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		<title>CineClandestino.it</title>
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		<description>Rivista di cinema e informazione cinematografica</description>
		<language>it</language>
		<pubDate>29/07/2010 6.31.14</pubDate>
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			<title>Box Office 26.07.2010</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=6010</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/In%20Sala/Box%20Office/toy-story-3-cover200(1).jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&quot;Odio l'estate&quot;, cantava Bruno Martino nel 1960; qualcosa di simile potrebbe pensarlo il sistema cinematografico italiano, sempre pi&#249; impantanato in una stagione pressoch&#233; priva di picchi di qualsivoglia tipo. La Pixar e l'adattamento cinematografico della saga letteraria di Stephanie Meyer continuano a dominare la classifica, avvicinandosi o superando la soglia dei dieci milioni di euro di incasso; in una settimana stranamente prodiga di new entry si piazza sul terzo gradino del podio The Box, nuovo parto cinematografico dell'enfant prodige Richard Kelly. Per il resto, tralasciando ingressi in classifica dall'inconfondibile sapore del casuale, e date per scontate le conferme - oramai conosciute a menadito dai fedeli seguaci di questa rubrica settimanale -, rimane da annotare solo il paradossale ingresso, al decimo posto, di Basilicata Coast to Coast: il road-movie sui generis di Rocco Papaleo &#232; uscito ufficialmente in sala mesi fa, ma l'estate (tra arene e uscite capillari in Lucania) gli consente di tornare a dire la sua nella top ten settimanale. In attesa che Ferragosto faccia sprofondare sotto zero gli incassi...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;26/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>26/07/2010</pubDate>
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			<title>Fish Tank</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=3137</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/5/5/Festival/Cannes/Concorso/Fish%20Tank/Fish-Tank-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Sembra essere il controcampo della sua opera precedente questa seconda avventura da regista per l'inglese Andrea Arnold. Fish Tank, in effetti, con quella panoramica finale che dalla strada arriva ad inquadrare il tetto di un palazzo, dove si scorge benissimo il &amp;#8220;braccio&amp;#8221; di una telecamera di sorveglianza. Con questa scelta stilistica la Arnold pare ci suggerisca appunto che tutto ci&#242; che abbiamo appena visto veniva diciamo cos&#236; controllato dall'alto, proprio come avveniva in Red Road, dove la protagonista era l'addetta al controllo delle telecamere disseminate nella citt&#224; di Glasgow. Parlavamo di controcampo perch&#233; stavolta si guarda verso l'alto, verso l'occhio della cinepresa/telecamere di sorveglianza e tutti i personaggi paiono guardati a loro volta. Solo in qualche momento Mia (la splendida protagonista del film) si rifugia in un palazzone diroccato per isolarsi dal mondo &amp;#8220;basso&amp;#8221;, per evitare di invischiarcisi ancora di pi&#249;, e per guardare per un attimo tutti dall'alto. In quei momenti, e solo in quei momenti, Mia raggiunge il proprio personalissimo apice di vita e in lei sembrano identificarsi sia la vera regista regista che la protagonista del film precedente. Due donne, togliendo per un attimo la Arnold da questo discorso, che sono alla ricerca  di un uomo al quale affidarsi completamente, eppure cos&#236; ciecamente votate ad un'autodeterminazione che finisce spessissimo per autodistruggerle. Entrambe provano, in modi diversi, a possedere quel loro mondo, a &amp;#8220;sorvegliarlo&amp;#8221;, insomma a dominarlo, quantomeno con gli occhi. A guardare sopra, appunto, overlook, sguardo totalizzante e perfettamente assimilabile a quello della regista che plasma col proprio sguardo il mondo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Lorenzo Leone&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>23/07/2010</pubDate>
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			<title>Il Maestro e la Pietra Magica</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=5951</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/In%20Sala/Il%20maestro%20e%20la%20pietra%20magica/Il-maestro-e-la-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;C&amp;#8217;&#232; chi li chiama rimasugli o fondi di magazzino e chi al contrario li definisce colpi di coda della stagione. Parliamo di quelle pellicole che le case di distribuzione tengono congelate in attesa del periodo estivo, notoriamente un lasso di tempo non particolarmente favorevole al botteghino e che vede la fascia di pubblico media preferire di gran lunga lettino, ombrellone e spiaggia, alla poltrona della sala cinematografica. Se in Europa, in particolar modo in Italia, il trend &#232; da sempre costante, oltreoceano la situazione &#232; del tutto diversa, con le Majors a stelle e strisce che puntano su grossi titoli (naturalmente fatta eccezione per i film destinati ai vari festival o al periodo natalizio) sbanca box office per continuare a spingere gli spettatori di turno verso le sale. Insomma, due linee di pensiero che vanno a formare strategie distributive diametralmente opposte. Tornando in Italia ci si trova dunque, nonostante i timidi tentativi di provare a mettere in atto una politica differente nel periodo estivo da parte di alcuni distaccamenti dei colossi della distribuzione d&amp;#8217;oltreoceano nel nostro Paese, al cospetto di un misero pugno di film degni di nota a fronte di un&amp;#8217;ondata di prodotti che a mala pena sfiorano la sufficienza. Nella ricca filmografia di &amp;#8220;cadaveri non eccellenti&amp;#8221; della stagione balneare in corso si va a collocare senza ombra di dubbio il disneyano Il Maestro e la Pietra Magica, fantasy made in Russia diretto da Vadim Sokolovsky. 
Anche se lo script scava nella tradizione fiabesca sovietica per dare vita alla storia al centro del film, la sua trasposizione cinematografica &#232; uno spudorato e furbo esercizio di saccheggio da parte dei suoi autori tra le tante opere, riuscite e non, iscrivibili nel suddetto genere. E la lista &#232; veramente sterminata, quasi un taglio e cuci di situazioni e personaggi gi&#224; entrati nell&amp;#8217;immaginario collettivo addirittura da decenni. Tanto &#232; vero che a un certo punto diventa quasi impossibile (aggiungiamo anche irritante) per lo spettatore capire dove finisce la citazione o l&amp;#8217;omaggio e dove inizia il &amp;#8220;plagio&amp;#8221;. Per intenderci non siamo al cospetto di chi della citazione ha saputo fare un&amp;#8217;arte, ossia Tarantino, ma al contrario del tentativo per niente riuscito di cavalcare chiss&#224; quale onda. Il risultato &#232; di conseguenza una sceneggiatura che cattura qua e l&#224; frasi, volti ed eventi, gettandoli in un calderone noioso e ridondante. Ci si trova a quel punto a mettere da parte l&amp;#8217;originalit&#224; a favore di un&amp;#8221;puzzle&amp;#8221; confuso, nel quale personaggi e narrazione cedono il passo alla prevedibilit&#224; e al d&#232;ja vu tipico del gi&#224; visto. E allora gi&#249; con la pesca selvaggia nella filmografia fantasy e letteraria, che ci spinge guarda un po&amp;#8217; dalla Terra di Mezzo della trilogia jacksoniana alle favole disneyane del repertorio classico (lo specchio parlante che legge il futuro), passando per le Cronache di Narnia e chi pi&#249; ne ha pi&#249; ne metta. 
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>23/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Il solista</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=5936</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/In%20Sala/Il%20solista/Il-solista-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Stranamente uscito con incredibile ritardo nel mercato italiano, Il solista &#232; la terza fatica del promettente regista britannico Joe Wright. Fondato sulla prova attoriale di due dei migliori caratteristi degli ultimi anni, Robert Downey Jr. e Jamie Foxx, il film, pur con alcuni pregi, rappresenta il punto pi&#249; basso della carriera di Wright. La materia narrativa si rif&#224; direttamente a tutte quelle opere che insistono nella formazione personale (che spesso coincide con la salvazione di personaggi alla deriva) costruita attorno a un incontro, un'amicizia, un'amore. Da una parte il personaggio &quot;attivo&quot;, che agisce e fa pressione nei confronti dell'altro, pi&#249; debole, fragile  ed esposto. Da questo incontro scaturisce una sorta di sintesi costruttiva, una maieutica della coscienza che giova a entrambi i personaggi. In questo caso specifico abbiamo da un lato un giornalista (Downey Jr.) che al fallimento professionale fa corrispondere quello personale, esistenziale, dall'altro uno schizofrenico genio della musica (Foxx), che si disinteressa del suo stile di vita, del potenziale successo: &#232; unicamente interessato al rapporto umano, all'amore fraterno, all'amicizia. E alla musica. Due mondi distanti, agli antipodi, che si scontreranno dando vita a un legame indissolubile. Date le tematiche che la pellicola porta avanti, Il solista &#232; un film fuori tempo massimo. Troppo furbo, troppo fondato sull'emozione facile, fintamente impegnato. Laddove potrebbe risultare interessante, cio&#232; nella rappresentazione del mondo alla deriva degli homeless losangelini, Il solista rinuncia alla cattiveria e alla sfrontatezza di un Harmony Korine, per dipingere un quadro troppo costruito e per nulla di denuncia, limitandosi a raccontare il rapporto, travagliato, tra il musicista Nathaniel Ayers e il giornalista Steve Lopez, dal cui libro &#232; tratto il film. Un rapporto che soffre di prevedibilit&#224; e furbizia, sebbene sia da inscrivere all'interno di una poetica che si fa sempre pi&#249; chiara con gli anni. &#200; infatti indubbio che Wright stia facendo del suo cinema uno studio sulla distruzione-costruzione derivante dallo scontro con un apparato sociale. Se in Orgoglio e Pregiudizio, Wright faceva i conti con l'ingessato sistema sociale ottocentesco (dal cui rifiuto nasceva l'amore vero fra Elizabeth Bennet e Mr. Darcy) e in Espiazione (tratto dall'omonimo libro di Ian McEwan) con il potere creativo della scrittura come mezzo di espiazione e di fuga dall'orrore della colpa e della Storia, in Il solista cerca di riprendere le tematiche precedenti per rielaborarle in chiave contemporanea, laddove la musica funge il medesimo ruolo della scrittura in Espiazione e il pregiudizio nei confronti di homeless e schizofrenici la stessa funzione del pregiudizio sociale e classista in Orgoglio e pregiudizio.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;22/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Andrea Fontana&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>22/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>The Losers</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=5933</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/In%20Sala/The%20Losers/The-Losers-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Fonte inesauribile dal quale attingere a piene mani, il &amp;#8220;mondo&amp;#8221; del fumetto regala alla Settima Arte una nuova avventura dalle venature action. &#200; il turno di The Losers, graphic novel firmata da Andy Diggle per la Vertigo, etichetta sperimentale della Dc Comics dal quale proviene anche il celebrato V per Vendetta, di sbarcare sul grande schermo con il compito di conquistare il box office e infoltire di un nuovo titolo la gi&#224; cospicua filmografia dei cinecomics. Al timone il regista francese classe 1971 Sylvain White, cresciuto professionalmente nelle scuderie della Propaganda Films di David Fincher e Dominic Sena, qui alla sua quarta esperienza nel lungometraggio dopo il sali e scendi avuto con pellicole come il B movie Trois 3: The Escort, il  direct-to-video Leggenda mortale (diretto con lo pseudonimo Skav One) e il recente Stepping - Dalla strada al palcoscenico. 
White sfrutta al meglio la possibilit&#224; datagli e il carico adrenalinico di una script che punta tutto ovviamente sulla spettacolarizzazione delle numerose scene d&amp;#8217;azione, che rappresentano il motore portante di una storia che, seppur a secco di originalit&#224; e ricca di riferimenti facilmente rintracciabili (da Ronin a Ricercati ufficialmente morti, passando per Mission Impossible e il serial tv di A-Team, con il quale ha numerosi punti di contatto e persino citazioni dichiarate), sa comunque come intrattenere il pubblico di turno grazie al lavoro in fase di scrittura di specialisti del genere come Peter Berg e James Vanderbilt. Il duo infatti non ha difficolt&#224; a tradurre in script l&amp;#8217;opera di Diggle, come allo stesso tempo White non sembra aver avuto particolari problemi a trasformare in immagini un fumetto che nel suo DNA possiede gi&#224; un evidente potenziale cinematografico. La medesima condizione nella quale deve essersi trovato per esempio il buon  Zack Snyder alle prese con il 300 di Frank Miller o con il Watchmen della coppia formata da Alan Moore e Dave Gibbons, tanto per intenderci. Snyder si &#232; dimostrato sempre all'altezza della situazione, trasponendo al meglio e nel pieno rispetto la potenza visiva di fumetti diventati autentici cult. Stesso discorso pu&#242; essere valido per il collega transalpino, anche se nel caso di The Losers non ci troviamo al cospetto di un capolavoro nella sua matrice originale, ma di un'opera comunque di buon livello che a suo modo ha saputo attirare l'attenzione dei lettori con episodi avvincenti e ricchi di colpi di scena. La sua trasposizione &#232; il sunto di una lunga serie di avventure del gruppo di fuggiaschi capitanato da un Jeffrey Dean Morgan nel ruolo di Clay, ma decisamente ben calibrate e amalgamate fino a dare vita ad un corpus unico e compatto, un film che non &#232; da annoverare tra i pi&#249; riusciti della corrente dei cinecomics, ma sicuramente tra le migliori espressioni del cinema di genere action dell'ultima stagione.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;22/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>22/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Matrimonio in famiglia</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=5946</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/In%20Sala/Matrimonio%20in%20famiglia/Matrimonio-in-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Se qualcuno si prendesse la briga di analizzare &quot;sociologicamente&quot; la genesi di certe pellicole ebbene tale percorso risulterebbe senza dubbio alcuno assai pi&#249; interessante della visione delle stesse. Prendiamo ad esempio questo Matrimonio in famiglia, film di produzione statunitense diretto da tale Rick Famuyiwa, chiare origine asiatiche, poca esperienza cinematografica alle spalle ma evidentemente dotato di una presunta buona propensione al marketing. 
Dunque. L'idea di partenza sarebbe quella di realizzare, con Matrimonio in famiglia, una commedia del genere &quot;etnico&quot;, che sin dalle premesse possa richiamare quanta pi&#249; gente possibile al botteghino. Ci si guarda allora attorno con mirabile perspicacia. Siamo nell'era Obama (nelle cui vene scorre sangue bianco ed afro) ed in pi&#249; un classico come Indovina chi viene a cena lo hanno realizzato addirittura nel lontano 1967. Cosa si fa allora? Facile: si cambia il cosiddetto crossover etnico. Non pi&#249;, metaforicamente parlando, wasp vs. afro ma afroamericani contro latini (messicani, nello specifico), tanto per coinvolgere nella questione un altro ceppo numeroso che possa portare qualche buon riscontro al box office. Ulteriore passo &#232; quello di arruolare attori noti, affiatati e possibilmente bravi. S'ingaggiano cos&#236; America Ferrera (universalmente conosciuta come la protagonista della serie televisiva di successo Ugly Betty) ma soprattutto i talentuosi Forest Whitaker, uno per&#242; che dal premio Oscar come miglior attore protagonista con L'ultimo re di Scozia (2006) non ha pi&#249; azzeccato un film, ed il suo antagonista ispanico Carlos Mencia, altro volto televisivo piuttosto noto al di l&#224; dell'oceano. 
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;21/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>21/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Pandorum - L'universo parallelo</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=19&amp;art=5952</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/In%20Sala/Pandorum/Pandorum-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Facendo finta di ignorare che questo Pandorum - L'universo parallelo (solito zelante sottotitolo aggiunto in modo del tutto improprio dalla distribuzione italiana) risale in realt&#224; al 2009, possiamo ben affermare che quella che va tramontando in una soffocante calura &#232; stata una stagione assolutamente interessante per ci&#242; che concerne la science-fiction adulta e consapevole. Una definizione che calza ovviamente a pennello per il blockbuster con l'anima Avatar di James Cameron, con le sue mai banali riflessioni umaniste in tridimensione e perci&#242; naturalmente arricchite da superbi effetti speciali, ma anche per il misconosciuto gioiellino Moon, lungometraggio d'esordio del figlio di David Bowie Duncan Jones e soprattutto ottimo esempio di fantascienza a basso costo capace di interrogare lo spettatore sul pregnante tema dell'identit&#224; e sull'immediato futuro che ci attende, sempre che non sia esso gi&#224; presente. A completare il terzetto arriva dunque buon ultimo questo Pandorum, space-opera (ma fino ad un certo punto: vedere per credere il vertiginoso twist finale, che ribalta completamente la prospettiva di visione sin l&#236; indotta) diretta dal giovane tedesco Christian Alvart (classe 1974), un nome che con soli due film (l'altro &#232; il coevo, appassionante thriller Case 39, tuttora assurdamente inedito nelle sale italiane) si sta imponendo come autore su cui contare per rinnovare in modo intelligente un tipo di cinema a torto considerato di categoria &quot;inferiore&quot;. Ed il pregio principale di Pandorum risiede proprio nella sopraffina abilit&#224; dimostrata da Alvart - ma diamo merito anche al co-sceneggiatore Travis Milloy - di riuscire a fondere armonicamente ambizioni alte mai celate nel corso della pellicola con istanze appartenenti a generi maggiormente ludici, almeno in apparenza, come l'action e l'horror.
Che con Pandorum Alvart e company facciano dannatamente sul serio lo testimonia appieno un incipit tinto di noir che scaraventa da subito personaggi e spettatori in medias res, con due ufficiali che si risvegliano da un periodo di ibernazione a bordo di una sterminata astronave senza ricordare pi&#249; chi essi veramente siano, dove si trovino e da quanto tempo stiano viaggiando. Le tessere del loro passato si ricomporranno man mano che il film scorre, dando un preciso senso ai vari flashback che inframezzano una narrazione giustamente senza respiro. Anche perch&#233; dentro la nave abbondano pure mostruose presenze antropofaghe, messe, ad un certo punto del film e con efficacissimo raccordo narrativo, in diretta relazione con la precaria storia recente dell'intero genere umano...
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;anteprima&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;21/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>anteprima</category>
			<pubDate>21/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>The Box</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=5921</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/In%20Sala/The%20Box/The-Box-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Caso molto frequente nella storia del cinema, Richard Kelly &#232; uno di quei registi a cui non si perdona la cosiddetta prova del nove. Enfant prodige che aveva davvero scosso l&amp;#8217;industria del cinema, la critica e l&amp;#8217;immaginario collettivo con la sua opera prima, l&amp;#8217;acclamato Donnie Darko (2001), l&amp;#8217;autore statunitense aveva deluso le attese, soprattutto della critica, cinque anni dopo col travagliato Southland Tales, film complesso da decifrare, piuttosto personale si direbbe, massacrato dalla stampa e distribuito poco e male in giro per il mondo.
Arrivato dunque il fiasco e sufficientemente lontana nel tempo la sbornia di Donnie Darko, Kelly &#232; giunto alla terza fatica, ovvero The Box, certamente con meno occhi puntati addosso. E la percezione immediata che si ha del film, &#232; che l&amp;#8217;autore non abbia perso affatto quello stile cos&#236; seducente e inquietante che proprio aveva caratterizzato le allucinate vicende dello studente Donnie. Una prima qualit&#224; riconoscibile in Kelly lo lega senz&amp;#8217;altro a grandi autori, Lynch in primis, ma anche Carpenter: quella di infondere angoscia, la sensazione che qualcosa di spiacevole stia per  accadere, &#232; nell&amp;#8217;aria, intorno ai personaggi anche se quello che fanno o dicono non &#232; ancora fonte di mistero o paura. Prima che la storia si sviluppi c&amp;#8217;&#232; gi&#224; qualcosa di strano, e Kelly sembra concentrarsi sulla fascinazione particolare della scienza e la sua naturale trascendenza verso il misterioso, il fantastico. Cos&#236; basta l&amp;#8217;ingresso nelle sale della NASA, l&amp;#8217;unico insediamento industriale in un paesino gelido, silenzioso e poco vivace, l&amp;#8217;insieme dei macchinari, la galleria del vento, e aggiungiamoci anche persone con lievi deformazioni fisiche, e qualcosa di indefinito ha gi&#224; conquistato il pubblico, che solo diversi minuti dopo avr&#224; il suo primo vero shock vedendo il volto digitalmente sfigurato di Frank Langella (ultimamente eccellente protagonista di Frost/Nixon), fantomatica figura militare, di quelle che nei thriller di spionaggio e recentemente in molte serie scorrono intorno a CIA, formazioni paramilitari, procedure segrete, dossier bruciati o resi introvabili. Nel caso di The Box siamo di fronte ai consueti, ma non cos&#236; poco realistici sentendo le storie dei media, accostamenti tra extraterrestri e elementi militari/ministeriali, tuttavia non siamo affatto dalle parti di X Files, Roswell o epigoni, bens&#236; in un territorio pi&#249; nostalgico, quello della fantascienza di met&#224; novecento e gi&#249; di l&#236;. The Box &#232; infatti tratto da un racconto di Richard Matheson, autore culto di romanzi di science fiction come Io sono leggenda, e &amp;#8211; da non dimenticare &amp;#8211; sceneggiatore da suoi testi delle prime serie di Ai confini della realt&#224;. E la familiarit&#224; con la celebre serie &#232; qui evidente: un&amp;#8217;idea assolutamente semplice che funge da passaporto per il surreale, quasi stucchevole nella sua  scarnezza, ma assolutamente efficace nonch&#233; leggibile a livello metaforico; poich&#233; d&amp;#8217;altronde si trattava di prodotti destinati al grande pubblico, non di nicchia. All&amp;#8217;originale Kelly aggiunge l&amp;#8217;elemento spaziale ed extraterrestre e l&amp;#8217;ambientazione degli anni &amp;#8217;70 (peraltro pare che il padre del regista fosse realmente un impiegato della NASA, e leggendo le note di regia sembra che i due protagonisti siano fatti a misura proprio dei suoi genitori), immediatamente dopo la prima missione su Marte.
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;21/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Valerio Ceddia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>21/07/2010</pubDate>
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			<title>Box Office 19.07.2010</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=5973</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/In%20Sala/Box%20Office/toy-story-3-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;L'asfissiante canicola che ha preso d'assalto l'Italia, non agevola di certo i gi&#224; estremamente zoppicanti incassi su cui possono contare gli esercenti cinematografici: con i terzi capitoli di Toy Story e della saga di Twilight stabilmente al timone del comando, pur con risultati probabilmente al di sotto delle aspettative, il resto della classifica ha ben poco da segnalare. Dopotutto le sale iniziano a chiudere per le ferie estive, e perfino il nuovo scintillante prodotto della benemerita Pixar trova spazio &quot;solo&quot; su 391 schermi in tutta la penisola. A fronte dei blockbuster d'oltre oceano, che navigano in acque stagnanti, con incassi assai lontani da quelli su cui hanno goduto in patria, sorprende la vitalit&#224; e la resistenza del piccolo Il segreto dei suoi occhi, che riesce a trovare spazio in top ten da un mese e mezzo a questa parte, nonostante sia relegato in meno di cinquanta sale. 
Il simbolo di un cinema di qualit&#224; che, evacuate le metropoli dalle masse, riesce a far capolino, come il proverbiale fiore in mezzo all'asfalto. Il problema &#232; che, proprio come il fiore, durer&#224; ben poco.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;19/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>19/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Predators</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=5877</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Predators/Predators-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Correva l&amp;#8217;anno 1987 quando Mac, uno dei soldati spediti nella giungla del Guatemala per quella che doveva essere una semplice operazione di recupero diventata poi una vera e propria carneficina, pronunci&#242; queste storiche battute dopo essersi trovato faccia a faccia con una specie aliena che per diletto si divertiva a strappare colonne vertebrali e a collezionare teschi umani. Tre anni dopo, quella stessa belva sanguinaria sbarcher&#224; nella giungla metropolitana di Los Angeles per divertirsi a sterminare spacciatori colombiani e poliziotti. E ancora li ritroveremo nella prima decade del Duemila a contendersi territorio e cibo con altri celebri alieni del grande schermo. Insomma le stagioni passano, a quanto pare le abitudini restano le stesse e a distanza di ventitre anni, questa specie aliena non avr&#224; ancora un nome. Anche se privi di un identificativo, le bestiacce venute dallo spazio restano comunque le protagoniste di una serie che nel tempo ha conosciuto il successo grazie a Predator di John McTiernan e la disgrazia a causa di un sequel da dimenticare (Predator 2 di Stephen Hopkins) e di due spin-off altrettanto sciagurati (Alien vs. Predator di Paul W.S. Anderson, seguito da Aliens vs. Predator 2 dei fratelli Strause). 
Come fu a suo tempo per il flop Highlander 3, da ritenere il vero seguito del cult del 1986 di Russell Mulcahy dopo le derive assurde prese nel 1991 in Highlander 2 &amp;#8211; Il ritorno, anche nel caso di Predator arriva finalmente un capitolo secondo, che pi&#249; che un sequel &#232; da considerarsi un reboot [1] . Lo scenario resta lo stesso del Predator diretto da John McTiernan, ossia la giungla (ma stavolta &#232; su un pianeta che non &#232; la Terra) e a cambiare sono ovviamente gli interpreti chiamati a vedersela con gli spietati cacciatori di teschi. Adrien Brody (che continua la sua discesa verso la mediocrit&#224; dopo Giallo di Dario Argento e lontano dai fasti de Il Pianista) &#232; a capo di un gruppo di otto uomini di estrazione e provenienza differente catturati e gettati a loro insaputa in una riserva dove gli alieni addestrano le reclute. Sulla carta sicuramente una trama pi&#249; simile al primo film rispetto ai voli pindarici che caratterizzavano in peggio la pellicola del 1990, con rimandi narrativi e citazioni a personaggi e fatti in linea con il plot originale (anche se un po&amp;#8217; forzati). Peccato che il risultato finale, oltre a lasciare l&amp;#8217;amaro in bocca, &#232; da dimenticare al pi&#249; presto, a dimostrazione che non basta aggiungere una &amp;#8220;S&amp;#8221; come accaduto con Aliens - Scontro finale per dare vita a un sequel degno di nota. Predators &#232; infatti un chiaro tentativo di imitare l&amp;#8217;operazione di James Cameron, ma con esiti pi&#249; che discutibili.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;14/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>14/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Solomon Kane</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=5905</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/In%20Sala/Solomon%20Kane/Solomon-Kane-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Una new wave da tenere decisamente d'occhio, questa dei giovani registi britannici contemporanei; soprattutto per l'abilit&#224; a pi&#249; riprese dimostrata nel saper coniugare generi differenti con la massima competenza cinefila. Anche Michael J. Bassett - della cui ultima fatica, Solomon Kane, ci troviamo qui a disquisire - dimostra di aver intrapreso con discreto successo lo stesso percorso registico del suo pi&#249; celebre connazionale Neil Marshall, ovvero partire dal genere specifico per approdare al transgenere, sfondando di slancio qualsiasi possibile definizione di postmodernismo. Tanto che potremmo quasi tracciare un parallelo tra il Solomon Kane (2009) griffato Bassett ed il suo quasi coevo Doomsday (2008) firmato da Marshall: entrambi prendono le mosse da modelli prestabiliti - il fantasy, sia pure in versione dark che pi&#249; dark non si pu&#242; - per il primo, l'action apocalittico stile 1997:Fuga da New York per il secondo, per giungere pi&#249; o meno trionfalmente ad una miscellanea di correnti ed influenze cinefile con pochissimi riscontri nel cinema contemporaneo. 
Solomon Kane ad esempio - da una serie di romanzi nati dalla penna di un grande scrittore della letteratura fantastica statunitense del Novecento come Robert Ervin Howard, poi trasposto in fumetto dalla celeberrima Marvel - si prospetta sin dalle primissime battute come un pastiche cinematografico in piena regola, ambizioso di incrociare la meraviglia pura alla Il signore degli anelli versione Peter Jackson all'horror meno abusato, con tanto di esplicita citazione dell'oggetto di culto The Descent (guarda caso il capolavoro del gi&#224; menzionato Neil Marshall...), fino all'ardita operazione di rendere Solomon Kane una sorta di western &quot;in maschera&quot;. Elemento quest'ultimo che merita certamente un approfondimento in questa sede. Gi&#224; dalla nuda trama si evince  una certa somiglianza con un classico del genere, il sempiterno Sentieri selvaggi (1956) di John Ford; a prescindere infatti dall'ambientazione seicentesca il protagonista, un personaggio estremamente tormentato ed inesorabilmente sospeso tra dannazione e desiderio di purificazione, si unisce quasi subito ad una famiglia morigerata in viaggio dalla inospitale (eufemismo, vista l'atmosfera generale...) Albione verso il cosiddetto Nuovo Mondo. A questo punto &#232; sufficiente sostituire i proverbiali pellerossa con streghe e adepti vari di Satana ed opl&#224;, il gioco &#232; fatto. Questi ultimi assaltano la carovana (letteralmente!) e rapiscono l'unica figlia femmina della famiglia in viaggio. E certamente avrete indovinato chi, dopo giuramento al padre morente, si metter&#224; sulle sue tracce, legando alla ricerca della giovane Meredith il suo stesso destino di redenzione. Basterebbe guardare la sequenza in cui viene presentato il character Solomon Kane (ben impersonato dall'attore inglese James Purefoy) allorch&#233; indossa per la prima volta quello che diventer&#224; il suo &quot;costume di scena&quot; per capire alla perfezione quanto Bassett si sia divertito a citare doppiamente i due John, Wayne e Ford, avendo mandato evidentemente a memoria l'opera di quest'ultimo...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;14/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>14/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Un microfono per due</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=5909</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/In%20Sala/Un%20microfono%20per%20due/Un-microfono-per__cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Avviso ai naviganti cinefili che vagano senza bussola nella solita estate italiana con pochissime proposte di rilievo e molta zavorra gettata allo sbaraglio dalle varie distribuzioni. Nonostante l'insensatezza non certo nuova del titolo italiano, infatti, Un microfono per due non &#232; assolutamente un'altra commedia balneare statunitense tendente allo stupidotto come molte altre &quot;sorelline&quot; di genere che vengono catapultate, spesso senza promozione alcuna, nelle nostre sale nel periodo.
Gi&#224; lo scorrere del cast dovrebbe mettere un minimo in guardia. Il buon Jason Schwartzman, imparentato  per chi non lo sapesse con la dinastia Coppola, &#232; uno che non disdegna affatto il cinema di qualit&#224;, con tanto di patente oramai acquisita di &quot;membro attivo&quot; nella factory griffata Wes Anderson. Ed il personaggio che interpreta nel film (e che fornisce il nome al titolo originale dell'opera, The Marc Pease Experience), un prodigio in pectore del canto e del ballo frenato da insicurezze personali e panico da palcoscenico, un po' ricorda quello da lui impersonato proprio per Wes Anderson nel bellissimo Rushmore. Su Ben Stiller poco da aggiungere: sembra davvero nato per interpretare il professore di liceo in apparenza brillante ma in realt&#224; megalomane e cialtrone, sino al punto da provarci con le giovani allieve. Una delle quali &#232; la Anna Kendrick ammirata nel recente Tra le nuvole di Jason Reitman, in Un microfono per due guarda caso proprio la ragazza del personaggio principale. Insomma, se d'altro canto le premesse per una pellicola scintillante apparivano esserci tutte qualcosa non deve essere per&#242; andato per il verso totalmente giusto in sede di sceneggiatura (firmata dallo stesso regista Todd Louiso a quattro mani con Jacob Koskoff); perch&#233; ad una buona descrizione dei vari characters in campo non corrisponde affatto uno svolgimento narrativo della vicenda altrettanto brillante, ci&#242; a causa di uno script che disperde abbastanza maldestramente le sue potenzialit&#224; corrosive nei confronti della suprema istituzione scolastica statunitense in una serie di scenette anche godibili ma prive del necessario mordente.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>13/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Che fine ha fatto Osama Bin Laden?</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=1493</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2008/10/Festival%20del%20Film%20di%20Roma/Extra/Where%20in%20the%20world%20is%20Osama%20Bin%20Laden_/Where-in-the__cover160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Di una cosa bisogna dare atto al buon Morgan Spurlock, documentarista &quot;d'assalto&quot; alla Michael Moore senza per&#242; averne, in tutti i sensi, sia positivi che negativi, la stazza: l'ambizione di sicuro non gli fa difetto! Ed infatti, dopo aver provato sulla propria pelle la nocivit&#224; estrema di una dieta composta solo ed esclusivamente di cibi da fast-food nel precedente Super Size Me, eccolo mirare, in questo suo secondo lavoro registico, direttamente al bersaglio grosso, ovvero la ricerca dell'uomo pi&#249; introvabile dell'intero globo terrestre, nientemeno che Osama Bin Laden, capo di Al Qaeda e mandante, cos&#236; almeno &#232; opinione comune, delle pi&#249; sanguinose stragi terroristiche mondiali succedutesi nell'ultimo decennio.
Il viaggio di Spurlock, intitolato con amletica sagacia Where in The World Is Osama Bin Laden?, sulle tracce del super-ricercato (?) prende le mosse da una fegatosa decisione dell'autore: in procinto di diventare padre, pianta compagna in dolce attesa, baracca e burattini per andare a caccia di Bin Laden al fine di garantire al futuro erede quelle condizioni di sicurezza che le autorit&#224; statunitensi sembra non vogliano garantirgli con la cattura del pericolo pubblico numero uno. Ogni padre americano ci avr&#224; certamente, almeno una volta, pensato; Spurlock lo fa sul serio... Ecco dunque il nostro eroe attraversare l'oceano per un viaggio che risulter&#224; essere, alla fine, una sorta di piccolo termometro dell'incandescente situazione mondiale.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>09/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Laureata...e adesso?</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=5866</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Laureata%20e%20adesso/Laureata-e-adesso-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Continua pericolosamente ad ingrossarsi la schiera di commedie americane contemporanee che finiscono col rispondere al malinconico motto &quot;mi piacerebbe essere come Juno ma non posso&quot;. Buon ultima - si fa per dire: la pellicola &#232; del 2009 - arriva l'amena Laureata...e adesso?, diretta da Vicky Jenson ed incentrata sulle peripezie (non) lavorative e sentimentali del giovane personaggio protagonista, una ventiduenne tanto insipida, sia a livello di costruzione narrativa che di interpretazione (ad opera della graziosa, ma assolutamente incolore, Alexis Bledel), da vedersi spesso costretta a lasciare le luci della ribalta alle &quot;imprese&quot; della variegata famiglia, tanto per risollevare un minimo il picco d'attenzione da parte della platea. 
Insomma non basta proprio mettere pi&#249; o meno al centro della vicenda un rapporto in sospeso tra amicizia e qualcosa di pi&#249; oppure inserire un cameo dell'ottimo J.K. Simmons (ricordate? Era appunto il pap&#224; di Juno nella finzione...) per ritrovare il sagace spirito che animava la pellicola diretta da Jason Reitman (ed il di lui babbo Ivan Reitman figura non casualmente, triste ironia della sorte, come produttore di Laureata...e adesso?): laddove trovavamo una eccellente caratterizzazione corale di tutti i personaggi, nel film della Jenson ci sono solo descrizioni monodimensionali di stereotipi pronti per un serial televisivo a bassa audience adolescenziale; mentre del ritmo sostenuto e della ricchezza di sfaccettature della sceneggiatura firmata da Diablo Cody non vi &#232; traccia alcuna, anzi si fa davvero fatica ad identificare una qualsiasi idea guida che possa giustificare la realizzazione di un prodotto banale come questo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;08/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>08/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Box Office 05.07.2010</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=5911</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/In%20Sala/Box%20Office/eclipse-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Nessuno aveva dubbi sul fatto che solo l'approdo in sala del terzo capitolo della saga di Twilight, il freddo e mediocre Eclipse, sarebbe stato in grado di trascinare il pubblico al cinema nonostante il caldo torrido, le tempeste di sabbia sahariane, i mondiali di calcio, la crisi economica e chi pi&#249; ne ha pi&#249; ne metta. Un'ottima media per sala (4.839 &amp;#8364;) sta a simboleggiare come sia solo la pigrizia, e la mancanza di un reale interesse, a trattenere la massa dal prendere d'assalto le migliaia di esercenti sparpagliate per la penisola: un'indagine dettagliata sullo stato della cultura in Italia ci farebbe accapponare la pelle, per cui al momento soprassederemo. Il resto della top ten, a essere onesti, non &#232; che proponga chiss&#224; quali interessanti argomenti di discussione, visto che le posizioni (tranne qualche fisiologico saliscendi) sono oramai cristallizzate da quasi un mese. Sar&#224; invece curioso scoprire quanto resister&#224; in vetta alla classifica la storia d'amore tra Isabella Swan e il dentuto immortale Edward: dopodomani esce infatti Toy Story 3: La grande fuga di Lee Unkrich, nuovo rendez-vous con i fantastici giocattoli creati dalla Pixar di John Lasseter. Vincer&#224; l'amore incrollabile, estetizzante e noiosetto o l'esaltante saga d'animazione con tanto di omaggio al sempre miracoloso e inarrivabile Totoro di Hayao Miyazaki? 
Noi, se non si fosse capito, puntiamo decisamente su Woody, Buzz &amp; Co. Chi vivr&#224;, ecc.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>05/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Fratellanza - Brotherhood</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=4325</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Concorso/Brotherhood/Brotherood%20-%20160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Che ci fosse del marcio in Danimarca &#232; cosa risaputa fin dagli amletici tempi di William Shakespeare; c&amp;#8217;&#232; da dire che l&amp;#8217;industria cinematografica di Copenaghen e dintorni non ha mai fatto un granch&#233; per far svanire dalle nostre menti il celeberrimo motto inventato dal Bardo. Dalla dolorosa riflessione luterana di Carl Theodor Dreyer alle follie sperimentali di J&#248;rgen Leth, passando per l&amp;#8217;iconoclastia imbastardita e sogghignante di Lars Von Trier, l&amp;#8217;inadeguatezza al vivere di Thomas Vinterberg e la cupa violenza priva di redenzione di Nicolas Winding Refn (e abbiamo ancora negli occhi l&amp;#8217;immaginifico splendore del suo ultimo Valhalla Rising, passato ignominiosamente sotto silenzio all&amp;#8217;ultima Mostra di Venezia), la cinematografia danese si &#232; sempre distinta per la ricerca di tematiche solitamente sottaciute, quando non direttamente abiurate, da gran parte del restante panorama internazionale. 
Non dovrebbe dunque cogliere di sorpresa nessuno un&amp;#8217;opera come Brotherhood (il titolo originale &#232; Broderskab), esordio al lungometraggio del trentacinquenne Nicolo Donato, chiare ascendenze italiane e un passato recente in cui ha avuto modo di dimostrare il suo valore tanto nel mondo del videoclip quanto in quello dei cortometraggi: Brotherhood &#232; un cupo scandaglio della societ&#224; danese contemporanea, squarciata nel profondo da un ritorno di fiamma xenofobo, primo passo verso il proliferare di una nuova ideologia nazionalsocialista. Nulla di troppo dissimile, a ben vedere, da quanto successo in Italia da un decennio a questa parte: il gruppo di nazi descritto da Donato, talmente fedele all&amp;#8217;ideologia hitleriana da strappare via disgustato.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>02/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Toy Story 3 - La grande fuga</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=5862</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Toy%20Story%203/Toy-Story-3-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;In principio fu il 1995. Quando la Pixar Animation Studios irruppe sul mercato cinematografico con Toy Story, narrando le disavventure di un manipolo di giocattoli di propriet&#224; di un bambino, nel ventre materno (ma a suo modo crudele) dell'America wasp, non furono in molti a cogliere in profondit&#224; la reale importanza dell'evento. Al di l&#224; di coloro che si interrogarono sull'utilizzo della computer grafica, avanguardia stilistica senza precedenti all'epoca per l'intera durata di un lungometraggio &amp;#8211; e sul ruolo della Pixar nel campo dell'evoluzione tecnologica ci sar&#224; modo di soffermarsi in seguito &amp;#8211;, la maggior parte degli addetti ai lavori si accost&#242; alla creatura partorita dalla fervida immaginazione di John Lasseter con gli stessi occhi che si erano di volta in volta posati sulle opere di Don Bluth, Ralph Bakshi e via discorrendo. Occhi &amp;#8220;occidentali&amp;#8221;, verrebbe da dire, abituati a inquadrare l'intero mondo dell'animazione nell'ottica di un continuo lavoro si assetto, rilettura e ricreazione del modello e(ste)tico della Disney. Non che manchi, nell'immaginario edificato pezzo per pezzo nel corso di quindici anni dalla Pixar, un rimando all'epoca d'oro della produzione disneyana, tutt'altro: ma ci&#242; che &#232; impossibile non percepire, &#232; lo sguardo incessante che la &amp;#8220;casa della lampada&amp;#8221; lancia dall'altra parte dell'oceano, nell'arcipelago giapponese: l'amore che Lasseter (e i suoi sodali, &#231;a va sans dire) nutre verso l'arte di Hayao Miyazaki meriterebbe un approfondimento a parte, tale e tanto &#232; il numero di omaggi, rimandi, citazioni disseminati a destra e a manca nei vari lungometraggi della Pixar &amp;#8211; undici, a tutt'oggi, senza contare Cars 2, Brave e Monster &amp; Co. 2, attualmente in lavorazione &amp;#8211;, ma &#232; particolarmente doveroso soffermarcisi pur brevemente in occasione dell'approdo in sala di Toy Story 3. Uno dei giocattoli che fa il proprio esordio nell'universo creato dalla trilogia &#232; infatti un Totoro di peluche: a palesare l'acume e la consapevolezza dell'omaggio non &#232; per&#242; la singola presenza in scena dell'oramai storico simbolo dello Studio Ghibli. Totoro &#232; l'unico giocattolo del film a non proferire mai parola (persino l'inquietante bambolotto prorompe nei pi&#249; classici singulti infantili); non interviene mai direttamente nell'azione, tenendosene volontariamente ai margini; nell'inquadratura di gruppo che raccoglie tutti i giocattoli nel giardino, il peluche &#232; appoggiato a un albero; nei titoli di coda, infine, lo scopriamo all'opera, assistente di Buzz Lightyear nel tentativo di riparare una macchina volante (altro punto fermo, quello del volo, della poetica miyazakiana). Come si &#232; gi&#224; avuto modo di dire, dunque, qualcosa di assai pi&#249; complesso di un semplice e sbrigativo &amp;#8220;omaggio&amp;#8221;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>02/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>The Twilight Saga: Eclipse</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=5848</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Twilight%20Eclipse/Twilight-Eclipse-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Fra tutte le saghe fantasy proliferate all'interno del mercato editoriale nel corso degli ultimi anni, quella partorita dalla mente di Stephanie Meyer da Hartford, Connecticut, &#232; senza dubbio una delle meno affascinanti. Non ce ne vogliano le schiere di idolatranti fan di Twilight e dei suoi seguiti, ma i quattro volumi che raccontano le disavventure sentimentali e umane di Isabella Swan e del suo amato vampiro Edward (cinque, considerando anche lo spin-off di Eclipse, La breve seconda vita di Bree Tanner, dato alle stampe dai tipi della Fazi proprio in questi giorni) sembrano in pi&#249; di un'occasione versioni vagamente orrorifiche di classici della Harmony.
Non c'&#232; in fin dei conti molto da stupirsi dunque se le trasposizioni cinematografiche puntualmente portate a termine dagli sforzi della Temple Hill non hanno finora avuto modo di segnalarsi per la loro originalit&#224; o per la potenza visionaria. Il problema &#232; infatti alla base dell'intero progetto: la saga di Twilight, prima sulla carta e poi nella sua versione in celluloide, non possiede infatti la capacit&#224; e l'intelligenza necessarie per lavorare a una profonda e coraggiosa palingenesi delle forme e della prassi del genere. Nella sua spinta, persino ansiogena, all'inseguimento di un pubblico cresciuto a pane e MTV, l'opera perde di vista fin troppo presto le sue potenzialit&#224; espressive per accontentarsi di una monocorde e stantia riflessione sulle pi&#249; basilari regole delle storie d'innamoramento e seduzione. In questo terzo capitolo, nonostante si faccia sempre pi&#249; pressante la minaccia di Victoria, decisa a vendicarsi del suo compagno di (non) vita ucciso dai Cullen nel primo episodio, tutta l'attenzione viene costantemente rivolta al prevedibile triangolo amoroso che vede Bella divisa tra il vampiro Edward e il licantropo Jacob. Cos&#236;, mentre a Seattle un'orda di vampiri &amp;#8220;neonati&amp;#8221; fa scempio della cittadinanza &amp;#8211; in rigoroso fuori campo, &#231;a va sans dire &amp;#8211; la macchina da presa rimane incollata a situazioni che ben presto iniziano francamente a mostrare la corda: non solo per la sempre pi&#249; annichilente deficienza espressiva del trio di protagonisti (messi in posa prima ancora che in scena), evidenziata ulteriormente dallo scontro con una pletora di cameo pi&#249; o meno prestigiosi, ma per un vuoto sinottico che risulta davvero arduo colmare. Nelle due ore in cui si svolge il film, sono davvero pochi i passaggi essenziali della storia. E questo non perch&#233; Eclipse risulti particolarmente bolso, sia chiaro: il film ha un ritmo interno piuttosto sostenuto, un montaggio fluido, un'ottima fotografia affidata alle cure di Javier Aguirresarobe (un passato a fianco di Pedro Almod&#243;var e Alejandro Amen&#225;bar). Ma a parte questo? Sradicato, come &#232; stato detto poc'anzi, dal suo primigenio istinto horror, ripulito da qualsivoglia sporcizia &amp;#8211; sangue, terriccio, sudore, ogni umore viene poco per volta prosciugato, neanche dovessimo trasformarci noi stessi negli algidi membri immortali della famiglia Cullen &amp;#8211;, svuotato di ogni possibile riallaccio ideale con l'epos di stampo classico, patinato fino alle estreme conseguenze, Eclipse finisce ben presto per prendere le forme di una love story prevedibile e scontata, abbarbicata inutilmente alla sua supposta &amp;#8220;diversit&#224;&amp;#8221;. Una diversit&#224; misurabile solo nei limiti della lunghezza anomala dei canini, nel colore degli occhi, nella sovrabbondante peluria dei licantropi e nell'imbestialita sete di sangue dei neonati: per il resto, materiale buono per uno sceneggiato di second'ordine, o per una telenovela pensata a uso e consumo di un pubblico adolescente. Non c'&#232; dubbio alcuno che la ricetta abbia funzionato, cos&#236; com'&#232; certo che colpir&#224; nel segno anche stavolta e nel conclusivo Breaking Dawn diviso, com'&#232; oramai prassi, in due parti: il fenomeno Twilight colpisce nel segno non tanto perch&#233; le giovani generazioni si stiano improvvisamente avvicinando al genere fantasy e horror, quanto piuttosto perch&#233; all'interno del mondo creato da Stephanie Meyer ritrovano la stessa semplicit&#224; di linguaggio e il medesimo approfondimento psicanalitico sulle relazioni interpersonali che inchiostra le pagine dei vari Cio&#232; e fa capolino dai format televisivi pomeridiani.
Ci&#242; che piuttosto preoccupa, semmai, &#232; la deriva spudoratamente reazionaria e bigotta che prende la pellicola diretta da David Slade (che delusione la carriera di questo quarantenne, iniziata nel lungometraggio con il bel Hard Candy e naufragata, prima ancora che con il film in questione, con l'altrettanto vampiresco 30 giorni di buio, tratto dalla celebre serie a fumetti 30 giorni di notte di Steve Niles e Ben Templesmith): la versione dell'amore che ci d&#224; Eclipse &#232; quella di una completa abnegazione femminile tesa alla soddisfazione dei voleri del compagno, in cui il libero arbitrio perde forza ed efficacia a favore di un'accettazione totale e indiscutibile dell'amato e il sesso si trasforma in una sorta di tab&#249; cui solo il matrimonio pu&#242; porre rimedio. Pi&#249; che una rilettura contemporanea dell'ideale romantico ottocentesco, a noi sembra una retrograda restaurazione dei pi&#249; biechi clich&#233; del maschilismo sciovinista: nel quarto episodio letterario la Meyer ha proposto la sua visione conservatrice su temi quali la violenza domestica e l'aborto, vedremo in che modo troveranno spazio sul grande schermo. Per ora, a parte tutto, l'unica reazione che abbiamo di fronte al clamoroso successo dei libri e dei film, &#232; una risata sorta spontaneamente al pensiero di coloro che hanno elevato il nome della Meyer accanto a quelli di J.R.R. Tolkien, Philip Pullman, J.K. Rowling e Ursula K. Le Guin: come si affermava in un celeberrimo film degli anni novanta &amp;#8220;non &#232; lo stesso campo da gioco, non &#232; lo stesso campionato, e non &#232; nemmeno lo stesso sport&amp;#8221;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>30/06/2010</pubDate>
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			<title>Butterfly Zone - Il senso della farfalla</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=5849</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Butterfly%20Zone/Butterfly-Zone-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Non si pu&#242; certo dire che per il suo esordio nel lungometraggio Luciano Capponi abbia scelto di allinearsi alla prassi produttiva italiana: il suo Butterfly Zone, che approda nelle sale italiane (pochine in verit&#224;, una ventina) a un anno di distanza dalla vittoria del Premio M&#233;li&#232;s, assegnato dal Fantafestival di Roma al miglior film fantasy in competizione, &#232; un'opera straordinariamente ondivaga, in grado di spaziare dal riso al pianto, dal fantasy all'horror, trascinando con s&#233; rimasugli di commedia all'italiana, ipotesi vagheggianti di grottesco, illuminazioni nonsense e scaturigini impazzite di surrealismo. In un panorama che guarda con notevole sospetto nei confronti del genere duro e puro, un film come questo rischia davvero di essere trattato alla stessa stregua degli untori nella Milano del 1630.
Difficile &#232; in effetti l'operazione di classificazione di Butterfly Zone: non solo per la sua gi&#224; citata abitudine a muoversi in completa libert&#224; nel panorama cinematografico contemporaneo, ma proprio per la sua stessa essenza primigenia. A fronte di un soggetto straordinariamente complicato, soprattutto per via dell'innumerevole pletora di personaggi principali e secondari che si affollano sullo schermo nel corso dello svolgimento del film, si ha netta l'impressione di una materia improvvisata quasi nella sua interezza: anche la pi&#249; costruita delle inquadrature, persino la sequenza architettata con maggior cura, trattiene in s&#233; un tale senso di episodico, da portare ulteriore scompiglio e spaesamento nella mente dello spettatore. Non siamo mai stati fautori di un cinema didascalicamente &amp;#8220;semplice&amp;#8221;, e chi segue con attenzione le evoluzioni di CineClandestino non potr&#224; che confermarlo, ma c'&#232; da dire che il bailamme messo in piedi da Capponi per la sua prima creatura cinematografica avrebbe con ogni probabilit&#224; meritato una mano meno personale. La storia di Amilcare e Vladimiro, amici di vecchia data che trovano nel vino curato dal padre morto del secondo una via d'accesso all'Aldil&#224;, finisce ben presto per ingarbugliarsi a tal punto da condurre inevitabilmente il pubblico allo sbadiglio. Tra servizi segreti deviati, associazioni esoteriche dedite al culto degli alieni, serial killer schizofrenici e iracondi che tornano dalla morte per continuare la propria opera di assassini, e chi pi&#249; ne ha pi&#249; ne metta, Butterfly Zone finisce per incagliarsi, arenandosi quasi subito; anche perch&#233; il tono tra il beffardo e il serioso che Capponi vorrebbe fosse il tratto distintivo del film, non riesce a reggere fino alla fine, scadendo da un lato nella semplice battuta (e, di quando in quando, volgare), e dall'altro trovandosi invischiato in un ginepraio filosofico intellettuale che non sembra minimamente in grado di controllare. Gli attori, lasciati in pratica alla loro merc&#233;, si abbandonano all'eversione, distruggendo e ricostruendo i personaggi a ogni sequenza: un'idea affascinante, perfino rivoluzionaria &amp;#8211; per quanto derivativa &amp;#8211; ma che non aiuta di certo un'opera che al contrario avrebbe dovuto poter contare su una qualche solidit&#224;. Tutto, al contrario, si fa friabile e modellabile, neanche ci si trovasse faccia a faccia con il caos primigenio: ci&#242; che ne viene fuori &#232; un prodotto esageratamente illogico, privo di una reale grazia illuminata dai lampi del genio e sovente al contrario avvizzito da un pedante citazionismo (La persistenza della memoria di Salvador Dal&#236;, tanto per fare un esempio) che appesantisce ulteriormente un marchingegno gi&#224; di per s&#233; bolso e stanco.
Dispiace, perch&#233; le potenzialit&#224; per portare a termine un'opera sanamente fuori dagli schemi c'erano tutte: forse a Capponi (uomo poliedrico, che ha attraversato l'intera industria artistica degli ultimi quarant'anni, dalla radio alla televisione, dal teatro la cinema) sarebbe utile un incontro con il cinema degli esordi di Eros Puglielli, e in particolare con opere come Il pranzo onirico e Armageddon. Esempi, quelli s&#236;, di straordinario surrealismo poco incline a piegarsi alle regole del mercato e alle logiche della prammatica cinematografica &amp;#8211; e in Butterfly Zone fa brevemente capolino il sempre eccellente Cristiano Callegaro, che dei cortometraggi appena citati &#232; insuperabile protagonista. Resta solo il tempo per ammirare un cast folle e illogico almeno quanto la sceneggiatura, con un sorprendente Patrizio Oliva, di fronte al quale ci si ritrova nuovamente spiazzati. Loro in scena sembrano divertirsi un mondo, ma l'impressione &#232; quella di assistere a un gioco privato, al quale non si &#232; stati invitati e del quale non si conoscono le regole. Peccato.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;29/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>29/06/2010</pubDate>
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			<title>Box Office 28.06.2010</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=5873</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Box%20Office/a-team-cover200(1).jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Potremmo star qui, per l'ennesima settimana consecutiva, a lamentare l'oziosa latitanza del pubblico dalle sale cinematografiche italiane: anche nello scorso week-end, infatti, le cifre di incasso per sala si sono attestate su cifre che rasentano lo zero assoluto. Se consideriamo che nessuno dei dieci film entrati in classifica tra venerd&#236; e domenica scorse ha avuto la forza di arrampicarsi fino alla miseranda quota di mille euro per sala, la proporzione della crisi degli incassi nell'ultimo periodo assume contorni maggiormente definiti. Un calo che va di pari passo, ovviamente, con l'approssimarsi dell'estate, e che &#232; senza dubbio aggravato dal concomitante svolgimento dei Mondiali di calcio, ma che denota anche la scarsa affezione italica alla settima arte. Potremmo, anche ora, gettarci nella solita lagnatio contro i mali culturali della penisola, ma preferiamo glissare: arriver&#224;, a breve, il terzo episodio di Twilight, e il pubblico torner&#224; in sala. Come vuole il rito...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;28/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
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			<pubDate>28/06/2010</pubDate>
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