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		<title>CineClandestino.it</title>
		<link>http://www.cineclandestino.it/</link>
		<description>Rivista di cinema e informazione cinematografica</description>
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		<pubDate>13/07/2010 3.09.49</pubDate>
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			<title>Che fine ha fatto Osama Bin Laden?</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=1493</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2008/10/Festival%20del%20Film%20di%20Roma/Extra/Where%20in%20the%20world%20is%20Osama%20Bin%20Laden_/Where-in-the__cover160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Di una cosa bisogna dare atto al buon Morgan Spurlock, documentarista &quot;d'assalto&quot; alla Michael Moore senza per&#242; averne, in tutti i sensi, sia positivi che negativi, la stazza: l'ambizione di sicuro non gli fa difetto! Ed infatti, dopo aver provato sulla propria pelle la nocivit&#224; estrema di una dieta composta solo ed esclusivamente di cibi da fast-food nel precedente Super Size Me, eccolo mirare, in questo suo secondo lavoro registico, direttamente al bersaglio grosso, ovvero la ricerca dell'uomo pi&#249; introvabile dell'intero globo terrestre, nientemeno che Osama Bin Laden, capo di Al Qaeda e mandante, cos&#236; almeno &#232; opinione comune, delle pi&#249; sanguinose stragi terroristiche mondiali succedutesi nell'ultimo decennio.
Il viaggio di Spurlock, intitolato con amletica sagacia Where in The World Is Osama Bin Laden?, sulle tracce del super-ricercato (?) prende le mosse da una fegatosa decisione dell'autore: in procinto di diventare padre, pianta compagna in dolce attesa, baracca e burattini per andare a caccia di Bin Laden al fine di garantire al futuro erede quelle condizioni di sicurezza che le autorit&#224; statunitensi sembra non vogliano garantirgli con la cattura del pericolo pubblico numero uno. Ogni padre americano ci avr&#224; certamente, almeno una volta, pensato; Spurlock lo fa sul serio... Ecco dunque il nostro eroe attraversare l'oceano per un viaggio che risulter&#224; essere, alla fine, una sorta di piccolo termometro dell'incandescente situazione mondiale.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>09/07/2010</pubDate>
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			<title>Predators</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=19&amp;art=5877</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Predators/Predators-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Correva l&amp;#8217;anno 1987 quando Mac, uno dei soldati spediti nella giungla del Guatemala per quella che doveva essere una semplice operazione di recupero diventata poi una vera e propria carneficina, pronunci&#242; queste storiche battute dopo essersi trovato faccia a faccia con una specie aliena che per diletto si divertiva a strappare colonne vertebrali e a collezionare teschi umani. Tre anni dopo, quella stessa belva sanguinaria sbarcher&#224; nella giungla metropolitana di Los Angeles per divertirsi a sterminare spacciatori colombiani e poliziotti. E ancora li ritroveremo nella prima decade del Duemila a contendersi territorio e cibo con altri celebri alieni del grande schermo. Insomma le stagioni passano, a quanto pare le abitudini restano le stesse e a distanza di ventitre anni, questa specie aliena non avr&#224; ancora un nome. Anche se privi di un identificativo, le bestiacce venute dallo spazio restano comunque le protagoniste di una serie che nel tempo ha conosciuto il successo grazie a Predator di John McTiernan e la disgrazia a causa di un sequel da dimenticare (Predator 2 di Stephen Hopkins) e di due spin-off altrettanto sciagurati (Alien vs. Predator di Paul W.S. Anderson, seguito da Aliens vs. Predator 2 dei fratelli Strause). 
Come fu a suo tempo per il flop Highlander 3, da ritenere il vero seguito del cult del 1986 di Russell Mulcahy dopo le derive assurde prese nel 1991 in Highlander 2 &amp;#8211; Il ritorno, anche nel caso di Predator arriva finalmente un capitolo secondo, che pi&#249; che un sequel &#232; da considerarsi un reboot [1] . Lo scenario resta lo stesso del Predator diretto da John McTiernan, ossia la giungla (ma stavolta &#232; su un pianeta che non &#232; la Terra) e a cambiare sono ovviamente gli interpreti chiamati a vedersela con gli spietati cacciatori di teschi. Adrien Brody (che continua la sua discesa verso la mediocrit&#224; dopo Giallo di Dario Argento e lontano dai fasti de Il Pianista) &#232; a capo di un gruppo di otto uomini di estrazione e provenienza differente catturati e gettati a loro insaputa in una riserva dove gli alieni addestrano le reclute. Sulla carta sicuramente una trama pi&#249; simile al primo film rispetto ai voli pindarici che caratterizzavano in peggio la pellicola del 1990, con rimandi narrativi e citazioni a personaggi e fatti in linea con il plot originale (anche se un po&amp;#8217; forzati). Peccato che il risultato finale, oltre a lasciare l&amp;#8217;amaro in bocca, &#232; da dimenticare al pi&#249; presto, a dimostrazione che non basta aggiungere una &amp;#8220;S&amp;#8221; come accaduto con Aliens - Scontro finale per dare vita a un sequel degno di nota. Predators &#232; infatti un chiaro tentativo di imitare l&amp;#8217;operazione di James Cameron, ma con esiti pi&#249; che discutibili.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;anteprima&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>anteprima</category>
			<pubDate>09/07/2010</pubDate>
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			<title>Laureata...e adesso?</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=5866</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Laureata%20e%20adesso/Laureata-e-adesso-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Continua pericolosamente ad ingrossarsi la schiera di commedie americane contemporanee che finiscono col rispondere al malinconico motto &quot;mi piacerebbe essere come Juno ma non posso&quot;. Buon ultima - si fa per dire: la pellicola &#232; del 2009 - arriva l'amena Laureata...e adesso?, diretta da Vicky Jenson ed incentrata sulle peripezie (non) lavorative e sentimentali del giovane personaggio protagonista, una ventiduenne tanto insipida, sia a livello di costruzione narrativa che di interpretazione (ad opera della graziosa, ma assolutamente incolore, Alexis Bledel), da vedersi spesso costretta a lasciare le luci della ribalta alle &quot;imprese&quot; della variegata famiglia, tanto per risollevare un minimo il picco d'attenzione da parte della platea. 
Insomma non basta proprio mettere pi&#249; o meno al centro della vicenda un rapporto in sospeso tra amicizia e qualcosa di pi&#249; oppure inserire un cameo dell'ottimo J.K. Simmons (ricordate? Era appunto il pap&#224; di Juno nella finzione...) per ritrovare il sagace spirito che animava la pellicola diretta da Jason Reitman (ed il di lui babbo Ivan Reitman figura non casualmente, triste ironia della sorte, come produttore di Laureata...e adesso?): laddove trovavamo una eccellente caratterizzazione corale di tutti i personaggi, nel film della Jenson ci sono solo descrizioni monodimensionali di stereotipi pronti per un serial televisivo a bassa audience adolescenziale; mentre del ritmo sostenuto e della ricchezza di sfaccettature della sceneggiatura firmata da Diablo Cody non vi &#232; traccia alcuna, anzi si fa davvero fatica ad identificare una qualsiasi idea guida che possa giustificare la realizzazione di un prodotto banale come questo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;08/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>08/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Box Office 05.07.2010</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=5911</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/In%20Sala/Box%20Office/eclipse-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Nessuno aveva dubbi sul fatto che solo l'approdo in sala del terzo capitolo della saga di Twilight, il freddo e mediocre Eclipse, sarebbe stato in grado di trascinare il pubblico al cinema nonostante il caldo torrido, le tempeste di sabbia sahariane, i mondiali di calcio, la crisi economica e chi pi&#249; ne ha pi&#249; ne metta. Un'ottima media per sala (4.839 &amp;#8364;) sta a simboleggiare come sia solo la pigrizia, e la mancanza di un reale interesse, a trattenere la massa dal prendere d'assalto le migliaia di esercenti sparpagliate per la penisola: un'indagine dettagliata sullo stato della cultura in Italia ci farebbe accapponare la pelle, per cui al momento soprassederemo. Il resto della top ten, a essere onesti, non &#232; che proponga chiss&#224; quali interessanti argomenti di discussione, visto che le posizioni (tranne qualche fisiologico saliscendi) sono oramai cristallizzate da quasi un mese. Sar&#224; invece curioso scoprire quanto resister&#224; in vetta alla classifica la storia d'amore tra Isabella Swan e il dentuto immortale Edward: dopodomani esce infatti Toy Story 3: La grande fuga di Lee Unkrich, nuovo rendez-vous con i fantastici giocattoli creati dalla Pixar di John Lasseter. Vincer&#224; l'amore incrollabile, estetizzante e noiosetto o l'esaltante saga d'animazione con tanto di omaggio al sempre miracoloso e inarrivabile Totoro di Hayao Miyazaki? 
Noi, se non si fosse capito, puntiamo decisamente su Woody, Buzz &amp; Co. Chi vivr&#224;, ecc.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>05/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Fratellanza - Brotherhood</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=4325</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Concorso/Brotherhood/Brotherood%20-%20160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Che ci fosse del marcio in Danimarca &#232; cosa risaputa fin dagli amletici tempi di William Shakespeare; c&amp;#8217;&#232; da dire che l&amp;#8217;industria cinematografica di Copenaghen e dintorni non ha mai fatto un granch&#233; per far svanire dalle nostre menti il celeberrimo motto inventato dal Bardo. Dalla dolorosa riflessione luterana di Carl Theodor Dreyer alle follie sperimentali di J&#248;rgen Leth, passando per l&amp;#8217;iconoclastia imbastardita e sogghignante di Lars Von Trier, l&amp;#8217;inadeguatezza al vivere di Thomas Vinterberg e la cupa violenza priva di redenzione di Nicolas Winding Refn (e abbiamo ancora negli occhi l&amp;#8217;immaginifico splendore del suo ultimo Valhalla Rising, passato ignominiosamente sotto silenzio all&amp;#8217;ultima Mostra di Venezia), la cinematografia danese si &#232; sempre distinta per la ricerca di tematiche solitamente sottaciute, quando non direttamente abiurate, da gran parte del restante panorama internazionale. 
Non dovrebbe dunque cogliere di sorpresa nessuno un&amp;#8217;opera come Brotherhood (il titolo originale &#232; Broderskab), esordio al lungometraggio del trentacinquenne Nicolo Donato, chiare ascendenze italiane e un passato recente in cui ha avuto modo di dimostrare il suo valore tanto nel mondo del videoclip quanto in quello dei cortometraggi: Brotherhood &#232; un cupo scandaglio della societ&#224; danese contemporanea, squarciata nel profondo da un ritorno di fiamma xenofobo, primo passo verso il proliferare di una nuova ideologia nazionalsocialista. Nulla di troppo dissimile, a ben vedere, da quanto successo in Italia da un decennio a questa parte: il gruppo di nazi descritto da Donato, talmente fedele all&amp;#8217;ideologia hitleriana da strappare via disgustato.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>02/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Toy Story 3 - La grande fuga</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=5862</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Toy%20Story%203/Toy-Story-3-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;In principio fu il 1995. Quando la Pixar Animation Studios irruppe sul mercato cinematografico con Toy Story, narrando le disavventure di un manipolo di giocattoli di propriet&#224; di un bambino, nel ventre materno (ma a suo modo crudele) dell'America wasp, non furono in molti a cogliere in profondit&#224; la reale importanza dell'evento. Al di l&#224; di coloro che si interrogarono sull'utilizzo della computer grafica, avanguardia stilistica senza precedenti all'epoca per l'intera durata di un lungometraggio &amp;#8211; e sul ruolo della Pixar nel campo dell'evoluzione tecnologica ci sar&#224; modo di soffermarsi in seguito &amp;#8211;, la maggior parte degli addetti ai lavori si accost&#242; alla creatura partorita dalla fervida immaginazione di John Lasseter con gli stessi occhi che si erano di volta in volta posati sulle opere di Don Bluth, Ralph Bakshi e via discorrendo. Occhi &amp;#8220;occidentali&amp;#8221;, verrebbe da dire, abituati a inquadrare l'intero mondo dell'animazione nell'ottica di un continuo lavoro si assetto, rilettura e ricreazione del modello e(ste)tico della Disney. Non che manchi, nell'immaginario edificato pezzo per pezzo nel corso di quindici anni dalla Pixar, un rimando all'epoca d'oro della produzione disneyana, tutt'altro: ma ci&#242; che &#232; impossibile non percepire, &#232; lo sguardo incessante che la &amp;#8220;casa della lampada&amp;#8221; lancia dall'altra parte dell'oceano, nell'arcipelago giapponese: l'amore che Lasseter (e i suoi sodali, &#231;a va sans dire) nutre verso l'arte di Hayao Miyazaki meriterebbe un approfondimento a parte, tale e tanto &#232; il numero di omaggi, rimandi, citazioni disseminati a destra e a manca nei vari lungometraggi della Pixar &amp;#8211; undici, a tutt'oggi, senza contare Cars 2, Brave e Monster &amp; Co. 2, attualmente in lavorazione &amp;#8211;, ma &#232; particolarmente doveroso soffermarcisi pur brevemente in occasione dell'approdo in sala di Toy Story 3. Uno dei giocattoli che fa il proprio esordio nell'universo creato dalla trilogia &#232; infatti un Totoro di peluche: a palesare l'acume e la consapevolezza dell'omaggio non &#232; per&#242; la singola presenza in scena dell'oramai storico simbolo dello Studio Ghibli. Totoro &#232; l'unico giocattolo del film a non proferire mai parola (persino l'inquietante bambolotto prorompe nei pi&#249; classici singulti infantili); non interviene mai direttamente nell'azione, tenendosene volontariamente ai margini; nell'inquadratura di gruppo che raccoglie tutti i giocattoli nel giardino, il peluche &#232; appoggiato a un albero; nei titoli di coda, infine, lo scopriamo all'opera, assistente di Buzz Lightyear nel tentativo di riparare una macchina volante (altro punto fermo, quello del volo, della poetica miyazakiana). Come si &#232; gi&#224; avuto modo di dire, dunque, qualcosa di assai pi&#249; complesso di un semplice e sbrigativo &amp;#8220;omaggio&amp;#8221;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>02/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>The Twilight Saga: Eclipse</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=5848</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Twilight%20Eclipse/Twilight-Eclipse-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Fra tutte le saghe fantasy proliferate all'interno del mercato editoriale nel corso degli ultimi anni, quella partorita dalla mente di Stephanie Meyer da Hartford, Connecticut, &#232; senza dubbio una delle meno affascinanti. Non ce ne vogliano le schiere di idolatranti fan di Twilight e dei suoi seguiti, ma i quattro volumi che raccontano le disavventure sentimentali e umane di Isabella Swan e del suo amato vampiro Edward (cinque, considerando anche lo spin-off di Eclipse, La breve seconda vita di Bree Tanner, dato alle stampe dai tipi della Fazi proprio in questi giorni) sembrano in pi&#249; di un'occasione versioni vagamente orrorifiche di classici della Harmony.
Non c'&#232; in fin dei conti molto da stupirsi dunque se le trasposizioni cinematografiche puntualmente portate a termine dagli sforzi della Temple Hill non hanno finora avuto modo di segnalarsi per la loro originalit&#224; o per la potenza visionaria. Il problema &#232; infatti alla base dell'intero progetto: la saga di Twilight, prima sulla carta e poi nella sua versione in celluloide, non possiede infatti la capacit&#224; e l'intelligenza necessarie per lavorare a una profonda e coraggiosa palingenesi delle forme e della prassi del genere. Nella sua spinta, persino ansiogena, all'inseguimento di un pubblico cresciuto a pane e MTV, l'opera perde di vista fin troppo presto le sue potenzialit&#224; espressive per accontentarsi di una monocorde e stantia riflessione sulle pi&#249; basilari regole delle storie d'innamoramento e seduzione. In questo terzo capitolo, nonostante si faccia sempre pi&#249; pressante la minaccia di Victoria, decisa a vendicarsi del suo compagno di (non) vita ucciso dai Cullen nel primo episodio, tutta l'attenzione viene costantemente rivolta al prevedibile triangolo amoroso che vede Bella divisa tra il vampiro Edward e il licantropo Jacob. Cos&#236;, mentre a Seattle un'orda di vampiri &amp;#8220;neonati&amp;#8221; fa scempio della cittadinanza &amp;#8211; in rigoroso fuori campo, &#231;a va sans dire &amp;#8211; la macchina da presa rimane incollata a situazioni che ben presto iniziano francamente a mostrare la corda: non solo per la sempre pi&#249; annichilente deficienza espressiva del trio di protagonisti (messi in posa prima ancora che in scena), evidenziata ulteriormente dallo scontro con una pletora di cameo pi&#249; o meno prestigiosi, ma per un vuoto sinottico che risulta davvero arduo colmare. Nelle due ore in cui si svolge il film, sono davvero pochi i passaggi essenziali della storia. E questo non perch&#233; Eclipse risulti particolarmente bolso, sia chiaro: il film ha un ritmo interno piuttosto sostenuto, un montaggio fluido, un'ottima fotografia affidata alle cure di Javier Aguirresarobe (un passato a fianco di Pedro Almod&#243;var e Alejandro Amen&#225;bar). Ma a parte questo? Sradicato, come &#232; stato detto poc'anzi, dal suo primigenio istinto horror, ripulito da qualsivoglia sporcizia &amp;#8211; sangue, terriccio, sudore, ogni umore viene poco per volta prosciugato, neanche dovessimo trasformarci noi stessi negli algidi membri immortali della famiglia Cullen &amp;#8211;, svuotato di ogni possibile riallaccio ideale con l'epos di stampo classico, patinato fino alle estreme conseguenze, Eclipse finisce ben presto per prendere le forme di una love story prevedibile e scontata, abbarbicata inutilmente alla sua supposta &amp;#8220;diversit&#224;&amp;#8221;. Una diversit&#224; misurabile solo nei limiti della lunghezza anomala dei canini, nel colore degli occhi, nella sovrabbondante peluria dei licantropi e nell'imbestialita sete di sangue dei neonati: per il resto, materiale buono per uno sceneggiato di second'ordine, o per una telenovela pensata a uso e consumo di un pubblico adolescente. Non c'&#232; dubbio alcuno che la ricetta abbia funzionato, cos&#236; com'&#232; certo che colpir&#224; nel segno anche stavolta e nel conclusivo Breaking Dawn diviso, com'&#232; oramai prassi, in due parti: il fenomeno Twilight colpisce nel segno non tanto perch&#233; le giovani generazioni si stiano improvvisamente avvicinando al genere fantasy e horror, quanto piuttosto perch&#233; all'interno del mondo creato da Stephanie Meyer ritrovano la stessa semplicit&#224; di linguaggio e il medesimo approfondimento psicanalitico sulle relazioni interpersonali che inchiostra le pagine dei vari Cio&#232; e fa capolino dai format televisivi pomeridiani.
Ci&#242; che piuttosto preoccupa, semmai, &#232; la deriva spudoratamente reazionaria e bigotta che prende la pellicola diretta da David Slade (che delusione la carriera di questo quarantenne, iniziata nel lungometraggio con il bel Hard Candy e naufragata, prima ancora che con il film in questione, con l'altrettanto vampiresco 30 giorni di buio, tratto dalla celebre serie a fumetti 30 giorni di notte di Steve Niles e Ben Templesmith): la versione dell'amore che ci d&#224; Eclipse &#232; quella di una completa abnegazione femminile tesa alla soddisfazione dei voleri del compagno, in cui il libero arbitrio perde forza ed efficacia a favore di un'accettazione totale e indiscutibile dell'amato e il sesso si trasforma in una sorta di tab&#249; cui solo il matrimonio pu&#242; porre rimedio. Pi&#249; che una rilettura contemporanea dell'ideale romantico ottocentesco, a noi sembra una retrograda restaurazione dei pi&#249; biechi clich&#233; del maschilismo sciovinista: nel quarto episodio letterario la Meyer ha proposto la sua visione conservatrice su temi quali la violenza domestica e l'aborto, vedremo in che modo troveranno spazio sul grande schermo. Per ora, a parte tutto, l'unica reazione che abbiamo di fronte al clamoroso successo dei libri e dei film, &#232; una risata sorta spontaneamente al pensiero di coloro che hanno elevato il nome della Meyer accanto a quelli di J.R.R. Tolkien, Philip Pullman, J.K. Rowling e Ursula K. Le Guin: come si affermava in un celeberrimo film degli anni novanta &amp;#8220;non &#232; lo stesso campo da gioco, non &#232; lo stesso campionato, e non &#232; nemmeno lo stesso sport&amp;#8221;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>30/06/2010</pubDate>
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			<title>Butterfly Zone - Il senso della farfalla</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=5849</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Butterfly%20Zone/Butterfly-Zone-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Non si pu&#242; certo dire che per il suo esordio nel lungometraggio Luciano Capponi abbia scelto di allinearsi alla prassi produttiva italiana: il suo Butterfly Zone, che approda nelle sale italiane (pochine in verit&#224;, una ventina) a un anno di distanza dalla vittoria del Premio M&#233;li&#232;s, assegnato dal Fantafestival di Roma al miglior film fantasy in competizione, &#232; un'opera straordinariamente ondivaga, in grado di spaziare dal riso al pianto, dal fantasy all'horror, trascinando con s&#233; rimasugli di commedia all'italiana, ipotesi vagheggianti di grottesco, illuminazioni nonsense e scaturigini impazzite di surrealismo. In un panorama che guarda con notevole sospetto nei confronti del genere duro e puro, un film come questo rischia davvero di essere trattato alla stessa stregua degli untori nella Milano del 1630.
Difficile &#232; in effetti l'operazione di classificazione di Butterfly Zone: non solo per la sua gi&#224; citata abitudine a muoversi in completa libert&#224; nel panorama cinematografico contemporaneo, ma proprio per la sua stessa essenza primigenia. A fronte di un soggetto straordinariamente complicato, soprattutto per via dell'innumerevole pletora di personaggi principali e secondari che si affollano sullo schermo nel corso dello svolgimento del film, si ha netta l'impressione di una materia improvvisata quasi nella sua interezza: anche la pi&#249; costruita delle inquadrature, persino la sequenza architettata con maggior cura, trattiene in s&#233; un tale senso di episodico, da portare ulteriore scompiglio e spaesamento nella mente dello spettatore. Non siamo mai stati fautori di un cinema didascalicamente &amp;#8220;semplice&amp;#8221;, e chi segue con attenzione le evoluzioni di CineClandestino non potr&#224; che confermarlo, ma c'&#232; da dire che il bailamme messo in piedi da Capponi per la sua prima creatura cinematografica avrebbe con ogni probabilit&#224; meritato una mano meno personale. La storia di Amilcare e Vladimiro, amici di vecchia data che trovano nel vino curato dal padre morto del secondo una via d'accesso all'Aldil&#224;, finisce ben presto per ingarbugliarsi a tal punto da condurre inevitabilmente il pubblico allo sbadiglio. Tra servizi segreti deviati, associazioni esoteriche dedite al culto degli alieni, serial killer schizofrenici e iracondi che tornano dalla morte per continuare la propria opera di assassini, e chi pi&#249; ne ha pi&#249; ne metta, Butterfly Zone finisce per incagliarsi, arenandosi quasi subito; anche perch&#233; il tono tra il beffardo e il serioso che Capponi vorrebbe fosse il tratto distintivo del film, non riesce a reggere fino alla fine, scadendo da un lato nella semplice battuta (e, di quando in quando, volgare), e dall'altro trovandosi invischiato in un ginepraio filosofico intellettuale che non sembra minimamente in grado di controllare. Gli attori, lasciati in pratica alla loro merc&#233;, si abbandonano all'eversione, distruggendo e ricostruendo i personaggi a ogni sequenza: un'idea affascinante, perfino rivoluzionaria &amp;#8211; per quanto derivativa &amp;#8211; ma che non aiuta di certo un'opera che al contrario avrebbe dovuto poter contare su una qualche solidit&#224;. Tutto, al contrario, si fa friabile e modellabile, neanche ci si trovasse faccia a faccia con il caos primigenio: ci&#242; che ne viene fuori &#232; un prodotto esageratamente illogico, privo di una reale grazia illuminata dai lampi del genio e sovente al contrario avvizzito da un pedante citazionismo (La persistenza della memoria di Salvador Dal&#236;, tanto per fare un esempio) che appesantisce ulteriormente un marchingegno gi&#224; di per s&#233; bolso e stanco.
Dispiace, perch&#233; le potenzialit&#224; per portare a termine un'opera sanamente fuori dagli schemi c'erano tutte: forse a Capponi (uomo poliedrico, che ha attraversato l'intera industria artistica degli ultimi quarant'anni, dalla radio alla televisione, dal teatro la cinema) sarebbe utile un incontro con il cinema degli esordi di Eros Puglielli, e in particolare con opere come Il pranzo onirico e Armageddon. Esempi, quelli s&#236;, di straordinario surrealismo poco incline a piegarsi alle regole del mercato e alle logiche della prammatica cinematografica &amp;#8211; e in Butterfly Zone fa brevemente capolino il sempre eccellente Cristiano Callegaro, che dei cortometraggi appena citati &#232; insuperabile protagonista. Resta solo il tempo per ammirare un cast folle e illogico almeno quanto la sceneggiatura, con un sorprendente Patrizio Oliva, di fronte al quale ci si ritrova nuovamente spiazzati. Loro in scena sembrano divertirsi un mondo, ma l'impressione &#232; quella di assistere a un gioco privato, al quale non si &#232; stati invitati e del quale non si conoscono le regole. Peccato.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;29/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>29/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Box Office 28.06.2010</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=5873</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Box%20Office/a-team-cover200(1).jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Potremmo star qui, per l'ennesima settimana consecutiva, a lamentare l'oziosa latitanza del pubblico dalle sale cinematografiche italiane: anche nello scorso week-end, infatti, le cifre di incasso per sala si sono attestate su cifre che rasentano lo zero assoluto. Se consideriamo che nessuno dei dieci film entrati in classifica tra venerd&#236; e domenica scorse ha avuto la forza di arrampicarsi fino alla miseranda quota di mille euro per sala, la proporzione della crisi degli incassi nell'ultimo periodo assume contorni maggiormente definiti. Un calo che va di pari passo, ovviamente, con l'approssimarsi dell'estate, e che &#232; senza dubbio aggravato dal concomitante svolgimento dei Mondiali di calcio, ma che denota anche la scarsa affezione italica alla settima arte. Potremmo, anche ora, gettarci nella solita lagnatio contro i mali culturali della penisola, ma preferiamo glissare: arriver&#224;, a breve, il terzo episodio di Twilight, e il pubblico torner&#224; in sala. Come vuole il rito...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;28/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>28/06/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Affetti &amp; dispetti</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=4488</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/11/Festival/Torino%202009/Concorso/The%20Maid-La%20nana/La-nana-cover160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Quando la caratterizzazione di un ambiente borghese assume tanta rilevanza in un film, attraverso l&amp;#8217;esplorazione dei particolari rapporti che intercorrono tra la servit&#249; e il padrone, o la sua famiglia, sono molteplici i riferimenti che possono scattare, quasi in automatico. Uno di questi &#232; senz&amp;#8217;altro Il servo di Joseph Losey. E nel caso del secondo lungometraggio diretto dal cileno Sebasti&#225;n Silva, The Maid-La nana (ovvero la domestica), la potenziale conflittualit&#224; di questo rapporto &#232; un sostrato che potrebbe anche essere messo in relazione, alla lontana, col discorso cinematografico avviato da Losey. A noi, tuttavia, soddisfa maggiormente l&amp;#8217;idea che questa conturbante opera cilena contenga germi non dissimili da quelli che hanno contaminato, in tempi pi&#249; o meno recenti, altre pellicole sudamericane; soprattutto sul piano sociale e su quello, non meno importante, esistenziale, rappresentato qui e altrove prestando grande attenzione a quegli stati d&amp;#8217;animo che meglio possono indicare certe radicate condizioni di frustrazione, sottomissione psicologica, noia, disagio. Pur con le debite differenze riconducibili a una ricerca autoriale diversamente orientata, La nana lascia affiorare la ricerca del mood corrispondente a un microcosmo borghese claudicante, malato, intimamente vulnerabile, in termini quasi analoghi a quanto sperimentato da Lucrecia Martel nei suoi pruriginosi affreschi&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;25/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>25/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Poliziotti fuori</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=5809</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Poliziotti%20fuori/Poliziotti-fuori-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Quando ha cominciato a circolare la voce che Kevin Smith avrebbe diretto il film dal titolo Cop Out (da noi Poliziotti fuori &amp;#8211; Due sbirri a piede libero) si &#232; pensato subito a una notizia falsa e tendenziosa, nata per mettere in discussione e demolire la credibilit&#224; che si &#232; cos&#236; faticosamente costruito tra pubblico e addetti ai lavori, grazie ad una filmografia assolutamente fuori dagli schemi e lontana anni luce dalle logiche produttive e narrative delle major a stelle e strisce. A preoccupare non era ovviamente il fatto che tornasse dietro la macchina da presa, perch&#233; in tal caso si sarebbe trattato della nona pellicola da regista, a poca distanza dall&amp;#8217;ultima fatica Zack and Miri Make a Porno, in sedici anni di carriera iniziata appunto nel 1994 con il travolgente cult Clerks, rivelazione del Sundance Film Festival e premiato alla Semaine de la Critique di Cannes. Piuttosto era l&amp;#8217;idea che un cineasta come lui, da noi ancora inspiegabilmente oggetto pi&#249; o meno misterioso, ma che in patria &#232; considerato il guru della cinematografia indipendente, potesse all&amp;#8217;improvviso gettare le armi, issare bandiera bianca e inginocchiarsi al cospetto del potere del Dio Dollaro. Quella notizia a lungo andare si &#232; tramutata in certezza e Poliziotti fuori ha visto la luce e il buio delle sale. Insomma, un colpo al cuore e un vero e proprio tradimento da parte di Smith verso coloro che lo considerano l&amp;#8217;ultimo vero baluardo eretto in difesa di una mentalit&#224; e di un modo di fare cinema anarchico e orgogliosamente indipendente. In poche parole, un credo e una missione! 
Una volta visto Poliziotti fuori si &#232; per&#242; costretti a ricredersi e le spiegazioni ai mille perch&#233; legati ai motivi che hanno spinto il regista americano ad accettare di dirigere il suo primo film prodotto da una major hollywoodiana (la Warner) e soprattutto non scritto da lui (dai fratelli Robb e Mark Cullen), diventano improvvisamente chiare ed evidenti. Si tratta, infatti, di una commedia sboccata, demenziale e provocatoria, perfettamente in linea con le caratteristiche peculiari del suo cinema, di certo non adatto a una platea di perbenisti con la puzza sotto il naso. Quello di Poliziotti fuori &#232; uno script esilarante, spesso volgare (basta pensare alla lunga sequenza nel quale i due protagonisti durante un appostamento notturno si lasciano andare a un dibattito sulla defecazione), a volte dissacrante (il quadro nella casa del cattivone di turno che raffigura Dio che aiuta una scimmia a ribattere una pallina con una mazza da baseball; cosa da niente rispetto a quello che &#232; riuscito a combinare nel  1999 con Dogma), citazionistico dal primo all&amp;#8217;ultimo fotogramma (la scena dell&amp;#8217;interrogatorio allo spacciatore &#232; da infarto), che sembra cucito su misura addosso a lui. Smith lo fa suo senza esitazione, adottandolo e plasmandolo a sua immagine e somiglianza, tanto che diventa quasi impossibile mettere in discussione la sua paternit&#224;, soprattutto quando ci si trova al cospetto delle strabordanti e irresistibili mitragliate di gag dialogiche intrugliate di goliardico brio senza mezze misure.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;25/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>25/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Goodbye, Mr. Zeus!</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=5843</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Goodbye,%20Mister%20Zeus!/Goodbye-Mr_-Zeus-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Forse &#232; ancora presto per parlare di &quot;minimalismo poetico&quot; in salsa di commedia emiliano-romagnola, ma se due indizi non fanno una prova davvero poco ci manca. 
Pare abbastanza evidente, infatti, quanto questo Goodbye, Mister Zeus! cerchi di replicare l'inaspettato successo di un film come Non pensarci (2007) di Gianni Zanasi, sposandone ampiamente la forma, attraverso una regia costantemente alla ricerca di una mimetizzazione nel quotidiano, ma cercando al contempo una corrispondenza anche nei contenuti, propagandando allo stesso modo della pellicola appena citata un condivisibile afflato di libert&#224; e di emancipazione dallo stress cui ci costringono gli insostenibili ritmi della vita moderna. Ed anche il protagonista maschile Alberto, pasticcione incorreggibile a cui tutto sembra girare storto, viene interpretato da Fabio Troiano molto alla maniera di Valeria Mastandrea, cio&#232; con un candore assoluto rispetto alla complessit&#224; delle faccende della vita tale da giustificare tenerezza e complicit&#224; non solo da parte della scostante fidanzata Adelaide (una Chiara Muti forse un po' fuori parte), ma pure della platea al di l&#224; dello schermo. 
Le analogie tra le due opere per&#242; si fermano qui: tanto il film di Zanasi si dedicava alla composizione di un quadro socio-familiare quanto pi&#249; possibile realistico e profondo nello scavo dei vari personaggi, tanto quello del corregionale Carlo Sarti preferisce imboccare la pi&#249; semplice scorciatoia della surreale, tra gli incredibili disastri di dimensioni bibliche causati da Alberto ed i suoi dialoghi con lo Zeus del titolo, che altri non &#232; se non un banalissimo pesce rosso dotato di qualche curioso aspetto comportamentale (salta dall'acquario e balla il tip tap..), nel quale il giovane &quot;legge&quot; pensieri da filosofo esistenzialista tanto da affidargli lo spinoso ruolo di propria guida spirituale.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>24/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Panico al villaggio</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=5857</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/Festival/Future%20Film%20Festival/Concorso/Panique%20au%20village/Panique-au-village-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il lungometraggio del duo St&#233;phane Aubier e Vincent Patar, passato al Festival di Cannes 2009, non &#232; certamente rivolto a un&amp;#8217;ampia platea, vista la singolare tecnica scelta per la messa in scena e la comicit&#224; nonsense, figlia di una scrittura che si prende molte, forse troppe, libert&#224;. Panique au village, versione per il grande schermo di un&amp;#8217;idea nata gi&#224; negli anni novanta, come graduation film di Aubier e poi, nel 2001, utilizzata per una serie televisiva, sembra infatti troppo esile narrativamente per reggere i pur gradevoli settantacinque minuti di durata. Come si dice spesso in questi casi, ottimo materiale per un cortometraggio&amp;#8230; Nonostante qualche momento esilarante, le avventure di Cavallo, Indiano, Cowboy e degli altri abitanti del microscopico villaggio si reggono quasi esclusivamente su alcune gag e sull&amp;#8217;eccentricit&#224; dei personaggi, enfatizzata dai modellini scelti per realizzare l&amp;#8217;animazione. L&amp;#8217;aspetto pi&#249; interessante di Panique au village, seppur non nuovo, &#232; infatti l&amp;#8217;utilizzo di pupazzetti e soldatini (Cowboy, Indiano&amp;#8230;), oltretutto inseriti in una scenografia di cartapesta, con tanto di fondale fisso. Il film di Aubier e Patar, assai distante dall&amp;#8217;animazione commerciale, punta Panique au villagequindi sul ribaltamento delle convenzioni tecniche e narrative, in un capovolgimento delle attese spettatoriali. Un &amp;#8220;capovolgimento&amp;#8221; che trova uno sviluppo narrativo e &amp;#8220;geografico&amp;#8221; anche all&amp;#8217;interno del lungometraggio, con la buffa, ma un po&amp;#8217; ripetitiva, contrapposizione tra gli abitanti del villaggio &amp;#8220;terrestre&amp;#8221; e gli abitanti di un mondo sottomarino parallelo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>24/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Ragazzi miei</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=5836</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Ragazzi%20miei/Ragazzi-miei-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Non sono poche le difficolt&#224; a cui un film come Ragazzi miei deve far fronte per accaparrarsi un pubblico vasto. Innanzitutto un titolo quanto mai peggiorativo dell&amp;#8217;originale (The boys are back, scelta che richiama una celebre canzone dei Thin Lizzy, gruppo rock irlandese degli anni &amp;#8217;70), che sembra quasi una nuova variante per una fiction con Massimo Dapporto, o un proseguimento di Don Matteo. Ad avvalorare l&amp;#8217;ipotesi che il film del regista di Shine, Scott Hicks, sia destinato soprattutto alle famiglie c&amp;#8217;&#232; anche la distribuzione della Walt Disney. Leggendo poi la trama pare ci si possa trovare di fronte a una commedia sentimentale in cui l&amp;#8217;infanzia beata regala lacrime e sorrisi dispensando buonismo e ottimismo anche di fronte alle disgrazie della vita, come la morte di una madre. Oltretutto la scelta del protagonista: l&amp;#8217;anglosassone Clive Owen di The International,  d&#224; l&amp;#8217;impressione di un'operazione preparata su misura proprio per la star in continua crescita  di popolarit&#224;: una parte da inglese un po&amp;#8217; anticonformista per&#242; dai buoni sentimenti, sempre nei ranghi del politicamente corretto. Ebbene Ragazzi miei &#232; un po&amp;#8217; tutte queste cose, ma nella sua programmaticit&#224; che potrebbe risultare un po&amp;#8217; fastidiosa il film ne regala anche altre interessanti. Innanzitutto le figure dei figli: uno intorno ai 6 anni, l&amp;#8217;altro sui 15, sono descritte in modo piuttosto sincero. Va da s&#233; che verit&#224; per verit&#224;, anche le situazioni non seguono chiaramente i dettami che sembrano proporci, ad esempio che un&amp;#8217;educazione libera e senza regole di disciplina adulte non sempre d&#224; i risultati sperati. Il bambino si diverte poi &#232; subito triste, ama il padre e un minuto dopo lo odia e il genitore non sa che fare. E&amp;#8217; un continuo e divertente tira e molla tra padre e figlio, sempre cercando di comprendersi in cui spesso &#232; il padre a peccare di presunzione o di egoismo. E a farglielo notare &#232; il ragazzo pi&#249; grande, frutto di un matrimonio precedente nella natia Inghilterra, che decide di andare in Australia a trovare il pap&#224;, affermato giornalista sportivo che segue soprattutto il tennis. Al limite dell&amp;#8217;inverosimile Clive Owen, che  non si stanca mai di giocare con la sua nuova famiglia, salvo poi accorgersi che la casa &#232; diventata una pattumiera, che nessuno fa i piatti e pulisce e dunque cambiando atteggiamento verso gli indolenti ragazzi.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Valerio Ceddia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>24/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Box Office 21.06.2010</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=5845</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Box%20Office/a-team-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Neanche Hannibal, Murdock e Sberla con le loro scorribande paramilitari riescono nell'improbo compito di riportare il pubblico al cinema: la ripresa di quello che fu uno dei telefilm di maggior successo degli anni ottanta si piazza s&#236; al primo posto della classifica, ma raggranella la miseria di 898.101 &amp;#8364;, con una media per sala nettamente inferiore ai tremila euro. Durante le giornate del mondiale sudafricano sembra davvero impossibile chiedere di pi&#249; allo spettatore italiano: riesce realmente facile immaginare gli esercenti impegnati in complicate macumbe (non poi cos&#236; lontane dall'avverarsi) per agevolare l'uscita di scena prematura dalla competizione della nazionale italiana. In attesa che sugli schermi della penisola faccia capolino la terza avventura di Toy Story targata Pixar, l'unico film in grado di dare uno strattone serio al box office settimanale - insieme, forse, a The Twilight Saga: Eclipse -, siamo dunque costretti a rimarcare come nulla o quasi si stia muovendo. Abbiamo detto di A-Team, e si tratta dell'unica new entry insieme a 5 appuntamenti per farla innamorare, che approda provvisoriamente in terza posizione, ma che ben presto saluter&#224; la top ten. 
In pratica, qualora non si fosse ancora capito, niente di nuovo sul fronte occidentale: ma si sa, l'estate dalle nostre parti &#232; &quot;con le pinne, fucile e occhiali&quot;... e allora...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;22/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>22/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>About Elly</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=2262</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/1/festival/Berlino/Concorso/About%20Elly/About-Elly-cover160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;C&amp;#8217;&#232; un pregiudizio forte che si &#232; intrufolato in alcuni spettatori nell&amp;#8217;ultimo quarto di secolo del cinema: quello che la cinematografia iraniana sia sinonimo di qualit&#224;. A confermare questo pregiudizio una volta di pi&#249; ci ha pensato About Elly di Ashgar Farhadi. Se il regista con Fireworks Wednesday aveva vinto il festival di Locarno 2006, stavolta si &#232; visto assegnare l&amp;#8217;Orso d&amp;#8217;Argento per la migliore regia al Festival di Berlino del 2009, e si direbbe con pieno merito. E i punti di forza di About Elly sembrano effettivamente rammentare i capolavori che posero probabilmente le basi per un cinema nazionale profondamente diverso, sia dal circuito mainstream, sia anche da varie istanze del cinema d&amp;#8217;autore. Anche in autori poeticamente non simili come il  Mohsen Makhmalbaf  di Salaam Cinema (1995), o Abbas Kiarostami (la cui lunga filmografia da Dov'&#232; la casa del mio amico? del 1987 fino all&amp;#8217;ultimo Copia conforme lo pone tra i massimi cineasti viventi), per citare i due registi pi&#249; influenti del paese mediorentiale, si ravvisa tuttavia quella straordinaria capacit&#224; di rendere una realt&#224; per immagini in modo multiforme. Realt&#224; mai riconducibile a una storia, alla mera finzione, chiusa in essa, ma aperta nel senso di rimandata all&amp;#8217;interpretazione, alla riflessione dello spettatore, e nemmeno mai guidata da esigenze sociologiche o direttamente politiche. Appunto questa abilit&#224; che spesso si manifesta con una naturale commistione tra finzione e documentario, &#232; fatta propria anche da Farhadi. Quello che abbiamo davanti &#232; un ritratto a posteriori di una ragazza, affascinante per la mancanza di elementi che lo possano comporre se non quelli che percepiamo da chi parla di lei, che la conosca bene o solo da poche ore. La storia di Elly segue le orme di un thriller e tuttavia lo nega in quanto i protagonisti della drammatica inchiesta, tre giovani coppie con figli al seguito che affittano una villa al mare, sembrano pi&#249; voler indagare su chi sia realmente la giovane ragazza scomparsa, pi&#249; che capire veramente che fine abbia fatto. Essere donna in Iran comporta affrontare una serie di prove morali, ed Elly, viva o morta che sia, le deve superare comunque, perci&#242; il processo dentro una piccola comunit&#224; di persone va comunque inscenato, e ovviamente &#232; il conformismo, il pensiero dominante a uscirne fuori. Ma Farhadi &#232; lontano dal pamphlet o da schemi sociali,  e preferisce tirar fuori tutte le contraddizioni e la sincerit&#224; di donne e uomini, questi ultimi anch&amp;#8217;essi vittime di una costrizione di ruolo loro malgrado;  a questo punto che Elly venga marchiata o meno con la A di adultera non &#232; pi&#249; cos&#236; importante per noi, perch&#233; tutti i meccanismi psicologici sono stati messi a nudo passando per nevrosi, paure e profondo senso di piet&#224;. Il risultato che ne viene fuori non &#232; dissimile dal doloroso e intenso Il cerchio di Jafar Panahi, dove appunto per la donna il grido di protesta rimane soffocato, o placato dalla possibilit&#224; di poter sparire altrove. Il vero dolore qui &#232; rappresentato dal personaggio dell&amp;#8217;amica stretta di Elly, interpretato magistralmente dalla bella Golsfifteh Farahani (accanto a Leonardo Di Caprio in Nessuna verit&#224; di Ridley Scott), le cui lacrime cercano di colmare un senso di colpa che &#232; stato socialmente, e dunque ingiustamente indotto. La costruzione concettuale che emerge dal turbinio emotivo di About Elly tuttavia si rivolge in modo universale, non certo solo al mondo iraniano, e se questa riflessione giunge a noi &#232; merito del profondo senso di realt&#224; nella pellicola; proprio quella capacit&#224; suddetta di mantenersi oggettivamente distanti dalle cose, di non appassionarsi alla trama ma semmai allo spazio intorno alle persone. L&amp;#8217;autore si presta a seguire le vicissitudini dei nostri con la macchina a mano, frequentemente per&#242; ricorrendo a piani lunghi, di rado passando a primi piani, non dando mai l&amp;#8217;impressione di voler amplificare passaggi drammatici pi&#249; del dovuto. Ma &#232; soprattutto nell&amp;#8217;uso del fuoricampo, come sovente accade in Kiarostami, che si esplica maggiormente questa oggettivit&#224; partecipe. Proprio il senso della scomparsa &#232; reso pi&#249; ancor pi&#249; inquietante dal non visto: volgendo lo sguardo altrove per un momento e poi tornando al punto dov&amp;#8217;era Elly, si riesce a ritrovare solo la spiaggia che &#232; rimasta imperturbabile. Entrare e uscire davanti a quel paesaggio manifesta il divenire degli eventi, ma il  paesaggio/inquadratura freddamente continua a vivere prima, durante e dopo di noi.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;18/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Valerio Ceddia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>18/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>A-Team</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=5774</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/A-Team/A-Team-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Erano gli anni Ottanta quando nei tubi catodici di mezzo mondo scorrevano le immagini di quella che si pu&#242; considerare, senza ombra di dubbio, una delle serie cult del piccolo schermo. Si tratta ovviamente della celeberrima The A-Team, serial a stelle e strisce firmata dalla penna di Frank Lupo e Stephen J. Cannell, capace di catturare circa una media del 26% di share per puntata nel giro di quattro anni di messa in onda (dal 1983 al 1987). Un curriculum di tutto rispetto che ha catapultato il telefilm nell&amp;#8217;olimpo degli ascolti e nell&amp;#8217;immaginario collettivo, lasciando nel pubblico un&amp;#8217;impronta indelebile e una scia di nostalgia. Nostalgia per le avventure pirotecniche e spettacolari di un quartetto ormai storico di mercenari, che attraverso le loro incursioni e operazioni militari ingegnose ha spopolato conquistando un esercito di fans. Dopo diversi tentativi andati a vuoto, il 2010 &#232; finalmente l&amp;#8217;anno della fumata bianca, che ha consentito al serial di sbarcare al cinema, portando sul grande schermo le avventure belliche dell&amp;#8217;Unit&#224; Alfa e dei suoi storici componenti: Hannibal, P.E. Baracus, Murdock e Sberla. Ovviamente il tempo &#232; inesorabile, lacera e consuma tutto ci&#242; che gli si pone al cospetto, cos&#236; The A-Team nel processo di trasposizione cinematografica non ha potuto purtroppo esimersi da un restyling completo, a cominciare proprio dai suoi protagonisti (Neeson al posto di George Peppard, Rampage nei panni che furono di Mr. T, Copley in quelli di Dwight Schultz e Cooper nel ruolo in origine affidato a Dirk Benedict) per finire con un riadattamento e aggiornamento cronologico dei fatti e del periodo storico, che hanno tramutato il titolo in A-Team e i personaggi in veterani della guerra nel Golfo piuttosto che di quella del Vietnam. 
Ma la nostalgia si sa &#232; come il vento e una volta messo nel cassetto il romanticismo insito nel DNA di chi rievoca i bei tempi andati, si passa subito ai fatti e il risultato finisce nella maggior parte dei casi con il tradire tutte le aspettative. A-Team non sfugge infatti alla dura legge del remake, come accaduto con quasi tutte le trasposizioni dei serial dal piccolo al grande schermo (da Charlie&amp;#8217;s Angels a Hazzard, passando per Starsky &amp; Hutch e Sexy and the City), dal quale ci sentiamo di escludere il riuscitissimo Miami Vice di Michael Mann, dando vita per&#242; a un discreto action movie che, se da un lato strazia il cuore dei fans (al film, infatti, bastano solo pochi minuti per mandare nuovamente in pensione un grande protagonista della serie, l&amp;#8217;intramontabile furgone nero con la striscia rossa sulla fiancata modello GMC Vandura del 1983), dall&amp;#8217;altro regala agli appassionati una sana dose di adrenalina e una pioggia di proiettili non indifferente.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;18/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>18/06/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Fish Tank</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=20&amp;art=3137</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/5/5/Festival/Cannes/Concorso/Fish%20Tank/Fish-Tank-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Sembra essere il controcampo della sua opera precedente questa seconda avventura da regista per l'inglese Andrea Arnold. Fish Tank, in effetti, con quella panoramica finale che dalla strada arriva ad inquadrare il tetto di un palazzo, dove si scorge benissimo il &amp;#8220;braccio&amp;#8221; di una telecamera di sorveglianza. Con questa scelta stilistica la Arnold pare ci suggerisca appunto che tutto ci&#242; che abbiamo appena visto veniva diciamo cos&#236; controllato dall'alto, proprio come avveniva in Red Road, dove la protagonista era l'addetta al controllo delle telecamere disseminate nella citt&#224; di Glasgow. Parlavamo di controcampo perch&#233; stavolta si guarda verso l'alto, verso l'occhio della cinepresa/telecamere di sorveglianza e tutti i personaggi paiono guardati a loro volta. Solo in qualche momento Mia (la splendida protagonista del film) si rifugia in un palazzone diroccato per isolarsi dal mondo &amp;#8220;basso&amp;#8221;, per evitare di invischiarcisi ancora di pi&#249;, e per guardare per un attimo tutti dall'alto. In quei momenti, e solo in quei momenti, Mia raggiunge il proprio personalissimo apice di vita e in lei sembrano identificarsi sia la vera regista regista che la protagonista del film precedente. Due donne, togliendo per un attimo la Arnold da questo discorso, che sono alla ricerca  di un uomo al quale affidarsi completamente, eppure cos&#236; ciecamente votate ad un'autodeterminazione che finisce spessissimo per autodistruggerle. Entrambe provano, in modi diversi, a possedere quel loro mondo, a &amp;#8220;sorvegliarlo&amp;#8221;, insomma a dominarlo, quantomeno con gli occhi. A guardare sopra, appunto, overlook, sguardo totalizzante e perfettamente assimilabile a quello della regista che plasma col proprio sguardo il mondo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;prossimamente&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;18/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Lorenzo Leone&lt;/strong&gt;</description>
			<category>prossimamente</category>
			<pubDate>18/06/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Una notte blu cobalto</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=5798</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Una%20notte%20blu%20cobalto/Una-notte-blu-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Capita alle volte che i personaggi invecchino insieme agli attori, e non stiamo parlando di lunghe serie televisive in cui ci si affeziona ai protagonisti. E&amp;#8217; un discorso che riguarda il cinema, in particolare quell&amp;#8217;abitudine di affibbiare uno stesso personaggio o simile a un dato attore, anche se i registi e le ambientazioni cambiano, cos&#236; come la societ&#224;. E&amp;#8217; il caso di Regina Orioli, eterna studentessa da Ovosodo, che ritroviamo appunto in Una notte blu cobalto col viso meno fanciullesco e stavolta ovviamente fuori corso, sempre un po&amp;#8217; fricchettona e con l&amp;#8217;aria un po&amp;#8217; depressa,  con un modo di fare sensuale e annoiato che nel film di Virz&#236; streg&#242; Edoardo Gabriellini, mentre in questo esordio alla regia di Daniele Cangemi (classe 1980) &#232; un altro attore &amp;#8220;virziano&amp;#8221;, ovvero il Corrado Fortuna di My name is Tanino a farsi spezzare il cuore. Ovviamente non &#232; questa una sferzata contro l&amp;#8217;attrice, che peraltro seppure in ruoli non di primo piano ha vestito anche altri panni (ad esempio in Chi nasce tondo di Alessandro Valori), ma una riflessione su alcune scelte di questo film. Quella che vediamo &#232; la storia di due giovani che vogliono fastidiosamente assomigliare a un&amp;#8217;idea di giovent&#249;, finendo per risultare artefatti. L&amp;#8217;operazione di  Cangemi maschera a stento l&amp;#8217;intento puramente commerciale, dalla scelta degli attori, a quella dei Negramaro come malinconica sinfonia dei nostri tempi, cavalcando cos&#236; l&amp;#8217;onda con una band alla moda ma tuttavia anche qui rischiando di finire fuori tempo massimo, perch&#233; gli stessi Negramaro potrebbero esser gi&#224; stati dimenticati dai continui cambiamenti di tendenza. Ma se di commerciabilit&#224; si parla, a che pubblico dunque pu&#242; far riferimento Una notte blu cobalto? Certamente non lo stesso dei vari Notte prima degli esami col loro recupero nostalgico, o dei &amp;#8220;mocciani&amp;#8221; Piccolo grande amore e simili, essendo troppo cresciuti i protagonisti. Presumibilmente Una notte blu cobalto &#232; indirizzata proprio a chi ha nostalgia di quel cinema di fine anni &amp;#8217;90 e primi anni duemila, in cui i 18-25enni furono il fulcro di una serie di film post adolescenziali, sfruttando in qualche modo i postumi del movimento della pantera, con liceali e universitari di sinistra protagonisti seppure l&amp;#8217;impegno politico era ridotto al minimo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;17/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Valerio Ceddia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>17/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Box Office 14.06.2010</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=5812</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Box%20Office/The-Hole-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Mancavano probabilmente solo i mondiali di calcio del Sud Africa per far stramazzare in maniera definitiva gli incassi settimanali delle nostre sale cinematografiche: al gi&#224; non idilliaco rapporto dell'italiano medio con la settima arte e all'asfissiante afa che sta prendendo d'assalto le metropoli, con relative carovane in fuga al grido di &quot;tutti al mare!&quot;, si aggiunge ora l'atavica sete di gol, dribbling e salvataggi sulla linea che da sempre si accompagna ai geni del popolo della penisola. Insomma, come avrete gi&#224; capito, gli incassi di questo fine settimana segnano un'ulteriore diminuzione rispetto ai risultati gi&#224; lillipuziani degli ultimi week-end: se consideriamo che solo tre film riescono a superare la misera soglia dei mille euro di media per sala, &#232; facile rendersi conto di come la situazione si stia facendo sempre pi&#249; ridicola. 
In questo aggiornamento ritmato come la pi&#249; straziante delle marce funebri ci sono un paio di dati che arrivano a rincuorare il cinefilo: il primo dice che la media pi&#249; alta della settimana se la porta a casa, numeri alla mano, il quasi invisibile  ma prezioso Il segreto dei suoi occhi di Juan Jos&#233; Campanella, dislocato in appena 73 sale di tutta Italia. Il secondo dato ci smuove invece anche verso un mal dissimulato romanticismo: vedere Joe Dante accaparrarsi la prima piazza della classifica, pur con una delle sue creature meno personali - ma andatelo a recuperare The Hole, giocattolone estremamente godibile - ci fa davvero provare un piccolo tuffo al cuore. A volte basta davvero poco per sentirsi appagati...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;14/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>14/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Le passioni del giovane Willy</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=2878</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/4/Piccolo%20Schermo/Shakespeare%20in%20Love/Shakespeare-in-Love-cover80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Ogni tanto quelli dell'Academy &quot;impazziscono&quot;. E l'Oscar va a film che non meriterebbero il riconoscimento; questione d'interesse, direbbe qualcuno. E' accaduto quest'anno e successe anche nel 1998, quando ad essere premiato fu Shakespeare in Love, operina  furba, ammicante ma anche non disprezzabilmente intrisa di quel minimo di cultura - lo sceneggiatore &#232; il celebre &quot;esperto in materia&quot; Tom Stoppard, nel caso del film in questione quasi una sorta di romanziere della vita sentimentale del celebre Bardo di Avon... - capace di non renderla del tutto indigesta. Da parte sua il regista John Madden ci mise il puro e semplice mestiere e nulla pi&#249;, mentre nel cast si fece notare l'allora giovane Gwyneth Paltrow nella parte, sfaccettata e divertente di Viola, attrice costretta a calcare i palcoscenici in abiti maschili dalle proibizioni dell'epoca (fine Cinquecento). Se siete comunque  in cerca di una serata rilassante all'insegna del lusso hollywoodiano a denominazione d'origine controllata Shakespeare in Love &#232; la pellicola che fa per voi.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>12/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Riflessi di un'epoca d'oro</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=71&amp;art=631</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Piccolo%20Schermo/Prima%20ti%20sposo%20poi%20ti%20rovino/Prima-ti-sposo__cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Una commedia con i superbelli Catherine Zeta-Jones e George Clooney. Un omaggio assai sentito alla commedia della Hollywood dei tempi d'oro, quelli di Howard Hawks e poi di Billy Wilder. Innocuo ricalco? Certo che no, visto che in cabina di regia ci sono quegli scavezzacollo - in senso buono, ovviamente... - dei fratelli Coen, qui alla loro prima uscita palesemente &quot;commerciale&quot; della loro nutrita filmografia. Risultato? Una trascinante pochade in cui si ride molto e si resta ammirati per l'usuale sfoggio di conoscenza cinematografica da parte dei due fratelloni del Minnesota, davvero capaci di scorribande in qualunque genere cinematografico.
Secondo segmento della &quot;Trilogia dell'Idiota&quot; con protagonista Clooney. Il primo era Fratello dove sei?, l'ultimo  lo abbiamo da non molto visto e apprezzato, il geniale Burn After Reading.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;digitale&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>digitale</category>
			<pubDate>12/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Una favola...sotto le armi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=5935</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Piccolo%20Schermo/Ufficiale%20e%20gentiluomo/Ufficiale-e-gentil_-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Ci sono tanti aspetti neanche troppo &quot;collaterali&quot; in un film a suo modo leggendario come Ufficiale e gentiluomo, che Taylor Hackford diresse nel lontano 1983. In prima istanza perch&#233; la pellicola contribu&#236; in maniera decisiva all'affermazione di un sex-symbol, stavolta per&#242; maschile: Richard Gere. Poi perch&#233; Ufficiale e gentiluomo, raccontando la storia di un giovane male in arnese ma di sani principi e del suo durissimo addestramento nei marines, rispecchia fedelmente l'etica cinematografica della Hollywood anni ottanta, ovvero machismo e sentimentalismo mescolati in un cocktail che sarebbe pericolosamente snob, almeno in quest'occasione, non definire riuscito. Quasi una versione drammatica ed al maschile della favola di Cenerentola, con il sergente afroamericano a rappresentare la &quot;strega cattiva&quot; (ma fino ad un certo punto...), con il protagonista che alla fine diventa finalmente principe per portar via sul cavallo bianco (pardon, la sua moto) la bella di turno. Che &#232; impersonata dalla brava Debra Winger. Altri tempi, altro cinema...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;11/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>11/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Alien Invasion</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=71&amp;art=2686</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/3/Piccolo%20Schermo/Signs/Signs-cover80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Signs, diretto da M. Night Shyamalan nel 2002, &#232; probabilmente il film pi&#249; compiuto realizzato dal regista statunitense di origine indiana. Una perfetta modulazione della suspense, con un crescendo di tensione orchestrato in maniera semplicemente magistrale, degno del maestro (ed &#232; tutt'altro che un'eresia cinematografica!) Alfred Hitchcock. I misteriosi segni circolari nei campi dell'agricoltore Mel Gibson, la presenza degli invasori alieni sempre pi&#249; manifesta: il tutto poi condito da una riflessione non banale sulla fede religiosa e soprattutto su quella in se stessi. Ed anche la rappresentazione fisica degli alieni, giustamente dapprima giocata sul &quot;vedo-non vedo&quot;, nel finale della pellicola risulta assai efficace, cos&#236; come la sequenza davvero &quot;mozzafiato&quot; di quando l'intera famiglia isolata nella fattoria - altra tematica ricorrente nel cinema del regista de Il sesto senso -  scopre, attraverso il mezzo televisivo (non a caso...), che le loro paure pi&#249; recondite sono divenute realt&#224;. Ma &#232; anche superando ci&#242;, sembra suggerirci Shyamalan, che si pu&#242; crescere e diventare esseri umani migliori...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;digitale&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>digitale</category>
			<pubDate>10/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Una coppia come noi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=5926</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Piccolo%20Schermo/Giorni%20e%20nuvole/Giorni-e-nuvole-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Una coppia qualsiasi e lo spettro di una crisi economica che si ripresenta periodicamente. In Giorni e nuvole (2007) Silvio Soldini mette sotto la lente d'ingrandimento del suo cinema la famiglia tipicamente borghese formata da Margherita But, Antonio Albanese e la loro figlia Alba Rohrwacher, per cercare di studiare e capire come un improvviso dissesto finanziario possa influire su rapporti umani ormai radicati nel tempo. E Soldini si dimostra ancora una volta acutissimo osservatore di gente qualunque, quella che in genere non interessa la fiction, troppo abituata a pescare modelli &quot;alti&quot; di riferimento; nonostante qualche sbavatura di sceneggiatura (la retorica dell'incontro tra il personaggio di Albanese e suo padre, ad esempio), Giorni e nuvole adempie pienamente al suo dovere: quello &quot;antropologico&quot; di mettere l'essere umano in relazione a se stesso e a gli altri, per comprendere meglio pregi e limiti della convivenza. Che non &#232; - e non sar&#224; mai - cos&#236; facile come spesso viene descritta in televisione e al cinema....&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;08/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>08/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Cinema, I Love you</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=71&amp;art=1241</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2008/9/Piccolo%20Schermo/Dopo%20mezzanotte/Dopo-mezzanotte-cover.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Non &#232; un film esente da difetti Dopo mezzanotte di Davide Ferrario. La voce narrante di Silvio Orlando &#232; un po' troppo invadente e la recitazione di Giorgio Pasotti in un ruolo simil-Buster Keaton non &#232; esattamente all'altezza della situazione, mentre se la cava benone la sua partner Francesca Einaudi, e decisamente non solo per meriti estetici. Per&#242;  Dopo mezanotte &#232; un piccolo gioiello cinematografico che trasuda sincero ed autentico amore per la Settima Arte, girato con pochi mezzi e con una trama che pi&#249; universale e basica non si pu&#242;: lui, lei e l'altro. Ricorda qualcosa, a memoria cinefila? Ovviamente s&#236;, ed i ricordi cinematografici ci sono tutti. Da Chaplin a Truffaut passando per l'intero cinema italiano. Bravo Ferrario, avercene film indipendenti tricolori cos&#236;...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;digitale&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>digitale</category>
			<pubDate>07/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Torrido intrigo</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=5915</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Piccolo%20Schermo/Lussuria/Lussuria-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Pochi registi conoscono a menadito la sublime arte del narrare come Ang Lee. Prendete ad esempio questo Lussuria, da lui girato nel 2007 e che nello stesso anno si aggiudic&#242;, non senza qualche polemica, il Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia. Il plot infatti non racconta nulla di particolarmente originale: a Shangai, negli anni della Seconda Guerra Mondiale, una bellissima ragazza appartenente alla resistenza riceve l'incarico di eliminare un importante uomo politico. In questo caso &#232; il come a contare di pi&#249;, in un'opera che si evolve nella passione, attraverso gli sguardi lascivi e poi le lunghe scene di sesso, per una volta non gratuite ma fulcro stesso di un film che &#232; assieme una intricata ed intrigante storia di spionaggio ma soprattutto un melodramma che Ang Lee manovra senza titubanze, lasciandogli opportunamente respiro e surriscandandolo in alcuni indimenticabili momenti. Cast perfetto, con il grande Tony Leung sugli scudi con la bellissima &quot;rivelazione&quot; - in ogni senso possibile e immaginabile - Tang Wei.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>06/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Attraversando gli States</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=1717</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2008/11/11/Piccolo%20schermo/Transamerica/Transamerica-cover80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Esistono film che non sono esattamente straordinari, ma hanno il grosso merito di capitare al momento giusto. E' il caso di Transamerica (2005), film on the road diretto da Duncan Tucker che racconta il viaggio di conoscenza tra un uomo che aspira a diventare donna e suo figlio piuttosto disadattato che non ha mai conosciuto. Transamerica diviene cos&#236; una sorta di piacevolissima parabola pi&#249; che mai laica sulla difficolt&#224; estrema di superare le barriere di diffidenza ed incomunicabilit&#224; che dividono le persone, tuttavia affermando chiaramente che questa &#232; l'unica via possibile per raggiungere quel po' di felicit&#224; che spetterebbe a tutti di diritto. Menzione speciale alla bravissima &quot;travestita&quot; Felicity Huffman, per l'occasione poco casalinga ma altrettanto disperata.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>05/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Un comico in politica</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=71&amp;art=5445</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Piccolo%20schermo/L&#39;uomo%20dell&#39;anno/Luomo-dellanno-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Cosa potr&#224; mai accadere quando un comico televisivo decide di gettarsi nella mischia delle elezioni presidenziali statunitense e, grazie ad un clamoroso errore del sistema informatico, trionfa? La risposta a L'uomo dell'anno (2006), vivace pellicola diretta dal discontinuo Barry Levinson, che in questo caso per&#242; imbrocca una situazione esemplare e fortemente simbolica traendone fuori un film riuscito sia sotto l'aspetto puramente descrittivo del &quot;dietro le quinte&quot; della politica, sia sul versante umano, con il protagonista Robin Williams perfettamente a suo agio nei panni dell'uomo che &quot;voleva cambiare il mondo ma...&quot;. Ed il giochino di spessore - che ad un certo punto si tinge di giallo - finisce con il funzionare pi&#249; che discretamente proprio per la bravura di regista e cast (bravissimi anche Laura Linney e Chriistopher Walken) nel rendere verosimile una situazione assolutamente paradossale: un personaggio del piccolo schermo che, a furia di battute e barzellette, diventa l'uomo con il potere tra le mani. Cose davvero da oltreoceano...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;digitale&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>digitale</category>
			<pubDate>05/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Il capolavoro &quot;incompiuto&quot;</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=5903</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Piccolo%20Schermo/A_I_%20Intelligenza%20Artificiale/A_I_-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;E' stato senza dubbio uno dei film pi&#249; attesi di sempre. Un progetto lungamente accarezzato dall'immenso Stanley Kubrick, alla morte di quest'ultimo realizzato - con il pieno consenso del regista di Arancia Meccanica - da Steven Spelberg. Ma anche l'opera che avrebbe dovuto scrivere la parola definitiva sul genere science-fiction. E poi il dibattito per chiarire se A.I. Intelligenza Artificiale (2001) fosse solo &quot;spielberghiano&quot; o fosse rimasta qualche traccia della poetica &quot;kubrickiana&quot;. Probabilmente domande retoriche. questa rivisitazione della fiaba immortale di Pinocchio in chiave fantascientifica in realt&#224; appartiene a Steve Spielberg sino al midollo, con momenti sublimi di regia e melassa che fa precipitare il finale in zona E.T., stavolta in maniera del tutto incongrua. Come manifesto sulla diversit&#224; in senso lato, comunque, adempie alla perfezione alla propria funzione pedagogica; impossibile non empatizzare con il bambino-robot interpretato dal bravissimo Haley Joel Osment...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>03/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Il fiume della Memoria</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=71&amp;art=862</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/3/Piccolo%20schermo/Mystic%20River/Mystic-River-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;L'ultimo dei classici (anche se l'affermazione andrebbe rivista, soprattutto dopo Gran Torino), all'apice della sua classe. Con questo piccolo gioco di parole si potrebbe definire la regia del mitico Clint Eastwood in Mystic River. Tre amici, un'infanzia violata, un presente adulto fatto di dolore e rimpianti. E quel fiume immoto da centinaia e centinaia d'anni, dove vengono sepolti dolori ed orrori. Cast ai massimi livelli (Sean Penn su tutti, ma anche Tim Robbins e Kevin Bacon giganteggiano da par loro...) per un' opera che &quot;usa&quot; una trama quasi da giallo esistenzialista per raccontare come il tempo che inesorabile scorre corrompa (pure) gli animi delle persone. E nel fiume del titolo finiscono anche i residui tormenti etici di chi &#232; ancora capace di provarli.  La speranza &#232; che il Padreterno sia cinefilo e ci preservi Clint ancora a lungo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;digitale&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>digitale</category>
			<pubDate>03/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Prime Visioni</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=72&amp;art=5888</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Piccolo%20Schermo/Satellite/P_Vis_-Lug-10-cover.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Finalmente il grande cinema italiano in copertina, nello spazio riguardante le primizie televisive che i palinsesti dei vari canali tematici di Sky dedicano ai cinefili. E l'appuntamento &#232; davvero da non perdere, perch&#233; Vincere (Sky Cinema 1 gioved&#236; 1 h 21,00 e domenica 25 h 22,55) di Marco Bellocchio rappresenta, pur con qualche imperfezione, una delle opere a cui purtroppo non siamo pi&#249; molto spesso avvezzi, capaci cio&#232; di leggere il passato - nella fattispecie la rievocazione della tragica storia della moglie e del figlio &quot;segreti&quot; di Benito Mussolini - attraverso la lente (non) deformante del presente, con la lucidit&#224; morale ed intellettuale tipiche dell'autore piacentino. 
Giacch&#233; siamo in tema rimaniamo nell'ambito del cinema nostrano, con altre due proposte di gran nome ma ben pi&#249; &amp;#8220;controverse&amp;#8221;. Il grande sogno (Sky Cinema 1 gioved&#236; 22 h 21,00) di Michele Placido avrebbe dovuto essere l'affresco epocale in cui un'intera generazione doveva specchiarsi ed identificarsi; si &#232; rivelato invece un modesto prodotto para-televisivo, appena al di sopra di una qualsiasi fiction domenicale con attori (Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, tra gli altri) buttati allo sbaraglio. Il troppo stroppia, come si suol dire... Medesimo discorso, con distinguo, pu&#242; essere fatto per Baar&#236;a (Sky Cinema 1 luned&#236; 26 h 21,00), &amp;#8220;film della vita&amp;#8221; di Giuseppe Tornatore, fermamente intenzionato a raccontare in modo definitivo la sua e la nostra - intesa come italiana - Storia. Il problema &#232; che questo &amp;#8220;amarcord&amp;#8221; siciliano, pur girato con virtuosismi tecnici pressoch&#233; unici nell'asfittico panorama registico italiano, risulta afflitto da una totale mancanza di leggerezza poetica, con una sceneggiatura troppo impegnata a cercare l'epica per accorgersi della bellezza del quotidiano. L'opera tornatoriana vale comunque una visione, tenendo sempre presente la prospettiva &amp;#8220;hollywoodiana&amp;#8221; - con tutti i pregi e difetti annessi e connessi - del suo autore.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;satellite&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;01/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>satellite</category>
			<pubDate>01/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Un destino da precari</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=5884</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Piccolo%20Schermo/Tutta%20la%20vita%20davanti/Tutta-la-vita-davanti-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Una vita da precari. No, non &#232; il titolo di una canzone di Ligabue ma la realt&#224; descritta - con qualche digressione beffarda - da Paolo Virz&#236; nel suo Tutta la vita davanti (2008). Il regista toscano sposa il punto di vista della giovane Marta (bravissima Isabella Ragonese) raccontando il suo &quot;ingresso&quot; nel mondo del lavoro con abbondante utilizzo di ironia ed umorismo, il pi&#249; delle volte virato al nero. Il quadretto funziona anche grazie alla galleria di personaggi messi in mostra (o talvolta, per meglio dire, che si mettono in mostra), tutti metaforicamente prigionieri delle proprie nevrosi dovute alla cosiddetta ansia di prestazione nel mondo del lavoro. Peccato per&#242; che Virz&#236; abusi, nel nobile tentativo di condannare una certa superficialit&#224; di stampo para-televisivo, di un linguaggio semplicistico che alla lunga nuoce un po' al film in questione. Che comunque merita ampiamente una visione anche per le contaminazioni cinefile (commedia all'italiana, musical) inserite sempre con la massima competenza dal regista livornese.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;01/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>01/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Il Cinema che fu</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=72&amp;art=5887</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Piccolo%20Schermo/Satellite/Cin_-fu-Lug_-10-cover.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Se &#232; mai esistito un attore capace di ispirare una grandissima simpatia al primo sguardo quello corrisponde al nome di Jack Lemmon, interprete perdipi&#249; dotato di un talento sopraffino per la commedia e non solo, come ci ricorda il suo indimenticabile monologo in America oggi di Robert Altman. Su Sky Cinema Classics ecco trasmesse le tre perle frutto dell'inimitabile sodalizio con Billy Wilder: gioved&#236; 1 alle 22,40 tocca all'esplosivo, piccante Irma la dolce (1963), della serie: com'&#232; possibile resistere alla prostituta da cuor d'oro Shirley MacLaine? Luned&#236; 5 alle 21,00 &#232; la volta dello straclassico A qualcuno piace caldo (1959), entrato nella storia del cinema anche per la indimenticabile battuta finale &quot;Nessuno &#232; perfetto&quot;. In realt&#224; di perfetto c'&#232; il film stesso, fuoco di fila incessante di gags e battute inserite in una cornice di assoluto spessore, che vede ogni personaggio principale - compresa la divina Marilyn Monroe - &quot;costretto&quot; a fingersi per ci&#242; che non &#232;. Mercoled&#236; 21 alle 21,00 si chiude con il memorabile L'appartamento (1960), in cui Lemmon rinnova la partnership recitativa con la MacLaine dando vita ad una delle commedie maggiormente divertenti mai girate a Hollywood e dintorni. Se invece avete voglia di approfondire il lato agro-dolce della recitazione di questo impagabile attore perfetto per lo scopo &#232; Dad-Pap&#224; (1989) di Gary Goldberg, melodramma incentrato sui difficili rapporti tra un figlio in carriera ed un padre ormai anziano trasmesso da The MGM Channel venerd&#236; 30 alle 15,20. Buone, anzi ottime, visioni....
Su Sky Cinema Italia sabato 3 dalle 14,20 una buona occasione per riscoprire uno degli autori italiani pi&#249; intellettuali e finemente eclettici, ovvero Alberto Lattuada. Si parte con il neorealista &quot;di genere&quot; Il bandito (1946) con Amedeo Nazzari; si prosegue con la notevole trasposizione cinematografica del celebre romanzo di Vitaliano Brancati Don Giovanni in Sicilia (1967), alle 15,45. Ancora, alle 17,30, dalla commedia omonima di Niccol&#242; Machiavelli ecco un'altra buona trasposizione: La Mandragola (1965), interpretato da Tot&#242; e dalla bellissima, purtroppo recentemente scomparsa, Rosanna Schiaffino; mentre la chiusura &#232; affidata, verso le 19,15, al drammatico Anna (1952), con l'icona Silvana Mangano.
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;satellite&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>satellite</category>
			<pubDate>30/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>La factory delle meraviglie</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=71&amp;art=4219</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/10/Piccolo%20Schermo/La%20fabbrica%20di%20cioccolato/La-fabbrica-di-ciocc_-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;L'incantesimo che avvolge lo spettatore (quasi ogniqualvolta assiste ad un film di Tim Burton &#232; pressoch&#233; totale. Non fa eccezione, anzi, La fabbrica di cioccolato (2005) remake di un semi-cult del 1971 intepretato da Gene Wilder, per l'occasione superbamente &quot;sostituito&quot; dall'attore feticcio Johnny Depp. Operazione comunque a basso rischio questa: perch&#233; gli effetti speciali incantano e Burton sa costruire un'atmosfera piena di rimandi  letterari (Lewis Carroll) e cinematografici (Walt Disney, in toto) come pochissimi cineasti riescono a fare. In pi&#249; ci mette quella sana cattiveria figlia diretta della sua visione cupa del mondo - che &#232; un po' il suo marchio autoriale - divertendosi parecchio a &quot;punire&quot; i viziati e capricciosi esponenti delle nuovissime generazioni in visita alla fabbrica del titolo nei modi pi&#249; fantasiosi e svariati. Eccede leggermente in moralismo didattico nel finale, ma &#232; un peccato veniale che gli si pu&#242; e deve perdonare.
Genitori all'erta: La fabbrica di cioccolato, oltre ad essere un'autentica fantasmagoria visiva, &#232; pure  un film assolutamente pedagogico nell'accezione migliore del termine...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;digitale&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>digitale</category>
			<pubDate>30/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Dietro il terrore</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=71&amp;art=4690</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2008/11/11/In%20sala/Nessuna%20verita/Nessuna-verit%C3%A0-cover80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Nessuna verit&#224; (2008), diretto da Ridley Scott, ha qualche difetto ma pure diversi, decisamente non trascurabili, meriti. Alla prima categoria sono ascrivibili alcuni luoghi comuni che inficiano il ritmo del racconto: pi&#249; la descrizione molto (troppo) amichevole del rapporto tra i protagonisti Leonardo Di Caprio, agente Cia in perenne missione nei luoghi caldi del mondo, e Russell Crowe, suo spregiudicato capo, che la consueta parentesi sentimentale tra lo stesso Di Caprio ed una bella dottoressa mediorientale. Poi per&#242;, d'altro canto, si capisce ben presto come quella vecchia volpe di Scott, fiutando nell'aria la fine della disastrosa politica estera bushiana, abbia voluto girare il primo film che ne mettesse in rilievo il marciume sin dalle fondamenta, dipingendo l'ingerenza statunitense negli affari del mondo come caotica, disorganizzata e dettata da interessi personali che poco dovrebbero avere a che fare con la cosiddetta &quot;ragion di stato&quot;. Ed il thriller, comunque discreto nel plot e nei tempi narrativi, si trasforma in un atto d'accusa nemmeno troppo velato nei confronti di coloro che hanno scritto la Storia sulle pagine sbagliate.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;digitale&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;29/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>digitale</category>
			<pubDate>29/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>E dopo...il western</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=5872</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Piccolo%20Schermo/Ombre%20rosse/Ombre-rosse-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Occhio agli ingredienti: una diligenza impegnata in un lungo tragitto attraverso il selvaggio west, una prostituta con segreti, un baro, un medico alcolizzato e soprattutto un pistolero senza macchia n&#232; paura. E poi gli indiani, ovviamente pronti ad assaltare il veicolo. Avrete capito. Si tratta del &quot;padre&quot; di tutto il genere cinematografico americano per eccellenza, il western. Ma Ombre rosse (1939) di John Ford non &#232; solamente il capostipite di una numerosissima famiglia; bens&#236; un capolavoro che, per essere tuttora considerato tale, doveva per forza di cose contenere elementi di modernit&#224; che il tempo non avrebbe potuto corrompere. Narrativi, tipo l'unione tra l'eroe e la prostituta, &quot;leggermente&quot; in anticipo sui tempi e che tante polemiche causarono al film; oppure la regia nel suo insieme, con ad esempio la superba introduzione del personaggio di John Wayne (il mitico Ringo), di una bellezza tecnica a tutt'oggi ineguagliata. Del resto &quot;mi chiamo John Ford, e faccio western...&quot;. Direttamente nel Mito.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;29/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>29/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Il Cinema invisibile</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=72&amp;art=5886</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Piccolo%20Schermo/Satellite/Cin_-inv_-Lug-10-cover.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Tanto per gradire, due piccole perle di cinema d'autore europeo trasmesse dal canale CULT e mai transitate nelle italiche sale, ovviamente a pieno torto. La prima &#232; un noir molto sui generis, diretto dalla regista iberica Ic&#237;ar Bolla&#237;n, che racconta la vicenda di un detective privato ingaggiato da una societ&#224; per indagare tra i suoi dipendenti. Ironica commedia tinta di giallo Mataharis (mercoled&#236; 7 h 23,00) &#232; un film che promette molte sorprese. Come del resto il russo Mars (gioved&#236; 15 h 21,00) della cineasta Anna Melikian, dove il ritorno nella natia Crimea di un famoso pugile porto scompiglio nella vita di tutti gli abitanti del luogo, soprattutto in quella di una coppia di ragazzi. Sar&#224; mica un caso che queste due sorprendenti opere siano state realizzate da mano femminile?
Altro titolo del panorama mensile piuttosto curioso - anche se magari non ci sar&#224; da aspettarsi molto - &#232; Shaolin Basket (Sky Cinema Mania luned&#236; 5 h 21,00), omologo prevedibilmente &amp;#8220;minore&amp;#8221; del cult di Stephen Chow che riservava la sua attenzione al calcio. In cabina di regia troviamo il cinese Chu Yen-ping, a raccontarci la storia di questo aspirante campione della pallacanestro, ma addestrato da grandi maestri del kung-fu, fermamente intenzionato ad applicare tali fantasiose tecniche anche in questo sport. Niente di nuovo sotto il sole, dunque; ma magari qualche esterrefatta risata ci scappa lo stesso...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;satellite&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;29/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>satellite</category>
			<pubDate>29/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Confusioni thriller</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=5729</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Piccolo%20Schermo/Stay/Stay-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Segnaliamo questo Stay. Nel labirinto della mente (2005) non tanto per il suo valore intrinseco quanto per la sua &quot;esemplarit&#224;&quot; nel constatare come Hollywood riesca (quasi) sempre a trovare gli ingredienti migliore salvo poi fallire clamorosamente nell'amalgamarli. Proprio come in questo caso. Dove si era riuscito a radunare un cast con i fiocchi, scegliendo come protagonista il sempre affidabile Ewan McGregor per il ruolo dello psichiatra alla prese con un paziente molto particolare, intepretato dal miglior attore della sua generazione, l'eccellente Ryan Gosling. Se ad essi si aggiunge la sempre bravissima Naomi Watts, il veterano Bob Hoskins ed un regista all'epoca considerato emergente come Marc Forster sembrava impossibile &quot;floppare&quot;. Invece &#232; proprio quello che &#232; accaduto. Per colpa di uno script che si limita alla superficie, pur accurata ed elegante. Come tanto, troppo cinema made in U.S.A. contemporaneo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;28/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>28/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Gli sguardi del Cinema</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=72&amp;art=5885</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Piccolo%20Schermo/Satellite/Sgu_-Cin_-Lug-10-cover.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Avete in programma una vacanza estiva in Cile, segnatamente nella sua parte meridionale? Allora, per prepararvi al meglio, &#232; assolutamente necessario dare un'occhiata al reportage intitolato Gli ultimi paradisi - Patagonia: vita alla fine del mondo, trasmesso da National Geographic Channel sabato 3 alle 13,00. Alla peggio, se non siete in partenza, riuscirete ad ammirare suggestivi panorami naturali davvero incontaminati restandovene tranquilli dal salotto di casa.
Assai curiosa &#232; la serie Affari di famiglia, in onda su The History Channel ogni luned&#236; del mese a partire dalle 21,00. Il programma di approfondimento racconta la genesi di un'originale attivit&#224; commerciale, gestita direttamente, ormai da diversi anni, dal capostipite Richard Benjamin Harrison in compagnia dei diversi figli; un banco dei pegni dove la gente bisognosa di denaro porta gli oggetti pi&#249; impensabili, tipo un cannone del 18&#176; secolo o un elmo medioevale. Ed &#232; pure interessante seguire come i vari membri della famiglia Harrison discutano sul giusto valore da dare ai vari articoli. Non c'&#232; niente da fare: a muovere il mondo &#232; stato e sempre sar&#224; il soldino che passa di mano in mano...Tanto per rimanere in ambito storico, piuttosto scioccante si annuncia la serie di ricostruzioni intitolata poco simbolicamente Sacrifici umani, trasmessa ogni marted&#236;, dal 6 al 20 del corrente mese, alle 23,00 da Discovery Channel. Un lungo excursus a cavallo della storia e della geografia per approfondire come le varie popolazioni, nel corso dei tempi, non abbiano esitato ad uccidere loro simili al fine di ingraziarsi qualche dio di riferimento. Da non credere: eppure &#232; successo...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;satellite&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;28/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>satellite</category>
			<pubDate>28/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intervista a Edoardo Leo</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=9&amp;art=5894</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Speciali/edoardo-leo-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Presentato in anteprima negli Usa alla rassegna Los Angeles Italia, vincitore della Menzione Speciale al Roma International Film Festival, del premio Miglior Opera Prima al Napoli Cultural Classic e di ben 5 premi al Festival Internazionale del Cinema di Ibiza (miglior sceneggiatura, miglior attrice e attore protagonista, miglior regia, miglior film): questo finora il curriculum di Diciotto anni dopo, deliziosa commedia che narra la storia di due fratelli, separati a causa di un traumatico evento familiare e costretti a ritrovarsi dopo diciotto anni in occasione della morte del padre. Il film, prodotto dalla Dap Italy e distribuito in collaborazione con la Eagle Pictures, ha segnato il felice esordio alla regia di Edoardo Leo, attore di cinema e teatro e volto molto noto al pubblico televisivo (diverse miniserie e film tv all&amp;#8217;attivo, oltre a due stagioni della serie Un medico in famiglia in cui interpretava il ruolo di Marcello ), che quasi non ci crede ai consensi che sta riscuotendo il suo piccolo film, scritto insieme all&amp;#8217;amico e collega Marco Bonini e nato un po&amp;#8217; per caso&amp;#8230;&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;speciali&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessia Lepore&lt;/strong&gt;</description>
			<category>speciali</category>
			<pubDate>02/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Robert Downey Jr. - Dust</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5810</link>
			<description>Deve essere particolarmente difficile nascere negli Stati Uniti con il proprio nome seguito dal suffisso junior. Poich&#233; gi&#224; vieni al mondo in un paese con un certo grado di competitivit&#224;; poi perch&#233; significa inevitabilmente essere figli di qualcuno di cui porti il medesimo nome, con annesso implicito conflitto edipico in nuce. Le cose sono di certo destinate a peggiorare se tuo padre &#232; un pi&#249; o meno celebrato regista di cinema underground che ti fa provare l'ebbrezza dell'esordio davanti alla macchina da presa alla tenerissima et&#224; di sette anni, in un film intitolato Pound. Quindi lui divorzia - con immaginabili traumatiche conseguenze - da tua madre quando hai appena undici anni. Mentre tu continui e continuerai sempre a chiamarti Robert Downey, esattamente come il tuo genitore. Con quello junior in aggiunta che spesso pu&#242; fare tutta la differenza del mondo...
Poche volte, a Hollywood e dintorni, la travagliata esistenza di un attore ha trovato uno specchio fedele in una carriera artistica discontinua, diseguale e per certi versi dissennata, soprattutto nella sua fase iniziale. Per Robert Downey Jr, a ben guardare, &#232; stato cos&#236;. Poca gavetta - ma anche con registi di inconfutabile valore come John Sayles (Baby, It's You, 1983) ed il recentemente scomparso John Hughes, dal quale ottiene la parte secondaria del giovane e odioso fighetto in ansiosa cerca della donna dei sogni sessuali ne La donna esplosiva (Weird Science, 1985) - e in pochi anni subito ruoli da protagonista nel proscenio, come nell'innocua commedia adolescenziale Ehi...ci stai? (The Pick-up Artist, 1987) di James Toback, dove fa da spalla all'allora superstar del filone Molly Ringwald, ma soprattutto in Al di l&#224; di tutti i limiti (Less Than Zero, 1987) di Marek Kanievska, tratto dall'omonimo romanzo di successo scritto da Bret Eston Ellis. Perch&#233; soprattutto, ci potrebbe chiedere? La risposta &#232; scontata, almeno per coloro che hanno visto e ricordano un film non certo trascendentale ma che trov&#242; proprio nel personaggio impersonato da Downey Jr. e nella sua prova attoriale il motivo di principale interesse. Perch&#233; nella pellicola interpretata anche dai lanciatissimi Andrew McCarthy e Jami Gertz, Robert Downey Jr impersona un rampollo di buona famiglia che cade inesorabilmente vittima della dipendenza della droga, specchio fedele di una situazione che andava facendosi pericolosamente largo anche nella vita reale. Il calvario esistenziale di Junior - da qui in poi costellato, almeno fino ad un'et&#224; pi&#249; &amp;#8220;matura&amp;#8221; da continui tentativi di disintossicazione e puntuali ricadute - ha inizio, finendo inevitabilmente con il riflettersi sulla sua carriera. Molte trascurabili commedie e commediole di pronto consumo, tipo l'inguardabile Chances Are (1989) di Emile Ardolino, oppure passabili film action conditi d'ironia, come Air America (1990) di Roger Spottiswoode, in cui fa coppia &amp;#8211; con discreta alchimia &amp;#8211; con Mel Gibson.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>20/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Robert Downey Jr. - Epifania</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5818</link>
			<description>La bellezza magniloquente dell&amp;#8217;opera e la preziosa interpretazione fornita dall&amp;#8217;oggetto-soggetto della nostra analisi induce ad introdurre l&amp;#8217;ideale seconda parte di questo breve excursus sulla carriera attoriale di Robert Downey Jr. a partire dalla trasposizione filmica di Loncraine (o dovremmo forse dire di McKellen?) del Riccardo shakespeariano. Non ci soffermeremo, almeno in questa sede, sulla possibilit&#224; reale di transcodificazione di un testo drammatico al cinema: il lavoro formidabile di Kenneth Branagh, in questo senso, &#232; assai pi&#249; esaustivo di mille dissertazioni letterarie. Del resto anche l&amp;#8217;attualit&#224; (Jan Kott la illustra bene in un suo celebre saggio Shakespeare nostro contemporaneo) e il potere ideativo ed universale dei drammi shakespeariani &#232; cosa tanto nota quanto cognitivamente quasi insondabile. Pare gettare le armi perfino il bardolatra per eccellenza Harold Bloom quando chiosa: &amp;#8220;Dobbiamo sforzarci di leggere Shakespeare con tutta l&amp;#8217;attenzione possibile, pur sapendo che i suoi drammi leggeranno noi con forza ancor maggiore. Ci leggono fino in fondo&amp;#8221;.
Riccardo, Duca di Gloucester, il gobbo Riccardo, colui che non ha altro diletto che contemplare la propria ombra al sole, &#232; materia filmica prediletta dai grandi attori shakespeariani del Novecento. Lo fa Laurence Olivier, scegliendo di eliminare il personaggio di Margherita d&amp;#8217;Anjou, vedova di Enrico VI e fiera oppositrice del re sanguinario e circondandosi di alcuni fra i maggiori interpreti teatrali inglesi dell&amp;#8217;epoca, John Gielgud come Clarence e Ralph Richardson nelle vesti di Buckingham. Lo fa, adottando un approccio molto differente che ci sar&#224; utile nell&amp;#8217;analisi successiva, Al Pacino con il suo Looking for Richard: uno sguardo semi-documentaristico sul testo e le possibilit&#224; di messa in scena, o messa in film, nel caso specifico, da parte di un non britannico (sia pure il sommo Al Pacino!) ossessionato dalla musicalit&#224; del pentametro giambico e dalla ricerca metropolitana di &amp;#8220;chi sia Riccardo&amp;#8221;. E, se per un momento, abbandoniamo lo schermo e scegliamo di tornare sulle tavole del palcoscenico, troviamo la recente messa in scena, datata 2002, di Riccardo III da parte di Micheal Grandage. Al Crucible Theatre di Sheffield, Kenneth Branagh  scandisce rabbioso ed enfatico il verso &amp;#8220;mine own deformity&amp;#8221;, stirato, letteralmente, da un marchingegno di trazione che tenta di correggerne la mostruosit&#224;. Gioca con il pubblico, il suo Riccardo, istrione truculento che strappa pi&#249; di una risata e mostra una delle caratteristiche che, forse, lo rendono, oltre ogni logica umana, cos&#236; magnetico: la vulnerabilit&#224;. Attraverso l&amp;#8217;uso mirabile della proprie capacit&#224; vocali, uno degli aspetti pi&#249; rilevanti della grandezza dell&amp;#8217;attore irlandese, Branagh enfatizza la conclusione interrogativa dei versi, ricreando, ad ogni dubbio, la complicit&#224; strettissima con il suo pubblico che &#232; poi il pubblico del personaggio che interpreta. In questa grandeur, sulla quale moltissimo altro ci sarebbe da aggiungere, si inserisce a pieno titolo il lavoro decostruzionista, a dirla con Harold Bloom, di Richard Loncraine e del suo gigantesco protagonista, Ian McKellen che si ispirano, per questo adattamento, ad una messa in scena del 1992 di Richard Eyre.
Riccardo III, al quale Shakespeare aggiunge una buona dose di crudelt&#224; rispetto ai racconti storicamente attendibili, &#232;, lo abbiamo sottolineato, un affabulatore compiaciuto della propria arte retorica e pragmatica: &amp;#8220;Ci fu mai donna in tale stato d&amp;#8217;animo corteggiata? Ci fu mai donna in tale stato d&amp;#8217;animo sedotta? La voglio. Ma non per molto tempo. Non la terr&#242;. Ma come? Io, che le ho ammazzato suocero e marito, me la conquisto mentre sgorga l&amp;#8217;odio dal suo cuore&amp;#8230;&amp;#8221;, gioisce Gloucester, carnefice e seduttore allo stesso tempo. Riccardo non ha la statura intellettuale di Amleto e neppure l&amp;#8217;arguzia godereccia di Falstaff n&#233; la sua crudelt&#224; pu&#242; essere del tutto avvicinata a quella pi&#249; sottile e complessa di Iago o di Edmund, eppure, senza alcun dubbio, ci seduce. Harold Bloom ritrova nella sessualit&#224; sadomasochista e in un vitalismo inesauribile che si trasforma, senza soluzione di continuit&#224;, in pulsione mortifera, due aspetti concomitanti di questa fascinazione. La vulnerabilit&#224;, molto umana, abbiamo aggiunto noi.
Non &#232; (come potrebbe?) una boutade, la scelta di Loncraine e McKellen di spostare l&amp;#8217;azione del dramma in una Inghilterra nazifascista e di connotare il personaggio di Riccardo come una inquietante mistura fra gli amanti celebri degli anni Trenta, da Clark Gable a Douglas Fairbanks, e Hitler. Ricreando un&amp;#8217;ambientazione che ricorda, in termini parodici, come ritiene James N. Loehlin, i film in costume, tipici del cinema di Ivory e, parallelamente, innestando nel personaggio di Riccardo le caratteristiche di gangster come John Dillinger o Al Capone (ma pi&#249; ancora, evidentemente, a Tony Camonte, lo sfregiato di Howard Hawks che proprio a Capone ed all&amp;#8217;America proibizionista si era ispirato per il suo Scarface), Loncraine d&#224; vita ad un one man show che corrisponde, narrativamente, alla scalata al successo politico ed alla caduta del re.
Ian McKellen domina, come il personaggio che interpreta suggerisce, la scena o, per meglio dire, lo schermo, tuttavia &#232; particolarmente interessante il lavoro di semplificazione che il regista britannico sceglie di fare con i personaggi che circondano Gloucester (si pensi che la durata della trasposizione del testo shakespeariano pi&#249; lungo, dopo Amleto, arriva a sfiorare appena i 105 minuti): come avveniva in Olivier, Margherita &#232; eliminata e le sue funzioni assorbite dai personaggi della duchessa madre e di Elisabetta, Lord Rivers, interpretato, con magistrale asciuttezza e padronanza di mezzi espressivi, da Robert Downey Jr. comprende invece i tre personaggi di Rivers, Grey e Dorset e qualcosa di analogo avviene con i numerosi sicari al soldo di Riccardo, radunati nella sola figura di Tyrrell. Buckingham, interpretato da Jim Broadbent, viene ridimensionato in favore di un maggiore approfondimento della figura di Clarence, al quale, secondo Harold Bloom, Shakespeare dona il monologo pi&#249; compiuto della tragedia.
In questo caso, e differentemente da ci&#242; che avveniva con le riflessioni metateatrali di Pacino, gli U.S.A. non sono una licenza da comprendere, ma una scelta storicamente giustificabile e giustificata, sebbene connotata da una inevitabile ambiguit&#224; di fondo. Elisabetta di York, interpretata da Annette Bening, e il di lei fratello, Rivers, che soccomber&#224; alla furia omicida del re gobbo durante un amplesso, sono infatti due personaggi dichiaratamente statunitensi. La futura consorte del primo re Tudor, vittorioso su Riccardo nella battaglia di Bosworth con la quale si conclude la tragedia shakespeariana, diviene personificazione dell&amp;#8217;intervento liberatore degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale e al contempo &#232; metafora del giogo culturale americano successivo alla fine del conflitto.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Ilaria Mainardi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>20/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Robert Downey Jr. - Il tormento e l'estasi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5805</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Speciali/Robert%20Downey%20Jr_/Downey-Jr_-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Se c&amp;#8217;&#232; un attore contemporaneo per il quale calza a pennello la definizione di &amp;#8220;genio e sregolatezza&amp;#8221;, questo &#232; Robert Downey Jr.. Perch&#233; non v&amp;#8217;&#232; dubbio che la vita dell&amp;#8217;attore newyorkese si sia composta, nel tempo, di infinite curve, di parabole ascendenti e discendenti nelle quali si &#232; perso, abbandonato, ritrovato e reinventato, mille e pi&#249; volte. Con quel sorriso beffardo e gli occhi umidi affacciati sull&amp;#8217;anima, divertito ed appagato da un talento che &#232; fra i pi&#249; eclatanti del panorama cinematografico internazionale, Robert, la fenice, risorge, per l&amp;#8217;ultima volta (e definitivamente gli auguriamo e ci auguriamo) intorno all&amp;#8217;anno 2005, quando inanella una serie di apparizioni che fanno risaltare la sua gamma espressiva di impressionante ampiezza e versatilit&#224;. Da quel momento &#232; tutto un susseguirsi di partecipazioni illustri, splendidi film indipendenti, blockbuster ai quali aggiunge, infaticabile improvvisatore ed animale cinematografico purosangue, il tocco magico riservato ai grandi. 
Minuto, naturalmente ironico, con un passato da studente di balletto classico che rese un po&amp;#8217; meno gravoso il duro lavoro fisico affrontato per il biopic di Sir Richard Attenborough su Charlie Chaplin, Robert Downey Jr. conserva l&amp;#8217;appeal dei divi del passato. Non si tratta, non soltanto almeno, del talento inestimabile sul quale molti di essi, da Marlon Brando a Paul Newman, da Cary Grant a Montgomery Clift, potevano contare. E&amp;#8217; piuttosto un&amp;#8217;allure misteriosa che incolla lo sguardo e travalica la distanza (con buona pace di No&#235;l Burch). E proprio di Monty Clift, conserva, oltre alla bellezza raffinata, la fragilit&#224; e l&amp;#8217;impalpabilit&#224; di un eroe triste, l&amp;#8217;ambiguit&#224; suggerita e mai del tutto svelata, la tortuosit&#224; del percorso umano ed artistico che sfocia qui nella dipendenza dalla droga, l&#224; nella capacit&#224; di esplodere davanti alla macchina da presa con la sola forza della propria passione.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Ilaria Mainardi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>20/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Robert Downey Jr. - Paradise Regained</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5824</link>
			<description>Robert Downey Jr. sa fare tutto, volendo indicare con il termine &amp;#8220;tutto&amp;#8221; anche l&amp;#8217;incredibile versatilit&#224; che gli consente di saltellare agilmente dal musical surreale (e caotico) The Singing Detective, dove, sui titoli di coda, d&#224; prova di doti canore notevoli oltre che di uno splendido timbro vocale (chi lo ha visto interpretare Larry nella serie Ally McBeal o ha potuto ascoltare il suo primo, e finora unico, album, The Futurist, sa di cosa si parla) ad una sorta di anomalo giallo metropolitano come Kiss Kiss Bang Bang. Quest&amp;#8217;ultimo titolo, da gustare anche soltanto per la classe attoriale dimostrata da Downey Jr. nel finto provino che d&#224; avvio all&amp;#8217;intreccio noir, ha il merito ulteriore di restituirci una coppia d&amp;#8217;assi ritrovati del cinema internazionale, impegnata in ruoli da simpatici loser pasticcioni, degni di una schermaglia liberal, anni Sessanta. Ed &#232; probabilmente una spinta di indignazione autentica, molto vicina ad un certo cinema politico degli anni Sessanta e Settanta, non soltanto statunitense (si pensi a Jean Luc Godard, ma anche al giapponese Oshima), a muovere, idealmente, la macchina da presa di George Clooney per il suo Good Night and Good Luck, una parabola sulle deviazioni possibili del giornalismo e dell&amp;#8217;informazione televisiva, indotti dal potere politico ad una linea di basso profilo, in favore di programmi &amp;#8220;spazzatura&amp;#8221;, neutrali come lo pu&#242; essere solo il nulla ideologico che li sottende (si, &#232; una pratica datata&amp;#8230;).
Il film ripercorre le tappe pi&#249; significative della vita e della carriera di Edward R. Murrow, conduttore di &amp;#8220;See It Now&amp;#8221; e pioniere di una sorta di proto-controinformazione e di un giornalismo televisivo non votato al servilismo rispetto ai poteri forti. Non esit&#242; infatti, negli anni della caccia alle streghe anticomunista, a schierarsi apertamente in opposizione al senatore repubblicano McCarthy che di quell&amp;#8217;abominio era il principale ideatore. La Red Scare, lo sappiamo, non risparmi&#242; neppure Hollywood, provocando la fine della carriera statunitense di Charlie Chaplin che, ricordiamolo, non aveva mai chiesto la cittadinanza americana, al quale non venne rinnovato un visto d&amp;#8217;entrata negli U.S.A., dopo un soggiorno europeo, nel 1952. Vi rientr&#242; solo, per un Oscar alla carriera, venti anni dopo. Ma il maccartismo &#232; celeberrimo anche per la &amp;#8220;strategia del sospetto&amp;#8221; messa in atto all&amp;#8217;interno degli ambienti cinematografici pi&#249; influenti e per le delazioni estorte con metodi poco ortodossi come quella di Elia Kazan che cost&#242; al regista di Fronte del porto la rottura del sodalizio umano ed artistico con il suo pupillo, Marlon Brando. Intriso di passione politica e di sincera indignazione, George Clooney, epigono, in un certo senso, di Emile De Antonio (nel 1963, con Ordine del giorno, il regista-documentarista si occup&#242; proprio del senatore McCarthy) e i suoi magnifici interpreti tracciano un ritratto oscuro della democrazia statunitense, con il suo carico di fanatismo e colpevoli silenzi. Murrow, nel suo poco apologetico affresco, affermava: &amp;#8220;Nessuno ha il diritto di terrorizzare un&amp;#8217;intera nazione a meno che non siamo tutti accondiscendenti. Tutto quello che posso sperare &#232; di insegnare a mio figlio a dire la verit&#224; e a non avere paura di nessun uomo&amp;#8221;.
Ogni riferimento a fatti e persone attuali (non) &#232; puramente casuale&amp;#8230;&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Ilaria Mainardi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>20/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Exit Music # 12</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5799</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Speciali/Exit%20Music/wilco-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&amp;#8220;Il cinema &#232; uno dei tre linguaggi universali; gli altri due sono la matematica e la musica&amp;#8221;: cos&#236; diceva Frank Capra, indimenticato regista di uno dei pi&#249; fascinosi film di sempre, La vita &#232; meravigliosa. Per la matematica ci stiamo attrezzando, ma non crediamo che interessi pi&#249; di tanto&amp;#8230; Kalporz e Cineclandestino hanno invece deciso di unire le forze su quello che sanno fare meglio, cio&#232; parlare di musica e di cinema, per offrire ai propri lettori ancora pi&#249; contenuti e spunti, con la qualit&#224; e l&amp;#8217;approfondimento che &amp;#8211; secondo noi &amp;#8211; li contraddistingue entrambi.
Settimanalmente dunque potrete trovare su ciascun sito le anticipazioni e i collegamenti agli argomenti pi&#249; importanti e pi&#249; interessanti di queste due arti che ci continuano, sempre, ad affascinare. 
Su Kalporz dunque risuoneranno anche le recensioni dei film in sala, i report sui Festival, gli speciali su registi e generi, le novit&#224; dell&amp;#8217;homevideo e tutto ci&#242; che &#232; cinema, mentre su Cineclandestino si accenderanno i riflettori anche sulle recensioni dei dischi in uscita, sulle interviste alle band e ai cantanti che piacciono ai kalporziani, sui live report e sulle news &amp;#8220;che dici caspiterina!&amp;#8221; ovvero sulle curiosit&#224;, video e mp3 dal globo.
Scherzando ci siamo detti che Kalporz e Cineclandestino diventano oggi quasi cugini e, siccome i parenti di solito non si scelgono ma sono necessitati, ci &#232; venuto anche da pensare che questo &amp;#8220;cuginaggio&amp;#8221; &#232; davvero una bella parentela.
A questo punto l&amp;#8217;unica cosa che rimane &#232; augurare una buona visione ed ascolto a tutti!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>12/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Federico Zampaglione</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=73&amp;art=5773</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Speciali/Intervista%20a%20Federico%20Zampaglione/Zampaglione-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Stimolati sia dalla visione di Shadow che dall&amp;#8217;accorata lettera aperta pubblicata sulla nostra rivista da Federico Zampaglione, determinato per l&amp;#8217;occasione a esprimere il suo punto di vista sulle problematiche sempre pi&#249; pressanti che condizionano la visibilit&#224; del cinema indipendente (in primis quello di genere) nel nostro paese, noi di CineClandestino ci siamo decisi a fare il punto sulla carriera cinematografica tutto sommato recente di questo eclettico artista, che il pubblico aveva imparato ad apprezzare per i successi ottenuti con la sua band, i Tiromancino.
Per decidere chi lo avrebbe intervistato, non &#232; stato necessario estrarre il bastoncino pi&#249; corto o ricorrere a qualche altro sorteggio: mi sono subito offerto volontario, attratto dalla prospettiva di una conversazione pi&#249; approfondita con l&amp;#8217;autore di due pellicole, Nero bifamiliare e Shadow, che avevano gi&#224; esercitato su di me un impatto notevole. Stabilito un giorno per l&amp;#8217;intervista, le sorprese non si sono fatte attendere. Federico mi ha infatti invitato nella sua dimora, ben diversa da quella di Mortis inShadow, per un pomeriggio che si sarebbe rivelato oltremodo intenso e fruttuoso. Arrivato a casa sua, oltrepasso l&amp;#8217;elegante salone per ritrovarmi in un ambiente insospettabile: in netto contrasto col resto della casa, lo studio di Federico &#232; un posticino magico e pieno di dettagli eccentrici; dove a lato del computer, finestra costantemente aperta sull&amp;#8217;universo in subbuglio di internet, campeggiano cimeli come una splendida miniatura del Cenobita di Hellraiser, il mitico Pinhead, oppure gli unghioni di Freddy Krueger, presi direttamente al negozio di Luigi Cozzi. Alla faccia di chi ancora avanzava qualche dubbio sulla genuinit&#224; dell&amp;#8217;interesse di Zampaglione per l&amp;#8217;horror&amp;#8230;
Ma le sorprese non sono certo finite qui. Federico, che mi ha accolto con un sorriso e poche parole, brevi accenni a un nuovo gruppo musicale che si starebbe formando, all&amp;#8217;improvviso imbraccia la chitarra e senza aggiungere altro attacca a suonare un fantastico blues, con me unico spettatore. Io rimango ammutolito. E istintivamente accendo il registratore.
Alla fine di questo concertino &amp;#8220;ad personam&amp;#8221;, do il via in modo altrettanto informale all&amp;#8217;intervista.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;interviste&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>interviste</category>
			<pubDate>07/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intervista a Federico Zampaglione - Parte I</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=9&amp;art=5769</link>
			<description>Ti ho rubato subito qualche nota, in attesa di sapere qualcosa di pi&#249; sul nuovo gruppo.

Ah, ma stai gi&#224; registrando? Il nuovo &#232; un gruppo blues. Facciamo proprio cose come quella che hai appena ascoltato. (Il gruppo, che avrebbe debuttato di l&#236; a breve al Big Mama, si chiama Buzz Band. N.D.R).
Insomma, spero ti sia piaciuto.

Cos&#236; si curano le ferite del cuore, caro Federico.

Vedi, qui si passa dall&amp;#8217;horror al blues pi&#249; arcaico, un qualcosa di cui sono appassionato sin da ragazzino.

Veramente?

S&#236;, certo. Ti stai chiedendo se il blues rientri da sempre tra le mie passioni? Ma lo suono dalla mattina alla sera! Le passioni spaziano, anche quelle musicali&amp;#8230;

(Sentito questo, mi viene spontaneo tirare fuori dallo zainetto un reperto particolare: Insisto, vecchio album dei Tiromancino cui sono molto legato, e che mi sarei fatto poi autografare, a fine incontro, da un Federico Zampaglione quasi stupito di ritrovarsi davanti quella che non &#232; certo una delle loro creazioni musicali pi&#249; recenti, al contrario. Ma occorre tornare subito seri, perch&#233; l&amp;#8217;intervista &#232; appena iniziata)

Musica, cinema, espressioni artistiche di altro genere&amp;#8230; ma come siamo messi oggi in Italia, Federico?

Ragazzi, il problema &#232; che qui in Italia non si riesce pi&#249; a fare un cazzo. Non ci si riesce pi&#249;, e sai perch&#233;? Purtroppo chi ha in mano le sorti della cultura, come per ogni altra cosa, dovrebbe lavorarci su, provare a organizzare qualcosa, mentre qui se non sono tette e culi sparati un po&amp;#8217; a casaccio in televisione non si va avanti. Non lo vedi ormai come siamo messi? Una trasmissione di cinema in mano a Marzullo alle due del mattino, non c&amp;#8217;&#232; pi&#249; una trasmissione di cultura, la musica &#232; completamente sparita. Cio&#232;, se un musicista vuole andare a promuovere un disco dal vivo, dimmi tu dove pu&#242; andare?

Spostandoci per&#242; sul cinema, che ne pensi dell&amp;#8217;accoglienza tutt&amp;#8217;altro che uniforme ricevuta dal tuo primo film, Nero bifamiliare? E ora come sta andando con Shadow?

Nero bifamiliare &#232; un film che ha diviso da morire. Ad alcuni &#232; piaciuto, altri gli hanno dato contro. Oddio, anche per Shadow &#232; successo qualcosa del genere, per&#242; nel complesso ha convinto molto di pi&#249;. Ormai la realt&#224; del cinema italiano &#232; questa, se vogliamo dirla tutta, o ti metti a fare quella robaccia commerciale &#224; gogo, o comunque ti osteggiano.
Riguardo al genere, adesso si sente sempre parlare dei bei tempi che furono, ma questo cinema qua anche in quegli anni, poi, veniva spesso e volentieri maltrattato. La critica lo distruggeva regolarmente. Mi ricordo che scrivevano certe cose su Fulci davvero tremende, lo deridevano dicendo che era il regista di Franco e Ciccio, dei musicarelli. L&amp;#8217;horror, secondo me, almeno in Italia sar&#224; sempre un genere che fa fatica, che si deve ricavare degli spazi tra gli appassionati. Tutte le nicchie non sono mai state amate dall&amp;#8217;industria, questo &#232; il problema. L&amp;#8217;industria si concentra sulla fascia di utenza pi&#249; larga, per cui nella loro ottica quei prodotti che sono gi&#224; indirizzati a un pubblico, tra virgolette, ristretto, perdono di interesse. E a quel punto preferiscono andare su generi che possono abbracciare una fascia di et&#224; e una fascia di gusti pi&#249; ampia. Sempre partendo dal fatto che per piacerti, un horror, devi essere un po&amp;#8217; un appassionato. &#200; difficile andare in una multisala e trovare gente che, all&amp;#8217;ultimo momento, sceglie di vedere un horror; o ci vanno apposta, oppure scelgono altro. A seguire questo genere sono quelle persone che lo amano e che poi sanno tutto, ovvero le stesse persone che ne parlano in giro, che scrivono sui forum, che si impegnano a discutere e commentare i film. Per&#242; rimane comunque una nicchia di gente appassionata. Ma anche con la musica &#232; cos&#236;! Se non rientri in una musica per tutti, l&amp;#8217;industria ti pone in disparte.

Anche le scelte di programmazione, per quel riguarda l&amp;#8217;ambito cinematografico, sembrano riflettere tale logica. Abbiamo ospitato volentieri sulle pagine di CineClandestino una tua lettera aperta in cui denunciavi, tra le altre cose, gli orari assurdi che diverse sale avevano adottato per Shadow, a una sola settimana dall&amp;#8217;uscita e nonostante il film stesse andando bene. Un po&amp;#8217; come se gli appassionati del genere fossero considerati a loro volta vampiri, da chiamare a raccolta solo in orari vicini alla mezzanotte!

Esattamente. &#200; come se si dicesse loro: il film andatevelo a vedere all&amp;#8217;una di notte, se proprio ci tenete. Per&#242;, polemiche a parte, non vorrei neanche che questi discorsi finissero per sovrastare il film. Io la polemica l&amp;#8217;ho innescata, semplicemente perch&#233; volevo che ancora una volta si riflettesse su questo sistema, su come in Italia il cinema indipendente, quello fatto dai giovani, venga osteggiato; perch&#233; se ho avuto questi problemi io che bene o male ho un nome, che ho una certa visibilit&#224;, immaginate cosa pu&#242; succedere a un regista esordiente, che si presenta con una piccola distribuzione. Viene subito massacrato! Allora &#232; importante, per tutti noi che amiamo il cinema, che si impari a conoscere un po&amp;#8217; di pi&#249; questi meccanismi, per avere se non altro un metro di giudizio reale. Adesso per&#242; direi di mettere da parte l&amp;#8217;aspetto polemico, per parlare proprio del film, che comunque un suo percorso lo sta facendo!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;speciali&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>speciali</category>
			<pubDate>07/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intervista a Federico Zampaglione - Parte II</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=9&amp;art=5770</link>
			<description>Sono d&amp;#8217;accordo, in pi&#249; ti confesso che di curiosit&#224; ne ho parecchie, sia su Shadow che su Nero bifamiliare. Prima, per&#242;, vorrei stabilire un ponte coi tuoi interessi musicali, ricollegandomi a una recente esperienza festivaliera: ero anche io a Udine, per il Far East, quando sei stato chiamato a introdurre Slice di Kongkiat Khomsiri, una delle pellicole thailandesi selezionate per il cosiddetto &amp;#8220;horror day&amp;#8221;. In quella occasione ne hai molto elogiato le scelte musicali, sottolineando come nel film in questione vengano proposti certi contrappunti, piuttosto particolari e contrari a quanto uno si aspetterebbe, che ti piace siano presenti in una pellicola del terrore; oltre a ribadire, ovviamente, il tuo interesse per il cinema orientale! Sarei molto felice se tornassi brevemente su entrambi gli aspetti, facendo riferimento anche alla sequenza di Shadow, cos&#236; efficace e ansiogena, in cui il brano che viene utilizzato &#232; utilizzato addirittura La strada nel bosco&amp;#8230;

Penso che quella orientale sia alla fine una delle cinematografie pi&#249; curate. Sono film con un livello grafico, di confezione visiva, costumi, luce, scenografia, da cui esce fuori tutta la loro bravura. Chiaro, molti di noi sono in parte cresciuti col cinema asiatico, seguendo i vari film di arti marziali, per cui il primo approccio &#232; stato proprio quello, insieme magari al filone dei mostri come Godzilla, Gamera. Poi c&amp;#8217;&#232; stato anche un cinema orientale molto elegante, mi viene in mente Lanterne rosse, come anche i film di Akira Kurosawa. E di sicuro loro sono grandi esperti e innovatori anche del cinema dell&amp;#8217;orrore, a partire dai classiconi come Ringu e altri, che gli americani hanno poi rifatto saccheggiando le loro idee a mani basse.
Del resto gli orientali sono bravissimi sulle storie di fantasmi, sull&amp;#8217;occulto, sul soprannaturale, cos&#236; come sono violentissimi quando vanno sul cinema gore. Basterebbe fare il nome di Takashi Miike. Un film come Ichi the Killer ti lascia veramente basito, per non dire di Men Behind the Sun (di Mou Tun Fei, NdR). Proprio ieri stavo rivedendo Audition, con quel finale che lascia il segno&amp;#8230; 
Insomma, il cinema orientale &#232; un grande cinema, quindi mi ha fatto davvero piacere andare al Far East per presentare questo film, Slice, preceduto tra l&amp;#8217;altro da un lungometraggio coreano (Possessed di Yong-ju Lee, N.D.R.) con certe scene il cui carattere visionario aveva esiti raggelanti. Ma ti rendi conto? C&amp;#8217;&#232; da chiedersi chi altri potrebbe inventarsi cose del genere&amp;#8230; Ecco, gli orientali hanno la capacit&#224; di inserire una serie di elementi, come la natura stessa, per creare le atmosfere giuste, fino a toccare vertici di autentico delirio con film come Oldboy.
Devo dire che io quest&amp;#8217;anno parteciper&#242; al PiFan, che &#232; il pi&#249; grande festival coreano dell&amp;#8217;orrore e della fantascienza, proprio con Shadow. Sar&#224; quindi un onore poter portare un film italiano a una simile manifestazione cinematografica, perch&#233; &#232; veramente un festival ricco di grandi titoli, ed erano anni che non selezionavano pellicole dall&amp;#8217;Italia.
Per quanto riguarda invece i contrappunti di cui parlavi, certe volte la musica deve anche spiazzare, andare nella direzione opposta delle immagini, perch&#233; se vai sempre troppo a favore di immagine rischi poi che l&amp;#8217;effetto sia un po&amp;#8217; pi&#249; stereotipato, simile a quanto gi&#224; ci si aspetti. In Shadow, per l&amp;#8217;appunto, ho cercato di creare alcuni momenti un po&amp;#8217; stranianti, per cui tu vedi una cosa e ne ascolti un&amp;#8217;altra, come se ci fosse di fondo una sorta di disagio, di non immediata comprensione rispetto a quanto sta succedendo; di conseguenza, ci abbiamo riflettuto molto se mettere o non mettere quella musica, La strada nel bosco, perch&#233; ci rendevamo conto che era un po&amp;#8217; una follia, per&#242; alla lunga serviva a tirare bene fuori, ad aumentare il livello di angoscia del film. Abbiamo fatto anche delle prove con musiche pi&#249; a tema, ma devo dire che la  pi&#249; indicata &#232; rimasta quella.

Concordo con quanto hai detto, ma anche nei momenti in cui la musica commenta in modo pi&#249; ortodosso quanto sta avvenendo in scena, come ad esempio durante la fuga dei bikers dalla violenza dei cacciatori, l&amp;#8217;impatto &#232; notevole. Cosa puoi dirci di chi ha partecipato alla colonna sonora?

La maggior parte delle musiche &#232; stata fatta da mio fratello Francesco con Andrea Moscianese, insieme abbiamo dato vita a questa nuova band, The Alvarius, che &#232; ispirata appunto al Bufo Alvarius, quel rospo allucinogeno rappresentato anche in una scena del film. Abbiamo puntato un po&amp;#8217; su questa musica psichedelica con richiami degli anni &amp;#8217;70, ma anche con una serie di sonorit&#224; moderne, campionamenti, suoni che arrivano pi&#249; dall&amp;#8217;elettronica del tipo di ricerca che si fa oggi. Si tratta quindi di un&amp;#8217;altra faccia ancora, a livello musicale. Del resto avrai capito che a me piace molto spaziare, per cui mi viene quasi da sorridere al pensiero che molti sono rimasti sorpresi, in generale, da questo film, perch&#233; associando me che ovviamente conoscono come il cantante dei Tiromancino all&amp;#8217;immaginario dell&amp;#8217;horror, non &#232; che il legame fosse cos&#236; evidente. Per&#242; io penso di appassionarmi a cose molto diverse tra loro, ed &#232; questo dal mio punto di vista il bello, che non consiste certo nel sentire il piacere di tutto ci&#242; che va in un&amp;#8217;unica direzione. Dove sta scritto che se ti piace l&amp;#8217;horror ti deve per forza piacere anche il metal?

In effetti cos&#236; facendo si rischia di rimanere ingabbiati nei soliti stereotipi.

S&#236;, tocca uscirne fuori, ma anche semplicemente per avere la possibilit&#224; di arricchirti interiormente con varie forme d&amp;#8217;arte. Senn&#242;, se ti piace soltanto qualcosa di dark, puoi finire per non smuoverti pi&#249; da quello. Torno al discorso di prima: perch&#233; mai se ti piace l&amp;#8217;horror non ti deve piacere il reggae, ad esempio? Sarebbe folle. Io conosco tanti appassionati di horror che ascoltano Bob Marley dalla mattina alla sera. Pensa se io gli andassi a chiedere di ascoltare solo death metal. Mi manderebbero subito a quel paese!
Poi siamo sempre pronti a lamentarci dei luoghi comuni, continuando a dire che non bisogna avere pregiudizi, senza renderci conto di quanto siano radicati. Argento prima ancora di scrivere sceneggiature aveva fatto il giornalista. Mario Bava era un direttore della fotografia. Alla fine &#232; bello provare sempre qualcosa di nuovo, esprimersi senza stare troppo a pensare a come la gente ti vede.
                 
Federico, per come la vedo io, questa idea di voler abbattere comunque la rete dei pregiudizi mi sembra molto radicata nel tuo cinema, e penso soprattutto a Nero bifamiliare. &#200; un film, del resto, di cui avevo avvertito fortemente l&amp;#8217;urgenza proprio per il ritratto complessivo della societ&#224; italiana, e dei tanti circoli viziosi che la condizionano, di cui la sceneggiatura si faceva carico. Pensi anche tu che nel tuo esordio cinematografico questa volont&#224; di portare i personaggi, e con essi lo spettatore, a uscire dall&amp;#8217;ottica del pregiudizio, sia valsa quale filo conduttore?

Innanzitutto voglio dire che quando ho fatto quel film ne sono rimasto soddisfatto al cento per cento per alcuni aspetti, ma non completamente per altri. Soprattutto perch&#233; a livello di sceneggiatura era la prima esperienza, con un po&amp;#8217; di passaggi dalla commedia al noir e ad altri generi, che non lo rendevano molto compatto, in questo senso. Per&#242; c&amp;#8217;erano sicuramente spunti interessanti, e la parte che amo di pi&#249; di quel film &#232; senz&amp;#8217;altro quella un po&amp;#8217; pi&#249; inquietante, pi&#249; dark. Tutto ci&#242; mi &#232; servito poi per capire che come regista dovevo andare in una certa direzione.
Detto questo, il pregiudizio fa parte proprio della realt&#224; italiana, per cui si parte sempre dall&amp;#8217;idea che chi fa una cosa non ne possa fare un&amp;#8217;altra. &#200; capitato anche a me di avere pregiudizi nei confronti di altre persone, per poi essere in qualche modo smentito e sentirmi anche un po&amp;#8217; in colpa, perch&#233; magari avevo dato per scontato che qualcun altro non fosse in grado di fare una certa cosa. Per&#242;, a livello personale, non ho tutta questa paura dei pregiudizi, anzi, tendo il pi&#249; possibile a fregarmene: sapevo perfettamente che quando alcuni avrebbero letto che stavo realizzando un horror si sarebbero espressi in un certo modo. Pu&#242; venire spontaneo. In compenso sapere che ci sono pregiudizi da abbattere &#232; per me motivo di maggior concentrazione; non ho certo paura delle sfide, di rischiare, di perdere, di cadere, perch&#233; poi sono caduto tante di quelle volte nella mia vita che ho finito per imparare pi&#249; dagli errori che dai successi, riuscendo ogni volta a rialzarmi e ad andare avanti. Sono altre le cose che mi fanno paura, non certo il voler dimostrare che in una cosa ci credi.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;speciali&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>speciali</category>
			<pubDate>07/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intervista a Federico Zampaglione - Parte III</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=9&amp;art=5771</link>
			<description>Visto che parliamo di paure, mi verrebbe voglia di compiere un ulteriore volo pindarico e chiederti, con particolare riferimento a Shadow, quali sono i timori e le fobie che vengono a ispirarti, anche in considerazione di come lo stesso concetto di paura sembri assumere pieghe diverse, nel corso del film, riportando ad esempio l&amp;#8217;orrore verso la concretezza della guerra.

In  questa tua ultima osservazione, indubbiamente, vi &#232; un fondo di verit&#224;: a me non possono pi&#249; far paura i vampiri o i licantropi, nel senso che mi diverte vedere un film di quel tipo, dove c&amp;#8217;&#232; anche il brivido. Per&#242; la paura autentica &#232; quella del reale, sapere cio&#232; che l&amp;#8217;essere umano &#232; il vero mostro, quello che pu&#242; fare qualsiasi cosa con la massima naturalezza. E questo la Storia lo mette in risalto. A volte sui giornali leggi fatti di cronaca da non crederci, che se tu li mettessi nella sceneggiatura di un horror sarebbe stra-censurato, non potrebbe mai uscire. Leggi cose terribili che vengono fatte ai bambini, cose che sono molto pi&#249; brutte del vedere sullo schermo il gruppo di zombi che ti si mangia o del vampiro che ti succhia il sangue, cose che oltre a metterti paura ti mettono un profondo senso di tristezza, ti avviliscono. Allora, con questo film volevo che ci fosse comunque uno sguardo sul reale, che ci fosse bene o male una riflessione sull&amp;#8217;opera dell&amp;#8217;uomo nel corso della Storia; per non dimenticare, per sapere che poi alla fine non basta cambiare canale quando c&amp;#8217;&#232; una notizia terribile, per farla sparire. La notizia rimane. E dietro quella notizia c&amp;#8217;&#232; gente che avr&#224; la vita distrutta per sempre. Noi ormai siamo nell&amp;#8217;ottica dell&amp;#8217;&amp;#8220;occhio non vede, cuore non duole&amp;#8221;, per cui appena c&amp;#8217;&#232; qualcosa che ci disturba passiamo alla pagina sportiva o a qualche suo equivalente.
Se poi ci giriamo sempre dall&amp;#8217;altra parte, tra un piatto di spaghetti e un paio di tette piazzate in tv, rischiamo poi di non essere nemmeno protagonisti del nostro tempo.

Questo tuo discorso mi ha fatto venire in mente un episodio molto bello di Ai confini della realt&#224;, quello in cui una casalinga americana stressata per via di una vita famigliare piuttosto logorante, scocciatissima poi per le continue visite di ecologisti intenzionati a farla riflettere sul pericolo nucleare, si imbatteva in un espediente di natura magica capace di bloccare il tempo, che lei subito utilizzava per mettere alla porta i visitatori molesti. Pacifisti compresi. Facendola cos&#236; sentire pi&#249; sicura e rilassata, almeno fino al momento in cui la sagoma minacciosa di un missile sovietico SS20 non faceva capolino sui cieli di quella metropoli americana, costringendola di nuovo a bloccare il tempo. E questa volta per sempre, verrebbe da immaginare&amp;#8230;
Chiss&#224;, magari questo episodio &#232; rimasto impresso anche a te, se ami la serie.

Come no? Fantastico! Ed &#232; proprio quello che sta succedendo, che tu non vuoi vedere, non vuoi vedere, finch&#233; poi la bomba non arriva dentro casa tua. Quello di Ai confini della realt&#224; era davvero un bel messaggio&amp;#8230;

Non mi sembra poi che l&amp;#8217;uso del grottesco in Nero bifamiliare, vedi ad esempio la sequenza della finale mondiale la cui visione viene interrotta bruscamente da un litigio tra vicini, si allontani molto da messaggi del genere. Per certi versi, pur avendo il tuo esordio uno stile tutto particolare, mi ha riportato alla memoria un&amp;#8217;altra pellicola italiana di qualche anno fa, Strane storie di Sandro Baldoni, che mi aveva ugualmente colpito.

Ah, eccome se me lo ricordo! Ma, ti dir&#242; che per situazioni del genere mi sono ispirato pi&#249; che altro a un certo tipo di commedia spagnola&amp;#8230;

C&amp;#8217;entrer&#224; forse &#193;lex de la Iglesia?

Esattamente. Pi&#249; quel tipo di cinema alla de la Iglesia, dove si ride ma c&amp;#8217;&#232; sempre un po&amp;#8217; di macabro, un po&amp;#8217; di nero, in agguato. Quella sequenza l&#236; dei mondiali faceva ben capire la nostra mentalit&#224;, lasciava intendere che finch&#233; non ti salta la partita pu&#242; succedere di tutto, ma non ti alzi dalla poltrona; poi ti accorgi che qualcosa non va, nel momento in cui ti vanno a toccare proprio quegli stereotipi: la partita di calcio, la macchina parcheggiata sotto casa. Questi sono esempi che, anche con una risata dietro, mettono in evidenza quel nostro atteggiamento, per cui all&amp;#8217;estero spesso ci deridono, identificandoci come quelli che tendono a farsi un po&amp;#8217; gli affari loro e non hanno un grosso senso civico.
Abbiamo chi contribuisce ampiamente a dare di noi questa immagine, a partire da quella classe dirigente che ritiene di poter rappresentare gli italiani, dipingendoci tramite il suo operato esattamente cos&#236;. Anche quando qualcuno di noi prova a combattere questa cosa, promuovendo comportamenti diversi, restiamo schiacciati dal modello che tende a dare chi ci rappresenta a livello pubblico.

Sempre per approfondire la cornice grottesca di Nero bifamiliare, vorrei chiederti quanto hanno contribuito certe partecipazioni attoriali davvero folgoranti, in primis quella di Remo Remotti. Deve essersi divertito molto, lui cos&#236; sovversivo, a mettere in scena un personaggio esageratamente bigotto e reazionario.

Ah, lui &#232; stato fantastico, per non dire geniale! Remotti rappresentava il classico stereotipo di vecchio pensionato intransigente, con un passato magari nell&amp;#8217;esercito, una di queste figure che rimangono ancorate per tutta la vita a un&amp;#8217;idea marziale, a un&amp;#8217;idea di comando; e lui &#232; stato bravissimo nel calarsi in una figura simile, perch&#233; Remo in effetti &#232; proprio un anarchico,uno senza regole, il contrario esatto di quel personaggio. Infatti ci siamo divertiti tantissimo a ogni scena, perch&#233; era buffo vederlo fare il benpensante, il borghese, quanto di pi&#249; lontano da lui.

Oltre all&amp;#8217;effetto dirompente di Remo Remoti, qualche altra particolarit&#224; relativa al cast?

Guarda, da questo punto di vista ho un grande ricordo del film, intanto perch&#233; &#232; stata la mia prima regia. Sono quelle cose che non si scordano mai. Poi sul set c&amp;#8217;era un clima bellissimo, tutti molto contenti di essere l&#236;, nonostante sapessimo che il nostro era un film un po&amp;#8217; pazzo; perch&#233; a volte ci ritrovavamo immersi in quelle situazioni caricaturali, quasi da fumetto. Era un progetto cinematografico piuttosto sopra le righe, che faceva spesso riferimento al grottesco, al macchiettistico; chiaro che anche gli attori si divertivano, ogni tanto gli veniva da ridere, contribuendo a quell&amp;#8217;atmosfera di lieve follia. Mi torna ora in mente l&amp;#8217;immagine di Ernesto Mahieux con la forfora sulle spalle, che gli veniva messa per suggerire l&amp;#8217;immagine laida, viscida. Pensa che per ottenere questo affetto mi portavo dietro una specie di scatolina con tutta candela grattugiata, cos&#236; mi preoccupavo io stesso ogni giorno di riempirgli le spalle di forfora, a volte persino esagerando! Mi rendevo conto che era tantissima, ma mi divertivo cos&#236; tanto a farlo, da non riuscire pi&#249; a regolarmi&amp;#8230;

Questa in un certo senso &#232; gi&#224; una forma di artigianalit&#224; alla Mario Bava, mi verrebbe da dire! Il saper trovare soluzioni pratiche a ogni problema, piccolo o grande che sia. Scusa se ti ho interrotto&amp;#8230;

Prego. Era tanto per rendere il clima di divertimento folle, che si era instaurato sul set. La produzione poi si rendeva conto che c&amp;#8217;era forse un pizzico di follia di troppo, per cui a un certo punto erano preoccupati di quale sarebbe stata la sorte del film, che infatti ha faticato.
Ha faticato perch&#233; era fuori dagli schemi, infatti ad alcuni &#232; piaciuto molto, avendolo trovato un&amp;#8217;opera dissacrante bench&#233; imperfetta, mente altri l&amp;#8217;hanno odiato, dicendone peste e corna. Il che ci pu&#242; anche stare, nel senso che se uno non sta al gioco, se non entra nell&amp;#8217;idea che il film raffiguri una vignetta dell&amp;#8217;Italia con tratti da fumetto ed esagerazioni, allora sono destinati ad emergere aspetti che non stanno in piedi. C&amp;#8217;era invece la voglia di portare personaggi normali a diventare caricature. Perch&#233; il grottesco in fondo &#232; quello, una lente d&amp;#8217;ingrandimento che deforma, sostanzialmente, per&#242; al tempo stesso il grottesco &#232; una lettura che in Italia fa fatica ad imporsi. Se poi pensi a un altro lungometraggio che ha un po&amp;#8217; quel sapore, e che io adoro, come L&amp;#8217;ultimo capodanno di Marco Risi, ti ricorderai che anche in quel caso sono stati in tanti a massacrarlo; a me per giunta &#232; capitato di vederlo quando avevo gi&#224; realizzato Nero bifamiliare, perch&#233; il film in realt&#224; aveva avuto una vita in sala tormentatissima, e io l&amp;#8217;ho recuperato solo dopo che diversa gente mi aveva segnalato qualche affinit&#224; tra il lavoro di Risi e il mio; cos&#236; ho approfittato di un passaggio su Sky per confrontarmi col film e sono praticamente impazzito, mi &#232; piaciuto tantissimo, visto che anche l&#236; c&amp;#8217;&#232; tanto di caricaturale, grottesco, con questo comprensorio pieno di pazzi ossessionati dalle cose pi&#249; assurde.
Quello di Marco Risi era senz&amp;#8217;altro un film molto pi&#249; divertente di tante altre cose che sono uscite in Italia, spesso di una noia mortale. Guarda, bench&#233; cerchi di scrollarsi di dosso tale retaggio, il nostro &#232; un paese molto bigotto, per cui appena si rischia un po&amp;#8217; &#232; difficile che venga premiato il tentativo di mettere in scena qualcosa di differente. Ma io me lo ricordo anche coi dischi che facevo: c&amp;#8217;&#232; stato un periodo in cui gli album che erano un po&amp;#8217; sperimentali, che prendevano elementi da varie fonti sonore creando qualche mix curioso, un po&amp;#8217; come Insisto che tu mi hai portato, non venivano accettati facilmente. Lo stesso Insisto venne criticato da tanti, che all&amp;#8217;epoca affermarono che non era n&#233; rock, n&#233; pop, ma un mix di cose differenti, per cui a loro dire mancava di personalit&#224;.

Sempre il desiderio di incasellare ogni cosa, da parte di alcuni.

Esatto. Nel cinema accade sovente qualcosa di simile, che se il film &#232; drammatico devi rimanere sempre su quel registro, che se &#232; una commedia deve far ridere dall&amp;#8217;inizio alla fine. Negli anni &amp;#8217;70, per esempio, non era cos&#236;, nel senso che il cinema era molto pi&#249; folle, per cui tante pellicole horror potevano magari vantare sequenze che andavano a parare da un&amp;#8217;altra parte, nel cinema horror, nel cinema sulla natura. Le cosiddette ibridazioni di genere si usavano tanto, poteva cos&#236; capitare che nello stesso film del terrore si fondessero l&amp;#8217;eros, i parametri dell&amp;#8217;horror classico e magari un filo di ironia. A ogni modo, io sono un fautore della libert&#224; espressiva, per cui mi rendo conto che quando ti muovi libero ci sar&#224; sempre qualcuno che prover&#224; a porti dei vincoli, ma non me ne preoccupo.
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;speciali&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>speciali</category>
			<pubDate>07/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intervista a Federico Zampaglione - Parte IV</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=9&amp;art=5772</link>
			<description>Del resto i limiti cui &#232; soggetta la nostra produzione culturale, anche a causa dei vincoli pesantissimi posti dalla cultura cattolica, sono evidenti. Basti pensare al ritardo, associato a svariate forme di ostracismo,  con cui &#232; avvenuta in Italia la distribuzione di un&amp;#8217;opera come Agora, lo splendido film di Alejandro Amen&#225;bar in cui viene raccontata la parabola esistenziale di Ipazia, filosofa pagana vissuta ad Alessandria d&amp;#8217;Egitto nel periodo in cui l&amp;#8217;aggressivit&#224; della fede cristiana, da poco legittimata nell&amp;#8217;Impero, raggiungeva picchi di assoluta ferocia. Tutto ci&#242;, assecondato da una messa in scena di rara potenza&amp;#8230; non so se tu abbia gi&#224; avuto occasione di vedere il film.
 
Lo vedr&#242;, lo vedr&#242;! Sono curioso, tant&amp;#8217;&#232; che ti chiedo di non svelarmi altro, perch&#233; Amen&#225;bar &#232; un grande, io ho amato molto sia The Others che Mare Dentro. Si tratta sicuramente di un regista illuminato.
Dispiace davvero che film del genere vengano ostracizzati, considerando poi che la diffusione dei film segue strategie sempre pi&#249; chiare: panettoni italiani da un lato, prosciuttoni americani dall&amp;#8217;altro. E non si sa davvero cosa sia peggio, visto che adesso ci stanno propinando a rotta di collo certe baracconate che negli Stati Uniti vengono realizzate soltanto per la logica dei grandi numeri, per impiegare quei mega budget cui hanno accesso, quando poi lo vedi sulle stesse facce degli attori che li interpretano, talvolta ottimi attori, quanta poca voglia ci sia di farli.
 
Tornando invece al peso del reale nel cinema horror contemporaneo, argomento che abbiamo gi&#224; introdotto prima, vorrei chiederti di quei richiami scenografici ai campi di concentramento, al nazismo e ad altre culture totalitarie che sono presenti in Shadow, nell&amp;#8217;antro di Mortis, e che mi hanno fatto venire in mente altre pellicole pi&#249; o meno recenti; per esempio Frontiers di Xavier Gens, film la cui protagonista &#232; la stessa del tuo, tra l&amp;#8217;altro. Come sei approdato a scelte di questo tipo, cosa c&amp;#8217;&#232; dietro simili suggestioni?
 
Guarda, Xavier Gens l&amp;#8217;ho conosciuto ovviamente tramite l&amp;#8217;attrice che tu hai citato, Karina Testa, dopo che io e lei avevamo fatto il film insieme, in occasione di una proiezione di Shadow avvenuta a Parigi con un montaggio ancora provvisorio. Poi ne abbiamo discusso, lui mi ha dato anche qualche consiglio su come migliorare alcuni momenti a livello di montaggio, rendendo il tutto un po&amp;#8217; pi&#249; scorrevole, ed &#232; un ragazzo molto simpatico, alla mano, amante dell&amp;#8217;horror, per cui abbiamo avuto da subito un ottimo rapporto.
Riguardo invece al retaggio nazi, sappiamo bene cosa l&amp;#8217;uomo sia stato capace di fare, per cui un simile immaginario &#232; destinato ad esser riproposto spesso, quale rappresentazione di un orrore vero, che non finir&#224; mai di fare male, ogniqualvolta ci si soffermi su quel capitolo.
Gli stermini non si sono fermati poi a quello, pur gravissimo, compiuto dal nazismo, e infatti all&amp;#8217;interno del film ho tentato anche di sottolineare un&amp;#8217;altra serie di conflitti, quelli che lo spettatore a un certo punto vede elencati sulle bobine, senza contare la galleria coi ritratti dei leader politici pi&#249; feroci che parte da Hitler, continua con Stalin e termina guarda caso con Bush.
 
Un bel passaggio del testimone!
 
E infatti pare che alcuni non l&amp;#8217;abbiano mandata gi&#249;: in Texas si sono un po&amp;#8217; incazzati.
 
S&#236;, pare che in Texas siano abbastanza affezionati a quel tipo di governante, che prima ancora di passare alla Casa Bianca e programmare guerre, massacri, si dilettava firmando caterve di esecuzioni capitali.
 
Ma non possiamo affezionarci pure noi, per&#242;, che dici?
 
Direi proprio di no.
Passando per&#242; da chi si comporta come aguzzino nel mondo reale a chi invece lo fa solo nella finzione, vorrei chiederti un piccolo ritratto dell&amp;#8217;attore che interpreta Mortis, uno che per l&amp;#8217;aspetto fisico e il modo di stare in scena ha colpito l&amp;#8217;immaginazione di molti.
 
L&amp;#8217;attore in questione, Nuot Arquint, &#232; una creatura particolare, lui &#232; un mimo e ballerino italo-svizzero che ha la grande capacit&#224; di entrare con tutto se stesso nelle cose che fa, di darsi completamente. Questo era un ruolo difficilissimo perch&#233; necessitava di sfumature minimali, bisognava cio&#232; crederci veramente. E lui l&amp;#8217;ha fatto con una dedizione pazzesca. Io l&amp;#8217;ho seguito molto, gli ho dato anche qualche lettura ad hoc, per esempio cronache relative a Hess, questo personaggio che come comandante di Auschwitz presiedeva ogni giorno allo sterminio di migliaia di persone, per poi fare poche decine di metri e ritrovarsi nella sua abitazione, dove conduceva una vita apparentemente normale con la propria famiglia. Cosa c&amp;#8217;&#232; di pi&#249; orribile di queste cose? Ah, gli ho fatto leggere altre cose che riguardavano Leni Riefensthal. Gli ho fatto ascoltare musicalmente tante cose, dai Gregoriani a sonorit&#224; contemporanee. Gli ho fatto studiare il serpente, ovvero lo spronavo a osservare come muovono la testa i serpenti, che genere di scatti improvvisi potevano avere.
Quindi &#232; stato un lavoro lungo, durato sette, otto mesi, durante i quali ha trascorso parecchio tempo al cimitero, per trovare il silenzio della solitudine di questo personaggio. Poi il risultato &#232; stato questo, io credo che la sua sia un&amp;#8217;interpretazione destinata a restare. Da quello che vedo anche su internet, o dai segnali che ho colto andando con lui alle proiezioni, incontrando gli appassionati, noto che scatena una sorta di isteria, una specie di profonda condivisione del suo lavoro. Indipendentemente da quali saranno le sorti del film, credo che lui sar&#224; Mortis per sempre.
 
Un po&amp;#8217; come il personaggio la cui miniatura vedo alle tue spalle, quel Pinhead indissolubilmente legato alle interpretazioni di Doug Bradley?
 
Se vuoi  possiamo dire cos&#236;, a ogni modo io temo e al tempo stesso sono contento del fatto che Nuot Arquint sar&#224; Mortis per sempre. Cos&#236; come &amp;#8220;Mery per sempre&amp;#8221;, gli dico ogni tanto per sdrammatizzare un po&amp;#8217;.
 
Un&amp;#8217;ultima domanda che ti vorrei fare, vista anche la notevole riuscita visiva che alcune sequenze di Nero bifamiliare e Shadow possono vantare, riguarda le due collaborazioni differenti, ma ugualmente brillanti, che hai avuto coi rispettivi direttori della fotografia, Arnaldo Catinari  per il tuo esordio e Marco Bassano per questo horror, le cui continue cesure narrative hanno posto anche la questione di un approccio fotografico molto diverso da sequenza a sequenza.
Vogliamo salutarci parlando di questo?
 
Arnaldo me l&amp;#8217;hanno presentato e da subito ci siamo presi perch&#233; lui &#232; una persona molto genuina, vitale, sempre positivo in tutte le situazioni, cos&#236; come lo era in modo diverso per&#242; simile anche Bassano. Voglio dire, cio&#232;, che il direttore della fotografia &#232; sempre una figura importante perch&#233; &#232; poi quella che ti aiuta a realizzare l&amp;#8217;idea visiva che hai in testa. Ed &#232; necessario avere un rapporto importante con lui, perch&#233; diventa tutt&amp;#8217;uno col tuo lavoro.
Intanto sono stato fortunato ad incontrare persone con un grande talento visivo e con una scelta delle luci sempre efficace, come potrei dire, sempre molto d&amp;#8217;impatto; ed allo stesso tempo con dei caratteri assolutamente compatibili con il mio.
In Shadow era voluto che all&amp;#8217;interno del film si creasse un effetto largo/stretto, luce/buio, e anche la macchina da presa nella prima parte &#232; usata in modo pi&#249; selvaggio, con movimenti pi&#249; dinamici, mentre poi c&amp;#8217;&#232; una sorta di aura sepolcrale, che abbiamo voluto raccontare in modo pi&#249; catacombale, per cui molti carrelli, movimenti lenti e angosciosi che si contrappongono completamente alla dinamite della prima parte. &#200; stato comunque un lavoro complesso, considerando anche che Shadow &#232; stato girato con una temperatura spesso sotto lo zero, in location che abbiamo individuato al Tarvisio, per tutte le parti di montagna, mentre Roma e dintorni hanno ospitato sia le parti dove il bosco doveva essere un po&amp;#8217; pi&#249; fitto che gli interni, tranne il laboratorio delle torture che era dislocato ugualmente nei pressi Tarvisio.
Temo che ora dovr&#242; salutarti, ma mi auguro che il materiale da te raccolto sia sufficiente.
 
Dopo questa lunga conversazione direi che il materiale raccolto &#232; pi&#249; che sufficiente, Federico, per quanto uno starebbe qui ore e ore a parlare con te di cinema horror e di molto altro ancora. Grazie per la tua disponibilit&#224; e per il fantastico blues con cui mi hai accolto!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;speciali&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>speciali</category>
			<pubDate>07/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Dennis Hopper, l'ultimo &quot;indiano&quot;</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5734</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Speciali/Dennis%20Hopper/Dennis-Hopper-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Pensi a Dennis Hopper ed immediatamente lo immagini sfrecciare in moto per le highways americane, quelle di cui sempre si conosce l'inizio ma mai si riesce a vedere la fine, all'inseguimento di un utopia irraggiungibile che possa concretizzare una pacifica protesta. Poi ci si ricorda che il nativo di Dodge City - nel Kansas, terra che subito evoca spazi aperti e selvaggio west &amp;#8211; giusto settantaquattro anni orsono non &#232; stato solo regista ed interprete, assieme a icone del calibro di Peter Fonda e Jack Nicholson, di un'opera capace di contrassegnare un tempo forse anche al di l&#224; dei proprio meriti artistici come Easy Rider (id, 1969), film come pochi altri autenticamente &quot;di frontiera&quot; tra i sogni degli anni sessanta ed i bruschi risvegli che sarebbero seguiti; ma anzi viene in mente che il Dennis Hopper attore ha scritto pagine indelebili della lunghissima storia del cinema made in U.S.A., lasciandoci in eredit&#224; personaggi spesso molto &quot;border-line&quot; ma sempre straordinariamente baciati dal dono di un talento in grado di conferirgli quel surplus di realismo che li rendeva sempre maledettamente affascinanti quando non in assoluto inquietanti. Senza dimenticare peraltro le sue a dir poco altamente professionali prestazioni dietro la macchina da presa, con una particolare predilezione per il noir declinato sia sotto forma di violenza metropolitana di gang giovanili (Colors, 1988, con Sean Penn e Robert Duvall) che alla ricerca della &amp;#8220;forma pura&amp;#8221; (femminile? Il &quot;diavolo&quot; continua ad essere donna?) come nel riuscito Hot Spot (id, 1990) con le magnetiche bellezze Virginia Madsen e Jennifer Connely, pi&#249; o meno insospettabili dark ladies tipiche di un certo cinema che fu.
Ad ogni modo, nell'ovvia separazione tra partecipazioni ad opere di cinema a tutto tondo e filmetti puramente alimentari che spesso venivano ricordati solamente per la sua presenza, Hopper &#232; stato giovane partner di una leggenda chiamata James Dean ne Il gigante (The Giant, 1956) di George Stevens, ma anche presenza difficilmente dimenticabile nel cast di una delle opere maggiormente quintessenziali mai partorite dalla Settima Arte, quel viaggio senza ritorno nell'oscurit&#224; umana intitolato Apocalypse Now (id, 1986) di tale Francis Ford Coppola. Con il quale lavor&#242; in un altro oggetto di culto magnificamente sospeso, come sovente accaduto nel cinema dell'autore italo-americano, tra sperimentalismo formale e necessit&#224; morale, dal titolo Rusty il selvaggio (Rumble Fish, 1983). Poi l'ultimo Peckinpah.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>30/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Lettera aperta di Federico Zampaglione</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5714</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Speciali/Lettera%20aperta%20di%20Federico%20Zampaglione/federico-zampaglione-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Quella che segue &#232; una lettera aperta, scritta da Federico Zampaglione per tutti i lettori di CineClandestino; Shadow, il suo secondo lungometraggio, uscito il 14 maggio in sala, sta vivendo le difficolt&#224; cui vanno incontro buona parte delle produzioni indipendenti nel nostro paese. Questi film, collocati in orari proibitivi, sono destinati a rimanere invisibili nonostante la loro effettiva uscita sul territorio. Per cercare di spiegare questo meccanismo, ma anche per aprire il cuore a un ringraziamento verso il suo numeroso esercito di estimatori, Federico ha deciso di buttare gi&#249; queste poche righe. A noi il dovere e il piacere di pubbliclarle. Buona lettura.

&amp;#8220;Ciao a tutti,
riemergo adesso da due settimane estenuanti ma bellissime, in cui con il cast siamo andati a presentare Shadow in lungo e in largo per l'Italia. Il calore e l'apprezzamento del numeroso pubblico che ci ha accolto nelle varie tappe &#232; stato davvero incredibile... ho ancora addosso i brividi.
Vediamo di fare il punto... Shadow &#232; uscito nelle sale italiane il 14 maggio, dopo un lunghissimo giro nei festival di tutto il mondo, dove il film &#232; stato molto amato da pubblico e critica e uscir&#224; nei prossimi mesi. A maggior ragione  l'emozione per l'arrivo in Italia era tanta. Purtoppo malgrado i buoni risultati iniziali, come l&amp;#8217;entrata in Top Ten con circa 45.000 spettatori in sei giorni, le recensioni entusiastiche praticamente ovunque e un ottimo tam tam in rete, ci siamo dovuti scontrare con i soliti problemi che una piccola distribuzione indipendente (in questo caso La Ellemme Group), regolarmente deve incontrare uscendo nelle sale di questo paese.
Vale a dire decine di spettacoli sottratti a totale insaputa e all&amp;#8217;ultimo momento, orari di programmazione posizionati ben oltre la mezzanotte, poca visibilit&#224; nei cinema e chi pi&#249; ne ha pi&#249; ne metta. Al nostro tentativo di replicare ci &#232; stato risposto &amp;#8220;O cos&#236;, o copie a casa&amp;#8221;.
Abbiamo perci&#242; dovuto ingoiare il rospo senza replicare pur di continuare ad avere almeno uno spettacolo in fascia notturna (ore 23.40 oppure 0.50).
Tutto questo accade perch&#233; ormai il meccanismo distributivo &#232; sempre pi&#249; tarato sui colossi americani o sulle commedie-tragedie natalizie, che in un multisala da dieci schermi finiscono per occupare il 95% degli spazi; non &#232; nemmeno colpa degli esercenti, &#232; proprio il sistema che va cos&#236;.
Il cinema indipendente deve lottare per sopravvivere anche quando un pubblico che lo attende e lo ama c&amp;#8217;&#232; come nel caso di Shadow, che magrado l&amp;#8217;incredibile ed elefantiaca concorrenza, si stava difendendo davvero bene. Abbiamo ricevuto un numero enorme di mail che ci segnalavano quanto di ingiusto e ispiegabile stesse accadendo al nostro film nelle sale, senza per&#242; poter fare nulla di concreto. Il vero problema &#232; la mancanza di interesse e di rispetto, di che ha in mano la cultura in questo paese, nei confronti di tutto ci&#242; che rappresenta un alternativa. Ci vorrebbero leggi, tipo quelle che ci sono in Francia, per dare  spazio anche a prodotti italiani che non hanno mega star in cartellone e budget plurimilionari di lancio, ma semplicemente sono buoni film.
Detto questo non voglio fare  polemica, sono comunque contento e onorato per l&amp;#8217;accoglienza che il film sta avendo, ma credo sia giusto ogni tanto evidenziare le cose che non vanno e spiegare al pubblico il &amp;#8220;funzionamento&amp;#8221; di certi oscuri e folli meccanismi sopra le nostre teste.

un abbraccio

Federico Zampaglione&amp;#8221;&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;26/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>26/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Exit Music # 09</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5689</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Speciali/Exit%20Music/black-francis-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&amp;#8220;Il cinema &#232; uno dei tre linguaggi universali; gli altri due sono la matematica e la musica&amp;#8221;: cos&#236; diceva Frank Capra, indimenticato regista di uno dei pi&#249; fascinosi film di sempre, La vita &#232; meravigliosa. Per la matematica ci stiamo attrezzando, ma non crediamo che interessi pi&#249; di tanto&amp;#8230; Kalporz e Cineclandestino hanno invece deciso di unire le forze su quello che sanno fare meglio, cio&#232; parlare di musica e di cinema, per offrire ai propri lettori ancora pi&#249; contenuti e spunti, con la qualit&#224; e l&amp;#8217;approfondimento che &amp;#8211; secondo noi &amp;#8211; li contraddistingue entrambi.
Settimanalmente dunque potrete trovare su ciascun sito le anticipazioni e i collegamenti agli argomenti pi&#249; importanti e pi&#249; interessanti di queste due arti che ci continuano, sempre, ad affascinare. 
Su Kalporz dunque risuoneranno anche le recensioni dei film in sala, i report sui Festival, gli speciali su registi e generi, le novit&#224; dell&amp;#8217;homevideo e tutto ci&#242; che &#232; cinema, mentre su Cineclandestino si accenderanno i riflettori anche sulle recensioni dei dischi in uscita, sulle interviste alle band e ai cantanti che piacciono ai kalporziani, sui live report e sulle news &amp;#8220;che dici caspiterina!&amp;#8221; ovvero sulle curiosit&#224;, video e mp3 dal globo.
Scherzando ci siamo detti che Kalporz e Cineclandestino diventano oggi quasi cugini e, siccome i parenti di solito non si scelgono ma sono necessitati, ci &#232; venuto anche da pensare che questo &amp;#8220;cuginaggio&amp;#8221; &#232; davvero una bella parentela.
A questo punto l&amp;#8217;unica cosa che rimane &#232; augurare una buona visione ed ascolto a tutti!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;22/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>22/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Le avventure spaziali di Nonno Cesare - Interviste</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5691</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Speciali/Le%20avventure%20spaziali%20di%20Nonno%20Cesare%20-%20Interviste/nonno-cesare-intervista-200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Tra le tante scoperte che anche quest&amp;#8217;anno X_Science ci ha permesso di fare, Le avventure spaziali di Nonno Cesare &#232; stata senz&amp;#8217;altro una delle pi&#249; gradite. I due autori del documentario, Francesco Bordino e Alice Massano, si sono mossi con una sensibilit&#224; rara per raccontare la straordinaria avventura di Cesare Massano, che di Alice &#232; il nonno. Un nonno molto particolare, considerando che all&amp;#8217;et&#224; di 93 anni &#232; stato selezionato dalla NASA per una importante missione spaziale! Ma il segreto del film che lo riguarda, forse, &#232; un altro. Non si possono certo ignorare il carattere pressoch&#233; unico dell&amp;#8217;impresa cui Cesare Massano si &#232; prestato, le pressioni spesso ridicole dei media, l&amp;#8217;atmosfera al limite del surreale che si respira nei centri dove si addestrano gli astronauti. Eppure, assistendo al ritratto di questo uomo cos&#236; fuori dal comune, sono situazioni che possono anche essere considerate &amp;#8220;comuni&amp;#8221; a colpire lo spettatore: il modo spiritoso di porsi davanti agli altri, la rievocazione di un intenso passato lavorativo, i ricordi di famiglia. Verrebbe da chiamarla semplicemente umanit&#224;. Ed in breve avremmo avuto modo di scoprire che proprio su questi altri aspetti &#232; stato impostato inizialmente il documentario&amp;#8230;
Qui &#232; il segreto. Nell&amp;#8217;umanit&#224; del personaggio e in un modo di esporla che, cinematograficamente parlando, ci ha ricordato persino le magnifiche opere di Alina Marazzi, in particolare Un&amp;#8217;ora sola ti vorrei. Di questo e di molto altro ancora abbiamo voluto parlare con i due giovani autori, ricevendo anche una deliziosa sorpresa, quando il sempre generoso &amp;#8220;nonno Cesare&amp;#8221; si &#232; fatto vivo per dirci la sua.    

Come &#232; nato e&#160;in&#160;che modo&#160;si &#232; sviluppato il progetto del vostro documentario, Le avventure spaziali di nonno Cesare?

Francesco Bordino : avevo conosciuto Cesare da poco, dopo aver incontrato sua nipote, Alice. Avevo iniziato qualche tempo prima a&#160;collaborare con una Associazione culturale attiva nel campo del documentario di creazione e della comunicazione sociale. Erano i primi &quot;esperimenti&quot; con una telecamera in mano. Volevo provare a fare un ritratto di una persona unica, per et&#224;, saggezza, voglia di vivere e rapporto con la natura. Durante una delle prime riprese, nell'orto, Cesare mi racconta di aver fatto domanda per una missione scientifica nello spazio. Penso&#160;che sia impazzito, ma quando, nel giro&#160;di poche settimane,&#160;la faccenda diventa seria, il progetto del documentario si complica. Cesare a 93 anni andr&#224; a fare un volo in assenza di gravit&#224;, e Alice ed io siamo in prima fila per raccontarlo. Scopro il mondo dei &quot;produttori&quot;, tra Roma, Milano e Torino incontro di tutto, cariatidi televisive, furbetti del quartierino, il grasso ventre dei commendatori, i piccoli indipendenti che in Italia non vendono e vanno all'estero, ognuno con i suoi consigli, le sue ricette, nessuno realmente interessato a raccontare l'assurda storia di un&#160;anziano eccezionale. 
Capisco che non trover&#242; un produttore ma &#232; una storia che devo raccontare, e parto cos&#236; con Cesare ed i suoi figli per Cape Canaveral. Decine di ore di girato restano in un cassetto per quasi due anni, fino a quando, con l'aiuto di Isabela Giurgiu e Niccol&#242; Bruna, il materiale viene &quot;riesumato&quot; e studiato pi&#249; a fondo. Grazie ad un primo montaggio di Niccol&#242; Bruna e ad un secondo intervento magistrale di Luca Gasparini, e ad una colonna sonora originale di alcuni musicisti torinesi,&#160;ne nasce un film,&#160;un piccolo film di cui siamo tutti orgogliosi.&#160;E' stato acquistato dalla tv di Stato finlandese YLE.
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Quanto &#232; stato importante poter contare sulla disponibilit&#224; estrema e sui modi genuini di un personaggio come Cesare Massano, astronauta a 93 anni?

Francesco Bordino e Alice Massano : La disponibilit&#224; di Cesare &#232; stata totale, ma soprattutto la sua totale indifferenza di fronte alla telecamera ci ha consentito di&#160;avvicinarci molto alla persona, di entrare in grande intimit&#224; con lui&amp;#8230;

Ci piacerebbe sapere quali sono gli aspetti che vi hanno maggiormente colpito della vita di Cesare antecedente alla missione spaziale, una vita&#160;incredibilmente piena, in cui sembrano abbondare gli episodi importanti, emblematici. 

Francesco Bordino e Alice Massano : La sua entrata alla Fiat nel 1929, l'anno della grande crisi;&#160;gli anni della&#160;guerra, quando&#160;Cesare, che continuava a fare il progettista in Fiat, nascondeva le armi per i partigiani nelle caldaie in disuso della&#160;fabbrica, e falsificava documenti per proteggere&#160;la sua fidanzata ebrea. Poi la&#160;tragica morte di parto della moglie, quando avevano due bambini ancora molto piccoli. Infine&#160;la lunga serie di invenzioni e brevetti che ha realizzato.

Cesare Massano : Prima dell'avventura spaziale ho contribuito in FIAT alla progettazione del&#160;pendolino con alcuni&#160;brevetti che partivano da me, alla voce&#160;&quot;inventore&quot; era scritto Massano Cesare e Ing. Pinco Pallino e tornavano dall'ufficio&#160;brevetti con la scritta Ing.&#160;Pinco Pallino e Massano Cesare.   

Il geriatra presente alla proiezione di X_Science ha usato termini&#160;estremamente positivi&#160;per persone che arrivano alla terza et&#224; con lo spirito di nonno Cesare, qualcosa come &quot;invecchiamento di successo&quot; o gi&#249; di l&#236;. Cosa dire a riguardo?

Cesare Massano : Invecchiare non ha nulla di positivo. Trascorso un mese ti accorgi di aver perso l'uso di un occhio (glaucoma) e il mese dopo ti accorgi di avere un orecchio che fa sciopero perch&#233; hai un timpano sfondato per togliere il cerume e cos&#236; via!     

Il montaggio e l'uso del materiale di repertorio, in particolare quello di provenienza famigliare, ci ha fatto pensare un po' ai documentari di Alina Marazzi, soprattutto Un&amp;#8217;ora sola ti vorrei. C'&#232; qualcosa di vero in questa suggestione?

Francesco Bordino e Alice Massano : Il documentario di Alina Marazzi &#232; un capolavoro. Abbiamo cercato di avvicinarci a quel tono e quella sensibilit&#224; nel raccontare la vita di una persona, con la fortuna di averla tra noi, in gran forma. Cesare amava filmare con la sua piccola super8, e quel materiale che abbiamo recuperato nei cassetti &#232; proprio il suo occhio, il suo sguardo sugli anni '50 e '60.

Nonno Cesare, che effetto fa mettere piede in un luogo cos&#236; evocativo come la NASA, per giunta&#160;ad una simile et&#224;,&#160;con la prospettiva di affrontare una missione spaziale?

Cesare Massano : Vedere la NASA &#232; stato assai deludente perch&#233; vedere quei campanili occorrenti per i lanci mi fa pensare che non sia la strada giusta. &#200; invece notevole osservare la stazione spaziale nelle dimensioni ormai raggiunte.

Quali sono state le reazioni pi&#249; comuni&#160;di amici, parenti e conoscenti?

Cesare Massano : &amp;#8220;Ma non puoi proprio startene tranquillo in casa?&amp;#8221;

Che impressioni le hanno fatto la curiosit&#224; della stampa, la partecipazione ai programmi televisivi e le domande pi&#249; o meno pertinenti dei vari giornalisti... noi compresi?

Cesare Massano : I giornali devono essere venduti e ne consegue che i giornalisti devono gonfiare. Pensate al&#160;secchiello pieno d'acqua che i bimbi fanno ruotare e vedono che questa non cade. Ci&#242; &#232; ci&#242; che &#232; stato&#160;fatto a me, con la differenza che il secchiello era un aereo e l'acqua ero io...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;22/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>22/05/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Bright Star. La vita autentica di John Keats</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=75&amp;art=5549</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Speciali/Bright%20Star%20-%20libro/Bright-Star-libro-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Senza ombra di dubbio il romanzo di Elido Fazi &quot;Bright Star. La vita autentica di John Keats&quot; rappresenta un'operazione insolita nel panorama letterario ed un esperimento affascinante su un piano puramente &quot;didattico&quot;. Partire cio&#232; dalle opere e dalle lettere di uno dei maggiori poeti inglesi - e tout court - dell'Ottocento per ricostruirne la purtroppo breve esistenza in ogni possibile sfaccettatura, compresi i lutti e le palpitazioni sentimentali. La conseguenza di una tale scelta editoriale, in teoria anche abbastanza coraggiosa e radicale, conduce immediatamente al risultato di rendere quantomai moderna e attuale la figura di John Keats, a prescindere dalla rapidit&#224; con cui sono cambiati usi e costumi rispetto al diciannovesimo secolo. Questo perch&#233; gli stati di animo nei confronti di alcuni aspetti della vita (l'amore, il dolore; ma anche, ad esempio, l'insofferenza verso la politica) restano e resteranno ammantati di un'universalit&#224; che sar&#224; impossibile intaccare anche nel corso dei secoli a venire. Elido Fazi umanizza programmaticamente l'artista, lo rende uno di noi, personaggio con cui &#232; assai facile, se non simpatizzare per via di un carattere molto particolare, perlomeno entrare in empatia nel senso pi&#249; completo del termine.
Da una lettura approfondita delle pagine del libro emerge la classica figura dell'artista &quot;condannato&quot; all'ipersensibilit&#224;, al continuo dibattersi tra spiritualit&#224; e pragmatismo, tra cibo per l'animo e quello per il corpo. Si segue attoniti la disperata &amp;#8211; e fatalmente destinata all'insuccesso - ricerca di Keats dello stato d'animo ideale, quella serenit&#224; utopica che garantirebbe l'ispirazione per ogni artista degno di tal nome. La narrazione in terza persona costruita da Fazi, alternata a quella in prima dei versi del poeta, riporta con metodica esattezza tutto il travaglio prima di ogni altra cosa emotivo speso dal poeta nella composizione di celeberrime opere quali Endimione (1817), Iperione (1818) o Lamia (1819); anche causato dall'insicurezza di non sentirsi all'altezza di illustri colleghi del calibro di Percy Shelley, con cui strinse un rapporto di amicizia piuttosto stretto, o il profondo senso di solitudine che lo ha sempre attanagliato, fino a farlo sentire profondamente diverso dalla massa ed incline a repentini cambi di umore che spesso sfociavano in una malinconia tendente alla depressione.
Attaccato e criticato attraverso le sue composizioni anche a causa delle sue prese di posizione squisitamente progressiste in ambito socio-politico, il testo ci fa conoscere un Keats capace di trovare conforto dalle asprezze della vita solo nel processo creativo della scrittura, da lui amata ed odiata proprio perch&#233; espressione massima della sua alterit&#224;, quel sentirsi &amp;#8220;differente&amp;#8221; (senza in fondo esserlo del tutto, almeno socialmente: non era nobile e nemmeno un ricco borghese...) da lui spesso vissuto come una condanna.
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;cinema in libreria&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>cinema in libreria</category>
			<pubDate>04/05/2010</pubDate>
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		<item>
			<title>Gabriele Roberto</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=73&amp;art=5521</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Speciali/Gabriele%20Roberto/Gabriele-Roberto-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Gabriele Roberto, questo sconosciuto. Esagerazioni a parte, in Italia sono ancora poche le persone edotte sull'arte di Roberto, compositore che negli ultimi anni sta facendo parlare molto di s&#233; nel sud est asiatico: il suo biglietto da visita sono state le colonne sonore composte per Tetsuya Nakashima (Memories of Matsuko e Paco and the Magical Book) e Pang Ho-cheung (Exodus e Dream Home); lavori poliedrici, in cui Roberto mette in mostra un'inventiva e una classe davvero non indifferenti. Nella speranza che anche questo breve scambio di battute possa servire alla meritata notoriet&#224; del compositore in Italia, ecco il resoconto della chiacchierata portata a termine durante le giornate del dodicesimo Far East, a Udine.
 
Iniziamo con una tua breve presentazione, visto che sei forse il caso pi&#249; unico che raro di italiano poco conosciuto in patria e invece affermato in estremo oriente. Come sei arrivato a lavorare cos&#236; lontano dall'Italia?
 
Dopo il diploma in composizione e questo master che ho conseguito a Londra, non essendo mai vissuto a Roma e dunque non avendo contatti diretti con registi o compositori romani, ho preparato un demo cd con le esecuzioni per l'orchestra del conservatorio in cui ho studiato, o le composizioni create durante il master, e l'ho inviato a varie case di produzione e distribuzione cinematografica e musicale, semplicemente per far sentire le mie cose. I giapponesi sono stati i primi a contattarmi e a darmi questa opportunit&#224;, e una volta messo alla prova sono stato anche fortunato perch&#233; Memories of Matsuko, che era il primo film per il quale lavoravo, &#232; andato molto bene, forse anche al di l&#224; delle previsioni della produzione, e la mia musica &#232; stata anche premiata con il Japan Academy Award. A quel punto la casa di produzione giapponese mi ha chiesto di rimanere a lavorare a Tokyo, si sono proposti anche come miei agenti con la Grand Funk: sono molto agguerriti, e mi fanno lavorare davvero a progetti molto diversi tra loro. E poi quello che ho trovato in Asia &#232; un particolare dinamismo, per cui ad esempio Pang Ho-cheung aveva visto Memories of Matsuko a Hong Kong, era rimasto colpito dalle musiche e mi ha fatto contattare dalla sua assistente. Un mese dopo ci siamo incontrati al Tokyo Film Festival e mi ha chiesto subito di collaborare a Exodus. &#200; stato un periodo particolare, in cui non avevo neanche il tempo di rendermi conto di quello che stava realmente succedendo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;interviste&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;28/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>interviste</category>
			<pubDate>28/04/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Pang Ho-cheung</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=73&amp;art=5519</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Speciali/Pang%20Ho-cheung/Pang-Ho-cheung-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;All'interno della nuova generazione di registi hongkonghesi, quella svezzatasi a ridosso dell'handover del 1997, in seguito al quale Hong Kong torn&#242; a essere dominio diretto della Cina dopo un secolo passato sotto il protettorato britannico, la figura di Pang Ho-cheung agisce come un vero e proprio elemento dinamitardo. Il suo cinema, perennemente in bilico tra il serio e il faceto, opera a balzelloni, passando dalla commedia al dramma, dalla goliardata allo slasher movie, come dimostra l'ultimo, interessante, Dream Home, presentato in anteprima mondiale alla dodicesima edizione del Far East Film Festival. E proprio a Udine abbiamo avuto l'occasione di incontrare Pang e di scambiare con lui qualche battuta. Si ringrazia Cheung Chui-yee per la preziosa traduzione dal cantonese all'italiano.

Dream Home mescola lo slasher movie a una riflessione sulla crisi abitativa a Hong Kong, muovendosi con sguardo critico sul panorama sociale e politico hongkonghese. Come ti &#232; venuta l'idea del film, e in che modo l'hai poi sviluppata?

Io credo che in realt&#224; tutti i film che lavorano sul genere nascondano al loro interno la volont&#224; di raccontare la societ&#224; che li circonda; l'intento politico &#232; sempre alla base del lavoro di questi registi, che hanno poi per&#242; la capacit&#224; di estremizzare il discorso fino a esasperarne il contenuto. L'idea &#232; presto detta: il problema della casa a Hong Kong &#232; davvero grave, e riguarda direttamente le fasce giovanili della popolazione. &#200; un problema di cui si parla poco, e per questo ho voluto incentrarvi la storia.

Nel corso della tua carriera hai sempre sperimentato generi cinematografici diversi, approcci stilistici anche in antitesi tra loro. Quanto ti sei divertito a girare uno slasher movie?

Di natura sono una persona molto impaziente, non amo ripetere troppo le cose che faccio; per questo trovo estremamente divertente provare nuove sensazioni, sperimentare il pi&#249; possibile. Per esempio ho scritto anche dei libri, e molti editori mi hanno proposto di trasportare al cinema una delle storie che ho raccontato nei romanzi: ma non potrei mai farlo, il libro &#232; gi&#224; fatto. Mi sono divertito davvero tanto a girare il film, proprio per questi motivi.

Nel film si parla inevitabilmente dell'handover del 1997, il ritorno di Hong Kong sotto l'egida della Cina. Secondo te come si sta sviluppando la produzione cinematografica hongkonghese in seguito a questo evento di capitale importanza storica?  

Il ritorno alla Cina ha creato problemi enormi al cinema hongkonghese, perch&#233; a portato con s&#233; la censura di stato. Hong Kong ha ovviamente un mercato molto piccolo, e i produttori volendo aumentare i profitti devono necessariamente fare riferimento alla Cina. Questo comporta una serie di problematiche molto serie per noi artisti, perch&#233; la censura cinese &#232; forte: molti generi non vengono si fanno proprio pi&#249;, come per esempio i film di fantasmi. Ma non &#232; neanche solo un problema di contenuto, perch&#233; anche singole immagini, come quelle riguardanti sangue, uccisioni o sesso, vengono vietate; si crea quindi anche un conflitto tra ci&#242; che un regista vuole fare e ci&#242; che pu&#242; fare. Le scene che pi&#249; amo, per esempio, sono quelle che riguardano sangue, uccisioni e sesso... e questo mi crea un enorme problema, ovviamente. Ma non rinuncio al cinema che amo, e non ho intenzione di farmi imporre ci&#242; che devo o non devo fare.
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;interviste&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;26/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>interviste</category>
			<pubDate>26/04/2010</pubDate>
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		<item>
			<title>Ewan McGregor: una filmografia (s)ragionata</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5432</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Speciali/Ewan%20McGregor/Ewan-McGregor-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Non risulter&#224; strano, proseguendo nella lettura, il motivo per cui mi preme questa premessa un po&amp;#8217; farlocca, non nel merito dei suoi significati, ci mancherebbe, ma per l&amp;#8217;apparente, e solo tale, distanza dall&amp;#8217;argomento principale dell&amp;#8217;analisi. 
L&amp;#8217;interpretazione &#232; un processo autoreferenziale, &#232; bene chiarirlo subito per non correre il rischio di perdersi in una querelle assai simile ad un bicchier d&amp;#8217;acqua poich&#233; altrettanto limitati sono i margini di reale portata dialogica. I teorici della comunicazione la definiscono &amp;#8220;circolo ermeneutico&amp;#8221;, doppiamente scandaloso perch&#233; pretende di comprendere l&amp;#8217;interpretato altrettanto bene ed ancor meglio di quanto lo potesse capire l&amp;#8217;autore stesso e, sacrilegio logico, poich&#233; si ritiene che l&amp;#8217;interprete, per capire, debba aver gi&#224; compreso.
Ma allora vien da chiedersi: fino a che punto pu&#242; spingersi la passeggiata inferenziale, per citare Umberto Eco? Quando cio&#232; l&amp;#8217;interpretazione genuina di un significato &amp;#8220;reale&amp;#8221; lascia il posto all&amp;#8217;uso arbitrario relativo a propri sistemi di significazione, a propri desideri, sensazioni ecc. In poche parole, a ci&#242; che si vuole vedere/non si vuole vedere.
E&amp;#8217; quello che capita, a me per prima, &#231;a va sans dire, quando si ha a che fare con la complessit&#224; ermeneutica del &amp;#8220;testo filmico&amp;#8221;. Non di rado ci si interroga sul confine critico fra ci&#242; che potrebbe essere una valida bussola, un salvagente che aiuti lo spettatore potenziale a districarsi nella giungla di cinefumettoni e lo sproloquio solipsistico, l&amp;#8217;accusa furibonda o capziosa, il giudizio aprioristico, nel bene o nel male.
La recitazione poi, chiss&#224; perch&#233;, risulta spesso essere una disciplina minore, un dettaglio del quale il film pu&#242; fare a meno, una postilla che non &#232; sempre il caso di sottolineare. Allora questa lunga e pretestuosa cornice trova il suo senso, perch&#233; per noi, pi&#249; spettatatori entusiasti/entusiasmabili che distanziati teorici, la performance degli attori &#232; fondamentale.
Siamo cresciuti, pur non appartenendo a quella generazione, con Marlon/Stanley che grida &amp;#8220;Stellaaaaa&amp;#8221; in Un tram che si chiama desiderio di Elia Kazan o ancora il volto malinconico, accompagnato dalle note di Neil Young, di Johnny/William che lascia questo mondo in mezzo ai ramoscelli in Dead Man di Jim Jarmusch. E come dimenticare lo sguardo straordinario di Robert/Charlie morente nel pur dimenticabile Complice la notte di Mike Figgis...
Parliamo con e per amore e, &#232; tautologico, l&amp;#8217;amore devia lo sguardo dall&amp;#8217;oggetto alla proiezione che il soggetto ne fa.
Ci scuserete dunque, almeno lo speriamo, se anche questo piccolo excursus sar&#224; condotto all&amp;#8217;insegna dell&amp;#8217;amore pi&#249; che dell&amp;#8217;analisi tecnica e minuziosa delle tecniche recitative adottate. Ci auguriamo di riuscire, se non a farvi appassionare con la stessa mia intensit&#224; a Ewan, almeno a farvi recuperare, ora che il supporto digitale lo consente, qualche suo film che vi &#232; sfuggito al cinema (o al cinema non &#232; mai arrivato).
Questo senso di profonda fascinazione ci guida non (solo) perch&#233; Ewan McGregor &#232;, indiscutibilmente, uno degli uomini pi&#249; affascinanti che il cinema, anglosassone prima e hollywoodiano poi, abbia sfornato nell&amp;#8217;ultimo quindicennio, ma anche, e soprattutto, perch&#233; la sua performance attoriale, sia che si che si cimenti con una rockstar sfatta, sia che impersoni un sognatore che crea la propria vita come una favola, aggiunge ai film che interpreta un quid impalpabile e non meglio definibile che imputiamo a quella cosa chiamata talento.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Ilaria Mainardi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>20/04/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Le interpretazioni di Polanski</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=5463</link>
			<description>Il carisma cos&#236; evidente del Polanski regista tende in qualche modo a comprimere quello, forse meno pronunciato ma niente affatto trascurabile, del Polanski attore. Il cineasta polacco non si &#232; limitato ad essere spesso presente nei suoi film, talvolta nel ruolo di protagonista, ma ha continuato a regalare in giro comparsate eccellenti, sin dagli esordi. Quella maschera di introversione da cui trapelano mille inquietudini non pu&#242; quindi essere dimenticata.

Sin dagli esordi, dicevamo. Ed infatti il desiderio di mettersi in gioco personalmente emerge in Roman Polanski gi&#224; dal primissimo cortometraggio realizzato in Polonia, Rower (1955), dove &#232; proprio lui il ragazzo che intende acquistare una bicicletta. Ma non solo. Sempre nel periodo polacco lo vediamo prestare il suo volto ad altri progetti cinematografici, corredati in certi casi da qualche firma illustre. Scopriamo infatti che in precedenza, per la precisione nel 1953, il nostro mingherlino eroe era entrato nel cast di un film a episodi, Trzy opowiesci, diretto a sei mani da Konrad Nalecki, Ewa Petelska e Czeslaw Petelski, ma con ulteriori apporti in sceneggiatura tra cui uno che non pu&#242; essere ignorato: quello di Andrzej Wajda.

Per meglio affrontare la natura dei suoi personaggi occorre per&#242; prendere la macchina del tempo, come in uno scritto di Herbert G.Welles, fare un balzo nel 1967, assistere cos&#236; alla sua scoppiettante interpretazione di Alfred, l&amp;#8217;assistente del professor Abronsius in Per favore&amp;#8230; non mordermi sul collo! (The Fearless Vampire Killers). Questa celebre &amp;#8220;vampire comedy&amp;#8221; ha messo definitivamente in luce, tra le altre cose, l&amp;#8217;abilit&#224; del Polanski attore di giocare con la sua figura minuta, nervosa, tendenzialmente goffa, affidandole comportamenti in grado di enfatizzare il sulfureo appeal di determinate situazioni, sia che prevalga un tono sottilmente parodico (in Per favore&amp;#8230; non mordermi sul collo!, per l&amp;#8217;appunto), sia che il timbro grottesco si faccia carico di coloriture kafkiane e claustrofobiche (come nel successivo L&amp;#8217;inquilino del terzo piano). Ad ogni modo, tornando al povero Alfred, scene come quella in cui tenta di sottrarsi con la fuga al vampiro dandy che lo insidia o come l&amp;#8217;altra che lo vede pasticciare di fronte alle bare dei non morti, tra coperchi che si ribaltano e paletti che sfuggono di mano, mettono in evidenza una sottile e quasi metafisica clownerie. Volendo azzardare, in modo forse prematuro, qualche paragone con altri maestri del cinema per nulla restii a impersonare sul grande schermo le proprie nevrosi, possono tornare alla memoria certe interpretazioni di un altro campione dell&amp;#8217;Europa Orientale dal fisico asciutto, Jir&#237; Menzel, prima ancora di quelle cui ci abituato un Woody Allen. I movimenti nervosi delle mani, le espressioni stralunate, i gesti imbarazzati, la timidezza sempre pronta a ribaltarsi in pose eccentriche, quasi sfrontate, sono ingredienti che hanno poi trovato la loro definitiva consacrazione in Trelkovsky, personaggio entrato nella storia del cinema dalla porta principale per poi uscirne rovinosamente dalla finestra, in un tripudio di vetri rotti. Il meccanismo perverso e angosciante di un film come Le locateire (L&amp;#8217;inquilino del terzo piano, 1976), sicuramente tra i capolavori di Polanski, ci ha consegnato questo personaggio in grado di far risuonare note estremamente cupe nelle profondit&#224; del nostro animo. Le sue disavventure ci portano contemporaneamente verso un ghigno e una riflessione. Ed &#232; un riflettere, spiccatamente umano, sulle paranoie che ci affliggono rapportate ad una societ&#224; occidentale indiscutibilmente ansiogena.
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;19/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>19/04/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Genova Film Festival 2010 - Bilancio</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=2&amp;art=5924</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Festival/La-prima-cosa-bella-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il nostro disastrato paese non &#232; certo in salute. Il settore della produzione culturale, pur cos&#236; importante nella formazione delle coscienze, non &#232; certo in salute. Il mondo dell&amp;#8217;informazione non &#232; certo in salute, n&#233; tantomeno libero. Gli stessi festival non sono affatto in salute, visti i pesanti condizionamenti subiti, a livello economico, da un governo fin troppo ansioso di emulare le gesta della celebre Banda della Magliana. E quel poco di salute che ci restava, diciamo pure individualmente, abbiamo rischiato di giocarcela nelle giornate del Genova Film Festival (ovvero dal 28 giugno al 4 luglio 2010) per il caldo afoso che ha investito la citt&#224; ligure; un caldo cos&#236; intenso, da rendere proibitiva e a rischio di infarto la salitella che attraverso Via Fieschi conduce alla Multisala Corallo, neanche fosse la scalata del Tourmalet per un ciclista del Tour de France!
Eppure, in questo generale venir meno della salute, coloro che hanno dimostrato di avercene ancora sono proprio i filmaker italiani. Almeno rispetto alla media dei lavori da noi intercettati seguendo il Concorso Nazionale per Cortometraggi e Documentari. Complimenti ai selezionatori, allora, perch&#233; pur con qualche svista (Caff&#232; capo di Andrea Zaccariello, che ha beneficiato addirittura del Premio della Critica, ci &#232; parso sin troppo simile nella trama a un corto di Salvatore Allocca girato qualche anno fa), hanno messo in piedi una selezione ricca di sfaccettature, con diverse opere valide e alcune persino coraggiose dal punto di vista della forma e dei contenuti.
Diamo pure il via a questa rapida ricognizione, segnalando all&amp;#8217;occorrenza i premi pi&#249; significativi e partendo proprio da quanto ha stabilito la Giuria chiamata a giudicare i cortometraggi di fiction, una giuria composta da Walter Fasano (sceneggiatore e montatore di Dario Argento e di film come Melissa P., Ora o mai pi&#249;, Santa Maradona), da Lia Furxi direttrice del Centro Nazionale del Cortometraggio, e dall&amp;#8217;attrice Fabrizia Sacchi che ha lavorato per registi come Mimmo Calopresti, Paolo Virz&#236;, Luciano Ligabue ed Enzo Monteleone, tra gli altri. And the Winner is&amp;#8230; Differenti, opera realizzata da un giovane cineasta di Latina, Renato Chiocca, che ha pertanto ricevuto il riconoscimento pi&#249; importante della sua categoria con la seguente motivazione: &amp;#8220;per aver affrontato temi di scottante attualit&#224; utilizzando il mezzo cinematografico come strumento di indagine e denuncia in modo semplice e chiaro, senza eccessiva retorica e con punte di realismo molto coinvolgenti.&amp;#8221; La motivazione ci trova sostanzialmente concordi, considerando quanto sia stato accorto il regista pontino (che aveva gi&#224; partecipato al Genova Film Festival col cortometraggio d&amp;#8217;esordio, Il principiante, decisamente pi&#249; leggero e orientato verso la commedia) nel ponderare i toni, intrecciando cio&#232; un discorso di denuncia sociale saldamente ancorato a problematiche concrete, reali (le immagini della discarica, riprese in forma quasi documentaristica, testimoniano un&amp;#8217;Italia che affonda nella mondezza, e nella corruzione), col taglio estremamente vivo e credibile conferito alle relazioni tra i protagonisti, impegnati in scelte etiche di non lieve entit&#224;; scelte che diventano emblematiche, allorch&#233; dalle nostre parti la cultura della legalit&#224; pu&#242; facilmente soccombere al desiderio di affermarsi professionalmente, in un sistema sociale asservito ai pi&#249; squallidi interessi privati.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;08/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>festival</category>
			<pubDate>08/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>SIFF 2010</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=30&amp;art=5929</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Festival/Seattle-130x90.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Dall'altro lato del mondo esiste un film festival poco noto agli europei e poco pubblicizzato dai media internazionali. Dall'altro lato del mondo, dove il cinema &#232; conosciuto molto di pi&#249; per essere un'industria che una forma d'arte, prende vita ogni anno nell'ultimo mese di primavera una rassegna che meriterebbe maggior risalto, un evento che affascina e diverte e che per numero, qualit&#224; di film e quantit&#224; di pubblico non ha nulla da invidiare ai pi&#249; osannati festival del vecchio continente.
Seattle da trentasei anni ospita un International Film Festival (SIFF) che coinvolge, travolge e ipnotizza la citt&#224; per 25 giorni (dal 20 maggio al 13 giugno nel 2010), presentando circa 250 film con la bellezza di pi&#249; di 700 proiezioni. Un gigante, o una maratona, come la definisce il direttore artistico Carl Spence, che con un certo orgoglio guida il Festival pi&#249; lungo del mondo e quello con pi&#249; pubblico di tutti gli Stati Uniti.

Abbracciata da un lato dall'oceano Pacifico e dall'altro da montagne perennemente innevate, Seattle non &#232; quindi solo patria del grunge e pi&#249; genericamente del rock (circa met&#224; dei giovani suonano in una band e l'altra met&#224; fa da pubblico!), ma sorprendentemente si rivela essere la citt&#224; con il maggior numero di cinema del paese in proporzione al numero di abitanti, numerose produzioni indipendenti, un Film Office attivo che assiste e forma giovani registi, una serie di organizzazioni no profit che mettono in piedi piccole rassegne e promuovono cinema fuori dagli schemi commerciali con continuit&#224; e competenza. Tanta musica quindi, ma a quanto pare anche tanto, tantissimo cinema.
Con certi presupposti non stupisce che esistano seattelites (cos&#236; detti gli abitanti della citt&#224;) che impegnino tre settimane delle proprie ferie esclusivamente per seguire il SIFF, come un'abitudine, come un appuntamento irrinunciabile. E che da Los Angeles e da Vancouver gruppi di spettatori organizzino viaggi mediamente lunghi, per dedicare anche solo a un weekend completamente al cinema.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;08/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Gaetano Maiorino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri festival</category>
			<pubDate>08/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>40. Giffoni Film Festival</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=30&amp;art=5912</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Festival/giffoni-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&amp;#8220;Ancora una volta un miracolo&amp;#8221;. Con queste parole il direttore del Giffoni Film Festival, Claudio Gubitosi, introduce alla folla di giornalisti accorsi all'hotel Marriot di Roma la quarantesima edizione della rassegna cinematografica per ragazzi che, partita dalla provincia di Salerno, &#232; diventata ormai da anni un evento di importanza mondiale.
Per 13 giorni, dal 18 al 31 luglio, il piccolo comune campano diventer&#224; ancora una volta il centro del mondo per migliaia di giovani e giovanissimi, chiamati a giudicare, nelle varie sezioni del programma, il valore delle opere proposte, l'abilit&#224; di registi e attori, pronti come ogni anno a essere primi artefici e protagonisti di una vera e propria festa.
Tema dell'anno &#232; l&amp;#8217;amore, in realt&#224; filo conduttore di tutti i quarant'anni di vita del GFF: &amp;#8220;A Giffoni siamo tutti innamorati&amp;#8221; dichiara infatti Gubitosi, che ricorda con commozione e non celato orgoglio le prime edizioni della kermesse, quando per mostrare i film in piazza c'era bisogno dell'aiuto dell'esercito (unico a possedere un proiettore da esterni) e il pubblico portava le sedie da casa. Era il 1979 e da allora a oggi l'amore per il cinema ha continuato a far crescere questo Festival in sinergia con le istituzioni locali che hanno aiutato l'organizzazione recuperando aree dismesse, assistendo nella logistica e soprattutto investendo nella costruzione delle location (prima fra tutte la cittadella del cinema, centro delle attivit&#224;).&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Gaetano Maiorino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri festival</category>
			<pubDate>06/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Los Angeles Film Festival - Bilancio</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=30&amp;art=5897</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Festival/Los%20Angeles%20Film%20Festival/LAFF-bilancio-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Si &#232; concluso la scorsa domenica il diciasettesimo Los Angeles Film Festival. Undici giorni di celebrazione del cinema indipendente nella affascinante downtown losangelina. Un festival giovane ma che riserva sempre delle grandi sorprese nello scovare film interessanti nel panorama sia nazionale che internazionale. La differenza rispetto agli anni scorsi si &#232; vista nella gestione della rassegna cinematografica. La caratterizzazione del luogo ha sicuramente attirato molte pi&#249; persone e ha reso l&amp;#8217;atmosfera pi&#249; glamour rispetto alle edizioni passate, senza per&#242; mai eccedere in un clima troppo hollywoodiano. Ed &#232; giusto, perch&#232;, sebbene ci si trovi nella capitale del cinema, Hollywood appunto, questo festival mette in risalto uno sguardo diverso sulla settima arte. Segno che il cinema, soprattutto quello non mainstream, &#232; molto ben apprezzato qui a Los Angeles. Dawn Hudson, la direttrice di Film Independent, organizzatore del festival, si &#232; dichiarata soddisfatta della programmazione e soprattutto dei film premiati dalla giuria che, anche secondo la direttrice del festival, Rebecca Yeldham, hanno saputo ancora una volta riconoscere lo spirito &amp;#8220;indie&amp;#8221; e internazionale della rassegna. La giuria del festival ha premiato con $ 50.000 per il Narrative Award A Family, film danese di Pernille Fischer Christensen, definendo le performance degli attori eccezionali, nonch&#232; un dramma in grado di esplorare in modo emozionante la storia di una famiglia e i suoi legami con la tradizione, il senso di colpa e l&amp;#8217;amore. Per la sezione documentaristica ha vinto Make Believe di J. Clay Tweel. Girato tra Giappone, Sud Africa e Stati Uniti, il film ci presenta sei teenager che si preparano per il World Magic Seminar di Las Vegas, dove si contenderanno insieme ad altri coetanei il titolo di Teen World Premiere come miglior mago. Per la giuria, questo documentario ha mostrato il senso di appartenenza ad un gruppo ben definito, quello dei maghi e degli illusionisti, da un punto di vista particolare, quello appunto degli adolescenti. Spesso divertente, altre volte drammatico, a nostro avviso &#232; stato sicuramente interessante ma un p&#242; scontato e forse troppo hollywoodiano, con un lieto fine gi&#224; previsto dopo i primi cinque minuti. Forse l&amp;#8217;unica delusione, visto la ricca rassegna di documentari particolari al festival che hanno riempito i cinema molto pi&#249; dei lungometraggi di finzione.
Il premio per miglior cast &#232; andato all&amp;#8217;ensemble di Hello Lonesome di Adam Reid. Il film racconta la solitudine di sei diversi personaggi di et&#224; diversa e in situazioni altrettanto variegate e il loro bisogno di amare ed essere amati. Il film &#232; commovente e sicuramente non passa innoservata la prima (e quasi certamente non l&amp;#8217;ultima) apparizione sul grande schermo di Harry Chase, famosissimo doppiatore americano e voce televisiva molto conosciuta.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri festival</category>
			<pubDate>02/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Genova Film Festival 2010</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=30&amp;art=5889</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Festival/genova-film-festival-2010-130x90.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Grazie a quello che Marco Ferrando del PCL (e non solo lui, ci auguriamo) si ostina a definire &amp;#8220;il governo pi&#249; reazionario che l'Italia abbia conosciuto dal 1960&amp;#8221;, ampi scomparti della societ&#224; italiana stanno colando a picco. La cultura e l'istruzione non sono certo esenti da tale gioco al massacro, rappresentano anzi quelle potenziali sacche di resistenza, quei gi&#224; pericolanti (pericolanti, in quanto troppo spesso succubi di concezioni riformiste e perci&#242;, quasi conseguentemente, asserviti alle dinamiche del frazionamento di classe) baluardi di pensiero critico, che una simile classe dirigente ha comunque interesse a smantellare, nel nome del proprio squallido tornaconto. Ed &#232; cos&#236; che anche gli eventi legati al cosiddetto mondo dello spettacolo, da intendersi qui nella sua accezione migliore, vacillano sotto le bordate dei vari Berlusconi, Tremonti, Brunetta e Bondi, autentici predoni spinti dalla loro arroganza a negare la crisi o a farsene scudo per i provvedimenti pi&#249; iniqui, sicuri di farla franca in quel contesto di impunit&#224; che loro stessi hanno creato ad immagine e somiglianza della propria viziosa weltanschauung.
Vien da s&#233; che negli ultimi mesi il panorama dei festival cinematografici di cui potevamo offrire diretta testimonianza, specialmente quelli pi&#249; piccoli, liberi e votati alla ricerca, si &#232; trasformato in una specie di bollettino di guerra, con tanto di morti, feriti, dispersi, Nel senso che vi sono manifestazioni di cui si perdono le tracce, che soccombono, insomma, al venir meno di un concreto sostegno economico da parte delle istituzioni; ed altre che sopravvivono, ridimensionate per&#242; e in modo pesante a livello di strutture, programmi ed ambizioni.
Per quanto riguarda il Genova Film Festival la parola d'ordine sembra essere una sola: resistere. Sar&#224; un caso che quel Ferrando della cui battagliera azione politica abbiamo estrapolato, in modo senz'altro arbitrario e comunque decontestualizzato, un semplice frammento, sia anch'egli genovese? Non vogliamo insistere oltre su questo ardito accostamento tra uno dei pi&#249; agguerriti animatori della politica anti-capitalista in Italia e quegli operatori del settore che, con spirito quasi altrettanto barricadero, stanno cercando di mantenere viva la cultura cinematografica in Liguria; sta di fatto, per&#242;, che Cristiano Palozzi e Antonella Sica sono riusciti anche quest'anno a tenere in piedi il loro festival, giunto peraltro alla 13&#170; edizione, presentando un programma pi&#249; che dignitoso e denunciando al contempo, come tanti altri hanno fatto in precedenza (vedi la conferenza stampa organizzata, in autunno, dai vertici dei principali festiva cinematografici attivi in Friuli Venezia Giulia), le pesanti limitazioni imposte loro da certe misure draconiane volte a colpire chi ancora si ostina a promuovere la cultura nel sempre pi&#249; disastrato stivale.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri festival</category>
			<pubDate>30/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>I festival di luglio 2010</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=28&amp;art=5881</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Festival/giffoni-80x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Guida ai Festival
Luglio 2010

FESTIVAL

Gioved&#236; 01
Globi d'Oro
Roma (Italia) 01/07
Web: http://www.stampa-estera.it
Ischia Film Festival
Ischia (Italia) 04 &amp;#8211; 10/07
Web: http://www.ischiafilmfestival.it

Venerd&#236; 02
Karlovy Vary International Film Festival
Karlovy Vary (Repubblica Ceca) 02 &amp;#8211; 10/07
Web: http://www.kviff.com

Sabato 03
Paris Cinema
Parigi (Francia) 03 &amp;#8211; 13/07
Web: http://www.pariscinema.org/

Luned&#236; 05
Roma Fiction Fest
Roma (Italia) 05 &amp;#8211; 10/07
Web: http://www.romafictionfest.it

Mercoled&#236; 07
Festival International du Documentaire de Marseille
Marsiglia (Francia) 07 &amp;#8211; 12/07
Web: http://www.fidmarseille.org/dynamic/

Gioved&#236; 08
Euganea Movie Movement
Monselice (Italia) 08 &amp;#8211; 25/07
Web: http://www.euganeamoviemovement.it
Jerusalem International Film Festival
Gerusalemme (Israele) 08 &amp;#8211; 17/07
Web: http://www.jff.org.il/
Seoul International Youth Film Festival
Seoul (Corea del Sud) 08 &amp;#8211; 14/07
Web: http://www.siyff.com/main/eng/

Mercoled&#236; 14
Festival Videocorto di Nettuno
Nettuno (Italia) 14 &amp;#8211; 18/07
Web: http://www.videocortonettuno.it/

Gioved&#236; 15
Indianapolis International Film Festival
Indianapolis (Usa) 15 &amp;#8211; 25/07
Web: http://indyfilmfest.org/
Message To Man
San Pietroburgo (Russia) 15 &amp;#8211; 22/07
Web: http://m2m.iffc.ru/index_E.htm
Montecatini FilmVideo
Montecatini (Italia) 15 &amp;#8211; 17/07
Web: http://www.filmvideomontecatini.com

Sabato 17
Salento Finibus Terrae
San Vito dei Normanni (Italia) 17/07 &amp;#8211; 01/08
Web: http://www.salentofinibusterrae.com

Domenica 18
Giffoni Film Festival
Giffoni (Italia) 18 &amp;#8211; 31/07
Web: http://www.giffoniff.it
Magna Grecia Film Festival
Soverato (Italia) 18 &amp;#8211; 26/07
Web: http://www.magnagraeciafilmfestival.it/

Marted&#236; 20
Festival SiciliAmbiente
San Vito Lo Capo (Italia) 20 &amp;#8211; 25/07
Web: http://www.festivalsiciliambiente.it

Gioved&#236; 22
Durban International Film Festival
Durban (Sud Africa) 22/07 &amp;#8211; 01/08
Web: http://www.cca.ukzn.ac.za/durban_International_Film_Festival.htm
Melbourne International Film Festival
Melbourne (Australia) 22/07 &amp;#8211; 01/08
Web: http://www.melbournefilmfestival.com.au/
Premio Sergio Amidei
Gorizia (Italia) 22 &amp;#8211; 31/07
Web: http://www.amidei.com

Sabato 24
Est Film Festival
Montefiascone (Italia) 24/07 &amp;#8211; 01/08
Web: http://www.estfilmfestival.it/
Fiuggi Family Festival
Fiuggi (Italia) 24 &amp;#8211; 31/07
Web: http://www.fiuggifamilyfestival.org

Luned&#236; 26
Motovun Film Festival
Motovun (Croazia) 26 &amp;#8211; 30/07
Web: http://www.motovunfilmfestival.com/

DEADLINE

Gioved&#236; 01
Docutah &amp;#8211; Southern Utah International Documentary Film Festival
Web: http://www.docutah.com/

Luned&#236; 05
Sport Movies &amp; TV - Milano International FICTS Fest
Web: http://www.sportmoviestv.com

Mercoled&#236; 07
International Short Film Festival Leuven
Web: http://www.shortfilmfestival.org/
SediciCorto
Web: http://www.sedicicorto.it

Sabato 31
Bolzano Short Film Festival
Web: http://www.operenuove.it
Visioni Fuori Raccordo Film Festival
Web: http://www.fuoriraccordo.it
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;guida ai festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>guida ai festival</category>
			<pubDate>30/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Los Angeles Film Festival - Presentazione</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=30&amp;art=5829</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Festival/Los%20Angeles%20Film%20Festival/Los-Angeles-FFF-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Cineclandestino inaugura la sua prima trasferta oltreoceanica a Los Angeles. Dall&amp;#8217;artistica cornice di downtown, il Los Angeles Film Festival sta per aprire i battenti: dal 17 al 27 giugno, il Nokia Theater e LA Live Center, insieme agli storici Regal Cinemas e il Ford Amphitheater, saranno il fulcro della celebrazione del cinema indipendente mondiale. S&#236;, proprio il cinema indipendente, quello realizzato con budget non hollywoodiani ma che ogni volta regala film dallo spirito unico che ci ricordano perch&#232; amiamo cos&#236; tanto la settima arte. Ma come, a Los Angeles, centro del cinema hollywoodiano per eccellenza? S&#236;, perche&amp;#8217; il Los Angeles Film Festival, che compie quest&amp;#8217;anno appena 17 anni, &#232; soprattutto molto amato perch&#232; realizzato dall&amp;#8217;organizzazione no profit Film Independent, che, non a caso, si occupa anche degli Spirit Awards, i premi assegnati proprio nella settimana degli Oscar ai migliori film indipendenti dell&amp;#8217;anno. Film Independent ha sempre privilegiato la programmazione di produzioni americane e straniere indipendenti pi&#249; in vista e anche quest&amp;#8217;anno ci regaler&#224;, tra premi&#232;res mondiali e nordamericane, pi&#249; di duecento film da quaranta paesi diversi di tutto il mondo. Tra questi Dog Sweat, film iraniano realizzato illegalmente a Teheran,  che dimostra che il cinema possa andare oltre ogni tipo di barriera politica eretta dalla dittatura, e Waiting for Superman, documentario shock sul sistema scolastico dei licei americani diretto da Davis Guggenheim, gi&#224; vincitore di un Oscar per An Inconvenient Truth. Tra i film messicani pi&#249; in vista Revoluci&#243;n, nato dalla collaborazione di dieci registi messicani insieme ad una selezione di documentari dall&amp;#8217;Ambulante Film Festival. Per il lato &amp;#8220;patriottico&amp;#8221;, la premi&#232;re di The Tillman Story, documentario shock sul caso della morte del campione di football Pat Tillman, partito volontario dopo l'undici Settembre, e sulla copertura su quello che sta accadendo veramente in Afghanistan durante la Guerra.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;18/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri festival</category>
			<pubDate>18/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>I Wish I Knew</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=60&amp;art=5738</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Festival/Cannes/Un%20Certain%20Regard/I%20wish%20i%20knew/I-wish-i-knew-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il film si concentra sull'architettura, la cultura e la vita di Shanghai. Un gruppo di ex compagni di classe si riunisce per parlare delle loro vite e offre uno spaccato delle emozioni e dei desideri di una generazione di giovani di oggi cresciuti nell'ambiente cittadino. Con I Wish I Knew, presentato a Cannes 63 nella sezione Un certain regard, Jia Zhangke per certi versi rielabora e perfeziona il discorso estetico-narrativo di 24 City (2008, presentato allora nel concorso principale di Cannes), per altri per&#242; lavora pericolosamente su certe ambiguit&#224; che erano gi&#224; emerse in Wu Yong (Useless, 2007), e cio&#232; la commistione tra la sua personale ottica di cineasta e il sentore dell&amp;#8217;opera su commissione: in questo caso, visto che si parla di Shanghai, la commissione che aleggia per quasi tutto il film &#232; quella dell&amp;#8217;organizzazione dell&amp;#8217;Expo 2010.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;01/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessandro Aniballi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>01/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Guida ai Festival</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=28&amp;art=5740</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Festival/pesarofilmfest-130x90.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Guida ai festival e alle rassegne cinematografiche di Giugno 2010, con tutte le deadline del mese. 

FESTIVAL

Marted&#236; 01
Festival Cinemambiente
Torino (Italia) 01 &amp;#8211; 06/06
Web: http://www.cinemambiente.it

Mercoled&#236; 02
Ostia Film Fest
Ostia (Italia) 02 &amp;#8211; 06/06
Web: http://www.ostiafilmfest.com

Gioved&#236; 03
Bellaria Film Festival
Bellaria (Italia) 03 &amp;#8211; 06/06
Web: http://www.bellariafilmfestival.org

Venerd&#236; 04
Brooklyn International Film Festival
New York (Usa) 04 &amp;#8211; 13/06
Web: http://www.wbff.org

Sabato 05
Napoli Film Festival
Napoli (Italia) 05 &amp;#8211; 11/06
Web: http://www.napolifilmfestival.com

Mercoled&#236; 09
Biografilm Festival
Bologna (Italia) 09 &amp;#8211; 14/06
Web: http://www.biografilm.it
Doku.Arts - International Festival for Films on Art
Amsterdam (Olanda) 09 &amp;#8211; 13/06
Web: http://www.doku-arts.com

Sabato 12
Taormina Film Fest 
Taormina (Italia) 12 &amp;#8211; 18/06
Web: http://www.taorminafilmfest.it
 
Luned&#236; 14
Incontri Cinematografici di Stresa
Stresa (Italia) 14 &amp;#8211; 20/06
Web: http://www.stresacinema.org

Mercoled&#236; 16
Edinburgh International Film Festival
Edimburgo (Scozia) 16 &amp;#8211; 27/06
Web: http://www.edfilmfest.org.uk

Gioved&#236; 17
Los Angeles Film Festival
Los Angeles (Usa) 17 &amp;#8211; 27/06
Web: http://www.lafilmfest.com
Moscow International Film Festival
Mosca (Russia) 17 &amp;#8211; 23/06
Web: http://www.moscowfilmfestival.ru

Venerd&#236; 18
Arcipelago Film Festival
Roma (Italia) 18 &amp;#8211; 24/06
Web: http://www.arcipelagofilmfestival.org

Sabato 19
Cinema Jove Festival Internacional de Cine
Valencia (Spagna) 19 &amp;#8211; 26/06
Web: http://www.cinemajove.com/
Nastri D&amp;#8217;Argento 
Taormina (Italia) 19/06
Web:  http://www.cinegiornalisti.it

Domenica 20
Mostra Internazionale del Nuovo Cinema
Pesaro (Italia) 20 &amp;#8211; 28/06
Web: http://www.pesarofilmfest.it/

Luned&#236; 21
Festival del Documentario d'Abruzzo
Pescara (Italia) 21 &amp;#8211; 25/06
Web: http://www.festivaldeldocumentariodabruzzo.it/

Mercoled&#236; 23
International Film Festival St. Petersburg
San Pietroburgo (Russia) 23 &amp;#8211; 29/06
Web: http://www.filmfest.ru/en

Venerd&#236; 25
Maremetraggio
Trieste (Italia) 25/06 &amp;#8211; 03/07
Web: http://www.maremetraggio.com
Munchen Film Festival
Monaco di Baviera (Germania) 25/06 &amp;#8211; 03/07
Web: http://www.filmfest-muenchen.de
Taipei International Film Festival
Taipei (Taiwan) 25/06 &amp;#8211; 15/07
Web: http://www.taipeiff.org.tw

Luned&#236; 28
Genova Film Festival
Genova (Italia) 28/06 &amp;#8211; 04/07
Web: http://www.genovafilmfestival.it

DEADLINE

Marted&#236; 01
Flahertiana International Documentary Film Festival
Web. http://www.flahertiana.ru/2010/
Syracuse International Film Festival
Web: http://syrfilmfest.com/

Luned&#236; 14
Cortopotere ShortFilmFestival
Web: http://www.cortopotere.it
Molise Cinema
Web: http://www.molisecinema.it

Marted&#236; 15
Ecologico International Film Festival
Web: http://www.eiff.it
Est Film Festival
Web: http://www.estfilmfestival.it

Domenica 20
Terra di tutti Film Festival
Web: http://www.terradituttifilmfestival.org/&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;guida ai festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;31/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>guida ai festival</category>
			<pubDate>31/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Il cinema italiano al tempo della Dolce Vita</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=29&amp;art=5743</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Festival/la-dolce-vita-80x110.JPG&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;A Roma rivive la Dolce Vita
Al via i festeggiamenti per l&amp;#8217;anniversario della celebre pellicola di Federico Fellini

L&amp;#8217;Associazione Culturale Mediterraneo, realt&#224; che da anni promuove il cinema a Roma con eventi quali &amp;#8220;Etruria Cinema&amp;#8221;, &amp;#8220;Sguardi al Femminile&amp;#8221;, &amp;#8220;Urania, stregati dalla Luna&amp;#8221;, organizza, dal 4 giugno al 4 luglio 2010, la rassegna intitolata Il cinema italiano al tempo della Dolce Vita presso il Museo di Roma in Trastevere, piazza San&amp;#8217;Egidio 1/b.
L&amp;#8217;evento interdisciplinare, realizzato con il sostegno dell&amp;#8217;Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione e ideato dal direttore artistico e curatore Pier Luigi Manieri, si declina attraverso proiezioni di film, documentari, dibattiti, una mostra pittorica e iconografica, concerti e recital per celebrare i cinquant&amp;#8217;anni dall&amp;#8217;uscita sugli schermi italiani della celebre pellicola di Federico Fellini: La Dolce Vita. L&amp;#8217;iniziativa intende ricordare e festeggiare quel particolare momento che vide l&amp;#8217;Urbe eterna diventare la nuova capitale del cinema europeo e mondiale.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;rassegne e retrospettive&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;31/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;</description>
			<category>rassegne e retrospettive</category>
			<pubDate>31/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Tamara Drewe</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=55&amp;art=5531</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Festival/Cannes/Fuori%20Concorso/Tamara%20Drew/Tamara-Drew-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Con Ch&#233;ri Frears aveva rispolverato la sua vecchia passione per i film in costume (Le relazioni pericolose). Ora cambia nuovamente rotta. Torna alla contemporaneit&#224; e sceglie di ispirarsi a una graphic novel di successo, firmata da Posy Simmonds. Ma, forse, si tratta di un falso movimento. Perch&#233; Tamara Drewe (presentato fuori concorso a Cannes 63) &#232; anch&amp;#8217;esso un film in (di) costume, oltre le parvenze della modernit&#224;. Una commedia che sembra attingere al classico, orchestrata con precisione millimetrica dalla sceneggiatura e dai dialoghi di Moira Buffini. Un congegno fragile eppur perfetto che attraversa, come una Mini, la placida campagna inglese, sempre magnificamente ancien r&#233;gime, immobile e passata. Scrittori in crisi, intellettuali costretti a rapportarsi con la working class, vecchie coppie logorate dagli anni e dalla noia, adolescenti inquieti. Le premesse del dramma ci sono tutte, ma occorre qualcosa che faccia da detonatore per far esplodere il conflitto. Ed ecco, appunto, Tamara: l&amp;#8217;elemento catalizzante e perturbatore, il corpo che scatena desideri e gelosie e manda in subbuglio l&amp;#8217;atavica staticit&#224; di una comunit&#224; rurale. In un modo o nell&amp;#8217;altro, tutte le vicende passano attraverso di lei. Le coppie si fanno e si disfano. Il celebre scrittore Nicholas Hardiment, sin dalla prima occhiata verso quella seducente ragazza, che lascia intravedere le sue grazie dagli shorts ben attillati, ha la percezione del cataclisma che distrugger&#224; il suo matrimonio senza passione. Tamara &#232; la testimone della contemporaneit&#224; che irrompe, con la sua furia distruttiva e gioiosa, nel passo lento del tempo andato. E&amp;#8217; l&amp;#8217;agente del cambiamento, perch&#233; ha vissuto la trasformazione sul suo stesso corpo. Un naso rifatto &#232; s&#236; una vittoria della societ&#224; dell&amp;#8217;immagine. Ma &#232; anche il segno di un&amp;#8217;apertura al nuovo, di un&amp;#8217;assenza di timore nei confronti del cambiamento. Non &#232; un caso che l&amp;#8217;unica a &amp;#8216;tenerle testa&amp;#8217; sia una terribile ragazzina, proiettata, per forza di cose, verso il presente e il futuro.
Ecco. Frears, si mette alla ricerca dei segni del cambiamento. E, nascondendosi sotto l&amp;#8217;apparenza di una commedia di costume, racconta, implacabile, la definitiva perdita di potere da parte del maschio, incapace di controllare gli eventi, tanto meno di dominare i rapporti di coppia. Nonostante si tratti di illustri scrittori, benemeriti professori universitari, rock star, giovani forti e gagliardi, gli uomini sono alla merc&#233; delle donne. Non ne interpretano i desideri (se non, in misura molto limitata, il timido Glen, invaghito della signora Hardiment) e non ne comprendono i sentimenti. Si atteggiano a &amp;#8216;uomini&amp;#8217; (appunto), cacciatori in cerca di una preda. Ma &#232; solo una posa, un&amp;#8217;illusione alimentata dalle convenzioni sociali, a cui le donne fingono di adeguarsi. La loro posizione, all&amp;#8217;interno delle dinamiche relazionali, &#232; sempre passiva, quando non addirittura fallimentare. Hardiment gioca a fare il seduttore, ma rimane, immancabilmente e tragicamente, vittima della sua ipocrisia. Ben fa il figo, contando sul proprio status di sex symbol, ma &#232; solo un povero idiota. E il giovane Andy non pu&#242; fare a meno di accorrere a ogni piccolo richiamo di Tamara&amp;#8230;&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;concorso - fuori concorso&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;27/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>concorso - fuori concorso</category>
			<pubDate>27/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>You Will Meet a Tall Dark Stranger</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=55&amp;art=5512</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Festival/Cannes/Fuori%20Concorso/You%20Will%20Meet%20a%20Tall%20Dark%20Stranger/You-Will-Meet-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Dopo le parentesi di Vicky Cristina Barcellona e Basta che funzioni, Allen torna a Londra, alla citt&#224;/set che ha costituito lo scenario preferito del suo cinema pi&#249; recente (Match Point, Scoop, Sogni e delitti). La scusa &#232; produttiva. Ma, verosimilmente, c&amp;#8217;&#232; dell&amp;#8217;altro. Pu&#242; darsi che il distacco british della citt&#224; racconti, molto meglio di quanto possa fare la Grande Mela, la metamorfosi (involutiva) del regista newyorchese, che, pi&#249; passa il tempo, pi&#249; mostra l&amp;#8217;intransigenza di un moralismo senza via di uscite. Il suo cinema assomiglia a un tribunale. Ogni film &#232; un caso da sottoporre a giudizio. E, probabilmente, il verdetto &#232; gi&#224; scritto. In You Will Meet a Tall Dark Stranger, Allen segue, impassibile, le crisi e i tic di una classica famiglia &amp;#8216;bene&amp;#8217;. Il padre, ossessionato dalla vecchiaia, reagisce con il rifiuto e si d&#224; da fare con un&amp;#8217;amante molto pi&#249; giovane. La madre, per sfuggire alla depressione, si abbandona alle assurde preveggenze di una maga. La figlia cerca di tirare avanti il suo matrimonio con un aspirante scrittore, ormai pi&#249; prossimo al fallimento che al successo. Le coppie si fanno e si disfanno con una facilit&#224; inversamente proporzionale alla lucidit&#224; dei personaggi. Nascono sull&amp;#8217;onda dell&amp;#8217;attrazione, ma non sembrano mai animate dal desiderio. E&amp;#8217; come se l&amp;#8217;inizio e la fine rispondessero semplicemente alla logica ingestibile di una quotidianit&#224; che esclude passione e sentimento. Ecco. Allen racconta di una contemporaneit&#224; che ha perduto definitivamente la capacit&#224; di desiderare e, quindi, di costruire i propri sogni. Ed &#232; su questa perdita, su questo terreno instabile dei sentimenti, che si fonda la crisi dei rapporti, la nevrosi dell&amp;#8217;individuo, incapace di intravedere l&amp;#8217;orizzonte delle proprie azioni, bloccato nella paura della morte, della vecchiaia, del fallimento. Variazioni sul tema... Il cinema di Allen si compone, ormai, di piccole aggiunte a una partitura, che viene a definirsi film dopo film. Come un lavoro di costante riarrangiamento. Ogni film &#232; uno strumento che si sovrappone al suono dell&amp;#8217;orchestra. E ogni tassello compone il quadro della grande malattia dei nostri tempi. You Will Meet a Tall Dark Stranger non aggiunge nulla pi&#249; di una sfumatura. Certo. Si ride, e molto, in diverse scene. La seduta spiritica, in cui il vecchio pretendente di Helena si rifiuta di chiedere al fantasma della moglie il permesso per sposare la donna che ama. Oppure il momento in cui Roy si rende conto di essersi appropriato del romanzo della persona sbagliata. La classe &#232; indiscutibile. E, come sempre, &#232; supportata da un cast straordinario (a cominciare da Anthony Hopkins e Naomi Watts).&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;concorso - fuori concorso&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;26/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>concorso - fuori concorso</category>
			<pubDate>26/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Cannes 63 - Bilancio</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=27&amp;art=5711</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Cannes/cannes-citt%C3%A0-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La grandezza di un festival pressoch&#233; unico al mondo come quello di Cannes non si nota tanto nei giorni di gloria, quando si veleggia col vento in poppa, quanto in quelli in cui &#232; la bonaccia ha gonfiare (di poco) le proprie vele. Che si possa finalmente parlare di crisi a livello globale ce lo confermano anche Tremonti e Berlusconi, fino a ieri fermamente convinti dell&amp;#8217;esatto contrario, ed &#232; indubbio che la cosa influisca (e non poco) sul settore culturale. Ma in un&amp;#8217;annata da &amp;#8220;vacche magre&amp;#8221;, riconosciuta come tale pressoch&#233; dalla totalit&#224; dei commentatori cannensi, ecco appunto tornare la Cannes &amp;#8220;bussola&amp;#8221; della cultura cinematografica internazionale. Il come &#232; tutto da ricercarsi in quell&amp;#8217;annuncio timido e riservato che Tim Burton ha lanciato in mondovisione: quella Palma d&amp;#8217;Oro consegnata nelle mani di Apichatpong Weerasethakul &#232; la conferma che Cannes &#232; ancora capace di essere il &amp;#8220;faro&amp;#8221; per l&amp;#8217;industria culturale mondiale, di benedire la nascita di nuovi autori e di lanciarli nel mercato globale. Un colpo di genio quello di Burton che, in un&amp;#8217;annata in cui il Concorso Ufficiale &#232; apparso composto da autori sinceramente stanchi (Leigh, Loach, Mikhalkov, Kitano, Lee Chang-dong, Bouchareb&amp;#8230;), &#232; riuscito a catalizzare tutta l&amp;#8217;attenzione verso l&amp;#8217;unico (e per questo meritorio) regista portatore di uno sguardo altro.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;festival cannes&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;25/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Lorenzo Leone&lt;/strong&gt;</description>
			<category>festival cannes</category>
			<pubDate>25/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Burnt by the Sun 2: Exodus</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=55&amp;art=5528</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Festival/Cannes/Concorso/Burnt%20by%20the%20Sun%202_%20exodus/Burnt-by-the-Sun-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&#200; stato accompagnato da diverse polemiche il secondo episodio de Il sole ingannatore 2 &amp;#8211; L&amp;#8217;esodo, che segue il film del 1994 (Burnt by the Sun, Premio Oscar come Miglior Film Straniero e Gran Premio della Giuria a Cannes). Nikita Mikhalkov, che torna in Concorso sulla Croisette (tre anni dopo l&amp;#8217;ultima apparizione festivaliera, in Concorso a Venezia 64 con 12, dove vinse il Leone Speciale per l&amp;#8217;insieme dell&amp;#8217;opera), deve difendersi anche dagli attacchi di alcuni colleghi russi, che lo accusano di essere un uomo di Putin e di usare metodi staliniani nel coprire il suo ruolo di responsabile istituzionale delle attivit&#224; cinematografiche. Ma al di l&#224;, delle polemiche l&amp;#8217;autore mostra una certa stanchezza di sguardo, gonfiata da un eccessivo manierismo e un impianto sovraccarico di simbolismi e retorica ideologica. &#200; un continuo rincorrersi di stratificazioni iconografiche e ricerca del dettaglio, degli oggetti che si intromettono sul cammino tra la vita e la morte. Una boa salva la vita a Nadia, la porta difende il corpo del militare compagno dell&amp;#8217;ex generale Kutov, il lampadario della chiesa impedisce ad una bomba sganciata dal cielo di scoppiare e far saltare in aria lo stesso Kutov. Ma &#232; tutto troppo calibrato e senza anima, verrebbe da dire teatralmente innocuo, al nostro sguardo. Il sole ingannatore sta proprio nell&amp;#8217;incapacit&#224; di riscaldare le passioni ma di congelare al crepuscolo il sogno di libert&#224;, di tenerezza smarrita forse per sempre. Tutti gli effetti speciali, le battaglie sul campo, i bombardamenti non coprono di fango quel Paese invaso dai nazisti, che da la sensazione di essere ben arredato in esterni consolatori e ripuliti. Tristemente esposto alle durezze della natura e della storia, Mikhalkov perde il senso della misura, deturpando la sua frenetica voglia di ammaliare senza ferire.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;concorso - fuori concorso&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>concorso - fuori concorso</category>
			<pubDate>24/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Il pagellone di Cannes 2010</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=27&amp;art=5700</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Cannes/Cannes-2010-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Visto che un voto non si nega a nessuno vogliamo anche noi dare il nostro contributo alla causa: ecco allora il Pagellone di Cannes 2010, un pugno di voti per giudicare l&amp;#8217;annata cannense e tutto il suo corollario. In attesa del consueto bilancio, eccone uno semi-serio...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;festival cannes&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Lorenzo Leone&lt;/strong&gt;</description>
			<category>festival cannes</category>
			<pubDate>24/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Cannes 63 - Tutto il Festival minuto per minuto</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=60&amp;art=5627</link>
			<description>Una diretta da Cannes come non l'aveve mai vista. Non abbiamo nessuna intenzione di annoiarvi oltremodo con un&amp;#8217;introduzione ampollosa e inutile: queste saranno solo poche righe per presentarvi quello che altro non &#232; che un piccolo gioco o una piccola provocazione, scegliete voi. Ci siamo chiesti: perch&#233; non provare a raccontare un festival, come quello di Cannes, come fosse una partita di calcio, con aggiornamenti in tempo reale continui e incessanti su ogni aspetto di un evento cos&#236; ingombrante e stratificato? Eccolo allora il senso di questa pagina in cui coinfluiranno idee, freddure, congetture, semplici considerazioni, stati d&amp;#8217;animo, nonsense,  tweets e stati facebookiani, sms, mail ma anche news o semplici lanci d&amp;#8217;agenzia (tutti rigorosamente clandestini, sia chiaro&amp;#8230;) con il semplice intento di cercare di raccontarvi, o meglio ancora di restituirvi, l&amp;#8217;immagine di Cannes attraverso le nostre parole.

Se ci riusciremo, sarete voi a dircelo. Solo allora potremo dire che l&amp;#8217;esperimento sar&#224; riuscito&amp;#8230;&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Lorenzo Leone&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>23/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Life, Above All</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=60&amp;art=5679</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Festival/Cannes/Un%20Certain%20Regard/Life,%20Above%20All/Life-above-all-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Era da dieci anni, dal 2000, l&amp;#8217;anno in cui realizz&#242; e port&#242; a Cannes Hijack Stories, che Oliver Schmitz non elaborava la sua poetica densa, magmatica, inscritta nei corpi e nella luce, per il cinema. Anni, quelli che separano quel film di gang urbane da Life, Above All, passati dal regista sudafricano figlio di immigrati tedeschi a lavorare per la televisione, tra Sudafrica e Germania (fatta eccezione per il segmento girato per il film collettivo Paris, je t&amp;#8217;aime). Cineasta dallo sguardo fiammeggiante, Schmitz &#232; tornato al lungometraggio con un melodramma a tinte forti, incandescente, che tratta con la finzione pi&#249; radicale un argomento come quello dei bambini sudafricani orfani di genitori morti di Aids (a loro il film &#232; dedicato). Dunque, soggetto delicato, che Schmitz affronta con rigore filmico nel mettere in scena quel che accade a una ragazzina di dodici anni, Chanda, di fronte a eventi familiari sempre pi&#249; drammatici, e l&amp;#8217;amicizia, indelebile nel tempo e al di l&#224; delle persecuzioni della vita, fra lei e la coetanea Esther, costretta a prostituirsi.
Life, Above All (fin dal titolo che richiama il melodramma nella sua classicit&#224; senza tempo) &#232; cinema che lavora sull&amp;#8217;emozione, che scava le inquadrature scolpendole in tutte le loro parti, che esibisce un commovente cinemascope scelto per lavorare su quella che potrebbe sembrare una contraddizione, ovvero sui personaggi e sulle loro infinite r/esistenze, sostando sui loro volti con un&amp;#8217;insistenza sensuale e dolorosa - volti, e occhi, labbra, che conquistano lo schermo. Quelli di Chanda e Esther (interpretati da due adolescenti al loro esordio, bravissime, rispettivamente Khomotso Manyaka e Keaobaka Makanyane), e degli altri numerosi personaggi e corpi, soprattutto donne di diverse et&#224; che, in maniera differente, si confrontano con il dolore e le ipocrisie, le superstizioni, i silenzi di una societ&#224; che del passato mantiene ancora in primo piano le forme di una segregazione non razziale ma appunto inscritte nelle credenze meno tollerabili e pi&#249; violente, di cui le donne sono le principali vittime. Schmitz, con l&amp;#8217;uso di una camera a mano morbida, tesse una rete di sguardi di straordinaria solidit&#224;, proprio nel senso di raccontare (portando sullo schermo il romanzo Chanda&amp;#8217;s Secrets di Allan Stratton) una quotidianit&#224; marginale (ambientata nella township di Elandsdoorn, non lontano da Johannesburg, citt&#224; che il regista conosce bene, avendo in essa gi&#224; posato il suo sguardo per Mapantsula, suo esordio nella finzione del 1987, che usc&#236; anche in Italia con il titolo Afrikander; per Jo&amp;#8217;Burg Stories, del 1997; per Hijack Stories) con il senso di un cinema sopra tutto, come la vita che continua nonostante le peggiori avversit&#224;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Giuseppe Gariazzo&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>23/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>My Joy</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=55&amp;art=5632</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Festival/Cannes/Concorso/My%20Joy/My-Joy-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Apprezzatissimo documentarista ucraino (ora residente in Germania), Sergej Loznitsa esordisce ora nel documentario di finzione. E pare puntare abbastanza in alto. Il suo My Joy  &#232; la storia di un camionista che, durante una consegna, viene bloccato in un villaggio sperduto da una deviazione di percorso improvvisa. E qui, letteralmente, cambia pelle (e gli cresce la barba) costretto a indurirsi da una realt&#224; ai limiti della brutalit&#224;, praticamente una violentissima guerra di tutti contro tutti che viene allusa non troppo implicitamente essere la realt&#224; quotidiana della Russia di oggi. Appena arrivato, dei barboni lo menano. Si installa in una casa un tempo abitata da un insegnante ammazzato senza troppe remore da degli sconosciuti. E via deliziando.
La &amp;#8220;deviazione&amp;#8221; dal percorso iniziale della consegna con il camion non &#232; solo l&amp;#8217;innesco della vicenda, ma anche (e soprattutto) l&amp;#8217;indice pi&#249; preciso della natura del film. In un&amp;#8217;infinit&#224; di punti assolutamente imprevedibili, il film piglia e va da tutt&amp;#8217;altra parte, nel tempo e/o nello spazio. Magari per seguire un personaggio che ci ritroviamo mezz&amp;#8217;ora dopo. E il bello &#232; che tutte queste occorrenze non sono &amp;#8220;digressioni&amp;#8221;. O meglio: da un punto di vista strutturale lo sono, perch&#233; deviano dal racconto principale. Ma il tempo e l&amp;#8217;ampiezza stilistica che si prende Loznitsa per seguire ognuna di esse, le fanno sembrare istintivamente davvero come &amp;#8220;il film vero&amp;#8221;. Ognuna di esse &#232; trattata (per esempio per amplificazione, o seguendo meticolosamente e a lungo un personaggio  di spalle con la camera a mano) come un momento topico &amp;#8211; ma non lo &#232;, magari &#232; solo un personaggio che cammina un po&amp;#8217; e poi si ferma a guardare qualcosa che si muove in lontananza. Oppure &#232; un pazzo che fa una carneficina con una pistola &amp;#8211; ma &#232; lo stesso, tutto ha la stessa irrisoria importanza, la regia tratta i momenti banali e quelli incandescenti con la stessa disincantata indifferenza, osservando con calcolata &amp;#8220;ottusit&#224;&amp;#8221; orizzontale. Perch&#233; in questa giungla (innevata) le &amp;#8220;aspettative di vita&amp;#8221; sono basse, qualunque cosa pu&#242; sparire violentemente da un momento all&amp;#8217;altro, l&amp;#8217;instabilit&#224; &#232; assoluta &amp;#8211; e di conseguenza esiste solo il presente; il tempo e la cronologia vanno a ramengo, e spesso e volentieri perdiamo di vista il protagonista per decine di minuti prima di ritrovarlo (incattivito) inaspettatamente un po&amp;#8217; pi&#249; in l&#224;. Non c&amp;#8217;&#232; altro che un brulicare incontrastabile di violenza, follia e volenterosi slanci registici.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;concorso - fuori concorso&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Marco Grosoli&lt;/strong&gt;</description>
			<category>concorso - fuori concorso</category>
			<pubDate>23/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>O Estranho Caso de Ang&#233;lica</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=60&amp;art=5559</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Festival/Cannes/Un%20Certain%20Regard/O%20Estranho%20Caso%20de%20Ang%C3%A9lica/O%20ESTRANHO%20CASO%20DE%20ANG%C3%89LICA-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;O Estranho Caso de Angelica, presentato in Un certain regard a Cannes 63, &#232; l&amp;#8217;ennesima lezione di cinema del maestro portoghese Manoel de Oliveira, ormai ultra-centenario eppure ancora costantemente in grado di ri-scrivere le meccaniche del suo cinema. Questo suo nuovo lavoro lo si potrebbe far rientrare nella schiera dei &amp;#8220;film minori&amp;#8221;, come Belle toujours ad esempio, non certo per qualit&#224; artistiche inferiori rispetto ad altri titoli quanto per l&amp;#8217;argomento affrontato e per il modo con cui lo si affronta, allo stesso tempo intimista e divertito. In effetti si pu&#242; catalogare O Estranho Caso de Angelica come un sublime divertissment, dove con sottile ironia si affrontano temi quali la riproducibilit&#224; tecnica dell&amp;#8217;immagine (la foto che ossessiona il protagonista e la detection che ne nasce ha un che del Blow up antonioniano), la contrapposizione tra la fantasmaticit&#224; del sentimento amoroso e la poetica fisicit&#224; del lavoro manuale, la crisi economica mondiale, ecc.
Nato da un vecchissimo progetto risalente addirittura al &amp;#8217;52, il nuovo film di de Oliveira &#232; costruito sulla figura della circolarit&#224;: la ciclicit&#224; degli incontri che il protagonista ha con i personaggi secondari, i dialoghi costruiti su ripetizioni e piccoli variazioni sempre fondamentali, la costruzione di alcune sequenze esemplari (in particolare la prima che parte e ritorna ad un esterno urbano piovoso e semibuio), persino l&amp;#8217;obiettivo della macchina fotografica; in realt&#224; tutto ci&#242; poi si esplicita come una sorta di vertigo, di spirale che allontana sempre pi&#249; il protagonista dal reale per trasportarlo e trascinarlo nell&amp;#8217;altrove, il luogo impalpabile in cui si muove il fantasma di Angelica.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessandro Aniballi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>23/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Tender Son - The Frankenstein Project</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=55&amp;art=5529</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Festival/Cannes/Concorso/Tender%20son/Tender-Son-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Che ci azzecca Frankenstein? Perch&#233; chiamare  The Frankenstein Project questa storia su un regista (interpretato dallo stesso regista ungherese Kornel Mundruczo) che rincontra il proprio figlio diciottenne, abbandonato alla nascita? Purtroppo, i segnali negativi vengono gi&#224; dai primi minuti, che mostrano i casting del nuovo film di questo regista, ai quali appunto si presenta il figlio Rudolf; una tale scelta metacinematografica dovrebbe, nelle intenzioni, ricollegarsi al prologo dell&amp;#8217;originale di Mary Shelley, in cui lei e altri letterati giocano a raccontarsi storie fantastiche l&amp;#8217;un l&amp;#8217;altro. &#200; una scelta ingenua, perch&#233; questa fedelt&#224; di superficie va a discapito del vero nocciolo del libro, che rimane completamente trascurato: la lunga sezione centrale dove il mostro prende la parola e racconta il suo punto di vista.
Ci&#242; che qui non succede. S&#236;, il regista crea un mostro a cui tenter&#224; tardivamente di rimediare: l&amp;#8217;assenza di amore lungo tutta l&amp;#8217;infanzia porta Rudolf ad uccidere tre persone in una sola giornata, tutte nello stesso caseggiato popolare (una delle vittime &#232; la madre, che abbandon&#242; anche lei il figlio alla nascita, e vive nell&amp;#8217;appartamento accanto a quello in cui il regista ha scelto di effettuare i casting). Ma il mostro non prende mai la parola. Il punto di vista rimane saldamente quello, distaccato, di chi vuole appiccicare una bella fotografia, clich&#233; da cinema &amp;#8220;arty&amp;#8221; e un elaborato grafismo visuale ad effetto una storia che ambisce alla profondit&#224; del Tragico. Il problema (grosso) &#232; che si avverte sempre una grossa sproporzione tra l&amp;#8217;ampiezza del pathos che Mundruczo vorrebbe raggiungere, e i mezzi che mette in campo per arrivarci, allo stesso tempo sempliciotti (a livello di attitudine verso ci&#242; che si racconta) e sofisticati (visivamente). Ad esempio, il fatto che nelle immagini ritornino di frequente gli alberi di natale &#232; un&amp;#8217;idea sempliciotta dal punto di vista della simbologia di cui vorrebbe farsi carico (la nativit&#224; come &amp;#8220;grado zero&amp;#8221; dell&amp;#8217;intersezione tra umano e mostruoso), e che la grande abilit&#224; compositivo/cromatica con cui tutti questi alberelli stanno dentro l&amp;#8217;inquadratura non riesce a riscattare.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;concorso - fuori concorso&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Marco Grosoli&lt;/strong&gt;</description>
			<category>concorso - fuori concorso</category>
			<pubDate>23/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: Solomon Kane</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=3&amp;art=5920</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/In%20Sala/Solomon%20Kane/Solomon-Kane-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano del cupo fantasy made in England Solomon Kane, popolare personaggio d'ispirazione letteraria trasposto sul grande schermo dal regista Michael J. Bassett. Nel ricco cast troviamo il protagonista James Purefoy, la bella Rachel Hurd-Wood ed il &quot;mostro sacro&quot; Max von Sydow.
Nelle sale dal 14 Luglio 2010.
 
Solomon Kane &#232; un soldato del XVI&#176; secolo che apprende di essere condannato alla dannazione a causa della sua brutalit&#224;. Determinato a redimersi, Kane giura di vivere in pace e compiere solo buone azioni, ma &#232; costretto a tornare a combattere quando un oscuro potere minaccia la Terra.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;stream and download&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>stream and download</category>
			<pubDate>12/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: The Losers</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=5939</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/In%20Sala/The%20Losers/The-Losers-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano di The Losers, action venato di ironia diretto da Sylvain White tratto dall'omonimo fumetto statunitense scritto da Andy Diggle. Nel cast troviamo l'affascinante Zoe Saldana, il rude Jeffrey Dean Morgan ed il bel Chris Evans. 
Nelle sale dal 23 Luglio 2010.
 
I membri di una unit&#224; delle Forze Speciali vengono inviati in missione nella giungla boliviana, ma la squadra - Clay, Jensen, Roque, Pooch e Cougar - scopre ben presto di essere diventata il bersaglio di un mortale intrigo, pianificato dall'interno da un nemico conosciuto solo come Max. Approfittando del fatto che si presume siano morti, gli uomini combattono strenuamente per dimostrare la propria innocenza e anche saldare il conto con Max. A loro si aggiunge la misteriosa Aisha, una bella agente con un suo piano e in grado di cavarsela egregiamente. Lavorando insieme, quando non litigano fra loro, devono riuscire ad avvantaggiarsi rispetto a Max, un uomo spietato, impegnato a trascinare il mondo in una nuova guerra globale ad alta tecnologia solo per il proprio profitto.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>12/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: Laureata...e adesso?</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=5932</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Laureata%20e%20adesso/Laureata-e-adesso-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano della commedia statunitense incentrata sulle universali problematiche d'ingresso nel mondo del lavoro Laureata...e adesso?, per la regia di Vicky Jenson. Nel cast la protagonista Alexis Bledel, Zach Gilford ed il redivivo Michael Keaton. 
Nelle sale dal 9 Luglio 2010.
 
Dopo aver conseguito la laurea, Ryden, si vede costretta a fare ritorno nella casa della sua famiglia, in attesa di riuscire a trovare il suo primo impiego da neo-laureata. La strada che porta alla completa indipendenza, appena usciti dal college non &#233; sempre facile ed oltre al lavoro, Ryden, deve capire quel'&#233; il ragazzo giusto per lei e cosa vuole veramente dalla vita.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>09/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intervista a Ken</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=64&amp;art=5900</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Animazione/Ken-Toy-Story-3-80x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La genialit&#224; della Pixar ci regala questa breve videointervista a Ken, celeberrimo accessorio di Barbie e tra i protagonisti dell'ottimo Toy Story 3 - La grande fuga. Il film, diretto da Lee Unkrich (e sceneggiato a otto mani da Unkrich, Arndt, Stanton e Lasseter!), sar&#224; nelle sale italiane a partire dal 7 luglio 2010, pronto a raccogliere consensi e incassi. Ancora una volta, come era ampiamente prevedibile, la Pixar dimostra di essere il colosso occidentale del cinema d'animazione.

Mentre Andy si prepara alla partenza per il college, i suoi fedeli amici giocattoli si ritrovano in un asilo, dove giocare con dei bambini indomabili, con piccole dita appicicose non &#232; molto piacevole. Spinti dal motto &quot;tutti per uno-uno per tutti&quot;, insieme pianificano la grande fuga. All'avventura si uniranno molti nuovi personaggi, alcuni di plastica, altri di peluche, tra cui lo scapolo amico di Barbie, Ken, l'istrice con i caratteristici pantaloncini lederhosen di nome Prickles e Lotso Grandi Abbracci, l'orsacchiotto rosa che profuma di fragola. [sinossi]&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;videointerviste&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>videointerviste</category>
			<pubDate>02/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: Fratellanza - Brotherhood</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=5876</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Concorso/Brotherhood/Brotherood%20-%20200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano di Fratellanza - Brotherhood, pellicola danese diretta dal regista di origini italiane Nicolo Donato che si aggiudicata il prestigioso Marc'Aurelio d'Oro come miglior film all'edizione 2009 del Festival Internazionale del Film di Roma raccontando il dramma di una storia d'amore omosessuale vissuta in un ambiente neo-nazista. 
Nelle sale dal 2 Luglio 2010.
 
Lars lascia l'esercito ed entra a far parte di un gruppo neonazi, che organizza raid punitivi contro arabi e omosessuali. L'apprendistato alla 'fratellanza' &#232; duro e Lars viene affiancato dal mentore Jimmy incaricato di testarne l'affidabilit&#224; e la preparazione sui testi fondamentali stile Mein Kampf. Imprevedibilmente, tra i due scoppia la passione...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>30/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: Che fine ha fatto Osama Bin Laden?</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=1494</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2008/10/Festival%20del%20Film%20di%20Roma/Extra/Where%20in%20the%20world%20is%20Osama%20Bin%20Laden_/Where-in-the___cover-200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer originale di Che fine ha fatto Bin Laden?, ironico ma anche serioso documentario firmato Morgan Spurlock sulla ricerca &quot;impossibile&quot; del famigerato leader di Al Qaeda. 
Nelle sale dal 9 Luglio 2010.

Con un bambino in arrivo la necessit&#224; di rendere il mondo un posto pi&#249; sicuro si fa impellente, cos&#236; un modesto cittadino del West Virginia decide d'intraprendere quello che nessuna squadra operativa speciale &#232; riuscita a fare: mette all'opera la sua assoluta mancanza di esperienza, preparazione e competenza per dare la caccia all'uomo pi&#249; pericoloso e ricercato del pianeta. L'epica ricerca ha inizio a New York e fa il giro del mondo. Morgan Spurlock attraversa Egitto, Marocco, Israele, Palestina, Arabia Saudita, Afghanistan e si avvicina pi&#249; che mai al cuore di tenebra, le regioni tribali del Pakistan, in cerca del barbuto Osama Bin Laden.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;27/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>27/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: City Island</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=5856</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/City%20Island/City-Island-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano della commedia familiare di ambientazione newyorchese City Island, per la regia di Raymond De Felitta. Nel cast  il &quot;pap&#224;&quot; Andy Garcia, Alan Arkin, Julianna Margulies ed Emily Mortimer. 
Nelle sale dal 25 Giugno 2010.
 
La famiglia Rizzo vive in un'isoletta poco nota del Bronx, pigra e sonnolenta come ogni cittadina del New England che si rispetti. Ma i Rizzo non sono meno pittoreschi del luogo in cui vivono: da buona famiglia disfunzionale che si rispetti le provano tutte per evitare la verit&#224;. Vince &#232; una guardia carceraria insoddisfatta e sull'orlo di una crisi di nervi che in segreto prende lezioni di recitazione per cambiare mestiere. Sua figlia Vivian fa la spogliarellista per guadagnare un po' di soldi e scappare da casa mentre Vinnie Jr. ha una preoccupante passione adolescenziale per donne obese come la paffuta vicina di casa. Joyce, la moglie di Vince, &#232; l'unico punto di riferimento della famiglia, ma anche lei in realt&#224; nasconde un segreto.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>24/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: Affetti &amp; dispetti</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=5853</link>
			<description>Il trailer italiano di Affetti &amp; dispetti (La nana), caustica commedia borghese diretta dal regista cileno Sebasti&#225;n Silva con protagonista l'ottima Catalina Saavedra nel ruolo della domestica del titolo originale. 
Nelle sale dal 25 Giugno 2010.
 
Raquel festeggia il compleanno nella famiglia in cui &#232; a servizio da oltre vent&amp;#8217;anni. Ha cresciuto i figli della coppia e si illude di essere diventata parte integrante della famiglia. Per questo vive come una minaccia l&amp;#8217;arrivo di nuove aiutanti e sistematicamente le mette in fuga. Ma Lucia, una cameriera pi&#249; giovane, le fa capire che la sua vita &#232; altrove.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>23/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: Poliziotti fuori</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=3&amp;art=5835</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Poliziotti%20fuori/Poliziotti-fuori-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano di Poliziotti fuori - Due sbirri a piede libero, prima escursione registica di Kevin Smith nel poliziesco metropolitano condito di tanta ironia. Nel cast Bruce Willis e Tracy Morgan, a formare la coppia di poliziotti canonicamente assortita. 
Nelle sale dal 25 Giugno 2010.
 
Due rudi detective del Dipartimento di Polizia di New York s'imbarcano in una rocambolesca indagine per rintracciare una rara figurina del baseball del 1952 trafugata da un gangster ossessionato dai vecchi cimeli e si ritrovano a dover salvare una bella ragazza messicana, che &#232; la chiave per recuperare migliaia di soldi sporchi. Jimmy vorrebbe incassare una grossa cifra per la tanto ambita '52 Pafko, anche per poter pagare le spese dell'imminente matrimonio di sua figlia mentre Paul, il suo &quot;complice anti-crimine&quot;, preoccupato per l'infedelt&#224; di sua moglie, non riesce a concentrarsi abbastanza. I due vecchi compagni dovranno infrangere tutte le regole - facendosi aiutare perfino da un ladro - per risolvere il caso.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;stream and download&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>stream and download</category>
			<pubDate>20/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: About Elly</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=5822</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/1/festival/Berlino/Concorso/About%20Elly/About-Elly-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano di About Elly, originale noir di produzione iraniana ricco di sorprese diretto da Asghar Farhadi, presentato con successo nel concorso ufficiale del Festival di Berlino 2009. 
Nelle sale dal 18 Giugno 2010.
 
Dopo aver vissuto per molti anni in Germania, Ahmad decide di tornare in visita in Iran. I suoi vecchi compagni universitari decidono cos&#236; di organizzare per l'occasione un piccolo viaggio per passare qualche giorno tutti assieme sul Mar Caspio. Una delle donne del gruppo, la vitale Sepideh, ha gi&#224; pianificato tutto. Senza farlo sapere ai compagni, ha invitato Elly, l'insegnante di sua figlia. Ahmad, essendo appena uscito da un matrimonio infelice con una donna tedesca, vorrebbe anche poter trovare una donna con la quale potersi stabilizzare in Iran, e quella donna potrebbe proprio essere Elly. Solo che nel giorno che segue la partenza, mentre tutto sembra andare per il meglio, avviene un incidente ed Elly scompare. Cercano anche di contattare la sua famiglia, ma nessuno pare sapere niente. I sospetti su chi sia e che fine abbia fatto Elly cominciano irrimediabilmente a turbare il gruppo di amici&amp;#8230;&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;17/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>17/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: L'imbroglio nel lenzuolo</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=5823</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/L&#39;imbroglio%20nel%20lenzuolo/Limbroglio-del-lenz-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer della commedia italiana L'imbroglio nel lenzuolo, diretta dal regista messicano Alfonso Arau. nel cast troviamo la bella Maria Grazia Cucinotta - anche nel ruolo di produttrice - l'emergente Primo Reggiani e la rediviva ex &quot;Nikita&quot; Anne Parillaud. 
Nelle sale dal 18 Giugno 2010.
 
1905, Sicilia. Quando Federico promise al padre morente, di terminare gli studi in medicina, non fece i conti con il fatto che a lui la sola vista del sangue provoca svenimenti, cosa che lo rende il bersaglio degli sfott&#242; degli altri studenti. Nonostante gli sforzi della madre, che per pagargli gli studi, suona il pianoforte come accompagnamento per il nuovo cinematografo, Federico, che ha una grande passione per la scrittura, decide di provare la carriera dello sceneggiatore, scrivendo un film per Don Gennarino Pecoraro, l'impresario che ha portato le prime pellicole mute nel suo paese. Questa decisione non sar&#224; certo priva di conseguenze...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;16/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>16/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: A-Team</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=5808</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/A-Team/A-Team-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano di A-Team, trasposizione hollywoodiana della famosa serie televisiva anni ottanta incentrata sulle avventure dell'omonimo gruppo di mercenari per l'occasione diretta da Joe Carnahan. Nel ricco cast spiccano i nomi del sempre pi&#249; emergente Bradley Cooper, Liam Neeson e la bella eroina Jessica Biel. 
Nelle sale dal 18 Giugno 2010.
 
Dopo aver affrontato dure prove durante la loro permanenza in Iraq per la guerra, una squadra di veterani viene accusata, dai loro superiori, di aver commesso un crimine. Innocenti ma impossibilitati a dimostrarlo, gli ex militari si daranno alla clandestinit&#224; per poter dimostrare la loro totale estraneit&#224; ai fatti che gli vengono attribuiti...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;14/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>14/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: The Hole</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=5788</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/8/Festival/Venezia%2066/Fuori%20Concorso/The%20Hole/The-Hole-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano di The Hole 3D, film che segna il ritorno nelle sale di un nume del cinema fantastico come Joe Dante. E stavolta, le visioni nella botola del titolo, sono anche tridimensionali... Nel cast, ad affiancare una pattuglia di giovani poco noti, anche Teri Polo e Bruce Dern, mentre il film sar&#224; nelle sale a partire dall'11 Giugno 2010.
 
Dopo essersi trasferiti in un nuovo quartiere, i fratelli Dane e Lucas e la loro vicina Julie trovano un buco senza fondo nel seminterrato della loro casa. Scoprono che non appena si apre il buco, si scatena il male. Con strane ombre nascoste dietro ogni angolo e incubi che prendono vita, sono costretti a ritrovarsi faccia a faccia con le loro paure pi&#249; profonde per mettere fine al mistero del Buco.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;14/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>14/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Ciak, motore, azione..gol!</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=61&amp;art=5793</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Stream%20and%20Download/fuga-per-la-vittoria-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Tra poche ore inizier&#224; il mondiale di calcio 2010, con il Sud Africa padrone di casa che affronter&#224; il Messico. Per l'occasione, abbiamo dunque deciso di dedicare all'evento un omaggio decisamente particolare, ospitando in questa pagina frammenti di film nei quali il cinema si confronta con l'arte della pelota: in alcuni casi si tratta di opere interamente dedicate al calcio, in altri di semplici passaggi in cui viene citato lo sport pi&#249; seguito d'Italia. 
Ci siamo concessi un solo fuori programma, e lo trovate alla fine di questo articolo. 
Con la speranza che questa edizione dei mondiali sia emozionante come un action e imprevedibile quanto un film surrealista, ovviamente... buona visione!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;video&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;11/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>video</category>
			<pubDate>11/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: La fontana dell'amore</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=5790</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/La%20fontana%20dell&#39;amore/La-fontana-dellamo_-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano della commedia romantica La fontana dell'amore, film statunitense di ambientazione romana diretto da Mark Steven Johnson ed interpretato da Kristen Bell, Anjelica Huston, Josh Duhamel e Jon Heder. 
Nelle sale dall'11 Giugno 2010.
 
Beth &#232; una giovane e ambiziosa americana che lavora come curatrice del museo Guggenheim, ma &#232; sfortunata in amore. Durante un soggiorno a Roma, dove si &#232; recata per il matrimonio della sorella, decide di rubare delle monete magiche dalla Fontana di Trevi. Al suo ritorno a New York si ritrova inseguita da una folla di corteggiatori. Tra gli spasimanti spicca l'affascinante Nick, cronista che sembra conquistare il cuore della ragazza, ma lei si chieder&#224;: &#232; vero amore o &quot;solo&quot; magia?&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>10/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: Il padre dei miei figli</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=5778</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/In%20sala/Il%20padre%20dei%20miei%20figli/il-padre-dei-miei-figli-cover80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano de Il padre dei miei figli, film intimista sul difficile mestiere del produttore cinematografico diretto con mano sensibilissima dalla regista Mia Hansen-L&#248;ve. Nel cast anche la nostra Chiara Caselli. 
Nelle sale dall'11 Giugno 2010.
 
Gr&#233;goire Canvel ha tutto quello che un qualsiasi uomo vorrebbe avere. Una moglie che ama, tre meravigliosi figli e un lavoro che lo stimola. Sembra invincibile ma uno stuolo di nubi sono all'orizzonte e l'uomo &#232; costretto, forse per la prima volta in vita sua, a guardare in faccia la realt&#224;...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>09/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: Il tempo che ci rimane</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=3&amp;art=5763</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/5/5/Festival/Cannes/Concorso/The%20Time%20That%20Remains/The-time-that__-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano de Il tempo che ci rimane, pellicola che mescola toni drammatici e da commedia surreale diretta ed interpretata dal regista di origine palestinese Elia Suleiman, ambientata nella sua terra senza pace. 
In concorso al Festival di Cannes 2009 il film esce nella sale italiane a Giugno 2010.
 
Fuad, membro attivo della resistenza palestinese, &#232; alla ricerca di suo figlio. Il suo viaggio interiore coincide con il percorso verso la creazione dello stato d'Israele dal 1948 ai giorni nostri. La sua vicenda ci porta ad interrogarci su un fatto politico e storico importantissimo e il protagonista si chiede se &#232; lui a portare la Palestina con s&#233; o &#232; la Palestina che lo porta nel resto del mondo?&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;stream and download&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>stream and download</category>
			<pubDate>06/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Italia (de)genere - La nuova onda</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=61&amp;art=5744</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Stream%20and%20Download/Italia%20degenere/eaters-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Da troppi anni si parla di una possibile rinascita del cinema di genere in Italia. Era l'argomento all'ordine del giorno al Lido di Venezia nel settembre del 2004, quando la Mostra ospit&#242; la mastodontica retrospettiva Italian Kings of the B's, ma non successe nulla. In quell'edizione del festival venne presentato in anteprima anche Occhi di cristallo, thriller di Eros Puglielli che guardava con deferenza alla golden age del nostro cinema: la distribuzione in sala fu un completo disastro, e Puglielli fu costretto a rifugiarsi nell'uscita in Home Video per il successivo AD Project (stesso destino toccato in sorte ad Alex Infascelli e al suo H2Odio). Di anno in anno si &#232; continuato a rimandare il ritorno in auge dei nipotini di Argento, Bava, Deodato, Fulci, Margheriti e via discorrendo, senza rendersi conto che in realt&#224; nel sottobosco invisibile dell'indipendenza e dell'autoproduzione il tanto sospirato ritorno era gi&#224; iniziato! Anche parlando di Shadow, l'ottimo film di Federico Zampaglione mandato al macello dalla distribuzione e dagli esercenti, in pochi hanno avuto la voglia (o la capacit&#224;) di spostare lo sguardo un po' pi&#249; in l&#224;. Nell'ultimo numero di Nocturno Pierpaolo De Sanctis ha curato una bella mappatura dell'underground nostrano, alla quale abbiamo contribuito con un paio di interventi. Questo piccolo spazio vuole essere l'ulteriore contributo di CineClandestino alla causa del cinema &quot;disperso&quot; italiano: vi proponiamo infatti nove tra teaser e trailer di film indipendenti di (vario) genere. Alcuni, come Villa di Calogero Venezia, hanno gi&#224; ricevuto il loro battesimo in una proiezione ufficiale; altri, come l'opera seconda di Gabriele Albanesi Nelle fauci di Ubaldo Terzani, sono in fase di post-produzione; altri ancora, infine, devono ancora affrontare l'iter delle riprese (Beware of the Dog di Giovanni Bufalini, di cui finora &#232; stato girato solo lo splendido teaser che trovate qui sotto).
Manca ovviamente molto, dall'ultimo, eccezionale, Lorenzo Bianchini (Occhi) al folle home-made La grata dei &quot;poveranici&quot; Fabio Morichini e Matteo Sapio, per non parlare delle produzioni degli ultimi tre/quattro anni. Ma ci sar&#224; tempo anche per loro, prossimamente. 
Vi avranno anche detto che l'horror, il thriller, la fantascienza, il fantasy, lo splatter, in Italia non hanno un terreno fertile su cui attecchire, ma si sbagliavano. E di grosso. Vedere per credere!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;video&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>video</category>
			<pubDate>03/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: Il segreto dei suoi occhi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=5750</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/In%20sala/Il%20segreto%20dei%20suoi%20occhi/Il-segreto-dei-suoi-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano de Il segreto dei suoi occhi, thriller con venature noir di produzione argentina diretto da Juan Jos&#233; Campanella ed interpretato da Ricardo Darin e Soledad Villamil. 
Nelle sale dal 4 Giugno 2010.
 
Benjam&#237;n Esposito, ex pubblico ministero della Procura di Buenos Aires ormai in pensione, decide di rispolverare l'antica passione per la scrittura. Nello scegliere il soggetto a cui ispirarsi per il suo romanzo, l'uomo preferisce attingere alla sua storia professionale piuttosto che affidarsi all'inventiva. Ritorna dunque nel palazzo di Giustizia e chiede a Irene, la sua superiore ancora in servizio, di ridiscutere un controverso caso di violenza sessuale e omicidio consumatosi nella capitale argentina nel 1974, quello della ventitreenne Liliana Coloto. Il tentativo di cancellare l'oblio sul crimine inevitabilmente far&#224; riemergere antiche questioni taciute per troppi anni.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>03/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: Saw VI</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=5749</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/In%20sala/Saw%20VI/Saw-VI-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano di Saw VI, ennesimo capitolo della saga horror dedicata alla mente crudelmente raffinata di Jigsaw, che continua a colpire anche dalla prigione. La regia &#232; di Kevin Greutert, mentre nel cast troviamo, oltre alla maschera di Tobin Bell, anche Costas Mandylor e Mark Rolston. 
Nelle sale dal 1 Giugno 2010.
 
Dopo la morte dell'Agente Speciale Strahm, &#233; il Detective Hoffman che lo sostituir&#224; nel piano di Jigsaw. L'FBI, continuando ad indagare, costringer&#224; per&#242; Hoffman ad uscire allo scoperto ed un suo passo falso metter&#224; i federali nelle condizioni di risolvere il caso...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;01/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>01/06/2010</pubDate>
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			<title>Eastern Plays</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=10&amp;art=5906</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/AltroCinema/Eastern%20Plays/Eastern-Plays-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Diciamolo subito: Eastern Plays &#232; un film che difficilmente si dimentica. Kamen Kalev, al suo primo lungometraggio, racconta la storia di due fratelli, Christo &amp;#8220;Itso&amp;#8221; e Georgi, di generazioni diverse, in una Sofia attuale che &#232; intollerante, senza speranza e che mostra le radici di un sistema politico e culturale oltremodo razzista e malato, che altro non riesce a fare se non portare disperazione nei pi&#249; giovani e frustrazione negli anziani. 
Non c&amp;#8217;&#232; nessun clich&#233; in Eastern Plays. Questo ritratto dal tono documentaristico ci mostra da una parte Itso, l&amp;#8217;artista frustrato che si aliena nelle droghe e nell&amp;#8217;alcol, insoddisfatto della sua vita e che non riesce neanche a trovare conforto nella sua relazione con Niki, una giovane attrice. Dall&amp;#8217;altra Georgi, che si ribella contro dei genitori oppressivi e si unisce ad un gruppo neonazista, pagato dai politici del governo per fomentare disordini nella apparentemente tranquilla Sofia. 
Proprio questa &#232; la citt&#224; dove il regista e il suo amico Christo Christov (attore e protagonista  nel film) sono cresciuti e dove si sono ritrovati da adulti dopo diversi anni. Kalev voleva da tempo girare un film incentrato sulla figura di Christo e ha cos&#236; scritto una sceneggiatura dove alcuni aspetti della vita reale del conoscente si sono intrecciati ad elementi completamenti inventati. Molte scene sono state girate in quegli stessi luoghi in cui &amp;#8220;Itso&amp;#8221; aveva vissuto: dall&amp;#8217;appartamento alle strade e i bar che frequentava, fino al posto dove lavorava. Anche la ragazza che nel film &#232; la sua fidanzata, Niki, era in realt&#224; la sua partner. Fin da subito Kalev pensava che sarebbe stato difficile trovare qualcuno in grado di interpretare quella parte e alla fine ha pensato di chiedere proprio a Christo di impersonare se stesso. In questo modo molti aspetti della sua personalit&#224;, cos&#236; come la sua presenza fisica e il suo spontaneo anticonformismo, sono stati catturati dalla macchina da presa per come sono veramente. Il regista ha potuto dunque intrecciare improvvisazione e spontaneit&#224; con gli elementi narrativi, e una delle scene memorabili dove questo risalta meglio &#232; sicuramente quella in cui Christo va dallo psichiatra che lo segue nella sua disintossicazione. Le sue parole sincere sul proprio stato d&amp;#8217;animo, sulla tossicodipendenza, sulla sua insoddisfazione non facevano parte della sceneggiatura iniziale di Eastern Plays.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altrocinema&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altrocinema</category>
			<pubDate>12/07/2010</pubDate>
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			<title>Dog Sweat</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5898</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/AltroCinema/Dog%20Sweat/Dog-Sweat-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il cinema in Iran non &#232; sicuramente un&amp;#8217;arte ben apprezzata e quel poco che riesce ad emergere subisce la censura di un governo fondamentalista, opprimente e conservatore. Dog Sweat, il primo lungometraggio di Hossein Keshavarz, &#232; un&amp;#8217;eccezione e riesce finalmente a mostrarci con uno stile tutto fondato sul cosiddetto &amp;#8220;cinema v&#233;rit&#233;&amp;#8221; il modo in cui vivono i giovani  di oggi in una citt&#224; come Teheran. 
Nonostante i divieti, il film &#232; stato girato clandestinamente, prima delle elezioni del 2009 e ci fa riflettere su come, in realt&#224;, i giovani iraniani abbiano la voglia di ribellarsi e cambiare le cose nel loro paese; purtroppo molto spesso sono costretti ad accettare compromessi e rendere muta quella flebile voce rivoluzionaria che hanno dentro di loro. I personaggi di questo piccolo capolavoro hanno vite separate che spesso si sfiorano e rappresentano esperienze molto differenti. Il regista ha dichiarato di aver usato molteplici punti di vista, seguendo lo stile narrativo adottato da Robert Altman in America Oggi (Short Cuts), per permettere ad ogni protagonista di mettere in luce la le diverse facce della societ&#224; iraniana.
Ognuno cerca di bilanciare la sua vita tra l&amp;#8217;entusiasmo e voglia di realizzare i propri desideri personali, nonch&#233; la necessit&#224; d fare &amp;#8220;la cosa giusta&amp;#8221; per soddisfare la famiglia e sottostare alle istituzioni.
Il regista, che si &#232; laureato in America, ripropone alcuni suoi aspetti biografici nel personaggio di Dawood, che al ritorno dagli Stati Uniti, si ritrova come uno straniero nel proprio paese. Keshavarz, attraverso il suo film, vuole anche modificare l&amp;#8217;immagine delle donne iraniane, che non sono frustrate dall&amp;#8217;obbligo di portare il velo ma dal non avere la libert&#224; di poter andare all&amp;#8217;universit&#224;, fare il lavoro che pi&#249; gli piace o sposare la persona che veramente amano. E&amp;#8217; il caso di Masha che vorrebbe fare la cantante pop mentre invece la madre la vuole sposata con un uomo ricco e madre di famiglia. Masha crede nel suo talento ma &#232; costretta a rinunciare al suo sogno quando il suo produttore si tira indietro per la paura di essere scoperti e quindi arrestati. Memorabile &#232; la scena del primo incontro con il futuro marito. Mentre i loro genitori si accordano sulle nozze, Masha e Hooshang scherzano in maniera timida e rassegnata sul destino che li aspetta. Anche Hooshang non &#232; una persona qualunque: &#232; gay, emarginato dalla societ&#224; e costretto a nascondere la sua relazione e profonda amicizia con l&amp;#8217;amico Homan. Al contrario di quello che il presidente iraniano Ahmadinjad ha dichiarato sull&amp;#8217;inesistenza dei gay in Iran, in Dog Sweat il regista ci mostra invece come ci siano tanti omosessuali che pur di sottostare alle regole, negano la loro vera natura e sono costretti ad avere una doppia vita. Quelle che per&#242; subiscono conseguenze maggiori a livello emotivo sono le donne: molto forte &#232; la scena in cui Katie viene punita quando la madre le trova un preservativo nella borsa. Di l&#236;, sar&#224; rinchiusa in casa perch&#232; considerata una poco di buono mentre il fratello Dawood viene sempre trattato come l&amp;#8217;unico che conta nella famiglia e al quale &#232; permesso divertirsi con le ragazze. In realt&#224; quando decide di voler finalmente consumare con Katherine, la ragazza che frequenta, la loro ricerca per un posto intimo e sicuro dove poter stare in intimit&#224; diventa quasi comica. Non &#232; permesso loro neanche di andare in albergo, dove devono mostrare un documento di matrimonio. Keshavarz mette in rilievo la frustazione di questi giovani, le cui abitudini sessuali sono anch&amp;#8217;esse controllate dal governo, cos&#236; come il loro modo di vestire e l&amp;#8217;interazione tra uomini e donne. I conflitti con la famiglia e la repressione della societ&#224; sono gli ostacoli maggiori e portano spesso a gesti di ribellione molto forti. E&amp;#8217; il caso di Massoud, di famiglia benestante, che distaccato dalla societa&amp;#8217; in cui vive, si rifugia nell&amp;#8217;alcol e nelle droghe. Quando sua madre muore in un incidente stradale, tutto cambia. E&amp;#8217; l&#236; che Massoud si accorge che cosa non funziona nel suo paese: dalle infrastrutture agli ospedali fino alla polizia che si preoccupa di molestare un&amp;#8217;adolescente che porta il rossetto invece di occuparsi della sicurezza stradale dei cittadini. La voce di Massoud &#232; sicuramente quella pi&#249; estremista e quella meno pronta a piegarsi ai voleri del governo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>05/07/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Confessions</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5874</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/AltroCinema/Confessions/kokuhaku-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Schizzato al primo posto del botteghino giapponese gi&#224; dopo un week-end di proiezioni (per poi mantenere saldamente la vetta), Kokuhaku (Confessions) non &#232; solo il film di Tetsuya Nakashima che a livello di pubblico sta riscuotendo pi&#249; successo, ma &#232; probabilmente anche quello meglio riuscito. Dopo le folgoranti esplosioni pop di Kamikaze Girls (2004) e Memories of Matsuko (2006) e il deludente (almeno per chi scrive) Paco and the Magical Book (2008), quest'ultimo lavoro si immerge senza esitazioni e restrizioni di sorta in una zona pi&#249; oscura e cupa, percorso che in parte era gi&#224; presente nel suo lavoro del 2006. Va detto fin da subito che si tratta di un film ad alto budget e accompagnato da un battage pubblicitario battente: e non potrebbe essere altrimenti vista la presenza della nota Takako Matsu, autrice per altro di una buona prova di attrice. Detto ci&#242;, i meriti di Nakashima risultano ancora pi&#249; apprezzabili, soprattutto se si considera la costruzione quasi a spirale del film con l'ossessivo e lento scavo nella psiche dei personaggi e della societ&#224; giapponese stessa. I fatti nella loro crudezza sono tutti, o  quasi tutti se si esclude il finale, esplicati nei primi quarantacinque minuti, composti dalla prima e pi&#249; lunga confessione, quella dell'insegnante Moriguchi. Il resto del film procede per blocchi narrativi scanditi e formati dalle confessioni degli altri protagonisti della storia per andare a comporre una sorta di viaggio all'interno delle radici del male e della violenza. Siamo nell'ambiente della scuola giapponese, ma come ci hanno insegnato anni ed anni di visioni animate, &#232; proprio questo un luogo privilegiato per osservare le dinamiche sociali tout court e lo sviluppo e la degenerazione dei rapporti che intercorrono fra le persone. Ad accompagnare le scene, o meglio a fondersi con esse, c'&#232; una parte sonora che come negli altri lavori del regista, ha un ruolo molto importante. Le musiche ipnotiche sono ad esempio parte integrante della lunga confessione/racconto dell'insegnante, forse la parte migliore di questo Confessions. Particolarmente azzeccata, anche se talvolta invadente, ci &#232; sembrata inoltre la scelta di usare Flowers dei Radiohead (1) nel proseguio dell'opera per punteggiare alcune delle scene pi&#249; drammatiche. Affrontando un film di Nakashima non si pu&#242; non parlare del suo inconfondibile ed eccessivo stile visivo che caratterizza tutte le opere. Anche qui sbocciano un profluvio di stili, filtri e angolature diverse, frequenti immagini del cielo si incrociano a scene realizzate riprendendo uno specchio convesso; &#232; frequentissimo inoltre l'uso della slow motion, compreso il folgorante inizio con la rappresentazione della caotica attivit&#224; degli studenti in classe.  Il ritmo narrativo &#232; molto alto, i centosei minuti del film passano davvero in un baleno, i titoli di testa, come gi&#224; in Love Exposure di Sion Sono, partono dopo i primi tre quarti d'ora, al termine della confessione della professoressa per poi lasciare spazio alle confessioni degli altri protagonisti. 
&#200; un film cupo che ben poco lascia alla speranza ed &#232; anche un'opera in cui, diversamente da altri suoi lavori, Nakashima ci mostra molta violenza fisica, spesso sublimata. Qui forse giace uno dei limiti di Confessions, quando la tecnica e l'effetto cio&#232; prendono un po' troppo il sopravvento lasciando che la storia si sfilacci, anche quando le poche parti comiche presenti nel film non riescono a fondersi bene con l'elemento narrativo. La tensione per&#242; ritorna prepotentemente per il finale, chiaro omaggio, almeno cos&#236; l'abbiamo interpretato noi, alla liberatoria e pinkfloydiana esplosione in Zabriskie Point di Antonioni.
Ci&#242; che ci &#232; piaciuto maggiormente del film sono le tematiche affrontate, che seppur a prima vista apparentemente banali, il film riesce a presentarci in modo complesso e doloroso nella sua crudezza. Sbagliato sarebbe limitare la portata dei temi affrontati solo nell'ambito scolastico: in verit&#224; alcuni sono presenti, specialmente se ci si accontenta di uno sguardo di superficie, come il bullismo o il fenomeno degli hikikomori (2)  Uno dei meriti del film invece &#232; proprio quello, come si diceva all'inizio, di riuscire ad andare fino in fondo, di analizzare provenienza e origine di questi fenomeni, o meglio di demolire le barriere che denominano questi stessi fenomeni come tipicamente adolescenziali. Dall'inizio alla fine, a soffrire ed essere traumatizzati e incapaci a vivere sono soprattutto gli adulti, le ferite aperte nella psiche dei tre adolescenti protagonisti del film sono anche le stesse, magari nascoste da una facciata di maturit&#224;, che tormentano gli adulti. Non c'&#232; salvezza nel film, tutti sono in maniera maggiore o minore, portatori di una parte oscura, di una gratuit&#224; del male che &#232; lampante non tanto nel caso pi&#249; eclatante dei due assassini della piccola, ma nella cattiveria del bullismo di tutti gli studenti, tutti. L'unica cosa che rimane da fare &#232; allora urlare a squarciagola, cos&#236; come fanno molti dei protagonisti, un grido che viene dal profondo e che riveli la tragica impasse in cui si &#232; invischiati. Non esiste  purezza, forse solo la figlioletta di Moriguchi si salva ed &#232; per questo che diviene l'elemento sacrificale, tutti gli altri sono sempre portatrici di una malvagit&#224; che sembra una parte ineliminabile dal nostro essere umani. &#232; in questo contesto allora che l'adolescenza &#232; il periodo in cui questo doloroso paradosso si mostra in tutta la sua pesantezza e in tutta la sua sconvolgente bellezza.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;29/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Matteo Boscarol&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>29/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Hear Me</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5479</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/HearMe/HearMe-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Qual &#232; il valore del silenzio in una societ&#224; come quella contemporanea, affollata di suoni, voci, rumori? Qual &#232; la concezione moderna di dialogo, sospeso fra comunicazione verbale e non? Il nuovo millennio propone nuovi stimoli per la riflessione sulle modalit&#224; di approccio interpersonale, ispirato dallo sviluppo delle tecnologie e da una progressiva evoluzione del fenomeno comunicativo. Il cinema, specchio delle incertezze e del desiderio di conoscenza dell&amp;#8217;uomo, non si esime dal confronto fra modernit&#224; ed elemento umano, concentrandosi sul complesso ruolo giocato dall&amp;#8217;handicap in una societ&#224; che spesso sembra non riuscire a comprendere la &amp;#8220;diversit&#224;&amp;#8221; e a valutarla con il dovuto rispetto, latrice di un diffuso senso di inadeguatezza nel confronto. 
Hear Me, accolto in patria con grande entusiasmo dal pubblico, ha costruito il proprio successo grazie a un considerevole spettro di suggestioni potenzialmente intriganti per un ricco mosaico di spettatori: commedia sentimentale sulla giovent&#249; e sulla convivenza con l&amp;#8217;handicap, il film &#232; il terzo lungometraggio di Cheng Fen-Fen, nome in ascesa nel firmamento del cinema taiwanese, regista che oltre ad aver firmato diversi lavori destinati al grande schermo non ha disdegnato il mercato televisivo. 
Il film, senza concentrarsi sul rapporto interpersonale negli &amp;#8220;anni duemila&amp;#8221;, si limita a suggerire uno spaccato di quotidianit&#224; dove i sentimenti, le emozioni e le pi&#249; semplici informazioni di routine sono necessariamente trasferite attraverso linguaggi che vanno al di l&#224; della parola. 
Tian Kuo lavora come fattorino nell&amp;#8217;attivit&#224; ristoratrice dei genitori, coppia burbera ma amorevole: durante una delle sue consegne presso una piscina dove si allenano atleti non udenti il giovane conosce Yang Yang, ragazza volenterosa e lavoratrice che si impegna a 360&#176; per sostenere il talento agonistico della sorella Xiao Peng che coltiva il sogno delle olimpiadi. Il prevedibile innamoramento dei giovani coinvolger&#224; i protagonisti in una girandola di emozioni, incertezze e difficolt&#224;. 
La regista affronta la tematica dell&amp;#8217;handicap e delle pari opportunit&#224; trasportando sulla pellicola una vicenda lineare nel suo sviluppo, tanto prevedibile da lambire i confini della banalit&#224;. Malgrado le pregevoli premesse infatti, il progetto appare stentato e poco ispirato, vittima di una stereotipizzazione filo-occidentale che non rende giustizia ai positivi presupposti: Hear Me infatti si sviluppa sul modello bifronte che da un lato trae spunti dai classici teen-age movie, dall&amp;#8217;altro punta a far leva sulle introspezioni emotive di un cinema pi&#249; intimista e di riflessione. Il risultato si dimostra ricco di scompensi ritmici e di incertezze narrative, in gran parte ereditate da uno script che appare lacunoso e debole: a dispetto infatti dell&amp;#8217;esperienza di sceneggiatrice della regista (che annovera nel suo curriculum anche una vittoria per la migliore sceneggiatura all&amp;#8217;Asian First Film Festival di Singapore) il film si presenta come un catalogo di buoni sentimenti non supportati da un valido impianto narrativo. L&amp;#8217;approccio al racconto &#232; infatti profondamente segnato da una disarmante ingenuit&#224; che si riflette nei tanti difetti della pellicola, fra le quali spiccano non solo le incoerenze espositive e i gi&#224; citati vuoti e gap di scrittura, ma anche ingiustificate omissioni narrative che inficiano elementi strutturali del racconto.
Cheng Fen-Fen cerca di dare un taglio &amp;#8220;emotivo&amp;#8221; al film, suggerendo una lettura classica e romantica del genere &amp;#8220;rosa&amp;#8221;: l&amp;#8217;amore travagliato dei due protagonisti si colora delle sfumature pastello della giovent&#249; ma la scarsa spontaneit&#224; delle situazioni proposte sembra atrofizzare ogni possibile empatia. Tian Kuo e Yang Yang sono figure prive di tridimensionalit&#224; e l&amp;#8217;artificiosit&#224; dei loro atteggiamenti e dei loro approcci trasforma la descrizione della loro storia in un&amp;#8217;esasperante escalation verso l&amp;#8217;involontaria comicit&#224;.
Hear Me &#232; un film profondamente imperfetto che si impantana nel difficile terreno della rappresentazione emotiva e personale: Cheng Fen-Fen fallisce nel tentativo di cesellare le personalit&#224; dei personaggi e non riesce a fornire una lettura convincente del rapporto fra giovent&#249; ed handicap. La sordit&#224; sembra quindi diventare quasi un pretesto nello sviluppo di una narrazione scomposta, dove il &amp;#8220;non-detto&amp;#8221; esercita una sovranit&#224; spiazzante ed eccessiva. Se quindi lo sviluppo della sceneggiatura risulta decisamente poco affascinante, la resa visiva di Hear Me si presenta davvero come una piacevole sorpresa: la Taipei di Hear Me &#232; una citt&#224; dai molteplici volti, dove il rumore e il caos dei mercati rionali si affianca all&amp;#8217;algida eleganza dei grattacieli della scintillante downtown. 
Cheng Fen-Fen alle prese con un progetto impegnativo non si dimostra forse sempre all&amp;#8217;altezza delle aspettative, ma non manca di regalare allo spettatore una parentesi di leggerezza: senza inseguire infatti i modelli del cinema di indagine sociale, Hear Me si affida a una chiave di lettura pi&#249; semplice (e superficiale) addentrandosi con convinzione nel raggio della commedia prevedibile nella sua sdolcinatezza ma capace di rifuggire ogni forma di &amp;#8220;arroganza espositiva&amp;#8221;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>24/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>The Dreamer</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5460</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/the%20dreamer/TheDreamer-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;A un anno di distanza dall'uscita in sala di The Rainbow Troops, il film che sanc&#236; l'incoronazione di Riri Riza da parte del pubblico cinematografico indonesiano, il regista nativo di Makassar torna a confrontarsi con la penna di Andrea Hirata e (di conseguenza) con la storia dell'Indonesia degli ultimi venticinque anni. The Dreamer &#232; infatti il secondo capitolo della trilogia letteraria nella quale Hirata ha condensato le proprie memorie e le proprie nostalgie. Cos&#236;, mentre in The Rainbow Troops si operava una regressione fino all'infanzia del romanziere, raccontata con sguardo elegiaco eppur mai eccessivamente condiscendente, The Dreamer trascina gli spettatori fino all'adolescenza del protagonista Ikal. I primi amori, le disavventure scolastiche, l'utopico desiderio di riuscire a raggiungere l'Europa per proseguire gli studi nelle aule prestigiose della parigina Sorbona; tutto vissuto insieme agli immancabili compagni di bisbocce Arai (che dopo essere rimasto orfano &#232; stato praticamente adottato dalla famiglia di Ikal) e Jimbron. 
Riri Riza subisce, com'era forse persino inevitabile, il fascino discreto del coming of age, racconto di formazione che per buona parte del suo naturale sviluppo segue in maniera a tratti persino pedissequa la prassi del genere: quello che era con ogni probabilit&#224; l'unico &amp;#8220;difetto&amp;#8221; - il virgolettato &#232; d'obbligo &amp;#8211; di The Rainbow Troops, ovvero l'incapacit&#224; di quando in quando, di non lasciarsi assoggettare da pratiche narrative letteralmente abusate nel corso degli anni dalla storia del cinema, torna dunque a mostrare il proprio volto anche nel corso di The Dreamer. Non che ci sia nulla di particolarmente sbagliato in questo, ma &#232; indiscutibile che Riza sembri vivere non sempre a proprio agio la necessit&#224; di portare a termine un prodotto strettamente popolare. C'&#232;, nascosto tra le pieghe del suo approccio registico, uno scarto ulteriore, impeto di rivolta che &#232; quello a ben vedere che si pu&#242; rintracciare negli occhi di Ikal e dei suoi amorevoli scherani, quasi che il successo clamoroso raggiunto in patria dal primo capitolo della trilogia (si sta parlando del pi&#249; grande incasso degli ultimi dieci anni a Jakarta e dintorni) sia stato digerito solo in parte. Non &#232; certo un caso che The Dreamer abbia incassato in patria molto meno del suo predecessore, pur registrando un risultato finale tutt'altro che trascurabile, con due milioni e passa di indonesiani a invadere le sale sparpagliate nell'arcipelago: laddove The Rainbow Troops parlava, con la messa in scena di un universo infantile e il suo sguardo nostalgico all'educazione musulmana, tanto agli abitanti di Giava quanto a quelli di Sumatra, Kalimantan e Sulawesi. Un racconto edulcorato e positivista, che poteva facilmente far leva sui sentimenti di un popolo che sta ancora cercando di riprendersi, a distanza di un decennio dalla sua caduta, dai trentadue sanguinosi anni di dittatura di Haji Mohammad Suharto (che dopo aver preso il potere nel 1967 inizi&#242; una guerra interna contro tutti gli elementi intellettuali, sociali e politici vicini al pensiero comunista, che port&#242; all'atroce sterminio di pi&#249; di un milione di persone). 
Diverso il discorso per The Dreamer: coerente con la crescita del suo protagonista, il secondo capitolo &#232; un bildungsroman decisamente meno incline alla rappacificazione a ogni costo. Il terzetto di amici si confronta finalmente con il mondo adulto, iniziando a comprenderne ipocrisie, contraddizioni e vizi; Riza non si nasconde dietro i falso velo del buonismo, ma affronta di petto gli umori di questi adolescenti che credono nel potere della poesia e sognano l'Africa e l'Europa come se stessero parlando della terra di Bengodi. Ed &#232; proprio sotto questo aspetto che il film acquista un valore che lo eleva, a conti fatti, anche al di sopra dell'episodio precedente: colto da afflato lirico, Riza si allontana ogni tanto dal rigore che caratterizza l'evoluzione narrativa della vicenda, per soffermarsi su dettagli apparentemente superflui del mondo che circonda i protagonisti. Memore della propria esperienza come assistente di set di Garin Nugroho &amp;#8211; il massimo cineasta indonesiano contemporaneo &amp;#8211;, Riza mescola la ricostruzione d'epoca a vere e proprie pratiche di vagheggiante surrealismo. E non si sta qui necessariamente facendo riferimento alla palese e divertita citazione felliniana che accompagna una delle sequenze pi&#249; significative della pellicola &amp;#8211; l'incontro del protagonista con il sesso, ma ancor pi&#249; con le annaspanti costrizioni della morale &amp;#8211; quanto a quelle improvvise stasi del racconto in cui la macchina da presa abbandona la sua apparente missione popolare per raccontare ci&#242; che troppo spesso &#232; reso invisibile agli occhi dello spettatore. Un apparentemente inutile campo lungo sulla campagna indonesiana, o un tuffo nello stordente azzurro del mare.
The Dreamer non &#232; un film perfetto, ma l'impressione &#232; che la trilogia stia crescendo tassello dopo tassello, raccontandoci con sempre maggior forza quel mondo che non &#232; tangibile, ma esiste nel furore (adolescente?) dell'immaginazione. Alcuni lo chiamano sogno, per Riza &#232; cinema. Tanto di cappello.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;22/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>22/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Ip Man 2</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5443</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/Ip%20Man%202/ip-man-2-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Opinione comune piuttosto diffusa pretende che il seguito di un'opera artistica (sia essa cinematografica, letteraria o quant'altro) difficilmente possa raggiungere il livello del proprio predecessore. Se qualcuno nutriva in cuor suo la speranza che tale assioma venisse prontamente smentito dal secondo capitolo delle avventure di Yip (o Ip) Man, sar&#224; con ogni probabilit&#224; rimasto deluso. Il fatto &#232; che, al di l&#224; di ogni considerazione sul sistema produttivo hongkonghese contemporaneo, non si sentiva realmente la necessit&#224; di approfondire ulteriormente il rapporto con colui che fu maestro, tra gli altri, di un giovanissimo Bruce Lee: Ip Man, che era stato proiettato durante l'ultimo giorno dell'edizione 2009 del Far East Film Festival tra gli applausi, narrava una parabola umana perfettamente conclusiva, parziale ma pregna di una propria morale netta e riconoscibile. Insomma, che qualcuno si prendesse la briga di raccontare anche il dopoguerra di Ip Man e della sua famiglia, davvero non appariva come una priorit&#224;: ma gli incassi stratosferici al botteghino, con pi&#249; di venticinque milioni di dollari hongkonghesi raggranellati nel corso del 2008l hanno fatto s&#236; che il team capitanato da Wilson Yip si lanciasse senza un attimo di tregua in questa seconda avventura produttiva.
Al timone del comando &#232; rimasto saldamente Wilson Yip, giunto oramai alla diciannovesima regia della sua quindicinale carriera (iniziata nel 1995 con 01:00 AM), e insieme a lui &#232; stata confermata gran parte della troupe tecnica, dallo sceneggiatore Edmond Wong al compositore Kenji Kawai. L'intenzione, piuttosto palese, &#232; quella di creare un legame identificativo immediato tra i due film: se questo avviene, per&#242;, &#232; esclusivamente da un punto di vista spettacolare. Ip Man 2, che trascina la propria azione da Foshan, citt&#224; natale di Ip, fino a Hong Kong, si sviluppa narrativamente in forma sola ed esclusiva per accumulazione di combattimenti: tutto ci&#242; che nel primo capitolo coinvolgeva lo spettatore, vale a dire la lotta contro l'occupante giapponese, la dolorosa tragedia della Seconda Guerra Mondiale anticipata dall'idilliaco periodo pre-bellico, la straordinaria storia d'amore coniugale tra Ip e la propria consorte, svanisce in Ip Man 2 con la stessa velocit&#224; dei pugni che il protagonista assesta a destra e a manca. Volendo semplificare la questione, si potr&#224; far notare come in fase di sceneggiatura si sia solamente scelto di sostituire un occupante (il Giappone) a un altro (il Regno Unito, di cui Hong Kong fu protettorato fino all'handover del 1997), spinti dal desiderio di portare in scena un &amp;#8220;nemico&amp;#8221; che fosse immediatamente riconoscibile dal pubblico. Un'operazione retorica francamente stantia, che tra l'altro si risolve in una mezza disfatta, visto che da un punto di vista empatico una cosa &#232; mostrare le angherie di una polizia all'interno di una nazione democratica &amp;#8211; almeno all'apparenza &amp;#8211; e in periodo di pace, ben altra &#232; invece portare in scena un'occupazione militare crudele e sanguinosa svolta durante una guerra mondiale. Il risultato &#232; che il villain di turno, il bieco pugile britannico The Twister (interpretato da un monocorde e inespressivo Darren Shahlavi), finisce ben presto per diventare un'insopportabile macchietta, tale e ingiustificabile &#232; la crudelt&#224; e il razzismo che esprime in ogni sua minima battuta. Il dipanarsi della storia, che da principio sembra voler raccontare le difficolt&#224;, tra l'altro enormemente romanzate, trovate sulla propria strada dal maestro di arti marziali una volta approdato a Hong Kong, inizia invece di colpo ad accelerare verso l'inevitabile scontro sul ring del protagonista con il rivale occidentale. Una scelta discutibile, che fa perdere al film tutta la drammaticit&#224; e la partecipazione che venivano costantemente alla luce nel corso di Ip Man.
Fortunatamente a sollevare le sorti di un prodotto che altrimenti avrebbe corso il serio rischio di scadere nella pi&#249; retriva mediocrit&#224;, arrivano le coreografie dei combattimenti, sempre all'altezza delle aspettative (compreso la sfida finale sul ring), e il bell'incipit, maggiormente riflessivo e in cui l'ironia fa capolino in pi&#249; di un'occasione, colpendo ripetutamente il bersaglio. Il cast come al solito si mette a completo servizio della storia, e se Donnie Yen si conferma perfetto per il ruolo di Ip Man, e nel corso della pellicola fanno la loro comparsa alcuni dei personaggi apparsi nel primo episodio &amp;#8211; spesso in maniera rabberciata, vedere per credere Simon Yam, il cui personaggio viene inserito a forza nella storia, e in modo fin troppo didascalico &amp;#8211; il vero pezzo da novanta &#232; la comparsa in scena di Sammo Hung, da quasi cinquant'anni sugli schermi hongkonghesi. Il suo personaggio, quello del maestro Hung, &#232; forse l'unico dotato di una qualche completezza, e la splendida sfida di abilit&#224; che lo vede protagonista insieme a Ip e agli altri maestri, con l'imperativo di rimanere saldi su di una tavola, vale da sola la visione di questo film. Un pezzo di bravura tale, da un punto di vista registico, coreografico e attoriale, che salva in pieno un film altrimenti deludente, indegno seguito di un'epopea che aveva scatenato passioni ben pi&#249; che giustificate. 
Anche se la divertente apparizione in scena di un Bruce Lee tredicenne potrebbe far venire il dubbio di un terzo episodio. Chiss&#224;...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;17/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>17/06/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>City of Life and Death</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5408</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/City%20of%20Life%20and%20Death/City%20of%20Life%20and%20Death-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Gli storici cinesi parlano di 300.000 morti. Quelli di parte nipponica, ovviamente, tendono ad abbassare il tiro, contenendo la cifra tra i 100.000 e i 200.000 caduti. La contabilit&#224; del dolore, come sempre in questi casi, aggiunge un tocco straniante e perverso a episodi che hanno gi&#224; nel loro DNA picchi di degenerazione totale, ed inaudita violenza. Anche in considerazione di un fatto: il cosiddetto &amp;#8220;Massacro di Nanchino&amp;#8221;, compiuto dalle truppe di occupazione giapponesi tra il 1937 e il &amp;#8217;38, avvenne secondo modalit&#224; particolarmente crudeli e raccapriccianti. Gli orrori si susseguirono colpendo indiscriminatamente militari e civili, in quella escalation di terrore diffuso che abbracci&#242; in poco tempo tutta la citt&#224;, gi&#224; capitale della nazione cinese. Fucilazioni di massa. Esecuzioni programmate con metodi barbari. Teste dei nemici appese agli angoli delle strade. Donne prima stuprate e poi trucidate. Altre selezionate per intrattenere schiere di occupanti nei bordelli militari, e ridotte cos&#236; a stracci. Neonati scaraventati fuori dalle finestre. Insomma, l&amp;#8217;aneddotica a riguardo &#232; piuttosto varia e dettagliata.
Il rischio, con un tema cos&#236; delicato (e gi&#224; trattato dai media cinesi, nel recente passato, senza la dovuta sensibilit&#224;), era che ne uscisse fuori l&amp;#8217;ennesimo melodrammone propagandistico, roboante e patriottico, in cui le vicende umane fossero usate a pretesto per posticce commemorazioni. Qualcosa di simile alla rievocazione della vittoria di Mao in The Founding of a Republic di Han Sanping e Huang Jianxin, per intenderci. Fortunatamente il cineasta Lu Chuan, che con The Missing Gun (2001) aveva gi&#224; compiuto un pi&#249; che valido esordio nel lungometraggio, ha dimostrato di voler perseguire in The City of Life and Death una strada del tutto differente, riducendo al minimo indispensabile gli orpelli nazionalisti (abilmente compressi in alcuni dialoghi) e dando vita a una messa in scena persuasiva, possente, indubbiamente tragica. Folgorante e cupo, il bianco e nero usato magistralmente da Lu Chuan e dal direttore della fotografia Cao Yu riesce ad introdurre sin dalle prime sequenze quella cappa funerea in cui i tragici eventi verranno incastonati ad uno ad uno. Minuziosamente. Preparate benissimo sono, ad esempio, le scene degli ultimi scontri per la difesa della citt&#224;. Nanchino come una Stalingrado d&amp;#8217;oriente: scontri feroci tra le macerie, cecchini appostati in luoghi insospettabili, mezzi blindati che irrompono in strade dissestate e deserte facendo fuoco sulle residue sacche di resistenza, grappoli di civili inermi asserragliati nelle chiese, rappresaglie di sconvolgente ferocia. Praticamente, l&amp;#8217;Inferno. E nell&amp;#8217;accavallarsi di gironi infernali forgiati dallo spietato e fascistoide militarismo nipponico, si distinguono quelle testimonianze particolare che Lu Chuan, autore anche della sceneggiatura, intende elevare ad emblema della tragedia. Da un lato emerge la fierezza del giovane generale Lu (Liu Ye), tra gli ultimi ad arrendersi, che negli attimi precedenti lo sterminio suo e di altri soldati cerca di conservare intatta la dignit&#224;, infondendo anche quel tanto di calore umano al bambino combattente in procinto di essere giustiziato con gli altri. Altrettanto significativa la figura del tedesco John Rabe, personaggio realmente esistito che, insieme ad altri stranieri, si impegn&#242; per salvare un numero di vite umane, che fosse il pi&#249; alto possibile; e se la parabola di Rabe presenta vistose analogie con quella di Oskar Schindler, i tentativi di mediazione e il sacrificio del suo segretario sembrano conservare, specie nella scena della fucilazione, echi di Roma citt&#224; aperta.
Inevitabile controcampo, il bestiario degli invasori giapponesi risulta affrescato con notevole acume, mettendo cio&#232; insieme personaggi sadici, disumani, totalmente privi di scrupoli, ed altri uomini, in realt&#224; rari, che nel corso dell&amp;#8217;occupazione sembrano acquisire consapevolezza dell&amp;#8217;orrore che va compiendosi sotto i loro occhi, fino ad esprimere pi&#249; o meno velate forme di dissenso nei confronti di un simile abominio; tale &#232; il caso del protagonista Kadokawa, soldato che vorrebbe limitarsi a combattere ma che finisce coinvolto, suo malgrado, nella brutale mattanza di civili inermi e prigionieri di guerra. Il sovrapporsi dei diversi punti di vista, intrisi di una umanit&#224; variabile a seconda dei singoli casi, &#232; tra i segreti di un film girato meravigliosamente bene (carrellate da brivido e primi piani di rara intensit&#224; si susseguono senza sosta), che all&amp;#8217;accuratezza della ricostruzione storica giustappone pochi, ma significativi, interventi dall&amp;#8217;effetto straniante. Su tutti la lunga e conturbante sequenza in cui i militari giapponesi si esibiscono per le vie di una citt&#224;, Nanchino, resa sempre pi&#249; spettrale dalla loro presenza, sfoggiando la loro boria di conquistatori con una cerimonia celebrativa, nella quale le percussioni tradizionali rimbombano fino ad assordare gli animi.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>04/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Bodyguards and Assassins</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5437</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/Bodyguards%20And%20Assassins/Bodyguards-And-Assassins-160x100(1).jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Non c'&#232; dubbio che tra i film pi&#249; spettacolari apparsi sul mercato orientale nella passata stagione ci sia il campione d'incassi Bodyguards and Assassins, monumentale co-produzione cino-hongkonghese firmata dal veterano Teddy Chen. Si tratta di una pellicola dal respiro internazionale, concepita con la chiara intenzione di oltrepassare i confini del Paese d&amp;#8217;origine come nel caso de La tigre e il dragone, che in tal senso &#232; stata per generi come il wuxia pian e il dramma epico d'azione un'autentica apripista sul versante dello sdoganamento, al quale poi si sono accodate in massa opere ad ampio respiro e dai budget esorbitanti come quelle che vanno a comporre la trilogia di Zhang Yimou iniziata con Hero e terminata con La citt&#224; proibita. Gli ingredienti sono gli stessi, del resto squadra che vince non si cambia. Il film del regista cinese, che torna dietro la macchina da presa a distanza di quattro anni dal pregevole Wait Til You're Older, non fa sconti, puntando decisamente in alto. Cast imbottito di nomi di richiamo (Donnie Yen, Tony Leung Ka Fai, Eric Tsang e Simon Yam, solo per citarne qualcuno), grande movimento di masse di comparse, set imponenti e curati nei minimi dettagli, caratterizzano, infatti, il film di Chen. 
Il risultato &#232; di discreta fattura, tanto dal punto di vista della messa in scena quanto da quello della narrazione, anche se a proposito del racconto non ci si trova al cospetto di un plot tra i pi&#249; convincenti e solidi degli ultimi decenni. Tratto da fatti realmente accaduti nel lontano 1906, quando le strade di Hong Kong si erano tinte di rosso trasformandosi in un teatro di guerra per permettere che, in nome della Rivoluzione, l&amp;#8217;Imperialismo lasciasse il posto alla libert&#224; e alla Democrazia, Bodyguards and Assassins ha comunque il merito di riuscire a tenere incollati alla poltrona gli spettatori di turno, nonostante qualche passaggio a vuoto di troppo. Questo grazie soprattutto ad un mix calibrato di azione e tensione, supportato da una commistione ben congeniata di registri e generi che spaziano, scivolando fra storia e leggenda, dal thriller politico al martial arts action. Staticit&#224; e dinamicit&#224; si ritagliano quindi momenti precisi e riconoscibili in una pellicola che nella sua interezza appare scissa in due parti ben distinte: una prima, nella quale la descrizione dei fatti e dei luoghi, lo sviluppo drammaturgico degli eventi e la presentazione dei personaggi, si appoggiano completamente sui dialoghi e sulla narrazione; una seconda, nella quale le parole lasciano campo libero all&amp;#8217;azione e alle spettacolari coreografie. Proprio l&amp;#8217;estrema efficacia della componente coreografica, che ha nello stile chirurgico ed esplosivo di Teddy Chen e nel montaggio adrenalinico le colonne portanti, permette al film di coinvolgere la platea fino al suo epilogo. Il men&#249; propone scene sempre diverse per tecnica e caratteristiche, ma tutte accomunate da un notevole impatto visivo, dalla straordinaria gestione e interazione con lo spazio scenico e soprattutto dalla costruzione formidabile del ritmo: l&amp;#8217;immancabile wire work da un lato regala momenti di pulizia e poesia impeccabili per linearit&#224; ed eleganza del gesto, come nel caso dell&amp;#8217;attacco ninja con pioggia di frecce o nel combattimento tra il mendicante armato di ventaglio tagliente e un folto gruppo di attentatori, dall&amp;#8217;altro la &amp;#8220;sporcizia&amp;#8221; della macchina a mano per catturare la brutalit&#224; e la durezza del contatto fisico, che il regista spezza abilmente con pirotecniche fughe in stile parkour, come accade esempio nella lunga sequenza che vede coinvolti il capo degli assassini e una delle guardie del corpo di Sun Yat-sen, a nostro avviso la pi&#249; riuscita del film.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;19/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>19/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Gallants</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5441</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/Gallants/Gallants-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Per tutti quei nostalgici che proprio non riescono e non vogliono togliersi dalla testa quello che la cinematografia hongkonghese (e pi&#249; in generale quella orientale) ha saputo offrire alle platee nel ventennio che va dagli anni Sessanta agli Ottanta per quanto riguarda i cosiddetti kung fu movie, arriva sugli schermi il martial arts action Gallants. &#200; a tutti loro che i registi Clement Cheng e Derek Kwok dedicano questa pellicola, sincero e &quot;romantico&quot; omaggio ad un genere che nel passato ha &quot;partorito&quot; indimenticabili cult e che adesso, purtroppo, arranca regalando rari colpi di coda. Il duo hongkonghese punta diritto al cuore dei fan e firma un film che mescola azione e comicit&#224;, rispettando gli elementi chiave del filone. La chiave comica si fa largo tra le coreografie, dando di fatto origine a un mix tanto caro alla kung fu comedy in stile Jackie Chan, che non tanto tempo fa si &#232; riaffacciata in sala in salsa parodistica grazie a Stephen Chow e al suo Kung Fu Hustle. Motore portante dell'operazione &#232; ovviamente il fattore &quot;nostalgia&quot; e forse proprio per questo che, per far rivivere sullo schermo i bei tempi che furono, gli autori si sono affidati a volti storici del cinema marziale, da Teddy Robin Kwan a Siu-Lung Leung, passando per Kuan Tai Chen, che prestano in maniera ammirevole corpo e anima per interpretare gli arzilli e letali vecchietti.   
Come &#232; logico che sia, sbagliato &#232; cercare e pretendere dal film di Cheng e Kwok l'originalit&#224;.  L'esiguo plot intorno al quale ruota la storia di Gallants &#232; costruito, infatti, sui clich&#233; del genere e su un continuo gioco citazionistico che vuole a tutti i costi spingere lo spettatore a rammentare scene e sequenze perse nel tempo tra gli scaffali degli appassionati. Di conseguenza viene automatico trovarsi a fare i conti con uno script che pi&#249; che alla storia in s&#233; punta sulla rievocazione e sull'intrattenimento puro e semplice. Desiderio di rievocare che nel caso di Gallants si spinge ben oltre il territorio nazionale, attraverso una colonna sonora che fa eco e trae ispirazione da quelle che avvolgevano le immortali immagini dei celebrati &quot;spaghetti western&quot;. L'operazione prosegue poi con la veste grafica scelta dai due registi per confezionare il film, stilisticamente plasmata a immagine e somiglianza di quella che caratterizzava la fonte originale al quale prova a rifarsi. E come una reazione a catena anche tecniche di ripresa e approccio registico finiscono con l'inseguire, purtroppo zoppicando vistosamente, la matrice. A nulla serve l'espediente della sequenza d'animazione usata per mostrare l'artefatto chiarificatore, diversamente da quanto avvenuto con esiti decisamente migliori nel primo Kill Bill per raccontare la triste storia di O-Ren Ishii, se non per provare a spezzare la linearit&#224; cronologica della narrazione.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>13/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Quick Quick Slow</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5435</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/Quick%20quick%20slow/Quick-quick-slow-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Prove di ballo estenuanti e divertenti colpi di scena sono gli ingredienti della commedia danzante in salsa agrodolce Quick, Quick, Slow. La pellicola diretta dal regista cinese Ye Kai, presentata in concorso alla dodicesima edizione del Far East Film Festival, &#232; ascrivibile nella categoria della cosiddetta docu-fiction. Realizzato interamente in digitale, il film &#232;, infatti, un mix calibrato di finzione e interviste, nel quale il regista racconta su piani differenti la scalata al successo di un gruppo scapestrato e fuori allenamento di ballerini in pensione. Ye Kai lascia che i due piani si contaminino a vicenda e il risultato &#232; un'opera ibrida che riesce a colmare le mancanze tecniche e di budget con spunti narrativi e stilistici pi&#249; che apprezzabili. Lo stile documentaristico &quot;sporco&quot; e di pedinamento dei personaggi caratterizza a pieno la parte di finzione, creando cos&#236; un progetto registico chiaro e uniforme. La raccolta di interviste, realizzate dal regista con la tecnica tradizionale del confronto frontale, contribuisce aggiungendo elementi chiave al racconto filmico. Il merito dell'autore &#232; quello di aver preservato una sorta di equilibrio, bilanciando i due registri senza che l'uno prenda mai il sopravvento sull'altro. Sui piatti della bilancia ci sono, infatti, una parte drammaturgica retta su slanci comici e sullo schema classico del film a sfondo ballerino, del quale le filmografie occidentali e orientali (a tal proposito ci fa piacere ricordare un mediometraggio originale e sperimentale nella forma quanto nel contenuto, Dance with Farm Workers del connazionale Wu Wenguang datato 2001, che con Quick, Quick, Slow condivide la piena indipendenza produttiva e creativa) si cibano dall&amp;#8217;alba dei tempi, e una parte altrettanto classica nella forma e nella sua realizzazione, ossia il documentario fatto di interviste. 
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>13/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>The Bugs Detective</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5448</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/The%20Bugs%20Detective/the-bugs-detective-cover160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Sceneggiatore e attore per Takashi Miike, Sakichi Sato &#232; alla sua terza regia per un lungometraggio: The Bugs Detective, commedia che ammicca a elementi fantasy, &#232; un esperimento cinematografico che gioca con il mondo della fiaba e della natura superando i confini delle specie animali e intrecciando l&amp;#8217;esperienza degli esseri umani con quella degli insetti. 
Il film cerca di dare un volto alla degenerazione dell&amp;#8217;uomo, il cui declino viene acclarato enfaticamente con l&amp;#8217;esplosione del municipio di Tokyo: &#232; dai relitti fumanti del passato cittadino che inizia a prendere forma la decostruzione della societ&#224; civile che si rinnova sul modello delle micro-comunit&#224; degli insetti. Il mondo &#232; stato distrutto da un perfido scarafaggio che si impossessa del corpo e della mente degli esseri umani mettendoli a suo servizio e dando vita a potenziali kamikaze ed &#232; dalla comunit&#224; di mantidi, cavallette, coccinelle e aracnidi che l&amp;#8217;organizzazione sociale collettiva &#232; destinata a riprendere le fila del discorso.
Sakichi Sato - noto al pubblico occidentale soprattutto per aver ricoperto il ruolo di Charlie Brown nel primo capitolo del dittico (per ora) tarantiniano Kill Bill &amp;#8211; si approccia con leggerezza alla commedia, realizzando un film assolutamente lontano da ogni logica &amp;#8220;d&amp;#8217;impegno&amp;#8221; e anzi improntato su un intrattenimento di facile ricezione. L&amp;#8217;immediata leggibilit&#224; di The Bugs Detective non deve per&#242; far pensare a una lettura grossolana e superficiale della narrazione: il film al contrario si dedica scrupolosamente all&amp;#8217;attenzione per i dettagli, seguendo il lineare dipanarsi della vicenda e applicando un pregevole repertorio di tecnicismi. Il fiore all&amp;#8217;occhiello formale di Sato sono le ravvicinate inquadrature con le quali la mdp immortala l&amp;#8217; &amp;#8220;espressivit&#224;&amp;#8221; degli insetti: con la precisione hd propria del registro documentaristico e della macrofotografia The Bugs Detective coinvolge in prima persona i piccoli protagonisti del film, seguendone i movimenti e abbinando i dialoghi alla loro &amp;#8220;gestualit&#224;&amp;#8221;. L&amp;#8217;aspetto affascinante di questo surreale lungometraggio &#232; proprio la seriet&#224; con la quale vengono descritte e analizzate le dinamiche esistenziali degli insetti: Yoshida Yoshimi - investigatore dal misterioso talento comunicativo che gli offre la possibilit&#224; di relazionarsi senza difficolt&#224; con il mondo animale - ha ricostruito la sua serenit&#224; lavorativa e spirituale attraverso il contatto con esseri non-umani, rifocillandosi con la loro &amp;#8220;lineare complessit&#224;&amp;#8221; nella gestione dei rapporti. Tradimenti, insofferenze, scomparse: il micro-mondo degli insetti ripropone i classici topoi del vivere umano, e ne ricalca con bizzarra fedelt&#224; le suggestioni e le reazioni. Non &#232; casuale che gli equilibri nella vita di Yoshida vengano sconvolti dall&amp;#8217;improvvisa irruzione di una cliente umana che non solo gli chiede di ricercare un pericoloso stink bug ma che mette in discussione la vera identit&#224; dell&amp;#8217;investigatore: l&amp;#8217;elemento umano &#232; disturbante e &amp;#8220;di rottura&amp;#8221;, e introduce con prepotenza il confronto fra realt&#224;, sogno e menzogna.
The Bugs Detective, progetto indiscutibilmente interessante nelle intenzioni, dimostra di non riuscire a spalmare il proprio potenziale narrativo lungo tutta la durata della pellicola, dando prova della propria profonda aritmicit&#224;. I novanta minuti che costituiscono il film infatti mancano di quella scorrevolezza che dovrebbe essere fra le prerogative di una commedia: per come &#232; strutturato lo script sarebbe stato sufficiente lo spazio di un corto/mediometraggio per coprire lo sviluppo narrativo e descrittivo. 
Ispirato dal manga comico di Aozora Daichi The Bugs Detective &#232; un film che ostenta un vasto assortimento di ridicolaggini che per&#242; sostengono una sottotraccia di sarcastica denuncia politico-sociale: fra politici corrotti, terroristi e un generale impoverimento valoriale, Yoshida Yoshimi si muove con insolita leggerezza alla ricerca della verit&#224; sui casi che affronta e soprattutto sull&amp;#8217;insidiosa questione relativa alla propria identit&#224;. Sakishi Sato &#232; certamente a suo agio nel dare voce allo svago pi&#249; disimpegnato ma al di l&#224; di qualche trovata divertente non sempre sembra riuscire a mantenere costante il livello di attenzione e di coinvolgimento rispetto al pubblico. 
The Bugs Detective: il film con il quale ogni entomofobico dovrebbe confrontarsi per scoprire cosa si nasconde dietro ai pungiglioni e alle zampette pelose. Anche gli insetti hanno un cuore?&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>10/05/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Tokyo Nights # 06</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=79&amp;art=5623</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/AltroCinema/Tokyo%20Nights%2006/Stray-Cat-Rock-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;In quell&amp;#8217;anno cruciale per il Giappone che &#232; il 1970, subito dopo il 1969 degli scontri nelle strade e delle universit&#224; occupate, anno dell'Expo di Osaka e del seppuku di Yukio Mishima (1), la gloriosa casa di produzione giapponese Nikkatsu decide di investire i propri soldi e le proprie speranze nel lavoro di due registi, Yasuharu Hasebe e Toshiya Fujita affidandogli la realizzazione di una serie a basso costo, Stray Cat Rock (Nora neko rokku), dove ribellione, musica, ragazze sexy, una spruzzata di violenza e tanto glamour si mescolino insieme per portare cos&#236; le nuove generazioni al cinema. 
Mentre il primo viene da una lunga esperienza come aiuto regista di Seijun Suzuki e dalla realizzazione di alcuni film d'azione per la stessa Nikkatsu e diventer&#224; noto in Occidente soprattutto durante gli anni settanta per i suoi Pinky Violence, il nome di Fujita &#232; essenzialmente legato ai due &amp;#8220;cult&amp;#8221; Lady Snowblood (Shurayukihime) e Lady Snowblood 2: Love Song of Vengeance (Shura-yuki-hime: Urami Renga) che tanto hanno influenzato Quentin Tarantino. Il filo (rosa) che lega i due autori, la loro produzione e i film qui analizzati &#232; rappresentata dalla femme fatale per eccellenza del cinema nipponico, la bella, dannata e sanguinaria Meiko Kaji, con la sua presenza da protagonista nelle opere sopra citate e naturalmente anche nei cinque episodi di Stay Cat Rock. Il primo in ordine di tempo &#232; Female Juvenile Delinquent Leader: Stray Cat Rock (Nora neko rokku onnabancho) diretto da Hasebe senza mai prendersi troppo sul serio. La linea narrativa &#232; relativamente semplice: la motociclista Ako (interpretata dalla cantante Akiko Wada) irrompe da fuori citt&#224; e interviene per prendere le parti di una gang di ragazzacce (fra cui la Kaji) in lotta con una banda rivale. Non mancano le lotte fra le giovani donne, rigorosamente con coltelli e gambe in bella vista e i siparietti musicali, qui cantati dalla stessa Wada, quasi tutti ambientati nei club/luogo di ritrovo della banda. La scansione del tempo con l'azione compresa/compressa nell'arco di un fine settimana, dalla prima scena che si svolge un venerd&#236; fino all'ultima parte che si conclude la domenica, &#232; data da schermate fluorescenti (verde e rosa shock) quasi subliminali. Questa e altre &amp;#8220;invenzioni&amp;#8221; stilistiche conferiscono al film una sorta di tono lisergico, rafforzato anche dalla profusione dei colori usati dal regista e dalla sua troupe. Se il successivo Stray Cat Rock: Sex Hunter (Nora-neko rokku: Sekkusu hanta) come tematiche &#232; forse pi&#249; &amp;#8220;profondo&amp;#8221; (2), Delinquent Leader risulta pi&#249; attraente dal punto di vista prettamente formale: le scene in cui la protagonista si scatena in motocicletta e quella dell`incontro truccato di pugilato sono da notare per angolo d'inquadratura usato, editing frenetico e senso del movimento che ne risulta. C&amp;#8217;&#232;, fra le righe della narrazione, anche un approccio di tematica lesbo con il rapporto tra la mascolina Ako e una ragazza della gang, e una scena in cui una delle ragazze catturata dai &amp;#8220;cattivoni&amp;#8221; di turno &#232; torturata con il fuoco che in un certo qual modo anticipa i film pi&#249; dichiaratamente violenti che Hasebe diriger&#224; negli anni settanta (3). Si diceva di Sex Hunter, sicuramente il film pi&#249; conosciuto della serie (non necessariamente il migliore), che calato nella sua epoca affronta, o prova a farlo comunque,  due temi abbastanza scottanti anche nel Giappone contemporaneo, i rapporti interraziali all'interno della societ&#224; nipponica e la dipendenza/ribellione verso &amp;#8220;l'invasore&amp;#8221; americano.  Emblematico il fatto che gli Eagles, la gang di uomini che vanno a caccia di persone nate da un genitore non giapponese, (americano/a) e chiamati haafu in giapponese, usino per scorrazzare nella citt&#224; le jeep militari tipiche dell'esercito degli Stati Uniti. Cos&#236; come ha una forte valenza simbolica anche la scena in cui il boss della banda, Baron (4), in un intenso flash back filtrato nella visione da una macchia di sangue cremisi impressa sullo schermo, ricorda il momento in cui da bambino ha visto sua sorella venir violentata proprio da un gruppo di haafu.
Il delirio da B-movie di Hasebe continua anche con Stray Cat Rock: Machine Animal (Nora-neko rokku: Mashin animaru) il terzo film da lui diretto (che &#232; in realt&#224; il quarto della serie), un plot dove LSD (le capsule prese a manciate!) e voglia di scappare dal Giappone si mischiano a scene musicali decisamente lunghe, inseguimenti quasi parodistici e brevissimi momenti di pura allucinazione visiva durante un droga party tanto improbabile, quanto spettacolare. Ci&#242; che ci piace di pi&#249; nei tre episodi diretti da Hasebe &#232; il suo tono pop, psichedelico di massa, le ambientazioni nelle discoteche dell'epoca, nei club, nelle strade di un Giappone ancora grezzo, le canzoncine leggere leggere, i colori fiammeggianti, il ritmo sostenuto e non ultima la variet&#224; di &amp;#8220;giochetti&amp;#8221; in cui si sbizzarrisce: iris wipe, split screen, cambiamento improvviso dell'aspect ratio e altro ancora. Naturalmente sia gloria anche all&amp;#8217;interpretazione e alla figura della Kaji (5) che proprio in questi film lancia la sua immagine con il cappello a tesa larga che sar&#224; poi ripresa nella serie Female Prisoner Scorpion (Sasori). 
Con Stray Cat Rock : Wild Jumbo (Nora-neko rokku: Wairudo janbo) (6) e Stray Cat Rock: Crazy Rider '71 (Nora-neko rokku: Boso shudan '71), entrambi diretti da Fujita, siamo su altri lidi rispetto ai tre lavori firmati Hasebe. Se il primo &#232; senza dubbio il meno riuscito dei cinque, con il personaggio interpretato dalla Kaiji molto meno aggressivo e fatale e che si ricorda soprattutto per la scena in bikini, con Crazy Rider '71 si vira verso un mondo hippy (o almeno una sua certa parodia). Le tematiche che si ritrovano sono pi&#249; quelle dello scontro generazionale fra i padri, qui rappresentati in atteggiamento severo e vestiti con kimono, e i figli, fricchettoni, svampiti e un po&amp;#8217; flower generation, che girano infatti in bicicletta, mentre in Sex Hunter o in Delinquent Leader erano le moto e le jeep a farla da padrone. Dal punto di vita stilistico c&amp;#8217;&#232; un abisso fra la frenesia, lo spumeggiare dei colori pop, le scene lisergico/trash create da Hasebe e il ritmo pi&#249; lento, le luci e i colori pi&#249; tenui usati da Fujita. Qui c'&#232; una storia (seppur non originalissima) che cerca di sviluppare dei temi, il gi&#224; citato scontro fra generazioni in primis, dove invece nelle tre opere di Hasebe se ci sono delle tematiche anche interessanti, cadono comunque in secondo piano triturate da un plot che &#232; pi&#249; uno scherzo, un divertissement che altro, ma soprattutto dal gorgo visivo pop/kitsch che resta il vero protagonista della serie. Volti femminili, scenette comiche surreali, musiche d'antan, minigonne e cosce in bella vista e libert&#224;, sprazzi di violenza, intermezzi quasi d'avanguardia, tecniche miste e una voglia matta di Hasebe e soci di divertirsi e far divertire con il mezzo cinematografico. Quelle di quest&amp;#8217;ultimo sono opere ondivaghe, a lampi di pura genialit&#224; si alternano dei cali e delle gratuit&#224; che comunque e paradossalmente creano quello stile unico e riconoscibile in bilico fra B-movie, pop art ed exploitation movie che ce lo fanno tanto amare.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altrevisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Matteo Boscarol&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altrevisioni</category>
			<pubDate>10/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>The Actresses</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5602</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/TheActress/The_Actresses-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Sei fra le attrici pi&#249; influenti dello star-system sudcoreano riunite nella redazione di Vogue Korea alla vigilia di Natale, in attesa di realizzare uno storico servizio fotografico per il pi&#249; importante glamour-magazine del globo: sono questi gli ingredienti alla base di The Actresses di E. J-yong, presentato nelle giornate del Far East Film 12. Il film, pregiata produzione low-budget, pone come proprio obiettivo la decostruzione dell&amp;#8217;immagine di diva: il regista infatti punta a svincolare le sue protagoniste dall&amp;#8217;aura di mistero che le avvolge, trasferendo sullo schermo l&amp;#8217;umanit&#224; di donne la cui quotidianit&#224; viene spesso messa in ombra dall&amp;#8217;onnipresenza mediatica.
Kim Ok-vin, Kim Min-hee, Choi Ji-woo, Ko Hyun-jung, Lee Mi-sul e Youn Yuh-jung: sono loro il fulcro dell&amp;#8217;azione del film che mescola l&amp;#8217;approccio documentaristico alla sceneggiatura interamente costruita su elementi di finzione ed elaborata dal regista in collaborazione con le attrici. Ci&#242; che infatti rende interessante The Actresses &#232; proprio il complesso lavoro di studio sui dialoghi e sulle situazioni proposte: attraverso uno script del tutto artificiale E. J-yong cerca di restituire credibilit&#224; e tridimensionalit&#224; a donne la cui esperienza personale viene costantemente cannibalizzata dall&amp;#8217;ingerenza delle dinamiche del mondo dello spettacolo. 
Un progetto articolato e rischioso come quello del film nasce dalla volont&#224; del regista di trasferire in un lungometraggio l&amp;#8217;energia trasmessagli dalle attrici sul set a videocamere spente: stimolato dal sempre crescente interesse del pubblico per gli approfondimenti dedicati ai backstage, E. J-yong ha scelto di riprodurre la vitalit&#224; delle dive protagoniste del film (con le quali aveva gi&#224; avuto modo di lavorare in precedenti collaborazioni), dando vita a una sperimentazione che pungola il confine fra realt&#224; e fiction. 
The Actresses &#232; pressoch&#233; privo di trama: l&amp;#8217;unico vero filo rosso che accompagna lo spettatore nello sviluppo del film &#232; quello che lega le diverse personalit&#224; delle protagoniste, con il loro forte carisma, alle prese con i loro piccoli vizi, insicurezze, rivalit&#224;, affetti, simpatie. Il regista sud-coreano - noto soprattutto per aver diretto una fra le prime coproduzioni nippo-coreane con troupe mista Asako in Ruby Shoes - &#232; abile nel tratteggiare un ritratto della femminilit&#224; rispettoso che per&#242; non rinuncia a un pizzico di ironia. Un pubblico alla ricerca di impianti narrativi forti rimarr&#224; certamente deluso dalla staticit&#224; che caratterizza il film: soprattutto la seconda parte della pellicola infatti &#232; dedicata esclusivamente allo sviluppo dei dialoghi fra le protagoniste che conversano fra loro in attesa che arrivino dei gioielli da indossare per lo shooting della copertina della rivista. Il pretesto che tiene riunite le attrici nella sede di Vogue infatti &#232; il ritardo nella consegna di alcuni monili forniti da uno sponsor di Vogue che sono previsti nel look che le attrici devono presentare nel servizio fotografico, tutto giocato sul confronto fra la bellezza femminile e quella delle gemme. L&amp;#8217;atmosfera natalizia e il desiderio di trascorrere con serenit&#224; la &amp;#8220;prigionia&amp;#8221; fra le mura dell&amp;#8217;elegante set di Seoul stimola il confronto fra le artiste, che nel corso delle ore imparano a conoscersi meglio e scoprono un&amp;#8217;inimmaginabile sintonia. 
Se la sceneggiatura scava in cerca di una lettura originale del ruolo dell&amp;#8217;attrice, la regia non assorbe questa vena sperimentale limitandosi a riprodurre alcuni tratti caratteristici dell&amp;#8217;approccio visivo del documentario low-budget (molto spesso l&amp;#8217;inquadratura si fa decisamente traballante, enfatizzando l&amp;#8217;effetto &amp;#8220;presa-diretta&amp;#8221;): The Actresses &#232; pertanto prettamente imperniato sull&amp;#8217;esaltazione delle prestazioni interpretative delle protagoniste che contribuiscono non solo a colorare i loro personaggi ma anche a determinare l&amp;#8217;atmosfera che abbraccia l&amp;#8217;intero film. 
Malgrado le premesse incoraggianti per&#242; The Actresses stenta a spiccare il volo, limitandosi a fornire un quadro che troppo spesso sembra pagare la carenza di un tessuto narrativo di base: fra make-up, fitting, tazze di caff&#232; e flute di champagne E. J-young in ogni caso sigla una novit&#224; nel campo della produzione cinematografica che, se da un lato apre uno scorcio sulla semplicit&#224; delle dive moderne, dall&amp;#8217;altro consente al pubblico di affacciarsi nei &amp;#8220;dietro le quinte&amp;#8221; di uno dei pi&#249; importanti fashion-magazine contemporanei, scontrandosi con alcuni aspetti del mondo della moda. Un viaggio nella femminilit&#224;, nello star-system, nel glamour: un percorso intricato che non sempre sembra svolgersi con fluidit&#224;, ma che regala comunque delle piacevoli incursioni in una quotidianit&#224; fuori dal comune.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>09/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Oh, My Buddha!</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5608</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/OhMyBuddha/OhMyBuddha-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Tomorowo Taguchi vanta una personalit&#224; artistica davvero preponderante: scrittore, disegnatore di fumetti porno, musicista, attore dalla presenza costante nelle fila della cosiddetta New Wave giapponese dei primi anni Novanta. Il passaggio dietro la mdp appariva quasi uno step obbligato per un personaggio cos&#236; integrato nel panorama culturale nipponico: Oh, my Buddha! &#232; il secondo lungometraggio a recare in calce la firma di Taguchi dopo Iden &amp; Tity, il suo esordio alla regia che segue le vicende di un gruppo rock indipendente. 
Oh, my Buddha! si inserisce con convinzione nel firmamento dei seishun eiga giapponesi, declinando con spigliatezza l&amp;#8217;adolescenza di Jun, studente in un liceo buddhista, alle prese con le tempeste ormonali e il desiderio di esplorare il mondo del sesso. Per questo insieme ai suoi amici pianifica una vacanza in un isola nota per la pratica del &amp;#8220;sesso libero&amp;#8221;: l&amp;#8217;oggetto dei loro desideri estivi sembra essere incarnato da Olive, dolce e rilassata ospite del loro stesso ostello&amp;#8230;
Divertente excursus sul Giappone degli anni &amp;#8217;70, il film affronta la narrazione con fluidit&#224;, aiutato da un piacevole sentiero musicale che si interseca allo sviluppo delle vicende: Bob Dylan infatti &amp;#8211; mito del giovane Jun &amp;#8211; rappresenta il &amp;#8220;profeta&amp;#8221; dell&amp;#8217;amore cui si rifanno i protagonisti, suggestionati dalle frammentarie notizie che gli arrivano dai media sull&amp;#8217;Occidente mentre anche il Sol Levante ha ormai iniziato ad assorbire e sviluppare l&amp;#8217;esperienza filosofica ed esistenziale degli hippy. 
Il personaggio di Jun si libera dai legami temporali e restituisce al grande schermo il ritratto &amp;#8220;universalizzato&amp;#8221; di un adolescente ordinario, che malgrado la passione per la musica e le aspirazioni da cantautore sembrerebbe destinato a una vita scolastica lontana dai riflettori della popolarit&#224;: un diciassettenne goffo, timidissimo, incapace di relazionarsi con le ragazze. 
Piacevole coming-of-age comedy Oh, my Buddha! non si limita a riprodurre i classici caratteri del genere, elaborando una consapevole rilettura della giovent&#249; in chiave lievemente ironica ma mai beffarda: la comicit&#224; che permea l&amp;#8217;intera pellicola infatti non viene suggerita con insistenza attraverso lo sfruttamento di biechi clich&#233; ma si sviluppa spontaneamente grazie alla divertita rappresentazione degli eventi e dei personaggi. Taguchi &#232; abile nel restituire al grande schermo la spontaneit&#224; e l&amp;#8217;ingenuit&#224; dei protagonisti, dando vita a un ritratto dei teenager disinvolto e vivace: pur vantando una gradevole leggerezza vagamente venata da un tocco nostalgico, Oh, my Buddha! non manca di sottolineare il legame con il filone dei seishun eiga che rappresentano una considerevole fetta del mercato produttivo cinematografico nipponico. Una fra le pi&#249; palesi citazioni interne &#232; quella che nel finale ripropone la sequenza di un concerto studentesco che sembra ripercorrere fedelmente le orme del clamoroso Linda Linda Linda di Nobuhiro Yamashita, a sua volta presentato nel corso dell&amp;#8217;ottava edizione del Far East Film: gli innumerevoli cenni alla filmografia di genere dedicata ai teen-ager che ricorrono nel film di Taguchi concorrono alla creazione di una struttura stabile utile per lo sviluppo della pellicola. Amore, amicizia, sesso, questioni generazionali: Oh, my Buddha!, tratto da un romanzo di Jun Miura, non si dedica esclusivamente all&amp;#8217;incursione nell&amp;#8217;universo adolescenziale ma realizza un pregevole quadro degli anni Settanta vissuti attraverso il filtro dell&amp;#8217;esperienza tradizionale giapponese. Il percorso di formazione dei protagonisti quindi corre parallelamente al binario di integrazione culturale nipponica, dove il confronto fra tradizionalismo e nuove filosofie si fa sempre pi&#249; serrato: i giovani studenti degli istituti di impostazione religiosa sostituirebbero volentieri i canti sacri con forsennati ritmi rock, mentre l&amp;#8217;idealizzazione di alcuni modelli di vita occidentale sembrano prendere il sopravvento (l&amp;#8217;esempio principe all&amp;#8217;interno del film &#232; senza dubbio il luogo comune legato al &amp;#8220;sesso libero&amp;#8221; svedese). 
Miti generazionali, mood sottilmente malinconico per stemperare la comicit&#224; involontaria dei protagonisti e una vicenda narrata con originalit&#224; attraverso gli occhi di tre teenager sono gli ingredienti fondanti della ricetta vincente di Oh, my Buddha!, ennesimo esempio di un cinema d&amp;#8217;intrattenimento (dedicato anche e soprattutto ai giovani) che declina l&amp;#8217;adolescenza con garbo e spontaneit&#224;, senza artificiose smanie autoriali o rovinose cadute di stile: i sostenitori dell&amp;#8217;espressione cinematografica legata all&amp;#8217;espansione culturale della &amp;#8220;generazione-Moccia&amp;#8221; (e di tutti quei prodotti che ricalcano il successo mediatico dello scrittore/regista romano) dovrebbero imparare a mettere in discussione i loro canoni interpretativi della realt&#224;, mettendosi a confronto con i teenage movie targati Japan. Oh, my Buddha! canta le gioie, le speranze e i dispiaceri della giovent&#249; con semplicit&#224; e linearit&#224;, con lo stesso approccio naturale con il quale un ragazzino con velleit&#224; musicali si approccia alla propria chitarra, cercando di fare colpo sull&amp;#8217;oggetto del proprio desiderio.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>07/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Boys on the Run</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5426</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/BoysOnTheRun/BoysOnTheRun-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Giunto oramai al terzo lungometraggio, dopo l'esordio First Love (2003) e Soul Train (2006), il cinema di Daisuke Miura, trentacinquenne cineasta nativo di Tomokomai, nell'isola di Hokkaido, si segnala in modo inequivocabile per l'insolita centralit&#224; assegnata dal regista alla tematica sessuale. Sfruttando infatti tutte le declinazioni possibili e immaginabili, Miura si sta passo dopo passo lanciando in un'analisi approfondita e tutt'altro che pretestuosa sul ruolo del sesso e, per accezione ampliata, dell'erotismo nella cultura nipponica del terzo millennio. Gi&#224; solo questo accenno dovrebbe rendere con una certa chiarezza il grado di interesse che il ruolo di Miura sta acquistando all'interno della cinematografia giapponese contemporanea: pur mettendo in scena opere che finora non hanno mai dimostrato una vera e propria compiutezza (per quanto in Giappone il giovane autore sia oggetto di culto per una buona fetta della cinefilia, in particolar modo quella delle nuove e nuovissime generazioni, e il suo First Love sia considerato non senza una punta di esagerazione uno degli esordi pi&#249; rimarchevoli del decennio), il suo sguardo non merita di essere trattato con sufficienza. 
La dimostrazione palese del fatto che quanto appena affermato corrisponde a verit&#224; &#232; racchiusa nelle due ore o poco meno sulle quali si dipana Boys On the Run, selezionato all'interno del programma del Far East Film Festival 12: un film ondivago, che si muove perennemente sul confine che separa la commedia dalle derive demenziali, e che colpisce nel bersaglio solo a tratti, e in modo completamente schizoide. Da principio l'impianto scenico allestito da Miura sembra indirizzato verso la pi&#249; classica delle commedie nipponiche, densa di cattivo gusto e apparentemente poco intenzionato all'autocensura: ma si tratta solo di un abbaglio, perch&#233; la componente strettamente legata al rapporto con il sesso del nerd protagonista &amp;#8211; interpretato da un eccellente Kazunobu Mineta, ammirato durante le giornate della kermesse udinese anche nel ruolo dell'utopista della controcultura Hige-Godzilla nel divertente Oh, My Buddha! di Tomorowo Taguchi: senza dubbio un nome da appuntarsi con cura &amp;#8211; serve a Miura solo per introdurre l'azione e circoscriverla nell'ambiente lavorativo. Messa da parte questa prima met&#224; del film, ricorrendo comunque a stratagemmi comici e narrativi a volte fin troppo abusati e prevedibili &amp;#8211; in questo senso risulta fin troppo sfocato e a tratti superfluo il personaggio della prostituta che ha il volto e l'inconfondibile voce di You, musa di Hirokazu Kore-eda in Nobody Knows e Still Walking &amp;#8211; Boys On the Run cambia radicalmente marcia, spostandosi su territori inesplorati fino a questo momento. A guidare il meccanismo &#232; ora un rauco eppur vitale urlo punk, del tutto estraneo a compromessi di qualsivoglia tipo. 
La rivolta cercata con cocciutaggine e disperazione da Tanishi non &#232; solo contro il bellimbusto Ryuhei Matsuda (a proposito, &#232; sempre un gran piacere assistere alle performance di questo eclettico attore, in grado di passare da prodotti commerciali come quello in questione a incursioni nel cinema d'autore, come dimostrato con Nagisa Oshima, Shinya Tsukamoto e nello sconvolgente Izo di Takashi Miike), ma contro un intero sistema sociale e umano che lo relega senza possibilit&#224; di invertire la marcia nella carreggiata dei perdenti. La grande idea che rivitalizza Boys On the Run e lo guida in un crescendo inarrestabile e coinvolgente non sta per&#242; nella capacit&#224; di Tanishi di riparare ai torti subiti pi&#249; o meno per colpa altrui nel corso della sua miserabile esistenza. Al contrario, Miura non descrive una parabola vendicativa, ma eleva al grado di eroe un uomo che non potr&#224; mai vincere, ma almeno sa perdere con tutto se stesso, senza mai risparmiarsi, senza mai cedere brandelli di orgoglio al proprio pudore: in un finale travolgente, slabbrato e crudele, Boys On The Run diventa il canto sguaiato, doloroso ma ghignante dell'uomo qualunque, del nerd, del reietto. In questo &#232; racchiuso quell'urlo punk cui si faceva riferimento in precedenza: il salary man uppercut che Tanishi studia con abnegazione preparando lo scontro non andr&#224; mai a segno realmente, ma &#232; stato comunque scagliato, con forza e rabbia. 
E quando sui titoli di coda esplodono le note della canzone Boys On the Run, cantata dallo stesso Mineta con il suo gruppo Ging Nang Boyz, resistere alla tentazione di unirsi in coro al ritornello &#232; davvero difficile.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>06/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Castaway on the Moon</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5503</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/CastawayOnTheMoon/CastawayOnTheMoon-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Le premesse per un ottimo film erano evidenti, a partire dal protagonista, il bravissimo Jung Jae-young. L'attore coreano, classe 1971, che ha segnato l'ultimo decennio dell'industria cinematografica della Corea del Sud, inanellando una serie davvero notevole di successi di critica e di pubblico, ha dimostrato per l'ennesima volta di poter reggere sulle proprie spalle un intero lungometraggio, passando senza esitazioni dai toni comici a quelli drammatici. Jung, gi&#224; irresistibile nei vari Guns &amp; Talks (2001) e Someone Special (2004) di Jang Jin, Going by the Book (2007) di Ra Hee-chan (con sceneggiatura di Jang Jin) e Righteous Ties (2006) del solito Jang Jin, ha talento e, senza dubbio, presenza scenica: capace di bucare lo schermo, si &#232; rivelato interprete adatto per ogni genere cinematografico, tanto da vantare nel proprio curriculum, seppur in un ruolo secondario, lo spietato capolavoro Sympathy for Mr. Vengeance (2002) di Park Chan-wook (1). 
Un altro indizio, rintracciabile nell'eccentrico script, tira nuovamente in ballo il nome dell'onnipresente Jang Jin, regista-sceneggiatore-produttore che, tra alti e bassi, ci ha regalato alcune delle pellicole pi&#249; divertenti, vivaci e stravaganti della New Wave coreana. E Castaway on the Moon, scritto e diretto da Lee Hae-jun (2), sembra rifarsi a questa ispirata contaminazione di comico e drammatico, che tra personaggi e situazioni sui generis e sussulti poetici regala risate e qualche lacrimuccia. Castaway on the Moon (non) &#232; un film di Jang Jin.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>05/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Invisible Killer</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5409</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/Invisible%20Killer/Invisible-Killer-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Plumbeo cyber-thriller ispirato a un fatto di cronaca realmente verificatosi, The Invisible Killer cerca di dare un volto alla Cina contemporanea, contesa fra il legame con il tradizionalismo del passato e il desiderio di apertura nei confronti delle moderne tecnologie, latrici di un'autentica rivoluzione mediatica e sociale. Wang Jin, giunto al suo terzo lungometraggio, punta i riflettori sul &amp;#8220;Nuovo Mondo&amp;#8221; del terzo millennio, quello legato all'esplorazione e alla conquista del web. 
Yangshan, anonima cittadina situata su un'isola della Cina meridionale, &#232; un luogo grigiastro e senza attrattive: lo sfavillio delle emoticon nelle chat compensa le carenze sociali dell'ambiente assorbendo in toto i protagonisti del web-scandal al centro della narrazione: Gao Fei &#232; alla ricerca del brivido delle identit&#224; nascoste, Lin Yan fugge dalla monotonia della sua vita matrimoniale. Il ruolo dell'orco viene qui incarnato dall'enigmatico mondo di internet, buio rifugio dove si condensano le inquietudini e gli incubi di una societ&#224; che ancora non &#232; riuscita a integrare le conquiste della modernit&#224; con l'apparato etico legato alle esperienze del passato. Wang Jin sceglie di concentrare il proprio lavoro sui cosiddetti &amp;#8220;web-addicted&amp;#8221; coloro i quali pongono l'esperienza cibernautica al centro del loro essere, finendo per confondere la propria attivit&#224; nel mondo reale con la quotidianit&#224; del web: tralasciando quindi lo scontro fra chi vive con contrariet&#224; l'ampliarsi delle dinamiche evolutive di internet e i suoi fruitori, The Invisible Killer punta i riflettori sulla pericolosit&#224; del fenomeno di estremizzazione del fenomeno telematico, l&#224; dove l'ideologia si trasforma in desiderio di azione e di &amp;#8220;vendetta&amp;#8221;. Non a caso il film segue nel suo sviluppo un binario parallelo: da un lato l'investigatrice Zhang Yao cerca di risolvere il misterioso caso della morte di Lin Yan, dall'altro la pellicola segue la forsennata human flesh search nei confronti di Gao Fei, tallonato da due individui che &amp;#8220;in nome di internet&amp;#8221; vogliono punirlo per il suo immorale comportamento.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>04/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Phobia 2</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5484</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/Phobia2/Phobia-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Pur diffidenti nei confronti dei sequel (per non parlare dei remake...), non eravamo troppo preoccupati per Phobia 2, brillante seguito di 4BIA, pellicola thailandese a episodi che aveva risollevato le sorti dell'Horror Day dell'Udine Far East Film 2009. Come se nulla fosse cambiato, ci siamo ritrovati a saltare (e poi a ridere di gusto) sulle poltroncine del Teatro Nuovo Giovanni da Udine, all'Horror Day della dodicesima edizione della kermesse friulana: stessa formula a episodi, passati da quattro a cinque, e conferma, a eccezione di Youngyooth Thongkonthun (regista del sopravvalutato The Iron Ladies, che aveva diretto il pi&#249; che interessante episodio Happiness), della squadra originale, con l'aggiunta di Visute Poolvoralaks e Songyos Sugmakanan (Dorm).
Dello stato di salute del cinema thailandese abbiamo gi&#224; ampiamente parlato. La lista di film, commerciali o autoriali che siano, di buona o ottima qualit&#224; inizia a essere davvero lunga: dagli scatenati muay thai agli eleganti e spietati horror, fino alle vette artistiche di Apichatpong Weerasethakul e via discorrendo. Phobia 2 conferma, oltre alla qualit&#224; tecnica elevata, la capacit&#224; di scrittura dei cineasti thailandesi e la vivacit&#224; dell'industria locale, che nel giro di pochi anni &#232; cresciuta in maniera esponenziale, nonostante i disordini interni e la fragilit&#224; di molte case di produzione.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>04/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>The Arrival</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5473</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/The%20Arrival/the-arrival-cover160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Avevamo lasciato il cinema di Erik Matti quattro anni fa, alle prese con l'inqualificabile esperimento fantasy di Exodus: Tales from the Enchanted Kingdom, rabberciata e demente versione per famiglie (?) di un racconto eroico-fiabesco assai popolare nelle Filippine. Quattro anni in cui avevamo perso le tracce di un cineasta immaturo, eppure dal curriculum sintomatico dell'approccio produttivo in vigore dalle parti di Manila: un vero e proprio uomo di cinema, in questo senso, capace di passare dal demenziale intreccio di Gagamboy &amp;#8211; a parte tutto, il suo lavoro pi&#249; riuscito fino a The Arrival &amp;#8211; alle orrorifiche atmosfere di Pa-Siyam, fino a soffermarsi su timbriche drammatiche, come nel caso di Prosti e Mano Po 2: My Home. 
Eppure neanche un cos&#236; variegato curriculum artistico avrebbe potuto suggerire la possibilit&#224; che Matti portasse a termine un'operazione come The Arrival: girato in video, come spesso accade a registi filippini quando non ricevono l'appoggio delle due o tre major che si dividono equamente le fette di mercato dell'arcipelago, The Arrival &#232; l'intimo e delicato viaggio nella vita di un uomo qualunque. Quanto sembrano lontani i tempi in cui il cinema di Matti basava tutto il suo (scarso) appeal su eroi improbabili quanto invincibili (va aggiunto, ai gi&#224; citati Gagamboy e Exodus anche il risibile Pedro Penduko, opera seconda del cineasta dopo l'esordio Scorpio Nights 2), retaggio di un'educazione cinematografica vissuta con gli occhi fissi sulle grandi produzioni a stelle e strisce. Se si dovesse cercare di rintracciare un rappresentante del cinema statunitense cui collegare la poetica sperimentata da Matti nel corso di The Arrival, con ogni probabilit&#224; la scelta ricadrebbe su Jim Jarmusch. Con i dovuti distinguo, &#232; infatti da quelle parti che sembra volersi collocare la nuova fase registica di Matti: dell'autore di Stranger Than Paradise, Dead Man e Broken Flowers vengono qui riprodotte le atmosfere minimali, i lunghi e significativi silenzi, le dissolvenze, i piani fissi, i dialoghi sempre pronti a partire dal banale e dal quotidiano per sfociare sull'universale. Certo, Matti &#232; pur sempre Matti: la sua messa in scena &#232; tutt'altro che accurata, e non solo per la scelta di un formato a dir poco castrante. Se la qualit&#224; del video rappresenta una delle problematiche irrisolvibili del film (e durante la proiezione all'interno della selezione del Far East Film Festival 12 si &#232; incappati anche in un fastidioso fuori sincrono che che ha accompagnato il film dai titoli di testa a quelli di coda), per quanto Matti risulti uno degli sperimentatori maggiori sotto questo punto di vista in patria, dato che &#232; stato il primo cineasta a dirigere una serie televisiva in alta definizione, meticciando arti marziali e fantasy in Rounin, a evidenziarsi &#232; una rozzezza di fondo nella costruzione delle sequenze. Il suo &#232; un cinema irreversibilmente primitivo, lontano dall'ispirazione visiva di altri metteur en scene di cinema popolare in quel di Manila (per semplificare la questione, la stessa Joyce Bernal &#232; di un altro pianeta dal punto di vista immaginifico), e ancorato a una gestione dello spazio scenico a dir poco primordiale. Eppure, mentre nella gestione di generi complessi come il fantasy questa basicit&#224; risultava a dir poco penalizzante, una storia intimista e sommessa come quella raccontata in The Arrival finisce per adattarsi abbastanza comodamente all'estetica del suo autore.
La storia dell'uomo qualunque Leo, privo di qualit&#224; ma gonfio di un'umanit&#224; debordante, cui dona espressioni e movenze il convincente Dwight Gaston, segna forse il punto di arrivo &amp;#8211; nel vero senso della parola &amp;#8211; del cinema di Erik Matti: d'ora in poi sarebbe interessante poter vedere altre opere di questo tipo dirette dal regista nativo della provincia di Negros, per capire quanto realmente ci sia da aspettarsi dalla sua svolta artistica. Ovviamente The Arrival resta un prodotto indipendente per l'industria filippina: perch&#233; tutto ci&#242; che esula dal roboante rumore del fracasso e cerca di lavorare in silenzio, con sguardo timido e dimesso, non pu&#242; esser visto di buon occhio. Ma questa s&#236; che non &#232; una storia nuova, e non solo a Manila...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>04/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Who Are You?</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5486</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/Who%20Are%20You/who-are-you-cover160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;All'interno della pattuglia thailandese finora passata sugli schermi del Far East Film Festival 12 (manca all'appello solo Dear Galileo di Nithiwat Tharathorn), l'unico elemento che si &#232; mosso in controtendenza rispetto a una selezione senz'altro accurata &#232; stato Who Are You?, quarto film da regista per Pakphum Wongjinda dopo i non esaltanti Formalin Man, Scared e Video Clip. Mostrando una coerenza ai limiti dell'ottusit&#224;, Wongjinda torna ancora una volta a confrontarsi con l'horror, declinandolo in questa occasione in una chiave intimista e psicologica. 
L'idea alla base del progetto &#232; quella di prendere ispirazione dagli hikikomori (termine giapponese traducibile con &amp;#8220;stare in disparte&amp;#8221;), problema sociale rilevato inizialmente in Giappone ma estesosi poi su scala globale che vede coloro che ne sono afflitti isolarsi gradualmente dal mondo esterno, fino a rinchiudersi nelle proprie abitazioni rifiutando qualsiasi contatto umano. Una volta messo sul piatto della bilancia un hikikomori, per Wongjinda &#232; stato fin troppo facile riuscire a lavorare su alcuni dei clich&#233; pi&#249; abusati della cinematografia orrorifica: la stanza proibita, di cui nessuno in realt&#224; vede il contenuto, &#232; un luogo comune in grado di godere sempre di un certo fascino malsano. Il problema &#232; che non basta un elemento scenografico, per quanto coinvolgente, per portare a termine un film: difficile definire il lavoro del quarantacinquenne cineasta thailandese come esclusivamente &amp;#8220;mediocre&amp;#8221;. Angosciato dalla raffazzonata ricerca dell'effetto in grado di annichilire il pubblico e terrorizzarlo, Wongjinda inizia ben presto ad accumulare materiale su materiale, nella vana speranza cos&#236; facendo di irrobustire una trama esile esile e fin troppo prevedibile nella sua struttura. Ecco dunque venire a galla un'adolescente vicina di casa, allergica a qualsiasi agente esterno e incline al suicidio; la madre di quest'ultima, protettiva fino alle estreme conseguenze; un giornalista arrivista quanto sprovveduto; un improbabile corso di controllo della mente in cui si reca la protagonista della vicenda (svelando palesemente buona parte della soluzione finale).
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>04/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Toy Story 3 - La grande fuga</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=11&amp;art=5863</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Animazione/Toy-Story-3-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;In principio fu il 1995. Quando la Pixar Animation Studios irruppe sul mercato cinematografico con Toy Story, narrando le disavventure di un manipolo di giocattoli di propriet&#224; di un bambino, nel ventre materno (ma a suo modo crudele) dell'America wasp, non furono in molti a cogliere in profondit&#224; la reale importanza dell'evento. Al di l&#224; di coloro che si interrogarono sull'utilizzo della computer grafica, avanguardia stilistica senza precedenti all'epoca per l'intera durata di un lungometraggio &amp;#8211; e sul ruolo della Pixar nel campo dell'evoluzione tecnologica ci sar&#224; modo di soffermarsi in seguito &amp;#8211;, la maggior parte degli addetti ai lavori si accost&#242; alla creatura partorita dalla fervida immaginazione di John Lasseter con gli stessi occhi che si erano di volta in volta posati sulle opere di Don Bluth, Ralph Bakshi e via discorrendo. Occhi &amp;#8220;occidentali&amp;#8221;, verrebbe da dire, abituati a inquadrare l'intero mondo dell'animazione nell'ottica di un continuo lavoro si assetto, rilettura e ricreazione del modello e(ste)tico della Disney. Non che manchi, nell'immaginario edificato pezzo per pezzo nel corso di quindici anni dalla Pixar, un rimando all'epoca d'oro della produzione disneyana, tutt'altro: ma ci&#242; che &#232; impossibile non percepire, &#232; lo sguardo incessante che la &amp;#8220;casa della lampada&amp;#8221; lancia dall'altra parte dell'oceano, nell'arcipelago giapponese: l'amore che Lasseter (e i suoi sodali, &#231;a va sans dire) nutre verso l'arte di Hayao Miyazaki meriterebbe un approfondimento a parte, tale e tanto &#232; il numero di omaggi, rimandi, citazioni disseminati a destra e a manca nei vari lungometraggi della Pixar &amp;#8211; undici, a tutt'oggi, senza contare Cars 2, Brave e Monster &amp; Co. 2, attualmente in lavorazione &amp;#8211;, ma &#232; particolarmente doveroso soffermarcisi pur brevemente in occasione dell'approdo in sala di Toy Story 3. Uno dei giocattoli che fa il proprio esordio nell'universo creato dalla trilogia &#232; infatti un Totoro di peluche: a palesare l'acume e la consapevolezza dell'omaggio non &#232; per&#242; la singola presenza in scena dell'oramai storico simbolo dello Studio Ghibli. Totoro &#232; l'unico giocattolo del film a non proferire mai parola (persino l'inquietante bambolotto prorompe nei pi&#249; classici singulti infantili); non interviene mai direttamente nell'azione, tenendosene volontariamente ai margini; nell'inquadratura di gruppo che raccoglie tutti i giocattoli nel giardino, il peluche &#232; appoggiato a un albero; nei titoli di coda, infine, lo scopriamo all'opera, assistente di Buzz Lightyear nel tentativo di riparare una macchina volante (altro punto fermo, quello del volo, della poetica miyazakiana). Come si &#232; gi&#224; avuto modo di dire, dunque, qualcosa di assai pi&#249; complesso di un semplice e sbrigativo &amp;#8220;omaggio&amp;#8221;.
Perch&#233; negli anni pi&#249; bui della Disney, mentre la &amp;#8220;Casa del topo&amp;#8221; proponeva raffazzonate versioni contemporanee dei fulgidi esempi di fiaba portati a termine da zio Walt (La bella e la bestia, Il gobbo di Notre Dame, Tarzan, e chi pi&#249; ne ha pi&#249; ne metta), Lasseter trasportava nell'occidente ozioso e viziato, stralci di un modo di intendere il cinema, e pi&#249; esattamente l'animazione, che rifugge dall'edificante quadretto familiare, evita la trappola del buonismo, si affranca senza troppi crucci dai peggiori vezzi disneyani (l'invadenza musicale, l'eccessiva fascinazione nei confronti del bozzettismo). La Pixar, muovendosi in direzione diversa dalle altre case di produzione statunitensi interessate all'animazione, non cerca mai di cavalcare l'onda del momento, crogiolandosi nella pigra rotondit&#224; della sicurezza e introduce, al contrario, un sottofondo melanconico solitamente disabitato nella dorata Hollywood.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;animazione&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>animazione</category>
			<pubDate>07/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Il flauto a sei puffi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=80&amp;art=5402</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Animazione/il-flauto-a-sei-puffi-200x150(1).jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;I puffi, piccole creature blu che abitano nei boschi, in funghi trasformati in comode casette, nascono dalla fantasia del fumettista belga Peyo, aka Pierre Culliford (1). Il successo (planetario!) e l'impatto di questi saltellanti e canterini esseri &#232; testimoniato non solo dalla serie cartacea e da quella televisiva, ma anche dall'insospettabile saggio di Umberto Eco Schtroumpf und Drang (in Sette anni di desiderio, Bompiani, 1983), sul linguaggio &amp;#8220;puffo&amp;#8221;, e dal progetto di un nuovo lungometraggio, previsto per il 2011: The Smurfs (2), prodotto dalla Sony Pictures Animation, &#232; affidato a Raja Gosnell, gi&#224; regista dei poco apprezzati Beverly Hills Chihuahua (2008), Scooby-Doo e relativo sequel (2002 e 2004) e di Mai stata baciata (1999). Cauto pessimismo...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;15/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>15/04/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Rocky Joe 2 - Box 1</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=81&amp;art=5382</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Dvd%20e%20co_/Rocky%20Joe%202/rocky-joe-80x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Non siamo mai stati particolarmente favorevoli a sequel e\o remake (o prequel, spin-off eccetera), televisivi e cinematografici che siano: innumerevoli le delusioni, i flop, le mere operazioni commerciali e via discorrendo. Fortunatamente, Rocky Joe 2 (1980-81), aka Ashita no Joe 2, pu&#242; contare su basi solidissime, ovvero la presenza in cabina di regia di Osamu Dezaki, gi&#224; responsabile della serie originale, datata 1970-71, e di altre perle dell'animazione nipponica degli anni settanta: segnaliamo quantomeno il capolavoro Lady Oscar (Versailles no bara, 1979, dal diciannovesimo episodio), lo straziante Rem&#236; le sue avventure (Rittai anime ie naki ko, 1977) e lo sportivo Jenny la tennista (Ace o nerae!, 1973) (1). Dezaki, nome poco noto nel Bel Paese, &#232; un cineasta (2) non solo affidabile, sinonimo di ottima qualit&#224;, ma ha affinato nel corso degli anni uno stile registico personale e assai elegante: del regista giapponese, infatti, sono immediatamente riconoscibili i suggestivi fermo immagine, inquadrature che esaltano disegni accurati, dalla innegabile forza drammatica e dal fascino pittorico, e il ricorso allo split screen, soluzione innovativa per gli anime degli anni settanta. Dezaki, che pone sempre particolare attenzione ai giochi di luce, &#232; un autore in bilico tra espressionismo e nuove tecnologie (3).&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;serie&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;11/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>serie</category>
			<pubDate>11/04/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: Nat e il segreto di Eleonora</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=4286</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/10/Animazione/nat-e-il-segreto-di-eleonora-80x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer originale di K&#233;rity, la Maison des Contes (2009), alias Nat e il segreto di Eleonora.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;01/04/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>01/04/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Eureka Seven</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=4938</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/Festival/Future%20Film%20Festival/Fuori%20concorso/Eureka%20Seven/Eureka-Seven-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;L&amp;#8217;ho detto e lo ripeto: comprimere una serie TV (1) in un film &#232; come tentare di far passare un cammello per la proverbiale cruna dell&amp;#8217;ago. No, meglio, fate Giuliano Ferrara. Che ha appena ingoiato Goffredo Bettini. Al burro. Comunque dolorosamente, lipidicamente impossibile (nonostante il burro). Ecco il gargantuesco problema  di Eureka Seven: Good Night, Sleep Tight, Young Lovers (a.k.a. A Pocket Full of Rainbows).  E poco importa che il film non sia il pedissequo riassunto della serie, bens&#236; una sorta di re-telling, che ne altera la trama e riutilizza i personaggi principali a mo&amp;#8217; di attori.  Il problema  persiste, immune a qualunque scappatoia per aggirarlo. Perch&#233; non puoi buttare in faccia allo spettatore una dozzina di personaggi, o abbozzi di tali, senza tante spiegazioni e approfondimenti, sperando di tirare le fila con appena 115 minuti di ci&#242; che era originariamente immaginato per una ventina di episodi da mezz&amp;#8217;oretta l&amp;#8217;uno. In ogni caso, non puoi farlo quando in questo minutaggio ci devi aggiungere anche la costruzione di un mondo e un bel po&amp;#8217; di scene di combattimento Macross-oriented, visto che sempre di robottoni trasformabili stiamo discorrendo (2). Ovvero puoi farlo, ma non dovresti. Giacch&#233; il risultato &#232; questo guazzabuglio di cui parliamo.  Un film dove il troppo stroppia ad ogni pi&#232; sospinto, con i (pochi) momenti buoni (vedi la sottotrama degli orfani di guerra adottati in massa da un filantropo pedofilo) sommersi e mutilati dalla mediocre baraonda di tutto il resto (Mokkyu!). Eppure eccoci qui, a scrivere di un altro prodotto del genere. L&amp;#8217;ennesimo, ad infestare le visioni dell&amp;#8217;appassionato medio di serialit&#224; animata nipponica. Nemmeno quello pi&#249; dotato dal punto di vista tecnico; cahier de doleance: a parte il riciclo di scene dalla serie stessa (in realt&#224; ridisegnate e ricolorate, ma pur sempre ricicciate &amp;#8230;), l&amp;#8217;animazione &#232; per l&amp;#8217;appunto di livello televisivo, senza picchi di eccellenza, come pure la regia, di maniera per lavori del genere, scene adrenaliniche di combattimenti aerei comprese. Aggiungete a tutto ci&#242; una colonna sonora non eccessivamente ispirata , ed otterrete esattamente ci&#242; che Eureka Seven sembra: un buon TV movie di 10, 12 anni fa. Ma gli anni &amp;#8217;90 sono passati, e ci&#242; che poteva stupirci un tempo, in un media diverso, oggi risulta pericolosamente monocorde, sempliciotto, gi&#224; visto. Cosa salvare allora di un siffatto pasticcio? Gli organismi esobiologici EIZO che sembrano degli angeli caduti da Evangelion? La storia d&amp;#8217;amore tra (pre)adolescenti post-Robotech? Il Pokemon che farebbe venire i sudori freddi a Satoshi Kon? Mah. Come vedete, la minestra riscaldata &#232; tanta, e pure sciapa. A nulla valgono i piccoli momenti in cui ci si ricorda che, essendo questo un film feature, si potrebbe osare di pi&#249; (tutto il passaggio della Tragedia di Doha &#232; martirizzato da ellissi e frammentazione del racconto quasi criminali). Cos&#236;, se valutando questo Eureka Seven: Good Night, Sleep Tight, Young Lovers potremmo, per amor di patria (altrui), cavarcela definendolo un episodio gonfiato, con manie di grandezza di fagocitarsi l&amp;#8217;intera Run, ometteremmo l&amp;#8217;informazione fondamentale. Gonfiato, s&#236;. ma di cosa?&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/02/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Nicola Ramponi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>05/02/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Edison and Leo</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=4939</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/Festival/Future%20Film%20Festival/Concorso/Edison%20e%20Leo/Edison-e-Leo-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Edison &amp; Leo
Di Neil Burns

Avrebbe fatto meglio a continuare a giustiziare elettricamente elefanti(1)

Edison &#232; un inventore il cui motto &#232; &amp;#8220;lo far&#242;&amp;#8221; e crede di poter inventare una soluzione per qualsiasi problema, che si tratti di salvare la propria moglie, rendere pi&#249; forte Faraday, il figlio maggiore, o di cercare una nuova madre per i suoi figli. Il figlio sedicenne di Edison, Leo, deve imparare a controllare i propri impulsi elettrici al fine di risolvere la situazione, riprendersi la sua ragazza e andarsene per sempre dalla citt&#224;. Questa relazione padre/figlio ben presto porta alla conclusione che &#232; possibile &amp;#8220;tutto e il contrario di tutto&amp;#8221;. [Sinossi - Future Film Festival]

Un po&amp;#8217; di bizzarria, tanta noia. Il bilancio di questo lungometraggio in Stop Motion diretto da Neil Burns (2) &#232; presto fatto: pur durando solamente un ora e 19 minuti, soprattutto nella parte centrale il film  gira a vuoto con una tale forza da alterare pi&#249; che sensibilmente la percezione del tempo, disarticolando ogni buon proposito dello spettatore di appassionarsi alla vicenda. La quale  &#232; &amp;#8220;una favola che non funziona&amp;#8221;, come riporta il catalogo del Future Film Festival, ma purtroppo letteralmente, prosaicamente. E non funziona in special modo per problemi nella sceneggiatura, che comprime passaggi importanti e dilata momenti che si vorrebbero comici, ma sono talora solo imbarazzanti (la &amp;#8220;crescita&amp;#8221; dei due figli di Edison dopo la morte della madre viene risolta sbrigativamente, mentre a gag poco riuscite come &amp;#8220;la colonna del letto&amp;#8221; (3) viene concesso il bis &amp;#8230;). Non solo: anche  i personaggi hanno qualche problema, e non sto parlando del character design o dell&amp;#8217;animazione, che  pur potendo non piacere non meritano un&amp;#8217;insufficienza, bens&#236; proprio in sede di sviluppo drammaturgico (4). Un esempio chiarificatore &#232; il fratellone del protagonista Leo, Faraday. Costui &#232; la macchietta di un bamboccione viziato e impotente, per&#242; non riesce a muovere nemmeno un sorriso, ne tantomeno a indurre emozioni di antipatia e/o rabbia. E&amp;#8217; scritto cos&#236; sciattamente che neppure un tormentone facile come la sua umiliazione paramasochista per mano di una domestica doppiogiochista, femme fatale anzianotta della situazione, strappa una sola risata. Insomma, ci siamo capiti, se anche il plot ed alcune trovate potevano dirsi non del tutto trite in un prodotto del genere (le indiane proto femministe, la crudezza di certe scene o il comportamento da completo &amp;#8220;asshole&amp;#8221; di Edison Sr.), il modo in cui sono state portate a compimento &#232; pedestre, quasi svogliato, certamente pochissimo raffinato. In pi&#249;, non giova a Edison e Leo il confronto impietoso con altri due lavori a passo uno presenti in concorso al Future Film Festival, ovvero Panique au Village e In The Attic: Who Has a Birthday Today? Se, preso da solo, il lavoro in Stop Motion che muove questa produzione canadese &#232; tutt&amp;#8217;altro che da buttare, in presenza della follia belga sfigura come mediocre e poco ispirato, mentre svanisce in preda alle fiamme all&amp;#8217;apparire di una sola sequenza dell&amp;#8217;opera di Jir&#237;  Barta. Non &#232; una questione di quantit&#224;, giacch&#233; in Edison &amp; Leo di cose che si muovono, e molto, ce ne sono, ma in primo luogo di esprit de finesse; quanto sono meglio i giocattoli cechi dei pupazzi di Burns, caricature degli  uomini legnose e infinitamente meno espressive anche delle blatte di  In the Attic , perch&#233; mal caratterizzati! Per quanto riguarda invece la regia e il montaggio, nessuna delle due lampeggia di genio, eppure entrambe sembrano sollevarsi un pochino dai lidi mediocri in cui sguazzano contenti doppiaggio e colonna sonora. Ma non basta. Cos&#236;, allo spettatore resta l&amp;#8217;idea che, come Leo ripete continuamente al padre, questa non sia per Neil Burns &amp;#8220;His Greatest Invention!&amp;#8221; Pi&#249; che una stroncatura, un augurio.

Forse non tutti sanno che &amp;#8230; l&amp;#8217;ascesa delle lampadine a basso consumo energetico ha molto a che fare con il misterioso &amp;#8220;suicidio&amp;#8221; di Edi.

Nicola Ramponi

NOTE
(1) Ah, gi&#224;, quello era Thomas Alva, non &amp;#8216;sto George T.! 
(2) In verit&#224; non proprio un Carneade totale, vista la sua vittoria col corto animato Grace Eternal dell&amp;#8217;Award of Merit al Chicago International Film Festival &amp;#8216;97. Io, comunque, non ho trovato granch&#233; del suo lavoro in rete...
(3) Ovvero il pene del fedifrago Edison Sr. S&#236;, lo so...
(4) Che David Mamet mi perdoni.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/02/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Nicola Ramponi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>02/02/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Oblivion Island: Haruka and The Magic Mirror</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=4959</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/Festival/Future%20Film%20Festival/Concorso/Oblivion%20Island/Oblivion-Island-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Oblivion Island: Haruka and The Magic Mirror
di Shinsuke Sato
 
I ricordi, Cotton e la CG&amp;#8230;

Haruka &#232; una adolescente qualsiasi. Il rapporto con suo padre, sempre assente e maniaco del lavoro, non &#232; dei migliori e &amp;#8220;casa&amp;#8221; &#232; diventato sinonimo di solitudine. Un giorno, in un cortile del tempio, Haruka scorge una strana creatura simile a una volpe che porta un aereo giocattolo e, seguendola, si ritrova sull&amp;#8217;isola di Oblivion: qui Haruka ritrover&#224; i ricordi della sua infanzia. Ma gli esseri umani non dovrebbero stare sull&amp;#8217;isola di Oblivion e il Barone, che governa quel mondo, tiene d&amp;#8217;occhio l&amp;#8217;inattesa intrusa&amp;#8230; [sinossi - Future Film Festival]

Un altro colpo andato a vuoto. I tentativi nipponici di realizzare pellicole in computer grafica all&amp;#8217;altezza dei colossi americani e della propria gloriosa industria dell&amp;#8217;animazione tradizionale continuano a mancare il bersaglio. Dopo la delusione per il mediocre Yona Yona Penguin..., Film d'animazione giapponese in cui una bambina si rifugia in un mondo fantastico per vincere la solitudine., Film d'animazione giapponese in cui una bambina si rifugia in un mondo fantastico per vincere la solitudine., Film d'animazione giapponese in cui una bambina si rifugia in un mondo fantastico per vincere la solitudine., Film d'animazione giapponese in cui una bambina si rifugia in un mondo fantastico per vincere la solitudine.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;01/02/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>01/02/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>In the Attic: Who has a Birthday Today?</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=4948</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/Festival/Future%20Film%20Festival/Concorso/In%20the%20Attic/In-the-Attic-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;In The Attic: Who Has a Birthday Today?
Di Jir&#237;  Barta
Jir&#237;, &amp;#8220;figlio&amp;#8221; di Jir&#237;
(Another) Toy Story
Regna la pace sul regno dei giochi abbandonati finch&#233; Buttercup (Ranuncolo), una bella bambola, diviene l&amp;#8217;oggetto del desiderio del crudele sovrano della Terra del Male, l&amp;#8217;onnipotente Head, Testa di gesso. La violenta battaglia per salvarla riporta alla luce la forza dell&amp;#8217;amicizia e il desiderio di perpetuare il buon vecchio mondo. [sinossi - Future Film Festival]
Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
Di Jir&#237;  Barta
Jir&#237;, &amp;#8220;figlio&amp;#8221; di Jir&#237;
(Another) Toy Story
Regna la pace sul regno dei giochi abbandonati finch&#233; Buttercup (Ranuncolo), una bella bambola, diviene l&amp;#8217;oggetto del desiderio del crudele sovrano della Terra del Male, l&amp;#8217;onnipotente Head, Testa di gesso. La violenta battaglia per salvarla riporta alla luce la forza dell&amp;#8217;amicizia e il desiderio di perpetuare il buon vecchio mondo. [sinossi - Future Film Festival]
Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
Di Jir&#237;  Barta
Jir&#237;, &amp;#8220;figlio&amp;#8221; di Jir&#237;
(Another) Toy Story
Regna la pace sul regno dei giochi abbandonati finch&#233; Buttercup (Ranuncolo), una bella bambola, diviene l&amp;#8217;oggetto del desiderio del crudele sovrano della Terra del Male, l&amp;#8217;onnipotente Head, Testa di gesso. La violenta battaglia per salvarla riporta alla luce la forza dell&amp;#8217;amicizia e il desiderio di perpetuare il buon vecchio mondo. [sinossi - Future Film Festival]
Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
Di Jir&#237;  Barta
Jir&#237;, &amp;#8220;figlio&amp;#8221; di Jir&#237;
(Another) Toy Story
Regna la pace sul regno dei giochi abbandonati finch&#233; Buttercup (Ranuncolo), una bella bambola, diviene l&amp;#8217;oggetto del desiderio del crudele sovrano della Terra del Male, l&amp;#8217;onnipotente Head, Testa di gesso. La violenta battaglia per salvarla riporta alla luce la forza dell&amp;#8217;amicizia e il desiderio di perpetuare il buon vecchio mondo. [sinossi - Future Film Festival]
Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
Di Jir&#237;  Barta
Jir&#237;, &amp;#8220;figlio&amp;#8221; di Jir&#237;
(Another) Toy Story
Regna la pace sul regno dei giochi abbandonati finch&#233; Buttercup (Ranuncolo), una bella bambola, diviene l&amp;#8217;oggetto del desiderio del crudele sovrano della Terra del Male, l&amp;#8217;onnipotente Head, Testa di gesso. La violenta battaglia per salvarla riporta alla luce la forza dell&amp;#8217;amicizia e il desiderio di perpetuare il buon vecchio mondo. [sinossi - Future Film Festival]
Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
Di Jir&#237;  Barta
Jir&#237;, &amp;#8220;figlio&amp;#8221; di Jir&#237;
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Di Jir&#237;  Barta
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Di Jir&#237;  Barta
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Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Regna la pace sul regno dei giochi abbandonati finch&#233; Buttercup (Ranuncolo), una bella bambola, diviene l&amp;#8217;oggetto del desiderio del crudele sovrano della Terra del Male, l&amp;#8217;onnipotente Head, Testa di gesso. La violenta battaglia per salvarla riporta alla luce la forza dell&amp;#8217;amicizia e il desiderio di perpetuare il buon vecchio mondo. [sinossi - Future Film Festival]
Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Jir&#237;, &amp;#8220;figlio&amp;#8221; di Jir&#237;
(Another) Toy Story
Regna la pace sul regno dei giochi abbandonati finch&#233; Buttercup (Ranuncolo), una bella bambola, diviene l&amp;#8217;oggetto del desiderio del crudele sovrano della Terra del Male, l&amp;#8217;onnipotente Head, Testa di gesso. La violenta battaglia per salvarla riporta alla luce la forza dell&amp;#8217;amicizia e il desiderio di perpetuare il buon vecchio mondo. [sinossi - Future Film Festival]
Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
Di Jir&#237;  Barta
Jir&#237;, &amp;#8220;figlio&amp;#8221; di Jir&#237;
(Another) Toy Story
Regna la pace sul regno dei giochi abbandonati finch&#233; Buttercup (Ranuncolo), una bella bambola, diviene l&amp;#8217;oggetto del desiderio del crudele sovrano della Terra del Male, l&amp;#8217;onnipotente Head, Testa di gesso. La violenta battaglia per salvarla riporta alla luce la forza dell&amp;#8217;amicizia e il desiderio di perpetuare il buon vecchio mondo. [sinossi - Future Film Festival]
Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
Di Jir&#237;  Barta
Jir&#237;, &amp;#8220;figlio&amp;#8221; di Jir&#237;
(Another) Toy Story
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Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Regna la pace sul regno dei giochi abbandonati finch&#233; Buttercup (Ranuncolo), una bella bambola, diviene l&amp;#8217;oggetto del desiderio del crudele sovrano della Terra del Male, l&amp;#8217;onnipotente Head, Testa di gesso. La violenta battaglia per salvarla riporta alla luce la forza dell&amp;#8217;amicizia e il desiderio di perpetuare il buon vecchio mondo. [sinossi - Future Film Festival]
Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Jir&#237;, &amp;#8220;figlio&amp;#8221; di Jir&#237;
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Regna la pace sul regno dei giochi abbandonati finch&#233; Buttercup (Ranuncolo), una bella bambola, diviene l&amp;#8217;oggetto del desiderio del crudele sovrano della Terra del Male, l&amp;#8217;onnipotente Head, Testa di gesso. La violenta battaglia per salvarla riporta alla luce la forza dell&amp;#8217;amicizia e il desiderio di perpetuare il buon vecchio mondo. [sinossi - Future Film Festival]
Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Jir&#237;, &amp;#8220;figlio&amp;#8221; di Jir&#237;
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Regna la pace sul regno dei giochi abbandonati finch&#233; Buttercup (Ranuncolo), una bella bambola, diviene l&amp;#8217;oggetto del desiderio del crudele sovrano della Terra del Male, l&amp;#8217;onnipotente Head, Testa di gesso. La violenta battaglia per salvarla riporta alla luce la forza dell&amp;#8217;amicizia e il desiderio di perpetuare il buon vecchio mondo. [sinossi - Future Film Festival]
Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
Di Jir&#237;  Barta
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Regna la pace sul regno dei giochi abbandonati finch&#233; Buttercup (Ranuncolo), una bella bambola, diviene l&amp;#8217;oggetto del desiderio del crudele sovrano della Terra del Male, l&amp;#8217;onnipotente Head, Testa di gesso. La violenta battaglia per salvarla riporta alla luce la forza dell&amp;#8217;amicizia e il desiderio di perpetuare il buon vecchio mondo. [sinossi - Future Film Festival]
Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Jir&#237;, &amp;#8220;figlio&amp;#8221; di Jir&#237;
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Regna la pace sul regno dei giochi abbandonati finch&#233; Buttercup (Ranuncolo), una bella bambola, diviene l&amp;#8217;oggetto del desiderio del crudele sovrano della Terra del Male, l&amp;#8217;onnipotente Head, Testa di gesso. La violenta battaglia per salvarla riporta alla luce la forza dell&amp;#8217;amicizia e il desiderio di perpetuare il buon vecchio mondo. [sinossi - Future Film Festival]
Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
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Regna la pace sul regno dei giochi abbandonati finch&#233; Buttercup (Ranuncolo), una bella bambola, diviene l&amp;#8217;oggetto del desiderio del crudele sovrano della Terra del Male, l&amp;#8217;onnipotente Head, Testa di gesso. La violenta battaglia per salvarla riporta alla luce la forza dell&amp;#8217;amicizia e il desiderio di perpetuare il buon vecchio mondo. [sinossi - Future Film Festival]
Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli., In The Attic: Who Has a Birthday Today?
Di Jir&#237;  Barta
Jir&#237;, &amp;#8220;figlio&amp;#8221; di Jir&#237;
(Another) Toy Story
Regna la pace sul regno dei giochi abbandonati finch&#233; Buttercup (Ranuncolo), una bella bambola, diviene l&amp;#8217;oggetto del desiderio del crudele sovrano della Terra del Male, l&amp;#8217;onnipotente Head, Testa di gesso. La violenta battaglia per salvarla riporta alla luce la forza dell&amp;#8217;amicizia e il desiderio di perpetuare il buon vecchio mondo. [sinossi - Future Film Festival]
Passo Uno, il tuo nome &#232; Repubblica Ceca. O meglio, in un mondo leggermente meno entropico il dizionario dei sinonimi e dei contrari riporterebbe, insieme a Stop Motion, anche la terra del rabbino Jehuda Low Ben Bezalel fra i lemmi degni di nota (che altro era, il Golem?)., Fantasioso cartone di produzione ceca ambientato in un mondo dove regnano i giocattoli.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;31/01/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Nicola Ramponi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>31/01/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>First Squad: The Moment of Truth</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=4916</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/Festival/Future%20Film%20Festival/Concorso/First%20Squad_%20The%20Moment%20of%20Truth/First-Squad-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&#200; il 1942. L'Armata Rossa sta opponendo una violenta ed efficace resistenza contro l'invasore tedesco. La quattordicenne Nadya &#232; una medium. Durante un terribile raid aereo la ragazza rimane colpita. Ripresasi dalla commozione cerebrale, Nadya scopre il suo nuovo dono, la capacit&#224; di percepire il &amp;#8220;Momento della verit&#224;&amp;#8221;. La capacit&#224; di Nadya &#232; fondamentale per la 6&#176; Divisione, unit&#224; segreta dell'Intelligence Militare Sovietica, che sta ingaggiando una guerra segreta contro la &amp;#8220;Ahnenerbe&amp;#8221;, un ordine occulto delle SS. La Ahnenerbe evoca dal regno della morte il Barone von Wolff. Per contrastare il Barone Nadya decide di servirsi dell'aiuto dei suoi vecchi amici dell'Aldil&#224;, i Pionieri della Prima Squadra..., Una coproduzione russo-nipponica che racconta la Seconda Guerra Mondiale mescolando il fantasy al mockumentary. In concorso al Future Film Festival 2010., Film di animazione coprodotto da Canada, Russia e Giappone presentato in competizione al Future Film Festival 2010., Film di animazione coprodotto da Canada, Russia e Giappone presentato in competizione al Future Film Festival 2010., Una coproduzione russo-nipponica che racconta la Seconda Guerra Mondiale mescolando il fantasy al mockumentary. In concorso al Future Film Festival 2010., Film di animazione coprodotto da Canada, Russia e Giappone presentato in competizione al Future Film Festival 2010., Film di animazione coprodotto da Canada, Russia e Giappone presentato in competizione al Future Film Festival 2010., Una coproduzione russo-nipponica che racconta la Seconda Guerra Mondiale mescolando il fantasy al mockumentary. In concorso al Future Film Festival 2010., Film di animazione coprodotto da Canada, Russia e Giappone presentato in competizione al Future Film Festival 2010., Film di animazione coprodotto da Canada, Russia e Giappone presentato in competizione al Future Film Festival 2010., Una coproduzione russo-nipponica che racconta la Seconda Guerra Mondiale mescolando il fantasy al mockumentary. In concorso al Future Film Festival 2010., Film di animazione coprodotto da Canada, Russia e Giappone presentato in competizione al Future Film Festival 2010., Film di animazione coprodotto da Canada, Russia e Giappone presentato in competizione al Future Film Festival 2010.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;28/01/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>28/01/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Otra pel&#236;cula de huevos y un pollo</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=4936</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/Festival/Future%20Film%20Festival/Fuori%20concorso/Otra%20pel%C3%ACcula%20de%20huevos%20y%20un%20pollo/otra-pelicula-de-huevos-y-un-pollo-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Secondo capitolo delle bizzarre avventure di un gruppo di uova... Animazione firmata dai messicani Gabriel e Rodolfo Alatriste., ,, ,, Secondo capitolo delle bizzarre avventure di un gruppo di uova... Animazione firmata dai messicani Gabriel e Rodolfo Alatriste., ,, ,, Secondo capitolo delle bizzarre avventure di un gruppo di uova... Animazione firmata dai messicani Gabriel e Rodolfo Alatriste., ,, ,, Secondo capitolo delle bizzarre avventure di un gruppo di uova... Animazione firmata dai messicani Gabriel e Rodolfo Alatriste., ,, ,&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;28/01/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>28/01/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Yona Yona Penguin</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=3950</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/Animazione/Yona-Yona-Penguin-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Yona Yona Penguin &#232; una pellicola che porta la sensibilit&#224; e il tipo di disegno tipici degli anime in un mondo in tre dimensioni. I deliziosi personaggi sono stati creati da Katsuya Terada. Fuori Concorso a Venezia 66., Yona Yona Penguin &#232; una pellicola che porta la sensibilit&#224; e il tipo di disegno tipici degli anime in un mondo in tre dimensioni. I deliziosi personaggi sono stati creati da Katsuya Terada. Fuori Concorso a Venezia 66., Yona Yona Penguin &#232; una pellicola che porta la sensibilit&#224; e il tipo di disegno tipici degli anime in un mondo in tre dimensioni. I deliziosi personaggi sono stati creati da Katsuya Terada. Fuori Concorso a Venezia 66., Yona Yona Penguin &#232; una pellicola che porta la sensibilit&#224; e il tipo di disegno tipici degli anime in un mondo in tre dimensioni. I deliziosi personaggi sono stati creati da Katsuya Terada. Fuori Concorso a Venezia 66.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;28/01/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>28/01/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: First Squad</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=4970</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/Animazione/First-Squad-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer della coproduzione russo-nipponica First Squad: The Moment of Truth di Yoshiharu Ashino&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;25/01/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>25/01/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: Alvin Superstar 2</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=4941</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/In%20sala/Alvin%20Superstar%202/Alvin-Superstar-2-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano di Alvin Superstar 2, pellicola che segna il ritorno della rock band pi&#249; originale della storia del cinema.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;21/01/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>21/01/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Arthur e la vendetta di Maltazard</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=4755</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/12/In%20sala/Arthur%20e%20la%20vendetta%20di%20Maltazard/arthur-e-la-vendetta-di-maltazard%20-%20cover.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Secondo capitolo delle avventure del giovane Arthr nella terra dei Minimei, sempre orchestrate da Luc Besson.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/12/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>30/12/2009</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: Arthur e la vendetta di Maltazard</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=4827</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/12/In%20sala/Arthur%20e%20la%20vendetta%20di%20Maltazard/arthur-e-la-vendetta-di-maltazard%20-%20cover.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Trailer italiano della saga d'animazione creata da Luc Besson.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/12/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>30/12/2009</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Clip: La principessa e il ranocchio</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=4775</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/12/Animazione/la-principessa-e-il-ranocchio-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Tre sequenze tratte da La principessa e il ranocchio dell'inossidabile duo Ron Clements e John Musker.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;21/12/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>21/12/2009</pubDate>
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			<title>Astro Boy</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=4768</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Alice%20nella%20citt%C3%A0/ASTRO%20BOY/ASTRO_BOY_160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La versione in computer grafica del celebre bambino robot creato da Osamu Tezuka. Regia di David Bowers.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;18/12/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>18/12/2009</pubDate>
		</item>
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			<title>La principessa e il ranocchio</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=4672</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/12/In%20sala/La%20principessa%20e%20il%20ranocchio/la-principessa-e-il-ranocchio-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il ritorno della Disney all'animazione tradizionale, al musical, alle principesse e alle commedie romantiche. Alla regia il duo Ron Clements John Musker.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;18/12/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>18/12/2009</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trailer: La principessa e il ranocchio</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=3439</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/12/In%20sala/La%20principessa%20e%20il%20ranocchio/la-principessa-e-il-ranocchio-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il nuovo film d'animazione della Disney, ancora una volta affidato al duo Clements-Musker.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;18/12/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>18/12/2009</pubDate>
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			<title>Clip: Astro Boy</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=4735</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/12/Animazione/astro-boy-80x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Sette brevi sequenze tratte da Astro Boy (2009) di David Bowers (Gi&#249; per il tubo), versione in computer grafica del celebre robottino creato da Osamu Tezuka.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/12/2009&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>13/12/2009</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Home Video Luglio 2010</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5931</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Dvd%20e%20co_/Woody-Allen-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Mentre le sale si svuotano e gli incassi sono preda di pochi film, il mercato home video continua a sfornare titoli pi&#249; che interessanti: i cofanetti dedicati a Woody Allen, Shutter Island, Gli amori folli, I gatti persiani, gli inediti Dead Man'S Shoes e Chocolate...

L'afoso luglio, mese poco generoso per il grande schermo, ci regala quattro gustosissimi cofanetti dedicati a Woody Allen, icona intramontabile del cinema americano (ma, in verit&#224;, molto pi&#249; amato   in Europa...). Una ventina di titoli che coprono in buona parte il periodo 1971-2004: Alice, Crimini e misfatti, La rosa purpurea del Cairo, Radio Days, Manhattan, Io e Annie, Amore e guerra e via discorrendo. Oggetti preziosi.

Tra le uscite che arrivano direttamente dalle sale, segnaliamo cinque novit&#224; e un ripescaggio. Shutter Island di Martin Scorsese non ha bisogno di presentazioni, visto il seguito di pubblico e l'ampia pubblicit&#224;. In ogni caso, un film a nostro avviso davvero notevolissimo: da recuperare, per i pi&#249; distratti. Ben pi&#249; di nicchia, quindi da ripescare (e, per i pi&#249; bravi, da rivedere), Gli amori folli del grande vecchio Alain Resnais, I gatti persiani di Bahman Ghobadi e gli interessanti Simon Konianski di Micha Wald e Afterschool di Antonio Campos. Capitolo a parte per l'ottimo Control di Anton Corbijn, che al tempo della difficoltosa uscita nelle sale venne prevedibilmente snobbato. Invece, come troppo spesso capita, &#232; un gioiello. 

Segnaliamo, con malcelata gioia, l'uscita in dvd dell'inedito Dead Man'S Shoes - Cinque giorni di vendetta del bravissimo e assai simpatico cineasta inglese Shane Meadows (This Is England, Somers Town). Dopo un apprezzato passaggio alla Mostra del Cinema di Venezia, Dead Man's Shoes, storia di una implacabile vendetta, non trov&#242; una distribuzione nel Bel Paese, come buona parte del cinema di Meadows. Attendiamo (non troppo) speranzosi gli altri film...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>13/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Da uomo a uomo</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=4&amp;art=5919</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Dvd%20e%20co_/Da-uomo-a-uomo-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Alla fine degli anni sessanta, periodo in cui l'industria cinematografica del Bel Paese poteva vantare ricchezza di generi e vivacit&#224; produttiva, gli oramai celeberrimi spaghetti-western andavano moltiplicandosi. La rilettura italiana del Selvaggio West, guidata dal successo di Per un pugno di dollari (1964) di Sergio Leone, cavalcava tendenzialmente due temi: la rivoluzione (siamo negli anni della contestazione) e la vendetta. Ed ecco, allora, i vari Quien sabe? (1966) di Damiano Damiani, Tepepa (1969) di Giulio Petroni, Vamos a matar, compa&#241;eros (1970) di Sergio Corbucci, Gi&#249; la testa (1971) di Sergio Leone, di ispirazione sessantottina, e i pi&#249; violenti Per qualche dollaro in pi&#249; (1965) di Sergio Leone, Una pistola per Ringo (1965) di Duccio Tessari, Django (1966) di Sergio Corbucci e via discorrendo. Pellicole e personaggi (Django, Armonica, Sentenza, Cuchillo...) che dopo quattro decenni fanno ancora parte dell'immaginario collettivo e cinematografico: il cinema western, anche a stelle e strisce, non &#232; pi&#249; stato lo stesso (e nemmeno, purtroppo per noi, l'industria cinematografica italiana).
Da uomo a uomo, datato 1967 e diretto da Giulio Petroni, che poi firmer&#224; anche il coinvolgente Tepepa, appartiene al filone della vendetta: il piccolo Bill assiste al massacro della sua famiglia e cresce spinto dall'odio, diventando un abile pistolero, perennemente alla ricerca degli assassini dei genitori e della sorella... E proprio questo incipit &#232; uno dei momenti pi&#249; significativi del lungometraggio di Petroni: pur seguendo gli stilemi del genere, questa sequenza mette in mostra una peculiare dose di violenza, sadica e senza sconti, enfatizzata da una colonna sonora, firmata dal monumentale Ennio Morricone, che alterna ballate classiche a sonorit&#224; taglienti, quasi disturbanti. Non &#232; un caso, infatti, che questa sequenza sia stata ripescata e citata da Quentin Tarantino in Kill Bill (2003): &#232; la storia di O-Ren bambina, tra l'altro realizzata in animazione dalla Production I.G, nascosta sotto il letto mentre i genitori vengono massacrati (seguir&#224;, &#231;a va sans dire, atroce vendetta...). Un godibilissimo omaggio.
Petroni, che non eccede in dettagli e primissimi piani, si dimostra a suo agio con le sanguinarie storie della Frontiera: nei personaggi fortemente marcati, nelle musiche, nella rituale e polverosa iconografia del Far West, ritroviamo tutto il sapere artigiano, la ricchezza di generi e il respiro internazionale (Da uomo a uomo venne distribuito negli Stati Uniti dalla United Artist con grande successo...) del cinema italiano degli anni sessanta e settanta. Fondamentale, ovviamente, l'apporto di Lee Van Cleef, volto granitico, maschera perfetta sia per ruoli positivi che negativi: nel confronto con John Phillip Law, l'angelo biondo della vendetta con gli occhi azzurri e glaciali, il vecchio leone giganteggia... 
Death Rides A Horse, titolo internazionale di Da uomo a uomo, &#232; distribuito per il mercato home video dalla Koch Media. L'edizione in dvd, pi&#249; che buona dal punto di vista tecnico, non presenta particolari contenuti extra: il trailer originale e una galleria fotografica. Da segnalare i cinque minuti inediti in lingua originale. L'audio, in italiano e in inglese, &#232; in Dolby Digital 2.0. Sono presenti i sottotitoli in italiano. 
Imperdibile per gli appassionati del genere western, Da uomo a uomo ci riporta allo splendore di una generazione di registi (e sceneggiatori, e produttori...) che, tra alti e bassi, hanno segnato il cinema di intrattenimento italiano: dietro al gigante Sergio Leone, infatti, non bisogna dimenticare i vari Sergio Sollima, Sergio Corbucci, Giulio Petroni, Tonino Valerii... Insomma, un film da (ri)vedere.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;dvd and co&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;11/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>dvd and co</category>
			<pubDate>11/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Mad Max - Oltre la sfera del tuono (OST)</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5922</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/Dvd%20e%20co_/Mad-Max-3-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Innesc&#242; addirittura un piccolo scandalo l'assegnazione di Maurice Jarre alle musiche del terzo episodio di Mad Max, datato 1985.
Produzione principalmente australiana - e di grande orgoglio nazionale, visto il successo riscosso e il grande richiamo esercitato dalla saga post-apocalittica su quella cinematografia - quando l'ideatore e regista Geroge Miller decise per il famoso compositore di origini francesi, l'Australian Guild of Screen Composers insorse, soprattutto nella persona del collega Bruce Smeaton. Pietra dello scandalo fu l'estromissione del connazionale Brian May, autore - peraltro notevolissimo - dei due commenti apposti ai primi due film con protagonista il giovanissimo Mel Gibson nelle vesti del guerriero della strada.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Giuliano Tomassacci&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>09/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>An Education</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=66&amp;art=5908</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/In%20sala/An%20Education/An-Education-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Dopo aver collezionato numerosi riconoscimenti e apparizioni in disparati festival e manifestazioni, An Education si prepara al debutto nel mercato italiano dell&amp;#8217;homevideo con un dvd targato Sony.
&amp;#8220;A volte l&amp;#8217;istruzione non viene dai libri&amp;#8221; suggerisce il sottotitolo attribuito al film dalla distribuzione ed &#232; effettivamente la dilemmatica contrapposizione fra &amp;#8220;vita&amp;#8221; ed &amp;#8220;educazione&amp;#8221; la chiave di lettura attraverso la quale viene filtrata l&amp;#8217;intera vicenda.
Ispirato come noto dall&amp;#8217;esperienza personale della giornalista Lynn Barber e sceneggiato da Nick Honrby, An Education racconta con garbo e ironia la storia di Jenny, brillante studentessa, la cui vita viene stravolta dall&amp;#8217;incontro con David, trentenne in carriera dal fascino misterioso: tra viaggi, jazz-club e ristoranti di lusso, la ragazza inizier&#224; a dubitare delle sue prospettive professionali, ma fino a che punto pu&#242; spingersi l&amp;#8217;auto-abnegazione in funzione di una relazione? La voce calda di Juliette Greco accompagna la protagonista nella sua avventura sentimentale e formativa mentre prende forma il ritratto di un ventaglio di emozioni che spaziano dalla gioia al dolore, l&#224; dove il piacere e le ferite finiscono per costituire un unico insieme.
Diretto da Lone Scherfig, nome noto del cinema danese, il film offre uno sguardo disincantato e mai moralista sul passaggio dall&amp;#8217;adolescenza all&amp;#8217;et&#224; adulta, sottolineandone i dubbi e le insicurezze ma senza dimenticare di dare risalto alla sfrontatezza della giovent&#249;, quel sano e vivace desiderio di ribellione e di scoperta di s&#233; e del mondo circostante. 
Il dvd, ricco di contenuti speciali, consente allo spettatore di immergersi al cento per cento nelle sofisticate atmosfere della pellicola e di introdursi nel backstage della lavorazione, grazie ai commenti e alla riflessione del cast artistico e tecnico. Il supporto infatti &#232; valorizzato da extra variegati e interessanti: il commento sul film da parte della regista e dei protagonisti (Carey Mulligan e Peter Sarsgaard), una antologia di estemporanee riflessioni tratte dalle interviste sul red carpet raccolte all&amp;#8217;anteprima del film presso l&amp;#8217;Egyptian Theatre a Los Angeles, il trailer cinematografico (e presentazione di altri prodotti distribuiti da Sony) e un&amp;#8217;intrigante collezione di scene eliminate in fase di montaggio.
Il &amp;#8220;dietro le quinte&amp;#8221; di An Education si articola in un alternarsi continuo di sequenze tratte dalla pellicola e interventi della Scherfig, di Honrby e di numerosi elementi del cast: l&amp;#8217;urgenza di crescere, il disperato bisogno di sentirsi adulti e svincolati dal rigido incasellamento culturale degli anni post-bellici rappresentano senza dubbio il dato fondante delle considerazioni riportate. Jenny cresce e modifica il proprio approccio alla realt&#224;, smarrendo la propria innocenza e pagando la propria naturale carenza di esperienza: parallelamente il suo Paese cerca la propria strada alla ricerca di un futuro libero dai retaggi del conflitto mondiale, confrontandosi per la verit&#224; con dilemmi e incertezze formalmente non troppo dissimili da quelli che attanagliano l&amp;#8217;adolescenza. Amanda Posey e Finola Dwyre (produttrici) pongono l&amp;#8217;accento sul desiderio di emancipazione della protagonista che, convinta di condurre un&amp;#8217;esistenza noiosa si lascia affascinare dall&amp;#8217;universo rutilante di David, catapultandola in un mondo fatto di glamour, divertimento e spensieratezza. Alla voce delle produttrici &#232; affidato il racconto della genesi del progetto: l&amp;#8217;avventura di An Education &#232; nata nel segno di Nick Honrby (autore di alcuni fra i pi&#249; noti bestseller della letteratura contemporanea), che nel leggere le memorie giovanili di Lynn Barber pubblicate su Granta e tenendo in considerazione la notevole armoniosit&#224; della struttura narrativa (un inizio convincente, uno sviluppo organico e un finale ricco di sorprese) le reput&#242; perfette per una trasposizione cinematografica. Dall&amp;#8217;iniziale intuizione dello scrittore inglese alla definitiva presentazione del lungometraggio ultimato non sono sicuramente mancate modifiche ed evoluzioni nel progetto (la cui realizzazione in fase pre-produttiva &#232; stata segnata da diverse controversie) ma il risultato, a detta di chi ha preso parte alla lavorazione, ha la funzionalit&#224; dei lavori nati all&amp;#8217;insegna dell&amp;#8217;eterogeneit&#224;: la sensibilit&#224; sottilmente ironica britannica si amalgama all&amp;#8217;apparente lucido distacco scandinavo, unito a un&amp;#8217;elaborazione dei contenuti che attinge alla tradizione statunitense.  
Il vero appeal del film, oltre che nella ricostruzione dell&amp;#8217;atmosfera dei primi anni &amp;#8217;60, risiede sicuramente nell&amp;#8217;accurata ricerca del cast, che annovera nomi eccellenti (da Alfred Molina a Emma Thompson, senza dimenticare Olivia Williams, Rosamund Pike e Dominic Cooper): sono per&#242; Peter Sarsgaard e soprattutto Carey Mulligan a ricevere la menzione speciale di Lone Scherfig per la professionalit&#224; con la quale si sono avvicinati alle notevoli e complesse sfaccettature dei loro personaggi. 
Merita un cenno specifico la raccolta di scene inedite che costituiscono un ulteriore arricchimento del dvd (grazie al quale &#232; ovviamente possibile concedersi la visione in lingua originale che senza dubbio rende maggiore giustizia alle interpretazioni dei protagonisti e alla sceneggiatura, ricca di suggestioni e arguzie ovviamente difficili da riprodurre con la medesima efficacia in lingue diverse da quella madre): sebbene alcune effettivamente non si rivelino cruciali ai fini dello sviluppo narrativo &#232; interessante il confronto con sguardi &amp;#8220;alternativi&amp;#8221; sulla vicenda, che consentono di immergersi a pieno nell&amp;#8217;universo dei personaggi che acquistano ulteriori volti, a conferma della poliedricit&#224; della rappresentazione emotiva del film.
&amp;#8220;Una cosa &#232; vedere tua figlia con il cuore spezzato, un&amp;#8217;altra &#232; avere a tua volta il cuore spezzato dalla stessa persona&amp;#8221; afferma Alfred Molina: ed effettivamente An Education &#232; il racconto di un disincanto collettivo, di un perdita d&amp;#8217;innocenza che non coinvolge un solo soggetto ma che si spande come una macchia d&amp;#8217;olio. &#200; questo il rischio della lama a doppio taglio delle emozioni.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite del mese&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite del mese</category>
			<pubDate>04/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Vital - Autopsia di un amore</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=66&amp;art=5880</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2008/11/Altrocinema/MondoVisioni/Vital/Vital%20200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Nonostante le sempre rare sortite nelle sale italiane, il cinema di Shinya Tsukamoto continua a essere una delle parentesi artistiche giapponesi pi&#249; note al pubblico cinefilo nostrano: se &#232; infatti vero che solo A Snake of June riusc&#236; a trovare spazio sul grande schermo nell'oramai lontano 2003, seppur in un numero assai limitato di copie, c'&#232; da dire che se si eccettuano casi specifici sporadici (Gemini, Nightmare Detective 2, l'ultimo Tetsuo: The Bullet Man), i lungometraggi diretti dal cinquantenne cineasta nipponico hanno avuto sempre l'occasione di raggiungere quantomeno il mercato home video. Un privilegio tutt'altro che comune per quanto concerne la cinematografia giapponese, in una riprovevole prassi distributiva che tende tutt'ora a ghettizzare le opere provenienti da aree geografiche lontane dal rassicurante occidente. 
Anche per questo motivo troviamo particolarmente meritevole di attenzione il lavoro della Koch Media, che in collaborazione con la Eskimo (e con Revolver, che compr&#242; i diritti del film a ridosso della sua proiezione veneziana nel 2004), permette di aggiungere un ulteriore tassello della poetica tsukamotiana, dando visibilit&#224; a un'opera tutt'altro che semplice da affrontare, anche per coloro che hanno dimestichezza con il cinema del regista della saga di Tetsuo. Una confezione visiva e sonora di ottimo livello, con i sottotitoli in italiano a sbrogliare la matassa della lingua originale: basterebbe anche solo questo per considerare il dvd di Vital un acquisto a dir poco essenziale per tutti gli amanti del cinema, senza dubbio una delle sortite editoriali pi&#249; importanti dell'estate 2010. Ma, senza accontentarsi del film nudo e crudo, il dvd regala agli spettatori un numero strabiliante di contenuti speciali, la maniera migliore per cercare di entrare in profondit&#224; tra le pieghe di un dramma cupo e coraggiosamente onirico, lontano dalle sirene cyberpunk degli esordi di Tsukamoto e ideale seguito di A Snake of June: un viaggio nel senso stesso dell'umanit&#224;. 
&#200; lo stesso Tsukamoto, in un'intervista portata a termine nella sede della Kaiju Theatre (la storica casa di produzione fondata negli anni ottanta dal regista per riuscire a mettere in scena le proprie storie) il 6 marzo del 2005, a spiegare il senso pi&#249; intimo della pellicola, riproponendo alcune delle chiavi di lettura pi&#249; ricorrenti all'interno della sua poetica autoriale: l'oppressiva presenza della metropoli di Tokyo, che ha finito nel corso dei decenni per spersonalizzare gli uomini e le donne che la abitano, trasformandoli di fatto in involucri privi di un reale &amp;#8220;io&amp;#8221; da coltivare; l'incubo industriale che fa capolino da ogni dove; e infine la disperata lotta delle relazioni interpersonali contro questo scenaria apocalittico. Tutti punti fermi sui quali Tsukamoto si dilung&#242; anche in nostra presenza, al Festival di Locarno del 2005, quando lo intervistammo in occasione della proiezione del suo splendido mediometraggio Haze, e che ribadisce con forza nell'extra Tsukamoto Talks: la ricerca della verit&#224;, o della propria memoria come nel caso del giovane protagonista di Vital, deve procedere anche a fronte di un eventuale (e forse preventivabile) insuccesso perch&#233;, come ci insegna Tsukamoto &amp;#8220;non otterremo risposte esatte, ma forse otterremo qualche tipo di risposta&amp;#8221;. Se Tsukamoto Talks ci permette di saperne di pi&#249; sullo Tsukamoto-autore, e forse anche sullo Tsukamoto-uomo, i venti minuti o poco meno nei quali si sviluppa Making Vital trascinano lo spettatore direttamente sul set del film, per scoprire i segreti dello Tsukamoto-regista: il backstage &#232; l'occasione ghiotta per entrare in contatto con una prassi produttiva non poi cos&#236; comune nel panorama contemporaneo, e non solo in quello giapponese. Pedinando la troupe da Yokohama fino alla remota spiaggia di Gushito, veniamo poco per volta resi edotti di un approccio straordinariamente libero alla messa in scena: un clima ideale per instaurare l'ottimo rapporto con tutti i membri della troupe che sembra respirare dalle immagini selezionate. Vedere per credere il divertente festeggiamento per il compleanno di Tadanobu Asano.
Anche ne Il giorno della prima si festeggia un compleanno: stavolta per&#242; siamo a Venezia, durante le giornate della Mostra del Cinema (che accolse il film in anteprima mondiale durante la prima edizione gestita da Marco M&#252;ller). In dieci minuti viene descritta la vita di Tsukamoto e dei membri del cast nel corso della kermesse: il giro per i mercati popolari, le interviste programmate, la conferenza stampa, l'incontro con i fan. Ma soprattutto la vita di tutti i giorni: e allora quello che potrebbe sembrare il contenuto speciale meno in grado di addentrarsi nella lettura del film diventa in realt&#224; a suo modo indispensabile per comprendere il percorso artistico di un regista che da pi&#249; di venti anni continua a proporre la sua visione dell'uomo e della societ&#224; industriale, senza lasciarsi attrarre dalle lusinghe del cinema commerciale. 

ps. A completare l'ottimo dvd licenziato dalla Koch Media anche un trailer musicale (sulle note di Blue Bird di COCCO), e un'esauriente galleria fotografica.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite del mese&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;01/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite del mese</category>
			<pubDate>01/07/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Eva e Adamo</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=66&amp;art=5865</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/9/In%20Sala/Eva%20e%20Adamo/Eva-e-Adamo-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Le molteplici declinazioni dell&amp;#8217;amore scandiscono il passo di un documentario struggente, che con lucidit&#224; ma senza rinunciare allo sguardo e alla lettura personale del regista racconta storie di amori tanto &amp;#8220;normali&amp;#8221; quanto impossibili. Eva e Adamo &#232; un viaggio nell&amp;#8217;intricata ragnatela del sentimento, un excursus delicato e crudele allo stesso tempo che ripercorre il passato e il presente di tre coppie, protagoniste di relazioni complesse che prendono forma a dispetto dei potenziali deterrenti.
C&amp;#8217;&#232; Erika, la settantaseienne vivace e vitale, scrittrice sognatrice alla ricerca del principe azzurro che spera di trovare in Mouss&#224;, giovane senegalese, un compagno di vita all&amp;#8217;altezza delle sue aspettative. Deborah invece &#232; una ventenne milanese, innamorata di un uomo pi&#249; grande di lei, siciliano e geloso, al quale per qualche tempo ha nascosto la propria occupazione: spogliarsi nelle dirette tv erotiche. Infine Veronica e Alberto, un&amp;#8217;infermiera e un malato di una grave forma di sclerosi multipla: si sono conosciuti a Lourdes, si sono innamorati, si sono sposati e continuano malgrado le difficolt&#224; ad alimentare il loro sentimento. 
Moroni, al terzo lungometraggio, si sofferma su una trasversalit&#224; di linguaggio che si addentra nell&amp;#8217;umanit&#224; ricca di sensibilit&#224; di tre donne diverse per et&#224;, status sociale, scelte di vita: Erika, Deborah e Veronica sono i pilastri di una struttura filmica che si impernia sull&amp;#8217;emotivit&#224;, sulle gioie e i dolori dell&amp;#8217;amore.
Progetto ambizioso negli intenti e nella realizzazione, Eva e Adamo restituisce al pubblico l&amp;#8217;immagine vivida di un cinema italiano indipendente che sa raccontare e che ha voglia di confrontarsi con la quotidianit&#224; dell&amp;#8217;esperienza umana: Moroni (grazie alla struttura organizzativa della 50Notturno, ai suoi due soci organizzatori Stefano ed Enrica Pedrotti) ha dato vita a una nuova strada per la distribuzione autogestita, organizzando un &amp;#8220;tour&amp;#8221; di proiezioni che ha consentito al film &amp;#8211; grazie anche a un ingegnoso sistema di tutela di interessi rispetto alle sale cinematografiche basato sulla semplice tecnica della prevendita &amp;#8211; di raggiungere un pubblico ben pi&#249; vasto di quello apparentemente immaginabile.
Adesso, terminata l&amp;#8217;avventura del tour distributivo, Eva e Adamo raggiunge gli scaffali dell&amp;#8217;home video con un dvd incredibilmente ricco di contenuti extra: una presentazione/recensione del film curata da Mario Sesti, due cortometraggi, il trailer e la locandina del film, una doppia galleria fotografica e un booklet di 24 pagine nel quale Moroni, attraverso un&amp;#8217;intervista realizzata nel febbraio del 2010, nel pieno del suo &amp;#8220;viaggio assieme al film&amp;#8221;, racconta il proprio personale approccio al progetto, la sua realizzazione, le sue motivazioni. La collana Officine Italiane (Eskimo), al suo secondo titolo nel mercato domestico, ha rivendicato con orgoglio la propria scelta, sottolineando l&amp;#8217;audacia del film, la sua potenza evocativa, la sua immediatezza.
Il grande pregio di Eva e Adamo infatti &#232; la capacit&#224; di riuscire a confrontarsi con estrema maestria con materiale vivo e reale, strettamente documentaristico, ed essere in grado di leggerlo e rielaborarlo senza rigidit&#224; di tipo &amp;#8220;saggistico&amp;#8221; ma anzi riproponendo una morbidezza e una fluidit&#224; narrativa che abbracciano lo spettatore fino a condurlo in un territorio che sembra confinare con quello della fiction. Moroni non formula  giudizi sui personaggi, n&#233; ricerca all&amp;#8217;interno delle storie una &amp;#8220;morale&amp;#8221; ispiratrice: il film cerca una chiave di lettura nell&amp;#8217;amore contemporaneo, un ulteriore tassello nell&amp;#8217;analisi del sentimento gi&#224; affrontata dal regista ne Le ferie di Licu (dedicato alla difficile relazione di una coppia bengalese costretta a convivere con un matrimonio combinato) e precedentemente in Tu devi essere il lupo (sul complesso rapporto d&amp;#8217;amore padre/figlia). 
Il booklet allegato al dvd aiuta a comprendere come Moroni e Piccarreda (considerato il co-autore dell&amp;#8217;opera) abbiano raggiunto l&amp;#8217;organicit&#224; e la solidit&#224; del risultato finale: Eva e Adamo nasce infatti da uno studio profondo dell&amp;#8217;umanit&#224; contemporanea e dal desiderio di far riscoprire al pubblico la complessit&#224; dell&amp;#8217;amore senza offrire &amp;#8220;appigli&amp;#8221;. Racconta Moroni infatti che nel discutere della  vicenda di Licu e di sua moglie ne Le ferie di Licu spesso il pubblico sembrava proteggersi dall&amp;#8217;impatto emotivo del film sottolineando le differenze e le distanze culturali: con il suo nuovo progetto il regista intendeva contestualizzare l&amp;#8217;elemento struggente, straniante ed egoistico dell&amp;#8217;amore in un ambito domestico (la Milano dei quartieri borghesi e quella pi&#249; popolare, un piccolo paese dell&amp;#8217;Emilia Romagna). Proprio nel senso di questa lettura dell&amp;#8217;emozione possiamo comprendere il valore attribuibile a Santina, il corto di 9&amp;#8217; contenuto nel dvd: si tratta di materiale raccolto prima della lavorazione di Eva e Adamo nel quale un&amp;#8217;anziana campana racconta i dispiaceri e le taciute sofferenze di una donna costretta alla fine degli anni &amp;#8217;40 a un matrimonio combinato dalle famiglie che l&amp;#8217;ha vista unirsi con un uomo geloso e violento, che in realt&#224; non ha mai amato ma al quale semplicemente &amp;#8220;aveva fatto l&amp;#8217;abitudine&amp;#8221;. Nello sguardo serio e trasognato di Santina riscopriamo un&amp;#8217;Italia semplice, dove non sembrava esserci spazio per emanciparsi e nella quale il silenzio, il rispetto e il timore verso la propria famiglia, verso il proprio marito, verso la dignit&#224; e il &amp;#8220;buon nome&amp;#8221; finiva per far morire in un tombale silenzio decenni di violenze fisiche e psicologiche. &#200; il desiderio di fuga dalla realt&#224;, la volont&#224; di riscrivere passi della storia degli individui che lega questo sofferente percorso sull&amp;#8217;amore a Eccesso di zelo, cortometraggio di finzione datato 1997, che racconta la strana vicenda di un postino valtellinese che trafugando le buste della corrispondenza e sostituendola con missive fittizie tenta di modificare le vite dei destinatari. Moroni ha firmato un corto inquietante nelle sue dinamiche apparentemente atrofizzate nel silenzio di un contesto urbano piccolo e chiuso ma all&amp;#8217;interno del quale si intrecciano numerose e intricate esperienze di vita. 
Il regista &amp;#8211; come sottolineato da Mario Sesti nella sua presentazione video &amp;#8211; supera il confine del cinema-verit&#224; e si dedica alla messa a fuoco sull&amp;#8217;evoluzione dei sentimenti quando questi vengono messi sotto pressione e scopre l&amp;#8217;affascinante rivelarsi di elementi non immediatamente fruibili (il razzismo, la dipendenza, l&amp;#8217;abnegazione di s&#233; in Eva e Adamo ma, potremmo aggiungere, il rifiuto coniugale e la simulazione d&amp;#8217;affetto in Santina e l&amp;#8217;insoddisfazione umana in Eccesso di zelo): &#232; questa sottile attenzione ai dettagli che rende speciale il lavoro di Moroni, la capacit&#224; di cogliere barlumi di sentimento negli sguardi, nei pi&#249; piccoli tremiti dei volti e allo stesso tempo riuscire a distaccarsene per non influenzare emotivamente la pellicola.
&amp;#8220;Di cosa parliamo quando parliamo d&amp;#8217;amore?&amp;#8221; si chiede il regista citando Raymond Carver: le risposte sono numerose e ricche di sfumature ed Eva e Adamo lascia spazio allo spettatore per formulare autonomamente la propria riflessione.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite del mese&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;27/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite del mese</category>
			<pubDate>27/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Voglio la testa di Garcia</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=66&amp;art=5846</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Dvd%20e%20co_/Voglio-la-testa-di-Garcia-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Bring me the head of Alfredo Garcia (1974), decimo lungometraggio cinematografico di Sam Peckinpah, distribuito in DVD nel Bel Paese dalla Koch Media, &#232; una cupa, dolente e violenta parabola di autodistruzione, &#232; un viaggio senza speranza, un road movie dalla meta tragicamente gi&#224; scritta, &#232; una storia d'amore tra due sconfitti. Il film di Peckinpah, a suo tempo accolto con una certa freddezza, &#232; un perfetto esempio del cinema a stelle e strisce degli anni settanta, periodo indimenticabile (e forse irripetibile) dell'industria hollywoodiana: erano altri i corpi e le facce che abitavano queste opere, ben diverso era lo sguardo sulla realt&#224;, sulla cruda realt&#224;. Voglio la testa di Garcia, impietoso e sanguinoso racconto di un illusorio riscatto, ci riporta indietro nel tempo, al disincanto di un cinema capace di mettere in scena personaggi dannatamente veri e storie slegate da finali preconfezionati. E Sam Peckinpah, gi&#224; nostalgico e disilluso autore di Pat Garret e Billy the Kid (1973), Getaway (1972), Cane di paglia (1971) e Il mucchio selvaggio (1969), &#232; stato l'ideale cantore del lato oscuro del sogno americano, il regista pi&#249; legato alla figura dell'antieroe, oramai vecchio e stanco, logoro e pronto alla sconfitta: lo squattrinato Benny (un ammirevole Warren Oates), accecato da una ricompensa che sembrerebbe a portata di mano, si aggiunge alla galleria dei perdenti di Peckinpah, travolti da un mondo, sia esso contemporaneo o ai tempi (poco) mitici del Far West, in cui potere, soldi e tradimento sono il comune denominatore, sono l'unica chiave di lettura.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite del mese&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite del mese</category>
			<pubDate>23/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>La banda del Brasiliano</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=66&amp;art=5820</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Dvd%20e%20co_/la-banda-del-brasiliano-cover160.JPG&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Tra le varie uscite del mercato home video di giugno, schiacciato tra mastodonti come Amabili resti di Peter Jackson e Invictus di Clint Eastwood, accogliamo con gioia la distribuzione de La banda del Brasiliano. Potrebbe correre il rischio di passare inosservato l'approdo in dvd del film firmato dal collettivo pratese John Snellinberg, e sarebbe davvero grave, perch&#233; equivarrebbe a chiudere ancora una volta gli occhi di fronte a quel cinema indipendente (invisibile &#232; forse l'aggettivo che meglio si adatta alla situazione) che continua a minare le fondamenta della nostra imbolsita produzione nazionale. Merita dunque davvero di ricevere complimenti la CG Home Video &amp;#8211; ex Cecchi Gori &amp;#8211; per la coraggiosa scelta di puntare su un'opera cos&#236; piccola e autoprodotta. Perch&#233; La banda del Brasiliano si &#232; dimostrato comunque un film in grado di dire qualcosa di assolutamente non banale sia per quel che concerne il cinema, con l'astuta e ironica rilettura del poliziottesco del tempo che fu, sia per quanto riguarda l'amaro destino dell'Italia contemporanea. Forse solo il cinema dedito al criminale pu&#242; comprendere e tematizzare il tessuto sociale della penisola, quel dramma del precariato che sta timidamente ma con pervicacia prendendo piede nelle geometrie e(ste)tiche della produzione nostrana. 
E proprio l'approfondimento della realt&#224; italiana rappresenta uno dei contenuti speciali raccolti nel corposo capitolo dedicato agli extra nel dvd: Lorenzo Orlandini e Sara del Santo (due dei membri del collettivo) curano un'intervista a Elisabetta Ambrosi e Alessandro Rosina, autori del volume Non &#232; un paese per giovani, edito dai tipi della Marsilio. Un excursus illuminante e angosciante allo stesso tempo, che porta definitivamente alla luce una nazione in cui chi trotterella verso la mezza et&#224; o oltre continua a potersi permettere un tenore di vita assolutamente fuori portata, anche a lungo termine, per coloro che stanno entrando ora nel mondo del lavoro: un paese gerontocratico, destinato in maniera tragica e apparentemente inevitabile a collassare su s&#233; stesso. Strettamente aderenti al film sono invece i restanti contenuti speciali, compresi gli oramai inevitabili (ma sempre assai graditi) backstage, photogallery e biofilmografia, quest'ultima interamente dedicata a Carlo Monni. E proprio Monni &#232; il vero mattatore del backstage, protagonista sublime di un'improvvisazione al limitar del poetico che inizia con la frase &amp;#8220;sai quante ne ho viste io di maiale partire all'alba?&amp;#8221;. Particolarmente piacevole &#232; l'incontro con le scene girate ma tagliate al montaggio definitivo: se nella maggior parte dei casi si tratta probabilmente di esclusioni non troppo dolorose, appendici sicuramente non indispensabili nell'economia dell'opera (come dimostra la sottotraccia dedicata alla sfida tra il sempre pi&#249; inadatto Vannini e un tredicenne, che culmina con un inseguimento in bicicletta che parodizza con intelligenza quelli tipici del genere), &#232; altrettanto vero che &#232; forse anche da queste sequenze che si riesce a cogliere il percorso artistico e artigianale compiuto dal collettivo. A fronte di un cinema che in troppi pretenderebbero meno professionale in quanto pi&#249; povero (e quale pregiudizio razzista si nasconda dietro un'asserzione del genere non ci sembra neanche necessario sottolinearlo), &#232; doveroso comprendere che complessit&#224; di lavoro si celi dietro un'opera come La banda del Brasiliano: piccola ma preziosa vendetta del cosiddetto &amp;#8220;due pienze e 'na tenaglia&amp;#8221;. 
Il pezzo da novanta del dvd l'abbiamo volutamente lasciato alla fine: l'inclusione del cortometraggio Giovent&#249;, droga e violenza: la polizia interviene di Luke Tahiti, film nel film di cui avemmo l'occasione di parlare gi&#224; ai tempi della recensione de La banda del Brasiliano. Un omaggio al poliziottesco crudo e selvaggio, con abrasive derive psycho-pop, deragliamenti da acido anni settanta e chi pi&#249; ne ha pi&#249; ne metta. Un ritmo devastante per dieci minuti di puro divertissement (auto)citazionista, in cui vengono ripercorsi uno dopo l'altro tutti i topos del genere, ma in una chiave decisamente fuori dal comune. Imperdibile. Per questo e per tutti gli altri motivi che abbiamo gi&#224; elencato sarebbe davvero delittuoso lasciarsi sfuggire un dvd come questo. Vedere per credere.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite del mese&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;16/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite del mese</category>
			<pubDate>16/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Alan Silvestri (OST)</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=68&amp;art=5786</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Dvd%20e%20co_/Alan%20Silvestri%20ost/Alan-Silvestri-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Risale al 2003, con la pubblicazione dell'acclamato score di Predator (1987) nella collana &amp;#8220;Club&amp;#8221; della Var&#232;se Sarabande, la tardiva qualificazione della musica di Alan Silvestri nei ranghi della discografia cinematografica da collezione. Il compositore di Forrest Gump e Una notte la museo, in deficit di pubblicazioni soprattutto nella fondamentale decade degli anni'80, ha cos&#236; iniziato a rimontare presso critica e pubblico grazie ai recuperi del market secondario, soprattutto per mano della citata Var&#232;se, di Film Score Monthly e di Intrada, che giusto lo scorso anno ha coronato il trend dando alle stampe l'attesissima partitura di Ritorno al futuro. Con un catalogo di inediti e ristampe gi&#224; considerevole nonostante la giovane et&#224; dell'etichetta, ora anche La-La Land Records accoglie l'autore nelle sue collane, dedicandogli a stretto giro una ristampa estesa del suo commento al muscoloso L'eliminatore (Eraser, 1996) e la prima pubblicazione assoluta dello spartito composto per il leggero Dutch &#232; molto meglio di pap&#224; (Dutch, 1991).&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;colonne sonore&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Giuliano Tomassacci&lt;/strong&gt;</description>
			<category>colonne sonore</category>
			<pubDate>10/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Fuga dal Call Center</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5767</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Dvd%20e%20co_/Fuga%20dal%20call%20center/Fuga-dal-call-center-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&amp;#8220;Bisogna sempre fare opere significative, e militanti e combattenti.&amp;#8221;
Termina con queste parole, pronunciate da Federico Rizzo, il backstage ospitato nel corposo elenco di contenuti speciali del dvd di Fuga dal Call Center, e forse nessuna affermazione potrebbe in fin dei conti segnalare con maggior esattezza l'urgenza e l'importanza di un'uscita home video come quella organizzata dalle assai operose Officine Ubu. Un periodo fecondo per le uscite editoriali dedicate al cinema indie nostrano, tra le ultime forme di resistenza &amp;#8211; barricadera o meno che essa sia &amp;#8211; alla dittatura dei cinepanettoni e dei drammi borghesi d'impianto piattamente televisivo. Registriamo dunque con un certo entusiasmo l'approdo in dvd del piccolo ma agguerrito lungometraggio di Rizzo, ironica, grottesca e al contempo crudele incursione in quell'universo precario che si sta mangiando, pezzo dopo pezzo, il primo articolo della Costituzione (in pochi di questi tempi sembrano ricordarlo, ma l'Italia dovrebbe essere una repubblica fondata sul lavoro). Avevamo apprezzato il film all'epoca della sua uscita in sala &amp;#8211; poco pi&#249; di un anno fa &amp;#8211; e siamo contenti di riscoprirne intatta la forza, la freschezza, quel sottile disincanto idealista che lo rende a suo modo opera allo stesso tempo realista e tenacemente utopica. 
Ancor pi&#249; apprezzabile &#232; il lavoro compiuto sul dvd: laddove con fin troppa facilit&#224; le uscite italiane sfruttano il supporto come un mero riproduttore, contenente solo il film, sprecando di fatto le potenzialit&#224; alla base del tutto, fa finalmente piacere poter riscontrare in Fuga dal Call Center le tracce di un'opera certosina, approfondita, assolutamente non banale. Se il trailer cinematografico &#232; oramai prassi consolidata, tappa fondamentale e (quasi) obbligata per tutti coloro che lavorano ai contenuti extra, come anche dopotutto il gi&#224; citato backstage &amp;#8211; dal quale ci piace citare l'idea del film come di un instant movie, pi&#249; simile all'imprevidibilit&#224; (precariet&#224;?) della vita che a llo schematismo preordinato di una sceneggiatura, altra perla regalataci dal giovane cineasta &amp;#8211;, lo stesso discorso perde gran parte della sua validit&#224; quando ci si confronta con il resto del materiale selezionato. 
Si parte da due brevi interviste, una al regista e l'altra al protagonista, quell'Angelo Pisani che fu volto noto della televisione comica e che qui dimostra tutto il suo entusiasmo nel confronto con un territorio, come quello cinematografico, per lui ancora in buona parte vergine. Un modo per confrontarsi con due punti di vista senza dubbio diversi sul film. Si arriva poi a una serie piuttosto nutrita di scene tagliate: in alcuni casi si tratta di semplici passaggi, in altri si ha invece a che fare con sequenze assai pi&#249; complesse, ma a dir la verit&#224; ci troviamo a concordare in linea di massima con la scelta di eliminare questi frammenti in fase di montaggio. In un'opera gi&#224; di per s&#233; volutamente dispersiva e ramificata si sarebbe trattato probabilmente di una serie di ridondanze decisamente evitabili. Come affermato gi&#224; all'epoca della recensione del film, Fuga dal Call Center &#232; un'opera che lavora a stretto contatto con il mondo musicale, ospitando al suo interno nomi pi&#249; o meno noti del circuito (pi&#249; o meno) indipendente: in questo senso acquista particolare valore il videoclip della canzone di Peppe Voltarelli &amp;#8211; anche attore per Rizzo nonch&#233; fondatore, quasi venti anni fa, della rock band Il parto delle nuvole pesanti &amp;#8211; Distratto ma per&#242;, inserita in forma diegetica nella pellicola, montato utilizzando le immagini del film.
Interessanti gli schizzi di ripresa assemblati nel frammento Profumo di set, in cui lo spettatore &#232; letteralmente trascinato a ridosso del &amp;#8220;ciak, motore, azione!&amp;#8221;, e decisamente valido il catalogo cinematografico delle Officine Ubu, riunito in una serie di trailer che passano in rassegna una distribuzione che spazia da Michael Winterbottom (l'incompiuto Genova e lo schizoide e geniale 24 Hours Party People) a Berlin Calling, dall'angoscioso e criminosamente sottovalutato Tideland di Terry Gilliam alla splendida malinconia immaginifica di Anna Melikian e del suo Mars. 
Ma il vero colpo da novanta, neanche a dirlo, &#232; rappresentato dalle interviste ai veri esponenti del precariato: pi&#249; di mille sono stati i diretti interessati posti davanti alla videocamera da Rizzo durante il tour di documentazione che serviva per preparare al meglio il film. Nel dvd ovviamente ci vengono proposti solo spezzoni di alcuni interventi &amp;#8211; una parte dei quali inserita gi&#224; nel film &amp;#8211; ma si tratta comunque di una visione dall'impatto sconvolgente. Di fronte ad alcuni degli aneddoti raccontati, e al degrado culturale, sociale e politico in cui sta sprofondando l'Italia, non si pu&#242; che rimanere allibiti. E allora al nostro cinema servono davvero opere &amp;#8220;significative, e militanti e combattenti&amp;#8221;...

ps. Il film &#232; dotato anche di un audiocommento con la voce di Angelo Pisani, per accompagnare nello svolgersi della trama anche il pubblico dei non vedenti. Operazione lodevole, e da rimarcare.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>09/06/2010</pubDate>
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			<title>Segreti di famiglia</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5766</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/5/5/Festival/Cannes/fuori%20Concorso/Tetro/Tetro-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&amp;#8220;La luce &#232; senza dubbio la metafora essenziale della storia. &#200; ovvio che si tratta di un bisogno del protagonista: la fama.  Il vincere premi, l&amp;#8217;essere in luce.  E la fama non &#232; necessariamente una cosa positiva&amp;#8221;.  
Francis Ford Coppola esordisce cos&#236; parlando del suo Tetro (Segreti di famiglia), nell&amp;#8217;intervista contenuta nel dvd edito dalla BIM. E le sue dichiarazioni illuminano ulteriormente la sua opera, perch&#233; sarebbe oltremodo riduttivo non contestualizzare il film in questione nella totalit&#224; della filmografia del regista de La conversazione. Ovvio che, come per altri grandi autori, specie quelli della New Hollywood degli anni settanta entrati nella storia del cinema (facendo proselitismo per almeno tre generazioni), i film di Coppola abbiano quella qualit&#224; che permette loro di poter esser letti sia come capolavori a s&#233; stanti, sia nel loro insieme come un&amp;#8217;affascinante costruzione di topos, ossessioni ricorrenti, archetipi: come la famiglia, il rapporto dell&amp;#8217;uomo col tempo biologico e universale, le problematiche esistenziali. Nell&amp;#8217;intervista in questione chiaramente poi, riflettendo sui significati di questo strano suo ultimo approdo (strano almeno per la sua ambientazione, l&amp;#8217;Argentina, e per la straordinaria fotografia in bianco e nero profondamente antinaturalista del giovane Mihai Malaimare Jr.), Coppola finisce per parlare del significato stesso e del cinema e dell&amp;#8217;arte, in particolare del suo rapporto col linguaggio della settima arte, su come si &#232; evoluto, si evolver&#224;, del suo stare un piede nel passato e nel futuro non tralasciando l&amp;#8217;era del digitale e le nuove fruizioni. Dunque, per chi riconosce come maestro l&amp;#8217;autore de Il padrino, un&amp;#8217;intervista davvero imperdibile, soprattutto per l'ennesima dimostrazione di intelligenza di Coppola anche a fronte di domande non sempre altrettanto illuminanti. Emerge tuttavia la poetica dell'autore, apparentemente sempre sul punto di creare la sua opera definitiva, quasi testamentaria, in grado di contenere in s&#233; tutto il cinema (come nel magnifico Youth Without Youth, o come poteva esserlo  Apocalypse Now nel lontano 1979), per poi ricominciare da capo, in questo caso con Tetro. In un film dalla trama cos&#236; intricata e che si basa molto sull&amp;#8217;intensit&#224; degli interpreti, ci sarebbe invece piaciuto se non un Making of, almeno degli interventi da parte degli attori. Anche perch&#233; il cast &#232; cos&#236; vario e particolare, coinvolgendo persone di mondi e culture diverse, da Vincent Gallo all&amp;#8217;icona del cinema di Pedro Almod&#243;var Carmen Maura, fino a Maribel Verd&#250; e Klaus Maria Brandauer. Purtroppo invece i contenuti extra si fermano all&amp;#8217;intervista succitata e a un brevissimo trailer, peraltro per il mercato italiano. Tornando invece alla conversazione con Coppola segnaliamo un aneddoto molto curioso che riguarda niente di meno che Gianni De Michelis: il popolare politico ex socialista sembra non solo che conosca il regista, ma che addirittura l&amp;#8217;abbia spinto, per quanto marginalmente, a girare una scena. Qualcuno potrebbe immaginare che un personaggio del genere poco ci azzecchi con un genio come Coppola, ma tant&amp;#8217;&#232;; trattasi del mondo dello spettacolo (non c'&#232; bisogno di sottolineare l'abitudine alla mondanit&#224; di De Michelis) e talvolta chi ne fa parte si mischia in modo indefinito.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Valerio Ceddia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>06/06/2010</pubDate>
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			<title>Beket</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5754</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/Dvd%20e%20co_/Beket/Beket-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Se ci fosse qualcuno alla ricerca dei sintomi e dei segni in grado di confermare lo stato di assoluto degrado in cui versa la cultura (cinematografica e non) nel nostro paese, una riflessione sullo strato di silenzio pressoch&#233; assoluto che sta accompagnando l'uscita in dvd di Beket di Davide Manuli potrebbe risultare decisiva. L'invisibilit&#224;, considerata da molti il vero tratto distintivo del cinema italiano contemporaneo che non si accontenta dei prodotti mainstream, si sta trasformando anno dopo anno in una vera e propria arma, con cui l'estro creativo, l'insubordinazione visiva e l'analisi sociale e politica vengono ripetutamente ridotti al mutismo. Una nuova e pi&#249; sottile forma di censura: dopotutto che bisogno c'&#232; di impedire che un film venga portato a termine, quando si ha la possibilit&#224; di far s&#236; che nessuno o quasi riesca a posarvi gli occhi sopra? 
Questo &#232; stato il destino in sala di Beket, costretto a fare i conti con quella mala distribuzione di cui parlammo alcuni mesi or sono. &#200; dunque davvero da applaudire la scelta della RaroVideo di trasportare il film in dvd e di distribuirlo su scala nazionale: non che ci si stupisca pi&#249; di tanto, ovviamente, visto e considerato lo splendido catalogo allestito nel corso del tempo da Gianluca e Stefano Curti. Senza soffermarci pi&#249; di tanto sul valore prettamente estetico del secondo lungometraggio di Manuli (anche il primo, lo splendido Girotondo, giro attorno al mondo, &#232; reperibile in dvd, cos&#236; come il curioso documentario Inauditi-Inuit!: recuperarli non fa certo male), argomento che affrontammo all'epoca della sua uscita in sala, ci preme sottolineare l'assoluta e caparbia indipendenza di pensiero di uno dei registi pi&#249; originali, poetici e dolorosamente beffardi che il cinema italiano abbia conosciuto da molto tempo a questa parte. Manuli &#232; un autore unico nel suo genere, inadatto a qualsiasi appiattimento intellettuale, e il suo cinema ne rispecchia fedelmente l'indole. A tal proposito ammettiamo senza problemi che avremmo applaudito questa edizione in dvd anche se non avessero trovato alloggio sul supporto digitale extra di qualsiasi tipo: l'offerta si sarebbe difatti dimostrata comunque estremamente valida, per non dire essenziale. Acquista dunque ancora maggior peso la scelta operata in fase di lavorazione del dvd: gi&#224;, perch&#233; il disco ospita al suo interno un gran numero di contenuti speciali, tutti di grande interesse. 
Si inizia con un'intervista, diretta da Manuli in persona, a Rick Cluchey, figura di spicco del teatro beckettiano contemporaneo, prima ergastolano e poi collaboratore proprio di Samuel Beckett: Manuli lo raggiunge a Volterra, dove Cluchey si sta esibendo in un allestimento de L'ultimo nastro di Krapp, e questo incontro genera un'appassionante immersione in apnea nel mondo del drammaturgo irlandese. Un viaggio solo apparentemente distante da Beket, perch&#233; le chiavi di lettura e gli aneddoti raccontati da Cluchey sintetizzano alcuni dei punti chiave affrontati anche nel corso del film. Ben pi&#249; abbarbicati alla prammatica degli extra sono invece il trailer cinematografico e il backstage del film, con il secondo sul quale val la pena spendere ben pi&#249; di una parola: &#232; forse proprio nell'approccio di Manuli alla materia e nella vita quotidiana sul set, spiata in alcuni dei suoi tanti passaggi, che si pu&#242; cogliere il significato intimo di ci&#242; che si vorrebbe solitamente etichettare come indipendente. La dedizione del cineasta nel lavorare con/su gli attori, quella sua presenza continua, incessante, fisicamente stancante (Manuli corre, salta, si agita per mostrare agli interpreti cosa vorrebbe da loro), &#232; forse la fotografia pi&#249; esatta e precisa di un modo di intendere il cinema che non &#232;, nella maggior parte dei casi, il medesimo sposato dalle grandi produzioni di casa nostra. 
Abbiamo di proposito lasciato in chiusura l'intervento musicale e canoro del duo Ironikontemporaneo (composto da Alessandra Mostacci e Roberto &amp;#8220;Freak&amp;#8221; Antoni, storico leader degli Skiantos), perch&#233; rappresenta forse il contenuto speciale pi&#249; divertito: Franky Robot 2010 e Diventare santo sono gi&#224; due piccoli, fragili oggetti di culto. Sintesi perfetta di un'opera che lascia a bocca aperta, sul grande schermo cos&#236; come in dvd. Se vi volete bene, non lasciatevela scappare!

ps. Insieme al dvd &#232; allegato anche un breve opuscolo che contiene una presentazione del film a cura di Bruno Di Marino, uno scritto dello stesso Manuli e una recensione di Roberto Silvestri apparsa su Il Manifesto.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>02/06/2010</pubDate>
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			<title>Il mio amico Eric</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5717</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/Dvd%20e%20co/Il%20mio%20amico%20Eric/Il-mio-amico-E_-dvd-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Uno, nessuno e centomila&amp;#8230; Cantona. Senza insistere oltre sul pirandelliano equivoco (sostenuto anche dall&amp;#8217;irresistibile scena in cui i postini e i loro amici mettono le cose a posto, indossando tutti una maschera del calciatore), dobbiamo premettere che gi&#224; al momento dell&amp;#8217;uscita in sala il modo in cui le personalit&#224; di Ken Loach ed Eric Cantona (senza dimenticare quella di Steve Evets, protagonista dotato di eccezionale calore umano) si sono incontrate, compenetrandosi, in Looking for Eric (ovvero Il mio amico Eric), ci ha lasciato piacevolmente colpiti. Il cinema di Ken Loach, senza apparentemente aggredire le tematiche sociali nei termini a lui consueti, ha fatto invece un ulteriore passo avanti nell&amp;#8217;indagine dell&amp;#8217;ambiente proletario anglosassone, riuscendo a coniugare l&amp;#8217;umanesimo di fondo della sua ricerca con deviazioni in territori dell&amp;#8217;immaginario che non erano, forse, cos&#236; preventivabili.
L&amp;#8217;edizione in DVD messa in commercio dalla BIM ci offre ora lo spunto per riprendere tali considerazioni, corroborate dalla possibilit&#224; di visionare il film sia in italiano che in lingua originale (abbiamo voluto sottolineare tale ovviet&#224;, pi&#249; che altro per rimarcare i limiti di un doppiaggio non sempre all&amp;#8217;altezza), potendo inoltre apprezzare qualche extra di discreta fattura. Oltre all&amp;#8217;incisivo trailer cinematografico, vengono infatti proposte alcune scene tagliate che suscitano non poca curiosit&#224;. Accanto a qualche ciak sbagliato in stile Jackie Chan e ad alcune &amp;#8220;prodezze&amp;#8221; di Eric Cantona con la tromba, sono almeno un paio le sequenze escluse dal montaggio definitivo che, pur non risultando cos&#236; necessarie, aggiungono suggestivi dettagli alla definizione interiore dei personaggi; specialmente quella in cui ci vengono rivelati altri aspetti del tormentato passato famigliare di Eric Bishop, il protagonista.
Abbiamo detto in apertura che non era affatto facile preventivare simili sviluppi nel cinema di Ken Loach, ma ci&#242; &#232; vero solo in parte. La passione calcistica, ad esempio, &#232; stata ampiamente sfruttata dall&amp;#8217;accoppiata Loach/Laverty in altre loro collaborazioni, su tutte My name is Joe. Una pellicola del livello de Il mio amico Eric sancisce, ad ogni modo, lo scarto ulteriore per cui da una finta leggerezza (ben esemplificata dai confronti verbali tra i due Eric) scaturiscono riflessioni niente affatto superficiali sulla natura di soggetti confinati in ambienti difficili, dove il mondo del lavoro e quello degli affetti sono sempre sul punto di implodere, collassando rovinosamente: chiss&#224; dove sfocerebbero i rimpianti e le turbe esistenziali di un Eric Bishop se non gli apparisse davanti, come per magia, un Eric Cantona disposto a dargli consigli e a sostenerlo amorevolmente! Va da s&#233; che qualora ci sia bisogno della proiezione mentale di un proprio idolo, per andare avanti comunque e provare a migliorare la propria condizione di vita, la realt&#224; non deve poi offrire grandi scappatoie&amp;#8230;
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>30/05/2010</pubDate>
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			<title>Clash of the Titans (OST)</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5713</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/In%20sala/Scontro%20tra%20titani/Scontro-tra-Titani-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Nel 2004 il libanese Gabriel Yared ha fatto suo malgrado la storia dei rejected score, vittima simbolica del mutare fenomenologico della musica da film nell'estetica hollywoodiana. Grazie a Wolfgang Petersen, compie il suo primo passo nel blockbuster d'alto impatto grazie a Troy ma il suo contributo - che chi ha ascoltato non stenta a giudicare il suo capolavoro - non arriva nelle sale. Un forbitissimo e ispirato commento sinfonico di grande caratura descrittiva ed evocativa, il commento si ferma al giudizio severo e altrettanto discutibile del pubblico delle sneak preview, che s'accanisce sulla musica sottolineandone il gusto d&#233;mod&#233; e a tratti fuori contesto, con particolare riferimento alle scelte d'orchestrazione dell'autore.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;27/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Giuliano Tomassacci&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>27/05/2010</pubDate>
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			<title>Anno uno</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=5620</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/10/In%20sala/Anno%20uno/Anno-uno-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La storia ripercorre le orme dell&amp;#8217;evoluzione religiosa a partire dall&amp;#8217;era preistorica. Un villaggio sperduto nei bosco divide gli abitanti in raccoglitori di frutti e cacciatori di animali. Jack Black &#232; un goffo cacciatore con immense manie di protagonismo. Isolato (e mal sopportato) da tutti, si esalta con poco al fianco d