<pubDate>03/02/2012 5.53.16</pubDate>
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			<title>Hugo Cabret</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=8876</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/Hugo%20Cabret/Hugo-Cabret-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il fatto che uno dei maggiori registi - nonch&#233; cinefili - contemporanei come Martin Scorsese realizzi un'opera direttamente incentrata sul cinema tutto pu&#242; essere tranne che una notizia. Chi non ricorda, a mero titolo di esempio, l'incantevole passeggiata tra i monumenti viventi della Hollywood che fu che caratterizzava la splendida prima parte del pur imperfetto The Aviator, biopic sulla tormentata esistenza molto cinematografica del magnate Howard Hughes? Gli elementi di novit&#224; di quest'ultimo Hugo Cabret, semmai, risedono altrove: nella scelta di girare un lungometraggio nel formato tridimensionale - prima volta assoluta per l'autore italoamericano - e soprattutto di dirigere una pellicola non solo riservata in modo esplicito ad un pubblico di giovanissimi ma anche fanciullesca nella propria essenza, non pi&#249; di tanto celata dietro la fantasmagoria della confezione. Inevitabile, dunque, che torni di attualit&#224; l'amletico dubbio se il buon Scorsese con Hugo Cabret si sia definitivamente perso nella deriva calligrafica della commercialit&#224; pi&#249; spinta oppure se mantenga una certa coerenza di fondo anche in prodotti indubitabilmente riservati al grande pubblico - stavolta, udite udite, persino i bambini, visto che trattasi di film per famiglie... - peraltro beneficiati da una calorosa accoglienza dell'universo mainstream, come dimostrano il Golden Globe alla regia e le numerose (ben dieci) candidature agli Academy Awards 2012.
In realt&#224;, osservato senza preconcetti, Hugo Cabret sembra proprio un lungometraggio del tutto inevitabile nella filmografia scorsesiana. Una a suo modo perfetta sovrapposizione tra un passato idealizzato - l'ambientazione, non casuale, &#232; nella Parigi dei primissimi anni trenta - e il sogno eterno del cinema degli albori, quello dove la percezione di realt&#224; si confondeva giocoforza con la finzione pi&#249; esibita, creando quel fatidico cortocircuito in grado di accendere la fantasia di adulti e piccini, accomunati dalla medesima verginit&#224; di sguardo. E proprio il cinema come veicolo necessario verso altri mondi e dimensioni di vita possibili rappresenta il cuore pulsante di Hugo Cabret, opera segnata dal concetto del tempo che scorre (gli innumerevoli orologi della stazione parigina teatro principale del film), dalla necessit&#224; ineludibile della memoria storica e dal confronto generazionale simbolizzato dagli sguardi affini del bambino futuro appassionato della Settima Arte - in quest'ottica il film di Scorsese &#232; &quot;spielberghiano&quot;, al suo meglio - e dell'adulto che ha conosciuto la disillusione della magia cinematografica dei pionieri. Perch&#233;, scendendo nel particolare di una lettura poetica del film tanto in apparenza &quot;facile&quot; quanto in effetti sfaccettata, il ragazzino di nome Hugo Cabret siamo (o siamo stati) tutti noi, un tempo o ancora oggi rapiti dalla bellezza dell'artificio cinematografico; mentre l'anziano si chiama nientemeno che George M&#233;li&#232;s, ovvero il celeberrimo capostipite di una stirpe di registi che ha materializzato e dato sostanza ad un sogno chiamato cinema lungo un secolo e pi&#249;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/02/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>03/02/2012</pubDate>
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			<title>Le uscite del 03.02.2012</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=8950</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/2/In%20sala/uscite-in-sala-03-febbraio-2012-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Fine settimana eccellente quello che si apre oggi, almeno per quel che concerne le uscite in sala. Nonostante le bufere di neve, la pioggia e il freddo stiano provando a paralizzare la penisola, il consiglio &#232; quello di concedersi ben pi&#249; di una capatina al cinema in questi giorni. Non ve ne pentirete...

Il fatto che un regista come Martin Scorsese diriga un film sul cinema non fa certo notizia. Ben diverso diventa il discorso se per&#242; ci si sofferma sulla tecnologia stereoscopica utilizzata per il film e sul fatto che si tratta di un'opera pensata per tutta la famiglia, una novit&#224; assoluta per il grande regista italo-americano. Il risultato &#232; un viaggio imperdibile nella fantasia della Settima Arte, che potr&#224; forse lasciare frastornati e spiazzati, ma dal quale &#232; davvero arduo non farsi sedurre. E il cammeo di Scorsese, che si trova vis &#224; vis nientemeno che con Georges M&#233;li&#232;s, provoca ripetuti brividi lungo la schiena.

La domanda sulla carta dovrebbe essere sempre la stessa: che senso ha portare sullo schermo il remake di un film vecchio di appena tre anni? In realt&#224;, trattandosi di un film di David Fincher &amp;#8211; e non dell'ultimo carneade di turno &amp;#8211; il discorso inevitabilmente cambia: la sua versione di Uomini che odiano le donne, pur non aggiungendo un granch&#233; al film di Niels Arden Oplev o al testo di Stieg Larsson, rimarca comunque l'enorme classe di uno dei migliori registi della Hollywood del Ventunesimo Secolo. Un gioco elegante e forse in parte sterile, ma da godere sul grande schermo. 

C'&#232; sempre bisogno di un film dei Muppet! Divertente, tenero, spiazzante, irriverente, il ritorno sulle scene dei pupazzi creati dalla fantasia di Jim Henson non delude le aspettative dei fan e pu&#242; creare nuove schiere di adepti. Uno spasso di cui possono godere tanto i bambini quanto gli adulti, grazie ai diversi livelli di lettura che si possono dare alle avventure di Kermit e compagnia. E basterebbe anche solo la cover di Smells Like Teen Spirit per valere il prezzo de biglietto.

L'indie a stelle e strisce colpisce ancora: la tematica familiare torna a far capolino, stavolta nell'accettazione del lutto da parte del tredicenne T.J. e di suo padre. Un cast in gran forma, uno script interessante e intelligente, alcune trovate registi non disprezzabili. Probabilmente rimarr&#224; poco visto, ma non meriterebbe l'oblio che sembra essergli destinato...

Emiliano Corapi punta molto in alto con questo ambizioso esordio che vorrebbe raccontare l'Italia di oggi senza filtri di alcun tipo. Peccato che il risultato non mantenga le promesse, disperdendosi in una serie di luoghi comuni e di banalit&#224; dettate in parte dall'inesperienza e in parte da un approccio moralistico francamente poco condivisibile. 

A Cannes il film diretto da Ma&#239;wenn Le Besco &#232; stato accolto tra gli applausi convinti di una stampa (soprattutto quella francese) che si &#232; lasciata convincere dalla commistione tra documentario e film corale. Il problema, se di problema si pu&#242; parlare, &#232; che la struttura narrativa non convince appieno, scissa com'&#232; tra l'esigenza di raccontare la &amp;#8220;verit&#224;&amp;#8221; e la voglia di puro cinema di genere. Ne viene fuori un'opera interessante ma non completamente compiuta. Notevolissimo, comunque, il cast.

Queste le nostre opinioni sui film in uscita nel week-end. Che siate d'accordo o meno con il nostro giudizio, l'invito &#232; di andarli a recuperare al cinema. Buona visione!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/02/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>03/02/2012</pubDate>
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			<title>Millennium - Uomini che odiano le donne</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=8881</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/Millennium%20-%20Uomini%20che%20odiano%20le%20donne/Millennium-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Quella del remake &#232; senz&amp;#8217;altro una delle pratiche pi&#249; sospette, tra quelle in voga nell&amp;#8217;attuale cinematografia americana, specialmente se il soggetto da &amp;#8220;clonare&amp;#8221; risale a pochi anni prima, specialmente se a portare avanti il lavoro viene chiamato non un mestierante qualsiasi ma una firma importante del cinema contemporaneo. Nel caso di Uomini che odiano le donne tali prerogative sono tutte presenti. Ed &#232; un&amp;#8217;operazione, anzi, in cui poteva celarsi persino qualche altra insidia. I rischi ai quali si fa ora riferimento possono essere riassunti in uno schemino triangolare, i cui punti servono a ricordare le poetiche ben definite con cui ci si &#232; giocoforza confrontati.
1) La saga letteraria del compianto Stieg Larsson, capace di appassionare milioni di lettori sparsi in tutto il mondo
2) La prima trasposizione cinematografica della trilogia Millennium che &#232; stata prodotta pochissimi anni fa in Scandinavia, con esiti peraltro diseguali: ottimo il primissimo Uomini che odiano le donne diretto dal danese Niels Arden Oplev, di gran lunga meno incisivi e brillanti i due sequel realizzati dallo svedese Daniel Alfredson, lontano purtroppo dall&amp;#8217;avere il talento del fratello Tomas (quello di Lasciami entrare e La talpa, per intenderci), ovvero La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta.
3) L&amp;#8217;invidiabile percorso artistico di David Fincher, che tra l&amp;#8217;altro aveva gi&#224; dimostrato in passato, con Alien 3, di sapersi inserire con una certa personalit&#224; nel cuore di una saga.
Ebbene, a conti fatti possiamo tranquillamente affermare che Fincher pu&#242; dormire sonni tranquilli nel suo letto e Stieg Larsson pu&#242; fare altrettanto, se cos&#236; si pu&#242; dire, ovunque si trovi ora. Pur con qualche scompenso, forse inevitabile, l&amp;#8217;etica di fondo della trilogia Millennium &#232; stata rispettata, a partire da una scelta importante che, a quanto pare, &#232; stata caldeggiata dal regista stesso e condivisa senza particolari problemi dalla produzione americana: mantenere l&amp;#8217;ambientazione svedese dell&amp;#8217;opera. Non si tratta certo di una decisione da poco, considerando che altri remake con una matrice scandinava forte non avevano ricevuto lo stesso trattamento, vedi Insomnia di Nolan e il pi&#249; recente Blood Story di Matt Reeves.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/02/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>03/02/2012</pubDate>
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			<title>Sulla strada di casa</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8897</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/Sulla%20strada%20di%20casa/Sulla-strada-di-casa-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Come primo lungometraggio Emiliano Corapi ci offre un'opera visibile soltanto attraverso gli spiragli concessi a malincuore dalle dita che premiamo sul nostro volto in sala, durante la visione.
Atteggiamento che per solito contraddistingue il privilegiato spettatore del film ad alta tensione o dalle tinte forti, o dagli insidiosi risvolti psicologici. A ci&#242; 'baster&#224;' sommare un montaggio chirurgico e spietato, fatto magari di soggettive incalzanti e irresistibili. &#200; tuttavia lecito affermare che nessuno dei sopra elencati &#232; il caso di Sulla strada di casa. Deve essere dunque un altro il motivo dello scacco in cui ci tiene.
Non sar&#224; il montaggio a volte quasi dilettantesco o il ritrovare qualche flashback fuori posto, e nemmeno una certa gradazione nell'infittirsi della trama, nel procedere delle sue maglie: Sulla strada di casa rinuncia infatti ad un andamento graduale per manifestarsi come acme costante, livellato e, pertanto, ai limiti del sostenibile. Non saranno nemmeno le sue implicazioni all'oggi, d'attualit&#224; o, diremo, politiche, a tenerci coinvolti al grado estremo, poich&#233; l'autore ci immerge ex abrupto in una situazione gi&#224; precipitata, da vicolo cieco; nessun prologo, niente passato, nessuna identificazione del Male. Ci sta bene, ovviamente: si tratta di andare al sodo, o cos&#236; crediamo. Su cosa fa leva questo film?
I suoi interpreti sono senza dubbio ineccepibili (da Marchioni alla gi&#224; 'sorella Mai' Donatella Finocchiaro) e la sceneggiatura, dello stesso Corapi, ben congegnata e esente da cadute (fatti salvi forse i fiori blu che il nostro sfortunato eroe pascolianamente &amp;#8220;addita&amp;#8221;). Bisogner&#224; farne allora una questione morale, ci pare d'obbligo; non tanto la morale che sta dietro alla vicenda, morale della favola &amp;#8211; la quale non &#232; poi cos&#236; chiara, e quand'anche lo fosse sarebbe quantomeno supponente &amp;#8211; quanto rapporto moralmente onesto con lo spettatore e, di pi&#249;, con il concetto di immedesimazione/identificazione.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/02/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Giorgio Ferri&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>03/02/2012</pubDate>
		</item>
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			<title>Tre uomini e una pecora</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=20&amp;art=8459</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Fuori%20Concorso/Tre-uomini-e-una-pecora-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Non gira molti film il brillante cineasta australiano Stephan Elliot, nonostante il sagace Un matrimonio all&amp;#8217;inglese realizzato nel 2008 (1). Bisogna infatti risalire al 1999 e al 1997 per scovare i precedenti e deludenti The Eye - lo sguardo e Benvenuti a Woop Woop e poi spingersi fino al 1994, anno del successo internazionale con Priscilla, la regina del deserto. E pensando al ritmo travolgente di questo gustoso mix tra british comedy e ambientazione aussie, i lenti ritmi produttivi di Elliot sembrano quasi un paradosso: A Few Best Men gronda infatti creativit&#224;, corre rapidissimo tra una gag e l'altra, in un susseguirsi di battute, di demenziali colpi di scena, di personaggi sopra le righe ma mai fuori posto. Una commedia senza particolari pretese, se non quella di intrattenere e divertire. Ci riesce e non &#232; cosa da poco.
Funziona meno, ma &#232; quasi inevitabile, la componente romantica: una love story dalle dinamiche un po' scontate che si sviluppa in secondo piano, schiacciata dall'ingarbugliata sequenza di piccole catastrofi causate dai tre amici dello sposo. I dubbi dei giovani innamorati, i conflitti col padre severo e superficiale e le dinamiche affettive tra i quattro amici sembrano quasi stonare, arrestando il flusso di demenziale comicit&#224;, la catena di piccole e grandi catastrofi: ma pi&#249; dell'epilogo (scontato), in fin dei conti, ci interessa e ci diverte il percorso spassosamente tortuoso.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;prossimamente&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/02/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>prossimamente</category>
			<pubDate>03/02/2012</pubDate>
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			<title>Hesher &#232; stato qui</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=8850</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/Hesher%20%C3%A8%20stato%20qui/Hesher-%C3%A8-stato-qui-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Ci sono le opere prime che deludono perch&#233; magari schiacciate dal voler emulare grandi capolavori
e ci sono le opere prime che non cadono in questa tentazione e questo &#232; il caso di Hesher &#232; stato qui di Spencer Susser. Hesher &#232; stato qui evita il rischio di far un passo pi&#249; lungo della gamba per quella freschezza insita nella regia e nella scrittura capace di far avvertire come &amp;#8220;esordienti&amp;#8221; (nell'accezione pi&#249; genuina del termine) anche un cast di attori come Joseph Gordon-Levitt (l'Arthur di Inception), il Premio Oscar Natalie Portman e Piper Laurie (vincitrice di un Golden Globe per il Twin Peaks di Lynch). Una freschezza che nella famiglia del piccolo TJ sembra si sia estinta (Devin Brochu).
&#171;TJ ha sofferto talmente tanto che sente di non avere nient'altro da perdere&#187; afferma il regista. Tutti i personaggi (qui pi&#249; che mai persone) del nostro film han perso qualcosa/qualcuno nella loro vita e di fronte alla perdita ognuno di noi reagisce a suo modo. Hesher &#232; stato qui ci pone di fronte alle conseguenze di una perdita che assume conseguenze logoranti; ripercussioni normali &amp;#8211; forse istintive: l'apatia mista a depressione (quella del marito che ha perso sua moglie) e la rabbia introversa (quella di TJ) a cui fa da contraltare la rabbia esplosiva e dirompente (quella di Hesher). S&#236; perch&#233; la chiave originale di questo lungometraggio indipendente &#232; la peculiarit&#224; dell'elemento estraneo a cui &#232; affidato il compito di far guardare oltre quella perdita. Se state cercando del buonismo post-tragedia famigliare allora questo non &#232; il film per voi.
&#171;E' bello sentire una nuova musica in casa&#187; - &#232; cos&#236; che la dolce, svampita e amorevole nonnina (P. Laurie) accoglie cos&#236; quel &amp;#8220;nipote&amp;#8221; acquisito &amp;#8211; Hesher (Joseph Gordon-Levitt). Susser con Michod (co-sceneggiatore) fa incontrare due voci di saggezza apparentemente su due lunghezze d'onda diverse, ma gli unici in grado di vedere quell'elaborazione del lutto mancata tra padre e figlio. N&#233; a TJ n&#233; a suo padre serve un gruppo per l'elaborazione del lutto, ma un &amp;#8220;altro da loro&amp;#8221; che li guidi a suon di metallo puro (la colonna sonora &#232; composta da brani come &amp;#8220;Anesthesia&amp;#8221; dei Metallica e &amp;#8220;Rock out&amp;#8221; dei Motorhead). Forse a volte per superare una perdita non ci vogliono i metodi ortodossi.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/02/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Maria Lucia Tangorra&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>02/02/2012</pubDate>
		</item>
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			<title>I Muppet</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=8878</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/I%20Muppet/I-Muppet-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Da quando una versione primitiva della rana Kermit apparve nel programma televisivo Afternoon, Footlight Theatre verso la met&#224; degli anni Cinquanta, il mondo dei Muppet si &#232; arricchito di personaggi di pari passo con la crescita della fama dei pupazzi dagli occhi sporgenti creati dalla fervida fantasia di Jim Henson. Il Muppet Show &#232; stato per anni un vero e proprio punto di riferimento per il pubblico del piccolo schermo, che ha poi seguito volentieri i suoi beniamini anche nelle varie sortite cinematografiche che si sono susseguite nel corso degli anni.
Anche in virt&#249; di quanto appena scritto, il ritorno in scena dei Muppet deve essere necessariamente annoverato tra gli eventi cinematografici dell'anno: per l'occasione la Disney ha dunque pensato di fare le cose in grande, trascinando Kermit, Gonzo, Miss Piggy, Fozzie e tutti i loro amici in un'avventura che ragiona da vicino sulla stessa storia dei personaggi. I Muppet racconta la storia del declino degli amati pupazzi, oramai distanti dagli interessi del grande pubblico, abbandonati al proprio destino e costretti a ripiegare su lavori saltuari e ben poco gratificanti (geniale la cover band &amp;#8220;Mooppets&amp;#8221; di cui fa parte l'orso Fozzie, unico membro originale costretto per&#242; in un camerino all'addiaccio): nulla che si distacchi, in fin dei conti, dalla realt&#224;. Il pregio principale del film diretto da James Bobin &#232; quello di non aver cercato di modernizzare i muppet per avvicinarli a un pubblico che fino a questo momento non li ha vissuti nella quotidianit&#224; &amp;#8211; destino comune alle ultime due generazioni, probabilmente &amp;#8211; ma di aver coraggiosamente scelto di ribadire il mood che si respirava nello show televisivo e negli altri lungometraggi. Dopotutto baster&#224; puntare l'occhio sulla struttura portante del film per tranquillizzare i fan di vecchia data: I Muppet segue in tutto e per tutto lo schema classico delle strampalate avventure di questi mostri sacri dello spettacolo a stelle e strisce, a partire dalle psicologie dei personaggi fino ai divertenti intermezzi musicali e al nonsense delle situazioni e dei dialoghi. Anche qui si gioca ripetutamente sull'abbattimento della parete virtuale che divide la finzione filmica dalla realt&#224; di chi &#232; al di l&#224; dello schermo, tra dialoghi in cui ci si rivolge direttamente al pubblico e riscrittura dello spazio-tempo operata attraverso l'ellissi cinematografica per eccellenza, vale a dire il montaggio. I Muppet racchiude al suo interno, neanche troppo in profondit&#224;, un accorato e sincero elogio alla lentezza, al fuori moda, al desueto: non ha bisogno di rincorrere mode della contemporaneit&#224; perch&#233; lo show ha sempre vissuto in un'atemporalit&#224; dorata, non-luogo e non-spazio che trovano una propria motivazione e collocazione proprio nel loro essere al di fuori di tutto. 
Film per le famiglie come non si fanno pi&#249; da decenni a questa parte, I Muppet propone anche al proprio pubblico un discorso morale ed etico che vale la pena approfondire: questa versione in polyfoam, tessuto e nylon dei vizi e delle virt&#249; dell'umana gente lancia a suo modo un grido contro la grettezza del potere economico (il cattivo di turno, interpretato da un sublime Chris Cooper che si esibisce anche in un folgorante, crudele e spassoso rap, &#232; uno spregevole uomo d'affari che vuole acquistare il vecchio teatro dei Muppet per raderlo al suolo e sfruttare il petrolio che si trova copioso nel terreno sottostante) e propone un'idea di socialit&#224; che non pu&#242; non essere apprezzata. Ma, al di l&#224; di queste letture, ci&#242; che come sempre appare irresistibile &#232; la verve comica e dissacrante sprigionata dai protagonisti. Nonostante una sceneggiatura non impeccabile nella seconda parte, il film contiene un numero di gag davvero al di sopra del normale, in grado di divertire e coinvolgere tanto il pubblico dei pi&#249; piccini quanto quello degli adolescenti e degli adulti. Basterebbe citare l'impagabile cover di Smells Like Teen Spirit, Gonzo in versione imprenditoriale, l'intera sequenza parigina dominata da Miss Piggy e l'imperdibile canzone &amp;#8220;Man or Muppet&amp;#8221; per dimostrare il valore di una pellicola che sarebbe davvero delittuoso lasciarsi sfuggire. Per non parlare dell'esercito di apparizioni speciali, altro punto fermo degli show dei Muppet: Alan Arkin, Whoopi Goldberg, Jim Parsons,Judd Hirsch, Mickey Rooney, la cantautrice Joanna Newsom, Dave Grohl e via discorrendo. Se avete voglia di un divertimento intelligente e per tutta la famiglia, cosa aspettate a raggiungere il cinema pi&#249; vicino e a sprofondare nella poltroncina?&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/02/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>02/02/2012</pubDate>
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			<title>Polisse</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=7501</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/4/Festival/Cannes%202011/Concorso/Polisse/Polisse-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Con l&amp;#8217;approdo sugli schermi della Croisette dell&amp;#8217;ultima fatica artistica di Ma&#239;wenn Le Besco arriva a conclusione il tris di registe con cui si &#232; aperto il concorso della sessantaquattresima edizione del Festival di Cannes: dopo il farraginoso e presuntuoso Sleeping Beauty di Julie Leigh e l&amp;#8217;interessante dramma umano al centro di We Need to Talk About Kevin di Lynne Ramsay, &#232; stata dunque la volta dell&amp;#8217;opera terza di Ma&#239;wenn, attrice/regista sorella dell&amp;#8217;altrettanto nota Isild. Polisse &#232; un film che ha il coraggio e la forza di entrare immediatamente in media res: attraverso uno stile scarno ed essenziale, in cui la macchina a mano gioca un ruolo di primaria importanza, la trentacinquenne cineasta francese costringe fin dalle prime inquadrature lo spettatore a confrontarsi con una realt&#224; mostruosa, all&amp;#8217;apparenza lontana anni luce dalla nostra quotidianit&#224;.
Il CPU (acronimo che sta per Child Protection Unit) &#232; una divisione della polizia parigina che monitora e interviene nei casi di abusi su minori: poco considerato dai colleghi degli altri reparti &amp;#8211; anche per la poca dimestichezza degli agenti con ci&#242; che a prima vista apparterrebbe alla prassi del mestiere, utilizzo delle armi in primis &amp;#8211; il CPU descritto dalla Le Besco &#232; un organismo che assomiglia molto da vicino a una vera e propria famiglia. Gli interrogatori diventano spesso e volentieri un teatrino in cui si esplicita la complicit&#224; tra colleghi, che per il resto cenano insieme, ridono, scherzano, discutono, vanno in discoteca, condividono persino gli stessi appartamenti, si amano e si odiano. &#200; questa senza dubbio una delle intuizioni migliori sfoderate dalla giovane regista nel corso del film: contrapponendo alla gretta brutalit&#224; cronachistica dei casi riportati &amp;#8211; gran parte dei quali tra l&amp;#8217;altro modificati in maniera solo lieve rispetto alla verit&#224; &amp;#8211; una struttura corale tipica del film familiare, che in Francia ha sempre trovato eccellenti cantori (per restare dalle parti dei contemporanei, si veda alla voce Arnaud Desplechin), Ma&#239;wenn riesce a non cadere nella trappola del film v&#233;rit&#233; sensazionalistico e alla disperata ricerca di uno scandalo da sollevare. I personaggi che prendono corpo sulla scena sono esseri umani a tutto tondo, schiacciati spesso da peso di un lavoro che li costringe loro malgrado a confrontarsi con lo specchio deformato della societ&#224; civile: padri che abusano delle figlie, madri che cercano di non far piangere i loro neonati masturbandoli, insegnanti di ginnastica che non sanno resistere ai propri allievi.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/02/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>02/02/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Box Office 30.01.2012</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=8925</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/box-office-30gennaio2012.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Seconda settimana di gloria per la commedia italiana Benvenuti al Nord di Luca Miniero, film poco apprezzato dalla critica ma evidentemente adorato (almeno prima di entrare in sala) dal grande pubblico. La notevole quota dei venti milioni di euro &#232; gi&#224; abbattuta (20.873.036 euro, per la precisione) e la corsa sembra ancora lunga. Un incasso &amp;#8220;nobilitato&amp;#8221; dalla contemporanea uscita di alcuni pezzi da novanta come Mission: Impossible - Protocollo Fantasma di Brad Bird, con il sempreverde Tom Cruise (seconda posizione con 2.291.201 euro e una media per sala che sfiora i quattromila euro), e il discusso A.C.A.B. di Stefano Sollima, film finalmente di genere (terza piazza, con il primo milione portato a casa e una media superiore ai tremila euro: ci si aspettava di pi&#249;). Molto bene, con 4.085 euro di media per sala, il biopic The Iron Lady di Phyllida Lloyd, trainato dalla presenza e dalla performance di Meryl Streep. Nelle posizioni di rincalzo alcuni titoli in fase calante ma con buoni incassi totali: Immaturi - Il viaggio di Paolo Genovese &#232; sopra gli undici milioni, mentre Alvin Superstar 3 - Si salvi chi pu&#242;! di Mike Mitchell si avvicina a quota sei.
Non entra tra i primi dieci, affossato da una distribuzione rinunciataria, l'ottimo L'arte di vincere - Moneyball di Bennett Miller, con Brad Pitt (quindicesima posizione, di poco sopra i centomila euro).&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>30/01/2012</pubDate>
		</item>
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			<title>A.C.A.B.</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8861</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/ACAB/ACAB-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&amp;#8220;Celerino figlio di puttana!&amp;#8221;
Cobra lo urla a squarciagola, mentre nella notte attraversa Roma sul suo motorino, quindi lo fischietta nell'autoblindo, in attesa di quello che dovr&#224; accadere, dello scontro perpetuo a cui &#232; destinato ogni giorno, che si tratti del controllo allo stadio, dello sgombero di un campo nomadi o dello sfratto degli occupanti di uno stabile. Quando Mazinga lo zittisce gli chiede divertito &amp;#8220;cos'&#232; che non ti piace, la melodia o il contenuto?&amp;#8221;. 
Sta tutto in questa nenia estenuante il senso ultimo di ACAB, film con cui il figlio d'arte Stefano Sollima esordisce finalmente alla regia cinematografica dopo una gavetta durata una ventina d'anni che l'ha visto passare dagli apprezzati cortometraggi con i quali approd&#242; a festival di prestigio come Venezia, Cannes e Torino ai serial televisivi La squadra e (soprattutto) Romanzo criminale. L'esperienza dell'adattamento per il piccolo schermo del best-seller di Giancarlo De Cataldo &#232; fondamentale per ACAB sia da un punto di vista stilistico che di lavoro sul set, visto che Sollima ha portato con s&#233; gran parte della troupe, traducendo sullo schermo anche il coraggio e la voglia di non lasciarsi assuefare da schemi predefiniti che permeava le puntante di Romanzo criminale. Nel prendere di petto la vita di tutti i giorni dei celerini Cobra, Negro, Mazinga e del novellino Adriano, Sollima compie un triplo salto mortale in avanti, sovvertendo tutte le regole (non) scritte del poliziesco: &amp;#8220;all cops are bastards&amp;#8221;, &amp;#8220;tutti i poliziotti sono bastardi&amp;#8221;, recitava il motto dei minatori inglesi in sciopero contro i tagli del governo, e l'acronimo ACAB ha attraversato i decenni, le mode, le speculazioni ideologiche, riproponendosi come un mantra ossessivo, uno stile di vita. Quando i poliziotti chiedono ai detenuti quale sia il significato di quella serie di lettere tatuate sul corpo, si sentono rispondere con sardonica ironia &amp;#8220;always carry a bible&amp;#8221;, ma i celerini del film di Sollima non hanno bisogno di chiedere per conoscere la verit&#224;: essere considerati bastardi, per loro, &#232; qualcosa di cui andare orgogliosi. Perch&#233; di fronte a un mondo che va a rotoli, Cobra, Mazinga e Negro si sentono una famiglia, un corpo unico contro le miserie di ci&#242; che li circonda: nella loro ossessione razzista, xenofoba, profondamente fascista, quei tre uomini sono convinti di agire per il bene dello Stato. Il loro l'abuso di potere non &#232; una variabile impazzita della visione sclerotizzata dell'ordine pubblico, ma la risposta a una politica che ai loro occhi fa acqua da tutte le parti: non si tratta pi&#249; neanche di distinguere tra i neo-fascisti che reclutano la milizia in curva, gli immigrati che sostano al parco o i giovani dei centri sociali, perch&#233; si tratta solo di diverse facce della stessa medaglia. C'&#232; una nazione che crolla sistematicamente su se stessa, accumulando barbarie su barbarie (dal pestaggio del luglio del 2001 nella Diaz, definito &amp;#8220;macelleria messicana&amp;#8221; dallo stesso Mazinga, alla morte di Gabriele Sandri, passando per l'omicidio di Giovanni Reggiani a Tor di Quinto), e i celerini si considerano i difensori del giusto, gli unici pilastri dello stato.
Bastardi, perch&#233; non pi&#249; riconosciuti da nessuno, incompresi anche dai loro superiori, abbandonati dalle rispettive famiglie; bastardi perch&#233; dominati dall'istinto, affascinati da un potere che &#232; effimero e totale allo stesso tempo. Specchio di una societ&#224; che li guarda con disprezzo, salvo poi glorificarne le gesta quando pi&#249; le conviene. Cani arrabbiati destinati a prendersi gli sputi, la pioggia, le urla, i rimbrotti, le coltellate di una quotidianit&#224; che pretendiamo &amp;#8220;normale&amp;#8221; abbassando lo sguardo e rifiutandoci di guardare in faccia la realt&#224;: in questo, nella sua totale mancanza di un manicheismo pedante e retorico, ACAB si dimostra anche film profondamente politico, capace di raccontare i nostri anni come poche volte &#232; capitato di vedere nell'Italia contemporanea. Non ha sovrastrutture ideologiche a ingabbiarlo, Sollima, o se le ha si concede il lusso non renderle pubbliche, e sbrana con la sua macchina da presa un racconto livido, crudele, a suo modo clamorosamente disperato. I tre uomini su cui si concentra la narrazione (interpretati da Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro e Marco Giallini, tutti in stato di assoluta grazia) sono soli, incapaci di uscire da un circolo vizioso che li costringe alla reiterazione coatta dello scontro: quando si riuniscono, anche dopo essersi allontanati, non &#232; per reale senso di corpo, per automatica empatia, ma solo perch&#233; non hanno vie di fuga alternative, non le cercano, non le sanno trovare. A suo modo anche il percorso di formazione del giovane Adriano non pu&#242; che concludersi, nonostante tutto, con la sua trasformazione in bastardo: un'accezione ribaltata stavolta dall'ottica dei celerini, ma sempre valida. Ambientato in una Roma nera come la pece, inospitale e vorace come non mai, ACAB &#232; il film che mancava alla nostra cinematografia da troppo tempo: seguendo le movenze di un film di genere tout-court, trova la forza per fotografare la realt&#224;, e ha il coraggio di non abbellirla, ma di sprofondarvi fin dentro le viscere. 
Come i protagonisti della pellicola, anche gli spettatori non hanno la possibilit&#224; di uscire indenni dalla visione di un'opera cos&#236; pulsante e furibonda, e Sollima li costringe a confrontarsi con la loro integrit&#224; morale: una sequenza come quella della &amp;#8220;vendetta&amp;#8221; sul gruppo di rumeni al parco &#232; anche una sfida lanciata al pubblico sul significato della parola &amp;#8220;giustizia&amp;#8221;. Nel suo delirio intriso di nostalgia fascista, Cobra si riempie la bocca di termini quali onore, giustizia, fratellanza, rispetto, al punto di credere davvero di rispettarne il senso fino in fondo. Forse non ha buoni n&#233; cattivi, ACAB,                 ma sicuramente non ha vincitori: anche dovesse sparire dalla scena il trio di amici, magari in una battaglia di fronte allo stadio in un'atmosfera surreale e quasi onirica, si troverebbe subito qualcuno in grado di sostituirli, perch&#233; dopotutto anche allo Stato conviene averli l&#236;, in prima linea, a prendere sputi e calci e a elargire manganellate.
In fin dei conti, si sa, tutti i poliziotti sono bastardi. E c'&#232; sempre qualcuno pronto a canticchiare &amp;#8220;celerino figlio di puttana&amp;#8221;. ACAB sarebbe piaciuto a Pier Paolo Pasolini, probabilmente.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;27/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>27/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>L'arte di vincere - Moneyball</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8594</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/Moneyball/Moneyball-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Intreccia vicende esemplari l'ottimo Moneyball - L'arte di vincere di Bennett Miller, sport movie che ha aperto ufficialmente la ventinovesima edizione del Torino Film Festival e che era accompagnato dalle recensioni entusiastiche della critica statunitense. E non sembra davvero mancare niente a questa pellicola, che dosa sapientemente sana retorica sportiva, riuscitissimi siparietti comici, drammi personali, economia e statistica, orgoglio e paure. Alla base di tale gioiellino, prima ancora dell'ispirata messa in scena di Miller, c'&#232; una script di ferro firmato da Steven Zaillian e Aaron Sorkin, sceneggiatori che hanno deciso le sorti di molti successi hollywoodiani delle ultime stagioni: Zaillian ha messo nero su bianco American Gangster, Gangs of New York, Mission: Impossible e Schindler's list (1), mentre i pezzi pregiati della filmografia di Sorkin sono The Social Network, La guerra di Charlie Wilson, Codice d'onore e la serie televisiva West Wing.
Prendendo spunto dalle idee del simpatico e paffuto Peter Brand, genietto delle statistiche e delle percentuali del baseball, potremmo applicare la logica matematica anche a Moneyball, prodotto (di punta) di un'industria che cerca il profitto attraverso una somma tecnico-artistica quasi mai casuale: una star (Brad Pitt), una spalla comica (Jonah Hill), un attore dal grande carisma che possa dare spessore a un personaggio dallo scarso minutaggio (Philip Seymour Hoffman), una lunga serie di caratteristi con le facce giuste (Chris Pratt &#232; un perfetto Scott Hatteberg) e tante strizzatine d'occhio allo spettatore, tra fragorose risate e momenti di commozione o agonistica esaltazione. Si veda, ad esempio, come parte da molto lontano la costruzione emotiva del fuori campo di Hatteberg, colpo a cui sembra mancare solo un mistico fulmine (2). Oppure, nel delicato rapporto tra Beane e la figlia dodicenne, la toccante scena nel negozio di strumenti musicali, che spiana la strada a una sequenza memorabile: la solitudine on the road di un ex-mancato-campione, la canzone della figlia come sagace colonna sonora intradiegetica e un crescendo di primi e primissimi piani, esaltati da un fuori fuoco che chiama a s&#233; lacrime e commozione. Scrittura, performance attoriale e mise-en-sc&#232;ne si sommano perfettamente: statistiche da Oscar?&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;27/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>27/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Le uscite del 27.01.2012</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=8909</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/ACAB-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Un fine settimana da leccarsi i baffi per gli amanti del cinema. In sala arrivano infatti almeno tre titoli che potrebbero tranquillamente trovare il loro posto nelle classifiche dei migliori titoli dell'anno. Per il resto il ritorno dietro la macchina da presa di Jasmila Zbanic e l'ennesima candidatura all'Oscar per Meryl Streep.

Il titolo migliore della settimana, una volta tanto, batte bandiera tricolore. L'esordio alla regia cinematografica di Stefano Sollima, dopo i fasti televisivi di Romanzo criminale, lascia davvero a bocca aperta. In una Roma cupa, livida e inospitale seguiamo le vicende quotidiane di un gruppo di celerini. Vedendo il mondo attraverso i loro occhi, Sollima firma un'opera emozionante e profondamente politica, in grado di raccontare l'Italia di oggi senza retorica. Un esordio fulminante, da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione.

Per questo film Brad Pitt, come al solito eccellente in un ruolo che sembra disegnato su misura per lui, ha ottenuto una nomination all'Oscar. In attesa di scoprire se sollever&#224; l'ambita statuina, vale la pena godersi questo quel film sportivo che parte da una storia vera (sceneggiata anche dal sempre eccellente Aaron Sorkin) per raccontare una scelta etica &amp;#8211; quasi ideologica &amp;#8211; che va al di l&#224; delle vittorie e delle sconfitte. Divertente, forse calcolatore, ma dotato di classe e intelligenza. Come i migliori sportivi...

Brad Bird, grande animatore statunitense, esordisce alla sua prima regia di un film live-action riportando in scena le avventure ai limiti del credibile di Ethan Hunt e della sua squadra. Il divertimento &#232; a dir poco assicurato, grazie a una sarabanda di avvenimenti folli, adrenalinici, girati con una tale classe da far passare in secondo piano alcune mancanze di sceneggiatura della seconda met&#224; della pellicola. Un gioiellino.

Jasmila Zbanic, gi&#224; regista dello splendido Il segreto di Esma (con cui vinse a Berlino nel 2006), torna dietro la macchina da presa per raccontare ancora una volta una storia della Bosnia contemporanea, terra in bilico tra tradizione e modernit&#224;. Rispetto al suo lavoro precedente l'insieme &#232; meno coeso, e la sceneggiatura presenta buchi difficili da non notare, ma la qualit&#224; registica della Zbanic permette comunque di portare a termine un film coraggioso. Imperfetto ma da non sottovalutare.

Chiudiamo l'excursus settimanale con il film che ha permesso alla Streep di indossare i panni di Margaret Thatcher e di conquistare l'ennesima nomination all'Oscar. Al di l&#224; della prova monstre dell'attrice statunitense non c'&#232; moltissimo da segnalare, ma forse nessuno si stupisce pi&#249; di questo.

Queste le nostre impressioni sui film in uscita nel week-end. Quali che siano le pellicole che avete intenzione di recuperare in sala in questi giorni, non ci resta che augurarvi buona visione!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;27/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>27/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Mission: Impossible - Protocollo Fantasma</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8845</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/Mission%20Imposible%20-%20Protocollo%20Fantasma/Mission-Impossible-protocollo-fantasma-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Chiss&#224; se la mente di Bruce Geller, alla cui fervida immaginazione si deve la serie televisiva Missione impossibile in onda dal 1966 al 1973, sarebbe stata in grado di ipotizzare una saga cinematografica come quella sviluppatasi a Hollywood negli ultimi quindici anni. Da quando Brian De Palma ha riportato in auge le incredibili avventure dell'agente speciale Ethan Hunt e della sua squadra di collaboratori il progetto si &#232; sviluppato con un'intelligenza rara per gli standard a cui il pubblico si &#232; oramai abituato: dall'elegante classicismo dell'episodio di De Palma si &#232; passati al furibondo formalismo di John Woo, per approdare quindi al tonitruante blockbuster di J.J. Abrams. Tocca ora a Brad Bird sedersi dietro la macchina da presa e raccontare le gesta di Hunt: un'occasione a dir poco ghiotta e carica di sottotesti interessanti, a partire dal lavoro nelle vesti di produttore del solito Abrams, che affianca Tom Cruise &amp;#8211; vero e proprio promotore della (finora) tetralogia &amp;#8211; per giungere alla curiosit&#224; legata alle capacit&#224; di Bird di confrontarsi con un materiale di live-action. Perch&#233; finora il cinquantaquattrenne regista nativo del Montana era passato alla storia come uno dei nomi pi&#249; convincenti del panorama del cinema d'animazione a stelle e strisce: dopo gli esordi, legati in gran parte al nome dei Simpson (per il pi&#249; celebre dei cartoon televisivi seriali Bird gir&#242; alcuni episodi, tra cui l'eccellente Like Father, Like Clown), Bird ha diretto l'ottimo e spesso sottostimato Il gigante di ferro, per poi approdare alla corte di John Lasseter alla Pixar. Per la casa di produzione della lampada ha portato a termine lo splendido Ratatouille e soprattutto Gli incredibili, che oltre a rappresentare una delle vette pi&#249; alte raggiunte dalla Pixar, appartiene in tutto e per tutto al genere action. E all'action Bird torna oggi, con attori in carne e ossa in scena e un budget multimilionario da dover gestire. 
Il punto di forza di Mission Impossible 4 &amp;#8211; Protocollo fantasma risiede proprio nella capacit&#224; di Bird di sfruttare al meglio le potenzialit&#224; della macchina industriale innervando il lavoro sull'immaginario grazie al ricorso alla propria esperienza nel cinema d'animazione: basterebbe anche solo l'incipit mitteleuropeo per palesare senza troppe possibilit&#224; di errore l'approccio ludico e al contempo profondamente consapevole di Bird. Il quarto ritorno in scena di Cruise nella parte di Hunt si risolve in una girandola di situazioni adrenaliniche che hanno il coraggio di non prendersi mai eccessivamente sul serio, trasformando il film in una vera e propria sarabanda, con i protagonisti costretti ad arrampicarsi sulle vetrate del grattacielo pi&#249; alto del mondo, a lanciarsi nel vuoto, a tentare di saltare su un treno in corsa e via discorrendo. Un film d'azione nel senso pi&#249; stretto della parola, che abbandona ben presto i rigidi schemi narrativi per concedersi il lusso di esistere come marchingegno cinematico in quanto tale: lo script firmato da Josh Appelbaum e Andr&#233; Nemec, al di l&#224; di un buon numero di battute sagaci messe in bocca a un cast in ottima forma (con Simon Pegg a vestire gli inevitabili panni del mattatore), finisce per perdersi dietro il desiderio di stupire in continuazione lo spettatore. Il pre-finale ambientato a Mumbay, se si esclude il bell'inseguimento nel garage costruito su pi&#249; livelli, non trova una motivazione davvero calzante della propria esistenza. Ma ogni volta che sta per incanalarsi in un tunnel pericoloso, il film viene salvato dall'inventiva di Bird, in grado di costruire almeno tre lunghe sequenze destinate a passare alla storia del genere: l'intrusione nel cuore del Cremlino, l'arrampicata con le ventose lungo le vetrate del grattacielo e l'inseguimento automobilistico nel bel mezzo di una tempesta di sabbia. La regia di Bird si fa qui magistrale, vivificando la speranza della scoperta di un nome nuovo in grado di rappresentare in futuro una certezza per il genere. In attesa che l'agente Hunt e la sua combriccola di agenti segreti decidano di tornare di nuovo in azione...
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;27/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>27/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Il sentiero</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=5005</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/Festival/Berlinale/Concorso/On%20the%20Path/On-the-Path-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Se c&amp;#8217;&#232; un aspetto che ci ha fatto subito innamorare del cinema di Jasmila Zbanic, ebbene quello risiede nella sua quasi miracolosa capacit&#224; di compenetrarsi nello sguardo dei suoi personaggi (principalmente femminili), riuscendo sempre &amp;#8211; grazie a un sapiente utilizzo del montaggio &amp;#8211; a lasciare delle zone d&amp;#8217;ombra, dei vuoti che spetta al singolo spettatore/spettatrice colmare. Il suo cinema &#232; in fin dei conti quanto di pi&#249; lontano si possa immaginare da un approccio voyeuristico alla delicatezza delle materie trattate, come accadde per gli stupri di massa durante la guerra in Bosnia nello straordinario Grbavica (peraltro premiato con l&amp;#8217;Orso d&amp;#8217;Oro proprio a Berlino 2006) e come parimenti succede ora per Na putu &amp;#8211; tradotto come On the Path, &amp;#8220;Sul sentiero&amp;#8221;, per il mercato internazionale &amp;#8211; con il quale film la Zbanic torna di nuovo in competizione al Festival di Berlino 2010.
Per questa sua ultima fatica la regista di Sarajevo ha scelto di mettere in scena la vita di coppia di due persone in apparenza come tante altre, con tanto amore reciproco da donarsi ed il desiderio di accrescere la famiglia con dei figli che per&#242; tardano ad arrivare. Lei &#232; Luna, una giovane hostess che ha perso in et&#224; adolescenziale la madre, brutalmente uccisa nel corso di quel maledetto conflitto ancora troppo radicato nella memoria della gente bosniaca per poter essere accantonato dal tempo; ed anche il suo compagno Amar, avendola quella guerra combattuta, si porta dietro ferite interiori per nulla facili da rimarginare. Con poesia e partecipazione la cinepresa della Zbanic ne registra emozioni, pulsioni sessuali, nostalgia nei momenti di assenza; quando anche un video girato con un cellulare &#232; in grado di riempire, almeno temporaneamente, una mancanza il cui peso pu&#242; diventare insopportabile, se si ama veramente. Tutto troppo umano. E troppo bello per poter durare. Succede infatti qualcosa, dopo gli attimi di gioia rubati al peso che continua ad opprimere soprattutto Amar. Un casuale reincontro lo riavvicina al vecchio compagno d&amp;#8217;armi Bahrija, divenuto nel frattempo fervente adepto della religione islamica. E Amar, inesorabilmente, cambia, allontanandosi sia fisicamente che spiritualmente da Luna.
Un&amp;#8217;analisi quasi bergmaniana di come il passato possa riflettersi in un rapporto di coppia che deve avere non poco catalizzato l&amp;#8217;interesse della Zbanic, spingendola a tentare di filmare ci&#242; che in realt&#224; &#232; impossibile da imprimere su  pellicola, ovvero il cambiamento, graduale ma radicale, di una persona a seguito dell&amp;#8217;adesione totale ad un qualsiasi credo religioso. Un processo davvero troppo intimo e squisitamente interiore da poter essere anche minimamente universalizzato nell&amp;#8217;ambito della visione di un film. E infatti la sceneggiatura, raccontando la conversione di Amar da dipendente da alcol e tabacco a morigeratissimo fedele di Allah, inciampa in alcuni luoghi comuni che inevitabilmente suscitano pi&#249; il sorriso che la riflessione &amp;#8211; ad esempio la scoperta, da parte dell&amp;#8217;ingenua Luna, che i musulmani possono avere pi&#249; mogli &amp;#8211; e in eccessi didascalici poco consoni allo stile asciutto della regista di Grbavica. Eppure, anche in un percorso narrativo cos&#236; accidentato, la Zbanic non perde affatto la visione tridimensionale dell&amp;#8217;insieme, esprimendo in profondit&#224; prima il drammatico sconcerto poi il dolore inconsolabile di Luna, che spinger&#224; la ragazza verso una scelta &amp;#8211; la rinuncia a una gravidanza indotta da inseminazione artificiale - che per la prima volta testimonier&#224; il suo essere divenuta completamente adulta. Anche se poi il Destino, sul sentiero della Vita, pu&#242; sempre rivelare altre sorprese, come testimonia il bel finale sospeso che ricorda molto da vicino quello dell&amp;#8217;opera precedente.
Al tirar delle somme possiamo dunque considerare On the Path come un film coraggioso anche se non completamente risolto; ma perfettamente in grado di aggiungere un altro prezioso tassello a quella esplorazione umana che continua ad essere il marchio di fabbrica di una cineasta che, al pari di pochi altri (i britannici Ken Loach e Mike Leigh, i fratelli belgi Dardenne o lo spagnolo Fernando Leon de Aranoa, tanto per fare qualche nome), non si accontenta di mostrare ma vuole a tutti i costi far sentire, partecipare. Cosa, purtroppo, sempre pi&#249; rara nel cinema contemporaneo...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;26/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>26/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>The Iron Lady</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8854</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/The%20Iron%20Lady/The-Iron-Lady-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Facile, non &#232; vero? Pensare all'ultimo film di Clint Eastwood; facile abbandonarsi ad una grossolana analogia fra The Iron Lady e il coevo J. Edgar, pur non priva tuttavia di spunti interessanti.
Stesso schema, stessa modalit&#224; rise and fall (ascesa e caduta), stessa narrazione &quot;presente&quot; intessuta di flashbacks, medesimo utilizzo delle immagini di repertorio. Ma del resto &#232; la natura del biopic, pi&#249; o meno imprescindibile. Stessa austerit&#224; in qualche modo argentea.
Ascesa e caduta sono per&#242; prerogative della vita stessa (che cos'&#232; il cinema?) - quando si ha la fortuna di aver conosciuto movimenti ascensionali &amp;#8211; e la mano, dietro la macchina da presa, cambia come cambia l'occhio. Altro e pi&#249; articolato discorso meriterebbe poi l'utilizzo del trucco, tanto celebrato nel film di Eastwood (necessit&#224; differenti) ma dopotutto un poco eccessivo, sobrio e corretto, ma piacevole, nel film sulla Thatcher. Due personaggi dal peso difficilmente quantificabile, accomunati dalla controversia delle loro figure. Donna di ferro, colosso d'argilla. Restiamo per&#242; sul lavoro di Phillyda Lloyd.
Un film sulla senilit&#224; popolata di fantasmi, una sobria allucinazione domestica nella quale la realt&#224; &#232; demandata esclusivamente ai media: radio, televisione. Il medium &#232; il motore del ricordo; i flashbacks che ricostruiscono la carriera di Margareth Thatcher sono puntualmente ingenerati da annunci radiofonici che sopravanzano l'ambiente domestico, come da stralci di interviste televisive. C'&#232; un dentro e un fuori. Questo confine appare peraltro poco chiaro, per non dire ambiguo. Il ritratto di una donna che si afferma e prende il comando di una nazione, ma che pare disinteressata alla vita di quest'ultima. L'affermazione prima di tutto, anche nel senso discorsivo-verbale, e quasi totalmente slegata dalle sue conseguenze. La vita e i tumulti dell'Inghilterra durante il suo mandato non sono per lei che un unico sogno d'amore, come la canzone che Sam suona ancora al piano in Casablanca.
Sempre pi&#249; invalsa appare poi la tendenza a popolare lo schermo di fantasmi familiari, fino quasi a divenire stucchevole (che bell'uso se ne faceva, invece, nel recentissimo Almanya!). Eppure c'&#232; qualcosa in questo film senza fuoco, privo di incandescenza e cos&#236; diligentemente ri-costruito (la messa in scena non prevede impallamenti, i personaggi sono sempre gi&#224; disposti sullo schermo) che ne decreta il fascino mesto e desaturato. Facile allora, di nuovo, ricondurre questo incantamento all'interpretazione della sua protagonista.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;26/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Giorgio Ferri&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>26/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Box Office 23.01.2012</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=8891</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/box-office-23-gennaio2012-benvenuti-al-nord.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Non &#232; certo una sorpresa il faraonico incasso di Benvenuti al Nord di Luca Miniero, sequel atteso dal pubblico, dalla distribuzione e dai tanti osservatori delle classifiche degli incassi, soprattutto dopo il calo fisiologico del cinepanettone. Tra popolarit&#224; televisiva dei protagonisti, successo del primo episodio, campagna pubblicitaria e via discorrendo, il blockbuster comico italiano non poteva fallire. Insomma, tutta salute? No. Gli incassi non devono trarre in inganno, perch&#233; la coperta &#232; sempre corta: siamo alle prese con un sequel (si veda, senza andare troppo lontano, Immaturi &amp;#8211; il viaggio di Paolo Genovese), con una preoccupante mancanza di idee e una ancor pi&#249; preoccupante teledipendenza. Si pu&#242; essere contenti oggi, con la pancia piena, ma l'industria cinematografica italiana ha una strada davvero lunga da percorrere per essere competitiva a livello europeo e internazionale. La ricetta &#232; facile: serve qualit&#224;. Qualit&#224; nella scrittura, nella messa in scena, nella recitazione e tutto quel che segue. Serve un cinema di genere. Serve un cinema d'autore. Serve continuit&#224;. &#200; il nostro mantra...
Archiviati i 12 milioni di euro incassati in pochi giorni dal film di Miniero (media per sala davvero notevole: 11.538 euro), diamo un'occhiata al resto del mondo, staccato di molte lune. Oltre le previsioni Underworld: il risveglio di M&#229;ns M&#229;rlind e Bj&#246;rn Stein, sospinto dal 3D e secondo in classifica con 3.418 euro di media per sala. In terza posizione il film di Genovese, oltre la soglia dei 10 milioni di euro. Reggono discretamente gli ottimi La talpa di di Tomas Alfredson, J. Edgar di Clint Eastwood e Shame di Steve McQueen. Tra i dieci anche The Help di Tate Taylor, in settima posizione ma con una media per sala non molto incoraggiante.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>23/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>E ora dove andiamo?</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8837</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/E%20ora%20dove%20andiamo/E-ora-dove-andiamo-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La stretta attualit&#224; - anche nei suoi volti pi&#249; drammatici &amp;#8211; pu&#242; essere affrontata con levit&#224; e ironia e l&amp;#8217;opera seconda di Nadine Labaki sembra esserne una nuova riprova: con E ora dove andiamo? l&amp;#8217;attrice-regista torna a dedicarsi a una storia declinata al femminile, dando volto a uno spaccato della realt&#224; &amp;#8220;mediorientale&amp;#8221; tratteggiato senza riferimenti espliciti a regioni specifiche. Attraverso il filtro dell&amp;#8217;esperienza di un gruppo di donne determinate e intraprendenti, il film fotografa una terra martoriata dalla guerra fra cristiani e musulmani, concentrandosi su un piccolo e isolato villaggio arroccato sulle colline: la pacifica convivenza e gli equilibri sociali fra cittadini di confessioni diverse rischia di essere messa a repentaglio dalle eco dei conflitti religiosi che infiammano il resto del Paese.
Selezionato per rappresentare il Libano nella corsa per il miglior film straniero ai prossimi Academy Awards (dopo essersi guadagnato l&amp;#8217;ambito premio del pubblico al Festival di Toronto), la pellicola fa propria l&amp;#8217;ormai sempre pi&#249; ricorrente commistione stilistica che affianca sequenze drammatiche a toni da commedia e azzarda addirittura delle incursioni nel musical: E ora dove andiamo? &#232; un viaggio alla scoperta del desiderio di pace e della speranza, affrontato con piglio brioso che non cede alle tentazioni pi&#249; smaccatamente retoriche.
Nadine Labaki, dopo il successo di Caramel &amp;#8211; ottimo affresco femminile ultragenerazionale - , rimarca la sua consapevolezza registica ed E ora dove andiamo? certamente non tradisce le aspettative di coloro che avevano apprezzato la morbidezza malinconica del precedente lavoro: per il suo ritorno dietro la macchina da presa la regista ha scelto di dedicarsi a un&amp;#8217;opera senz&amp;#8217;altro pi&#249; complessa e la sua eterogeneit&#224; caratteriale spinge la narrazione ad avventurarsi in territori pi&#249; impervi, alternando stili e toni. 
Il film non cerca di portare sullo schermo una riflessione dal respiro politico-sociale ampio1  e si attesta in una dimensione pi&#249; contenuta che riesce a evocare lo scenario culturale senza sottrarre spazio e preminenza alla modulazione del racconto corale muliebre: se in Caramel la difficolt&#224; di emancipazione, di affermazione personale e di interrelazione rappresentava il cardine nello sviluppo della storia, in E ora dove andiamo? la Labaki sottolinea il volto materno 2 (strictu sensu ma non solo) delle sue ardimentose protagoniste. La regista infatti si conferma particolarmente sensibile rispetto al concetto di comunit&#224; e di famiglia, intesa non tanto come ristretto nucleo parentale quanto come ideale struttura di conforto e di confronto: il superamento delle divergenze non &#232; un tragitto privo di ostacoli ma in un&amp;#8217;epoca costellata da brutali degenerazioni la parabola della &amp;#8220;distrazione&amp;#8221; posta in essere dalle protagoniste si configura come una battaglia di pensiero fortissimamente ancorata alla concretezza, alla necessit&#224; di preservare la vita dei propri cari. In questo senso il film si presenta come un&amp;#8217;operazione di rielaborazione e ampliamento dell&amp;#8217;indagine politico-emotiva di Caramel, che traeva spunto dalle dinamiche umane nel circoscritto ambiente di un centro estetico per tratteggiare il volto delle contraddizioni della societ&#224;: a quattro anni di distanza la cineasta libanese ripropone lo schema consolidato estendendone la portata e universalizzando le conclusioni, offrendo al pubblico un ritratto sentito della speranza, della dignit&#224; della sofferenza e della soverchiante importanza del riferimento a una scala di valori.
Con animo decisamente pacifista E ora dove andiamo? affianca alcuni attori professionisti a numerosi volti &amp;#8220;strappati dai villaggi&amp;#8221; che trasportano sulla pellicola tutto il loro naturale carisma, ricreando situazioni il pi&#249; possibile aderenti alla realt&#224; sebbene incasellate in un racconto immaginario che attinge copiosamente al repertorio dell&amp;#8217;assurdo: Nadine Labaki elabora una riflessione sull&amp;#8217;universalit&#224; della guerra e del lutto, sulla controversa natura dell&amp;#8217;isolamento e sull&amp;#8217;ironia come &amp;#8220;strategia di sopravvivenza&amp;#8221;, dando vita a un prodotto intelligente che sa rendere tributo a chi silenziosamente ha dovuto imparare a convivere con la tragedia fronteggiandola con il sorriso.
Il film forse manca della spontaneit&#224; e della freschezza dell&amp;#8217;esordio e la necessit&#224; di affrontare con la dovuta robustezza un progetto ben pi&#249; articolato del precedente finisce per mitigare un po&amp;#8217; il carattere piacevolmente istintivo dello stile della regia ma l&amp;#8217;impianto favolistico dal quale trae spunto la pellicola e la spigliatezza del progetto rendono E ora dove andiamo? un prodotto sicuramente meritevole di attenzione, che conferma il talento di una brava regista che sa presentare riflessioni serie ed impegnate modellando il dramma in funzione del suo brio narrativo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>20/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>L'ora nera</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8819</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/L&#39;ora%20nera/Lora-nera-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La parola chiave per questo deludente B-movie fantascientifico travestito da blockbuster potrebbe essere &amp;#8220;rinuncia&amp;#8221;. Certo, non rinunciano a combattere i giovani protagonisti e non rinunciano nemmeno il bizzarro inventore moscovita e la sua giovane ospite o i neo-partigiani russi, tutti muscoli, kalashnikov e senso della patria. Insomma, non rinuncia l'umanit&#224;, messa in ginocchio da uno spietato attacco alieno. L'unico che sembra rinunciare almeno un po' &#232; l'allampanato Skyler, imprenditore svedese che avrebbe fatto fortuna in Italia e che invece deve scontare le sue meschinit&#224; e illegalit&#224;, perch&#233; nei blockbuster o presunti tali la disonest&#224; non paga (quasi) mai. 
L'unica vera rinuncia &#232; purtroppo quella del film, che vorrebbe avere un budget maggiore ma non se lo pu&#242; permettere &amp;#8211; si vedano alcuni esterni e la bassa qualit&#224; delle riprese che cozzano con alcuni effetti speciali di apprezzabile fattura &amp;#8211; e che non prova quasi mai a scartare i binari del prevedibile, dello scontato, del gi&#224; visto e rivisto. &#200; la rinuncia della scrittura, affidata a Jon Spaihts (con Damon Lindelof ha scritto l'attesissimo Prometheus di Ridley Scott: dobbiamo preoccuparci?), che non si cura di dare un po' di spessore ai personaggi e che sciorina una serie di dialoghi involontariamente comici; &#232; la rinuncia degli attori protagonisti, in primis l'altrimenti bravo Emile Hirsch (Milk, Speed Racer, Into the wild), che sembrano in vacanza premio, svogliati e legnosi; &#232; la rinuncia della messa in scena, che non appare in grado di sfruttare visivamente il suggestivo teatro di guerra, la citt&#224; deserta, gli interni claustrofobici e tutto quel che segue.
L'ora nera (The Darkest Hour) &#232; una coproduzione tra americani e russi che scherza un po' con la guerra fredda senza mai affondare il coltello e che scivola via banalmente lungo i suoi ottantanove minuti. Ecco, due dei possibili punti a favore sono la relativa durata e la superficiale scorrevolezza: il film diretto da Chris Gorak, all'opera seconda dopo il thriller losangelino Right at Your Door (2006) e gi&#224; art director per Spielberg (Minority Report), i fratelli Coen (L'uomo che non c'era) e Fincher (Fight Club), pu&#242; essere assaporato con una massiccia dose di pop corn, una coca cola super-size, magari dopo un spuntino da McDonald's. McDonald's? S&#236;, lo citiamo almeno un paio di volte, ma ci &#232; impossibile tenere il ritmo dello smaccato product placement della pellicola, che regala inquadrature ad hoc con estrema generosit&#224;.
Ci si doveva aspettare di pi&#249; dal vulcanico Timur Bekmambetov (I guardiani della notte, I guardiani del giorno, Wanted e, la prossima estate, Abraham Lincoln: Vampire Hunter), qui nelle vesti di produttore? S&#236;, almeno sul piano immaginifico, soprattutto nelle messa in scena. Invece L'ora nera sembra un film approssimativo, realizzato sull'onda dell'entusiasmo di una buona idea (alieni a Mosca) purtroppo non sufficientemente sviluppata e gonfiato inutilmente in 3D per spremere gli spettatori. Ed &#232; un peccato che si dissolvano nel nulla quel pizzico di cattiveria intravista in alcune sequenze e la potenziale ironia storica della resistenza moscovita, dell'arsenale bellico riesumato e della quasi innaturale collaborazione con gli yankee. In uno script definitivamente affossato dalle tirate retoriche affidate a uno spaesato Hirsch e incapace di rinunciare a un posticcio siparietto romantico, l'intuizione della gabbia di Faraday, le possibili derive claustrofobiche e il contrasto tra tecnologia avanzata e armi di fortuna sono sprecate come l'ambientazione apocalittica. Sapranno rinunciare al sequel?&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>20/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Le uscite del 20.01.2012</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=8880</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/The-Help-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Nella settimana in cui esce il seguito di uno dei veri e propri schiacciasassi del botteghino italiano, la proposta si fa quantomai variegata e interessante, spaziando dall'autorialit&#224; al genere duro e puro. Un week-end per tutti i gusti, in poche parole...

Il film di Tate Taylor sar&#224; pure furbo e calcolatore, e non esente da imperfezioni, ma viene naturale consigliarlo come visione della settimana anche solo per l'eccellente lavoro di casting portato a termine in fase di pre-produzione. Un gruppo di attrici affiatate e in forma smagliante sullo sfondo di un'America in piena rivoluzione culturale, per un'opera dall'appeal classico e dal potere cinematografico da non sottovalutare. Negli Stati Uniti &#232; stato un ottimo successo di pubblico e potrebbe portarsi a casa ben pi&#249; di un premio durante la notte degli Oscar, dalle nostre parti potrebbe avere qualche difficolt&#224; in pi&#249; a smuovere la gente dalla poltrona del salotto. Ma non si sa mai...

L'esordio al lungometraggio dei fratelli gemelli De Serio, conosciuti ai frequentatori dei festival per il gran numero di cortometraggi e documentari diretti nel corso dell'ultimo decennio, meriterebbe con ogni probabilit&#224; un'attenzione assai maggiore di quella che gli stanno concedendo gli organi di stampa. Opera difficile, ambiziosa e compatta da un punto di vista stilistico, pu&#242; a prima vista spaventare il pubblico meno cinefilo, ma in realt&#224; coniuga con ottimi risultati raziocinio e umoralit&#224;. La forma che si fa contenuto, e viceversa.

Nadine Labaki &#232; la regista di Caramel, largamente sopravvalutato ai tempi della sua uscita. Ora torna alla carica, per elaborare un'accorata riflessione sulla guerra e sul lutto, nonch&#233; sull'ironia come unica arma a disposizione per difendersi dal mondo che ci circonda. Lo fa con il suo solito stile calcolatore e ammiccante, e il risultato &#232; onesto, solo parzialmente sincero ma brioso e divertente. Per chi si accontenta, due ore di stili e toni alterni, a volte ben calibrati e a volte no.

Da quasi quattro anni Marco Carniti aspettava che il suo film trovasse la luce della sala. Una storia vecchia come il cucco, ma che appare quantomai paradossale nell'osservare lo stile e le ambizioni messe in mostra da Carniti: un approccio perfettamente calibrato sull'industria, lontano da qualsivoglia chimera underground o indie. Una storia diseguale composta di tanti piccoli frammenti sull'umanit&#224; contemporanea e la difficolt&#224; a relazionarsi, che vive inevitabilmente di alti e bassi. Interessante, ma in gran parte incompiuto.

Cercate un motivo per recuperare in sala il quarto capitolo della saga che racconta la lotta ancestrale e infinita tra vampiri e lycan? Non guardate dalle parti del 3D, per quanto la tecnica stereoscopica non sia utilizzata male dal duo di registi svedesi composto M&#229;ns M&#229;rlind e Bj&#246;rn Stein; il vero colpo di genio sta nel ritorno in scena di Kate Beckinsale, in tutto il suo splendore. Ed &#232; meglio accontentarsi della sua bellezza, perch&#233; per il resto il film non offre un granch&#233;, eccezion fatta per la deliziosa professionalit&#224; di Stephen Rea.

Era lecito aspettarsi molto di pi&#249; dall'opera seconda di Chris Gorak, non fosse altro per la presenza nelle vesti di produttore di Timur Bekmambetov e per un cast composto anche da attori di assoluto rispetto come Emile Hirsch: e invece a venir fuori &#232; un guazzabuglio svogliato, scritto in maniera approssimativa, infarcito di dialoghi ai limiti del ridicolo e affidato a un cast legnoso e non in parte. Una mezza Caporetto, che viene naturale salvare dalla dannazione solo per la breve durata e la scorrevolezza di una storia comunque improbabile. 

Chiudiamo con il film pi&#249; atteso per due motivi. Il primo &#232; legato al fatto che lo si trova in sala gi&#224; da un paio di giorni, e molti di voi potrebbe averlo gi&#224; recuperato; il secondo motivo &#232; invece dovuto alla mediocrit&#224; complessiva di un sequel che dopo mezz'ora in fin dei conti non disprezzabile crolla sotto i colpi di una scrittura pressapochista e del tutto priva di ispirazione. Non solo non si ride (e da una commedia cos'altro bisognerebbe aspettarsi?) ma alla fine ci si irrita persino, dato l'abuso di clich&#233; idioti sul nord e sul sud, abusati e trattati con una malagrazia rara. Da evitare, con la speranza che non replichi il successo del predecessore costringendoci, di qui a due anni, a confrontarci anche con Benvenuti all'est o Benvenuti al centro...

Queste le nostre impressioni sui film che da oggi trovate in sala. In attesa di conoscere le vostre opinioni a riguardo, non ci resta che augurarvi buona visione!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>20/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Sette opere di misericordia</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8721</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/Sette%20opere%20di%20misericordia/Sette-opere-di-misericordia-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Fotogramma nero, assolvenza sonora da cui inizia a emergere un lontano e indistinto brusio di voci off. L&amp;#8217;inizio del cinema (lungo) dei gemelli De Serio &#232; gi&#224; una dichiarazione di poetica. Una sorta di manifesto estetico fondato sull&amp;#8217;occlusione dello sguardo (o, forse meglio, sul vedere diversamente) e sulla rilevanza assegnata alla sonorit&#224; che sta sul fondo. Importante proprio perch&#233; indistinta, decisiva proprio in quanto ai margini. Un folgorante inizio che sembra rifarsi alla ricerca espressiva dell&amp;#8217;ultimo Monteiro (Branca de Neve) &amp;#8211; regista portoghese peraltro molto amato da Gianluca &amp;#8211; e il cui merito pi&#249; grande &#232; forse quello di mettere da subito in guardia lo spettatore: attenzione, non ti trovi di fronte al solito film italiano!
Le vicende incrociate di Luminita (la sorprendente attrice rumena Olimpia Melinte), immigrata clandestina di origini moldave sfruttata da alcuni suoi connazionali, e di Antonio, l&amp;#8217;anziano con un buco in gola e gravi problemi di salute cui d&#224; vita Roberto Herlitzka (la cui interpretazione &#232; stata tributata del premio &amp;#8220;Maria Adriana Prolo&amp;#8221; dal 29&#176; Torino Film Festival), hanno infatti ben poco di italiano. Sono s&#236; ambientate in una Torino livida e spettrale, ma potrebbero esserlo in una qualsiasi periferia di una grande citt&#224; europea. Due vite ai margini costrette a incontrarsi, a riconoscersi, (forse) a salvarsi. Due esistenze offese raffigurate nella quotidiana lotta che intrattengono con il mondo, due traiettorie fuori pista colte nella flagranza del deragliamento, due corpi sofferenti il cui unico aspetto misericordioso sembra essere lo sguardo che li ritrae. Nell&amp;#8217;inusuale struttura a chiasmo del film &#232; dunque gi&#224; iscritto il suo senso recondito: l&amp;#8217;incontro con l&amp;#8217;Altro come possibilit&#224;, ma anche come (ultima) salvezza.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Crispino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>20/01/2012</pubDate>
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