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		<title>CineClandestino.it</title>
		<link>http://www.cineclandestino.it/</link>
		<description>Rivista di cinema e informazione cinematografica</description>
		<language>it</language>
		<pubDate>03/02/2012 5.53.06</pubDate>
		<lastBuildDate>03/02/2012 5.53.06</lastBuildDate>
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		<managingEditor>info@cineclandestino.it</managingEditor>
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			<title>Trieste Film Festival 2012 - Bilancio</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=2&amp;art=8941</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/Festival/Trieste-Film-Festival-c200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Si &#232; conclusa da pochi giorni la 23&#176; edizione del Trieste Film Festival, registrando numeri positivi che non possono che rassicurare in questo periodo particolarmente ostico sia dal punto di vista culturale che economico. Oltre ventimila spettatori decretano un grande successo di pubblico, cui si affianca ovviamente una crescita di presenze anche tra gli operatori culturali, per quello che &#232; ormai riconosciuto come il pi&#249; rilevante festival italiano dedicato al cinema dell&amp;#8217;Europa centro-orientale.
Sono state le nuove generazioni le protagoniste indiscusse di questa edizione del Trieste Film Festival: numerose le opere prime, cos&#236; come costellate di personaggi giovani sono state le realt&#224; fotografate dalle opere in concorso. C&amp;#8217;&#232;, infatti, una sorta di filo rosso che lega le visioni quest&amp;#8217;anno, un tratto comune che unisce opere dal registro pur diverso e provenienti da paesi altrettanto differenti.
In un diffuso raffronto tra generazioni (Dom/The House, Elena, Kret/The Mole), per i giovani di oggi la realt&#224; &#232; da costruire o addirittura un punto di partenza verso un luogo &amp;#8220;altro&amp;#8221; che spesso non &#232; neppure definito. Emerge un senso di precariet&#224; e il desiderio incontenibile di affrancarsi dal passato dei padri, tanto che verrebbe voglia di consigliare la visione di questi film non tanto ad un pubblico di cinefili quanto a chiunque, a qualsiasi titolo, abbia la bench&#233; minima possibilit&#224; di intervenire nella (ri)costruzione di una societ&#224; che restituisca speranza e almeno il sogno di un futuro a chiunque oggi abbia meno di 40 anni (le cosiddette &amp;#8220;nuove generazioni&amp;#8221;, appunto).  Av&#233; -  il personaggio principale del film omonimo - non sa dove sta andando, i giovani protagonisti di Izlet/A Trip usano il viaggio come evasione dai fantasmi del presente, Eva (Dom/The House) sogna un futuro di studi in una Londra idealizzata che &#232; &amp;#8220;altrove&amp;#8221; rispetto alla casa che il padre costruisce giorno dopo giorno per lei, Pawel (Kret/The Mole) sogna una Polonia libera dalle ombre di un passato in cui non si riconosce (e in cui resta inevitabilmente intrappolato). Nel confronto tra generazioni la famiglia spesso &#232; assente (Loverboy) o incapace di ascoltare e comprendere adeguatamente i propri figli (Dom/The House, Av&#233;). Fa forse eccezione il film Elena, in cui il confronto generazionale serve tuttavia da pretesto per far emergere attraverso altri meccanismi una forte critica sociale.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/02/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Beatrice Fiorentino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>festival</category>
			<pubDate>02/02/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Elio e le storie vere</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=30&amp;art=8939</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/Festival/La-classe-operaia-va-in-paradiso-130x90.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;A trent&amp;#8217;anni dalla scomparsa, Alphaville Cineclub dedica ad Elio Petri (1929-1982) la rassegna Elio e le storie vere, selezione di lungometraggi del regista in programma , dal 3 al 12 febbraio prossimi, nella sua sede di Via del Pigneto 283 dalle ore 21.00.
Elio Petri, cinefilo sin da giovane e dunque appassionato frequentatore di cineclub, comincia ad occuparsi di cinema e riflessione politica quando assume l&amp;#8217;incarico di critico cinematografico per L&amp;#8217;Unit&#224;; subito dopo inizia una fruttuosa attivit&#224; di sceneggiatore ed aiuto regista a fianco di Giuseppe De Santis. Il soggetto di Roma ore 11 (1952) deriva da un&amp;#8217;inchiesta giornalistica del futuro regista, convinto sostenitore del neorealismo nel periodo 1940 &amp;#8211; 1960, poi transfuga verso un cinema meno integralista e pi&#249; attento alle esigenze del pubblico. Sempre in veste di sceneggiatore ha curato la scrittura di lavori popolari come L&amp;#8217;impiegato (1959) di Gianni Puccini ed I mostri (1963) di Dino Risi.
Il debutto di Elio Petri con il giallo psicologico L&amp;#8217;assassino(1961, venerd&#236; 3 febbraio) mostra un cineasta gi&#224; padrone del mezzo espressivo, impegnato ma votato ad accettare le regole produttive, consapevole che si possa far trapelare messaggio ed ideologia anche attraverso qualsivoglia contenitore di genere, come nel caso di questa opera prima in cui il vero tema portante &#232; l&amp;#8217;alienazione dell&amp;#8217;uomo contemporaneo indagata attraverso l&amp;#8217;uso del thriller anomalo per raccontare la storia dell&amp;#8217;omicidio dell&amp;#8217;amante di un antiquario e la relativa indagine poliziesca ma in realt&#224; la mediocrit&#224; umana e l&amp;#8217;ambiente in cui si &#232; costretti a vivere e ad adeguarsi. Sagace nella selezione dei soggetti, originale nella scelta del linguaggio, abile a dirigere gli attori, Petri si &#232; rivelato autore maturo ed impegnato (anche del soggetto originale) con I giorni contati (1962, sabato 4 febbraio), seconda opera che bene innesta, sulla radice neorealistica, una problematica esistenziale e di indagine sociale con un linguaggio moderno, da nouvelle vague, alla ricerca di uno stile cinematografico personale all'interno di generi tradizionali. In linea con un cinema
strumento di crescita civile, il regista esamina temi di grande attualit&#224;: l'ipocrisia e la violenza del potere, la contestazione giovanile, la mafia, la dissoluzione della classe politica. Capace di inventare una storia fantasy/western/ commedia forse troppo anticipatrice rispetto ai gusti dell&amp;#8217;epoca con La decima vittima (1965, sabato 4 febbraio alle 23.00), miscuglio affascinante di generi con strepitosi abiti swinging e indimenticabile chioma bionda del Marcello nazionale, si riafferma con la requisitoria sociale in A ciascuno il suo (1967, domenica 5 febbraio), da L. Sciascia, iniziando il sodalizio con lo sceneggiatore Ugo Pirro. Il film d&#224; inizio nella sua carriera ad un cinema di impegno civile con pellicole in grado di trovare punti di contatto tra qualit&#224; e aspettativa del pubblico. Dopo Un tranquillo posto di campagna, su un tessuto psicanalitico legato all&amp;#8217;arte ed al suo divenire (1968, gioved&#236; 9 febbraio) con protagonista un convincente Franco Nero ed i quadri dell&amp;#8217;artista Jim Dine, dirige Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970, premio Oscar come miglior film straniero nel 1971, venerd&#236; 10 febbraio), interpretato da G. M. Volont&#233; come il successivo La classe operaia va in paradiso (1971, sabato 11), Palma d'oro a Cannes nel 1972: due modelli di cinema civile, sanguigno, incentrati sull'alienazione. Il primo film ruota attorno al rapporto problematico tra societ&#224;, nevrosi e potere, temi puntualmente analizzati nella produzione del regista che spesso utilizza le nevrosi come mezzo per venire in contatto con il carattere di un personaggio. Nel secondo film Petri accentua la sua tendenza al grottesco, spinto al limite, in Todo modo (1976, domenica 12 febbraio), ancora da Sciascia e ancora con Volont&#233;, storia fantapolitica di colore giallo e di aspetto metafisico situata al tempo della D.C e dotata di graffiante sagacia in cui gli attori, in particolare proprio Volont&#232;, fanno davvero la differenza. Per la televisione Petri ha curato nel 1978 un adattamento da Le mani sporche di J.P. Sartre. Nel 1981 ha esordito in teatro con la regia di L'orologio americano, di A. Miller per lo Stabile di Genova.
A completare la selezione dedicata ad Elio Petri, mercoled&#236; 8 febbraio alle ore 21.00 &#232; prevista la proiezione del documentario Elio Petri, appunti su un autore (2005) di Federico Bacci, Nicola Guarneri, Stefano Leone,lavoro a sei mani per ricordare il &amp;#8216;capoccione&amp;#8217;, come Petri veniva apostrofato dagli amici del cinema, in un Paese che, forse perch&#233; ritenuto scomodo, lo ha dimenticato in fretta, nonostante i prestigiosi premi vinti e l&amp;#8217;attenzione e la passione con cui ha tentato di analizzare il sistema italiano.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;31/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri festival</category>
			<pubDate>31/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Guida ai Festival</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=28&amp;art=8936</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/Festival/berlinale-130x90.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Guida ai festival e alle rassegne cinematografiche di febbraio 2012, con tutte le deadline del mese.


Festival

Gioved&#236; 02
San Francisco Independent Film Festival
San Francisco (Usa) 02 - 12/02
www.sfindie.com

Gioved&#236; 09
Berlinale
Berlino (Germania) 09 - 19/02
www.berlinale.de
---
Portland International Film Festival
Portland (Usa) 09 - 25/02
www.nwfilm.org/festivals/piff

Domenica 12
BAFTA
Londra (GB) 12/02
www.bafta.org

Gioved&#236; 16
Jameson Dublin International Film Festival
Dublino (Irlanda) 16 - 26/02
www.jdiff.com 

Venerd&#236; 24
Festival Internazionale del Cinema di Belgrado
Belgrado (Serbia) 24/02 - 04/03
www.fest.rs
---
Festival International du Film d'Amour
Mons (Belgio) 24/02 - 02/03
www.fifa-mons.be

Sabato 25
Fantasporto
Porto (Portogallo) 25/02 - 06/03
www.fantasporto.pt

Domenica 26
Academy Awards
Los Angeles (Usa) 26/02
www.oscars.org

Marted&#236; 28
Cinequest Film Festical
San Jose (Usa) 28/02 - 11/03
www.cinequest.org


Deadline

Mercoled&#236; 01
Animafest
www.animafest.hr

Venerd&#236; 03
London Documentary Film Festival 
www.lidf.co.uk

Venerd&#236; 10
Bif&amp;st
www.bifest.it
---
Festival di Cracovia
www.kff.com.pl/en

Mercoled&#236; 15
Tolfa Short Film Festival 
www.tolfashortfilmfest.it

Sabato 18
Festival del Cortometraggio di Toronto 
worldwideshortfilmfest.com

Sabato 25
Festival del Cinema Europeo di Lecce
www.festivaldelcinemaeuropeo.it

Mercoled&#236; 29
Trento Film Festival
www.trentofestival.it&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;guida ai festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;31/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>guida ai festival</category>
			<pubDate>31/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Genova FF 2011 - Giorno 7</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=30&amp;art=8843</link>
			<description>L&amp;#8217;ultima giornata del Genova Film Festival ci ha posto di fronte una scelta difficile, rispetto alla quale abbiamo deciso di andare controcorrente. Il piatto forte del pomeriggio, infatti, era senz&amp;#8217;altro l&amp;#8217;incontro con Pupi Avati, moderato da Oreste De Fornari. E a seguire la pi&#249; recente fatica del regista bolognese, ovvero il lungometraggio Una sconfinata giovinezza opportunamente riproposto in pellicola. Con un lieve rimpianto, dovuto al fatto che secondo amici fidati l&amp;#8217;incontro ha avuto poi un iter coinvolgente e succoso, abbiamo preferito disertare l&amp;#8217;appuntamento, scegliendo invece il programma dell&amp;#8217;altra sala. Il motivo? La fiducia da noi riposta in un altro evento pomeridiano, parimenti degno di nota, e cio&#232; l&amp;#8217;ultimissima tranche di pellicole ecuadoriane inserita nel palinsesto del festival. Nessun reale rimpianto, ad ogni modo, poich&#233; la tutto sommato giovane cinematografia dell&amp;#8217;Ecuador si &#232; confermata una fucina di sorprese.
Il primo lungometraggio della piccola nazione latinoamericana riscoperto a Genova si intitola La tigra (La tigre, 1990), ed &#232; il film che rivel&#242;, circa vent&amp;#8217;anni fa, la personalit&#224; effervescente di Camilo Luzuriaga, affermatosi ben presto tra i pilastri della cinematografia locale. Rispetto alle altre opere visionate nei giorni del festival, pi&#249; inclini a declinare il paradigma della contemporaneit&#224; e della tumultuosa esistenza cittadina, La tigra potrebbe apparire un&amp;#8217;anomalia, un oggetto filmico inattuale e magari un po&amp;#8217; invecchiato. Eppure &#232; proprio questa sua &amp;#8220;tropicalit&#224;&amp;#8221; alla Glauber Rocha, questo spirito anarcoide rintracciabile nello stile, nelle modalit&#224; narrative e nella peculiarit&#224; dell&amp;#8217;ambientazione, ad esercitare un fascino insolito, scavando gallerie profonde nell&amp;#8217;inconscio e nell&amp;#8217;immaginario pi&#249; ancestrale del pubblico. Le foreste pluviali della costa fanno da sfondo a un racconto in cui sensualit&#224; e violenza si intrecciano inesorabilmente, come la fitta vegetazione circostante. Montaggio rapsodico e influssi esoterici guidano le danze, accompagnando l&amp;#8217;ascesa dell&amp;#8217;indomabile Francisca Miranda, determinata ad usare la propria bellezza e audacia per dominare insieme alle sorelle una piccola tenuta agricola, fino al collasso di un mondo costruito con troppa disinvoltura. Dagli ambienti rurali e selvaggi del film di Luzuriaga si &#232; tornati bruscamente al caos metropolitano, nonch&#233; a vicende pi&#249; vicine all&amp;#8217;attualit&#224;, con Fueras de juego (Fuori gioco, 2002), quasi un &amp;#8220;instant movie&amp;#8221; dedicato alle intense stagioni di lotta, di contrasti politici e mutamenti sociali, che hanno caratterizzato il paese sudamericano nei primi anni del duemila. Seppur con qualche scollamento, si fa apprezzare il tentativo di fondere insieme gli aspetti documentaristici e le dinamiche della fiction, incentrata qui sui turbamenti adolescenziali di Juan, proveniente da una famiglia piccolo-borghese e autoritaria ma orientato a frequentare giri pericolosi, nella segreta speranza di ottenere il denaro necessario per emigrare dal paese. Sempre a proposito di emigrazione, meno incisiva sul piano prettamente cinematografico ma illuminante e quasi irresistibile a livello umano &#232; stata la visione di un documentario, A polverera (La polveriera, 2005), scortato a Genova da Maria Rosa Jijon, che insieme alle italiane Manuela Borgietti e Sonia Maccari ne firma la regia. La presenza della regista &#232; stata inoltre utile per scoprire altri aneddoti, riguardo a questo lavoro che le tre donne hanno realizzato per investigare, con dichiarata empatia, sui pi&#249; disparati risvolti dell&amp;#8217;improvvisato campionato di calcio femminile che le migranti ecuadoriane da anni organizzano a Roma, in uno scalcinato campetto del Colle Oppio.
Interessanti incontri tra pubblico e autori hanno connotato in positivo, quindi, l&amp;#8217;intera giornata festivaliera; a riprova di ci&#242;, un evento di chiusura che ci ha visto particolarmente motivati ed attenti: l&amp;#8217;arrivo di Gianfranco Pannone, grande documentarista che col suo Ma che storia&amp;#8230; ha saputo inquadrare diversamente il percorso, spesso inutilmente retorico, di celebrazione dei 150 anni dell&amp;#8217;unit&#224; d&amp;#8217;Italia. Con intelligente ironia, Pannone ci guida in un viaggio tra i diversi modi in cui nei decenni passati &#232; stata vissuta, ricordata, analizzata l&amp;#8217;epopea risorgimentale, proponendo (col supporto di Angelo Musciagna) un montaggio fluido in cui trovano posto segmenti di animazione, cinegiornali, vuote cerimonie fasciste rese ancor pi&#249; tetre dal codazzo di ragazzini in divisa, sorprendenti (ma fino a un certo punto) dichiarazioni proto-leghiste nella Lombardia del boom economico, manifestazioni di popolo pi&#249; genuine. Il regista, che a ridosso di altre pratiche documentaristiche a sfondo creativo ha gi&#224; ottenuto validissimi risultati (Lettere dall&amp;#8217;America, Pomodori, Latina/Littoria, solo per citarne alcuni), anche alle prese con film di montaggio come questo ha dimostrato di saperci fare. Ed oltre al fascino delle immagini o alle sottili inquietudini ad esse correlate, merita una segnalazione l&amp;#8217;eccellente lavoro di recupero delle tradizioni musicali, operato dal cineasta con la consulenza dell&amp;#8217;esperto e qualificato Ambrogio Sparagna.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri festival</category>
			<pubDate>09/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Finimondi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=30&amp;art=8816</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Festival/electroma-130x90.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Chi ha paura del 21 Dicembre 2012? Boom!! Cataclismi planetari esclusi, tutti abbiamo un&amp;#8217;idea ben precisa di quello che provocherebbe la propria catastrofe emotiva. Ognuno di noi porta gi&#224; dentro di s&#233; la sua fine del mondo. Una ferita mal rimarginata, una perdita, una lotta interiore, un trauma lancinante mai urlato. Fa molta pi&#249; paura il male che non si vede, quello subdolo che si annida nell&amp;#8217;essere umano rispetto alla calamit&#224;, al cosiddetto giudizio universale. Il cinema &#232; il nostro avvenente congegno atomico di sogni e incubi collettivi. Vi alloggia e prolifica ogni genere e forma di apocalisse possibile. La rassegna FINIMONDI ne propone alcune che vanno da crisi e drammi esistenziali fino ad arrivare in esoterici luoghi in cui l&amp;#8217;umanit&#224;, o quello che l&amp;#8217;ha sostituita, si confronta col post-atomico. In questo percorso, composto da 6 film, l&amp;#8217;indicatore del sovvertimento sar&#224; la parola dal suo svelare segreti e verit&#224; sconvolgenti al suo perturbante annullamento. Ad ogni fine &#232; legata sempre una rinascita.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri festival</category>
			<pubDate>03/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Guida ai Festival</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=28&amp;art=8806</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Festival/rotterdam130x90.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Festival

Gioved&#236; 05
Palm Springs International Film Festival
Palm Springs (USA) 05 - 16/01
www.psfilmfest.org

Marted&#236; 17
Troms&#248; Film Festival
Troms&#248; (Norvegia) 17 - 22/01
www.tiff.no

Gioved&#236; 19
Solothurn Film Festival
Solothurn (Svizzera) 19 - 26/01
www.solothurnerfilmtage.ch
---
Sundance Film Festival
Park City (Usa) 19 - 26/01
www.sundance.org
---
Trieste Film Festival
Trieste (Italia) 19 - 25/01
www.triestefilmfestival.it

Venerd&#236; 20
Festival Premiers Plans D'Angers
Angers (Francia) 20 - 29/01
www.premiersplans.org

Luned&#236; 23
Festival Internazionale di Biarritz (FIPA)
Biarritz (Francia) 23 - 29/01
www.fipa.tm.fr

Mercoled&#236; 25
Rotterdam International Film Festival
Rotterdam (Olanda) 25/01 - 05/02
www.filmfestivalrotterdam.com

Gioved&#236; 26
Santa Barbara International Film Festival
Santa Barbara (Usa) 26/01 - 05/02
www.sbiff.org

Venerd&#236; 27
G&#246;teborg Film Festival
G&#246;teborg (Svezia) 27/01 - 06/02
www.giff.se


Deadline

Venerd&#236; 06
Seattle International Film Festival
www.siff.net
---
Tribeca Film Festival
www.tribecafilmfestival.org

Luned&#236; 09
David di Donatello
www.daviddidonatello.it
---
Linz Film Festival
www.crossingeurope.at

Marted&#236; 10
Bergamo Film Meeting
www.bergamofilmmeeting.it
---
Visions du Reel
www.visionsdureel.ch

Venerd&#236; 13
Aspen Shortsfest
www.aspenfilm.org/index.php/events/aspen-shortsfest
---
Hot Docs
www.hotdocs.ca
---
Oberhausen International Short Film Festival
www.kurzfilmtage.de

Domenica 15
CPH:PIX
www.cphpix.dk
---
Tiburon International Film Festival
www.tiburonfilmfestival.com

Luned&#236; 23
IndieLisboa
www.indielisboa.com

Marted&#236; 31
Buenos Aires International of Independent Cinema
www.bafici.gob.ar/home/web/en/index.html&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;guida ai festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;31/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>guida ai festival</category>
			<pubDate>31/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Marco M&#252;ller e Venezia - Una questione privata?</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=48&amp;art=8787</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/8/Festival/Venezia%2067/marco-muller-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;11 settembre 2011: mentre la stampa sembra dominata dalle commemorazioni per il decennale dell'attentato alle Twin Towers newyorchesi, il mondo cinefilo italiano e mondiale innalza peana nei confronti dell'ottava edizione della Mostra di Venezia diretta da Marco M&#252;ller, l'ultima del secondo mandato ricevuto dalla Biennale. CineClandestino &#232; in prima fila per quel che concerne gli elogi, ribadendo come &amp;#8220;l'ottava e finora ultima edizione della Mostra diretta da Marco M&#252;ller conferma (al di l&#224; delle polemiche create ad hoc durante lo svolgimento del festival) che la via intrapresa &#232; l'unica in grado di mantenere l'evento lagunare al livello di Cannes e dell'&#233;lite culturale mondiale.&amp;#8221; Ovviamente non mancano le voci dissonanti, ma l'impressione che si ha negli ultimi giorni di estate &#232; quella di una obbligatoria riconferma di M&#252;ller ai vertici della kermesse lidense. Arriva anche la conferma, a parole, dell'allora ministro Giancarlo Galan, che dopo aver proposto Giulio Malgara alla presidenza della Biennale caldeggia il rinnovo per un altro mandato al direttore. Poi, nel giro di un mese e mezzo, tutto cambia: Malgara rifiuta l'incarico dopo le polemiche sorte attorno al suo nome, e il presidente &#232; ancora Paolo Baratta, con il quale M&#252;ller ha avuto un rapporto sempre pi&#249; deteriorato con il passare dei mesi e degli anni. Interviene anche il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, esponente del Partito Democratico alla guida di una coalizione di centro-sinistra, che si esprime a favore di cambiamento alla guida della Mostra.  
Questi, finora, i fatti in questione: in attesa che venga data una notizia ufficiale sulle sorti del pi&#249; importante evento cinematografico italiano &amp;#8211; secondo a livello europeo solo dopo Cannes &amp;#8211; e che si sappia quale dovr&#224; essere la sorte di M&#252;ller, ci&#242; che appare pi&#249; sorprendente &#232; l'assoluto silenzio mediatico nel quale si sta svolgendo uno dei nodi cruciali per il destino culturale della penisola nel futuro immediato. Andrebbe forse sottolineato come solo la direzione M&#252;ller sia stata in grado di ricollocare Venezia a pochi passi da Cannes nell'empireo festivaliero mondiale: otto anni fa la Mostra viveva un periodo di profonda crisi, nonostante le due buone edizioni curate da Moritz de Hadeln, e nessuno avrebbe avuto l'ardire di aspettarsi una palingenesi cos&#236; profonda e radicale. M&#252;ller ha preso in mano un progetto confuso e gli ha donato una personalit&#224; riconoscibile: un luogo dove il cinema popolare, il mondo autoriale e la sperimentazione visiva vivono in osmosi, prendendo spunto e ispirazioni gli uni dagli altri. Senza mai tradire la propria indole cinefila M&#252;ller ha aperto le porte all'oriente e all'animazione, riportando in laguna alcuni dei grandi maestri del cinema hollywoodiano (non ultimi David Cronenberg e William Friedkin), seducendo vecchie e nuove star e invitando alle danze l'indipendenza, glorificando nomi finora a uso e consumo dei cinefili di stretta osservanza e donando lo spazio consono ai grandi maestri del cinema europeo, come conferma il Leone d'Oro assegnato ad Aleksandr Sokurov solo tre mesi fa. Un approccio a trecentosessanta gradi che ha sempre trovato riscontro non solo nel pubblico, ma anche e soprattutto nel mondo della stampa, in particolar modo quella online. Lo stesso mondo che ora rimane a bocca chiusa, in attesa silente di scoprire cosa succeder&#224;. Ma, per quanto si tratti probabilmente di un intervento destinato a incidere ben poco sulle scelte del cda della Biennale, consideriamo doveroso far sentire la nostra voce, anche e soprattutto ora: perch&#233; se siamo sempre stati dalla parte di M&#252;ller e della sua direzione artistica &#232; perch&#233; ha dato l'impressione di aver scoperto la chiave per donare nuova vita a un evento attaccato da pi&#249; parti, anche all'interno della penisola (si pensi alla stancante diatriba con Roma, dalla quale la Venezia di M&#252;ller &#232; uscita senza dubbio vincente), senza mai scendere a compromessi ma allo stesso tempo con l'intelligenza e la capacit&#224; di non rinchiudere la kermesse in un eremo ma di aprirsi al mondo. Questo grazie anche al solido gruppo di lavoro creato nel corso degli anni, un entourage dominato da persone giovani e d'esperienza, qualit&#224; rara in un universo cinematografico sempre pi&#249; standardizzato e omogeneizzato. Sprecare ora tutti questi anni di lavoro quando si &#232; finalmente consolidato il nome della Mostra anche agli occhi dei pi&#249; scettici sarebbe un errore fatale, imperdonabile: anche perch&#233; l'impressione &#232; che tutto si stia svolgendo solo per regolare i conti di una questione privata, della quale rischia di soffrire l'intero panorama culturale italiano. 
Marco M&#252;ller &#232; una ricchezza che l'intero circuito festivaliero internazionale invidia &amp;#8211; e lo dimostrano i pi&#249; volte menzionati tentativi di &amp;#8220;acquisto&amp;#8221; da parte di varie realt&#224; mondiali &amp;#8211; e sarebbe folle e autolesionista abbandonarla: anche perch&#233;, al di l&#224; di quanto affermato da voci pi&#249; o meno &amp;#8220;autorevoli&amp;#8221;, non esiste alcuna necessit&#224; di cambiamento, come dimostrano all'estero le conferme di Thierry Fr&#233;maux a Cannes e Dieter Kosslick a Berlino. La rivoluzione non ha alcun senso se non viene motivata in maniera compiuta e razionale, e non bastano dissidi interni a giustificare un cambiamento di questa portata. Venezia &#232; la vetrina del mondo cinematografico italiano, e ha il dovere di puntare sull'eccellenza, che al momento sembra poter garantire solo la conferma di M&#252;ller. Anche perch&#233; il direttore e il suo staff non hanno ancora concluso il loro lavoro di palingenesi della Mostra, e sarebbe giusto e doveroso concedergli questa possibilit&#224;. Con la speranza che anche l'informazione cinematografica abbia la forza e la coerenza di prendere una posizione netta.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;27/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>27/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Butter</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=31&amp;art=8532</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Alice%20nella%20citt%C3%A0/butter-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;In Iowa, terra popolata da quasi tre milioni di anime e un imprecisato numero di mucche, esiste una radicata tradizione artistica legata alle fiere e alle sagre locali: le sculture di burro. 
Jim Field Smith con la sua ultima commedia disegna un ritratto sarcastico e divertito dell&amp;#8217;America del midwest repubblicano traendo spunto proprio da una competizione artistica ad alto contenuto di grassi animali: nel disimpegnato Butter luoghi comuni ed estremizzazioni delle personalit&#224; rappresentano la divertente impalcatura sulla quale il regista di Lei &#232; troppo per me modella una personale rilettura delle dinamiche politiche e dei confronti elettorali, dove la spregiudicatezza &#232; consuetudine e i colpi bassi parte della routine. 
L&amp;#8217;intreccio narrativo &#232; essenziale e lineare: una moglie perfettina dalle grandi ambizioni non accetta che il marito voglia rinunciare a partecipare alla competizione locale delle sculture di burro delle quali &#232; un pluriennale vincitore. Decide quindi di iscriversi per evitare che il titolo possa finire nelle mani di un&amp;#8217;altra famiglia ma i suoi sogni di gloria vengono incrinati dall&amp;#8217;arrivo della talentuosa e arguta Destiny, un&amp;#8217;orfana afro-americana  che ha trascorso tutti i suoi dieci anni di vita rimbalzando di affido in affido senza mai perdere di vista i propri sogni.
E&amp;#8217; uno scontro fra &amp;#8220;american dream&amp;#8221; quello al centro del soggetto: il tradizionalismo repubblicano fronteggia le buone speranze democratiche, in una scacchiera ben articolata che irride con gusto bipartisan ma che &amp;#8211; pur ponendo l&amp;#8217;intera immagine della societ&#224; statunitense sotto la lente del sarcasmo - riserva le riflessioni pi&#249; caustiche alle contraddizioni della destra moderata, tra principi ultra-cristiani e arrivismo. 
Il film ha un ritmo sostenuto, battute sottili che giocano intelligentemente con la &amp;#8220;cattiveria&amp;#8221; (per la verit&#224; piuttosto bonaria e mai davvero mordace) e sa gestire con equilibrio gli stereotipi, creando uno scenario popolato da figure decisamente estremizzate ma i cui comportamenti non paiono poi cos&#236; impossibili o improponibili sulla scena reale. Peccato che soprattutto nel finale il film addolcisca molto i suoi toni e mitighi gli aspetti pi&#249; ruvidi del suo racconto in virt&#249; di un quadro di generale conciliazione che per&#242; non manca di riservare qualche piacevole sorpresa: tuttavia in generale gli aspetti pi&#249; &amp;#8220;zuccherosi&amp;#8221; della pellicola sono quelli che sembrano funzionare meno sullo schermo, mentre la spigolosit&#224; e l&amp;#8217;ironia dei &amp;#8220;cattivi&amp;#8221; rappresenta la vera iniezione di vitalit&#224; del film (la spietata mogliettina e la lap-dancer affarista e manipolatrice non a caso sono i due personaggi pi&#249; incisivi).
A questo proposito &#232; bene sottolineare che prima ancora che una commedia scritta con arguzia, Butter &#232; una pellicola decisamente ben recitata che si diverte a mettere in discussione le caratteristiche dei suoi interpreti spogliandoli dei loro &amp;#8220;personaggi-tipo&amp;#8221; e coinvolgendoli in ruoli estremamente distanti da quei modelli: Jennifer Garner &#232; una casalinga senza scrupoli che sogna un futuro da first lady (o forse da Presidente?), Hugh Jackman &#232; un imbambolato concessionario automobilistico, Olivia Wilde una spogliarellista prostituta con uno spiccato senso degli affari e un incontrollabile desiderio di rivalsa sul perbenismo&amp;#8230; 
Prodotto di intrattenimento familiare decisamente gradevole (anche se i pi&#249; piccoli probabilmente  non coglieranno una consistente quota dei riferimenti &amp;#8220;storici&amp;#8221; che costellano il film), Butter &#232; divertente e disimpegnato, pur peccando un po&amp;#8217; di retorica (soprattutto il personaggio di Destiny, bambina-modello spiritosa e profonda, sembra appena fuggito dalla fiera dei buoni sentimenti) e forse non frutta pienamente il ricco bacino di originalit&#224; che invece lo spunto di partenza avrebbe potuto suggerire. Grottesco e spiritoso il film fotografa una realt&#224; a stelle e strisce provinciale e &amp;#8220;sempliciotta&amp;#8221;, venata da meschinit&#224; e mitezza con equivalenti proporzioni: Jim Field Smith firma una commedia dell&amp;#8217;assurdo che, dietro all&amp;#8217;irragionevole guerra imbracciata dalla protagonista per difendere il suo primato scultoreo (&amp;#8220;&#232; solo burro&amp;#8230; fa male alla salute!&amp;#8221; sbotta il padre adottivo di Destiny), accenna una riflessione &amp;#8211; in verit&#224; mai pedante o ingombrante nello sviluppo della pellicola &amp;#8211; sull&amp;#8217;America contemporanea fra razzismo, ipocrisia e ambizione. Chiss&#224;, forse con un po&amp;#8217; di zucchero in meno la ricetta sarebbe risultata pi&#249; sfiziosa.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;concorso - fuori concorso&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;22/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>concorso - fuori concorso</category>
			<pubDate>22/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Sip'ohi - El lugar del Mandur&#233;</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=42&amp;art=8772</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/el-lugar-del-mandur%C3%A9-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&#171;Vengono con i taccuini, i registratori e le macchine fotografiche. Arrivano, prendono, e se ne vanno. Alcuni ritornano, ma non rimangono mai&#187;.
Questo commento, affidato alla voce fuori campo di uno dei personaggi, pu&#242; essere considerato il fulcro di Sip&amp;#8217;ohi - El lugar del Mandur&#233;. In un dialogo molto semplice e consapevole, due persone cercano una spiegazione al fatto che essi non possiedono i materiali della loro cultura.
Il problema della restituzione delle fonti &#232; una questione centrale per la pratica antropologica degli ultimi decenni, e lo &#232; anche per tutto quel cinema passato dall&amp;#8217;osservazione alla partecipazione, da uno sguardo esterno ad uno interno. Sebasti&#225;n Lingiardi aveva gi&#224; affrontato il problema della trasmissione della lingua e della cultura Wich&#236; nel suo film precedente, Las Pistas. Questo El lugar del Mandur&#233;, vincitore del Grand prix de la Comp&#233;tition Internationale al FIDMarseille 2011, pu&#242; essere considerato quasi come una sua continuazione.
All&amp;#8217;inizio, vediamo delle mani che tentano di accendere un fuoco sfregando dei bastocini, e fuori campo una voce racconta di come il fuoco venne rubato dagli uomini a un dio-giaguaro. La nascita della fiamma accompagna lo svolgersi del racconto, e il suo crescente bagliore coincide con lo scippo prometeico del mito. Vediamo poi Gustavo davanti a un computer, che rivede i materiali girati per il documentario. Il film prende cos&#236; in carico il desiderio del protagonista di raccontare la storia della sua gente, e la propria.
La camera di Lingiardi diventa invisibile, occhio contemplativo che si fa da parte, e pone una guida, Salvatierra, al centro del film. Le immagini, sospese nella loro aderenza al reale, si intrecciano al mito come in un contrappunto musicale. Le culture orali mantengono sempre una relazione diretta con l'ambiente. A differenza delle culture &amp;#8220;occidentali&amp;#8221;, basate sulla scrittura, in esse la parola ha funzioni pratiche: organizza la societ&#224;, stabilisce valori e modalit&#224; di convivenza. &#200; la stessa mitologia dei Wichi quindi a essere sempre connessa alla vita quotidiana.
Durante il film, i diversi miti si susseguono e a volte si incastrano nel racconto dei personaggi: immersi nel loro ordinario da farsi, gli abitanti del villaggio ripetono le storie della cosmogonia dei Wich&#236;, le leggende che per secoli sono state tramandate senza l&amp;#8217;uso della scrittura.
In una inaspettata sequenza di mise en ab&#238;me, Gustavo registra tutto, e impersonando un certo Felix, cerca di creare un piccolo programma radiofonico con i materiali raccolti. Nel tempo presente di un reale ricostruito, Gustavo/Felix abita la propria storia: il cinema diventa cos&#236; nuovo documento, riappropriazione di ci&#242; che era andato perduto, ma soprattutto diventa una forma di auto-rappresentazione. Non solo &amp;#8220;come ci hanno visto gli altri&amp;#8221; (i bianchi), ma &amp;#8220;come ci vediamo noi&amp;#8221;.
I Wich&#236; hanno cominciato a ritrovarsi e a raccontarsi. In un montaggio alternato tra il racconto in presa diretta e la sua diffusione radiofonica, il cerchio si chiude, la parola dei Wich&#236; finalmente ritorna.
Per il finale, Gustavo vorrebbe per&#242; lo schermo nero. Non esistono infatti immagini per raccontare gli ultimi miti: disegnata dalle parole di un vecchio, comincia la creazione del mondo...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Gabriele Magazz&ugrave;&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>20/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Le Vendeur</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=37&amp;art=8604</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Concorso/Le%20Vendeur/Le-Vendeur-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Vincitore dei premi Cipputi e Fipresci alla ventinovesima edizione del Torino Film Festival, Le vendeur &#232; il positivo esordio alla regia del canadese S&#233;bastien Pilote, un ritratto misurato e partecipe di un cinico venditore d&amp;#8217;auto sessantasettenne che vale da arguta riflessione sulla crisi economica in atto a livello globale. Il protagonista, Michel (interpretato dall&amp;#8217;elegante e enigmatico Gilbert Sicotte), vanta da anni un rendimento di vendita superiore a quello di tutti i suoi colleghi e continua a trovare nuovi clienti nonostante il piccolo paesino del Qu&#233;bec in cui vive sia in piena crisi recessiva perch&#233; la maggior parte della popolazione ha perso il posto per la chiusura di una grande industria cartaria. Ambientato nella cittadina di Dolbeau-Mistassini, costantemente immersa nella neve, Le vendeur mostra la reale chiusura di una fabbrica del posto, mettendola in scena con pochi cambiamenti e chiamando a fare da attori e comparse anche alcuni degli ex operai. E la scelta di partire da un dato reale ha permesso a S&#233;bastien Pilote di avere uno sfondo assolutamente realistico e verosimile su cui poi costruire la storia di finzione del venditore d&amp;#8217;auto. Lo stesso stile registico di Pilote, fatto di una insistita macchina a mano e di una felice commistione di stilemi visivi del cinema di finzione e di quello documentaristico, consente di avere il polso preciso della situazione, come se si stesse assistendo in presa diretta alla dismissione di una cittadina intera e, per traslato, a quella di tutta la societ&#224; industriale dell&amp;#8217;Occidente. 
Cos&#236; ne Le vendeur assistiamo alla chiusura della fabbrica, a quella dell&amp;#8217;ospedale di zona e poi addirittura a quella del benzinaio, mentre il nostro venditore d&amp;#8217;auto continua a propinare berline e pick-up ai suoi concittadini, coinvolgendo persino un operaio in cassa integrazione che non ha i soldi per pagare l&amp;#8217;auto. Ultimo cieco schiavo del capitalismo, Michel &#232; un garbato automa incapace di rendersi conto che il mondo intorno a lui sta deflagrando e che la societ&#224; del boom economico e industriale degli anni &amp;#8217;60 &#232; ormai in fase di dissolvimento. L&amp;#8217;unico aspetto non mercificato della sua vita &#232; il rapporto con la figlia e il nipote, cui dona e riceve affetto, anche se il tentativo di istradare il bambino sulla via del commercio suona come ulteriore segnale di ambiguit&#224; del personaggio. Pilote riesce infatti a disorientare lo spettatore con il progressivo disvelamento di un protagonista odioso e, per certi versi, mostruoso. Michel &#232; affabile, sornione, ironico, ha un atteggiamento sempre amicale verso il prossimo, tutti lo rispettano e lo ossequiano, ma dietro il suo volto sorridente si nasconde il nulla di un uomo che non ha amici ed &#232; completamente privo di morale.
Oltre ai vari discorsi che pu&#242; sollecitare la figura del protagonista e al di l&#224; della precisa parabola discendente della societ&#224; occidentale del Novecento che si pu&#242; leggere in maniera indiretta in questo piccolo film, ne Le vendeur vi &#232; inoltre anche una costruzione simbolica che, sia pur non insistita, ispessisce lo stile fortemente documentaristico del racconto. L&amp;#8217;esempio pi&#249; emblematico in tal senso appare l&amp;#8217;alce morto e sanguinolento che viene trascinato sopra un&amp;#8217;auto all&amp;#8217;inizio del film, un&amp;#8217;immagine che torna poi all&amp;#8217;approssimarsi del finale e vale da implicita epitome di un mondo prossimo alla fine; ma di uguale interesse, anche se pi&#249; sottile, appare anche la scena con cui si chiude Le vendeur, del tutto slegata dalla narrazione eppure simbolicamente potente: il cartello-picchetto su cui gli operai segnavano i giorni di chiusura temporanea della fabbrica (chiusura poi divenuta permanente) &#232; stato riadattato da dei bambini che ora lo utilizzano come trampolino per le loro biciclette. La fabbrica e le automobili sono perci&#242; sparite in questo finale, ma il mondo non &#232; finito con loro, una rinascita &amp;#8211; magari ecosostenibile &amp;#8211; &#232; possibile.
Le vendeur appare dunque come uno dei pochi e dei migliori racconti della crisi economico-industriale che stiamo vivendo nella nostra societ&#224;, un contributo che ad esempio in Italia ancora non c&amp;#8217;&#232; stato, se non nell&amp;#8217;incerta soluzione adottata dallo stesso Gianni Amelio, da tre anni direttore del festival qui a Torino, che nel 2006 diresse La stella che non c&amp;#8217;&#232;, tralasciando per&#242; la valenza simbolica di una dismissione industriale per farsi prendere la mano, sul piano narrativo, da un incontro multiculturale troppo intriso di buonismo tra un italiano e una cinese.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;concorso - fuori concorso&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessandro Aniballi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>concorso - fuori concorso</category>
			<pubDate>12/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Sangue do meu Sangue</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=42&amp;art=8717</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/Sangue%20do%20meu%20Sangue/Sangue-do-meu-Sangue-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Jo&#227;o Canijo ha avuto l&amp;#8217;opportunit&#224; di esordire nel mondo del cinema lavorando come assistente di Manoel de Oliveira sul set di Francisca e da allora ha avuto la fortuna di poter proseguire la sua carriera con nuove collaborazioni eccellenti (Wim Wenders, Alain Tanner e Werner Schroeter): passato poi definitivamente alla regia, i suoi film hanno spesso raggiunto le grandi vetrine festivaliere &amp;#8211; talora in selezione ufficiale, talora nelle sezioni collaterali - da Rotterdam, a Venezia, a Cannes.
Sangue do meu Sangue, il suo ultimo film presentato in Festa Mobile al Torino Film Festival, &#232; il risultato di un&amp;#8217;interessante sintesi e contrapposizione fra sceneggiatura e messa in scena: la pellicola infatti accosta a un approccio stilistico e formale ultra-realistico un&amp;#8217;evoluzione narrativa che fa leva sui ritmi e gli intrecci dei pi&#249; classici mel&#242;.
Ambientata durante i mondiali di calcio del Sudafrica in un quartiere periferico di Lisbona, la pellicola &#232; innanzitutto un inno all&amp;#8217;amore incondizionato, quello che pu&#242; portare a mettere a repentaglio le proprie sicurezze e i propri equilibri: attraverso le vicissitudini di una famiglia sorretta dalla figura dolce e al contempo determinata di una madre che ha cresciuto da sola i propri figli, Canijo si dedica alla realizzazione di un affresco emotivo dalle tinte vividissime che d&#224; vita a un progetto di costruzione drammatica nettamente influenzata dal repertorio delle telenovelas sudamericane.
L&amp;#8217;iperrealismo &#232; un pilastro fondamentale sul quale si strutturano le scelte registiche di Sangue do meu Sangue ma l&amp;#8217;elaborazione &amp;#8220;percettiva&amp;#8221; del risultato finale ricopre un ruolo cruciale: le tracce audio si sovrappongono le une alle altre creando un sottofondo unico costante che accompagna i dialoghi, i discorsi dei personaggi si sommano e si intrecciano anche quando non sono collegati mescolandosi alle telecronache degli incontri calcistici e ai rumori di fondo della citt&#224; con i suoi sobbalzi. Per quanto concerne la resa visiva Canijo si affida alla multi-composizione dell&amp;#8217;inquadratura, dove si sviluppano pi&#249; situazioni &amp;#8220;affiancate&amp;#8221; in una lunga serie di piani sequenza e scene parallele: il sapiente uso della scenografia e della suddivisione degli spazi &#232; solo uno degli espedienti formali che il regista utilizza nello smarcare il proprio racconto dalle lusinghe del melodramma familiare pi&#249; strappalacrime e sdolcinato, escludendo totalmente fotografia patinata ed edulcorazione degli ambienti e dedicandosi a una lettura attenta e trasparente delle vicende di cui si occupa.
Il film ha un carattere tendenzialmente femminile, forte della presenza ingombrante ma non soverchiante di donne dalla personalit&#224; decisamente spiccata - M&#225;rcia, madre coraggiosa, sua figlia Cla&#250;dia alle prese con l&amp;#8217;amore clandestino con l&amp;#8217;affascinante medico  che la segue nel suo corso da infermiera e Ivete, sorella minore di M&#225;rcia, fragile e temeraria allo stesso tempo: &#232; attorno alle tre protagoniste che si articola tutta la struttura narrativa che inanella amori, tradimenti, drammatici contatti con la malavita.
Sangue do meu Sangue segue il flusso emotivo e l&amp;#8217;evoluzione dei rapporti fra i personaggi, evidenziandone costantemente la solidit&#224;: ispirato da una riflessione sull&amp;#8217;amore di Ant&#242;nio Lobo Antunes (&amp;#8220;L&amp;#8217;amore puro pu&#242; essere messo alla prova, ma non &#232; mai a rischio&amp;#8221;), Canijo punta i riflettori sul ruolo redentore del sentimento e sulla strenua ispirazione salvifica che talvolta fa da stimolo alle azioni e alle reazioni, l&#224; dove il desiderio della felicit&#224; altrui porta a determinare decisioni estreme.
Sperimentale e intrigante pur senza cedere al virtuosismo pi&#249; sterile, Sangue do meu Sangue sfrutta i suoi numerosi e intrecciati piani narrativi per condurre una riflessione sulla depravazione morale e sulla drammatica escalation di violenza che pare caratterizzare la vita quotidiana: &amp;#8220;pi&#249; il paesaggio emotivo &#232; arido pi&#249; ogni gesto d&amp;#8217;amore diventa incondizionato e autentico&amp;#8221; ha annotato il regista e speranza e sacrificio si fondono e uniscono in questa lettura ragionata e ben gestita del sentimento.
Il film &#232; il risultato di uno studio lungo e serrato del regista e del cast (la lavorazione &#232; durata ben due anni) e coniuga anime differenti che si fondono in un&amp;#8217;indagine seria e approfondita di un dramma familiare contemporaneo che scava nel disagio, nella corruzione, nell&amp;#8217;umiliazione: Canijo si addentra fra le ombre del degrado del quartiere periferico Padre Cruz, fra piccoli spacciatori e vendette mortificanti, dedicandosi con pazienza e scrupolo alla forte caratterizzazione dei personaggi, sia quelli pi&#249; schematici che quelli pi&#249; poliedrici.
L&amp;#8217;elegante confezione tecnica attutisce qualche contraccolpo narrativo &amp;#8211; gli intrecci nel corso della pellicola si fanno davvero avviluppati come nella migliore tradizione soap &amp;#8211; e Sangue do meu Sangue si dimostra un buon esempio di cinema consapevole,  soppesato ma non manierato, che sa raccontare una parentesi familiare con i toni dell&amp;#8217;epopea senza rinunciare a una rappresentazione aderente alla realt&#224;, giocando con linguaggi differenti e adattandoli a un discorso coerente e non noioso.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;08/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>08/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>With or Without Me</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=42&amp;art=8724</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/With%20or%20Without%20Me/With-or-without-me-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Avere a disposizione un potenziale immenso dal punto di vista drammaturgico e soprattutto empatico, per poi buttarlo letteralmente al vento: questo &#232; il responso che il grande schermo ha riservato a With or Without Me, documentario presentato nel concorso internazionale della sezione Festa Mobile della ventinovesima edizione del Torino Film Festival. Un giudizio impietoso che ha segnato il destino di tante opere e dal quale With or Without Me non &#232; riuscito a sottrarsi, andando di fatto ad aggiungere un nuovo tassello in quelle statistiche infelici che hanno visto, e continuano a vedere, molto cinema scivolare nel dimenticatoio per le mancanze e le colpe che ne hanno macchiato e marchiato l&amp;#8217;esistenza. Il film diretto a quattro mani da Swann Dubus e Phuong Thao Tran, infatti, rivisitato a distanza in chiave critica vede accrescere ancora di pi&#249; la sensazione di essersi imbattuti nell&amp;#8217;ennesima occasione persa; sensazione nata nella mente dello spettatore gi&#224; dopo pochi istanti dalla fine dei titoli di coda.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;08/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>08/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Cracks in the Shell</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=42&amp;art=8715</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/Cracks%20in%20the%20Shell/Cracks-in-the-Shell-cvr160.png&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La ventinovesima edizione del Torino Film Festival ha portato sugli schermi della citt&#224; della Mole suggestioni e stili diversi, racconti di realt&#224; semplici e complesse: uno dei temi pi&#249; ricorrenti nella selezione della kermesse &#232; stato senz&amp;#8217;altro quello del &amp;#8220;racconto di formazione&amp;#8221;, della progettualit&#224; del crescere e dei suoi imprevisti. Cracks in the Shell (Die unsichtbare nel titolo originale) di Christian Schwochow si dedica a un percorso inverso, seguendo la decostruzione dell'io di Josephine, studentessa di teatro dall'incrollabile passione ma che fatica a conquistare il palcoscenico. Tacciata di essere &quot;invisibile&quot; in scena, la ragazza vede progressivamente allontanarsi il suo sogno di emancipazione artistica e personale: tutto cambia quando del tutto inaspettatamente un noto regista teatrale la sceglie come protagonista del suo nuovo spettacolo. Per la giovane &#232; l'occasione di riscattarsi e di dimostrare il suo talento e affidandosi completamente alla manipolazione del suo Pigmalione l'attrice assorbir&#224; gli stimoli che le provengono dal suo personaggio, ritrovandosi coinvolta ben presto in un conflitto interiore fra la sua fragilit&#224; e timidezza e l'irruenza spavalda e trasgressiva di Camille, la femme fatale che dovr&#224; interpretare.
L'autodistruzione: &#232; questo l'elemento centrale nella riflessione portata avanti da Schwochow nel suo ultimo lavoro, che pedina il graduale e inarrestabile percorso di lacerazione e violenza psicologica che Josephine si infligger&#224; volontariamente per avvicinarsi al modello di perfezione che crede di dover perseguire per acquisire finalmente l&amp;#8217;autostima che sente di non avere e soprattutto per ripagare la fiducia di chi per la prima volta ha dimostrato di vedere il suo talento.
In molti hanno ritenuto opportuno associare Cracks in the Shell a Black Swan di Darren Aronofsky, se non altro per una inequivocabile comunanza di temi: effettivamente sono numerosi i punti di contatto fra le due pellicole, per quanto si tratti di progetti estremamente diversi la cui discordanza caratteriale si rivela soprattutto nel finale, quando nel tirare le somme della vicenda i due epiloghi mostrano di dirigersi verso traguardi molto distanti fra loro. Per rimanere in tema di pennuti lacustri, sarebbe forse interessante sottolineare come il cineasta tedesco punti all&amp;#8217;ennesima rilettura rielaborata de Il brutto anatroccolo di Hans Christian Andersen, associato in questo caso al sempreverde riferimento kafkiano alle &amp;#8220;metamorfosi&amp;#8221; impreviste e incontrollabili: il film quindi si presenta come una sintesi di influenze provenienti da mondi distanti cui si aggiungono consueti e non troppo approfonditi rimandi para-psicologici (Freud &#232; evocato soprattutto nella definizione delle dinamiche familiari ma anche nella descrizione del rapporto fra la protagonista e il regista teatrale).
A fare la differenza &#232; sicuramente l'interpretazione della brava Stine Fischer Christensen, nota in Italia soprattutto per il suo ruolo in Dopo il matrimonio di Suzanne Bier: la struttura centralizzata concepita da Christian Schwochow si articola tutta a partire dal suo personaggio e l'attrice danese fa leva sulle sue doti espressive &quot;asciugando&quot; la sua interpretazione per non rendere eccessivamente esasperati ed esagerati i tratti della sua Josephine.
Il nodo basilare che indebolisce la pellicola &#232; per&#242; proprio l'esacerbazione della vicenda tanto che - per quanto lo stile della regia sia scarno e la resa dell'immagine semplice - non sono pochi i momenti in cui Cracks in the Shell pare davvero spingere troppo sul pedale della sovraesposizione emotiva, indebolendo la potenziale crudezza della narrazione in funzione di un melodrammatico exploit passionale: il tormento amoroso ricorre in tutte le sue possibile declinazioni (la passione per la recitazione, l'asservimento nei confronti del proprio mentore, la sessualit&#224; disinibita, l'amore angustiato...) e il risultato &#232; un ibrido a volte un po&amp;#8217; zoppicante che mescola anime diversificate senza riuscire a collocare i vari spunti in uno schema ben coordinato.
Schwochow non cerca l&amp;#8217;esibizione dell&amp;#8217;orrore psicologico nel crollo infernale della protagonista (territorio d&amp;#8217;indugio ad esempio del gi&#224; citato Black Swan) e prova a circoscrivere l&amp;#8217;aspetto pi&#249; deflagrante della crisi dell&amp;#8217;attrice mitigando le potenziali asperit&#224; con potenti iniezioni di ottimismo e speranza &amp;#8211; i conflitti interiori non paiono trovare una vera risoluzione sullo schermo &amp;#8211; e in generale il film sembra mancare del coraggio necessario per imporre la propria personalit&#224;, limitandosi ad apparire come riproduzione sbiadita di esperienze filmiche gi&#224; vissute (si potrebbe risalire addirittura fino a Scarpette Rosse o ad alcuni aspetti di Perfect Blue del compianto Satoshi Kon).
Cracks in the Shell &#232; un mel&#242; classico che schiera l&amp;#8217;intera collezione di stereotipi che poteva adattarsi alla vicenda (dalla sorella con grave handicap al misterioso dirimpettaio) e che incapsula il tutto in una forma prevedibile e che si mostra del tutto disinteressata alla sperimentazione: Schowchow avrebbe potuto rischiare di pi&#249;, invece si irrigidisce in una serie di colpi di scena e presunte sincopi narrative che contribuiscono alla tenuta ritmica della pellicola &amp;#8211; che non &#232; noiosa malgrado la ripetitivit&#224; di alcune situazioni &amp;#8211; ma che non aiutano il film ad entrare nella profondit&#224; dell&amp;#8217;indagine sui personaggi.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>07/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intruders</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=37&amp;art=8609</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/Intruders/Intruders-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Calamitata su di s&#233; l'attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori per il folgorante esordio dal titolo Intacto, messa in discussione sei anni dopo a causa dello zoppicante ritorno dietro la macchina da presa con 28 settimane dopo, Juan Carlos Fresnadillo affronta quella che si pu&#242; considerare a tutti gli effetti la prova del nove, vuoi perch&#233; Intruders &#232; il suo battesimo a stelle e strisce (pochi registi del Vecchio Continente hanno saputo sfruttare al meglio l'opportunit&#224;), vuoi perch&#233; lo scivolone con il sequel da lui diretto del pi&#249; riuscito zombie-movie firmato da Danny Boyle, ha frenato bruscamente una carriera in rampa di lancio.
Considerato uno dei migliori esponenti della new wave del cinema nero iberico (a fargli compagnia  colleghi come Jaume Balaguer&#242; e Paco Plaza), il regista di Tenerife classe 1967 fortunatamente ha retto l'impatto hollywoodiano, portando sul grande schermo un fanta-thriller di buona fattura, che mescola la favola gotica con frequenti accenti orrorifici. Il risultato &#232; un film che fa su &#232; gi&#249; lungo la colonna vertebrale dello spettatore, grazie ad una costruzione narrativa che vive di balzi spazio-temporali che consegnano allo schermo di turno (in attesa dell&amp;#8217;uscita nelle sale nostrane, su quelli della ventinovesima edizione del Torino Film Festival, dove &#232; stato presentato nella sezione Festa Mobile) un mix di tensione, suspense e mistero. Il tutto sembra custodito in una sorta di vaso di Pandora che, una volta scoperchiato, sprigiona fantasie primordiali, fantasmi della mente e paure ataviche che dall&amp;#8217;alba dei tempi affollano il lato oscuro del nostro Io e del nostro subconscio. Intruders punta tutto sul risveglio di queste paure da parte dello spettatore, chiamato a fare i conti con qualcosa che, in forme e in modi diversi, lo ha per forza di cose riguardato in passato e che a distanza di tempo pu&#242; essere riapparsa per tormentare il presente.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;concorso - fuori concorso&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>concorso - fuori concorso</category>
			<pubDate>07/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Gli Invisibili</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=29&amp;art=8712</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Festival/una-separazione-80x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Dal 7 dicembre 2011 al 25 gennaio 2012 si svolger&#224; al Cinema Eden di Arezzo (via Guadagnoli 2) il ciclo Gli Invisibili organizzato dal Comune in collaborazione con Cineforum 2 e Sentieri Selvaggi dove si potranno vedere alcune delle pellicole, amate dalla critica e premiate ai festival, mai distribuite in citt&#224;.
Oltre ai film, segnaliamo due eventi: l&amp;#8217;attrice Isabella Ragonese sar&#224; presente il 4 gennaio 2012 per presentare Il primo incarico di Giorgia Cecere, in cui &#232; una maestra elementare nella Puglia degli anni &amp;#8217;50. Il 21 dicembre 2011, prima della proiezione di Tomboy di C&#233;line Sciamma, sar&#224; presentato il cortometraggio Dall&amp;#8217;altra parte di Antonio Castaldo, alla presenza del regista e parte del cast che &#232; stato girato all&amp;#8217;Universit&#224; di Arezzo.
In cartellone anche il Leone d&amp;#8217;Oro di Venezia Faust di Aleksandr Sokurov (18 gennaio), l&amp;#8217;Orso d&amp;#8217;oro di Berlino Una separazione di Asghar Farhadi (25 gennaio). Completano il programma This Is England di Shane Meadows (7 dicembre), Super di James Gunn (14 dicembre) e L&amp;#8217;amore che resta di Gus Van Sant (11 gennaio).&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;rassegne e retrospettive&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;</description>
			<category>rassegne e retrospettive</category>
			<pubDate>06/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Torino Film Festival 2011 - Bilancio</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=24&amp;art=8709</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/amelio-sigurdsson-cover200(1).jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La prima constatazione, per alcuni forse fin troppo ovvia, che viene alla mente nell'approcciarsi alla ventinovesima edizione del Torino Film Festival conclusasi pochi giorni fa, riguarda il ruolo di primaria importanza che la kermesse piemontese &#232; riuscita a costruirsi addosso nel corso degli anni. Un processo lento e graduale, che si &#232; sviluppato durante l'ultimo trentennio e sembra aver trovato una propria postura definitiva &amp;#8211; o quasi &amp;#8211; da un lustro a questa parte: le due edizioni morettiane e le tre svoltesi sotto la direzione di Gianni Amelio hanno infatti permesso a un evento da sempre indispensabile per chiunque &amp;#8220;pensi il cinema&amp;#8221; in Italia di raggiungere una volta per tutte anche il cuore dei media nazionali. Senza per questo dover scendere a compromessi con chicchessia o veder smarrita la propria identit&#224; primigenia: Torino non insegue le mode e le luci di un mondo dello spettacolo nostrano che sta assumendo anno dopo anno i contorni di un vero e proprio baraccone da circo, e non si mette a fare la conta dei nomi pi&#249; o meno noti che saranno presenti durante il festival. Pur assestando un paio di colpi degni della prima pagina (Moneyball di Bennett Miller e Twixt di Francis Ford Coppola, tanto per fare due esempi eclatanti), all'ombra della Mole Antonelliana &#232; ancora possibile imbattersi in un cinema altro, che taluni definirebbero in maniera iniqua povero o indipendente, e che rappresenta la reale speranza per il futuro. 
Se dal concorso principale escono alcuni nomi sicuramente interessanti, come il Joe Cornish di Attack the Block o il gallese trapiantato in Indonesia Gareth Huw Evans, autore dello straripante e coinvolgente action The Raid, e non si ha alcuna paura di mescolare i generi saltando dal mel&#242; alla fantascienza, dalla commedia al (quasi) documentario, &#232; perch&#233; l'ottica con cui lo staff torinese lavora &#232; improntato ancora oggi alla ricerca, e non ai lustrini e agli abiti da sera. Laddove altre realt&#224; nostrane appaiono sempre pi&#249; come semplici eventi mondani, Torino continua in maniera pervicace a focalizzare la propria attenzione sul cinema, sui film, sull'immagine in movimento: un lusso, di questi tempi... Come gi&#224; ampiamente scritto in altre occasioni, la &amp;#8220;colpa&amp;#8221; (se di colpa &#232; legittimo parlare) del Torino Film Festival &#232; quella di far deflagrare sugli undici schermi a sua disposizione &amp;#8211; cinque del Reposi, rinato a nuova vita, e tre a testa per Greenwich e Massimo &amp;#8211; un numero spropositato di pellicole, impedendo di fatto anche al pi&#249; volenteroso dei cinefili di avere una visione d'insieme dell'intero programma. Questa scelta comporta il rischio che alcuni film passino clamorosamente sotto silenzio, per via di incastri poco felici o di sovrapposizioni con titoli pi&#249; forti da un punto di vista mediatico: sarebbe il caso di rivedere, con ogni probabilit&#224;, la struttura del fuori concorso, vale a dire Festa Mobile, che nella selezione delle sole opere di finzione raggiungeva quest'anno quota trentatr&#233; film. Un numero troppo elevato, e che inevitabilmente porta anche a uno squilibrio qualitativo nelle scelte effettuate: di titoli come Bereavement di Stevan Mena, 388 Arletta Avenue di Randall Cole e Wrecked di Michael Greenspan si poteva tranquillamente fare a meno, senza che il festival risultasse minimamente impoverito nella propria proposta. A patire l'elefantiasi torinese &#232; stata in parte anche la doverosa e splendida retrospettiva integrale dedicata all'arte di Sion Sono, tra i maestri del cinema giapponese contemporaneo: una messe di titoli imperdibili, molti dei quali realmente impossibili da reperire al di fuori del contesto festivaliero, ma che non hanno attecchito in maniera particolare sul popolo degli accreditati, che gli ha preferito in gran parte l'altrettanto indispensabile omaggio a Robert Altman, completo di tutte le opere cinematografiche portate a termine dal cineasta statunitense e da un folto numero di lavori televisivi. Schiacciato com'era tra due monoliti quali Altman e Sono ancor meno fortuna con il pubblico ha avuto la retrospettiva dedicata a Eug&#232;ne Green dalla sezione Onde.
E proprio da Onde e da Italiana.doc sono arrivate alcune delle migliori conferme di questa edizione: le sezioni curate rispettivamente da Massimo Causo e Roberto Manassero e da Davide Oberto, Francesco Giai Via e Luca Cechet Sanso&#233; rappresentano il cuore pulsante del festival, il nucleo dal quale tutto il resto acquista un senso in pi&#249;. Due sezioni che basano parte della loro essenza sulla possibilit&#224; di far confrontare il pubblico con gli autori dei film, in una pratica di discussione del cinema che con troppa facilit&#224; &#232; stata abbandonata altrove ma che a Torino resiste ancora, anche nelle sezioni principali, rimarcando ulteriormente l'alterit&#224; della proposta piemontese rispetto al resto del panorama nazionale. Un festival che non ha paura di mescolare &amp;#8220;l'alto e il basso&amp;#8221;, e dove &#232; possibile imbattersi nella commedia sgangherata (A Good Old Fashioned Orgy di Alex Gregory e Peter Huyck) come nell'horror indipendente e a ultra low-budget (The Oregonian di Calvin Lee Reeder), nell'ultimo parto creativo di Werner Herzog (lo straordinario documentario sulla pena di morte Into the Abyss) come nell'esordio alla regia di un attore giapponese (Record Future di Kishi Kentaro): una pratica che il pubblico torinese ha sposato con fervore e senza particolari snobismi intellettuali.
Anche per i motivi appena elencati risulta quantomai stonata l'idea di selezionare il documentario Il corpo del Duce, prodotto da Cinecitt&#224; Luce e Mediaset e diretto da Fabrizio Laurenti: un progetto non solo prettamente televisivo nella struttura e nella messa in scena &amp;#8211; e proprio il piccolo schermo sar&#224; la sua naturale destinazione &amp;#8211; ma, il che &#232; assai pi&#249; grave, in odore di vera e propria apologia di fascismo. Una scelta che ha lasciato di stucco buona parte della stampa presente a Torino, tanto da generare non poche richieste di spiegazioni in sede di conferenza e da far discutere per intere giornate: si sarebbe dovuto francamente evitare uno scivolone di questo tipo, all'interno di un evento cinematografico che al contrario si &#232; sempre saputo distinguere per la propria allure libertaria e combattente. Un errore di percorso che non deve comunque gettare discredito sul lavoro portato avanti da Amelio e da Emanuela Martini &amp;#8211; presente in organigramma come vice direttrice, ma in realt&#224; vera e propria co-direttrice del Festival &amp;#8211;, capaci di allestire un programma in grado di competere con universi festivalieri assai pi&#249; vezzeggiati e sovvenzionati. Il motivo &#232; forse da rintracciare in un dettaglio che a qualche accreditato potrebbe essere sfuggito: la regione Piemonte, a maggioranza di destra, ha tagliato di netto i finanziamenti per il festival, e la direzione ha fatto a meno delle navette che fino all'anno scorso collegavano via Po con la sala &amp;#8220;fuori mano&amp;#8221; (eufemismo, visto che si tratta di una passeggiata di un quarto d'ora) e di alcune ospitalit&#224;, senza andare a toccare i film selezionati. Per fortuna in Italia c'&#232; ancora chi pensa (per) il cinema...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;festival torino&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>festival torino</category>
			<pubDate>06/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Courmayeur Noir  Fest 2011 - Presentazione</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=30&amp;art=8702</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Festival/Courmayeur/Courmayeur-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Apocalisse: ecco il tema principale che far&#224; da linea guida alla ventunesima edizione del Noir Fest di Courmayeur, in programma dal 5 all'11 dicembre. L'arrivo del fatidico e temuto 2012, la crisi economica che ha colpito larga parte del mondo, la sensazione di imminente catastrofe che da tempo si respira in ogni dove: sentimenti pi&#249; o meno comuni, che saranno sviluppati durante sette giorni dedicati, come da tradizione per questo evento di caratura internazionale, a un'interessante miscellanea tra cinema e letteratura, visioni virate al nero e incontri, anteprime e riflessioni.
A Courmayeur saranno premiati per la loro brillantissima carriera scrittori come Andrea Camilleri e Petros Markaris (riceveranno il Raymond Chandler Award), e saranno presenti numerosi altri autori italiani e stranieri impegnati in presentazioni, tavole rotonde e incontri con il pubblico. Sar&#224; come ogni anno assegnato il Premio Scerbanenco per il miglior romanzo di genere noir pubblicato nel 2011. Non mancheranno poi un concorso dedicato ai documentari, anteprime di prodotti televisivi (Criminal Minds, Dexter, Luther), ed eventi collaterali sempre pronti a oscillare tra la parola scritta e la sua traduzione in immagini per il piccolo e il grande schermo.
Dal punto di vista cinematografico, che noi chiaramente seguiremo con particolare attenzione, il programma si presenta ricco di suggestioni: dodici film in concorso, tutti in prima visione nazionale, proiezioni fuori concorso dedicate ai pi&#249; giovani ma aperte a tutti (tra le quali spicca Arthur et la guerre des deux mondes di Luc Besson), eventi speciali (la riproposizione del capolavoro dimenticato La scala di Satana, di Benjamin Christensen, anno 1929, per l'occasione musicato dal vivo con una partitura ad hoc), un omaggio a Stephen Frears con Fail Safe e Gumshoe, e l'approdo in Italia, fuori concorso, dell'atteso In Time, di Andrew Niccol, andrenalinico fantathriller con Amanda Seyfried e Justin Timberlake. Per gli argentiani incalliti e irriducibili ci sar&#224; anche una preview con un backstage di venti minuti di Dracula 3D.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessio Gradogna&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri festival</category>
			<pubDate>05/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Terri</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=42&amp;art=8654</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/Terri/Terri-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il panorama del cinema indipendente statunitense continua a rappresentare una delle fucine pi&#249; attive e vitali degli ultimi anni, capace di portare sugli schermi una gran variet&#224; di progetti dall'animo e dal carattere estremamente diversificati, con una ricchezza espressiva e contenutistica che si sta progressivamente guadagnando l'attenzione mediatica oltre al consueto riscontro festivaliero.
Dopo essere stato selezionato in numerosi festival - fra cui il Sundance Film Festival, il SXSW Film Festival di Austin e Locarno - il nuovo film di Azazel Jacobs &#232; stato presentato anche a Torino (nell'ambito di Festa Mobile) l&#224; dove era approdato con successo anche il suo precendente Momma's Man: Terri &#232; un teen-age movie delicato che punta i riflettori su un quindicenne fortemente sovrappeso che a causa della sua timidezza e della sua goffaggine vive ai margini della comunit&#224; liceale, escluso dalle pi&#249; classiche dinamiche fra studenti.&#160;
Il film racconta la diversit&#224; con ironia e lucidit&#224;, con uno spaccato della provincia americana che strizza l'occhio agli anni '80 e al pi&#249; classico repertorio dei personaggi indie &quot;borderline&quot;, dedicandosi con delicatezza all'innocenza e all'ingenuit&#224; degli adolescenti, ai loro balzi di audacia, al loro desiderio di accettazione e la conseguente impellenza di essere parte integrante del gruppo: il vero fulcro della storia &#232; per&#242; l'elaborazione e l'accettazione della realt&#224; da parte del protagonista e dei suoi due strambi compagni di avventura.
Romanzo di formazione atipico e garbato, Terri&#160;imprime sulla pellicola la crudezza dell'essere adolescenti eludendo per&#242; ogni esagerazione e lasciando che l'aura generale del progetto sia leggera e disimpegnata: certamente il film &#232; emotivamente orientato verso la malinconia e gli slanci pi&#249; divertenti della pellicola sono spesso colorati da un umorismo decisamente &quot;black&quot; ma Jacobs non si accontenta della scontata conclusione sul volto pi&#249;  difficoltoso e faticoso della vita del liceo e cerca di dare vita a un viaggio nell'emarginazione piacevolmente inconsueto.
Terri &#232; uno studente svogliato e dall'aspetto trasandato, si aggira per la cittadina dove vive indossando grossi pigiami e preferirebbe trascorrere le sue mattinate nel bosco vicino casa ad aspettare l'arrivo di un rapace piuttosto che frequentare i corsi della sua scuola: contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, il ragazzo non vive con disagio la sua &amp;#8220;diversit&#224;&amp;#8221; mentre ha difficolt&#224; nel relazionarsi con il pregiudizio degli altri nei suoi confronti, che rifiutano di accettarlo cos&#236; come &#232;. 
John C. Reilly come di consueto regala spontaneit&#224; a un personaggio curioso e brillante e dopo la commedia &quot;familiare&quot; Cyrus dei fratelli Duplass torna a confrontarsi con le eccentricit&#224; giovanili dei suoi coprotagonisti (qui il suo ruolo &#232; quello di un preside bonario e un po&amp;#8217; ipocrita che cerca di interagire con gli studenti problematici del suo istituto, provando ad aiutarli nel superare le proprie difficolt&#224;): la vera sorpresa della pellicola &#232; per&#242; Jacob Wysocki che presta le sue fattezze e la sua sensibilit&#224; alla costruzione di Terri, personaggio poliedrico e interessante, che catalizza in s&#233; una bella variet&#224; di caratteristiche. Jacobs coordina con intelligenza gli attori, riuscendo a valorizzare le interpretazioni di ognuno e creando un riuscito e armonico gioco di equilibri, gestendo le aritmie del testo e sfruttando al massimo le potenzialit&#224; dei dialoghi (soggetto e sceneggiatura sono di Patrick Dewitt): il trio di &quot;disadattati&quot; al centro della vicenda (oltre al gi&#224; citato Wysocky &#232; bene ricordare anche&#160;Bridger Zadina e Olivia Crocicchia) &#232; spigliato e divertente nelle sue insicurezze e inquietudini, una formazione di personalit&#224; apparentemente lontanissime e invece destinate alla creazione di un legame forte e imprevedibile.
Sensibile e riflessivo come il suo protagonista, Terri non sfugge alla critica stigmatizzazione del mondo degli adulti n&#233; elude il richiamo alla complessit&#224; di alcune situazioni familiari ma sceglie comunque di focalizzarsi sui sentimenti e sulla rappresentazione discreta dei piccoli e grandi drammi che costellano la vicenda: facendo proprio il gusto per la poetica del silenzio, Azazel Jacobs si dedica con essenzialit&#224; a un lavoro dolcemente malinconico che non cerca una lettura didattica o moralistica, fotografando con trasparenza una realt&#224; semplice e spesso disincantata e cogliendo nel segno nel descrivere le contraddizioni del chiuso micro-cosmo liceale che ricalca le caratteristiche delle comunit&#224; pi&#249; grandi, e nello sviluppo di un delicato coming of age disegna un profilo umano complessivo ultra-generazionale misurato e gradevole.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>05/12/2011</pubDate>
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			<title>The Descendants</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=37&amp;art=8608</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/The%20Descendants/The-Descendants-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Le suadenti note della colonna sonora di The Descendants, curata da Dondi Bastone, accompagnano le tragiche disavventure familiari di Matt King, cullando personaggi e spettatori: una scelta stilistica, ribadita da una serie di riuscite gag e dalla sottile ironia che pervade la pellicola, che esclude qualsiasi eccesso melodrammatico. L'incidente in motoscafo della moglie e il coma, le difficolt&#224; con le figlie Alexandra e Scottie e le spinose questioni economiche ed ereditarie sono vissute e raccontate in una dimensione sospesa, ovattata, riflessiva. Brani tradizionali come Wai O Ke Aniani e Hi'ilawe, nelle varie versioni di Sonny Chillingworth, Gabby Pahinui e Ernest Tavares, alternate a Hapuna Sunset, Nani Wai'Ale'Ale o Deep in an Ancient Hawaiian Forest, permettono inoltre a Payne di non distogliere mai l'attenzione dalla particolare location e dalla forza magnetica delle isole hawaiane. 
Le intenzioni del cineasta statunitense appaiono chiare &amp;#8211; &amp;#8220;Il romanzo mi ha colpito perch&#233; racconta una storia ricca di emozioni ambientata in un luogo esotico; una vicenda che forse poteva essere raccontata ovunque, ma che diventa unica proprio perch&#233; ambientata alle Hawaii. &#200; fortemente radicata nel luogo in cui si svolge, ma allo stesso tempo i suoi temi sono universali&amp;#8221; &amp;#8211; ed &#232; pi&#249; che apprezzabile la capacit&#224; di saper raccontare un luogo altro attraverso paesaggi e canzoni, nonostante la sceneggiatura sia inevitabilmente focalizzata sulle vicende umane. Uno dei punti di forza del nuovo lungometraggio di Alexander Payne, tornato alla regia sette anni dopo il successo di pubblico e di critica di Sideways - In viaggio con Jack (1), &#232; proprio il cinquantesimo stato degli Stati Uniti, filtrato attraverso lo sguardo di King/George Clooney. Senza adagiarsi su scontati tramonti o abbacinanti paesaggi, Payne cerca di raccontare le Hawaii componendo sullo sfondo un puzzle di personaggi, luoghi, abitudini, storie: il caos cittadino e le spiagge, il mare e le autostrade, i piccoli locali e gli immensi possedimenti di King e dei suoi pareti, gli indigeni di antico ceppo polinesiano e i bianchi caucasici. Il rischio di rappresentare le Hawaii come un paradiso, concetto peraltro sottolineato nell'incipit dalla voce narrante del protagonista, &#232; fortunatamente scampato.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;concorso - fuori concorso&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>concorso - fuori concorso</category>
			<pubDate>05/12/2011</pubDate>
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			<title>50/50</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=37&amp;art=8566</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Concorso/50%2050/50-50-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Si pu&#242; parlare di malattia senza necessariamente doversi attestare nel territorio del &quot;cinema del dolore&quot;: ne &#232; un validissimo esempio 50/50 di Jonathan Levine, brillante ibrido fra dramma e commedia che rifugge il pietismo e non cede alla superficialit&#224;: il film - pur non essendo autobiografico - &#232; ispirato all'esperienza personale di Will Reiser, autore della sceneggiatura, colpito quando era appena ventiquattrenne da una grave forma tumorale alla spina dorsale e supportato dai suoi amici e colleghi nel lungo percorso che lo ha portato alla guarigione dopo un rischioso intervento chirurgico. La forza del film sta nel suo rigoroso e armonioso equilibrio, nella piacevole alternanza fra momenti divertenti e disimpegnati e segmenti decisamente toccanti e commoventi: 50/50 &#232; un efficace ritratto dell'amicizia e dell'importanza che i rapporti umani ricoprono anche nelle situazioni di maggiore difficolt&#224;.
Jonathan Levine - che ha esordito nel 2006 con All the Boys Love Mandy Lane - mette da parte la furbizia estetica e formale del suo secondo lavoro (The Wackness - Fa' la cosa sbagliata, vincitore al Sundance Film Festival e all'LA Film Festival) e mette in scena un racconto dallo sviluppo lineare che occhieggia con intelligenza all'indie meno &quot;radicale&quot; senza cadere nei suoi clich&#233; pi&#249; leziosi (l'approccio generale &#232; ben diverso per esempio da quello di (500) giorni insieme di Marc Webb, un'altra commedia agrodolce che per&#242; talvolta pareva esagerare nel suo manierismo affettato, indebolendo di fatto l'idea di partenza). Con una messa in scena semplice e una scelta accorta ma non pretenziosa della soundtrack che affianca -fra gli altri- i Radiohead ai i Bee Gees e ai Pearl Jam, 50/50 lascia che la vivacit&#224; dei dialoghi e la mutevolezza di registro detengano un ruolo determinante per la resa finale del progetto: Reiser nel suo soggetto voleva raccontare il volto bizzarro e bifronte dell'esperienza che aveva vissuto (&quot;Avere il cancro significa che le cellule del tuo corpo stanno mutando. Non c'&#232; nulla di pi&#249; personale del tuo corpo che si attacca da solo&quot; ha affermato) e soprattutto restituire attraverso la scrittura l'incredibile avventura emotiva che aveva condiviso con le persone che gli sono state accanto: il risultato &#232; uno spaccato umanissimo che sa esorcizzare la paura e la morte grazie a personaggi credibilissimi nei loro atteggiamenti e reazioni nonch&#233; nella loro emotivit&#224;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;concorso - fuori concorso&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>concorso - fuori concorso</category>
			<pubDate>04/12/2011</pubDate>
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