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		<title>CineClandestino.it</title>
		<link>http://www.cineclandestino.it/</link>
		<description>Rivista di cinema e informazione cinematografica</description>
		<language>it</language>
		<pubDate>29/07/2010 6.31.34</pubDate>
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			<title>Non &#232; il messia (&#200; un ragazzaccio)</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=4&amp;art=6019</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Dvd%20e%20co_/Non%20%C3%A8%20il%20messia/not-the-messiah-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Qualcuno li ha definiti i &amp;#8220;Beatles della risata&amp;#8221;, e in effetti il loro impatto nel cinema e nella cultura &#232; paragonabile (o meriterebbero di esserlo) al quartetto di Liverpool, sia a livello di rivoluzionariet&#224; del  linguaggio, sia per come sono entrati prepotentemente nell&amp;#8217;immaginario collettivo (specie in quello anglosassone). Parliamo dei mitici Monty Python, sestetto comico che appunto nel 2009 festeggia i quarant&amp;#8217;anni dal suo esordio nel mondo dell&amp;#8217;immagine in movimento.  Dal televisivo Monty Python&amp;#8217;s Flyng Circus, i cui migliori sketch verranno raccolti in E ora qualcosa di completamente diverso (1971), fino all&amp;#8217;ultimo film, il capolavoro di nonsense The Meaning of life, il gruppo praticamente si sciolse nel 1983. Eppure a distanza di anni le loro opere non furono dimenticate, bens&#236; la loro fama crebbe, e parecchio anche nel Belpaese che del resto arriv&#242; un po&amp;#8217; in ritardo a distribuire Brian di Nazateth (dal 1978 al 1991 il film per la sua irriverenza verso la religione venne proibito in Italia), arrivando proprio ad uno statuto di mito. In seguito i Monty Python, diventati cinque per la prematura scomparsa di Graham Chapman, per il dolore dei loro fan non si riunirono pi&#249;, tuttavia le spinte a livello mediatico furono tali che Terry Gilliam, nel frattempo diventato il regista che conosciamo, Terry Jones, Eric Idle, John Cleese e Michael Paline, si decisero ad onorare nel 1999 la loro trentennale carriera con Python Night, in cui oltre a un documentario comparvero alcuni nuovi pezzi comici. 
Ed &#232; con la stessa intenzione celebrativa che nasce Non il Messia &amp;#8211; &#232; un ragazzaccio, a dieci anni di distanza. Un operazione per&#242; assolutamente strana, che niente ha a che vedere con vuoti revival decisi a tavolino cui talvolta assistiamo nel mediocre panorama televisivo attuale, e difficile da immaginare, ovvero la trasformazione in opera lirica di Brian di Nazareth. 
Non &#232; il Messia non &#232; un film, e pur partendo da un&amp;#8217;opera cinematografica segue stilemi nemmeno propriamente da musical, quasi invece attigendo pi&#249; dal mondo della musica colta (Il Messia di Handel &#232; l&amp;#8217;altro riferimento), e nient&amp;#8217;affatto naturale passaggio dal cinema al teatro come invece accadde per film come Jesus Christ Superstar o Rocky Horror Picture Show. 
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;dvd and co&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;29/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Valerio Ceddia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>dvd and co</category>
			<pubDate>29/07/2010</pubDate>
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			<title>Eclipse (OST)</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5963</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Dvd%20e%20co_/Twilight-Eclipse-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La saga di Twilight subisce con Eclipse la sua prima ed inattesa battuta d'arresto nei ranghi musicali. Quelli che, finora, si erano imposti tra i pi&#249; convincenti dell'intero franchise, assicurando ai primi due film derivati dal fenomeno letterario vampiresco di Stephenie Meyer una componente qualitativa non indifferente. Se il primo score, ad opera del coeniano Carter Burwell, si era distinto per un tema portante genuinamente intonato alla narrativa romantica di questa epopea giovanilistica - oltre che al congeniale avallo di sfumature contemporanee - il secondo, vergato dall'irreprensibile e pregevolissimo Alexandre Desplat, si era fregiato di un rinforzo sinfonico di altissima caratura, peraltro a sua volta irrorato da un pi&#249; che decente carnet melodico. E l'anomalo trend della saga - tra i pochi nella storia moderna a fare dell'avvicendamento al timone musicale un marchio di fabbrica - sembrava destinato a proseguire dopo l'annuncio dell'ingaggio di Howard Shore per il nuovo prolungamento.

E invece tutto si riduce ad un'onestissima prova di mestiere, una partitura di servizio che scolora tra scritture di routine e un parco tematico incapace di scoprisi, di venire alla luce tra il pressante materiale canzonistico e l'agguerrita colonna rumori. Insomma un esito imprevisto, che anche decontestualizzato dalla curva ascensionale di cui sopra stupisce per il livello di resa e contraddice il blasone di Shore. Il compositore de Il signore degli anelli, collaboratore rinomato di David Cronenberg e indiscusso faro di eccellenza tra le fila della musicazione applicata d'oltreoceano, sembra infatti firmare il suo spartito pi&#249; deludente nell'arco di un'intera carriera. Fino a rendere infausto il paragone con i due precedenti commenti: alla fibra orchestrale di Desplat, Shore contrappone un'impensabile esilit&#224; sinfonica, quasi anitpodica rispetto al vigore contrappuntistico che negli ultimi lustri ne ha fatto un esempio di densit&#224; compositiva; ai mirati innesti contemporanei di Burwell, corrispondono riff di chitarre elettriche con cui il compositore canadese rinverdisce la sua predilezione per lo strumento (da Crash a The Departed), ma limitandosi stavolta al colore strumentale  piuttosto che all'abituale studio timbrico. Non meno insospettabili sono le proposte sul fronte action, dove Shore raccoglie le suggestioni wagneriane e le elaborazioni tonanti coniate per il Peter Jackson tolkieniano traducendole in episodi orfani dell'immanente epica originale, spesso risultanti in pallide e inconsistenti revisioni di maniera.
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;25/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Giuliano Tomassacci&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>25/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Il ladro di Bagdad</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=66&amp;art=5983</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Dvd%20e%20co_/Il%20ladro%20di%20Bagdad/il-ladro-di-bagdad-cover200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La felicit&#224; deve essere conquistata
Il Corano

La prima impressione che si prova, nel visionare il dvd de Il ladro di Bagdad (The Thief of Bagdad) di Raoul Walsh, &#232; quella di non avere a che fare con un prodotto pensato a uso e consumo del pubblico dei cinefili e degli appassionati del cinema delle origini. Certo, non c'&#232; alcun dubbio che il meritorio lavoro distributivo della CG Home Video permetta a una schiera di critici, storici del cinema e teorici di posare nuovamente gli occhi su una delle creature pi&#249; splendenti partorite da Raoul Walsh. Eppure non riusciamo a scacciare dalla mente l'idea che se, per puro caso, questa versione de Il ladro di Bagdad (la prima, a cui fecero seguito quelle del 1940, 1961 e 1978: di queste ultime tre recuperate solo la prima) capitasse sugli scaffali del grande pubblico, accanto ai blockbuster dell'ultima ora, molti sarebbero i nuovi adepti pronti a lasciarsi coinvolgere dal culto di una pellicola che, nelle sue due ore e mezza di durata, non lascia mai riprendere fiato ai propri spettatori: inseguimenti, salti, corse, combattimenti, animali fantastici, scenografie esotiche. Un concentrato di azione, divertimento e suspense per il quale in tutta franchezza &#232; arduo trovare un corrispettivo nella contemporaneit&#224;.
Il medio oriente de Le mille e una notte immaginato dalla mente fervida di Walsh &#232; un continuo susseguirsi di spettacoli, sorprese, colpi di scena, imprevisti: dal deserto alla giungla, dai torrioni altissimi e impervi del palazzo reale al tappeto volante (deux ex machina che prima consente al buon ladro Ahmed di risolvere la spinosa questione venutasi a creare con il principe mongolo, quindi serve ai due innamorati per allontanarsi dalla folla festante e liberata per concedersi un morigerato quanto sensuale bacio tra i cieli), tutto ci&#242; che appare sullo schermo ci trascina in un reiterato oh di meraviglia. Alla stessa stregua dei soldati di Alessandro Magno che rimanevano a bocca aperta di fronte alla Porta di Ishtar che conduceva ai misteriosi splendori di Babilonia, cos&#236; lo spettatore de Il ladro di Bagdad non potr&#224; che subire lo stesso destino durante la visione. Figlio di una Hollywood che non c'&#232; pi&#249; &amp;#8211; nonostante ci sia chi, di quando in quando, cerca di resuscitarne le vestigia &amp;#8211; il film di Raoul Walsh assicura un genuino divertimento, grazie al potere immaginifico delle sue immagini e alla genuina freschezza interpretativa di Douglas Fairbanks. 
Ovvio che dal supporto home video di un film del 1924 sia abbastanza improbabile aspettarsi chiss&#224; quali contenuti speciali: inutile star qui a sottolineare come interviste, video, trailer e backstage, vale a dire il pane quotidiano per tutto coloro che hanno dimestichezza con l'universo degli extra, siano inevitabilmente banditi. Ciononostante &#232; certo non disprezzabile la scelta della CGHV di ospitare all'interno del dvd un seppur breve approfondimento critico sulla storia del cinema fantastico: accanto alle biografie del regista e di Fairbanks (abitudine consolidata con operazioni di edizione di opere degli anni del cinema muto) si trova infatti Hollywood Fantasy, scritto che passa in rapida rassegna cento anni di fantasmagorie profumate al dollaro, dai primordi fino ai giorni nostri. A dimostrazione della volont&#224; di non recludere Walsh e la sua opera nella prigione dorata della cinefilia tout-court, nel tentativo di risvegliare l'interesse anche nel pubblico (spesso dormiente, quando non proprio in coma) dei non addetti ai lavori.
Per chiudere, la qualit&#224; video &#232; senz'altro ottima, e la scelta di sottotitolare le didascalie invece di tradurle va apprezzata e sostenuta.     
L'interrogativo da porsi a questo punto &#232;: pu&#242; un film uscito nelle sale cinematografiche la bellezza di ottantasei anni fa risultare uno dei pi&#249; efficaci antidoti contro l'afa che sta attanagliando le nostre citt&#224;? La risposta &#232; senza dubbio s&#236;, perch&#233; alle geniali evoluzioni del ladruncolo Ahmed davvero non si pu&#242; resistere.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite del mese&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;22/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite del mese</category>
			<pubDate>22/07/2010</pubDate>
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			<title>Il maledetto United</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=66&amp;art=5974</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/7/In%20Sala/Il%20maledetto%20United/Il-maledetto-Utd-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Quando ancora Jos&#233; Mourihno era poco pi&#249; che un ragazzino col sogno di emulare il padre (cercando di superarlo, si spera&amp;#8230;) sui campi di calcio di mezzo Portogallo, in Inghilterra c&amp;#8217;era un allenatore che scriveva la storia del calcio con le provinciali. Brian Howard Clough, bomber di razza e allenatore tra i pi&#249; vincenti della storia del calcio britannico, nato e cresciuto nella terribile Middlesbrough, nella cui squadra di club ha segnato qualcosa come 200 gol, &#232; oggi un nome che si ricorda poco e male, del quale non si parla praticamente mai in fatto di panchine vincenti. Eppure questo signore morto in sordina nel 2004 a 69 anni ha portato allo scudetto il Derby County, oggi relegata nella serie B inglese e mai vincente fino a quel momento, e soprattutto ha portato il Nottingham Forest neopromosso nel 1977-1978 a vincere lo scudetto per poi issarlo in vetta al mondo con due Coppe dei Campioni consecutive. Roba da matti, insomma.
Questa lunga ma doverosa premessa ci serviva come il pane per introdurci a questo piccolo-grande film capolavoro sulla figura di Brian Clough, un biopic atipico perch&#233; ne analizza solamente una parte molto limitata (e poco fortunata) di carriera, ovveri quei 44 giorni che sconvolsero l&amp;#8217;Inghilterra quando nel 1974 Don Revie, allora tecnico di successo del Leeds United venne chiamato a dirigere la Nazionale dei Tre Leoni lasciando libera la panchina dei Peacocks. Al posto suo, nello stupore generale, venne chiamato Brian Clough, tecnico degli arcinemici del Derby County, famoso per le sue esternazioni non proprio sibilline nei confronti di Revie e della sua squadra (spesso accusati di manifeste scorrettezze all&amp;#8217;interno del campo da gioco). Clough non fece nulla per farsi amici nel nuovo spogliatoio tanto che, dopo appunto un meze e mezzo, con tutti i giocatori totalmente contro di lui, venne esonerato dai dirigenti del club e questo fu in pratica il suo unico grande insuccesso. 
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite del mese&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Lorenzo Leone&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite del mese</category>
			<pubDate>20/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Scala al Paradiso</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=66&amp;art=5961</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Dvd%20e%20co_/scala-al-paradiso-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;L'uscita in dvd di un qualsiasi film della coppia Powell e Pressburger, protagonisti di uno dei sodalizi pi&#249; ispirati della storia del cinema, &#232; gi&#224; una succulenta notizia. Facile capire, quindi, l'importanza del recupero (collana I classici ritrovati, distribuita da Cecchi Gori Home Video per Sinister Film) di Scala al Paradiso, capolavoro realizzato dal duo nel massimo momento di splendore del loro sodalizio. A Matter of Life and Death - questo il titolo inglese, mentre negli Stati Uniti fu distribuito col titolo Straiway to Heaven - venne scritto, diretto e prodotto da Powell e Pressburger nel 1946, tra le altre due gemme Narciso nero (1946) e Scarpette rosse (1948): tre opere, a cui aggiungiamo almeno Duello a Berlino (1943), Un racconto di Canterbury (1944), L'inafferrabile Primula Rossa (1950) e il classico I racconti di Hoffmann (1951), che riassumono perfettamente la potenza immaginifica del cinema sovrabbondante, romantico e sognante di questi due cineasti. L'esaltazione del technicolor, dei cromatismi pi&#249; accesi, delle luci antinaturalistiche: Scala al Paradiso, come l'indimenticabile Scarpette rosse, rappresenta pienamente le potenzialit&#224; espressivo-spettacolari della Settima Arte, intrecciando fantasia e realt&#224;, il bianco e nero del bizzarro Paradiso e i colori della Terra, umorismo raffinato e sfrenato romanticismo. Scala la Paradiso, come i migliori melodrammi americani degli anni cinquanta, ma con toni assai diversi, cattura le pulsioni vitali giocando con l'eccesso, accumulando immagini e emozioni. Il cinema di Powell e Pressburger, traboccante di invenzioni registiche e narrative, si dimostra, a pi&#249; di mezzo secolo di distanza, uno spettacolo ancora abbacinante, magnetico - non &#232; un caso che Martin Scorsese e Francis Ford Coppola si siano adoperati per una giusta rivalutazione, se non consacrazione, delle opere del due anglo-ungherese.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite del mese&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;18/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite del mese</category>
			<pubDate>18/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Alexandra</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=66&amp;art=5954</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Dvd%20e%20co_/Alexandra/alexandra-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Su Aleksander Sokurov si &#232; scritto molto in termini di studio, proprio in virt&#249; della complessit&#224; del suo cinema. Uno dei maggiori ammiratori del regista russo &#232; proprio in Italia, ovvero Enrico Ghezzi. La Eskimo ha scelto appunto per introdurre il dvd di Alexandra l&amp;#8217;ideatore di Fuori Orario che peraltro nelle sue notti di cinema ha trasmesso larga parte se non tutta l&amp;#8217;opera completa dell&amp;#8217;autore di Arca Russa, cosa non da poco in quanto si contano pi&#249; di quaranta film tra finzione, documentari, e le cosiddette &amp;#8220;elegie&amp;#8221; (ma classificare per tipologie Sokurov &#232; piuttosto banalizzante), dagli anni &amp;#8217;80 a oggi. Il leggero pudore, la riverenza che Ghezzi lascia trasparire dalle sue parole su quest&amp;#8217;ultimo lavoro di Sokurov, datato 2007 (e presentato a Cannes come spesso accade per il cineasta russo), &#232; forse il sentimento che pi&#249; si manifesta in noi osservando le immagini che scorrono su un assolato campo militare russo in Cecenia, unica ambientazione del film. Alexandra &#232; infatti un film spiazzante sia per la sua estrema semplicit&#224; (con istanze che sembrano cos&#236; lontane dalle folgorazioni pittoriche di Madre e figlio, Arca russa o Taurus, per citare alcuni suoi capolavori), ma in generale per uno stile che ricorre spesso all&amp;#8217;alterazione delle proporzioni, alla deformazione dell&amp;#8217;immagine lavorando sulle ottiche, sui trucchi, come afferma di nuovo Ghezzi. Eppure il lirismo, la spiritualit&#224; che ha reso Sokurov autore cos&#236; eremitico, diverso da tutti, si manifesta per altre vie. E proprio nella semplicit&#224; delle scene di vita militare: manovre, mezzi blindati, ma anche molto meno come sguardi, brande piene e vuote, sentinelle che fissano il vuoto, anche perch&#233; in Alexandra non si sente un colpo di proiettile, o bombardamenti, n&#233; l&amp;#8217;ombra di feriti o morti, &#232; in questi frammenti di quotidiano che si insinua l&amp;#8217;elemento straniante, ovvero una signora ottantenne che erra per il campo come una sorta di fantasma, pretestuosamente nelle vesti della  nonna di un ufficiale. Un pretesto, un  elemento surreale della (non) storia, che funziona come una sorta di coscienza che si permette di spiare e poter dire ci&#242; che desidera. Un'operazione ibrida che ricorda da vicino un altro film &amp;#8220;di guerra&amp;#8221; (nel senso pi&#249; ambiguo nonch&#233; metaforico del termine), Confession, che l&amp;#8217;autore russo gir&#242; nel 1998 per la televisione nazionale, e che &#232; anch&amp;#8217;esso una sorta di documentario sulla vita militare in cui, come spesso nei suoi film, l&amp;#8217;unica finzione &#232; una voce off, ma tutt&amp;#8217;altro che narrativa e somigliante semmai pi&#249; a uno sproloquio dello spirito. Il risultato che scaturisce da Alexandra &#232; essenzialmente straordinario, e lo &#232; da molti punti di vista. 
Da una parte il pensiero dell&amp;#8217;autore, la sua morale visibilmente antimilitarista, non si riflette in forma immediata ma passa attraverso molteplici situazioni in cui &#232; fin troppo chiara la disumanizzazione dell&amp;#8217;essere soldato, seppur professionista e non di leva: la vita di caserma, fatta di compiti e di orari predefiniti sembra un gioco di automi, ma non freddi o indifferenti, bens&#236; dolenti, destinati a una vita che pare fine a s&#233; stessa, nemmeno pi&#249; con lo spettro del nemico come scopo ultimo. Rispetto al diversissimo The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, l&amp;#8217;alienazione &#232; pi&#249; radicale, esistenziale e va oltre il discorso dello scontro armato. Per bocca dell&amp;#8217;anziana signora, che funge anche da diapason nostalgico della vita fuori della caserma, o di un&amp;#8217;altra epoca forse, Sokurov parla di &amp;#8220;forza della ragione&amp;#8221;, l&amp;#8217;unica ancora di salvezza in un conflitto che rappresenta il mondo contemporaneo e non solo il particolare russo e ceceno. Oltretutto la quanto mai erronea interpretazione di alcuni critici che hanno definito il film pro-Putin, in quanto non apertamente di denuncia verso il governo russo, tralascia le immagini dei palazzi bombardati e la povert&#224; dignitosa di uomini e donne ceceni, che Sokurov non nasconde ai nostri occhi. Un altro aspetto di grande poesia &#232; la presenza non di un&amp;#8217;attrice qualsiasi bens&#236; di un&amp;#8217;icona della cultura russa, ovvero Galina Vishnevskaya, che &#232; considerata il pi&#249; grande soprano della storia russa. A tal proposito vi &#232; un esplicativo inserto, la presentazione del film a Roma, in cui Sokurov tra le altre cose parla della personalit&#224;, dell&amp;#8217;incredibile carisma dell&amp;#8217;attrice che paragona ad Anna Magnani. Ma chi sia realmente questa figura monumentale della musica russa, cosa significhi per Sokurov, e la sua importanza storica, tutto &#232; rimandato allo struggente documentario presente nel dvd: Elegia della vita &amp;#8211; Rostropovich, Vishnevskaya (girato un anno prima di Alexandra) dove nel suo personale modo di raccontare, sempre intensamente partecipe, il regista tratteggia la figura non solo del pi&#249; grande violoncellista di ogni epoca (cos&#236; viene definito dai pi&#249;), e della moglie protagonista della lirica del Novecento, ma ha anche la possibilit&#224; di parlare della Russia vecchia e nuova, di riemergersi in ricordi: struggenti, trionfali, dolorosi della cultura e della vita nell&amp;#8217;Unione Sovietica. Un documento che risulta poi davvero imperdibile per chi ama la musica classica, passando in rassegna Prokof'ev, Mahler, Musorgskij, Sostakovic interpretati dalla filarmonica di Vienna. 
Se alle volte ci si lamenta della carenza di materiale di compendio nei dvd riguardanti i grandi autori, davvero in questo caso si ha davanti un'operazione di distribuzione avveduta che rende merito a un grande cineasta, peraltro famoso e osannato dalla critica ma spesso tuttavia fugace comparsa nelle sale.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite del mese&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;16/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Valerio Ceddia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite del mese</category>
			<pubDate>16/07/2010</pubDate>
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		<item>
			<title>Capitalism: A Love Story</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=66&amp;art=5913</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Dvd%20e%20co_/Capitalism/Capitalism-dvd-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Se siete convinti che Capitalism: A Love Story, l&amp;#8217;ultima escursione di Michael Moore nei meandri della realt&#224;, sia un film molto duro aspettate di vedere le (tante) scene tagliate inserite nel dvd in uscita (grazie a Mikado/Dolmen). L&amp;#8217;impressione &#232; che se avesse fatto vedere al pubblico, soprattutto quello americano, il film nella sua versione completa probabilmente non ne sarebbe uscito vivo. E non esageriamo.
Moore,  con Capitalism: a Love Story, festeggia vent'anni di cinema impegnato, schierato, appassionato. Vent'anni di cinema tout-court, insomma, partiti con l'inchiesta ludica targata Roger &amp; Me e proseguiti tra denunce e sberleffi con opere via via pi&#249; complesse e sfaccettate. Capitalism: a Love Story &#232; allora il perfetto punto d'arrivo nell'aspetto evolutivo del cinema del common-man, di quella provincia americana sempre e comunque presa a modello per la macro-deriva di un mondo dove il marcio si nasconde spesso sotto il tappeto.
L&amp;#8217;occasione dunque dell&amp;#8217;uscita del dvd di Capitalism: A Love Story ci permette dunque (almeno in parte) di (ri)tornarci a ragionare sopra  &amp;#8211; a distanza di quasi un anno dalla sua prima apparizione pubblica (settembre 2009 alla Mostra del Cinema di Venezia) &amp;#8211; soprattutto valutando cosa sarebbe cambiato se tutte le scene tagliate che trovano posto tra gli extra del dvd fossero rimaste all&amp;#8217;interno del film.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite del mese&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;14/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Lorenzo Leone&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite del mese</category>
			<pubDate>14/07/2010</pubDate>
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			<title>Home Video Luglio 2010</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5931</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Dvd%20e%20co_/Woody-Allen-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Mentre le sale si svuotano e gli incassi sono preda di pochi film, il mercato home video continua a sfornare titoli pi&#249; che interessanti: i cofanetti dedicati a Woody Allen, Shutter Island, Gli amori folli, I gatti persiani, gli inediti Dead Man'S Shoes e Chocolate...

L'afoso luglio, mese poco generoso per il grande schermo, ci regala quattro gustosissimi cofanetti dedicati a Woody Allen, icona intramontabile del cinema americano (ma, in verit&#224;, molto pi&#249; amato   in Europa...). Una ventina di titoli che coprono in buona parte il periodo 1971-2004: Alice, Crimini e misfatti, La rosa purpurea del Cairo, Radio Days, Manhattan, Io e Annie, Amore e guerra e via discorrendo. Oggetti preziosi.

Tra le uscite che arrivano direttamente dalle sale, segnaliamo cinque novit&#224; e un ripescaggio. Shutter Island di Martin Scorsese non ha bisogno di presentazioni, visto il seguito di pubblico e l'ampia pubblicit&#224;. In ogni caso, un film a nostro avviso davvero notevolissimo: da recuperare, per i pi&#249; distratti. Ben pi&#249; di nicchia, quindi da ripescare (e, per i pi&#249; bravi, da rivedere), Gli amori folli del grande vecchio Alain Resnais, I gatti persiani di Bahman Ghobadi e gli interessanti Simon Konianski di Micha Wald e Afterschool di Antonio Campos. Capitolo a parte per l'ottimo Control di Anton Corbijn, che al tempo della difficoltosa uscita nelle sale venne prevedibilmente snobbato. Invece, come troppo spesso capita, &#232; un gioiello. 

Segnaliamo, con malcelata gioia, l'uscita in dvd dell'inedito Dead Man'S Shoes - Cinque giorni di vendetta del bravissimo e assai simpatico cineasta inglese Shane Meadows (This Is England, Somers Town). Dopo un apprezzato passaggio alla Mostra del Cinema di Venezia, Dead Man's Shoes, storia di una implacabile vendetta, non trov&#242; una distribuzione nel Bel Paese, come buona parte del cinema di Meadows. Attendiamo (non troppo) speranzosi gli altri film...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>13/07/2010</pubDate>
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			<title>Da uomo a uomo</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5919</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Dvd%20e%20co_/Da-uomo-a-uomo-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Alla fine degli anni sessanta, periodo in cui l'industria cinematografica del Bel Paese poteva vantare ricchezza di generi e vivacit&#224; produttiva, gli oramai celeberrimi spaghetti-western andavano moltiplicandosi. La rilettura italiana del Selvaggio West, guidata dal successo di Per un pugno di dollari (1964) di Sergio Leone, cavalcava tendenzialmente due temi: la rivoluzione (siamo negli anni della contestazione) e la vendetta. Ed ecco, allora, i vari Quien sabe? (1966) di Damiano Damiani, Tepepa (1969) di Giulio Petroni, Vamos a matar, compa&#241;eros (1970) di Sergio Corbucci, Gi&#249; la testa (1971) di Sergio Leone, di ispirazione sessantottina, e i pi&#249; violenti Per qualche dollaro in pi&#249; (1965) di Sergio Leone, Una pistola per Ringo (1965) di Duccio Tessari, Django (1966) di Sergio Corbucci e via discorrendo. Pellicole e personaggi (Django, Armonica, Sentenza, Cuchillo...) che dopo quattro decenni fanno ancora parte dell'immaginario collettivo e cinematografico: il cinema western, anche a stelle e strisce, non &#232; pi&#249; stato lo stesso (e nemmeno, purtroppo per noi, l'industria cinematografica italiana).
Da uomo a uomo, datato 1967 e diretto da Giulio Petroni, che poi firmer&#224; anche il coinvolgente Tepepa, appartiene al filone della vendetta: il piccolo Bill assiste al massacro della sua famiglia e cresce spinto dall'odio, diventando un abile pistolero, perennemente alla ricerca degli assassini dei genitori e della sorella... E proprio questo incipit &#232; uno dei momenti pi&#249; significativi del lungometraggio di Petroni: pur seguendo gli stilemi del genere, questa sequenza mette in mostra una peculiare dose di violenza, sadica e senza sconti, enfatizzata da una colonna sonora, firmata dal monumentale Ennio Morricone, che alterna ballate classiche a sonorit&#224; taglienti, quasi disturbanti. Non &#232; un caso, infatti, che questa sequenza sia stata ripescata e citata da Quentin Tarantino in Kill Bill (2003): &#232; la storia di O-Ren bambina, tra l'altro realizzata in animazione dalla Production I.G, nascosta sotto il letto mentre i genitori vengono massacrati (seguir&#224;, &#231;a va sans dire, atroce vendetta...). Un godibilissimo omaggio.
Petroni, che non eccede in dettagli e primissimi piani, si dimostra a suo agio con le sanguinarie storie della Frontiera: nei personaggi fortemente marcati, nelle musiche, nella rituale e polverosa iconografia del Far West, ritroviamo tutto il sapere artigiano, la ricchezza di generi e il respiro internazionale (Da uomo a uomo venne distribuito negli Stati Uniti dalla United Artist con grande successo...) del cinema italiano degli anni sessanta e settanta. Fondamentale, ovviamente, l'apporto di Lee Van Cleef, volto granitico, maschera perfetta sia per ruoli positivi che negativi: nel confronto con John Phillip Law, l'angelo biondo della vendetta con gli occhi azzurri e glaciali, il vecchio leone giganteggia... 
Death Rides A Horse, titolo internazionale di Da uomo a uomo, &#232; distribuito per il mercato home video dalla Koch Media. L'edizione in dvd, pi&#249; che buona dal punto di vista tecnico, non presenta particolari contenuti extra: il trailer originale e una galleria fotografica. Da segnalare i cinque minuti inediti in lingua originale. L'audio, in italiano e in inglese, &#232; in Dolby Digital 2.0. Sono presenti i sottotitoli in italiano. 
Imperdibile per gli appassionati del genere western, Da uomo a uomo ci riporta allo splendore di una generazione di registi (e sceneggiatori, e produttori...) che, tra alti e bassi, hanno segnato il cinema di intrattenimento italiano: dietro al gigante Sergio Leone, infatti, non bisogna dimenticare i vari Sergio Sollima, Sergio Corbucci, Giulio Petroni, Tonino Valerii... Insomma, un film da (ri)vedere.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;11/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>11/07/2010</pubDate>
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			<title>Mad Max - Oltre la sfera del tuono (OST)</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=68&amp;art=5922</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Dvd%20e%20co_/Mad-Max-3-80x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Innesc&#242; addirittura un piccolo scandalo l'assegnazione di Maurice Jarre alle musiche del terzo episodio di Mad Max, datato 1985.
Produzione principalmente australiana - e di grande orgoglio nazionale, visto il successo riscosso e il grande richiamo esercitato dalla saga post-apocalittica su quella cinematografia - quando l'ideatore e regista Geroge Miller decise per il famoso compositore di origini francesi, l'Australian Guild of Screen Composers insorse, soprattutto nella persona del collega Bruce Smeaton. Pietra dello scandalo fu l'estromissione del connazionale Brian May, autore - peraltro notevolissimo - dei due commenti apposti ai primi due film con protagonista il giovanissimo Mel Gibson nelle vesti del guerriero della strada.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;colonne sonore&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Giuliano Tomassacci&lt;/strong&gt;</description>
			<category>colonne sonore</category>
			<pubDate>09/07/2010</pubDate>
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			<title>An Education</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5908</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/In%20sala/An%20Education/An-Education-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Dopo aver collezionato numerosi riconoscimenti e apparizioni in disparati festival e manifestazioni, An Education si prepara al debutto nel mercato italiano dell&amp;#8217;homevideo con un dvd targato Sony.
&amp;#8220;A volte l&amp;#8217;istruzione non viene dai libri&amp;#8221; suggerisce il sottotitolo attribuito al film dalla distribuzione ed &#232; effettivamente la dilemmatica contrapposizione fra &amp;#8220;vita&amp;#8221; ed &amp;#8220;educazione&amp;#8221; la chiave di lettura attraverso la quale viene filtrata l&amp;#8217;intera vicenda.
Ispirato come noto dall&amp;#8217;esperienza personale della giornalista Lynn Barber e sceneggiato da Nick Honrby, An Education racconta con garbo e ironia la storia di Jenny, brillante studentessa, la cui vita viene stravolta dall&amp;#8217;incontro con David, trentenne in carriera dal fascino misterioso: tra viaggi, jazz-club e ristoranti di lusso, la ragazza inizier&#224; a dubitare delle sue prospettive professionali, ma fino a che punto pu&#242; spingersi l&amp;#8217;auto-abnegazione in funzione di una relazione? La voce calda di Juliette Greco accompagna la protagonista nella sua avventura sentimentale e formativa mentre prende forma il ritratto di un ventaglio di emozioni che spaziano dalla gioia al dolore, l&#224; dove il piacere e le ferite finiscono per costituire un unico insieme.
Diretto da Lone Scherfig, nome noto del cinema danese, il film offre uno sguardo disincantato e mai moralista sul passaggio dall&amp;#8217;adolescenza all&amp;#8217;et&#224; adulta, sottolineandone i dubbi e le insicurezze ma senza dimenticare di dare risalto alla sfrontatezza della giovent&#249;, quel sano e vivace desiderio di ribellione e di scoperta di s&#233; e del mondo circostante. 
Il dvd, ricco di contenuti speciali, consente allo spettatore di immergersi al cento per cento nelle sofisticate atmosfere della pellicola e di introdursi nel backstage della lavorazione, grazie ai commenti e alla riflessione del cast artistico e tecnico. Il supporto infatti &#232; valorizzato da extra variegati e interessanti: il commento sul film da parte della regista e dei protagonisti (Carey Mulligan e Peter Sarsgaard), una antologia di estemporanee riflessioni tratte dalle interviste sul red carpet raccolte all&amp;#8217;anteprima del film presso l&amp;#8217;Egyptian Theatre a Los Angeles, il trailer cinematografico (e presentazione di altri prodotti distribuiti da Sony) e un&amp;#8217;intrigante collezione di scene eliminate in fase di montaggio.
Il &amp;#8220;dietro le quinte&amp;#8221; di An Education si articola in un alternarsi continuo di sequenze tratte dalla pellicola e interventi della Scherfig, di Honrby e di numerosi elementi del cast: l&amp;#8217;urgenza di crescere, il disperato bisogno di sentirsi adulti e svincolati dal rigido incasellamento culturale degli anni post-bellici rappresentano senza dubbio il dato fondante delle considerazioni riportate. Jenny cresce e modifica il proprio approccio alla realt&#224;, smarrendo la propria innocenza e pagando la propria naturale carenza di esperienza: parallelamente il suo Paese cerca la propria strada alla ricerca di un futuro libero dai retaggi del conflitto mondiale, confrontandosi per la verit&#224; con dilemmi e incertezze formalmente non troppo dissimili da quelli che attanagliano l&amp;#8217;adolescenza. Amanda Posey e Finola Dwyre (produttrici) pongono l&amp;#8217;accento sul desiderio di emancipazione della protagonista che, convinta di condurre un&amp;#8217;esistenza noiosa si lascia affascinare dall&amp;#8217;universo rutilante di David, catapultandola in un mondo fatto di glamour, divertimento e spensieratezza. Alla voce delle produttrici &#232; affidato il racconto della genesi del progetto: l&amp;#8217;avventura di An Education &#232; nata nel segno di Nick Honrby (autore di alcuni fra i pi&#249; noti bestseller della letteratura contemporanea), che nel leggere le memorie giovanili di Lynn Barber pubblicate su Granta e tenendo in considerazione la notevole armoniosit&#224; della struttura narrativa (un inizio convincente, uno sviluppo organico e un finale ricco di sorprese) le reput&#242; perfette per una trasposizione cinematografica. Dall&amp;#8217;iniziale intuizione dello scrittore inglese alla definitiva presentazione del lungometraggio ultimato non sono sicuramente mancate modifiche ed evoluzioni nel progetto (la cui realizzazione in fase pre-produttiva &#232; stata segnata da diverse controversie) ma il risultato, a detta di chi ha preso parte alla lavorazione, ha la funzionalit&#224; dei lavori nati all&amp;#8217;insegna dell&amp;#8217;eterogeneit&#224;: la sensibilit&#224; sottilmente ironica britannica si amalgama all&amp;#8217;apparente lucido distacco scandinavo, unito a un&amp;#8217;elaborazione dei contenuti che attinge alla tradizione statunitense.  
Il vero appeal del film, oltre che nella ricostruzione dell&amp;#8217;atmosfera dei primi anni &amp;#8217;60, risiede sicuramente nell&amp;#8217;accurata ricerca del cast, che annovera nomi eccellenti (da Alfred Molina a Emma Thompson, senza dimenticare Olivia Williams, Rosamund Pike e Dominic Cooper): sono per&#242; Peter Sarsgaard e soprattutto Carey Mulligan a ricevere la menzione speciale di Lone Scherfig per la professionalit&#224; con la quale si sono avvicinati alle notevoli e complesse sfaccettature dei loro personaggi. 
Merita un cenno specifico la raccolta di scene inedite che costituiscono un ulteriore arricchimento del dvd (grazie al quale &#232; ovviamente possibile concedersi la visione in lingua originale che senza dubbio rende maggiore giustizia alle interpretazioni dei protagonisti e alla sceneggiatura, ricca di suggestioni e arguzie ovviamente difficili da riprodurre con la medesima efficacia in lingue diverse da quella madre): sebbene alcune effettivamente non si rivelino cruciali ai fini dello sviluppo narrativo &#232; interessante il confronto con sguardi &amp;#8220;alternativi&amp;#8221; sulla vicenda, che consentono di immergersi a pieno nell&amp;#8217;universo dei personaggi che acquistano ulteriori volti, a conferma della poliedricit&#224; della rappresentazione emotiva del film.
&amp;#8220;Una cosa &#232; vedere tua figlia con il cuore spezzato, un&amp;#8217;altra &#232; avere a tua volta il cuore spezzato dalla stessa persona&amp;#8221; afferma Alfred Molina: ed effettivamente An Education &#232; il racconto di un disincanto collettivo, di un perdita d&amp;#8217;innocenza che non coinvolge un solo soggetto ma che si spande come una macchia d&amp;#8217;olio. &#200; questo il rischio della lama a doppio taglio delle emozioni.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>04/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Vital - Autopsia di un amore</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5880</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2008/11/Altrocinema/MondoVisioni/Vital/Vital%20200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Nonostante le sempre rare sortite nelle sale italiane, il cinema di Shinya Tsukamoto continua a essere una delle parentesi artistiche giapponesi pi&#249; note al pubblico cinefilo nostrano: se &#232; infatti vero che solo A Snake of June riusc&#236; a trovare spazio sul grande schermo nell'oramai lontano 2003, seppur in un numero assai limitato di copie, c'&#232; da dire che se si eccettuano casi specifici sporadici (Gemini, Nightmare Detective 2, l'ultimo Tetsuo: The Bullet Man), i lungometraggi diretti dal cinquantenne cineasta nipponico hanno avuto sempre l'occasione di raggiungere quantomeno il mercato home video. Un privilegio tutt'altro che comune per quanto concerne la cinematografia giapponese, in una riprovevole prassi distributiva che tende tutt'ora a ghettizzare le opere provenienti da aree geografiche lontane dal rassicurante occidente. 
Anche per questo motivo troviamo particolarmente meritevole di attenzione il lavoro della Koch Media, che in collaborazione con la Eskimo (e con Revolver, che compr&#242; i diritti del film a ridosso della sua proiezione veneziana nel 2004), permette di aggiungere un ulteriore tassello della poetica tsukamotiana, dando visibilit&#224; a un'opera tutt'altro che semplice da affrontare, anche per coloro che hanno dimestichezza con il cinema del regista della saga di Tetsuo. Una confezione visiva e sonora di ottimo livello, con i sottotitoli in italiano a sbrogliare la matassa della lingua originale: basterebbe anche solo questo per considerare il dvd di Vital un acquisto a dir poco essenziale per tutti gli amanti del cinema, senza dubbio una delle sortite editoriali pi&#249; importanti dell'estate 2010. Ma, senza accontentarsi del film nudo e crudo, il dvd regala agli spettatori un numero strabiliante di contenuti speciali, la maniera migliore per cercare di entrare in profondit&#224; tra le pieghe di un dramma cupo e coraggiosamente onirico, lontano dalle sirene cyberpunk degli esordi di Tsukamoto e ideale seguito di A Snake of June: un viaggio nel senso stesso dell'umanit&#224;. 
&#200; lo stesso Tsukamoto, in un'intervista portata a termine nella sede della Kaiju Theatre (la storica casa di produzione fondata negli anni ottanta dal regista per riuscire a mettere in scena le proprie storie) il 6 marzo del 2005, a spiegare il senso pi&#249; intimo della pellicola, riproponendo alcune delle chiavi di lettura pi&#249; ricorrenti all'interno della sua poetica autoriale: l'oppressiva presenza della metropoli di Tokyo, che ha finito nel corso dei decenni per spersonalizzare gli uomini e le donne che la abitano, trasformandoli di fatto in involucri privi di un reale &amp;#8220;io&amp;#8221; da coltivare; l'incubo industriale che fa capolino da ogni dove; e infine la disperata lotta delle relazioni interpersonali contro questo scenaria apocalittico. Tutti punti fermi sui quali Tsukamoto si dilung&#242; anche in nostra presenza, al Festival di Locarno del 2005, quando lo intervistammo in occasione della proiezione del suo splendido mediometraggio Haze, e che ribadisce con forza nell'extra Tsukamoto Talks: la ricerca della verit&#224;, o della propria memoria come nel caso del giovane protagonista di Vital, deve procedere anche a fronte di un eventuale (e forse preventivabile) insuccesso perch&#233;, come ci insegna Tsukamoto &amp;#8220;non otterremo risposte esatte, ma forse otterremo qualche tipo di risposta&amp;#8221;. Se Tsukamoto Talks ci permette di saperne di pi&#249; sullo Tsukamoto-autore, e forse anche sullo Tsukamoto-uomo, i venti minuti o poco meno nei quali si sviluppa Making Vital trascinano lo spettatore direttamente sul set del film, per scoprire i segreti dello Tsukamoto-regista: il backstage &#232; l'occasione ghiotta per entrare in contatto con una prassi produttiva non poi cos&#236; comune nel panorama contemporaneo, e non solo in quello giapponese. Pedinando la troupe da Yokohama fino alla remota spiaggia di Gushito, veniamo poco per volta resi edotti di un approccio straordinariamente libero alla messa in scena: un clima ideale per instaurare l'ottimo rapporto con tutti i membri della troupe che sembra respirare dalle immagini selezionate. Vedere per credere il divertente festeggiamento per il compleanno di Tadanobu Asano.
Anche ne Il giorno della prima si festeggia un compleanno: stavolta per&#242; siamo a Venezia, durante le giornate della Mostra del Cinema (che accolse il film in anteprima mondiale durante la prima edizione gestita da Marco M&#252;ller). In dieci minuti viene descritta la vita di Tsukamoto e dei membri del cast nel corso della kermesse: il giro per i mercati popolari, le interviste programmate, la conferenza stampa, l'incontro con i fan. Ma soprattutto la vita di tutti i giorni: e allora quello che potrebbe sembrare il contenuto speciale meno in grado di addentrarsi nella lettura del film diventa in realt&#224; a suo modo indispensabile per comprendere il percorso artistico di un regista che da pi&#249; di venti anni continua a proporre la sua visione dell'uomo e della societ&#224; industriale, senza lasciarsi attrarre dalle lusinghe del cinema commerciale. 

ps. A completare l'ottimo dvd licenziato dalla Koch Media anche un trailer musicale (sulle note di Blue Bird di COCCO), e un'esauriente galleria fotografica.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;01/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>01/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Eva e Adamo</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5865</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/9/In%20Sala/Eva%20e%20Adamo/Eva-e-Adamo-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Le molteplici declinazioni dell&amp;#8217;amore scandiscono il passo di un documentario struggente, che con lucidit&#224; ma senza rinunciare allo sguardo e alla lettura personale del regista racconta storie di amori tanto &amp;#8220;normali&amp;#8221; quanto impossibili. Eva e Adamo &#232; un viaggio nell&amp;#8217;intricata ragnatela del sentimento, un excursus delicato e crudele allo stesso tempo che ripercorre il passato e il presente di tre coppie, protagoniste di relazioni complesse che prendono forma a dispetto dei potenziali deterrenti.
C&amp;#8217;&#232; Erika, la settantaseienne vivace e vitale, scrittrice sognatrice alla ricerca del principe azzurro che spera di trovare in Mouss&#224;, giovane senegalese, un compagno di vita all&amp;#8217;altezza delle sue aspettative. Deborah invece &#232; una ventenne milanese, innamorata di un uomo pi&#249; grande di lei, siciliano e geloso, al quale per qualche tempo ha nascosto la propria occupazione: spogliarsi nelle dirette tv erotiche. Infine Veronica e Alberto, un&amp;#8217;infermiera e un malato di una grave forma di sclerosi multipla: si sono conosciuti a Lourdes, si sono innamorati, si sono sposati e continuano malgrado le difficolt&#224; ad alimentare il loro sentimento. 
Moroni, al terzo lungometraggio, si sofferma su una trasversalit&#224; di linguaggio che si addentra nell&amp;#8217;umanit&#224; ricca di sensibilit&#224; di tre donne diverse per et&#224;, status sociale, scelte di vita: Erika, Deborah e Veronica sono i pilastri di una struttura filmica che si impernia sull&amp;#8217;emotivit&#224;, sulle gioie e i dolori dell&amp;#8217;amore.
Progetto ambizioso negli intenti e nella realizzazione, Eva e Adamo restituisce al pubblico l&amp;#8217;immagine vivida di un cinema italiano indipendente che sa raccontare e che ha voglia di confrontarsi con la quotidianit&#224; dell&amp;#8217;esperienza umana: Moroni (grazie alla struttura organizzativa della 50Notturno, ai suoi due soci organizzatori Stefano ed Enrica Pedrotti) ha dato vita a una nuova strada per la distribuzione autogestita, organizzando un &amp;#8220;tour&amp;#8221; di proiezioni che ha consentito al film &amp;#8211; grazie anche a un ingegnoso sistema di tutela di interessi rispetto alle sale cinematografiche basato sulla semplice tecnica della prevendita &amp;#8211; di raggiungere un pubblico ben pi&#249; vasto di quello apparentemente immaginabile.
Adesso, terminata l&amp;#8217;avventura del tour distributivo, Eva e Adamo raggiunge gli scaffali dell&amp;#8217;home video con un dvd incredibilmente ricco di contenuti extra: una presentazione/recensione del film curata da Mario Sesti, due cortometraggi, il trailer e la locandina del film, una doppia galleria fotografica e un booklet di 24 pagine nel quale Moroni, attraverso un&amp;#8217;intervista realizzata nel febbraio del 2010, nel pieno del suo &amp;#8220;viaggio assieme al film&amp;#8221;, racconta il proprio personale approccio al progetto, la sua realizzazione, le sue motivazioni. La collana Officine Italiane (Eskimo), al suo secondo titolo nel mercato domestico, ha rivendicato con orgoglio la propria scelta, sottolineando l&amp;#8217;audacia del film, la sua potenza evocativa, la sua immediatezza.
Il grande pregio di Eva e Adamo infatti &#232; la capacit&#224; di riuscire a confrontarsi con estrema maestria con materiale vivo e reale, strettamente documentaristico, ed essere in grado di leggerlo e rielaborarlo senza rigidit&#224; di tipo &amp;#8220;saggistico&amp;#8221; ma anzi riproponendo una morbidezza e una fluidit&#224; narrativa che abbracciano lo spettatore fino a condurlo in un territorio che sembra confinare con quello della fiction. Moroni non formula  giudizi sui personaggi, n&#233; ricerca all&amp;#8217;interno delle storie una &amp;#8220;morale&amp;#8221; ispiratrice: il film cerca una chiave di lettura nell&amp;#8217;amore contemporaneo, un ulteriore tassello nell&amp;#8217;analisi del sentimento gi&#224; affrontata dal regista ne Le ferie di Licu (dedicato alla difficile relazione di una coppia bengalese costretta a convivere con un matrimonio combinato) e precedentemente in Tu devi essere il lupo (sul complesso rapporto d&amp;#8217;amore padre/figlia). 
Il booklet allegato al dvd aiuta a comprendere come Moroni e Piccarreda (considerato il co-autore dell&amp;#8217;opera) abbiano raggiunto l&amp;#8217;organicit&#224; e la solidit&#224; del risultato finale: Eva e Adamo nasce infatti da uno studio profondo dell&amp;#8217;umanit&#224; contemporanea e dal desiderio di far riscoprire al pubblico la complessit&#224; dell&amp;#8217;amore senza offrire &amp;#8220;appigli&amp;#8221;. Racconta Moroni infatti che nel discutere della  vicenda di Licu e di sua moglie ne Le ferie di Licu spesso il pubblico sembrava proteggersi dall&amp;#8217;impatto emotivo del film sottolineando le differenze e le distanze culturali: con il suo nuovo progetto il regista intendeva contestualizzare l&amp;#8217;elemento struggente, straniante ed egoistico dell&amp;#8217;amore in un ambito domestico (la Milano dei quartieri borghesi e quella pi&#249; popolare, un piccolo paese dell&amp;#8217;Emilia Romagna). Proprio nel senso di questa lettura dell&amp;#8217;emozione possiamo comprendere il valore attribuibile a Santina, il corto di 9&amp;#8217; contenuto nel dvd: si tratta di materiale raccolto prima della lavorazione di Eva e Adamo nel quale un&amp;#8217;anziana campana racconta i dispiaceri e le taciute sofferenze di una donna costretta alla fine degli anni &amp;#8217;40 a un matrimonio combinato dalle famiglie che l&amp;#8217;ha vista unirsi con un uomo geloso e violento, che in realt&#224; non ha mai amato ma al quale semplicemente &amp;#8220;aveva fatto l&amp;#8217;abitudine&amp;#8221;. Nello sguardo serio e trasognato di Santina riscopriamo un&amp;#8217;Italia semplice, dove non sembrava esserci spazio per emanciparsi e nella quale il silenzio, il rispetto e il timore verso la propria famiglia, verso il proprio marito, verso la dignit&#224; e il &amp;#8220;buon nome&amp;#8221; finiva per far morire in un tombale silenzio decenni di violenze fisiche e psicologiche. &#200; il desiderio di fuga dalla realt&#224;, la volont&#224; di riscrivere passi della storia degli individui che lega questo sofferente percorso sull&amp;#8217;amore a Eccesso di zelo, cortometraggio di finzione datato 1997, che racconta la strana vicenda di un postino valtellinese che trafugando le buste della corrispondenza e sostituendola con missive fittizie tenta di modificare le vite dei destinatari. Moroni ha firmato un corto inquietante nelle sue dinamiche apparentemente atrofizzate nel silenzio di un contesto urbano piccolo e chiuso ma all&amp;#8217;interno del quale si intrecciano numerose e intricate esperienze di vita. 
Il regista &amp;#8211; come sottolineato da Mario Sesti nella sua presentazione video &amp;#8211; supera il confine del cinema-verit&#224; e si dedica alla messa a fuoco sull&amp;#8217;evoluzione dei sentimenti quando questi vengono messi sotto pressione e scopre l&amp;#8217;affascinante rivelarsi di elementi non immediatamente fruibili (il razzismo, la dipendenza, l&amp;#8217;abnegazione di s&#233; in Eva e Adamo ma, potremmo aggiungere, il rifiuto coniugale e la simulazione d&amp;#8217;affetto in Santina e l&amp;#8217;insoddisfazione umana in Eccesso di zelo): &#232; questa sottile attenzione ai dettagli che rende speciale il lavoro di Moroni, la capacit&#224; di cogliere barlumi di sentimento negli sguardi, nei pi&#249; piccoli tremiti dei volti e allo stesso tempo riuscire a distaccarsene per non influenzare emotivamente la pellicola.
&amp;#8220;Di cosa parliamo quando parliamo d&amp;#8217;amore?&amp;#8221; si chiede il regista citando Raymond Carver: le risposte sono numerose e ricche di sfumature ed Eva e Adamo lascia spazio allo spettatore per formulare autonomamente la propria riflessione.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;27/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>27/06/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Voglio la testa di Garcia</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5846</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Dvd%20e%20co_/Voglio-la-testa-di-Garcia-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Bring me the head of Alfredo Garcia (1974), decimo lungometraggio cinematografico di Sam Peckinpah, distribuito in DVD nel Bel Paese dalla Koch Media, &#232; una cupa, dolente e violenta parabola di autodistruzione, &#232; un viaggio senza speranza, un road movie dalla meta tragicamente gi&#224; scritta, &#232; una storia d'amore tra due sconfitti. Il film di Peckinpah, a suo tempo accolto con una certa freddezza, &#232; un perfetto esempio del cinema a stelle e strisce degli anni settanta, periodo indimenticabile (e forse irripetibile) dell'industria hollywoodiana: erano altri i corpi e le facce che abitavano queste opere, ben diverso era lo sguardo sulla realt&#224;, sulla cruda realt&#224;. Voglio la testa di Garcia, impietoso e sanguinoso racconto di un illusorio riscatto, ci riporta indietro nel tempo, al disincanto di un cinema capace di mettere in scena personaggi dannatamente veri e storie slegate da finali preconfezionati. E Sam Peckinpah, gi&#224; nostalgico e disilluso autore di Pat Garret e Billy the Kid (1973), Getaway (1972), Cane di paglia (1971) e Il mucchio selvaggio (1969), &#232; stato l'ideale cantore del lato oscuro del sogno americano, il regista pi&#249; legato alla figura dell'antieroe, oramai vecchio e stanco, logoro e pronto alla sconfitta: lo squattrinato Benny (un ammirevole Warren Oates), accecato da una ricompensa che sembrerebbe a portata di mano, si aggiunge alla galleria dei perdenti di Peckinpah, travolti da un mondo, sia esso contemporaneo o ai tempi (poco) mitici del Far West, in cui potere, soldi e tradimento sono il comune denominatore, sono l'unica chiave di lettura.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>23/06/2010</pubDate>
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			<title>La banda del Brasiliano</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5820</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Dvd%20e%20co_/la-banda-del-brasiliano-cover160.JPG&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Tra le varie uscite del mercato home video di giugno, schiacciato tra mastodonti come Amabili resti di Peter Jackson e Invictus di Clint Eastwood, accogliamo con gioia la distribuzione de La banda del Brasiliano. Potrebbe correre il rischio di passare inosservato l'approdo in dvd del film firmato dal collettivo pratese John Snellinberg, e sarebbe davvero grave, perch&#233; equivarrebbe a chiudere ancora una volta gli occhi di fronte a quel cinema indipendente (invisibile &#232; forse l'aggettivo che meglio si adatta alla situazione) che continua a minare le fondamenta della nostra imbolsita produzione nazionale. Merita dunque davvero di ricevere complimenti la CG Home Video &amp;#8211; ex Cecchi Gori &amp;#8211; per la coraggiosa scelta di puntare su un'opera cos&#236; piccola e autoprodotta. Perch&#233; La banda del Brasiliano si &#232; dimostrato comunque un film in grado di dire qualcosa di assolutamente non banale sia per quel che concerne il cinema, con l'astuta e ironica rilettura del poliziottesco del tempo che fu, sia per quanto riguarda l'amaro destino dell'Italia contemporanea. Forse solo il cinema dedito al criminale pu&#242; comprendere e tematizzare il tessuto sociale della penisola, quel dramma del precariato che sta timidamente ma con pervicacia prendendo piede nelle geometrie e(ste)tiche della produzione nostrana. 
E proprio l'approfondimento della realt&#224; italiana rappresenta uno dei contenuti speciali raccolti nel corposo capitolo dedicato agli extra nel dvd: Lorenzo Orlandini e Sara del Santo (due dei membri del collettivo) curano un'intervista a Elisabetta Ambrosi e Alessandro Rosina, autori del volume Non &#232; un paese per giovani, edito dai tipi della Marsilio. Un excursus illuminante e angosciante allo stesso tempo, che porta definitivamente alla luce una nazione in cui chi trotterella verso la mezza et&#224; o oltre continua a potersi permettere un tenore di vita assolutamente fuori portata, anche a lungo termine, per coloro che stanno entrando ora nel mondo del lavoro: un paese gerontocratico, destinato in maniera tragica e apparentemente inevitabile a collassare su s&#233; stesso. Strettamente aderenti al film sono invece i restanti contenuti speciali, compresi gli oramai inevitabili (ma sempre assai graditi) backstage, photogallery e biofilmografia, quest'ultima interamente dedicata a Carlo Monni. E proprio Monni &#232; il vero mattatore del backstage, protagonista sublime di un'improvvisazione al limitar del poetico che inizia con la frase &amp;#8220;sai quante ne ho viste io di maiale partire all'alba?&amp;#8221;. Particolarmente piacevole &#232; l'incontro con le scene girate ma tagliate al montaggio definitivo: se nella maggior parte dei casi si tratta probabilmente di esclusioni non troppo dolorose, appendici sicuramente non indispensabili nell'economia dell'opera (come dimostra la sottotraccia dedicata alla sfida tra il sempre pi&#249; inadatto Vannini e un tredicenne, che culmina con un inseguimento in bicicletta che parodizza con intelligenza quelli tipici del genere), &#232; altrettanto vero che &#232; forse anche da queste sequenze che si riesce a cogliere il percorso artistico e artigianale compiuto dal collettivo. A fronte di un cinema che in troppi pretenderebbero meno professionale in quanto pi&#249; povero (e quale pregiudizio razzista si nasconda dietro un'asserzione del genere non ci sembra neanche necessario sottolinearlo), &#232; doveroso comprendere che complessit&#224; di lavoro si celi dietro un'opera come La banda del Brasiliano: piccola ma preziosa vendetta del cosiddetto &amp;#8220;due pienze e 'na tenaglia&amp;#8221;. 
Il pezzo da novanta del dvd l'abbiamo volutamente lasciato alla fine: l'inclusione del cortometraggio Giovent&#249;, droga e violenza: la polizia interviene di Luke Tahiti, film nel film di cui avemmo l'occasione di parlare gi&#224; ai tempi della recensione de La banda del Brasiliano. Un omaggio al poliziottesco crudo e selvaggio, con abrasive derive psycho-pop, deragliamenti da acido anni settanta e chi pi&#249; ne ha pi&#249; ne metta. Un ritmo devastante per dieci minuti di puro divertissement (auto)citazionista, in cui vengono ripercorsi uno dopo l'altro tutti i topos del genere, ma in una chiave decisamente fuori dal comune. Imperdibile. Per questo e per tutti gli altri motivi che abbiamo gi&#224; elencato sarebbe davvero delittuoso lasciarsi sfuggire un dvd come questo. Vedere per credere.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;16/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>16/06/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Alan Silvestri (OST)</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5786</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Dvd%20e%20co_/Alan%20Silvestri%20ost/Alan-Silvestri-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Risale al 2003, con la pubblicazione dell'acclamato score di Predator (1987) nella collana &amp;#8220;Club&amp;#8221; della Var&#232;se Sarabande, la tardiva qualificazione della musica di Alan Silvestri nei ranghi della discografia cinematografica da collezione. Il compositore di Forrest Gump e Una notte la museo, in deficit di pubblicazioni soprattutto nella fondamentale decade degli anni'80, ha cos&#236; iniziato a rimontare presso critica e pubblico grazie ai recuperi del market secondario, soprattutto per mano della citata Var&#232;se, di Film Score Monthly e di Intrada, che giusto lo scorso anno ha coronato il trend dando alle stampe l'attesissima partitura di Ritorno al futuro. Con un catalogo di inediti e ristampe gi&#224; considerevole nonostante la giovane et&#224; dell'etichetta, ora anche La-La Land Records accoglie l'autore nelle sue collane, dedicandogli a stretto giro una ristampa estesa del suo commento al muscoloso L'eliminatore (Eraser, 1996) e la prima pubblicazione assoluta dello spartito composto per il leggero Dutch &#232; molto meglio di pap&#224; (Dutch, 1991).&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Giuliano Tomassacci&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>10/06/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Fuga dal Call Center</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5767</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Dvd%20e%20co_/Fuga%20dal%20call%20center/Fuga-dal-call-center-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&amp;#8220;Bisogna sempre fare opere significative, e militanti e combattenti.&amp;#8221;
Termina con queste parole, pronunciate da Federico Rizzo, il backstage ospitato nel corposo elenco di contenuti speciali del dvd di Fuga dal Call Center, e forse nessuna affermazione potrebbe in fin dei conti segnalare con maggior esattezza l'urgenza e l'importanza di un'uscita home video come quella organizzata dalle assai operose Officine Ubu. Un periodo fecondo per le uscite editoriali dedicate al cinema indie nostrano, tra le ultime forme di resistenza &amp;#8211; barricadera o meno che essa sia &amp;#8211; alla dittatura dei cinepanettoni e dei drammi borghesi d'impianto piattamente televisivo. Registriamo dunque con un certo entusiasmo l'approdo in dvd del piccolo ma agguerrito lungometraggio di Rizzo, ironica, grottesca e al contempo crudele incursione in quell'universo precario che si sta mangiando, pezzo dopo pezzo, il primo articolo della Costituzione (in pochi di questi tempi sembrano ricordarlo, ma l'Italia dovrebbe essere una repubblica fondata sul lavoro). Avevamo apprezzato il film all'epoca della sua uscita in sala &amp;#8211; poco pi&#249; di un anno fa &amp;#8211; e siamo contenti di riscoprirne intatta la forza, la freschezza, quel sottile disincanto idealista che lo rende a suo modo opera allo stesso tempo realista e tenacemente utopica. 
Ancor pi&#249; apprezzabile &#232; il lavoro compiuto sul dvd: laddove con fin troppa facilit&#224; le uscite italiane sfruttano il supporto come un mero riproduttore, contenente solo il film, sprecando di fatto le potenzialit&#224; alla base del tutto, fa finalmente piacere poter riscontrare in Fuga dal Call Center le tracce di un'opera certosina, approfondita, assolutamente non banale. Se il trailer cinematografico &#232; oramai prassi consolidata, tappa fondamentale e (quasi) obbligata per tutti coloro che lavorano ai contenuti extra, come anche dopotutto il gi&#224; citato backstage &amp;#8211; dal quale ci piace citare l'idea del film come di un instant movie, pi&#249; simile all'imprevidibilit&#224; (precariet&#224;?) della vita che a llo schematismo preordinato di una sceneggiatura, altra perla regalataci dal giovane cineasta &amp;#8211;, lo stesso discorso perde gran parte della sua validit&#224; quando ci si confronta con il resto del materiale selezionato. 
Si parte da due brevi interviste, una al regista e l'altra al protagonista, quell'Angelo Pisani che fu volto noto della televisione comica e che qui dimostra tutto il suo entusiasmo nel confronto con un territorio, come quello cinematografico, per lui ancora in buona parte vergine. Un modo per confrontarsi con due punti di vista senza dubbio diversi sul film. Si arriva poi a una serie piuttosto nutrita di scene tagliate: in alcuni casi si tratta di semplici passaggi, in altri si ha invece a che fare con sequenze assai pi&#249; complesse, ma a dir la verit&#224; ci troviamo a concordare in linea di massima con la scelta di eliminare questi frammenti in fase di montaggio. In un'opera gi&#224; di per s&#233; volutamente dispersiva e ramificata si sarebbe trattato probabilmente di una serie di ridondanze decisamente evitabili. Come affermato gi&#224; all'epoca della recensione del film, Fuga dal Call Center &#232; un'opera che lavora a stretto contatto con il mondo musicale, ospitando al suo interno nomi pi&#249; o meno noti del circuito (pi&#249; o meno) indipendente: in questo senso acquista particolare valore il videoclip della canzone di Peppe Voltarelli &amp;#8211; anche attore per Rizzo nonch&#233; fondatore, quasi venti anni fa, della rock band Il parto delle nuvole pesanti &amp;#8211; Distratto ma per&#242;, inserita in forma diegetica nella pellicola, montato utilizzando le immagini del film.
Interessanti gli schizzi di ripresa assemblati nel frammento Profumo di set, in cui lo spettatore &#232; letteralmente trascinato a ridosso del &amp;#8220;ciak, motore, azione!&amp;#8221;, e decisamente valido il catalogo cinematografico delle Officine Ubu, riunito in una serie di trailer che passano in rassegna una distribuzione che spazia da Michael Winterbottom (l'incompiuto Genova e lo schizoide e geniale 24 Hours Party People) a Berlin Calling, dall'angoscioso e criminosamente sottovalutato Tideland di Terry Gilliam alla splendida malinconia immaginifica di Anna Melikian e del suo Mars. 
Ma il vero colpo da novanta, neanche a dirlo, &#232; rappresentato dalle interviste ai veri esponenti del precariato: pi&#249; di mille sono stati i diretti interessati posti davanti alla videocamera da Rizzo durante il tour di documentazione che serviva per preparare al meglio il film. Nel dvd ovviamente ci vengono proposti solo spezzoni di alcuni interventi &amp;#8211; una parte dei quali inserita gi&#224; nel film &amp;#8211; ma si tratta comunque di una visione dall'impatto sconvolgente. Di fronte ad alcuni degli aneddoti raccontati, e al degrado culturale, sociale e politico in cui sta sprofondando l'Italia, non si pu&#242; che rimanere allibiti. E allora al nostro cinema servono davvero opere &amp;#8220;significative, e militanti e combattenti&amp;#8221;...

ps. Il film &#232; dotato anche di un audiocommento con la voce di Angelo Pisani, per accompagnare nello svolgersi della trama anche il pubblico dei non vedenti. Operazione lodevole, e da rimarcare.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>09/06/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Segreti di famiglia</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5766</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/5/5/Festival/Cannes/fuori%20Concorso/Tetro/Tetro-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&amp;#8220;La luce &#232; senza dubbio la metafora essenziale della storia. &#200; ovvio che si tratta di un bisogno del protagonista: la fama.  Il vincere premi, l&amp;#8217;essere in luce.  E la fama non &#232; necessariamente una cosa positiva&amp;#8221;.  
Francis Ford Coppola esordisce cos&#236; parlando del suo Tetro (Segreti di famiglia), nell&amp;#8217;intervista contenuta nel dvd edito dalla BIM. E le sue dichiarazioni illuminano ulteriormente la sua opera, perch&#233; sarebbe oltremodo riduttivo non contestualizzare il film in questione nella totalit&#224; della filmografia del regista de La conversazione. Ovvio che, come per altri grandi autori, specie quelli della New Hollywood degli anni settanta entrati nella storia del cinema (facendo proselitismo per almeno tre generazioni), i film di Coppola abbiano quella qualit&#224; che permette loro di poter esser letti sia come capolavori a s&#233; stanti, sia nel loro insieme come un&amp;#8217;affascinante costruzione di topos, ossessioni ricorrenti, archetipi: come la famiglia, il rapporto dell&amp;#8217;uomo col tempo biologico e universale, le problematiche esistenziali. Nell&amp;#8217;intervista in questione chiaramente poi, riflettendo sui significati di questo strano suo ultimo approdo (strano almeno per la sua ambientazione, l&amp;#8217;Argentina, e per la straordinaria fotografia in bianco e nero profondamente antinaturalista del giovane Mihai Malaimare Jr.), Coppola finisce per parlare del significato stesso e del cinema e dell&amp;#8217;arte, in particolare del suo rapporto col linguaggio della settima arte, su come si &#232; evoluto, si evolver&#224;, del suo stare un piede nel passato e nel futuro non tralasciando l&amp;#8217;era del digitale e le nuove fruizioni. Dunque, per chi riconosce come maestro l&amp;#8217;autore de Il padrino, un&amp;#8217;intervista davvero imperdibile, soprattutto per l'ennesima dimostrazione di intelligenza di Coppola anche a fronte di domande non sempre altrettanto illuminanti. Emerge tuttavia la poetica dell'autore, apparentemente sempre sul punto di creare la sua opera definitiva, quasi testamentaria, in grado di contenere in s&#233; tutto il cinema (come nel magnifico Youth Without Youth, o come poteva esserlo  Apocalypse Now nel lontano 1979), per poi ricominciare da capo, in questo caso con Tetro. In un film dalla trama cos&#236; intricata e che si basa molto sull&amp;#8217;intensit&#224; degli interpreti, ci sarebbe invece piaciuto se non un Making of, almeno degli interventi da parte degli attori. Anche perch&#233; il cast &#232; cos&#236; vario e particolare, coinvolgendo persone di mondi e culture diverse, da Vincent Gallo all&amp;#8217;icona del cinema di Pedro Almod&#243;var Carmen Maura, fino a Maribel Verd&#250; e Klaus Maria Brandauer. Purtroppo invece i contenuti extra si fermano all&amp;#8217;intervista succitata e a un brevissimo trailer, peraltro per il mercato italiano. Tornando invece alla conversazione con Coppola segnaliamo un aneddoto molto curioso che riguarda niente di meno che Gianni De Michelis: il popolare politico ex socialista sembra non solo che conosca il regista, ma che addirittura l&amp;#8217;abbia spinto, per quanto marginalmente, a girare una scena. Qualcuno potrebbe immaginare che un personaggio del genere poco ci azzecchi con un genio come Coppola, ma tant&amp;#8217;&#232;; trattasi del mondo dello spettacolo (non c'&#232; bisogno di sottolineare l'abitudine alla mondanit&#224; di De Michelis) e talvolta chi ne fa parte si mischia in modo indefinito.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Valerio Ceddia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>06/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Beket</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5754</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Dvd%20e%20co_/Beket/Beket-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Se ci fosse qualcuno alla ricerca dei sintomi e dei segni in grado di confermare lo stato di assoluto degrado in cui versa la cultura (cinematografica e non) nel nostro paese, una riflessione sullo strato di silenzio pressoch&#233; assoluto che sta accompagnando l'uscita in dvd di Beket di Davide Manuli potrebbe risultare decisiva. L'invisibilit&#224;, considerata da molti il vero tratto distintivo del cinema italiano contemporaneo che non si accontenta dei prodotti mainstream, si sta trasformando anno dopo anno in una vera e propria arma, con cui l'estro creativo, l'insubordinazione visiva e l'analisi sociale e politica vengono ripetutamente ridotti al mutismo. Una nuova e pi&#249; sottile forma di censura: dopotutto che bisogno c'&#232; di impedire che un film venga portato a termine, quando si ha la possibilit&#224; di far s&#236; che nessuno o quasi riesca a posarvi gli occhi sopra? 
Questo &#232; stato il destino in sala di Beket, costretto a fare i conti con quella mala distribuzione di cui parlammo alcuni mesi or sono. &#200; dunque davvero da applaudire la scelta della RaroVideo di trasportare il film in dvd e di distribuirlo su scala nazionale: non che ci si stupisca pi&#249; di tanto, ovviamente, visto e considerato lo splendido catalogo allestito nel corso del tempo da Gianluca e Stefano Curti. Senza soffermarci pi&#249; di tanto sul valore prettamente estetico del secondo lungometraggio di Manuli (anche il primo, lo splendido Girotondo, giro attorno al mondo, &#232; reperibile in dvd, cos&#236; come il curioso documentario Inauditi-Inuit!: recuperarli non fa certo male), argomento che affrontammo all'epoca della sua uscita in sala, ci preme sottolineare l'assoluta e caparbia indipendenza di pensiero di uno dei registi pi&#249; originali, poetici e dolorosamente beffardi che il cinema italiano abbia conosciuto da molto tempo a questa parte. Manuli &#232; un autore unico nel suo genere, inadatto a qualsiasi appiattimento intellettuale, e il suo cinema ne rispecchia fedelmente l'indole. A tal proposito ammettiamo senza problemi che avremmo applaudito questa edizione in dvd anche se non avessero trovato alloggio sul supporto digitale extra di qualsiasi tipo: l'offerta si sarebbe difatti dimostrata comunque estremamente valida, per non dire essenziale. Acquista dunque ancora maggior peso la scelta operata in fase di lavorazione del dvd: gi&#224;, perch&#233; il disco ospita al suo interno un gran numero di contenuti speciali, tutti di grande interesse. 
Si inizia con un'intervista, diretta da Manuli in persona, a Rick Cluchey, figura di spicco del teatro beckettiano contemporaneo, prima ergastolano e poi collaboratore proprio di Samuel Beckett: Manuli lo raggiunge a Volterra, dove Cluchey si sta esibendo in un allestimento de L'ultimo nastro di Krapp, e questo incontro genera un'appassionante immersione in apnea nel mondo del drammaturgo irlandese. Un viaggio solo apparentemente distante da Beket, perch&#233; le chiavi di lettura e gli aneddoti raccontati da Cluchey sintetizzano alcuni dei punti chiave affrontati anche nel corso del film. Ben pi&#249; abbarbicati alla prammatica degli extra sono invece il trailer cinematografico e il backstage del film, con il secondo sul quale val la pena spendere ben pi&#249; di una parola: &#232; forse proprio nell'approccio di Manuli alla materia e nella vita quotidiana sul set, spiata in alcuni dei suoi tanti passaggi, che si pu&#242; cogliere il significato intimo di ci&#242; che si vorrebbe solitamente etichettare come indipendente. La dedizione del cineasta nel lavorare con/su gli attori, quella sua presenza continua, incessante, fisicamente stancante (Manuli corre, salta, si agita per mostrare agli interpreti cosa vorrebbe da loro), &#232; forse la fotografia pi&#249; esatta e precisa di un modo di intendere il cinema che non &#232;, nella maggior parte dei casi, il medesimo sposato dalle grandi produzioni di casa nostra. 
Abbiamo di proposito lasciato in chiusura l'intervento musicale e canoro del duo Ironikontemporaneo (composto da Alessandra Mostacci e Roberto &amp;#8220;Freak&amp;#8221; Antoni, storico leader degli Skiantos), perch&#233; rappresenta forse il contenuto speciale pi&#249; divertito: Franky Robot 2010 e Diventare santo sono gi&#224; due piccoli, fragili oggetti di culto. Sintesi perfetta di un'opera che lascia a bocca aperta, sul grande schermo cos&#236; come in dvd. Se vi volete bene, non lasciatevela scappare!

ps. Insieme al dvd &#232; allegato anche un breve opuscolo che contiene una presentazione del film a cura di Bruno Di Marino, uno scritto dello stesso Manuli e una recensione di Roberto Silvestri apparsa su Il Manifesto.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>02/06/2010</pubDate>
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			<title>Il mio amico Eric</title>
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			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Dvd%20e%20co/Il%20mio%20amico%20Eric/Il-mio-amico-E_-dvd-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Uno, nessuno e centomila&amp;#8230; Cantona. Senza insistere oltre sul pirandelliano equivoco (sostenuto anche dall&amp;#8217;irresistibile scena in cui i postini e i loro amici mettono le cose a posto, indossando tutti una maschera del calciatore), dobbiamo premettere che gi&#224; al momento dell&amp;#8217;uscita in sala il modo in cui le personalit&#224; di Ken Loach ed Eric Cantona (senza dimenticare quella di Steve Evets, protagonista dotato di eccezionale calore umano) si sono incontrate, compenetrandosi, in Looking for Eric (ovvero Il mio amico Eric), ci ha lasciato piacevolmente colpiti. Il cinema di Ken Loach, senza apparentemente aggredire le tematiche sociali nei termini a lui consueti, ha fatto invece un ulteriore passo avanti nell&amp;#8217;indagine dell&amp;#8217;ambiente proletario anglosassone, riuscendo a coniugare l&amp;#8217;umanesimo di fondo della sua ricerca con deviazioni in territori dell&amp;#8217;immaginario che non erano, forse, cos&#236; preventivabili.
L&amp;#8217;edizione in DVD messa in commercio dalla BIM ci offre ora lo spunto per riprendere tali considerazioni, corroborate dalla possibilit&#224; di visionare il film sia in italiano che in lingua originale (abbiamo voluto sottolineare tale ovviet&#224;, pi&#249; che altro per rimarcare i limiti di un doppiaggio non sempre all&amp;#8217;altezza), potendo inoltre apprezzare qualche extra di discreta fattura. Oltre all&amp;#8217;incisivo trailer cinematografico, vengono infatti proposte alcune scene tagliate che suscitano non poca curiosit&#224;. Accanto a qualche ciak sbagliato in stile Jackie Chan e ad alcune &amp;#8220;prodezze&amp;#8221; di Eric Cantona con la tromba, sono almeno un paio le sequenze escluse dal montaggio definitivo che, pur non risultando cos&#236; necessarie, aggiungono suggestivi dettagli alla definizione interiore dei personaggi; specialmente quella in cui ci vengono rivelati altri aspetti del tormentato passato famigliare di Eric Bishop, il protagonista.
Abbiamo detto in apertura che non era affatto facile preventivare simili sviluppi nel cinema di Ken Loach, ma ci&#242; &#232; vero solo in parte. La passione calcistica, ad esempio, &#232; stata ampiamente sfruttata dall&amp;#8217;accoppiata Loach/Laverty in altre loro collaborazioni, su tutte My name is Joe. Una pellicola del livello de Il mio amico Eric sancisce, ad ogni modo, lo scarto ulteriore per cui da una finta leggerezza (ben esemplificata dai confronti verbali tra i due Eric) scaturiscono riflessioni niente affatto superficiali sulla natura di soggetti confinati in ambienti difficili, dove il mondo del lavoro e quello degli affetti sono sempre sul punto di implodere, collassando rovinosamente: chiss&#224; dove sfocerebbero i rimpianti e le turbe esistenziali di un Eric Bishop se non gli apparisse davanti, come per magia, un Eric Cantona disposto a dargli consigli e a sostenerlo amorevolmente! Va da s&#233; che qualora ci sia bisogno della proiezione mentale di un proprio idolo, per andare avanti comunque e provare a migliorare la propria condizione di vita, la realt&#224; non deve poi offrire grandi scappatoie&amp;#8230;
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
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			<pubDate>30/05/2010</pubDate>
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