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		<title>CineClandestino.it</title>
		<link>http://www.cineclandestino.it/</link>
		<description>Rivista di cinema e informazione cinematografica</description>
		<language>it</language>
		<pubDate>29/07/2010 6.31.16</pubDate>
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		<managingEditor>info@cineclandestino.it</managingEditor>
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			<title>Intervista ad Aaron Schock</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=12&amp;art=5928</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Documentari/Circo/Circo-regista-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Aaron Schock ha presentato con grande successo al Los Angeles Film Festival il suo primo documentario Circo, sulla famiglia Ponce che gestisce da pi&#249; di cento anni il circo itinerante Circo Mexico. Girare questo documentario &#232; stato per lui importante per dare voce e far conoscere un altro volto del Messico, quello dell&amp;#8217;entroterra e dei suoi abitanti. Finanziato grazie a ITVS (Independent Television Service) che lo mander&#224; in onda sul piccolo schermo negli Stati Uniti, il documentario sar&#224; proiettato in diversi festival in tutto il mondo. 
 
 
Raccontaci un po&amp;#8217; di come sei diventato documentarista.

Mi viene da sorridere, perch&#232; in realt&#224; faccio parte di quella schiera di documentaristi che non avevano nessun tipo di esperienza nell&amp;#8217;ambito cinematografico. Sono un fotografo e, per quanto la mia professione mi abbia soddisfatto per anni, ero sempre frustrato perch&#232; il mio desiderio pi&#249; grande era quello di far parlare e mettere in movimento i miei soggetti. Girare questo documentario mi ha permesso di concretizzare questa mia volont&#224;. Devo dire, per&#242;, che il mio background mi ha aiutato moltissimo e non a caso ho mantenuto una certa accuratezza a livello visuale nelle mie riprese.

Come hai trovato il soggetto del tuo documentario Circo?

Quello che volevo mostrare era un altro tipo di immaginario sul Messico. Se guardiamo altri documentari girati l&#236;, sono tutti ambientati alla frontiera per raccontare storie di immigrati. Io invece volevo andare nell&amp;#8217;entroterra e vedere quei posti dai quali gli immigrati vengono, la campagna messicana che &#232; sconosciuta alla maggior parte delle persone. La mia idea iniziale era fare un film sui contadini, in particolari i coltivatori di mais, che sono stati fondamentali per il processo di civilizzazione in Messico. Mi trovavo in un piccolo paesino, dove stavo intervistando dei contadini, ed &#232; arrivato il Circo Mexico. Sono andato ad uno degli spettacoli e sono rimasto impressionato da come un piccolo numero di persone fosse in grado di mettere su un&amp;#8217;esibizione del genere con pochi mezzi. Sono andato a parlarci alla fine dello spettacolo e mi hanno detto che quella per loro era una tradizione di famiglia che durava da pi&#249; di cento anni. Tino, il capofamiglia, mi ha spiegato che i suoi figli si allenavano tutti i giorni per diverse ore e che erano parte integrante del circo. Tutto questo spostandosi in un nuovo villaggio ogni settimana. Cos&#236;, in quei giorni, sono andato ogni sera a vederli e ho pensato che questa poteva essere la mia storia. Se li avessi seguiti avrei potuto rivelare un volto del Messico che in pochi conoscono. La storia del circo itinerante e quella di una famiglia che ha come unica fonte di sostentamento questa tradizione. Il circo dove non c&amp;#8217;&#232; separazione tra arte, lavoro e vita personale. Avevo la storia che volevo raccontare e non era quella che avevo in mente all&amp;#8217;inizio ma soddisfava la mia curiosit&#224; su qualcosa che non conoscevo.

Raccontaci del tuo processo di produzione, il tuo modo di lavorare.

Io lavoro da solo, nel senso che giro e mi occupo del suono in presa diretta senza nessuna persona della troupe. Penso che questo sia dovuto al fatto che avendo fatto il fotografo, ho sempre svolto il mio lavoro in piena solitudine e a diretto contatto con il mio soggetto. Ora che giro documentari, stare da solo mi d&#224; la possibilita di creare intimit&#224; e sviluppare un rapporto di fiducia con l&amp;#8217;individuo che &#232; davanti alla macchina da presa. Penso che girare con altre persone della troupe darebbe un risultato diverso e forse questo legame tra me e l&amp;#8217;entit&#224; davanti alla camera non sarebbe cos&#236; visibile. Non dico che il mio metodo di lavoro sia quello pi&#249; giusto ma &#232; quello che conosco e con il quale mi trovo bene. D&amp;#8217;altra parte c&amp;#8217;&#232; anche un grande svantaggio: lavorare da soli non ti d&#224; la possibilit&#224; di confrontarti e chiedere consiglio al team di persone che ci sono sul set. A volte non ero sicuro se dovevo filmare determinate cose e mi scoraggiavo. Soprattutto nelle condizioni in cui giravo. 

Hai trascorso molto tempo con la famiglia Ponce. Come &#232; cambiato il tuo rapporto con loro dall&amp;#8217;inizio alla fine delle riprese?

Come ho detto prima e come succede spesso quando si girano documentari, io avevo trovato il mio soggetto prima di capire quale fosse la storia veramente. Solo dopo la terza visita in Messico ho capito che c&amp;#8217;erano delle dinamiche molto precise all&amp;#8217;interno della famiglia Ponce delle quali non mi ero reso conto prima. All&amp;#8217;inizio pensavo che avrei girato un film su una famiglia che gestisce un circo itinerante e su come vivevano per cercare di tirare avanti. Invece quando ho capito che il matrimonio tra Tino e Ivonne era in crisi, ho visto che la loro era una storia universale. L&amp;#8217;indecisione se i figli debbano servire i genitori o se i genitori debbano servire i bisogni dei figli. Tutto questo per me rappresentava un cambiamento radicale nel Messico pi&#249; rurale che veniva ad intaccare un matrimonio in uno dei suoi aspetti pi&#249; tradizionali. Ho pensato di far vedere loro del materiale che avevo girato perch&#232; non volevo dare loro l&amp;#8217;idea per la quale stavo cercando di creare un&amp;#8217;immagine perfetta e rosea del circo e della famiglia Ponce. Avevo filmato dei momenti e delle conversazioni molto personali della loro vita matrimoniale. La cosa interessante &#232; che alcuni amici documentaristi mi avevano detto che quella non sarebbe stata una buona idea perch&#232; i soggetti si sarebbero vergognati e quindi chiusi in se stessi. Ho sentito invece il bisogno di fare vedere loro alcune clip ed &#232; andata bene, tanto che quando ho mostrato loro il lavoro finito, Tino e Ivonne mi hanno preso da parte separatamente e mi hanno detto che ero stato in grado di raccontare come stavano veramente le cose. Per loro non mi ero schierato da nessuna parte, ma avevo esposto come era la situazione. Il film gli &#232; piaciuto molto anche se &#232; stata dura per loro vedere la fine di un matrimonio raccontata dagli occhi di un estraneo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;documentari&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>documentari</category>
			<pubDate>10/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Circo</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=86&amp;art=5916</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Documentari/Circo/Circo-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Quando si parla di documentari girati in Messico, si pensa sempre e solo a storie di frontiera e di immigrati, ma Circo, diretto da Aaron Schock, ci porta nell&amp;#8217;entroterra di quel paese  facendoci conoscere la storia di una famiglia molto particolare. I Ponce portano avanti la tradizione del circo itinerante Circo Mexico da pi&#249; di cento anni, nonostante problemi economici a disaccordi familiari.
Un soggetto trovato per caso, visto che il piano originale del regista era quello di documentare la vita dei contadini e agricoltori di campi di mais in Messico. Un giorno per&#242;, &#232; arrivato il Circo Mexico nel piccolo paese dove stava girando. Schock &#232; andato a vederlo e ne &#232; rimasto subito affascinato. Quando poi ha conosciuto la famiglia Ponce ha capito che oltre ad essere dei lavoratori che gestivano una piccola impresa, la loro vita non vedeva alcuna separazione tra famiglia, lavoro ed arte. 
Tino Ponce, il leader del Circo Mexico, &#232; sempre in viaggio con la moglie Ivonne, i quattro figli, la nipote Naydelin, i genitori e il fratello Tacho. Tutti vivono in un camper, si spostano di paesino in paesino, dove sistemano i tendoni e cercano di attrarre un pubblico che poco si pu&#242; permettere di pagare il biglietto per vedere le loro performance. I problemi finanziari sono quelli che gravano di pi&#249; sulla famiglia, perch&#232; il circo richiede delle spese per le quali Tino ha fatto anche dei debiti, mentre il padre ha sempre gestito i pochi guadagni.
La macchina da presa cattura perfettamente la dinamiche pi&#249; intime della famiglia Ponce, rivelando come la generazione del passato rappresentata dai genitori di Tino  possa essere un peso e un ostacolo nella gestione del suo matrimonio con Ivonne. Ivonne che per Tino ha rinunciato a tutto, si ritrova infelice e e preoccupata per il futuro dei figli che non hanno nessun tipo di educazione scolastica e sanno a malapena scrivere il proprio nome; &#232; consapevole che quel tipo di vita non &#232; normale e vorrebbe per loro qualcosa di migliore. Tino pensa invece che la vita circense sia il modo pi&#249; adatto per preparare i figli al futuro e vede in Cascaras, il figlio maggiore, l&amp;#8217;erede perfetto per portare avanti la tradizione.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>06/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Disco &amp; Atomic War</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=86&amp;art=5814</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Documentari/disco-and-atomic-war-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Possono Dallas, l'Emmanuelle di Just Jaeckin, Guerre stellari e una spruzzata di sana disco music erodere dall'interno una delle pi&#249; importanti nazioni della storia umana recente? La prima risposta che risulta naturale, se non perfino immediato, dare &#232; senz'ombra di dubbio un vigoroso e convinto &amp;#8220;no&amp;#8221;, ma cos&#236; agendo si rischia di incappare in un errore di valutazione tutt'altro che trascurabile: a raccontarci la storia all'apparenza impossibile di come il tubo catodico mand&#242; in rovina i piani dell'Unione Sovietica in Estonia sono Jaak Kilmi e Kiur Aarma, rispettivamente trentasette e trentacinque anni. Il primo, nonostante la giovane et&#224;, ha alle spalle un curriculum da non sottovalutare, il cui tassello fondamentale, prima di Disco &amp; Atomic War, era rappresentato da un altro documentario, quel The Art of Selling grazie al quale il nome di Kilmi ha iniziato a fare il giro degli addetti ai lavori; il secondo &#232; invece uno scritto prestato alla regia, e nelle vesti di sceneggiatore (e produttore) ha firmato l'altrettanto applaudito Greeting from Soviet Estonia!, documentario del 2007 che in qualche modo pu&#242; essere considerato il seme da cui ha poi germinato Disco &amp; Atomic War. 
Un universo cinematografico in fieri, quello estone, e almeno a prima vista decisamente interessato a confrontarsi con il reale: non solo in ambito documentario, verrebbe da dire, come avranno potuto constatare i (non molti) fortunati che hanno avuto in sorte nel corso degli ultimi due/tre anni un incontro con i film dei vari Veiko &#213;unpuu (S&#252;gisball), Kadri K&#245;usaar (Magnus), Ilmar Raag (Klass) e Dirk Hoyer (V&#245;&#245;ras). E anche Disco &amp; Atomic War non &#232; &amp;#8220;solo&amp;#8221; un documentario: per portare davanti alla videocamera la storia di come il pensiero imperialista occidentale si sia fatto via via largo tra i giovani estoni, letteralmente rapiti dall'opulenza che trasudava (e trasuda, ahinoi) dalle immagini televisive che venivano captate dalla vicina Finlandia, Kalmi e Aarma non si accontentano del solito tran-tran di esperti, storici, sociologici impegnarsi a lavorar di staffetta per donare una consistenza al discorso intrapreso. Non basta che l'intero excursus venga condotto con mano sicura dalla voice over di Kilmi, protagonista inconsapevole all'inizio degli anni '80, ancora bambino, del fenomeno sopra citato: l'intera messa in scena viene messa a soqquadro, in un vero e proprio atto di teppismo volontario. Tra immagini di vita familiare del regista e folli immersioni in un blob multicolore abitato di telefilm (Dallas, ma anche Supercar con un giovane David Hasselhoff), programmi televisivi, talk show, tristi telegiornali di regime, found footage dell'Unione Sovietica dell'era capitanata da Leon&#236;d Il'&#236;c Br&#232;?nev, il duo ha anche la capacit&#224; (o la sfrontatezza,dipende dai punti di vista) di andarsi a scontrare perfino con la fiction dura e pura. Perch&#233; Disco &amp; Atomic War, per rendere con maggior forza e convinzione alcuni passaggi salienti, si trasforma in una vera e propria commedia nera, spy story sui generis, connotata da quella sottile follia eversiva, sardonica e disillusa, che rappresenta da sempre uno dei punti essenziali della poetica di Aki Kaurism&#228;ki. E proprio la filmografia del regista di Calamari Union, Leningrad Cowboys Meet Moses e Nuvole in viaggio sembra esser stata studiata con certosina attenzione da Kilmi e Aarma, pur venendo qui a mancare proprio l'elogio del mito socialista che serpeggia pi&#249; d'una volta tra le pieghe delle opere di Kaurism&#228;ki: per il resto per&#242; il ritmo e lo spirito caustico con cui viene affrontata la storia ricordano da vicino l'humus culturale del cineasta nativo di Oromattila. Non fosse per le interviste canoniche che di quando in quando si affacciano all'interno del film, in pochi probabilmente si ricorderebbero di star seguendo una narrazione del reale, inteso nel senso pi&#249; stretto ed etimologico del termine: e invece ci&#242; che racconta Disco &amp; Atomic War, pur tra mille libert&#224; e voli pindarici, &#232; proprio la storia dell'Estonia tra la fine degli anni '70 e la dichiarazione di indipendenza pronunciata nel 1991 &amp;#8211; casualit&#224; tra le casualit&#224;, proprio l'anno in cui a Tallin fu trasmesso l'ultimo episodio di Dallas. Un viaggio magmatico, doloroso e ironico, beffardo e surreale, che rappresenta un grido di libert&#224; assoluto, capace di attaccare tanto la macchina capitalistica quanto allo stesso tempo di sbeffeggiare proprio quei paladini dell'illusoria libert&#224; del potere televisivo, tra i regimi pi&#249; difficoltosi da combattere (e ne sappiamo qualcosa dalle nostre parti...). Quella riga finale, che ricorda come, una volta caduto l'URSS, un'altra Guerra Fredda sia cominciata, vale probabilmente di mille documentari d'inchiesta.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;15/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>15/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Le avventure spaziali di Nonno Cesare</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=86&amp;art=5692</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Documentari/Le%20avventure%20spaziali%20di%20Nonno%20Cesare/nonno-cesare-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Quante volte ci sar&#224; capitato di dire che la realt&#224; ha superato la finzione? Qualche annetto fa sembrava che l&amp;#8217;adorabile Clint Eastwood, col suo Space Cowboys, avesse combinato uno scherzetto a tutti, spingendo l&amp;#8217;et&#224; dei suoi astronauti cos&#236; in l&#224;, da renderli veri e propri pensionati dello spazio. Ma quella era la finzione cinematografica. La realt&#224;, come spesso accade, ha saputo fare persino di pi&#249;.
Oggi ha 96 anni, ne aveva la bellezza di 93 quando ha vissuto la sua avventura spaziale. Stiamo parlando di Cesare Massano, che ogni tanto ci permettiamo di chiamare affettuosamente &amp;#8220;Nonno Cesare&amp;#8221;, uomo di grande determinazione che alla sua veneranda et&#224; non ci ha pensato due volte a mettersi nuovamente in gioco, riuscendo a farsi selezionare dalla NASA per un progetto di turismo spaziale e ricerca scientifica, grazie al quale &#232; letteralmente andato in orbita. Siamo venuti a conoscenza di questa fantastica storia nel modo migliore, e cio&#232; attraverso Le avventure spaziali di Nonno Cesare, il documentario di Francesco Bordino e Alice Massano (che &#232; anche nipote di Cesare) presentato in anteprima all&amp;#8217;ultima edizione di X_Science. Abbiamo detto non a caso &amp;#8220;nel modo migliore&amp;#8221;, considerando che nel corso del film si assiste pure al modo un po&amp;#8217; becero, superficiale, sensazionalistico con cui diversi media, dalla stampa locale a certi programmi televisivi, hanno pensato di accostarsi al personaggio e alla sua quasi incredibile storia. Al contrario, se la bellezza del documentario poggia molto sulle doti di genuinit&#224; e spessore umano riconoscibili a Cesare Massano, un altro motivo di interesse &#232; costituito dalla seguente, semplice constatazione: per quanto la recentissima spedizione alla NASA susciti inevitabilmente curiosit&#224;, il suo passato non &#232; certo da meno.
Difatti si rimane incantati di fronte alla parabola esistenziale di &amp;#8220;Nonno Cesare&amp;#8221;, uomo dalle attitudini modeste e al tempo stesso ingegnose che nel 1929 entr&#242; alla FIAT, figurando come progettista in aviazione prima e in ferrovia poi, cos&#236; da mettere a frutto in svariati modi la propria inventiva; tra tanti aneddoti, merita ad esempio di essere ricordato il fatto che sia riuscito a brevettare alcuni pezzi del Pendolino, treno che nei decenni successivi &#232; stato grande protagonista della storia d&amp;#8217;Italia. Ma ci&#242; che piace &#232; anche il modo in cui Francesco Bordino e Alice Massano hanno scelto di narrare l&amp;#8217;intera vicenda, pescando nel cassetto dei ricordi (ricordi in super8) e intramezzando testimonianze pi&#249; recenti, piccole interviste e piacevoli passeggiate in compagnia del protagonista, sempre pronto a donare il suo sapere con umilt&#224;, eloquio estremamente lucido e un pizzico di ironia, che non guasta mai. Il montaggio sapiente di tali immagini pu&#242; ricordare addirittura Un&amp;#8217;ora sola ti vorrei di Alina Marazzi, nelle parti pi&#249; riuscite del film. Questa, almeno, &#232; la suggestione pi&#249; forte che ne abbiamo tratto. Ed una nota di merito deve essere aggiunta anche per le musiche, scelte in ambito torinese, con le significative partecipazioni di Airportman, Ale Bravo, Ronin e Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;22/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>22/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Fratelli d'Italia</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=86&amp;art=4277</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Extra/Fratelli%20d&#39;Italia/Fratelli_d_Italia-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Forse finalmente qualcosa sta cambiando nel cinema italiano, quantomeno nel modo di rappresentare la figura e il ruolo del migrante. Il documentario Fratelli d&amp;#8217;Italia di Claudio Giovannesi, presentato in Concorso nella sezione L&amp;#8217;altro cinema &amp;#8211; Extra alla quarta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, ne &#232; un chiaro esempio. Il secondo lungometraggio del giovane regista romano ha come set Ostia, territorio d&amp;#8217;oltre-periferia in cui l&amp;#8217;immigrazione &#232; una realt&#224; molto pi&#249; radicata di quanto non sia nei confini urbani della Capitale (e lo dimostra anche il coevo Alza la testa di Alessandro Angelini che, anch&amp;#8217;esso girato tra Ostia e Fiumicino, costruisce una articolata mescolanza di amicizie, amori e odi tra borgatari e migranti).
Fratelli d&amp;#8217;Italia racconta con sensibilit&#224; gli umori e i disagi esistenziali di tre ragazzi iscritti all&amp;#8217;Istituto Tecnico &amp;#8220;Toscanelli&amp;#8221;: Alin, rumeno, fatica a convivere con i compagni di classe; Masha, bielorussa adottata da una famiglia italiana, vorrebbe tornare nel suo paese per ritrovare il fratello; Nader, figlio di egiziani, &#232; un migrante di seconda generazione fidanzato con una ragazza italiana e per questo motivo si scontra perennemente con i propri genitori.   
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessandro Aniballi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>07/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Napoli Napoli Napoli</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=3958</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/8/Festival/Venezia%2066/Fuori%20Concorso/Napoli%20Napoli%20Napoli/Napoli-Napoli-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Strano il destino di un regista come Abel Ferrara: cresciuto nel Bronx, nipote di italiani, ha esordito al cinema come autore di film porno (Nine Lives of a Wet Pussy, anno domini 1976, il titolo in questione), per poi dedicarsi a un'estremizzazione della poetica metropolitana e violenta che rese celebre Martin Scorsese. Opere come Driller Killer e Paura su Manhattan rappresentano con ogni probabilit&#224; l'aspetto pi&#249; laido, scorbutico e schizoide del cinema statunitense anni '80; raggiunta la consacrazione internazionale con un mucchietto di titoli assolutamente imperdibili (Il cattivo tenente, The Addiction, Fratelli, fino al solitamente sottostimato Blackout), Ferrara ha gradualmente iniziato a perdere consensi. Molti attribuiscono questa inversione di tendenza per quanto riguarda la qualit&#224; artistica dei suoi parti creativi alla dipendenza dalle droghe, altri si accontentano di un ben meno scandalistico riferimento a una fin troppo comune perdita di ispirazione. Com'&#232; come non &#232;, negli ultimi anni Ferrara si &#232; barcamenato tra opere ambiziose destinate a rimanere nel limbo delle buone intenzioni disattese (Mary) e prodotti clamorosamente sbagliati fin dalla loro genesi (pensiamo in particolar modo all'imbarazzante Go Go Tales): non sorprender&#224; quindi nessuno sapere che, pur nelle sue palesi imperfezioni, Napoli Napoli Napoli rappresenta uno degli apici artistici di Ferrara nell'ultimo decennio, per lo meno dai tempi de Il nostro Natale, portato a termine nel 2001.
Napoli Napoli Napoli &#232; un film dalla doppia faccia: da un lato rappresenta l'incursione di Ferrara nel mondo del documentario, alla ricerca delle testimonianze di vita carceraria rilasciate dalle ospiti di una casa di detenzione femminile (e pi&#249; in generale interrogandosi sull'emergenza sociale del capoluogo campano), dall'altro si insinua nella fiction nel tentativo di collegare tre vicende in grado di fungere da paradigma del sottobosco umano e criminale che abita la citt&#224;. Per raggiungere questo doppio obiettivo Ferrara, che certo non si pu&#242; considerare un esperto di Napoli, si affida al lavoro di sceneggiatura condotto da Giuseppe Lanzetta, Maurizio Braucci, Maria Grazia Capaldo&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>30/04/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Sotto il Celio Azzurro</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=86&amp;art=4336</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Alice%20nella%20citt%C3%A0/SOTTO_IL_CELIO_AZZURRO/SOTTO_IL_CELIO_AZZURRO-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;E' cruciale l'importanza politico-sociale che assume il docu-film Sotto il Celio Azzurro nel clima odierno. Un clima italiano dettato da riforme che, volenti o nolenti, cadono a ridosso e a discapito  dell'istruzione, e in particolare del contesto di integrazione razziale nella quale questa si incasella. Quando all'orizzonte si profila l'introduzione del tetto massimo del 30% di studenti stranieri nelle scuole, come si colloca la scuola Celio Azzurro, con ben un 60% di stranieri fra bambini e insegnanti?
Edoardo Winspeare (il quale, nonostante il cognome, &#232; un italianissimo pugliese che si sente all'estero gi&#224; in quel di Roma) ce lo racconta attraverso gli occhi degli insegnanti di Celio Azzurro, piccola scuola materna sita nel cuore di Roma, che da vent'anni lottano (giocando e progettando) per una totale integrazione dei bambini stranieri e delle loro famiglie attraverso attivit&#224; ludiche studiate ad Hoc. 
&amp;#8220;Sarebbe stato troppo semplice fare un film puntando solo sullo sguardo tenero dei bambini&amp;#8221; spiega Winspeare, giustificando cos&#236; la scelta dell'assenza di narrazione esterna o interviste dirette, affidando il tutto alla sola testimonianza degli insegnanti. E cos&#236; il prodotto finale &#232; un film sulla realt&#224;, che non usa scappatelle m&#232;lo e non scade nel facile tranello del racconto drammatico, bens&#236; si impegna a mostrare la &amp;#8220;luce&amp;#8221; che si cela dietro l'ombra del pregiudizio, dell'ignoranza, della difficolt&#224; d'integrazione, della riluttanza. I bambini sono di tutte le etnie e tutte le religioni, eppure giocano tutti insieme, cantano gli stornelli romani insieme agli insegnanti (i quali, lo ricordiamo, sono anch'essi in minoranza italiani),&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Roberta Bonori&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>30/04/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Indoxx 2010</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=5340</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Documentari/Indoxx%202010/Indoxx-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Nel cuore del centro storico di Napoli il documentario &#232; stato protagonista assoluto. Questo &#232; Indoxx, uno dei pochissimi festival interamente dedicati al documentario battenti bandiera italiana. Questa rassegna &amp;#8211; la cui prima edizione si &#232; svolta il 19 e 20 marzo nel Complesso Monumentale di San Lorenzo Maggiore -   si propone di aprire una  finestra  sul mondo del documentario, provando ad abbattere il pregiudizio sulla sua natura elitaria  che gli si perpetua attorno. A crearlo &#232; il giornalista Romolo Sticchi che, con produzioni italiane e internazionali fuori concorso e con cinque documentari italiani inseriti nel concorso ufficiale, non ha voluto soltanto impiantare una vetrina del documentario, ma, soprattutto, ha voluto osare, dandogli una connotazione di stampo quasi giornalistico. Non a caso tutti i documentari selezionati avevano una matrice legata al sociale e all&amp;#8217;attualit&#224; e uno dei tre premi che Indoxx ha assegnato ai vincitori, &#232; stato assegnato dall&amp;#8217;Ordine dei Giornalisti della Campania. 
Forse la caratteristica principale che contraddistingue questa rassegna &#232; quella di educare le persone alla fruizione del documentario, partendo proprio dai pi&#249; giovani. Infatti, Indoxx ha ideato un progetto coinvolgendo le scuole: il Liceo Classico Pansini di Napoli e il Liceo Artistico De Chirico di Torre Annunziata (NA). In questi due licei sono stati organizzati corsi di formazione e produzione di documentari, facendo diventare i ragazzi parte attiva nella  lavorazione di un documentario. A curare i corsi sono stati due giovani registi, Silvia Coppola al Liceo Pansini e Antonio Ruocco al Liceo De Chirico. Due percorsi diversi per realizzare due documentari che raccontassero fatti differenti ma con un unico obiettivo: far capire ai ragazzi che i documentari non sono (solo) quelli che vedono a Super Quark, ma, quale fosse il loro background, fargli il lavoro che c'&#232; dietro il raccontare storie che non vengano filtrate attraverso la finzione, affidando loro, in una fase successiva, un incarico da svolgere.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Antonia Fiorenzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>05/04/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Housing</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=5263</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/3/Documentari/Housing/Housing-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Al termine della visione di Housing, scintillante lungometraggio firmato da Federica Di Giacomo, la domanda che sorge spontanea porsi &#232; la seguente: possibile che il miglior film horror italiano del 2009 sia un documentario? 
La provocazione &#232; solo relativa, dato che lo scenario umano e sociale letteralmente stanato dalle videocamere orchestrate dalla Di Giacomo potrebbe facilmente essere considerato &amp;#8220;impossibile&amp;#8221; nell&amp;#8217;Italia d&amp;#8217;inizio millennio. Difatti chi mai potrebbe supporre l&amp;#8217;esistenza di una realt&#224; che vede una buona percentuale di popolazione segregata nelle proprie dimore, assillata dalla perenne minaccia che qualcuno subentri al suo posto privandola di quel diritto alla casa che &#232;, per accezione comune, uno dei punti fermi del vivere civile? E invece alla periferia di Bari, racchiusa in un piccolo dedalo di strade dalla toponomastica grottescamente cinica (&amp;#8220;Via della felicit&#224;&amp;#8221;, &amp;#8220;Via della lealt&#224;&amp;#8221;), vive un&amp;#8217;area della citt&#224;, edificata dallo IACP (acronimo che sta per Istituto Autonomo Case Popolari), i cui abitanti convivono con quanto appena descritto. La felice intuizione della regista spezzina &#232; quella di aver saputo cogliere il paradossale grado di alterit&#224; di una situazione di questo tipo: non c&amp;#8217;&#232; dubbio che nelle mani di molti cineasti Housing avrebbe finito per &amp;#8220;ridursi&amp;#8221; a una mera messa in scena battagliera intrisa di doverosa critica alle istituzioni, costola di una cinematografia di denuncia che in Italia ha sovente trovato ottimi cantori. Senza lasciare che il suo sguardo venga offuscato o che l&amp;#8217;analisi di ci&#242; che avviene di fronte alla videocamera finisca in modo inesorabile per addolcirsi, la Di Giacomo sceglie invece una via alternativa, cercando di raccontare dall&amp;#8217;interno l&amp;#8217;esistenza quotidiana di quattro personaggi, che fungono da ideale guida in un percorso di conoscenza in grado di mozzare letteralmente il fiato allo spettatore. Una donna cerca con tutte le forze di portare sotto gli occhi delle istituzioni la sua situazione, angariata dai continui &amp;#8220;dispetti&amp;#8221; dei vicini che cercano di spingerla ad abbandonare la casa; un&amp;#8217;altra signora ha arrangiato un manichino con abiti maschili e parrucca per far s&#236; che dall&amp;#8217;esterno l&amp;#8217;appartamento appaia sempre abitato; un uomo si &#232; separato dalla compagna anche a causa dell&amp;#8217;impossibilit&#224; di allontanarsi da casa per troppo tempo; un quarantenne, dopo il decesso dei genitori, cerca di trovare un proprio spazio, sognando un viaggio all&amp;#8217;estero che appare sempre pi&#249; un&amp;#8217;utopia. Quattro esistenze che nascondono al loro interno un vero e proprio male di vivere, maschere tragiche di una commedia farsesca di cui sono inconsapevoli protagonisti: ma allo stesso tempo, simbolo di un&amp;#8217;umanit&#224; mai doma, vitale anche nella perdita di speranza, autoironica e beffarda, tenera e derelitta, cinica e disperata. 
Senza mai far sentire il peso della propria presenza, la regista riesce a incollarsi ai volti di queste quattro persone, osservando il mondo che li circonda con una partecipazione emotiva che non si confonde mai con l&amp;#8217;accondiscendenza. La casa, forse, &#232; solo l&amp;#8217;ossessione necessaria per far scaturire dal potere immaginifico della messa in scena (in questo, una parte del merito va sicuramente dato alla direttrice della fotografia Clarissa Cappellani, in grado di riprendere la citt&#224; di Bari sempre in modo imprevedibile, ma inaspettatamente &amp;#8220;giusto&amp;#8221;) l&amp;#8217;intimit&#224; di un intero universo, popolare non solo &amp;#8211; o almeno, non esclusivamente &amp;#8211; per condizione sociale. La zona che viene descritta potrebbe trovarsi ovunque in Italia, perch&#233; quei palazzoni, quel tipo di edilizia &#232; possibile rintracciarla lungo tutta la penisola, dalle grandi citt&#224; del nord fino a Palermo. Housing non &#232; solo un film teso a indagare il problema dell&amp;#8217;assegnazione delle case popolari nel barese, &#232; anche e soprattutto un&amp;#8217;accurata, agghiacciante e al contempo divertente &amp;#8211; eccolo, un altro portentoso paradosso! &amp;#8211; riflessione sulla paura, la solitudine, la disillusione nei confronti della vita stessa. Alla luce di questo ancora pi&#249; lungimirante appare la scelta di non interessarsi minimamente della controparte, ovvero di coloro che le case popolari le occupano, figure lasciate nell&amp;#8217;ombra dalla Di Giacomo &amp;#8211; se si eccettua l&amp;#8217;incipit notturno &amp;#8211; perch&#233;, inserite a forza nel contesto, avrebbero finito per creare una manichea divisione tra buoni e cattivi. Ma, per quanto si tratti del miglior horror italiano prodotto nel corso del 2009 (e insistiamo con questa provocazione), Housing resta un documentario, e un&amp;#8217;ipotetica contrapposizione tra bene e male avrebbe finito per inficiare la forza dell&amp;#8217;opera, spostandone il senso in territori decisamente pi&#249; paludosi. 
Invece Housing si rivela come uno dei migliori saggi sull&amp;#8217;umanit&#224; visti in circolazione negli ultimi tempi, poetico e dissacrato viaggio in un universo al contrario, alla ricerca di una sua (impossibile?) logica, avamposto di un mondo futuro in cui forse anche noi avremo paura a uscire di casa, e saremo costretti a costruirci conviventi immaginari. Oppure, come insegna il finale, andremo alla deriva per la citt&#224;, dispersi ma armati ancora della nostra ironia. Ultima arma possibile contro un mondo non (pi&#249;) a misura d&amp;#8217;uomo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/03/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>20/03/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Rock Hudson - Dark and Handsome Stranger</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=5204</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/Festival/Berlinale/Panorama/Rock%20Hudson%20-%20Dark%20and%20Handsome%20Stranger/Rock-Hudson-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La sconvolgente (talvolta...) efficacia del cinema documentario risiede spesso nella sua semplicit&#224;, nella ricerca del modus stilistico pi&#249; diretto per raccontare fatti e/o storie personali. Ne rappresenta l'ennesima dimostrazione questo interessante film completamente incentrato sulla figura della star hollywoodiana Rock Hudson e della sua paradossale parabola esistenziale, che lo ha visto dapprima osannato sex symbol per il pubblico femminile sul grande schermo, poi costretto con estremo coraggio al cosiddetto &quot;outing&quot; sulla propria omosessualit&#224; ed infine, a chiudere quella che parrebbe a tutti gli effetti una tragedia umana di insondabile spessore, primo personaggio di assoluta fama internazionale a rimanere vittima del terribile flagello dell'A.I.D.S., dopo lungo e penoso calvario. E Rock Hudson - Dark and Handsome Stranger, documentario diretto a quattro mani da Andrew Davies e Andr&#233; Schafer presentato nella sezione Panorama dell'edizione 2010 della Berlinale, prova a raccontare il &quot;lato oscuro&quot; del popolare attore semplicemente alternando poco viste immagini di repertorio alle interviste a persone che lo hanno conosciuto molto bene in vita, come ad esempio Liz Taylor, una delle poche amiche e colleghe perfettamente a conoscenza del suo irriferibile segreto.
Un'operazione cinematografica, diciamolo subito, sicuramente riuscita. Perch&#233; se lo scopo ultimo di un documentario &#232; quello di indagare cercando di portare alla luce verit&#224; per troppo tempo nascoste - e spesso solo per meschinit&#224; umane.. - lo spettatore viene senza dubbio coinvolto nel dramma assoluto di Rock Hudson; un uomo per molti versi inevitabilmente e per lungo tempo condannato alla reclusione sistematica all'interno della propria immagine di celluloide, impossibilitato ad esprimere liberamente il suo orientamento sessuale pena il crollo immediato di una sfavillante carriera sviluppatasi peraltro in un periodo (anni cinquanta-sessanta) caratterizzato da una esplicita ondata di puritanesimo negli States. 
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/03/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>12/03/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>How the Beatles Rocked the Kremlin</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=5044</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/2/Documentari/How%20the%20Beatles%20Rocked%20the%20Kremlin/How-the-Beatles-rocked-the-Kremlin-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Intorno alla presentazione del documentario How the Beatles Rocked the Kremlin si &#232; da subito creata un'atmosfera di attesa. Svariate circostanze hanno contribuito a costruire &amp;#8220;l'evento&amp;#8221;, non ultima la scelta del Trieste Film Festival di far seguire alla prima proiezione del film una speciale &amp;#8220;Back in U.S.S.R. - Beatles Friday Night&amp;#8221;, con dj-set di Etoile Filante. Ma in realt&#224; a far levitare le aspettative &#232; stato qualcos'altro, avvenuto poco prima che il lavoro del britannico Leslie Woodhead, qui inserito nella sezione Muri del suono, venisse proiettato; ed &#232; stata la stessa testimonianza del regista, che ha un vasto background di prodotti cinematografici e televisivi focalizzati tanto sui cambiamenti sociali in Europa Orientale che su particolari contesti musicali, ad elettrizzare l'aria. Woodhead ha infatti ricordato al pubblico la singolare esperienza avuta, nel 1962, quando gli riusc&#236; di filmare alcuni minuti dell'esibizione dei Fab Four, allora pressoch&#233; sconosciuti, al Cavern Club di Liverpool; ed ecco che, come per magia, il suo documentario si apre proprio con quelle storiche immagini dei Beatles in bianco e nero.
Al di l&#224; dell'indubbio coinvolgimento emotivo, la visione di How the Beatles Rocked the Kremlin ci ha poi lasciato una serie di impressioni discordanti, dovuta anche all'impostazione fin troppo a tesi del film. Nel raccontarci in poco pi&#249; di un'ora quanto profonda sia stata la penetrazione della band inglese nell'immaginario sovietico, il documentario non perde nemmeno un'occasione per sviluppare, in modo alquanto manicheo, la seguente equivalenza: l'Occidente sta all'idea di &amp;#8220;mondo libero&amp;#8221; esattamente come l'Unione Sovietica sta al concetto di &amp;#8220;impero del male&amp;#8221;. Il pretesto di questa aspra contrapposizione, perfettamente sintetizzata a livello iconico dall'insistere sul saluto tremolante di Breznev durante le parate militari sulla Piazza Rossa, &#232; ovviamente nei molteplici modi in cui le autorit&#224; sovietiche tentarono di arginare l'influsso sempre pi&#249; forte dei Beatles sulla giovent&#249; dell'epoca. Qui, effettivamente, il film ha buon gioco nel conquistare lo spettatore con una rievocazione dai toni ora beffardi e ora malinconici degli strumenti posti in atto dal regime per contenere la dilagante &amp;#8220;Beatlemania&amp;#8221;, secondo una strategia repressiva alla quale si opponevano con metodi di gran lunga pi&#249; fantasiosi quei giovani ansiosi di confrontarsi con la musica e col mito stesso dei Fab Four. Il ricettario del governo sovietico prevedeva quanto segue: dischi originali rigati con disprezzo agli aeroporti; registrazioni abusive punite col carcere; articoli sugli organi di regime che censuravano i Beatles per i loro atteggiamenti, definiti borghesi e corrotti; capelloni trascinati in caserma dalla polizia, per essere rasati a zero. Quale necessario controcampo, molti tra i fan dei Beatles intervistati per l'occasione hanno rammentato con orgoglio i diversi stratagemmi attuati dalla giovent&#249; dell'epoca per coltivare la propria passione musicale, e con essa una sottile ribellione al sistema: chitarre elettriche costruite artigianalmente in casa, dischi incisi su lastre trafugate dagli ospedali, concerti organizzati di nascosto nelle cantine. Prende cos&#236; forma, durante il documentario, l'immagine dei Beatles capaci di accelerare il dissolvimento dello stato sovietico persino di pi&#249; delle riforme attuate da Gorbaciov!
Mettendo da parte le semplificazioni ideologiche, a volte un po' irritanti, la ricchezza di  How the Beatles Rocked the Kremlin &#232; tutta nella vivacit&#224; delle testimonianze e della documentazione, che a un certo punto chiama in causa alcuni grandi del rock russo: in primis l'intervista ad Andrey Makarevich, cantante dei Mashina Vremeni, band che pu&#242; vantare un ruolo di apripista nello svecchiamento di quel panorama musicale, indubbiamente imbalsamato; non meno significativa l'apparizione in un vecchio video di Viktor Tsoy, il compianto frontman dei Kino, scomparso anni fa in un tragico incidente. Ma sono soprattutto gli interventi dei fan pi&#249; genuini, le scalcinate esibizioni di certe &amp;#8220;tribute band&amp;#8221;, a rendere l'idea di quanto sia ancora radicato l'amore per i Beatles, in Russia come nelle altre repubbliche dell'ex Unione Sovietica. Si scopre l'esistenza di un fantomatico &amp;#8220;Kavern club&amp;#8221; a loro dedicato in quel di Kiev. Si fa conoscenza col pi&#249; accanito collezionista di dischi e di altri cimeli relativi alla band, che a San Pietroburgo ha creato un museo personale pi&#249; simile a un santuario. Si ascoltano aneddoti davvero incredibili, come le leggende metropolitane secondo cui l'aereo dei Beatles avrebbe fatto un atterraggio d'emergenza in qualche cittadina della Russia, nell'epoca d'oro della loro carriera, consentendo al gruppo di aggirare i divieti e improvvisare un concerto addirittura sull'ala di un aereo! Per finire, poi, con un concerto vero, quello di Paul McCartney sulla Piazza Rossa, pochi anni fa. Quasi a certificare l'avvenuto trionfo dei Beatles su una cultura ufficiale che aveva provato in tutti i modi a respingerli, scontrandosi per&#242; con l'adorazione di masse desiderose di emanciparsi. La parola d'ordine della rivolta? Neanche a dirlo, Back in the U.S.S.R.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/02/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>05/02/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Con Artist</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=4267</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Extra/Con%20Artist/Con-Artist-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Documentario di Michael Sladek sulla figura dell'artista Mark Kostabi, presentato in anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma 2009.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;25/10/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>25/10/2009</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Sons of Cuba</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=4295</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Extra/Sons%20of%20Cuba/Sons-of-Cuba-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Documentario del regista britannico Andrew Lang sull'allenamento dei giovani pugili a Cuba, dove la boxe &#232; sport nazionale.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/10/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>24/10/2009</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Di me cosa ne sai</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=3799</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/8/Festival/Venezia%2066/Giornate%20degli%20Autori/Di_me_cosa_ne_sai_160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Come sta il cinema italiano? Male, ma perch&#233;?&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;15/10/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>15/10/2009</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Eva e Adamo</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=4163</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/9/In%20Sala/Eva%20e%20Adamo/Eva-e-Adamo-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Interessante documentario firmato da Vittorio Moroni sulla particolarit&#224; dei rapporti di coppia di tre donne di et&#224; differente.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;29/09/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>29/09/2009</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Il silenzio prima della musica</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=1685</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2008/11/documentari/lifeSupportMusic%20200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La vera storia del chitarrista Jason Crigler per un documentario toccante e straziante. Premio Enel Cuore alla terza edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;25/09/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>25/09/2009</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: Il silenzio prima della musica</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=4174</link>
			<description>Il trailer originale del documentario Il silenzio prima della musica, sulla malattia e la miracolosa guarigione del chitarrista Jason Crigler.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;25/09/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>25/09/2009</pubDate>
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			<title>L'amore e basta</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=3804</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/8/Festival/Venezia%2066/Giornate%20degli%20Autori/L_amore_e_basta_200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;L&amp;#8217;amore di coppia che Stefano Consiglio ha cercato in tutta Europa parla con la semplicit&#224; dei bambini&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/09/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>03/09/2009</pubDate>
		</item>
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			<title>Intervista a Erik Gandini</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=88&amp;art=3787</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/8/Documentari/Erik%20Gandini/Erik-Gandini-cover80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Un'intervista a Erig Gandini, autore di Videocracy, attesissimo documentario sull'Italia contemporanea.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;voci doc&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/08/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Lorenzo Leone&lt;/strong&gt;</description>
			<category>voci doc</category>
			<pubDate>20/08/2009</pubDate>
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			<title>Stretti al vento</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=3491</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/6/Documentari/Stretti%20al%20vento/Stretti-al-vento-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Documentario italiano sui navigatori in solitaria.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/06/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>23/06/2009</pubDate>
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