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		<title>CineClandestino.it</title>
		<link>http://www.cineclandestino.it/</link>
		<description>Rivista di cinema e informazione cinematografica</description>
		<language>it</language>
		<pubDate>03/02/2012 5.53.07</pubDate>
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			<title>DocuWorld #02</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=12&amp;art=8809</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/Documentari/DocuWorld%202/DocuWorld-2-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;I documentari cosiddetti &amp;#8220;personali&amp;#8221; (o autobiografici) sono una tra le sotto-categorie del genere documentaristico spesso poco apprezzate e incomprese dal pubblico come film che mostrano l&amp;#8217;ego del regista nel parlare di eventi  legati a s&#232; o alla sua famiglia. In realt&#224; sono invece storie da essere apprezzate per la loro universalit&#224;. Sono film che vediamo raramente distribuiti al cinema (Supersize Me di Morgan Spurlock, che rientra per alcuni elementi in questo gruppo di film, &#232; un&amp;#8217;eccezione) ma che invece vanno bene sul piccolo schermo. Alcuni dei film del genere che si sono distinti negli anni sono sicuramente Silverlake Life (1993),  una sorta di video-diario girato dal filmmaker Tom Joslin quando scopr&#236; che che sia lui che il compagno avevano l&amp;#8217;AIDS. Una storia intima ma che rispecchiava le sensazioni di molti che come loro, avevano a che fare con una malattia poco conosciuta all&amp;#8217;epoca. Il film fu poi finito dopo la sua morte da uno studente di Tom Joslin, Peter Friedman, e nel 1993 vinse il premio della giuria a Sundance. Jupiter&amp;#8217;s Wife (1995) di Michel Negroponte narra l&amp;#8217;incontro tra il regista e Maggie Cogan, una eccentrica senzatetto che vive a Central Park a New York. Film che hanno sicuramente rivoluzionato il modo di produrre il documentario indipendente e che si sono fatti conoscere per le incredibili storie trovate spesso per caso come per Jupiter&amp;#8217;s Wife o legate a tematiche delle quali nessuno parlava perch&#233; considerate tab&#249; come per Silverlake Life.
Tra le produzioni degli ultimi dieci anni ricordiamo Tarnation (2003) di Jonathan Caouette. Una delle produzioni pi&#249; indipendenti della storia del cinema documentaristico e forse anche la pi&#249; estrema a livello autobiografico, il documentario racconta la vita del regista omosessuale e il suo rapporto con la madre, attraverso materiale in super 8, VHS, fotografie, materiale audio da segreterie telefoniche. Il film era stato fatto con un budget di $218.32 e montato usando il software di iMovie su un computer Mac, anche se poi per la distribuzione si sono spesi altri $400,000 per il suono, la stampa su pellicola e i diritti  per la musica utilizzata in alcune scene.
A Walk Into the Sea: Danny Williams and the Warhol Factory (2007) di Esther Robinson racconta la missione della stessa regista nel cercare la verit&#224; sulla morte dello zio Danny Williams, scomparso misteriosamente nel 1966, e che, durante i primi anni della sua carriera da filmmaker, era stato l&amp;#8217;amante di Andy Warhol. Un altro lavoro importante &#232; Family Affair (2010) di Chico Colvard, che ripercorre l&amp;#8217;episodio che a 10 anni lo ha portato a sparare alla sorella ad una gamba, evento che mette alla luce una serie di segreti che sconvolgono la sua famiglia. Dopo trenta anni, Colvard viene a contatto con una storia intima e personale che racconta con tutte le difficolt&#224; e le incertezze di un regista e di un personaggio del documentario, come il padre abusava delle sue tre sorelle che tutt&amp;#8217;ora gli sono leali, come se niente fosse successo. Temi universali come quello dell&amp;#8217;abuso, del trauma dovuto alla violenza, del perdono e della ricerca di amore all&amp;#8217;interno della famiglia. Il film &#232; stato in competizione al Sundance Film Festival nel 2010 ed &#232; stato il primo documentario ad essere scelto per essere distribuito su OWN, il nuovo canale di Oprah Winfrey che &#232; stato inaugurato proprio all&amp;#8217;inizio del 2011.
Recentissimo &#232; invece A Journey Into My Mother&amp;#8217;s Footsteps (2011) di Dina Rosenmeier, regista e attrice danese, montato e scritto insieme alla italiana Nadia Fugazza, che racconta il viaggio della regista in India per capire e approfondire le ragioni che hanno portato la madre, Jesse Rosenmeier a lasciare la famiglia negli anni &amp;#8217;70 per fare volontariato in India. Dina ripercorre le tappe della madre in orfanotrofi e luoghi che hanno segnato profondamente la sua esperienza, cambiando la vita di molti bambini di strada e orfani, ma creando dei vuoti significativi nella vita dei suoi sei figli, allora piccoli. La Rosenmeier usa anche ricostruzioni in Super 8, fotografie e materiale di archivio e parla con la madre in una lettera a cuore aperto che lascia trasparire molte emozioni. Un film insomma nel quale la regista si &#232; messa davvero in gioco, senza mitizzare troppo la figura della madre, ma anzi cercando di comprendere a fondo le scelte del genitore che nel bene e nel male hanno avuto delle ripercussioni all&amp;#8217;interno della famiglia. La struttura del viaggio &amp;#8220;catartico&amp;#8221; &#232; presente anche in un precedente documentario nominato agli Academy Awards, My Architect (2003), nel quale il regista, Nahaniel Kahn, figlio del famoso architetto Luis Kahn visita tutte le opere del padre sparse nel mondo per cercare di capire la sua figura paterna, poco presente durante la sua infanzia. Toccante e intensa in questo documentario &#232; sicuramente la colonna sonora di Joseph Vitarelli.
Sempre sulle orme della figura del padre &#232; William Kunstler: Disturbing the Universe (2009) diretto da Emily Kunstler and Sarah Kunstler, le figlie del famoso avvocato radicale e attivista tra gli anni &amp;#8217;60 e &amp;#8217;70. Kunstler non solo combatt&#233; per i diritti civili con Martin Luther King e protest&#242; nella famosa Chicago 8 contro la guerra in Vietnam, ma rappresent&#242; anche alcuni assassini e persone che avevano commesso reati gravi. Il contesto storico &#232; una importante fonte storica che permette alle registe di capire bene il loro rapporto con il padre e il suo bisogno di giustizia.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;documentari&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Vanessa Crocini&lt;/strong&gt;</description>
			<category>documentari</category>
			<pubDate>03/01/2012</pubDate>
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			<title>Tutti gi&#249; per aria</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=86&amp;art=8793</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Tutti%20gi%C3%B9%20per%20aria/Tutti-gi%C3%B9-per-aria-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Tra le molte sporche storie che si sono succedute nell'Italia berlusconiana, succube di una progressiva dissolvenza dei pi&#249; basilari concetti di etica e di rispetto della dignit&#224; del lavoro, quella che riguarda la compagnia di bandiera nazionale rappresenta un paradigma piuttosto efficace per comprendere il degrado civile e morale di un paese che rischia di smarrire definitivamente la propria spina dorsale. I cassaintegrati dell'ex Alitalia hanno protestato in lungo e in largo, cercando di convincere le altre categorie di lavoratori che il progetto portato avanti dallo Stato con il passaggio a CAI (acronimo che identifica la Compagnia Aerea Italiana, nata nel 2008 su iniziativa della Banca Intesa proprio per gestire le carcasse di Alitalia e Air One) era solo il primo tentativo di una strategia destinata a modificare una volta per tutte il sistema nazionale di assunzioni e licenziamenti, ma sono stati per gran parte inascoltati. Lo stesso destino, a conti fatti, &#232; toccato anche a Tutti gi&#249; per aria, il documentario ideato da Alessandro Tartaglia Polcini e diretto da Francesco Cordio, gi&#224; autore di Inti-Illimani &amp;#8211; Dove cantano le nuvole: terminato nel 2009, il documentario dedicato alla questione Alitalia ha dovuto aspettare quasi due anni per approdare in sala, grazie al provvido intervento della sempre pi&#249; attiva Distribuzione Indipendente (o D.Indi che dir si voglia) che ha deciso di resuscitarlo dall'oblio in cui stava inesorabilmente scivolando. 
Un progetto che sarebbe stato criminoso lasciare celato agli occhi del pubblico italiano, non tanto per la solidit&#224; strutturale o la qualit&#224; estetica che lo sorregge &amp;#8211; anzi, sul valore strettamente cinematografico dell'opera in questione &#232; doveroso sollevare ben pi&#249; di un dubbio &amp;#8211; ma perch&#233; permette di non abbassare la guardia sul delicato momento storico che sta attraversando la societ&#224; italiana, a pochi passi dal tracollo economico ma impantanata da anni in una crisi ben pi&#249; profonda e radicata. Documentari come Tutti gi&#249; per aria pongono davanti agli occhi dello spettatore punti di vista che i media nazionali non sposano, per interesse aziendale o pura miopia giornalistica. Perch&#233;, pur avendo ricevuto forma compiuta da Cordio, il documentario vive e si sviluppa sul materiale del tutto amatoriale girato con vari mezzi (videocamere di qualit&#224; in fase di ripresa variabile) dallo stesso personale Alitalia: manifestazioni, proteste, interventi a meeting, interviste, una documentazione viva e sincera che &#232; anche la parte migliore del documentario. A funzionare davvero poco, piuttosto, &#232; uno scialbo e retorico inserto di finzione che attraversa l'intero film fungendo da ideale punto di contatto tra le varie anime che ne compongono l'insieme: la giornata tipo di uno steward che ha perso il lavoro ma si reca lo stesso, imperterrito, a Fiumicino, non solo non aggiunge nulla al discorso intrapreso nella componente documentaria del film, ma appesantisce anche il tutto rivestendolo di un'allure demagogica e retorica assai difficile da digerire. 
Per quanto l'intervento, in apertura e in chiusura di documentario, di Ascanio Celestini (impegnato in un monologo sugli aerei di carta), risulti l'apice dell'intero film, anche le &amp;#8220;comparse straordinarie&amp;#8221; appaio ben poco essenziali nel raggiungere lo scopo prefissato. Resta dunque un film confuso, importante per la materia trattata ma ben poco memorabile sotto il profilo strettamente cinematografico. A volte, purtroppo, capita di confondere l'arte documentaria con la mera e semplice &amp;#8220;documentazione&amp;#8221; della realt&#224;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>03/01/2012</pubDate>
		</item>
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			<title>Inti-illimani - Dove cantano le nuvole</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=86&amp;art=8588</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/In%20sala/Inti-illimani%20Dove%20cantano%20le%20nuvole/Inti-Illimani-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&amp;#8220;Y ahora el pueblo que se alza en la lucha, con voz de gigante gritando: &#161;adelante!&amp;#8221;
Questo distico, che anticipa il trascinante grido di battaglia di un&amp;#8217;intera generazione El pueblo unido jam&#224;s ser&#224; vencido, &#232; l&amp;#8217;eredit&#224; pi&#249; nota che hanno lasciato i cileni Inti-Illimani, la band di musica andina pi&#249; famosa del mondo. Chiss&#224; cosa sarebbe accaduto ai giovanissimi membri di questo gruppo musicale se si fossero trovati in patria l&amp;#8217;11 settembre del 1973, quando la Moneda fu presa armi in pugno dalle squadracce militari e fasciste capitanate da Augusto Pinochet e foraggiate da Richard Nixon, Henry Kissinger e le forze armate statunitensi: con ogni probabilit&#224; avrebbero fatto la fine di molti artisti vicini all&amp;#8217;area del Poder Popular, la componente socialista e comunista che port&#242; al democratico trionfo elettorale Salvador Allende. Aristi come Victor Jara, ucciso nell&amp;#8217;Estadio Nacional a pochi giorni dal colpo di stato, o come Pablo Neruda, anche lui deceduto poco meno di due settimane dopo il golpe, grazie a una misteriosa inizione ricevuta in ospedale. Ma in quel maledetto settembre gli Inti-Illimani erano lontani dal Cile, si trovavano a Roma per una tourn&#233;e europea che si sarebbe dovuta concludere a Berlino Est: il Partito Comunista Italiano li preg&#242; di rimanere in Italia, dove sarebbero stati al sicuro da possibili attentati fascisti. E la storia italiana della band prosegu&#236; fino al 1988 quando, caduto Pinochet, i musicisti decisero di tornare nella loro patria martoriata, accolti da migliaia di persone esultanti, e finalmente libere. Una storia, quella appena narrata, che in realt&#224; trova ben poco spazio in Inti-Illimani &amp;#8211; Dove cantano le nuvole, documentario diretto da Francesco Cordio e Paolo Pagnoncelli che raggiunge le sale italiane a quattro anni dalla sua produzione grazie al sempre attento occhio di Distribuzione Indipendente: la coppia di registi ha deciso di focalizzare lo sguardo pi&#249; che sul passato glorioso e sulla storia politica del Cile sulla realt&#224; attuale degli Inti-Illimani, che dopo una scissione dolorosa un decennio or sono ha ripreso a suonare meticciando il proprio suono originale con le influenze del nuovo Cile e dell&amp;#8217;America latina attuale. Una scelta coraggiosa, che &#232; stata vissuta traumaticamente per alcuni membri originali della band, a tal punto da dare vita a due realt&#224; musicali completamente indipendenti: gli Inti-Illimani e gli Inti-Illimani Hist&#243;rico, con questi ultimi interessati soprattutto a mantenere viva la memoria del tempo che fu. 
Cordio e Pagnoncelli si occupano in realt&#224; solo degli Inti-Illimani, accennando di sfuggita a tutta la querelle legata allo scisma: per il resto il loro intento &#232; quello di avvicinare poco per volta lo spettatore al mondo della band, attraverso interviste, stralci di concerti in giro per il Cile e per l&amp;#8217;Italia, appunti di viaggio presi alla rinfusa. Il problema principale di questo documentario &#232; infatti tutto racchiuso nella caotica sovrapposizione di materiali: non sembra esserci una vera e propria linea guida, e la possibilit&#224; di cogliere l&amp;#8217;istante appare agli occhi dei due registi assai pi&#249; interessante di una messa a fuoco dell&amp;#8217;insieme. Il risultato &#232; dunque quello di un prodotto affascinante pi&#249; sulla carta che nella realt&#224; materiale: sia la storia della band che il loro percorso musicale attuale vengono fuori troppo casualmente, senza un&amp;#8217;organicit&#224; al contrario essenziale per riuscire a cogliere davvero il senso di rivoluzione perpetua che gli Inti-Illimani hanno sposato con la loro etica artistica. Anche l&amp;#8217;idea di lasciare volutamente sullo sfondo il contesto politico (la tourn&#233;e cilena tra l&amp;#8217;altro &#232; di supporto alla candidatura presidenziale di Michelle Bachelet, membro del Partito Socialista Cileno) lascia alquanto interdetti: se &#232; infatti vero che spesso gli Inti-Illimani sono stati ridotti a mero simbolo dell&amp;#8217;ideologia comunista, tralasciando la loro importanza compositiva e musicale, &#232; altrettanto vero che l&amp;#8217;impegno politico e sociale &#232; parte integrante ancora oggi dell&amp;#8217;approccio artistico del gruppo. E, per quel che concerne la questione musicale, sembra davvero strano che ci si soffermi (giustamente) sulla figura di Victor Jara senza spendere per&#242; neanche una parola su Violeta Parra, personaggio altrettanto fondamentale della Nueva caanci&#242;n chilena. Per non parlare anche della discutibile scelta degli interventi, come quello &amp;#8211; pur interessante e perfino &amp;#8220;tenero&amp;#8221; &amp;#8211; di Daniele Silvestri, che sembra francamente pi&#249; frutto del caso che di un reale raziocinio.
Un peccato, perch&#233; l&amp;#8217;opera presenta comunque materiale piuttosto interessante, e se solo si fosse lavorato con maggiore accortezza in fase di costruzione della struttura, con ogni probabilit&#224; oggi staremmo applaudendo un documentario indispensabile per aprire gli occhi su una realt&#224; forse poco conosciuta dalle giovani generazioni. Invece quel che resta &#232; un prodotto interessante, non privo di spunti di riflessione, ma adatto forse soprattutto a un pubblico gi&#224; edotto. Peccato...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;25/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>25/11/2011</pubDate>
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			<title>DocuWorld # 01</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=8417</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/Documentari/DocuWorld%201/DocuWorld-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Vi ricordate i documentari sui comportamenti, la vita e le abitudini degli animali della giungla e della savana, quelli alla Piero Angela durante Quark con la voce narrante del mitico Claudio Capone? Per quanto interessanti ed educativi, siamo sicuri che annoiassero molti spettatori, incluso chi scrive. Il che ha significato per molti anni associare i documentari ad un genere di film lento, educativo, in altre parole noioso.
Mai come oggi, questa affermazione pu&#242; essere discussa e ribaltata. Innanzitutto per l&amp;#8217;importanza che il genere documentaristico ha avuto negli ultimi anni. Produzioni importanti, dalla denuncia sociale a biografie storiche fino appunto a storie di animali. Si, storie con protagonisti la specie animale. Non appunto, quelli alla Piero Angela, ma film i cui protagonisti a due, quattro o otto zampe ci emozionano, ci fanno piangere, ci fanno pensare e allo stesso tempo ci educano attraverso il loro punto di vista. La chiave di lettura va sicuramente vista nell&amp;#8217;umanizzazione di questi animali. Un esempio su tutti, la produzione francese de La marcia dei pinguini e quella americana di The Cove, entrambi vincitori di un Oscar, due film che sicuramente sono un must per gli appassionati .
Molte delle produzioni documentaristiche americane degli ultimi anni sono state dedicate agli animali e, permetteteci di usare questa parola, sembra che tale soggetto sia ormai un trend ineludibile non solo presente ai film festival, ma anche in televisione e al cinema.  Molti dei documentari selezionati nei pi&#249; importanti festival sono stati acquisiti dai canale HBO e PBS, come &#232; successo nel caso di One Lucky Elephant, la storia dell&amp;#8217;elefante Flora, che dopo nove anni nel circo di David Balding viene spostata in un centro per soli elefanti, creando problemi nella sua nuova dimora a causa della distanza con il suo padrone super protettivo. Quest&amp;#8217;anno il Los Angeles Film Festival ha proiettato Project Nim, la storia di uno scimpanz&#232; chiamato Nim cresciuto all&amp;#8217;interno di una famiglia negli anni &amp;#8216;70 e al quale in virt&#249; di tale esperimento &#232; stato insegnato il linguaggio dei segni. Per non parlare di Buck, vincitore dell&amp;#8217;Audience Award al Sundance Film Festival, una storia particolarmente americana e un ritratto visualmente maestoso di Buck Brannaman, un cowboy che viaggia in tutti gli Stati Uniti come un horse-whisperer, un vero e proprio terapeuta di cavalli. Fattore che accomuna queste storie &#232; l&amp;#8217;interazione tra esseri umani e animali, un rapporto spesso compromesso da situazioni ambientali e eccezioni comportamentali accettate e non dalla societ&#224;.
Un&amp;#8217;ultimissima produzione appena uscita nei teatri americani &#232; The Whale, prodotto da Ryan Reynolds e dalla ex moglie Scarlett Johansson e narrato nella versione originale dallo stesso Reynolds, sulla storia di una famiglia a Nootka Sound, nel British Columbia (Canda), che fa amicizia con un&amp;#8217;orca. Luna, l&amp;#8217;orca apparenetemente pericolosa, interagisce con tutta la comunit&#224;, cosi come con i turisti della zona.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;26/10/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Vanessa Crocini&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>26/10/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Una vita in un calcio di rigore - Diario di &quot;11 metri&quot;</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=8464</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Fuori%20Concorso/11%20metri/11-metri-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Quando in un film si ripercorre per immagini, suoni e parole, la vita di un personaggio pubblico realmente esistito, la cosa pi&#249; complicata da affrontare durante la lavorazione &#232; quella di confrontarsi &amp;#8211; e in moltissimi casi scontrarsi &amp;#8211; con l&amp;#8217;aurea mitica e leggendaria che lo avvolge, lo difende, persino lo rende intoccabile. Proprio per questo, nell&amp;#8217;istante immediatamente successivo alla proposta di Daniele Esposito e della sua casa di produzione, la Vega&amp;#8217;s Project, di realizzare un documentario su Agostino Di Bartolomei a diciassette anni dalla sua morte, mi sono reso conto di quanto difficile potesse essere il cammino narrativo, drammaturgico, registico e produttivo, legato a una storia come quella dell&amp;#8217;indimenticabile capitano del secondo scudetto romanista. Venuti a mancare il filtro romanzesco e gli artifici messi a disposizione dalla fiction, a favore dei meccanismi imposti dal cosiddetto &amp;#8220;cinema del reale&amp;#8221;, di conseguenza il processo di scrittura e l&amp;#8217;approccio tecnico-stilistico alla materia sono diventati per forza di cose rigorosamente votati alla verit&#224; dei fatti che lo hanno visto protagonista, in un arco temporale e in cornici spaziali ben definiti.
Nel caso di Di Bartolomei, il cui ricordo &#232; marchiato a fuoco nella memoria collettiva per le gesta dentro il rettangolo di gioco ma soprattutto per quel colpo di pistola al cuore con il quale decise di togliersi la vita a soli 39 anni, i pericoli di inciampare nella pi&#249; scontata delle apologie celebrative, e ancora peggio di consegnare allo sguardo delle platee di turno il classico &amp;#8220;coccodrillo&amp;#8221;, erano entrambi dietro l&amp;#8217;angolo. In tal senso, spero di essere riuscito a evitare che questo accadesse, ma sar&#224; il pubblico a stabilirlo, in primis quello che il 31 ottobre nella Sala Petrassi dell&amp;#8217;Auditorium Parco della Musica assister&#224; all&amp;#8217;anteprima di 11 metri durante la sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, dove il documentario sar&#224; presentato come Evento Speciale. Solo allora potr&#242; capire se le scelte e le decisioni prese con i produttori e i collaboratori sono state giuste o sbagliate.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/10/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>24/10/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Exit Through the Gift Shop</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=86&amp;art=8380</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/Documentari/Exit%20Through%20the%20Gift%20Shop/Exit-Through-the-Gift-Shop-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&quot;Con il rischio gioca sempre perch&#233;, per lui nulla di impossibile c'&#232;&quot;. La sigla di Lupin III potrebbe adattarsi molto bene, secondo il sottoscritto, alle mirabolanti imprese di Banksy, provocatore geniale che in quanto alfiere della &amp;#8220;street art&amp;#8221; ha gi&#224; fatto parlare di s&#233; il mondo intero. Ma qui c&amp;#8217;era da testare un qualcosa di sostanzialmente inedito: il match Banksy vs. mezzo cinematografico. E quest&amp;#8217;altro strumento, questo giocattolo nuovo, il graffiante graffitaro ha dimostrato di saperlo usare con la stessa intelligenza gi&#224; dimostrata altrove. Importante &#232; infatti riconoscere come le audaci, creative interferenze dell&amp;#8217;artista britannico col tessuto urbano non corrispondano mai a una provocazione sterile, fine a se stessa, ma sappiano come mettere in crisi il pensiero borghese, caricandosi talvolta di qualche importante messaggio etico/politico: ne sono un esempio i dissacranti murales realizzati a ridosso dell&amp;#8217;infame muro israeliano in Cisgiordania. Ma anche nella natia Inghilterra e in altre metropoli occidentali, questo temerario votato alla &amp;#8220;guerrilla art&amp;#8221; ha saputo rendere lo &amp;#8220;stencil&amp;#8221; strumento di espressione personale, protesta e controcultura tanto da essere poi imitato, studiato, corteggiato al punto di interessare, e parecchio, le stesse gallerie d&amp;#8217;arte. Ecco, proprio dalle contraddizioni subentrate nella propria attivit&#224;, sembra essersi mosso il creativo originario di Bristol per dare vita allo spiazzante Exit Through the Gift Shop, accolto poi con numerosi premi ai pi&#249; svariati festival di documentari.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;18/10/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>18/10/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>African Cats</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=86&amp;art=7954</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/7/In%20Sala/African%20Cats/African-Cats-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;L'equivoco, come sovente accade nelle produzioni targate Disney nel genere specifico, nasce dalla definizione che si vuole dare a tali lavori. African Cats, al pari di tutti gli altri in passato, viene presentato a tutti gli effetti come documentario, ma resta l'amletico dubbio se lo sia fino in fondo. Intendiamoci: in questa storia di leoni e leonesse, mamme ghepardo e alligatori o iene in agguato, gli animali mostrati sono perfettamente veri, non c'&#232; alcun ricorso alla computer graphic. C'&#232; invece - in modo anche esageratamente palese - una vera e propria sceneggiatura alle spalle degli splendidi scenari che fanno da set al film, girato in una riserva naturale del Kenya. E, assodata l'impossibilit&#224; di far recitare davanti alla macchina da presa poco mansueti felini di ogni tipo, agli autori Keith Scholey e Alastair Fothergill altro non rimaneva da fare che lavorare, in modo peraltro assai efficace, su un  montaggio a fini &quot;narrativi&quot; di immagini che potrebbero benissimo essere completamente slegate - nella realt&#224; - tra loro.
Pi&#249; che meriti propri, anche per gli intenti didascalici che sono intrinseci ad operazioni in tutta evidenza destinate ad un pubblico di ragazzi, un film come African Cats potrebbe quindi costituire un importante spunto di riflessione su cosa debba veramente essere un documentario ai giorni nostri, dove il concetto di verit&#224; oggettiva diviene spesso una chimera inarrivabile, mistificata ad arte da una generale confusione. La cinepresa deve registrare i fatti e riproporli cos&#236; come sono avvenuti o pu&#242; rielaborarli a piacimento, a fini di intrattenimento (come accade per la pellicola in questione) oppure - e la faccenda si fa ancora pi&#249; delicata - per veicolare messaggi socio-politici a seconda dei punti di vista pi&#249; o meno condivisibili come fa ad esempio un Michael Moore in ogni lungometraggio da lui diretto? E' lecito, insomma, far divenire una merce preziosa chiamata documentario un vero e proprio show per provare a catturare quanto pi&#249; pubblico possibile? Domanda probabilmente retorica, in una societ&#224; globalizzata che ha fatto dello spettacolarizzazione di/con/su se stessa il proprio propellente economico. Oseremmo dire che tutto &#232; affidato al senso etico di chi si pone in cabina di regia, come del resto deve essere...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;21/07/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>21/07/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intervista a Peter Mettler</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=88&amp;art=7832</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/6/Documentari/Peter-Mettler-cover80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Peter Mettler &#232; un apolide, nato in Svizzera e cresciuto in Canada. La sua formazione autoriale risente in maniera sensibile di questa doppia identit&#224; culturale, che assembla con tecnica spesso sregolata materiale di finzione con pure riprese documentarie. Figura ricorrente al Festival dei Popoli, che nell'ultima edizione gli ha dedicato una retrospettiva integrale. Ecco la nostra intervista.
 
Pensa che il cinema documentario stia in qualche modo &amp;#8220;contaminando&amp;#8221; il resto del cinema contemporaneo?

Penso che iniziare dai termini che designano generi cinematografici sia limitante, perch&#233; in fondo si tratta sempre di parole molto generiche che indicano categorie molto generali: sono solo strumenti utili a mettere insieme e definire film diversi tra loro. I film migliori vengono dalla coscienza profonda di un individuo, sono frutto di qualche sorta di visione, qualche volta sono artefazioni assolutamente irreali, altre, costrutti che prendono a prestito elementi del mondo reale o sono articolati come reazione ad esso. Credo che con gli ultimi film che ho fatto possa essere legittimamente ricondotto alla categoria del cinema documentario, intesa nel senso pi&#249; ampio possibile; ma ci sono molti modi di fare documentario. Credo che l&amp;#8217;espressione &amp;#8220;cinema documentario&amp;#8221; possa indicare semplicemente un legame e un coinvolgimento vero rispetto al mondo. Negli ultimi dieci anni la definizione comune di documentario sta perdendo rapidamente di senso e di utilit&#224;. Anche la poesia &#232; un documento, dunque un film che usa la poesia pu&#242; benissimo essere considerato un documentario. Oppure si pu&#242; forzare la categoria e dire che anche riprendere la performance di un attore che recita &#232; un documento. Iniziamo a vedere il mondo in modo diverso, difficile tenere questo cambiamento dentro una sola categoria.


Presentando i suoi film ha detto che il cinema che si vede di solito nelle sale &#232; molto pi&#249; angusto, molto pi&#249; limitato del cinema che potrebbe farsi in realt&#224;. M&amp;#8217;interessa sapere qualcosa di pi&#249; su come pensa questo orizzonte di potenzialit&#224; inesplorate.

Penso che il cinema abbia un enorme potenziale proprio per gli elementi dei quali si costituisce: la linea temporale, la luce, il suono. Il cinema ti permette di realizzare praticamente tutto quello che sei in grado d&amp;#8217;immaginare: tutto quello che riesci a immaginare puoi anche ricrearlo dentro lo spettro audio-visivo cinematografico. Poi si possono cambiare le condizioni di fruizione di un film, si pu&#242; cambiare il contesto nel quale si fruisce il cinema, la relazione tra il film e lo spettatore. Ci sono davvero grandi possibilit&#224; per giocare con la percezione umana usando il film come strumento. La cosa buffa &#232; che il cinema &#232; allo stesso tempo un medium strutturalmente soggettivo e sostanzialmente conservatore, e questo perch&#233; costa molto denaro e perch&#233; &#232;, o per lo meno &#232; stato, prodotto perseguendo scopi economici. &#200; naturale che chi fa cinema per motivi economici compia scelte conservatrici e che si fondi sulla ripetizione dell&amp;#8217;esistente. Per questo non &#232; facile trovare qualcuno che investa in un autore che non &#232; certo di come si svilupper&#224; il suo progetto, che sperimentasenza sapere in partenza cosa verr&#224; fuori alla fine del suo lavoro. La messa a punto delle nuove tecnologie, sempre pi&#249; economiche e leggere, lascia sperare che con strumenti sempre pi&#249; semplici e la possibilit&#224; sempre pi&#249; grande di girare e portare a termine le riprese di un film, ci si dedichi di pi&#249; alla ricerca.
Mi piacerebbe che le persone guardassero il mondo pi&#249; da vicino, che capissero che un film &#232; il risultato della reazione di un soggetto rispetto a quello che vede. Questa &#232; la grande differenza: da una parte uscire fuori e guardare, scoprire una certa situazione e lasciare che sia questa stessa situazione a suggerirti come girare, un&amp;#8217;esplorazione del mondo che usa il cinema come strumento; all&amp;#8217;opposto sta l&amp;#8217;adesione a un&amp;#8217;idea gi&#224; formulata che si conserva nella propria testa, limitarsi a un&amp;#8217;esecuzione. Sono due modi di lavorare profondamente diversi. Scrivere un film definendo ogni dettaglio per poi semplicemente &amp;#8220;metterlo in opera&amp;#8221; serve a chi investe denaro per sapere in cosa sta investendo. Quando si finanzia un pittore o un musicista per&#242; non gli si chiede il quadro o lo spartito prima di dargli il denaro: il pittore inizia a dipingere la tela bianca senza avere che qualche idea di massima sulla direzione da seguire nel proprio lavoro, a volte neppure quella. Molti processi di creazione artistica funzionano meglio proprio nella condizione in cui sensi e intelletto si condensano in una forma. Capita che neppure l&amp;#8217;autore sia consapevole del senso della propria opera prima di averla portata a compimento. Le pi&#249; grandi opere d&amp;#8217;arte contengono in loro stesse la meraviglia e il mistero che impediscono di afferrarne completamente il significato.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;voci doc&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;28/06/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Silvio Grasselli&lt;/strong&gt;</description>
			<category>voci doc</category>
			<pubDate>28/06/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intervista a Peter Mettler - Seconda parte</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=7833</link>
			<description>Abbiamo parlato del tempo. Nel suo cinema sembra che lo spazio sia in un certo senso una coda del tempo. I paesaggi hanno un ruolo fondamentale in tutti i suoi film, che si tratti delle distese innevate o dell&amp;#8217;aurora boreale, delle pianure allagate dal fango misto a petrolio o delle silhouette degli alberi che sfilano all&amp;#8217;orizzonte, sia che invece si concentri sugli edifici che crollano, o sulle vette dei grattacieli, sulle antenne che toccano il cielo, o i tetti delle case. Poi c&amp;#8217;&#232; spesso il rovesciamento nell&amp;#8217;ambiguit&#224; di quel che si vede: in Petropolis per esempio terra e cielo si confondono sempre. &#200; l&amp;#8217;idea della visione di un paesaggio come se fosse un corpo e di un corpo come se fosse un paesaggio. Come pensa e come usa i paesaggi?
Tutte le cose hanno un corpo e allo stesso tempo sono paesaggi. In Petropolis uso la mia voce di commento come se stessi davvero volando sopra un corpo e il punto &#232; che in fondo si tratta davvero di un corpo, il nostro corpo. La Terra non &#232; qualcosa di separato dai nostri corpi: noi tutti siamo parte di un unico corpo. La domanda &#232; allora perch&#233; stiamo torturando in questo modo il nostro stesso corpo. Ti dissangueresti per usare il tuo stesso fluido vitale come pittura? Credo di no.(1)
Non importa cosa ci cresce sopra, o cosa ci costruiamo noi, sotto c&amp;#8217;&#232; sempre un&amp;#8217;unica superficie, un corpo disteso, la crosta terrestre. Fino a oggi &#232; cos&#236;, essa resta il nostro principiale riferimento. Risale a miliardi di anni fa ed &#232; quasi una misura del tempo, &#232; una misura delle nostre azioni, una misura della nostra insignificanza. In Picture of Light l&amp;#8217;importanza di guardare l&amp;#8217;aurora boreale &#232; messa in rapporto con il paesaggio, con le persone. Cosa sarebbe l&amp;#8217;aurora boreale da sola? Essa esiste solo in relazione alla Terra; nel film esiste in rapporto alla nostra meraviglia. Il paesaggio &#232; la scena in rapporto alla quale si produce il nostro movimento.
Non parla esplicitamente di geografia, ma credo sia un tema molto importante, soprattutto in relazione al perdersi e al ritrovarsi, al sapere dove ci si trova nel mondo, sapere da quale punto di vista lo si sta guardando.
Questo ha a che fare con il cambio di prospettiva di cui parlavo prima e anche con la mia vita, con la mia storia: sono nato da genitori svizzeri in Canada e sono stato esposto da subito a una doppia cultura in un momento storico in cui si poteva gi&#224; viaggiare percorrendo grandi distanze in tempi molto ristretti. Per anni ho fatto contemporaneamente esperienza di due culture e ho costruito cos&#236; una doppia prospettiva sul mondo. Una specie di doppia vita ma anche un doppio punto di vista che mi permette di guardare le cose con occhi europei o con occhi nordamericani, a mia scelta. Credo che questo doppio punto di vista abbia avuto un ruolo anche nel mio modo di fare cinema, spingendomi a una costante giustapposizione di elementi provenienti da culture diverse. Come in Gambling, Gods and Lsd.
Pensando alle figure ricorrenti nei suoi film, voglio chiederle di parlare del sorriso. Sembra - soprattutto nei suoi primi film come Eastern Avenue - particolarmente attratto dall&amp;#8217;azione del sorridere. Sembra che le interessi filmare tutto il processo, dal primo incresparsi delle labbra alla distensione dei lineamenti del volto. Cosa significa?
&#200; buffo, non c'avevo mai ragionato. Il sorriso &#232; un modo bellissimo di pensare il cambiamento, il passaggio a uno modo di essere diverso, il sintomo, l&amp;#8217;indicazione di un divenire. Non necessariamente positivo. &#200; il segnale di un&amp;#8217;emozione che affiora e si mostra; non &#232; detto per&#242; che si tratti sempre di un&amp;#8217;emozione positiva. Quando per esempio la macchina si avvicina troppo a un personaggio succede che quella tensione, quella pressione dell'obbiettivo, produca un sorriso in chi viene osservato, che per&#242; &#232; un sorriso di imbarazzo, di sfogo di una condizione di difficolt&#224;. In Gambling, Gods and Lsd segnala un&amp;#8217;emozione che condividiamo il ragazzo che sta davanti l&amp;#8217;obiettivo e io che sto dietro la macchina. In Eastern Avenue invece il mio sorriso mentre fisso l&amp;#8217;obiettivo &#232; un segno di rottura: il sorriso marca il cambio di distanza della macchina dal soggetto che filma, nel momento in cui essa gli si avvicina. C'&#232; qualcosa di molto strano, di alieno in quel momento, in quel mio fronteggiare l'obiettivo.
Pu&#242; essere anche interpretato come un rilascio di tensione. Dentro un sorriso possono esserci molte cose diverse. Riprenderlo in tutta la sua durata permette di coglierne le varie fasi, come succede per esempio in Gambling, Gods and Lsd: una curiosit&#224; intensa, poi la soddisfazione di questa curiosit&#224;, e molte altre cose che non so. Non posso sapere cosa passava per la testa di quel ragazzo mentre lo riprendevo, ma ricordo con esattezza tutte le molte diverse espressioni che ho visto trascorrere nel sorriso su quel volto.
Non so perch&#233; mi interessa tanto, ma penso che sia bello guardare la gente sorridere.
In Picture of Light c&amp;#8217;&#232; un cacciatore che parla della caccia come di una dipendenza da gestire: uscire per sparare, uscire per uccidere, uccidere per immergersi in un bagno di sangue &#232; qualcosa dalla quale l&amp;#8217;uomo ammette di dipendere e descrive anche come esperienza della quale non pu&#242; fare a meno ma che deve saper gestire. Mi sembra che ci sia un implicito ma forte parallelo tra il cacciatore che spara con il suo fucile e lei che riprende con la sua cinepresa.
&#200; cos&#236;. Ho incontrato quel cacciatore proprio nel periodo della mia vita in cui iniziavo a rendermi conto di quali rischi e quali tentazioni comportasse il mio lavoro e di quanto fosse forte la spinta che viene dalla sensazione di possedere un certo tipo di potere. La caccia in quel caso &#232; una questione di sopravvivenza, riguarda il cibo che serve a nutrirsi per sopravvivere, mentre nel mio caso la spinta &#232; verso un incremento della conoscenza sul mondo, un ampliamento della consapevolezza, della comprensione delle cose che mi circondano. La caccia, proprio come la registrazioni d'immagini, pu&#242; spingere a una sorta di dipendenza, uno stato in cui si diventa ciechi rispetto a quel che si fa. Quel cacciatore inseguiva il bagno di sangue degli animali che uccideva senza averne alcuna necessit&#224;, era dipendente dal sangue quasi fosse stata una droga: qualcosa di simile pu&#242; accadere anche a noi che lavoriamo con le immagini, che andiamo a caccia di suoni e d&amp;#8217;immagini. S&#236; &#232; un parallelo molto forte.
In Gambling, Gods and Lsd riprende il suo piano di montaggio accanto alla tv che mostra un&amp;#8217;intervista a Albert Hoffman, l'inventore dell'LSD. Cosa c'entra questo con il suo modo di lavorare?
Quella scena &#232; stata girata mentre stavo montando il film. Avevo chiesto a Hoffman di poterlo intervistare e lui mi aveva risposto che era troppo vecchio per pensare a queste cose, ma che avrei potuto rimediare usando alcuni dei molti materiali di repertorio gi&#224; esistenti. E cos&#236; ho fatto. Inserendoli in quel modo ho voluto che fosse esplicito, che venisse mostrato un momento del processo di realizzazione del film.
Guardando i suoi film si pu&#242; avere l&amp;#8217;impressione che per lei girare - e ancor prima guardare - coincida con il movimento, con il muoversi; che l&amp;#8217;atto di guardare coincida con un movimento nello spazio, e in particolare sia collegato con il viaggio.
Non penso cos&#236; spesso al movimento in s&#233;. La vita &#232; movimento, viviamo immersi in un flusso, dentro un divenire costante e il cinema &#232; questo: seguire un flusso, registrare il tempo mentre scorre. Che sia una singola ripresa di trenta secondi o una manipolazione sequenziale di un tratto pi&#249; lungo di tempo dentro un film di novanta minuti, si tratta pur sempre di cambiamento, di progressione, di movimento. Non esistiamo in una condizione di stasi, il mondo non conosce l&amp;#8217;immobilit&#224; assoluta. Dunque direi che il mio movimento mi sembra pertinente, parte naturale di ci&#242; che significa fare cinema. &#200; la fotografia a essere immobile. Per questo non ho mai badato troppo alla questione del movimento, tranne forse nel caso del film al quale sto lavorando in questi mesi. Il tempo del cinema ovviamente &#232; diverso dal tempo naturale: il tempo del cinema &#232; un tempo finito perch&#233; registrato, mentre quello naturale &#232; il presente che si offre continuamente alla nostra percezione. Viaggiare per me, come ho gi&#224; detto, significa cambiare prospettiva sul mondo. Per&#242;, dopo aver molto viaggiato, mi trovo ora a gravitare pi&#249; facilmente intorno a un unico luogo, non sento pi&#249; la necessit&#224; impellente di viaggiare in continuazione ma piuttosto il desiderio di trovare tutto quello che mi ha sempre appassionato proprio dove mi trovo, in questa stessa stanza, perch&#233; in realt&#224; queste cose esistono dovunque, in ogni luogo. Per capire questo ho dovuto viaggiare - mettere uno accanto all&amp;#8217;altro luoghi diversi, diversi paesi, culture e popoli - per molti anni della mia vita.
Guardando Petropolis &#232; impossibile non pensare a Lessons of Darkenss. Conosce il cinema di Werner Herzog?
Certo. Tra i film che guardavo pi&#249; spesso mentre ero alla scuola di cinema ce ne erano alcuni di Herzog. &#200; stato uno dei registi che ha influenzato di pi&#249; il mio apprendistato. Mi piace pi&#249; di tutto come Werner Herzog porta la sua soggettivit&#224; dentro i film che dirige. Lavora spesso sulle incrinature nell&amp;#8217;ordinamento della societ&#224; occidentale, su personaggi che spesso rispecchiano la sua certezza e la determinazione nel riconoscere e distinguere quel che &#232; giusto e quello che invece non lo &#232;, - come il protagonista di Fitzcarraldo per esempio -: &#232; una cosa questa che ammiro particolarmente di lui. Il suo ultimo documentario &amp;#8211; Encounters at the End of the World - mi sembra assomigli molto a quello che faccio io, a Picture of Light per esempio, in cui quello che vedi &#232; un&amp;#8217;analisi della situazione attraverso la ricerca e l&amp;#8217;esame delle relazioni che intercorrono tra le cose, in modo particolare dei rapporti che ci legano all&amp;#8217;ambiente, la considerazione e l&amp;#8217;osservazione della meraviglia e della bellezza di una certa situazione. Il che vuol dire anche essere consapevoli delle relazioni che quel che fai ha con l&amp;#8217;ambiente in cui lo fai. Quando ho visto per la prima volta Encounters stavo lavorando alla preparazione di Petropolis.
Se qualcuno mi chiedesse di individuare il filo che lega insieme tutti i suoi film io forse risponderei che &#232; la ricerca del senso irrazionale che sta al fondo della realt&#224;, della vita.
E io non dissentirei da questa affermazione. Credo che si sappia molto poco su cosa davvero sia il mondo nella sua essenza profonda, per questo m'interessa cercare sempre il pi&#249; esterno, il pi&#249; alieno dei punti di vista possibili, ma allo stesso tempo mi appassiona anche scovare i legami nascosti che sottendono gli infiniti frammenti che costituiscono il mondo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;28/06/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Silvio Grasselli&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>28/06/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Michel Petrucciani - Body &amp; Soul</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=86&amp;art=7817</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/6/In%20sala/Michael%20Petrucciani/Michael-Petrucciani-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&#171;Immaginati alto un metro... Immagina di avere questo incredibile talento racchiuso in un corpo talmente piccolo... Come ti sentiresti?&#187; - Eugenia, la prima donna amata da Michel Petrucciani.
Michael Radford sceglie di esordire con questa interpellazione partendo da una domanda aperta che si &#232; sentito porre e che rilancia allo spettatore prima di intraprendere questo viaggio nei meandri della vita di un piccolo grande uomo.
Il genere documentaristico si rivela spesso un'arma a doppio taglio, soprattutto quando si tratta di raccontare personaggio celebri, abitatori delle memorie collettive di ognuno di noi. Radford ha dimostrato con Michel Petrucciani &amp;#8211; Body and Soul di saper adottare la giusta e misurata prospettiva: cavalcare la personalit&#224; dell'uomo-artista oggetto della ricerca, rendendolo soggetto del film, senza oscurarlo con l'onnipresenza della mano registica.
Petrucciani, quel 28 dicembre del 1962, era nato rotto perch&#233; affetto da osteogenesi imperfetta, chiamata popolarmente &amp;#8220;ossa di cristallo&amp;#8221;. Forse chiunque al suo posto si sarebbe rinchiuso in una gabbia dorata, cercandosi di fratturarsi il meno possibile per sopravvivere quanto pi&#249; a lungo, ma Shelly (cos&#236; fu soprannominato nell'ambiente newyorkese ndr) sent&#236; che voleva vivere. Michel Petrucciani &amp;#8211; Body and Soul non &#232; la storia della scalata al successo, &#232; il docu-film su un uomo che rincorreva la vita e che per questo &#232; riuscito a suonare coi suoi eroi dell'olimpo jazz rientrandovi a pieno merito da europeo.
Imbevuto di musica per quella &amp;#8220;trasmissione orale&amp;#8221; ricevuta sin dai primissimi anni, ha saputo comunicare gi&#224; ai suoi genitori &amp;#8211; rompendo il pianoforte giocattolo a 4 anni &amp;#8211; che desiderava vivere per la musica, di musica nonostante l'handicap. &#171;Chi &#232; l'handicappato? Tu o io? Chi lo sa&#187; ci  domanda lo stesso Petrucciani.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;22/06/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Maria Lucia Tangorra&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>22/06/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>When You're Strange</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=7810</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/6/In%20sala/When%20You&#39;re%20Strange/When-youre-strange-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Da un lato Jim Morrison, il &amp;#8220;lizard king&amp;#8221;, l'eroe decadente del rock a stelle e strisce degli anni Sessanta, con gli eccessi, le incongruenze, la ribollente rabbia contro l'ipocrisia e il bigottismo del sistema capitalista. Dall'altro Tom DiCillo, figura tra le pi&#249; sincere dell'ondata indie della seconda met&#224; degli anni Ottanta, prima direttore della fotografia per la meglio giovent&#249; di New York e dintorni (su tutti ovviamente Jim Jarmusch, alle cui dipendenze lavora per Permanent Vacation, Stranger Than Paradise e il corto Coffee and Cigarettes, ma anche Eric Mitchell e Howard Brookner) e in seconda battuta cineasta mai allineato, capace di sfornare piccoli gioielli quali Johnny Suede, Living in Oblivion &amp;#8211; ribattezzato dalle nostre parti con il descrittivo e banale titolo Si gira a Manhattan &amp;#8211; e Box of Moon Light. All'apparenza tra questi due personaggi i punti in comune potrebbero sembrare pochi: cosa ha infatti a che spartire l'esuberante egocentrismo proprio dell'etica &amp;#8220;live fast, die young&amp;#8221; del rock con l'intimidito minimalismo che rappresenta il principale codice estetico dell'indipendenza USA da trent'anni a questa parte?&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;21/06/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>21/06/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Ju tarramutu</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=7325</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/4/In%20sala/Ju%20tarramutu/Ju-tarramutu-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;A due anni esatti dal terremoto, esce il documentario di Paolo Pisanelli; non a caso un cineasta che al contrario di altri ha evitato di accostarsi alla tragedia aquilana con lo spirito del &amp;#8220;mordi e fuggi&amp;#8221;, trattenendosi invece a lungo nel territorio, tanto da instaurare un rapporto empatico e duraturo con le genti colpite dal sisma. I risultati si vedono. In Ju tarramutu si percepisce un magico equilibrio tra la capacit&#224; di relazionarsi agli abitanti dell&amp;#8217;Aquila e delle frazioni vicine con sincerit&#224;, dando loro tutto lo spazio che meritano, ed il momento, pur necessario, della denuncia politica, economica, sociale. In ci&#242; sta, almeno secondo noi, la specificit&#224; dell&amp;#8217;opera. Del resto estremamente diversificati sono stati in questi lunghi mesi gli approcci allo spinoso argomento. Da un lato la propaganda di regime, nuda e cruda, ben esemplificata dalle incursioni televisive di Bruno Vespa e di altri avvoltoi pronti a volteggiare sulle carogne del G8 o del progetto C.A.S.E. Ma l&amp;#8217;intento di costruire posticce agiografie del governo Berlusconi e della Protezione Civile si &#232; affacciato, subdolamente, persino nella fiction cinematografica, ad esempio con la realizzazione (tra le poche, guarda un po&amp;#8217;, a beneficiare di un robusto sostegno istituzionale) dell&amp;#8217;insulsa commedia musicale affidata al giovane e inesperto Giuseppe Tandoi, La citt&#224; invisibile: film cos&#236; frivolo, cos&#236; restio a mettere in scena un qualsiasi spunto polemico, da far sembrare realmente la difficile vita nelle tendopoli qualcosa di simile alle barzellette del nano, e cio&#232; una specie di camping.  C&amp;#8217;&#232; stato poi il proliferare dei film di denuncia, tra cui il documentario della Guzzanti, Draquila &amp;#8211; L&amp;#8217;Italia che trema. Incisivo, incalzante ed ottimo per documentazione, ma con un rischio: quello di parlare principalmente agli iniziati, coi suoi attacchi percepibili sin dalle prime scene. Un rischio da correre, a nostro avviso, ma da non sottovalutare, specialmente in una societ&#224; come quella italiana che appare ormai spaccata in due, con met&#224; del paese che non ne vuol pi&#249; sapere di questo governo reazionario e l&amp;#8217;altra met&#224; che, imperterrita, ancora lo sostiene.
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/04/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>06/04/2011</pubDate>
		</item>
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			<title>Qui finisce l'Italia</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=7264</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/3/Documentari/qui-finisce-litalia-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&amp;#8220;Il crollo di questo paese &#232; identificato dal crollo della dignit&#224;&amp;#8221;: queste le parole con cui Giuliano Giuliani, il padre di Carlo (ucciso a piazza Alimonda dalle forze dell'ordine italiane durante gli scontri che fecero da corollario al G8 di Genova del 2001) sintetizza la crisi che imperversa in Italia da almeno venticinque anni a questa parte. Parole che allo stesso tempo danno voce, senso e profondit&#224; a Qui finisce l'Italia, bel documentario con cui Gilles Coton, gi&#224; giornalista nonch&#233; docente delle universit&#224; di Udine e Gorizia, esordisce alla regia. Qui finisce l'Italia nasce La lunga strada di sabbia, un reportage giornalistico che Pier Paolo Pasolini comp&#236; nel 1959 per conto della rivista Successo: un lungo itinerario automobilistico, che da Ventimiglia portava fino a Trieste, estremo nord-est della penisola, dopo migliaia di chilometri di costa percorsi. Un fermo immagine dolcissimo e crudele di un'Italia alle prese con gli ultimi calcinacci della guerra ma gi&#224; protesa verso il boom economico degli anni Sessanta, che in molti oggi hanno con ogni probabilit&#224; dimenticato. 
Ma il compito che si &#232; assunto Coton non &#232; solo quello di riportare in auge il verbo pasoliniano, ma bens&#236; di catturarne l'autentica modernit&#224; attraverso una vera e propria operazione di ricalco: ecco dunque che Qui finisce l'Italia si trasforma in un road-docufilm tinteggiato e innervato dalle parole stesse che Pasolini utilizz&#242; cinquant'anni fa: la voce di Francesco Italiano, che irrompe con cadenza regolare durante l'ora e mezza o poco meno di film, legge interi passi del testo originale, dalla partenza ligure fino all'approdo friulano. Quel che ne viene fuori &#232; dunque non solo un interessante sguardo sull'Italia di questi ultimi anni, quella che negli anni a venire sar&#224; tristemente ricordata come &amp;#8220;berlusconiana&amp;#8221;, ma anche un prodotto dal valore squisitamente teorico, in cui lo spazio-tempo viene annullato e rimescolato dalla macchina-cinema, in un processo di ricalco e riscrittura, metabolizzazione dell'esistito e puntuale riflessione sull'esistente. Lo schema che segue il documentario &#232; piuttosto basilare: alle citazioni dei brani di Pasolini fanno da contrappunto da un lato brandelli acustici tratti da trasmissioni radiofoniche e televisive, dall'altra interviste a intellettuali e alla gente comune incontrata durante il viaggio. Come dire lo sfacelo mediatico contrapposto alla ricerca di un equilibrio tra popolare e colto, unico viatico per la rinascita di una nazione che ha raggiunto con ogni probabilit&#224; il suo nadir culturale e sociale: non &#232; certo un caso, da questo punto di vista, che molti degli intervistati &amp;#8220;comuni&amp;#8221; siano immigrati, perch&#233; forse solo loro ora possono davvero riuscire a comprendere lo stallo dell'Italia, la sua arretratezza, l'angosciosa decadenza del suo establishment. Nel susseguirsi di camera car sul mare, sulle montagne, su quel patrimonio naturale a sua volta messo in crisi dall'inadeguatezza della classe dirigente &amp;#8211; e non solo &amp;#8211; della penisola, si infrange la videocamera di Coton. Nonostante sia inevitabilmente dispersivo e frammentario &amp;#8211; ugualmente lo era il testo di Pasolini d'altronde &amp;#8211; Qui finisce l'Italia riesce a cogliere molti dei tratti distintivi dell'Italia, terra per molti versi sclerotica e immutabile ma allo stesso tempo pronta a farsi inebriare dal truffaldino olezzo di un futuro luccicante solo perch&#233; studiatamente carico di brillantini, vetri e riflessi: gli sfoghi degli intellettuali sembrano quasi corse contro i mulini a vento, utopistici voli pindarici di chi ha per&#242; oramai perso la battaglia. Perch&#233; finch&#233; i media armeranno le mani di chi non ha alcun interesse nella rinascita di questa nazione, poche rimarranno le vie di scampo. 
Tra le molte riflessioni che Qui finisce l'Italia pone ai suoi spettatori, una &#232; congenita nell'idea stessa del progetto: perch&#233; un viaggio simile l'ha dovuto compiere un cineasta straniero (per quanto abbia vissuto in Italia per molti anni)? Eccolo, qualora non fosse stato colto, il simbolo della crisi culturale che ci attanaglia: neanche il nostro cinema, tolte benemerite eccezioni, &#232; pi&#249; in grado di scorgere la realt&#224; che lo circonda e di immortalarla sulla pellicola o sul video. Ma &#232; ora di reagire, prima che la settima arte nostrana assomigli agli stabilimenti su cui si apre la risalita sulla costa adriatica, verso il nord: una sequela di stabilimenti balneari tutti uguali, privi di tratti distintivi o riconoscibili. Elementi di sfondo di un paesaggio sempre pi&#249; devastato.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;21/03/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>21/03/2011</pubDate>
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			<title>Senna</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=6967</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/1/In%20sala/Senna/Senna-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Io, io, io. Sembra ossessiva, inglobante, smisurata la quantit&#224; di protagonismo, di accentramento dello sguardo che Ayrton Senna vuole comunicare al mondo. La grande mole di immagini di repertorio che Asif Kapadia riesce a prendere in un mondo, quello della formula uno, comunque gi&#224; totalmente assuefatto al video, non pu&#242; far altro che restituire la gi&#224; naturale propensione al divismo del suo protagonista. Questo almeno &#232; quello che percepisce lo spettatore, e presumibilmente gi&#224; da prima del film: chi &#232; che non ricorda infatti le folle oceaniche in Brasile che nel 1994 piansero e celebrarono la morte del loro beniamino chiuso in una bara avvolta dalla bandiera del paese?
Siamo di fronte ad un problema classico: il documentario, nella sua totale dipendenza dal montaggio, pu&#242; abilmente rendere straordinaria persino una vita del tutto ordinaria. Allo stesso modo la vita di Senna appariva gi&#224; fatta per essere raccontata grazie al suo protagonista, ma sappiamo ovviamente passibile di infinite interpretazioni. In questo caso Kapadia, inglese ma iraniano di origine che ricordiamo per L&amp;#8217;incubo di Joanna Mills, ha fatto un operazione intelligente. Non serviva rilanciare, rivalutare un personaggio, poich&#233; si era gi&#224; di fronte a un mito (concetto molto differente dalla &amp;#8220;celebrit&#224;&amp;#8221;, persona che tende ad essere famosa per tempi incerti e dettati molto dalle tendenze del momento). La cosa migliore che poteva fare Kapadia era appunto riscoprire quelle immagini: le interviste di un ragazzo gi&#224; campione di kart, foto e video anche amatoriali, fino ad arrivare agli episodi pi&#249; noti degli anni della formula uno, ma anche l&#236; avendo a disposizione alcuni filmati inediti, ad esempio le riunioni dei piloti prima della gara. Soprattutto Kapadia non &#232; incorso in quel vizio continuo di molti documentari sportivi, ovvero abusare del presente con interviste attuali a colleghi o amici invecchiati di Senna che parlano dell&amp;#8217;epoca andata. Dare voce attuale a chi circondava Senna &#232; stato invece assecondato a criteri estetici: i due grandi proprietari di auto che lo avevano ingaggiato (Ron Dennis e Marc Williams) per vincere il mondiale, il collega Alain Prost, un giornalista della BBC, lo storico commentatore brasiliano, la sorella di Ayrton, questi personaggi intervengono letteralmente come voci narranti. Si segue la strada della poesia, e dunque si preferisce che a raccontare siano solo le immagini (dell&amp;#8217;epoca) e le voci off.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;14/02/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Valerio Ceddia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>14/02/2011</pubDate>
		</item>
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			<title>The Autobiography Of Nicolae Ceausescu</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=5577</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/2/AltroCinema/Mondovisioni/The%20Autobiography%20of%20Nicolae%20Ceausescu/Autobio-Ceausescu-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Nicolae Ceausescu (Scornicesti, 26 gennaio 1918 &amp;#8211; T&#226;rgoviste, 25 dicembre 1989). Segretario generale del Partito Comunista Rumeno dal 1965, fu il dittatore della Romania dal 1967 al dicembre 1989, anno in cui fu deposto e processato con le accuse di crimini contro lo stato, genocidio e &quot;distruzione dell'economia nazionale&quot;. Il 22 dicembre 1989, con decreto di Ion Iliescu (CFSN), fu istituito il Tribunale Militare Eccezionale. Il 25 dicembre i coniugi Ceausescu furono giudicati a seguito di un processo sommario e condannati a morte. La loro esecuzione fu effettuata alcuni minuti dopo la pronuncia della sentenza. Quello fu l'atto finale della rivoluzione rumena del 1989.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;14/02/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Gaetano Maiorino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>14/02/2011</pubDate>
		</item>
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			<title>Bakroman</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=6723</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/11/Festival/Torino/Documentari/Bakroman/Bakroman-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Con la seguente motivazione Bakroman di Gianluca e Massimiliano De Serio si &#232; aggiudicato il Premio per il miglior documentario della sezione italiana.doc alla 28esima edizione del Torino Film Festival, riconoscimento assegnato dalla prestigiosa giuria internazionale composta da Carlos Casas, Gianfranco Rosi e Ana Isabel Strindberg, che si &#232; pronunciata scegliendo tra una rosa di dieci titoli. L'ultima fatica dei prolifici e pluri-premiati fratelli torinesi &#232; un viaggio intenso e toccate fra i quartieri, i vicoli e le strade disastrate di Ouagadougou alla scoperta delle voci e dei  volti degli adolescenti che cercano disperatamente di sopravvivere ad una drammatica esistenza segnata e consumata dalle droghe, i furti, l'alcol, la violenza e la piaga della pedofilia. Un&amp;#8217;opera capace di scavare nel dolore attraverso uno sguardo partecipe ma rigoroso, lontano dalla banalit&#224; e dalla mercificazione della sofferenza altrui, in grado di regalare pi&#249; di un sorriso alla platea di turno. 
Con Bakroman i fratelli De Serio firmano un nuovo capitolo del loro personalissimo tour in quello che si potrebbe considerare a tutti gli effetti il &quot;mondo degli altri&quot;, popolato da esistenze alla deriva costrette a fare i conti quotidianamente con una condizione di invisibilit&#224;. Dopo aver affrontato nei lavori precedenti temi come l'integrazione e l'immigrazione nel nostro Paese (da Maria Jesus a Mio fratello Yang, da Zakaria a L'esame di Xhodi), questa volta i due registi oltrepassano i confini nazionali per raccontare con lo stile, il linguaggio e le modalit&#224; narrative che li contraddistinguono una realt&#224; estrema, lontana anni luce da quella che abitualmente sono chiamati prima ad osservare e poi a catturare. Che si tratti della periferia nostrana o dei quartieri poveri di una citt&#224; del Burkina Faso, la consapevolezza e la solidit&#224; drammaturgica e visiva dei filmakers piemontesi resta comunque inalterata. Lo sguardo della videocamera si fonde con il loro fino a penetrare negli angoli pi&#249; remoti delle anime raccontate. 
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;08/12/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>08/12/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Tierra Sublevada: Oro Impuro</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=6678</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/11/Documentari/Tierra%20Sublevada/Tierra-sublevada-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Don&amp;#8217;t cry for them, Argentina. Ma non &#232;, quello cui si allude, un pianto di empatia e commozione. L&amp;#8217;Argentina continua in realt&#224; a piangere per (colpa) loro, per le manipolazioni poste in atto dai Menem, dai Kirchner, dagli altri volti interscambiabili di una banda che, al di l&#224; delle superficiali distinzioni partitiche e dei proclami populisti, si schiera compatta a difesa di un unico referente: il capitale, poco importa che risulti nelle mani della borghesia nazionale piuttosto che in quelle, ancora pi&#249; rapaci, delle multinazionali straniere. Due realt&#224;, ad ogni modo, strettamente intrecciate tra loro.
La filmografia recente di Fernando &amp;#8220;Pino&amp;#8221; Solanas, storica colonna del cinema militante in America Latina, &#232; tutta un grido di ribellione contro tale stato di cose, una forma di analisi dei problemi (e di possibili soluzioni) espressa attraverso documentari che cadono come macigni sulle ferite scoperte della nazione argentina, sulla corruzione, sui contraccolpi delle speculazioni finanziarie, sullo stupro sistematico del territorio a vantaggio di compagnie private, su pesanti interventi repressivi nei confronti dei lavoratori che si ribellano, su tutte le altre varianti che pu&#242; assumere in loco lo sfruttamento capitalista. In Italia, per quanto penalizzati da una distribuzione che non esalta certo il cinema documentario (e tantomeno quello di provenienza sudamericana), sono gi&#224; arrivati Diario del saccheggio (2004) e La dignit&#224; degli ultimi (2005), due capolavori di denuncia politico-sociale non disgiunti da un acuto sguardo antropologico. A riaccendere l&amp;#8217;interesse, nel settembre scorso, vi &#232; stato l&amp;#8217;arrivo in Italia dello stesso Solanas, che nel corso dell&amp;#8217;Imola Film Festival ha ricevuto il &amp;#8220;Grifo d&amp;#8217;Oro&amp;#8221;, riconoscimento cui si &#232; sovrapposta una piccola retrospettiva dei suoi film. Tra questi, in anteprima italiana, &#232; stato proiettato proprio Tierra Sublevada: Oro Impuro, prima parte di un progetto che si completer&#224; con Oro Negro, attualmente in lavorazione.
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;26/11/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>26/11/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>The People vs. George Lucas</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=6645</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/10/Festival/Roma/Extra/the-people-vs-george-lucas-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Nel suo piccolo Alexandre O. Philippe, giovane regista del Colorado, si sta segnalando come uno dei pi&#249; particolari cantori del grande romanzo americano, quell'infinito intrico di storie, leggende, miti popolari che compongono l'anima stessa della cultura statunitense. La sua filmografia si sviluppa lungo tre lungometraggi documentari, tutti invariabilmente pressoch&#233; sconosciuti in Italia, che tracciano le coordinate di un percorso coerente, dissezionando con ironia e sagacia l'american way of life: era stato cos&#236; per il suo primo lavoro sulla lunga distanza, Chick Flick: The Miracle Mike Story (2003), in cui si ripercorrevano le &amp;#8220;gesta&amp;#8221; del celeberrimo pollo Mike, che nell'immediato dopoguerra riusc&#236; a sopravvivere per ben diciotto mesi pur essendo privo della testa e divenne in breve tempo una vera e propria attrazione itinerante negli USA rurali delle fiere agricole. L'anno successivo fu poi la volta di Earthlings: Ugly Bags of Mostly Water (2004), in cui i protagonisti erano i fan sfegatati di Star Trek: ed &#232; proprio da qui che bisogna partire per riuscire a comprendere appieno la parabola documentarista di Philippe. Dopo aver mirato al cuore del mito dell'Enterprise, infatti, il cineasta deve averci preso gusto, visto e considerato che la sua terza incursione dietro la videocamera l'ha portato a confrontarsi con il vero e proprio monolite della fantascienza e del fantasy degli ultimi trent'anni. Non esiste, con ogni probabilit&#224;, un solo essere umano nato in occidente tra gli anni Sessanta e i Settanta che non abbia passato una parte della propria infanzia a combattere idealmente accanto al giovane Luke Skywalker, seguendo i sempre illuminati precetti di Yoda e del defunto Obi Wan Kenobi: per una o pi&#249; generazioni la saga di Guerre Stellari non &#232; stata solo &amp;#8220;un film&amp;#8221;, ma si &#232; trasformato in un ideale poetico, punto d'ispirazione, opera capitale sia da un punto di vista emozionale che etico/filosofico. Esemplificativo di tutto ci&#242; &#232; il numero spropositato di omaggi e citazioni che la trilogia originale (quella composta da Guerre Stellari, L'impero colpisce ancora e Il ritorno dello jedi, e prodotta tra il 1977 e il 1983) si &#232; vista tributare nel corso degli anni, a partire da Kevin Smith per approdare dalle parti di Matt Groening e di Toy Story 2 della Pixar: attestati di stima e affetto che ben sintetizzano il ruolo di primaria importanza svolto dai tre film ideati e (in parte) diretti da George Lucas. Anche per questo motivo, quando il regista di American Graffiti annunci&#242; che avrebbe portato sul grande schermo anche una seconda trilogia, in grado di fungere da prequel di quella gi&#224; esistente, raccontando l'infanzia, l'adolescenza e l'ingresso nel mondo adulto di Anakin Skywalker/Darth Vader, il popolo di nerd cresciuto a pane e Jabba the Hutt entr&#242; letteralmente in fibrillazione. La delusione cui questa enorme fetta di pubblico and&#242; incontro, arrivando a considerarsi orfana e tradita, &#232; oramai storia, ed &#232; per l'appunto la storia che Philippe ha deciso di raccontare in The People vs. George Lucas. Il film &#232; una divertente incursione nel mondo dei fan sfegatati della saga originale, e della loro lotta (che &#232; arrivata a scomodare perfino le sedi legali) contro il trattamento che ne sta facendo Lucas. Ma forse, se si trattasse solo di questo, non sarebbe neanche il caso di perderci troppo tempo sopra: a colpire davvero nel segno non &#232; tanto il resoconto di un rapporto di amore e odio che non ha eguali nella storia del cinema contemporaneo (e che, dal suo punto di vista, Philippe tratta con una certa ambiguit&#224;, attaccando duramente Lucas salvo ritrattare parzialmente nella seconda met&#224; del film), quanto le annotazioni e le riflessioni che sorgono spontanee a latere dell'intera vicenda. The People vs. George Lucas &#232; infatti una vera e propria discesa agli inferi del fenomeno dei &amp;#8220;nerd&amp;#8221;: &#232; nella loro esistenza, nella messa in scena della paranoia ossessiva che li guida che si pu&#242; arrivare a cogliere il senso pi&#249; intimo e profondo del film. In un'America schizoide e quasi autistica esistono centinaia di persone disposte a passare una buona parte della propria vita a lavorare sul rifacimento in plastilina di una singola sequenza della saga; persone che si dichiarano &amp;#8220;indignate e offese&amp;#8221; perch&#233; nel rifacimento digitale del primo film (capitolo IV dell'intera saga) quando Han Solo uccide il sicario nel bar spara per secondo e non per primo; persone che arrivano a dirigere parodie horror con protagonisti i teneri orsetti ewok, in un'opera contrassegnata dal geniale titolo Don't Go in Endor Wood. Philippe dimostra di saper raccontare un sottobosco tutt'altro che secondario nella societ&#224; consumistica contemporanea, allargando il discorso anche al mondo al di fuori degli Stati Uniti, come dimostrano le interviste in Francia e (soprattutto) in Giappone. Ritmata da un incedere incalzante, che mescola le varie interviste &amp;#8211; alcune a personaggi celebri del mondo del cinema e del fumetto, altre a semplici appassionati cultori &amp;#8211; a materiale di repertorio e inserti video tra i pi&#249; disparati, The People vs. George Lucas &#232; una vera e propria elegia della cultura/spettacolo: nonostante manchi della potenza deflagrante di un'altra opera a lei affine, per stile e fini (il clamoroso The King of Kong di Seth Gordon, incentrato sui record mondiali raggiunti dai campioni di Donkey Kong, il famoso videogioco della Nintendo), il documentario di Philippe riesce a tratteggiare il volto solitamente meno raccontato della societ&#224; dello spettacolo a stelle e strisce, senza per questo dimenticare mai lo spirito goliardico e profondamente autoironico che lo guida. E mettendo un'intera generazione alla berlina, con il sorriso sulle labbra. Che la forza sia con voi!
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/11/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>23/11/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>A Mao e a Luva</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=89&amp;art=6616</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/10/Festival/Roma/Extra/A-mao-e-a-luva-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Una storia che sembra nata da qualche scrittore particolarmente ispirato, dal dolce e irresistibile retrogusto della favola di altri tempi, &#232; quella che viene raccontata in A Mao e a Luva, nuovo documentario firmato da Roberto Orazi che torna al Festival Internazionale del Film di Roma a un anno di distanza dalla presentazione dello scomodo e coraggioso Human Organ Traffic, con un'altra avvincente vicenda di umana sopravvivenza. Dopo aver affrontato la piaga drammatica del traffico mondiale di organi facendo tappa anche in Brasile, il regista torna in quel di Recife nella favela Pina, una delle aree pi&#249; povere e carenti della citt&#224;, per mostrarci una faccia diversa rispetto a quella al quale l'opinione pubblica e lo spettatore cinematografico sono abituati. Quest'ultimo, forse per la prima volta, si trova davanti a una visione inedita della favela, da sempre mostrata al cinema attraverso una filmografia abbastanza vasta che comprende titoli come Tropa de Elite o City of God, come una cloaca dove si annida e cresce il male fatto persona. Ed &#232; questo il principale merito del film di Orazi, mettere da parte stupratori, assassini e trafficanti di droga, per lasciare spazio alla straordinaria vicenda umana di Ricardo Gomes Ferraz, in arte Kcal.
In concorso nella sezione L'Altro Cinema/Extra alla quinta edizione della kermesse capitolina, A Mao e a Luva narra, attraverso il linguaggio puro e incontaminato del reale, la storia meravigliosa di un trentacinquenne brasiliano che &#232; riuscito a trasformare il suo sogno in quello di un'intera comunit&#224;. Orazi firma un biopic coinvolgente che tocca le corde del cuore, disegna sorrisi sulle labbra e inumidisce gli occhi. Ricco di colori, immerso in musiche avvolgenti e versi poetici da brividi, il documentario ci trascina negli stretti vicoli della favela, tra le immense strade di San Paolo, ma soprattutto fra le quattro mura della biblioteca fondata libro su libro dal protagonista a Pina. Il film, il cui titolo non &#232; altro che una citazione dell&amp;#8217;omonimo romanzo di Machado de Assis, il primo ritrovato tra la spazzatura da l'allora sedicenne Kcal, segue il protagonista nel lungo percorso di creazione della biblioteca attraverso i racconti e le note di splendide sonorit&#224; verde oro (torna alla mente anche il bellissimo Vivamazonia di Francesco Cannito). Rapido, immediato, efficace nella sua concatenazione drammaturgica, il documentario di Orazi sorprende per la capacit&#224; di coinvolgere emotivamente lo spettatore senza ricorrere mai ad escamotage narrativi artificiali costruiti a tavolino (unica eccezione per la sequenza che mostra due bambine esprimere giudizi positivi su Kcal e il suo operato). 
La regia di Orazi e il montaggio rappresentano un valore aggiunto di un&amp;#8217;opera che respira a pieni polmoni grazie ad una struttura che non sembra conoscere momenti di stasi, una struttura che metti sui due piatti della bilancia narrativa altrettanti macro blocchi tematici. Nel primo l&amp;#8217;attenzione &#232; puntata esclusivamente sul protagonista, sulla sua vicenda personale (il rapporto con la moglie e con il figlio, la sua famiglia e le sue origini, l&amp;#8217;adolescenza) e sulle motivazioni che lo hanno portato a coltivare un sogno che poi diventer&#224; realt&#224;. Qui Orazi lo pedina come nei migliori documentari biografici, seguendolo in lungo e in largo. Nel secondo blocco, il meno riuscito dei due, lo sguardo si sposta sugli habitu&#233; della biblioteca e sul loro rapporto con il fondatore.       
A Mao e a Luva &#232; senza ombra di dubbio uno dei prodotti documentaristici made in Italy migliori della stagione fino a questo momento, anche grazie alla potenza empatica della storia che racconta e dal modo in cui questa viene tramutata in immagini e suoni. Il risultato &#232; una grande lezione di vita, ma soprattutto un&amp;#8217;importante e significativa lezione sul valore della cultura in un Paese e su come bisognerebbe difenderla. Ma in Italia tutto questo al momento pare essere solo un miraggio.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;18/11/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>18/11/2010</pubDate>
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			<title>Crisi di classe</title>
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			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/10/Festival/Roma/Extra/Crisi-di-classe-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La legge non scritta che stabilisce il predominio del pi&#249; forte sul pi&#249; debole ha, dalla notte dei tempi, dato vita a quella che in seguito Charles Darwin battezzer&#224; &amp;#8220;selezione naturale&amp;#8221;. Le istanze, anche quelle sub-strutturali, della societ&#224; contemporanea hanno via via con lo scorrere dei decenni ingigantito, soprattutto dal punto di vista economico, il gap che separa il ricco dal povero. Con l&amp;#8217;avvento del nuovo millennio le distanze si sono fatte abissali, impossibili da colmare, creando un profondo squilibrio tra le due parti. Il risultato su scala mondiale &#232; che da un lato i ricchi sono diventati ancora pi&#249; ricchi, diminuendo drasticamente di numero, dall&amp;#8217;altro i poveri sono cresciuti a dismisura fagocitando quelle fasce medie di popolazione che fino a quel momento erano riuscite a vivere e che adesso devono provare a sopravvivere. Inevitabile che il sistema economico-finanziario sul quale si poggiano le esistenze e il destino di centinaia di miliardi di persone a tutte le latitudini finisse con il crollare come un castello di carte. Un crash di proporzioni bibliche che ha mandato in cortocircuito il sistema economico globale, il cui cervello &#232; senza ombra di dubbio l&amp;#8217;America. Non a caso la bancarotta dei principali istituti di credito degli Stati Uniti avvenuta nell&amp;#8217;autunno del 2008 ha determinato una sorta di effetto domino che, come uno tsunami, dall&amp;#8217;epicentro a stelle e strisce ha finito con il travolgere tutto quello che si trovava sul suo percorso. Risultato un buco di circa 20 milioni di dollari e un numero incalcolabile di disoccupati e senza tetto. 

&amp;#8220;Il sogno americano &#232; la ricerca della felicit&#224;. Ma nel tempo si &#232; trasformato nella ricerca della ricchezza&amp;#8221;

Crisi di classe, presentato come evento speciale alla quinta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, d&#224; voce e soprattutto un volto alle vittime piuttosto che ai presunti carnefici, alla gente comune e alle loro dolorose testimonianze piuttosto che alla mera nomenclatura di numeri e teorie pronunciata dagli addetti ai lavori. Il merito, forse l&amp;#8217;unico, del documentario diretto dal giornalista romano Giovanni Pedone, qui alla sua prima esperienza nella regia, &#232; proprio quello di raccontare la genesi e le conseguenze del crack dal punto di vista di chi lo ha vissuto sulla propria pelle e non da dietro ad una scrivania. Il documentario sceglie di vestire i panni dell&amp;#8217;inchiesta giornalistica (strizzando l&amp;#8217;occhio a quella made in Usa) e non del reportage, anche se condotta in prima linea sul campo attraverso uno stile asciutto e politico nel quale si aggiungono di tanto in tanto contrappunti &amp;#8220;sporchi&amp;#8221;. Pedone va in mezzo alla gente comune, tra le tendopoli e nelle case della gente, di rado si affaccia negli uffici dei burocrati ma solo per restituire un possibile &amp;#8220;altro&amp;#8221; punto di vista. Lo spettatore viene condotto in un viaggio desolante che lo porter&#224; dagli Stati Uniti all&amp;#8217;Europa, vissuto in compagnia dello spettro &amp;#8220;minaccioso&amp;#8221; del mercato asiatico. 

&amp;#8220;Quando &#232; scoppiata la crisi si &#232; diffusa nel mondo. Alcuni dicono che &#232; iniziata dagli Usa ma sarebbe potuta nascere ovunque&amp;#8221;.

Il regista raccoglie testimonianze che restano tali e che nel complesso purtroppo rimangono isolate senza andare a comporre un discorso unitario preciso. Ne emerge comunque uno scenario agghiacciante che aggiunge ulteriori quesiti a quelli gi&#224; esistenti senza cercare di provare a dare qualche risposta se non nel finale, fermandosi per&#242; alla teoria. Una scelta che a nostro avviso costituisce un limite e che, al contrario, Charles Ferguson, nel suo potentissimo e devastante Inside Job, riesce a superare. Il regista italiano si ferma dove il collega americano decide di partire, ossia le risposte. Crisi di classe tiene saldamente la posizione concentrandosi sull&amp;#8217;informazione, non scava in profondit&#224; e per questo non raggiunge quegli esiti che la platea si aspettava.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;18/11/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
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