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		<title>CineClandestino.it</title>
		<link>http://www.cineclandestino.it/</link>
		<description>Rivista di cinema e informazione cinematografica</description>
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		<pubDate>15/01/2012 1.37.34</pubDate>
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			<title>L'incredibile storia di Winter il delfino</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8789</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/L&#39;incredibile%20storia%20di%20Winter%20il%20delfino/Lincredibile-storia-di-Winter-il-delfino-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&#200; innegabile che un lungometraggio come L&amp;#8217;incredibile storia di Winter il delfino faccia appello ai sentimenti dello spettatore in maniera diretta, quasi spudorata; ma &#232; altrettanto vero che il tono generale del racconto, la sensibilit&#224; degli interpreti, le capacit&#224; esibite da Charles Martin Smith dietro la macchina da presa contribuiscano a limitare il pi&#249; possibile le dosi di melassa, favorendo al contrario una commozione genuina, dosi tutto sommato massicce di divertimento e qualche sporadica ma non superficiale riflessione sul senso della perdita. Ovvero su come far fronte alle cesure pi&#249; brusche, sia in campo affettivo che in merito ad una pi&#249; specifica problematica, relativa a quelle limitazioni fisiche che possono subentrare all&amp;#8217;improvviso e in circostanze violente, drammatiche. Insomma, in tal senso questo placido film per famiglie sembra rispettare gli equilibri dando vita a un piccolo miracolo. Dietro cotanto &amp;#8220;miracolo&amp;#8221; vi &#232; peraltro una storia vera: quella di Winter il delfino (che nel film interpreta s&#233; stesso), per l&amp;#8217;appunto, animale sfregiato dalle reti dei pescatori e poi soccorso dalla gente del Clearwater Marine Hospital, dove si trovarono purtroppo costretti ad amputargli la coda, senza la quale si pensava che difficilmente sarebbe sopravvissuto. Ma le attenzioni profuse dai biologhi marini della struttura, l&amp;#8217;interessamento di un valente medico specializzato nel sostituire gli arti perduti (normalmente braccia e gambe, in questo caso una coda) con altri artificiali, ed il calore della comunit&#224; di Clearwater hanno fatto s&#236; che il mammifero marino tornasse a nuotare.
Da questo spunto di cronaca si &#232; sviluppato un racconto di formazione affetto solo a tratti da faciloneria e scontati ammiccamenti, votato invece nei momenti migliori a proporsi con una verve autentica, in grado di propiziare sia graditissimi siparietti comici (ad esempio quelli che hanno per protagonista un dispettoso pellicano), sia contenuti di pi&#249; elevato contenuto emotivo: il rispecchiarsi della mutilazione cui &#232; andato incontro il delfino nei traumi per certi versi analoghi subiti da alcuni esseri umani, tra cui il cugino del protagonista partito per una missione militare e rimasto gravemente ferito, rende bene l&amp;#8217;idea. La narrazione fa perno proprio sul punto di vista doppiamente empatico di quel ragazzino, Sawyer (Nathan Gamble), la cui maturazione avviene a contatto con la vulnerabilit&#224; fisica e psicologica di due delle figure cui si sente maggiormente legato, il delfino di cui ha contribuito a salvare la vita e l&amp;#8217;amato, rispettato, talvolta idolatrato cugino, a sua volta ex campione di nuoto. Da questo dettaglio si deduce che l&amp;#8217;acqua, elemento esaltato persino da un 3D una volta tanto funzionale all&amp;#8217;esplorazione degli spazi, acquatici e non, funge da leitmotiv di primaria importanza. Allo stesso modo &#232; da sottolineare, per la riuscita del film, l&amp;#8217;apporto di una galleria di personaggi tutti estremamente vitali, frizzanti, tanto da ricordare la tipologia di pellicole con protagonisti in carne ed ossa che un tempo, in particolare tra gli anni &amp;#8217;60 e &amp;#8217;70, era solita produrre la Disney. Ben giocate anche le partecipazioni attoriali straordinarie di un Morgan Freeman o un Kris Kristofferson, entrambi nei panni di personaggi che strappano simpatia a prima vista, mentre &#232; con particolare piacere che abbiamo riscoperto la disinvoltura di Charles Martin Smith sul piano registico: lo ricordavamo quale spigliato interprete di film tutti a modo loro memorabili, da American Graffiti a Pat Garrett e Billy the Kid, da Morte a 33 giri (che ha anche diretto) a Mai gridare al lupo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>13/01/2012</pubDate>
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			<title>La talpa</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=8053</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/8/Festival/Venezia%2068/Concorso/Tinker,%20Tailor,%20Soldier,%20Spy/Tinker,-Tailor-Soldier-Spy-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La storia della settima arte insegna che &#232; sempre molto difficile &amp;#8220;lavorare&amp;#8221; un testo letterario nel linguaggio delle immagini e dei suoni. Lo &#232; ancor di pi&#249; se poi il romanzo &#232; universalmente riconosciuto come un&amp;#8217;opera-chiave e se pu&#242; gi&#224; vantare una felice trasposizione in chiave audiovisiva. Sul giudizio di ogni operazione del genere &#232; dunque inevitabile che pesi non solo la scelta del soggetto ma anche la chiave con cui esso viene riproposto in una determinata epoca, il livello di autonomia raggiunto nell&amp;#8217;ambito di un orizzonte crossmediale e se la sua rilettura moderna riesca ad aggiungervi un&amp;#8217;interpretazione (quand&amp;#8217;anche addirittura una prospettiva) nuova, senza dunque limitarsi a una mera illustrazione. 
Confrontarsi con uno dei capolavori del genere spy e con la fortunata serie televisiva in sette puntate che ne ha tratto la BBC nel 1979, fa dunque del terzo lungometraggio diretto dal talentuoso regista svedese Tomas Alfredson (gi&#224; autore di Lasciami entrare, uno degli horror pi&#249; seducenti degli ultimi anni, gi&#224; oggetto di culto per i cinefili nonch&#233; di un istant-remake americano) un testo da analizzare con attenzione, senza tralasciare alcun dettaglio. A cominciare dal fatto che Tinker, Taylor, Soldier, Spy (in italiano La talpa) conserva il titolo originale dell&amp;#8217;opera che inaugura la cosiddetta &amp;#8220;trilogia di Karla&amp;#8221; firmata da John Le Carr&#233; - pseudonimo utilizzato da un&amp;#8217;ex-spia al servizio di Sua Maest&#224; britannica, il gallese David Cornwell, per &amp;#8220;coprire&amp;#8221; la propria identit&#224; al momento dell&amp;#8217;uscita dei suoi primi romanzi. Oltre a ci&#242; per&#242;, ne conserva anche l&amp;#8217;ambientazione (l&amp;#8217;intera vicenda si svolge tra il 1973 e l&amp;#8217;inizio del 1974, quindi ancora pienamente nel clima della &amp;#8220;guerra fredda&amp;#8221;) e i personaggi principali. Limitandosi solo a qualche lieve seppur significativa variazione che, pur condensando moltissimo il materiale a disposizione (un libro di quasi 400 pagine), mantengono comunque intatti la struttura e l&amp;#8217;intreccio. Tutte scelte che sembrerebbero essere, al di l&#224; del look vintage, decisamente anticommerciali, laddove la scommessa &#232; puntare su una spy-story in cui le sequenze action sono ridotte al minimo e su un protagonista in assoluta controtendenza rispetto al modello jamesbondiano - quello della spia bella&amp;attraente&amp;dinamica &amp;#8211; tuttora imperante nel genere. Un modello per&#242;, &#232; bene ricordarlo, al quale il personaggio inventato a suo tempo da Le Carr&#233; (George Smiley) seppe efficacemente contrapporsi. E che qui viene rinvigorito dalla &amp;#8220;nuova&amp;#8221; versione fornita grazie all&amp;#8217;interpretazione di Gary Oldman (capace di riaggiornare, personalizzandola, la storica interpretazione che ne diede sir Alec Guiness). In questa apparente fedelt&#224; al romanzo del 1973 la messinscena adottata da Alfredson diventa dunque assolutamente rilevante.
Per fortuna il rischio di cadere nell&amp;#8217;illustrazione viene fugato subito, quando gi&#224; nella seconda sequenza (ambientata a Budapest) Alfredson lascia intendere quale sia il segno che ne caratterizza il progetto di regia. Nel breve carrello indietro che arretra lo sguardo da un campo lungo dall&amp;#8217;alto della capitale ungherese a uno in cui si &amp;#8220;sente&amp;#8221; la cornice della struttura in pietra di un&amp;#8217;antica apertura, c&amp;#8217;&#232; infatti gi&#224; l&amp;#8217;indicazione di come leggere Tinker, Taylor, Soldier, Spy. Un testo filmico in cui lo spostamento (della prospettiva) e l&amp;#8217;inscatolamento sono elementi fondamentali per l&amp;#8217;interpretazione. 
Per l&amp;#8217;intera durata del film infatti, il regista svedese gioca con gli spostamenti di tempo, di luogo, di sguardo fornendo spesso una falsa prospettiva. Ci si accorge cos&#236; solo molto tempo dopo che una sequenza alla quale si &#232; assistito in realt&#224; non era un flash-back, come le cose lasciavano supporre (un personaggio morto che si vede vivo e vegeto), bens&#236; inserita in una successione lineare. Cos&#236; come in alcuni casi basta un semplice movimento di macchina per far coesistere tempi diversi, quello dell&amp;#8217;attualit&#224; e quello del ricordo. &#200; il caso ad esempio del momento in cui George Smiley rievoca il suo primo incontro con &amp;#8220;Karla&amp;#8221; (pseudonimo di un agente russo a suo tempo conosciuto da Smiley che rappresenta simbolicamente l&amp;#8217;intero servizio segreto sovietico): all&amp;#8217;inizio della panoramica ci troviamo nel 1973, alla fine nel 1955.
Cos&#236; come frequenti sono le inquadrature dove i protagonisti, il gruppo delle cinque spie (Smiley pi&#249; le quattro potenziali &amp;#8220;talpe&amp;#8221;) a cui &#232; legata la filastrocca del titolo, sono osservati dietro vetri, finestre, superfici trasparenti. Quasi come fossero pesci in un aquario, costretti a osservare senza rendersi conti di essere continuamente osservati, ritratti nella loro disperata solitudine.
In questo continuo gioco tra punti di vista incrociati e sfalsamenti di prospettiva, diventa dunque estremamente significativa l&amp;#8217;immagine della scacchiera a cui sono legate le cinque pedine attorno alla quale ruota l&amp;#8217;indagine. Un oggetto dall&amp;#8217;alto potenziale simbolico, che probabilmente connota il film di una prospettiva inespressa dal libro di Le Carr&#233;. La vera falla del sistema non &#232; provocata dalla &amp;#8220;talpa&amp;#8221;, la falla &#232; nel sistema stesso, nella sua costituzione: un sistema contrapposto che necessita di pedine. Divisa in due schieramenti (bianchi/neri, Est/Ovest) e fondata su un sistema di relazioni in cui ad ogni nuovo movimento di una pedina dei due schieramenti corrisponde un nuovo (e diverso) posizionamento, la scacchiera &#232; dunque assunta come un oggetto-mondo. Metonimia di un universo ancora schierato in blocchi contrapposti, la scacchiera diventa dunque l&amp;#8217;immagine capace di dare un senso ulteriore alla trasposizione. Esattamente come succede alle ultime parole della &amp;#8220;talpa&amp;#8221; pronunciate al momento in cui d&#224; conto delle motivazioni del suo tradimento. Parole che risuonano provocatoriamente lungimiranti: &amp;#8220;La mia &#232; stata una scelta estetica pi&#249; che morale. L&amp;#8217;Occidente &#232; diventato brutto!&amp;#8221;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Crispino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>13/01/2012</pubDate>
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			<title>Le uscite del 13.01.2012</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=8851</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/Shame-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Fine settimana ricco di titoli in uscita nelle sale: sono infatti ben otto i film che avranno l'occasione di combattere per un posto al sole (del box office). Tra neo-yuppie erotomani, delfini in cerca di amicizia, rimembranze dell'Olocausto, e talpe sovietiche nascoste nel cuore dell'intelligence britannica, ce n'&#232; davvero per soddisfare tutti i gusti.

Fin dalla proiezione veneziana dello scorso settembre si sta facendo a gara nel discutere della virilit&#224; di Michael Fassbender, impudicamente esibita nell'opera seconda di Steve McQueen (in realt&#224; l'attore di natali tedeschi si mostrava nudo anche nello splendido esordio del cineasta, Hunger, ma vista la tematica del film in pochi fortunatamente si sono lanciati in esegesi sessuali), come se essa rappresentasse l'unico motivo di interesse del film. What a Shame!, verrebbe da esclamare, perch&#233; in realt&#224; la storia dello yuppie erotomane che entra in crisi quando in casa sua piomba la giovane sorella (una straordinaria Carey Mulligan) racchiude al proprio interno una riflessione dolorosa e tutt'altro che banale sulle difficolt&#224; relazionali nella societ&#224; contemporanea. Livido, duro, privo di compromessi ma capace di commuovere. Un film da vedere, ma solo con occhi disinteressati alla ricerca dello scandalo...

Tomas Alfredson &#232; il regista di Lasciami entrare, tra i migliori film dell'ultimo decennio: fa piacere constatare come il passaggio dalla Svezia a produzioni in lingua inglese non abbia minato la sua intelligenza registica. Tinker, Tailor, Soldier, Spy (questo il titolo originale del film) &#232; una spy-story ultra-classica, girata con uno stile sempre in bilico tra la millantata pacatezza degli uomini avvezzi al doppiogiochismo e la furia belluina nascosta dietro i loro intenti. Ad arricchire un'opera densa e appassionante un cast di primissimo ordine che mette insieme attori del calibro di John Hurt, Gary Oldman, Colin Firth, Toby Jones, Tom Hardy, Ciar&#225;n Hinds, Mark Strong, Stephen Graham.

Il mockumentary &#232; una branca del cinema in fin dei conti ancora poco sfruttata in Italia. &#200; dunque con estremo piacere che si accoglie l'uscita del film di Enrico Caria, dissacrante e intelligente incursione nelle discrasie del sistema politico italiano, in un &amp;#8220;documentario&amp;#8221; ambientato nel futuro ma che racconta l'oggi con fin troppa sincerit&#224;. Un piccolo grande film italiano, da difendere e applaudire. E, non si dovrebbe neanche sottolinearlo, da vedere in sala!

Ogni anno, in concomitanza con la giornata della memoria dell'Olocausto perpetrato dai nazisti nei confronti del popolo ebraico, al cinema fa la sua comparsa un film legato a doppio nodo alla tematica. La qualit&#224; di queste opere &#232; ovviamente altalenante, ma si tratta pi&#249; di un gesto simbolico che di una vera e propria affermazione di un'identit&#224; artistica. Discorso valido anche per questo dramma con protagonista Kristin Scott-Thomas (oramai adottata in tutto e per tutto dalla Francia), che cerca anche di raccontare una duplice storia ma in fin dei conti non ha molto da aggiungere sull'argomento. Diligente, ma non indispensabile.

Un grande vecchio del cinema italiano come Giuliano Montaldo (ottantadue anni il prossimo 22 febbraio) torna dietro la macchina da presa per raccontare la crisi, economica e di valori, che attraversa la contemporaneit&#224;. Ne viene fuori un film diseguale, con sequenze di alto spessore (e una fotografia che si allontana dall'aura mediocritas di buona parte delle produzioni nostrane) e incomprensibili cadute di stile. Comunque un'opera non banale, che sarebbe il caso di non bocciare a priori.

Un horror scritto e prodotto da Guillermo Del Toro non pu&#242; non avere una priorit&#224; nelle scelte dello spettatore cinefilo. Eppure il giocattolo in mano a Troy Nixey perde gran parte del proprio potenziale, finendo per incartarsi su s&#233; stesso. Un vero e proprio peccato, perch&#233; le potenzialit&#224; erano altissime. Un'occasione sprecata...

In pochi oggi forse hanno memoria di Charles Martin Smith, volto tra i pi&#249; identificativi della New Hollywood a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, quando interpret&#242; cult-movie del calibro di American Graffiti, Pat Garrett &amp; Billy the Kid, Gli intoccabili, Mai gridare al lupo. Passato alla regia, diresse quel gioiellino di suspense che risponde al titolo di Morte a 33 giri... stavolta racconta la tenera e strappalacrime amicizia tra un ragazzo e un delfino, nella migliore tradizione hollywoodiana. Buoni sentimenti, amore per la natura e tutti i requisiti in ordine per un buon film per le famiglie, come quelli che si facevano un tempo. Per chi vuole portare al cinema figli, nipoti e fratellini, una scelta pi&#249; saggia rispetto alla terza avventura degli scoiattoli parlanti...

Per concludere, appare quasi criminoso dover spendere parole sull'ennesima idiozia priva di costrutto &amp;#8211; e di divertimento &amp;#8211; sulla falsariga di 3ciento e co. E infatti preferiamo non spenderne.

Questi i film in uscita nel week-end. Quando avrete scelto quale fa per voi e sarete comodamente sprofondati nella poltrona del cinema, ricordatevi che come sempre vi auguriamo buona visione!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>13/01/2012</pubDate>
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			<title>Shame</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=8056</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/8/Festival/Venezia%2068/Concorso/Shame/Shame-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Alla sua opera seconda, selezionata in concorso alla 68. Mostra del Cinema di Venezia, il cineasta inglese Steve McQueen confeziona una rigorosa parabola autodistruttiva, una sorta di rovesciamento morale ed estetico rispetto alla ricostruzione struggente e dolorosa del martirio di Boddy Sands nella pellicola d'esordio Hunger (2008)(1). Due lungometraggi per un dittico che scandaglia, attraverso la messa in scena del corpo, l'animo umano e il concetto di libert&#224; dell'individuo e della collettivit&#224;. In attesa del successivo Twelve Years a Slave (2), in fase di preproduzione e sulla carta strettamente legato alle due pellicole precedenti, Shame &#232; la conferma di una poetica in perfetto equilibrio tra ricerca estetica e militanza politica, arte e comunicazione. Emblematiche, in questo senso, le dichiarazioni programmatiche di McQueen: &amp;#8220;Hunger narrava di un uomo privo di libert&#224; che usava il suo corpo come strumento politico e attraverso questo atto creava la propria libert&#224;. Shame prende in esame una persona che gode di tutte le libert&#224; occidentali e tramite la sua apparente libert&#224; sessuale crea la propria prigione. Mentre assistiamo, e ci desensibilizziamo, alla costante e continua sessualizzazione della societ&#224;, come facciamo a orientarci in questo labirinto e a non farci corrompere dall&amp;#8217;ambiente che ci circonda? Ci&#242; che intendo esplorare &#232; questa enormit&#224; che fingiamo di ignorare&amp;#8221;(3).
La mortificazione fisica e morale del trentenne newyorkese Brandon (Michael Fassbender), erotomane oramai incapace di controllare i propri impulsi, &#232; incorniciata in una mise-en-sc&#232;ne geometrica, a tratti gelida, virata verso la videoarte (4): nella composizione pittorica delle immagini (si veda l'apertura del film: inquadratura dall'alto, macchina da presa fissa, con Fassbender nudo, parzialmente coperto da un lenzuolo di seta azzurra) pulsa costantemente, come un morbo sottopelle, l'ossessione del protagonista, scheggia impazzita e scandalosa di un sistema &amp;#8211; di un ambiente, di una citt&#224;, di una societ&#224; &amp;#8211; apparentemente perfetto, raffinato, quasi sterilizzato.
McQueen si muove in un contesto diametralmente opposto al tristemente noto Maze, la prigione di Long Kesh di Bobby Sands (5). L&amp;#8217;appartamento, l&amp;#8217;ufficio e la stessa New York si rivelano per&#242; una labirintica gabbia, una prigione dell'anima: assai significativa la sequenza all'interno del club gay, in un dedalo di corridoi, tra amplessi che si consumano e si intrecciano contro un muro e dietro una porta socchiusa. Non una discesa agli inferi, ma l'efficace rappresentazione della totale sottomissione ai propri istinti, all'ossessivo pulsare degli ormoni, al sesso come unica fonte di vita. E nella smodata e incessante ricerca di un rapporto carnale, il protagonista manifesta l'impossibilit&#224;/incapacit&#224; di soddisfare i propri sentimenti, nonostante le volenterose intrusioni della sorella Sissy (Carey Mulligan) e della bella e sincera Marianne (Nicole Beharie) nel suo  microcosmo erotico/emotivo. 
McQueen costringe il protagonista a un cieco e inconsapevole annientamento, a un'umiliazione sistematica del proprio corpo, fino all'azzeramento emotivo: un rovesciamento del lucido martirio di Bobby Sands. Il corpo minuziosamente curato e allenato di Brandon &#232; un involucro in cui l'anima si sta assottigliando: la perfezione delle forme (il corpo, la casa, il lavoro, i luoghi della citt&#224;) &#232; una vergine di Norimberga. Un ruolo indubbiamente impegnativo e rischioso per Fassbender, che ha fisico e talento per reggere un tale peso. La performance dell&amp;#8217;attore inglese &#232; ammirevole non tanto per il coraggioso superamento di qualsiasi pudore (la scena di sesso a tre, il rapporto omosessuale, i ripetuti nudi integrali), ma per la capacit&#224; di adattarsi a registri assai distanti tra loro, dalla cupa disperazione alle improvvise esplosioni di rabbia, dai toni brillanti da commedia romantica (si veda la pregevole sequenza al ristorante, con Brandon, Marianne e uno spassoso cameriere) alle emozioni filtrate, appena accennate e volutamente ambigue, della sequenza finale nella metropolitana. All&amp;#8217;accuratezza della scrittura e della messa in scena, McQueen aggiunge una sagace scelta del cast, in cui brilla la sempre intensa Carey Mulligan, protagonista di una performance canora che sembra sospingere Shame verso cromatismi melodrammatici &#224; la Wong Kar Wai &amp;#8211; la struggente versione di New York, New York stabilisce fin da principio la straripante emotivit&#224; di Sissy.
Sorvolando volutamente sul misuratissimo e ispirato finale, possiamo rintracciare nella sequenza di sesso a tre (Brandon e due prostitute) la cifra stilistica di questa pellicola: dai copri avvinghiati, che si contorcono e s&amp;#8217;inarcano in cerca di piacere, non emerge nessuna carica erotica, nessuna provocazione pornografica, ma solo un profondo senso di angoscia, di smarrimento (6). McQueen, assolutamente perfetto nella messa in scena, non si lascia sedurre dall&amp;#8217;estetica fine a se stessa, ma crea immagini e modella luci e ambienti in funzione della narrazione e, soprattutto, dell&amp;#8217;osservazione e della rappresentazione degli abissi dell&amp;#8217;anima. Shame non &#232; poi cos&#236; distante dalla scabrosa lucidit&#224; dei romanzi di Bret Easton Ellis.
Dopo la Camera d'Or al Festival di Cannes con Hunger, McQueen sembra essere in corsa per un (prestigioso) premio alla 68. Mostra del Cinema di Venezia. Ottime, peraltro, le possibilit&#224; di Fassbender e della Mulligan per la Coppa Volpi. Sapremo tutto tra pochi giorni...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>13/01/2012</pubDate>
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			<title>L'era legale</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=8690</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/L&#39;era%20legale/Lera-legale-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Chi &#232; veramente Nicolino Amore? La risposta c'&#232; la d&#224; Enrico Caria con il suo divertentissimo L'era legale, mockumentary in salsa partenopea presentato nella sezione Festa Mobile della ventinovesima edizione del Torino Film Festival e prossimamente nelle sale nostrane con Bolero. Amore &#232; un uomo venuto dalla strada, balzato improvvisamente alle cronache per gli interminabili comizi sulle cassette della frutta in quel della Galleria Umberto I, seguiti da trionfali apparizioni sul piccolo schermo, che si &#232; ritrovato ad essere il primo cittadino di Napoli dopo aver sbaragliato, alla guida del partito &quot;Movimento Alto&quot;, tutti i pretendenti alla poltrona.
Il film racconta l'ascesa, la caduta e la pronta risalita di un politico, calco fedele di una parabola che nel passato ha visto innumerevoli casi analoghi sporcarsi le mani e pochi conservare candida la propria coscienza. Per questo, pensando agli ultimi decenni (per restringere un po' il campo d'azione), la figura di Nicolino Amore appare come un'entit&#224; astratta, avvolta da un'aurea di purezza e paladina della giustizia., che pensa prima al bene dei cittadini che rappresenta e poi alle sue tasche. Peccato che lui non &#232; mai esistito, figlio dell'immaginazione di un regista che ha costruito le tappe della sua vita pubblica e privata, mettendole prima sulle pagine di una sceneggiatura per poi tramutare il tutto in immagini e suoni. Il risultato &#232; una storia mai successa, un grande bluff, un sogno ad occhi aperti lungo solo ottanta minuti circa, che racconta attraverso il potere mistificatorio e immaginifico del cinema l'esistenza di un politico &quot;onesto&quot; in un biopic che pi&#249; che un falso documentario assomiglia ad una pellicola di fantascienza!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>12/01/2012</pubDate>
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		<item>
			<title>L'industriale</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=8469</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Fuori%20Concorso/L&#39;industriale/Lindustriale-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Leggendo la trama de L&amp;#8217;industriale gi&#224; si potrebbe riflettere su qualcosa di fondamentale. La questione sociale e la manichea separazione tra servi e padroni, proletari e capitalisti, &#232; ancora una dimensione attualissima della realt&#224; in cui, pur variando le situazioni per forza di cose (la crisi ora come ora non permette a molte grandi aziende nemmeno di essere padrone, asservite anch&amp;#8217;esse a qualcun altro, ovvero le banche e gli istituti di credito), permangono invece intatte la questione sociale e lo sfruttamento lavorativo. La scommessa di Montaldo, classe 1930 ricordiamolo, di riuscire a parlare della crisi di una grossa azienda al mondo d&amp;#8217;oggi usando personaggi e contrapposizioni che affollavano molto cinema italiano anni fa (d&amp;#8217;impegno e non) &#232; dunque almeno in questo riuscita. Ci&#242; che viene in mente per&#242; a livello filmico &#232; il come rendere stimolante tutto questo rispetto a una societ&#224; radicalmente mutata a livello ideologico, di linguaggio, di fruizione del cinema e dell&amp;#8217;arte. Un esempio di un film che riprende dai maestri per poi inserire linfa nuova a livello di genere, profondit&#224; dei personaggi, lavoro meramente di ricerca sull&amp;#8217;attuale &#232; senz&amp;#8217;altro Il gioiellino di Andrea Molaioli. Si potr&#224; obiettare che Montaldo racconta qualcosa di pi&#249; romanzato, non aiutato da esatti eventi della realt&#224; come guida, e dunque che il paragone non regga, eppure i punti di contatto non sono pochi: dal crollo di un&amp;#8217;azienda storica cittadina, radicata nel territorio, alla descrizione di ambienti alto borghesi in cui gli operai sono visti da lontano, di riflesso.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Valerio Ceddia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>12/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>La chiave di Sara</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=18&amp;art=8781</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/La%20chiave%20di%20Sara/La-chiave-di-Sara-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Ogni anno, tra la met&#224; e la fine di gennaio, puntualmente approda nelle sale italiane un film incentrato sulle terribili vicende relative all'Olocausto del popolo ebraico perpetrato dal nazismo nella sua criminale idea di &amp;#8220;purificazione della razza&amp;#8221; &amp;#8211; che prevedeva l'eliminazione fisica anche di zingari, omosessuali, intellettuali, oppositori politici e via discorrendo. &#200; il modo che il cinema ha per partecipare alla Giornata della Memoria, istituita proprio per non dimenticare uno degli eventi pi&#249; traumatici della storia del Novecento. Dopotutto di materiale a disposizione per allestire trame cinematografiche credibili non ne manca di certo: dalle leggi razziali di alcuni paesi, tra cui l'Italia, fino al contributo nella deportazione in Germania dei cittadini di religione ebraica, sono davvero pochi gli stati che possono sperare di uscire indenni dal tribunale della Storia.
La Francia, per esempio, fatica ancora oggi a convivere con il ricordo dell'atroce rastrellamento parigino culminato nella reclusione in quello che veniva chiamato Vel' d'Hiv (ovvero Velodromo d'Inverno), dove furono stipati in condizioni abominevoli quasi 13000 esseri umani in attesa della deportazione. A provvedere al tardivo risarcimento nei confronti delle vittime (dalla Germania fecero ritorno in meno di novecento) giunge, dopo il presidente Chirac nel 1995, La chiave di Sara, che Gilles Paquet-Brenner &amp;#8211; Les jolies choses, Gomez &amp; Tavar&#232;s &amp;#8211; ha tratto da un best-seller mondiale firmato da Tatiana de Rosnay nel 2007. Nel rintracciare le coordinate dei tragici eventi del 1942, il libro (e il film) vi affianca la presa di coscienza di una giornalista statunitense trapiantatasi in Francia, dove ha trovato marito e messo su famiglia, che ai nostri giorni si trova a dover indagare sui fatti del Velodromo d'Inverno e scopre, con suo sommo sbigottimento, che la casa dove sta per trasferirsi fu occupata dalla famiglia del marito proprio nel lontano 1942, una volta che la famiglia ebrea che vi abitava era stata trascinata via con la forza. Questo la spinge a cercare di scoprire tutto sui precedenti inquilini, anche perch&#233; di tal Sara e del suo fratellino non vi &#232; traccia negli archivi di Auschwitz... e se fossero sopravvissuti? Il film si muove dunque su un duplice binario: da un lato pone la ricostruzione d'epoca, con la Francia occupata e collaborazionista e la quotidiana lotta per la sopravvivenza di un'intera nazione; dall'altro, invece, si interroga sull'attualit&#224;, cercando di comprendere quale eco e di che portata sia ancora udibile oggi di ci&#242; che di spaventoso avvenne appena sessant'anni fa. Un proposito senza dubbio encomiabile, sia in un senso che nell'altro, ma che non trova piena risoluzione lungo la durata del film: se l'impatto emotivo e umorale della sequenza al Velodromo &#232; senza dubbio un vero e proprio pugno nello stomaco &amp;#8211; per ci&#242; che sottintende piuttosto che per ci&#242; che mostra, vista la scelta piuttosto pudica di Paquet-Brenner in chiave di regia &amp;#8211; assai meno convincente appare l'evoluzione del personaggio di Sara, ricostruito pezzo dopo pezzo dalla giornalista neanche si trattasse di un puzzle privo di tutt le tessere necessarie per il completamento. Un percorso a suo modo monco, quasi castrante, e risolto con fin troppi finali &amp;#8211; l'apparizione di Aidan Quinn appare francamente poco necessaria, tanto per dirne una. 
In realt&#224; &#232; proprio l'attualit&#224; a sfilacciarsi con pi&#249; facilit&#224; durante lo svolgersi della trama: come se non fosse realmente in grado di leggere la crisi d'identit&#224; della borghesia odierna, Gilles Paquet-Brenner si riduce a una serie di dialoghi tra moglie e marito carichi di una banalit&#224; francamente poco adatta a contesti di questo tipo. Un film dunque diseguale, sincero nella propria invettiva contro le discriminazioni ma senza troppo da dire, in fin dei conti, sull'argomento.
Brava, comunque, Kristin Scott-Thomas, oramai adottata dalla Francia e completamente a proprio agio nel doppio ruolo linguistico.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite della settimana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite della settimana</category>
			<pubDate>12/01/2012</pubDate>
		</item>
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			<title>Non avere paura del buio</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8732</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/AltroCinema/dont-be-afraid-of-the-dark-cover160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il Noir Festival di Courmayeur prosegue con successo, alternando cinema e letteratura ed esplorando tematiche oscure attraverso una commistione di generi che transita senza strappi dal giallo al thriller, sfociando occasionalmente anche nell&amp;#8217;horror. Cos&#236;, nella stessa serata, c&amp;#8217;&#232; la possibilit&#224; di assistere alla premiazione dello scrittore greco Petros Markaris (a cui &#232; stato assegnato il prestigioso Raymond Chandler Award, alla stregua di Andrea Camilleri), seguita dalla proiezione del thriller britannico We Need to Talk About Kevin (non privo di idee interessanti, ma anche troppo celebrale e vagamente autocompiaciuto), per poi superare la mezzanotte e approcciarsi alla visione di Don&amp;#8217;t Be Afraid of the Dark, uno degli appuntamenti pi&#249; attesi del festival.
Tratta da un telefilm di culto andato in onda nel 1973, la pellicola in questione &#232; stata scritta e prodotta da Guillermo Del Toro, che ha poi assegnato la regia al canadese Troy Nixey, esordiente nel lungometraggio. I due ruoli principali sono stati invece affidati a Katie Holmes e Guy Pearce, volti adulti di una pellicola ad altezza di bambino. La storia infatti verte sulla piccola Sally, incapace di digerire la separazione dei genitori. Dopo aver vissuto con la madre, la bambina &#232; mandata nel Rhode Island, per passare un po&amp;#8217; di tempo con il padre e la sua nuova compagna, in una villa del diciannovesimo secolo la cui ristrutturazione &#232; in fase di ultimazione. Nella grande casa, Sally cerca di ovviare alla solitudine e al senso di abbandono che la attanaglia, vagando per i larghi spazi alla ricerca di qualche interessante curiosit&#224;. All&amp;#8217;improvviso scopre una stanza sotterranea, rimasta chiusa e inesplorata da almeno un secolo. All&amp;#8217;interno, nascoste nel buio, dimorano malvage creature che, finalmente liberate dalla lunga prigionia, cercheranno di trascinare Sally nel gorgo dell&amp;#8217;eterna dannazione.
&#200; difficile analizzare il film di Durkin senza essere pervasi da un vago senso di perplessit&#224; e delusione, visto soprattutto il nome di Del Toro in qualit&#224; di creatore e tutore dell&amp;#8217;operazione. Se lo consideriamo come un omaggio a tanto cinema del terrore degli anni Settanta e Ottanta, Don&amp;#8217;t Be Afraid of the Dark pu&#242; risultare in fondo apprezzabile, anche in virt&#249; del notevole apparato scenografico e fotografico che lo accompagna. Sally, bimba ferita da un&amp;#8217;atavica carenza di affetti, sembra uscita direttamente dall&amp;#8217;orfanotrofio de La spina del diavolo, e in fondo potrebbe benissimo essere la sorella minore dell&amp;#8217;indimenticabile Ofelia de Il labirinto del fauno: il terrore nasce e cresce dalla prospettiva ottica e mentale di una fanciullezza costretta a crescere troppo in fretta, secondo ideologie caratteristiche della poetica di Del Toro, e l&amp;#8217;elemento fantastico si insinua tra i confini del reale, miscelando stupore e paura, accostando senza remore i dettami di una fiaba dark colorata di malinconia.
Il problema &#232; che siamo nel 2011, e l&amp;#8217;immaginario proposto dal film di Nixey risulta ormai asfittico, derivativo, irrimediabilmente fuori tempo massimo. Non ci sono idee originali, non si rischia, non si azzarda: ogni sequenza arriva in ritardo, con affanno, riproponendo stilemi pi&#249; volte visti sullo schermo in questi ultimi anni (The Orphanage, Saint Ange, Il nascondiglio, The Hole, solo per citare qualche titolo); si attua cos&#236; l&amp;#8217;ennesima riesumazione di un gothic horror la cui fascinazione resiste all&amp;#8217;oblio del tempo, ma che pare aver esaurito ogni fonte di concreto coinvolgimento. Se dunque i mostriciattoli in digitale che imperversano nella pellicola (a met&#224; strada tra Gremlins in miniatura e creature non lontane dal trash-cult Non aprite quel cancello di Tibor Takacs) fanno quasi tenerezza, dall&amp;#8217;altro lato ci si trova di fronte a una sceneggiatura scolastica, elementare, che avrebbe potuto e dovuto osare di pi&#249;; una poesia imparata a memoria, bella da recitare e ascoltare, ma deprivata di una coscienza individuale.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessio Gradogna&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>12/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Box Office 09.01.2012</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=8840</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/immaturi-il-viaggio-box-office-9-gennaio-2012-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Riparte di slancio, dopo le delusioni natalizie del cinepanettone e dell'ennesima fotocopia di Pieraccioni, il buon rapporto tra il grande pubblico del Bel Paese e le pellicole di cassetta italiane. Al primo posto della classifica degli incassi svetta infatti Immaturi - Il viaggio di Paolo Genovese, sequel che pu&#242; contare su un cast di sicura presa popolare:  Ambra Angiolini, Raoul Bova, Ricky Mermphis, Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu, Anita Caprioli e Barbora Bobulova. Il film di Genovese si porta a casa in pochi giorni pi&#249; di sei milioni di euro, con una media per sala di 7.533 euro (597 sale).
In seconda posizione l'ottimo J. Edgar del sempreverde Clint Eastwood: sopra i tre milioni di euro, in 416 sale e con una media di 5.513 euro. Terza piazza per un'altra nuova uscita, il pessimo Alvin Superstar 3 - Si salvi chi pu&#242;! di Mike Mitchell, terzo capitolo di una serie che riesce sempre a trovare spazio nelle sale italiane. Meglio non pensare ai tanti e ottimi film d'animazione che restano inediti...
Entra tra i dieci anche Finalmente maggiorenni di Ben Palmer: ottava posizione e media elevata (3.778 euro). Le altre posizioni sono ovviamente occupate dai reduci della battaglia natalizia. Resiste al decimo posto Le idi di marzo di George Clooney: pu&#242; arrivare a quattro milioni di euro. Il gatto con gli stivali di Chris Miller (quarto posto) supera i quindici milioni, mentre Sherlock Holmes: Gioco di ombre di Guy Ritchie oltrepassa la soglia dei diciassette milioni di euro. Si attende il ciclone Benvenuti al Nord di Luca Miniero...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>09/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Immaturi - il viaggio</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8777</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Immaturi%20-%20Il%20viaggio/Immaturi---Il-viaggio-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Che la commedia all'italiana contemporanea abbia inciampato, senza nemmeno essersene resa conto, nel classico &quot;uovo di Colombo&quot;? Amenit&#224; a parte, resto il fatto che questo Immaturi - il viaggio, secondo capitolo della reunion dei compagni di liceo gi&#224; conosciuti nel film primigenio si dimostra abbastanza sensibilmente migliore del predecessore, film furbo in maniera sin troppo evidente che mandava in fumo un'idea sulla carta brillante - quella di far ripetere l'esame di maturit&#224; ad un gruppo di ultratrentenni - per inseguire un facile buon esito commerciale che poi si &#232; effettivamente verificato.
Con tutta probabilit&#224; ha inciso, nel miglioramento qualitativo, proprio la mancanza di un'idea forte alla base del sequel. Se la riproposizione dell'incubo dell'esame (chi non l'ha mai sognato, almeno una volta nella vita?) avrebbe potuto dar adito ad un'ardita metafora su un'Italia inguaribilmente affetta dalla sindrome da Peter Pan, questo sequel realizzato con la fretta dell'instant movie per sfruttare la scia del fresco successo precedente mira pi&#249; in basso ma concede invece il dovuto respiro ai vari personaggi, facendoli conoscere meglio allo spettatore e, di conseguenza, favorendone l'empatia e l'ingresso partecipe di quest'ultimo nel gioco di squadra. D'altra parte il viaggio post-diploma all'isola greca di Paros, per riparare all'ennesimo atto mancato di una giovent&#249; trascorsa troppo in fretta, non avrebbe dovuto in teoria rappresentare infatti uno spunto di tale spessore da riempirci un lungometraggio di quasi due ore; eppure la sceneggiatura di Paolo Genovese, usandolo quasi a mo' di pretesto, lavora con intelligenza al riempimento dei vuoti presenti nella prima pellicola, che volutamente si guardava bene dal compiere - in nome del risultato al box office - qualsiasi tentativo introspettivo oltre la routine sui &quot;magnifici sette&quot; ex compagni di liceo. Nel caso di Immaturi - il viaggio al contrario la colonna sonora ideale del film introduce alcune determinanti note dissonanti, pur facendo in modo che il tono generale rimanga pressappoco univoco: tematiche come malattia ( riguardante la splendida Anita Caprioli, per fortuna pi&#249; presente rispetto al cameo del primo film), solitudine (l'Ambra Angiolini &quot;emarginata&quot; poich&#233; in vacanza senza partner) e fedelt&#224; sentimentale fanno nemmeno troppo timidamente capolino nell'atmosfera goliardica generale, riuscendo a dare davvero l'idea di uno sforzo compiuto dagli autori di catturare il fatidico momento di passaggio verso quella che, parecchio banalmente, viene definita &quot;l'et&#224; adulta&quot;. Se a tutto ci&#242; si aggiunge anche la furbizia di marketing di aver concesso pi&#249; spazio al character forse meglio riuscito di Immaturi, ovvero l'attempato figlio di mamm&#224; e pap&#224; Ricky Memphis - con relativo arrivo a Paros del genitore (nella finzione, ovviamente) Maurizio Mattioli, dalla irresistibile e tranciante romanit&#224; - non si pu&#242; che preconizzare un altro ottimo successo commerciale ad un film che dimostra come si possa anche far sorridere con leggerezza sui casi della vita senza un utilizzo sistematico del turpiloquio oppure facendo metodico ricorso a volgarit&#224; assortite. Una serie di indubbi pregi messi un po' in ombra da un accenno di moralismo eccessivamente sottolineato nel finale e da una confezione formale molto (troppo) convenzionale e turistica, con abuso di panoramiche aeree e campi lunghi pi&#249; adatti ad uno spot turistico della attraente localit&#224; greca piuttosto che ad un'operina intenzionata a raccontare di gente come noi.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>04/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>J. Edgar</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8775</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/J%20Edgar/J_-Edgar-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Per biopic s'intende convenzionalmente la trasposizione cinematografica della vita di un personaggio - in genere - famoso. Interpretato in questo senso J. Edgar, ultimo lavoro registico dell'infaticabile Clint Eastwood, &#232; senza dubbio alcuno un'opera biografica, altamente meritoria poich&#233; capace di raccontare senza la minima ombra di compromessi agiografici i quaranta anni di comando di uno degli uomini pi&#249; potenti che gli Stati Uniti abbiano mai avuto: una leggenda di nome J. Edgar Hoover, conosciuto per aver riformato ed essere stato a capo dell'F.B.I. sotto ben otto presidenze americane.
Pu&#242; per&#242; accadere - citiamo a titolo esemplificativo lo straordinario Al&#236; di Michael Mann - che pure un film in tutto e per tutto appartenente al siffatto genere tracimi dai suoi confini con la forza di un fiume in piena, finendo per prendere a simbolico pretesto la figura in questione per provare a raccontare uno sterminato paese nella sua pressoch&#233; indecifrabile complessit&#224;; e raramente come nel caso di J. Edgar la classica struttura del biopic ha finito per coincidere cos&#236; perfettamente con l'analisi impietosa delle ossessioni che affliggono un modello di democrazia - incompiuta, al pari di tutte le altre che si definiscono tali - come &#232; quasi universalmente riconosciuta quella statunitense. Paradossalmente ma non poi troppo, almeno conoscendo la poetica sempre meravigliosamente dentro le righe del suo autore, l'enorme impatto che una pellicola del calibro di J. Edgar &#232; destinato ad avere sta tutto in una precisa presa di posizione aprioristica, che non &#232; ovviamente ne pro ma nemmeno palesemente contro il personaggio posto al centro della narrazione. La parola magica, nello specifico, si chiama equidistanza, termine difficile da comprendere soprattutto per noi italiani, storicamente abituati alle fazioni e al tifo da stadio in ogni possibile settore ben oltre quello meramente calcistico. Invece nel film di Eastwood la figura di Edgar J. Hoover viene semplicemente osservata, ricostruita in tutta la propria incommensurabile ambiguit&#224; di essere umano certamente schiavo di schematismi ideologici autoindotti ma anche generoso servitore del paese di appartenenza in nome di un idealismo contorto ma, a suo modo, sincero. In particolar modo se rapportato alla totale corruzione politica di un presidente - l'ultimo per cui Hoover ha prestato servizio prima della scomparsa nel 1972 - come il repubblicano Richard Nixon, capace di scavalcare di slancio il protagonista in un'ipotetica scala di valori reazionari nella loro esplicitazione pi&#249; becera.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>04/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Le uscite del 04.01.2012</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=8812</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/uscite-in-sala-j-edgar-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il 2011 cinematografico inizia con una serie di titoli destinati a incidere poco nella memoria degli appassionati. Con un'eccezione: il mastodontico biopic firmato da Clint Eastwood, del quale leggerete probabilmente recensioni freddine (non su CineClandestino). non vi fidate...

Iniziamo dunque proprio dall'ultima fatica in cabina di regia di Eastwood, riassunto (si fa per dire) della vita di J. Edgar Hoover, l'uomo in cui &#232; impossibile non identificare l'FBI. Un'opera coraggiosa, che non ha paura di sfiorare il ridicolo per perseguire la propria strada, e che si dimostra di un nitore raggelante e schiacciante. Imperdibile, fosse anche solo per godere della straordinaria interpretazione di Leonardo DiCaprio.

Non si sentiva in tutta franchezza il ritorno in scena dei sette &quot;immaturi&quot;, costretti a ripetere l'esame di maturit&#224; per colpa di un vizio di forma: ora, superato per la seconda volta lo scoglio, li vediamo partire per una meritata (?) vacanza in Grecia, con tutto il carico di disavventure che seguir&#224;. Nonostante le scarse premesse, Paolo Genovese riesce a portare a termine una commedia di tutto rispetto, meno superficiale del primo capitolo e scritta con maggiore intelligenza. Una visione magari non strabiliante, ma piacevole.

Distribuzione Indipenente (D.Indi, ora che &#232; entrata in vigore questa nuova dicitura) porta nelle sue sale il secondo documentario del proprio listino, sempre diretto da Francesco Cordio. E come il lavoro sugli Inti-Illimani, anche questo fermo immagine sulla questione Alitalia lascia ben pi&#249; di un dubbio, in particolare per la scelta tutt'altro che necessaria di mescolare al documentario una parte di finzione. Peccato che a risultare ben pi&#249; interessanti siano le riprese sporche (ma reali, crude, sincere) fatte dagli stessi lavoratori in protesta. Appassionato, ma poco appassionante...

Ritornano per l'ennesima volta i Chipmunk, il gruppo di scoiattoli striati capitanati da Alvin: stavolta sono dispersi nel bel mezzo del mare, su un'isola deserta neanche fossero novelli Robinson Crusoe (o Chuck Noland). Gli sciuridi pi&#249; insopportabili della storia del cinema colpiscono ancora, e il consiglio &#232; quello di schivare la visione, dirottando lo sguardo altrove...

Ma il vero film da evitare con cura &#232; la versione per il cinema di The Inbetweeners, serial britannico che non ha lasciato alcuna traccia di s&#233;: stesso destino (almeno si spera) per un film che a parte volgarit&#224; assortite e situazioni trite e ritrite non sembra davvero offrire nulla...

Queste le prime uscite dell'anno, in attesa della Befana. Quale che sia la vostra opinione a riguardo, non ci resta che augurarvi buona visione!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>04/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Alvin Superstar 3 - Si salvi chi pu&#242;!</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8759</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Alvin%20Superstar%203/Alvin-Superstar-3-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Ormai il format cinematografico dedicato ad Alvin e ai suoi amici Chipmunks (per i non esperti in materia sorta di piccoli scoiattoli con particolare predisposizione musicale) va assumendo quasi i connotati del tour esibizionistico. Della serie, ragionando dalla parte delle &quot;menti&quot; produttive: troviamo un esile pretesto narrativo, inseriamo i piccoli eroi in un determinato contesto di avventura e stiamo a vedere se i pi&#249; piccini gradiscono. D'altro canto finch&#233; il botteghino risponde positivamente, perch&#233; non continuare a cavalcare la metaforica onda? E proprio di onde si parla in questo terzo capitolo, visto che il birbante Alvin e i suoi compagni d'avventura - a cui si sono aggiunte le gentili omologhe dell'altro sesso, nel secondo capitolo - si ritrovano, novelli Robinson Crusoe, ad affrontare i (pochi) pericoli di un'isola deserta dopo aver combinato inenarrabili pasticci a bordo di una nave da crociera.
La variante narrativa, in questo caso, funziona abbastanza, soprattutto in chiave tecnica-formale. La natura lussureggiante giova al connubio cartoon/live action, rendendo questo Alvin Superstar 3 - Si salvi chi pu&#242;! se non altro non spiacevole al semplice sguardo. Per il resto per&#242; sia il regista Mike Mitchell che la coppia di sceneggiatori composta da Jonathan Aibel e Glenn Berger si sono davvero limitati ad un lavoro da minimo sindacale, infiocchettando il film con qualche vezzosa citazione (Castaway di Robert Zemeckis e addirittura, in una singola sequenza, il seminale I predatori dell'arca perduta di Steven Spielberg) ma in compenso macchiandosi di alcune nefandezze difficilmente perdonabili. Su tutte spicca l'inopinato processo di &quot;buonizzazione&quot; compiuto ai danni del personaggio di Ian, il vendicativo manager del secondo episodio sempre interpretato da David Cross. In tutta evidenza pentiti dal trattamento riservatogli nel precedente Alvin Superstar 2, dove alla sua cattiveria era riservata una pena del contrappasso persino eccessiva, i medesimi autori dello script lo trasformano in eroe positivo, addirittura artefice del rocambolesco salvataggio di Dave (Jason Lee) in un finale semi-apocalittico con tanto di eruzione vulcanica sull'isoletta deserta sperduta nel non precisato oceano. Una sindrome da &quot;vogliamoci bene&quot; ad ogni costo inadatta e scorretta persino per un pubblico under dieci, che inoltre fa pentire anche l'unico personaggio del film che nel corso dello stesso aveva dimostrato pi&#249; di un segno di sincera avidit&#224; (sull'isola c'&#232; pure il classico tesoro, tanto per non farsi mancare alcun clich&#233;), ovvero l'altra naufraga Zoe interpretata dall'incolore Jenny Slate.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>03/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Finalmente maggiorenni</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8770</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Finalmente%20maggiorenni/Finalmente-maggiorenni-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Non diremo molto (in sintonia con gli autori di questo film) a proposito di Finalmente maggiorenni. Una cosa per&#242;, o due.
&#200; un film scritto con rabbia inaudita, pieno di rumore e di nulla, e la cosa pi&#249; dolorosa &#232; il suo effetto, per nulla urtante urticante alla pupilla grossolana dei pi&#249;, incapaci oramai di scandalizzarsi se non, in forma di noia insincera, di fronte all'arte autentica &amp;#8211; prima, settima e anche quelle in mezzo. Non &#232; certo la coprolal&#236;a insistita o la loquela da sottoscala a disturbare chi scrive, quanto il portato mortifero e concentrazionario dell'oggetto in questione.
Siamo ben lontani infatti dalle apparentemente analoghe operazioni statunitensi, che da ora possono godere almeno dell'incapacit&#224; di intendere e di volere, le quali tutte si curano di minare le superficialit&#224; o volgarit&#224; esibite con irrealt&#224; varie e rassicuranti, con l'esagerazione, con l'autocritica (quand'anche inconsapevole). Parliamo di opere entrate a torto o a ragione nell'immaginario, saghe miliardarie o meno, da Porky's ai vari Scary Movie... (che parlano per&#242; di cinema) fino ad American Pie e filiazioni. Queste le declinazioni dell'adolescente pedicelloso restando in America.
L'Inghilterra &#232; un altro affare, senza dubbio. Risapute sono la crudezza a volte del suo umorismo, le volute dissonanze della sua ironia; non esenti entrambe da esiti occasionalmente brillanti. Con The Inbetweeners Movie (titolo originale) siamo poi di fronte ad un altro frequentissimo modo di operare dei nostri giorni: il film tratto dalla serie. Serie fortunatissima in patria, stando ai dati ufficiali. Serie sui ragazzi, sui giovani studenti recalcitranti della monotona periferia inglese. E la serie circoscrive la vicenda alla sola realt&#224; nazionale; mentre al cinema ci si &#232; proposti di 'far viaggiare' i beniamini, metterli alla prova su di un altro suolo. I personaggi sono mediocri, inetti e privi di interessi, e cos&#236; li vogliono i divertiti sceneggiatori della serie come del film (Damon Beesley e Iain Morris). Si potrebbe sperare allora che una vacanza tra amici sia la soluzione, l'occasione per crescere confrontandosi; del resto, lo dice il luogo comune: &amp;#8220;viaggio iniziatico&amp;#8221;, il quale sottende al pi&#249; ampio clich&#233; letterario: &amp;#8220;romanzo di formazione&amp;#8221;. Nulla pu&#242; invece salvarli, il fallimento li pedina, li possiede e li permea, perch&#233; &amp;#8220;cos&#236; deve essere&amp;#8221;. Ci&#242; che preme in questo film &#232; l'esortazione all'arrendevolezza, l'ostentazione compiaciuta di un nichilismo endemico. Alla fine i ragazzi troveranno i loro corrispettivi femminili (ragazze inglesi, si badi bene) sull'isola cretese, e con essi faranno un tiepidissimo ritorno a casa, senza nulla aggiungere a quanto (poco) possedevano prima di partire.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Giorgio Ferri&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>03/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Tutti gi&#249; per aria</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8793</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Tutti%20gi%C3%B9%20per%20aria/Tutti-gi%C3%B9-per-aria-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Tra le molte sporche storie che si sono succedute nell'Italia berlusconiana, succube di una progressiva dissolvenza dei pi&#249; basilari concetti di etica e di rispetto della dignit&#224; del lavoro, quella che riguarda la compagnia di bandiera nazionale rappresenta un paradigma piuttosto efficace per comprendere il degrado civile e morale di un paese che rischia di smarrire definitivamente la propria spina dorsale. I cassaintegrati dell'ex Alitalia hanno protestato in lungo e in largo, cercando di convincere le altre categorie di lavoratori che il progetto portato avanti dallo Stato con il passaggio a CAI (acronimo che identifica la Compagnia Aerea Italiana, nata nel 2008 su iniziativa della Banca Intesa proprio per gestire le carcasse di Alitalia e Air One) era solo il primo tentativo di una strategia destinata a modificare una volta per tutte il sistema nazionale di assunzioni e licenziamenti, ma sono stati per gran parte inascoltati. Lo stesso destino, a conti fatti, &#232; toccato anche a Tutti gi&#249; per aria, il documentario ideato da Alessandro Tartaglia Polcini e diretto da Francesco Cordio, gi&#224; autore di Inti-Illimani &amp;#8211; Dove cantano le nuvole: terminato nel 2009, il documentario dedicato alla questione Alitalia ha dovuto aspettare quasi due anni per approdare in sala, grazie al provvido intervento della sempre pi&#249; attiva Distribuzione Indipendente (o D.Indi che dir si voglia) che ha deciso di resuscitarlo dall'oblio in cui stava inesorabilmente scivolando. 
Un progetto che sarebbe stato criminoso lasciare celato agli occhi del pubblico italiano, non tanto per la solidit&#224; strutturale o la qualit&#224; estetica che lo sorregge &amp;#8211; anzi, sul valore strettamente cinematografico dell'opera in questione &#232; doveroso sollevare ben pi&#249; di un dubbio &amp;#8211; ma perch&#233; permette di non abbassare la guardia sul delicato momento storico che sta attraversando la societ&#224; italiana, a pochi passi dal tracollo economico ma impantanata da anni in una crisi ben pi&#249; profonda e radicata. Documentari come Tutti gi&#249; per aria pongono davanti agli occhi dello spettatore punti di vista che i media nazionali non sposano, per interesse aziendale o pura miopia giornalistica. Perch&#233;, pur avendo ricevuto forma compiuta da Cordio, il documentario vive e si sviluppa sul materiale del tutto amatoriale girato con vari mezzi (videocamere di qualit&#224; in fase di ripresa variabile) dallo stesso personale Alitalia: manifestazioni, proteste, interventi a meeting, interviste, una documentazione viva e sincera che &#232; anche la parte migliore del documentario. A funzionare davvero poco, piuttosto, &#232; uno scialbo e retorico inserto di finzione che attraversa l'intero film fungendo da ideale punto di contatto tra le varie anime che ne compongono l'insieme: la giornata tipo di uno steward che ha perso il lavoro ma si reca lo stesso, imperterrito, a Fiumicino, non solo non aggiunge nulla al discorso intrapreso nella componente documentaria del film, ma appesantisce anche il tutto rivestendolo di un'allure demagogica e retorica assai difficile da digerire. 
Per quanto l'intervento, in apertura e in chiusura di documentario, di Ascanio Celestini (impegnato in un monologo sugli aerei di carta), risulti l'apice dell'intero film, anche le &amp;#8220;comparse straordinarie&amp;#8221; appaio ben poco essenziali nel raggiungere lo scopo prefissato. Resta dunque un film confuso, importante per la materia trattata ma ben poco memorabile sotto il profilo strettamente cinematografico. A volte, purtroppo, capita di confondere l'arte documentaria con la mera e semplice &amp;#8220;documentazione&amp;#8221; della realt&#224;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>03/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Box Office 02.01.2012</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=1&amp;art=8810</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/box-office-02gennaio-2011-sherlock-holmes-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La lunga sfida delle feste natalizie non &#232; ancora finita, ma il passaggio dal vecchio al nuovo anno sembra avere oramai delineato le principali posizioni. Nonostante il balzo felino in prima posizione de Il gatto con gli stivali di Chris Miller (incasso totale: 11.768.010 euro), &#232; Sherlock Holmes: Gioco di ombre di Guy Ritchie il film del Natale 2011 (incasso totale: 14.291.918 euro). Insomma, l'ennesimo segnale del logoramento della tradizione tutta italiana del cinepanettone (e affini): Vacanze di Natale a Cortina di Neri Parenti (incasso totale: 9.793.844 euro) si tiene stretto il terzo posto, ma resta lontano dai fasti del passato. Finalmente la felicit&#224; di Leonardo Pieraccioni insegue in quarta posizione, con 8.314.458 euro di incasso totale. Vedremo come il pubblico accoglier&#224; le prossime commedie italiane: i sequel Immaturi - Il viaggio di Paolo Genovese (in uscita il 4 gennaio) e Benvenuti al Nord di Luca Miniero (in uscita il 18 gennaio). 
Dietro ai quattro colossi di Natale, tutti sopra le 500 sale, resiste ottimamente Midnight in Paris di Woody Allen (ottava posizione), vicino a quota otto milioni di incasso totale. Le idi di marzo di George Clooney viaggia verso i tre milioni, decisamente penalizzato dal periodo d'uscita. Il figlio di Babbo Natale di Sarah Smith, a quota due milioni, rischia di essere spazzato via dall'uscita di Alvin Superstar 3 - Si salvi chi pu&#242;! di Mike Mitchell. Un triste destino...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>in sala</category>
			<pubDate>02/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Aguasaltas.com - Un villaggio nella rete</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8753</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Aguasaltas_com/Aguasaltas_com-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Ci pensa la Kitchenfilm a chiudere in allegria questo 2011, in attesa di scoprire cosa ci riserver&#224; l&amp;#8217;anno nuovo sul fronte delle uscite cinematografiche. Per farlo ha scelto di proporre a quattro anni di distanza dalla sua realizzazione Aguasaltas.com &amp;#8211; Un villaggio nella rete, commedia made in Portogallo diretta da Lu&#237;s Galv&#227;o Teles, che sbarca nelle sale nostrane a pochissimi giorni dall&amp;#8217;inizio del 2012, dopo l&amp;#8217;abbuffata a base di cinepanettoni, blockbuster, storie a sfondo natalizio o formato famiglia. Nel caso della pellicola di Teles, che di natalizio non ha niente al di l&#224; dello spirito gioioso e del tono leggero che la pervadono da cima a fondo, non si tratta di un riciclaggio n&#233; tanto meno di un ripescaggio dell&amp;#8217;ultimo minuto, bens&#236; di una svista nei confronti di una pellicola che, a differenza di tante altre immeritatamente importate dall&amp;#8217;estero e circolate in Italia, non aveva ancora avuto una possibilit&#224; nel nostro Paese. Del resto non &#232; una novit&#224;: lo dimostrano anche le centinaia di opere da noi prodotte che vengono inspiegabilmente ignorate, o ancora peggio risucchiate dal vortice di una cattiva distribuzione che non ha permesso a gioiellini come ad esempio Il magico Natale di Rupert [1] di Flavio Moretti di ritagliarsi il giusto spazio.  
Nel suo piccolo Aguasaltas.com non &#232; un film per il quale strapparsi i capelli, ma a conti fatti regala alle platee di turno spruzzate di buonumore che ne rendono la visione molto piacevole. Non si ride, ma si sorride piuttosto, perch&#233; si punta sull&amp;#8217;ironia delle situazioni che via via si manifestano e non su battute ad effetto o su gag comiche prepotenti. Il tono leggero e scherzoso del racconto che caratterizza lo script, si riversa completamente nella messa in scena e nella messa in quadro senza strabordare, ma all&amp;#8217;insegna della sobriet&#224; e del controllo. Teles da una parte e l&amp;#8217;autrice della sceneggiatura dall&amp;#8217;altra, Suzanne Nagle, preferiscono appoggiarsi alle situazioni, all&amp;#8217;accumularsi dei paradossi, dei malintesi, degli equivoci e dei doppi sensi, piuttosto che all&amp;#8217;inseguimento continuo dei tempi comici pur di strappare una risata. &#200; un modo sicuramente meno immediato di fare intrattenimento, non necessariamente pi&#249; sofisticato, che spesso non riscuote particolare successo, ma a suo modo efficace e riuscito per quella fetta di pubblico che sceglie di rallegrarsi e non di ridere senza soluzione di continuit&#224;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;28/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>28/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Capodanno a New York</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8744</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Capodanno%20a%20New%20York/Capodanno-a-New-York-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Alzi la mano chi non si &#232; mai sentito spossato, inquietato, o semplicemente stressato dall&amp;#8217;assillo della festa di Capodanno. Dove andare, con chi, festa grande o intima, mondanit&#224; o calore domestico, eccitazione o indifferenza. 
Queste alcune domande che la notte di San Silvestro induce a porsi ogni anno in modo controverso. Anche per questo il cinema, inteso nel senso pi&#249; hollywoodiano come fabbrica dei sogni, ha sempre preferito il natale come festa per la sua maggiore linearit&#224; e naturale predisposizione al romantico. Avvicinandoci al periodo cinepanettone ecco per&#242; invece farsi strada un&amp;#8217;agguerritissimo rivale, almeno a livello produttivo, quale Capodanno a New York,  dello specialista in commedie rosa Garry Marshall. Dopo il cinepanettone, il cinecocomero, sempre sulla scia dell&amp;#8217;abbinamento alimentare non rimane a questo punto che il &amp;#8220;cinecotechino&amp;#8221;, che ci viene incontro come definizione anche perch&#232; fa rima con botteghino. La Warner Bros ha infatti armato fino all&amp;#8217;inverosimile il suo colosso per l&amp;#8217;assalto alle sale: tanti davvero i grandi nomi che fanno parte della pellicola. Forse troppi, visto che ad interpreti del calibro di Matthew Broderick e James Belushi, forse proprio per ragioni di sovraffollamento, sono riservate due comparsate di poche pretese che influiscono poco o nulla nella trama. Marshall, autore di Pretty Woman nonch&#233; ideatore della serie televisiva di culto Mork e Mindy, da vecchio decano qual &#232; si preoccupa di far confluire le sue stelle nei pi&#249; classici schemi che si conoscono della commedia romantica, totalmente avulso invece alla volgarit&#224; e al politicamente scorretto che al contrario &#232; molto in voga nelle commedie attuali. La coralit&#224; &#232; innanzitutto l&amp;#8217;elemento cardine, per cui alla mezzanotte le varie storie parallele  si incontreranno, finalmente svelando i vari rapporti tra i personaggi visti fino a quel momento.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Valerio Ceddia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>23/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Emotivi anonimi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8736</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Emotivi%20anonimi/Emotivi-anonimi-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Potr&#224; apparire assurdo, ma del vasto universo cinematografico francese, appena al di l&#224; delle Alpi, a noi non arriva che una briciola o poco pi&#249;. La distribuzione italiana, cieca di fronte a tutte le realt&#224; definite &amp;#8220;esotiche&amp;#8221;, non dimostra una gran lungimiranza neanche quando si tratta di spostare l'occhio a pochi passi dal confine. Per via di questo vero e proprio paradosso anche un regista di una certa fama internazionale, come Jean-Pierre Am&#233;ris, corre il rischio di essere considerato pressoch&#233; sconosciuto lungo la penisola a forma di stivale: fin dall'esordio del 1992 (Le bateau du mariage) il suo nome ha circolato nel circuito festivaliero, dove hanno trovato un particolare riscontro gli ottimi Les aveux de l'innocent e Mauvaises fr&#233;quentations, veri e propri manifesti d'intenti di una poetica autoriale cupa, vicina a timbriche fosche, a pochi passi dal noir. Uno spleen che si &#232; rafforzato nel corso dell'ultimo decennio, grazie all'intenso C'est la vie (2001), al coinvolgente spirito sportivo di Poids l&#233;ger (2004) e soprattutto allo splendido Je m'appelle Elisabeth (2006), cupa fiaba infantile che guarda insistentemente dalle parti del capolavoro di Victor Erice Lo spirito dell'alveare.
Nei quattro anni intercorsi tra quest'ultima regia ed Emotivi anonimi Am&#233;ris si &#232; invece concentrato su se stesso e sulla propria, patologica, timidezza, tracciando le linee guida per una commedia briosa, la prima della sua carriera, che lancia sprazzi del cinema di Jacques Demy (l'incipit canoro, che cita tra l'altro apertamente Tutti insieme appassionatamente di Robert Wise) ma volge lo sguardo con una certa insistenza oltre oceano, all'epoca d'oro della commedia hollywoodiana. Gi&#224; i due protagonisti, gli eccellenti Isabelle Carr&#233; (che aveva lavorato con Am&#233;ris nel 2007 in televisione, all'epoca di Maman est folle) e Beno&#238;t Poelvoorde, sembrano cucirsi addosso personaggi che avrebbero potuto far parte del cast di Scrivimi fermo posta di Ernst Lubitsch, e la stessa messa in scena del regista transalpino, per movimenti di macchina, ritmo della narrazione e perfino colori &amp;#8211; molto bella la fotografia lavorata da G&#233;rard Simon &amp;#8211; riporta alla mente un cinema di un tempo che non c'&#232; pi&#249;. La stessa atmosfera fuori dal tempo su cui si basa gran parte del fascino di Emotivi anonimi: per quanto strettamente legata alla realt&#224;, la Parigi descritta nel film sembra puramente immaginaria, a partire dal laboratorio artigianale di Jean-Ren&#233; nel quale viene assunta Ang&#233;lique. Una scelta ben precisa, non nuova n&#233; sorprendente per un cinema, come quello di Am&#233;ris, cos&#236; profondamente legato alla memoria del passato. Su questa base il regista innesta una serie di situazioni tra il tenero e il comico attraverso le quali fa procedere la narrazione: non vi &#232; in effetti una sceneggiatura strutturata in maniera particolarmente dettagliata, ma piuttosto si avanza per accumulo di avvenimenti, in un procedimento forse slabbrato ma senza dubbio funzionale per la concezione sospesa che ha dello spazio e del tempo Am&#233;ris.
Si prendano sequenze di culto come la prima sera a cena tra l'uomo e la donna, o il finale a met&#224; strada tra Chaplin e Il laureato: esempi di cinema dal gusto raffinato che esplodono improvvisamente nella pellicola, come le particolari cioccolate che si sciolgono nel palato dei protagonisti sprigionando sapori inattesi. Tra tutte le commedie venute alla luce in queste ultime due settimane, Emotivi anonimi appare in maniera indiscutibile come la pi&#249; natalizia, sia per l'alchimia che si crea tra i due protagonisti, in grado di sgretolare anche i cuori di pietra, sia soprattutto per l'universo a suo modo favolistico che prende corpo sullo schermo. Un'opera sorridente, tenera e buffa, destinata con ogni probabilit&#224; a conquistarsi una buona fetta di pubblico da qui all'anno nuovo, anche alla luce dell'insuccesso commerciale del Cinepanettone nostrano, al quale avrebbe con ogni probabilit&#224; molto da insegnare...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>23/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Il figlio di Babbo Natale</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=21&amp;art=8725</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Il%20figlio%20di%20Babbo%20Natale/Il-figlio-di-Babbo-Natale-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Gli elfi hanno 18,14 secondi per consegnare i regali in una casa: entrare da una finestra o dal camino, disinnescare un possibile antifurto, tenere a bada eventuali animali domestici, evitare assolutamente il contatto con genitori e figli, deporre il pacchetto (con fiocco) sotto l'albero e consumare il latte e i biscotti lasciati per Babbo Natale. Casa dopo casa, citt&#224; dopo citt&#224;, nazione dopo nazione: tutto in una notte, tra strategie impeccabili, tecnologie avanzatissime e una slitta-astronave sinuosa come l'Enterprise.
Alla base del divertente e fantasioso Il figlio di Babbo Natale (Arthur Christmas) ci sono una buona idea e un'accurata sceneggiatura: insomma, una storia da raccontare. La centralit&#224; della scrittura &#232; il vero spartiacque nell'attuale panorama dell'animazione in computer grafica e 3D: purtroppo le valide alternative a pellicole spesso intrise di modeste gag e sovrabbondanti citazioni (molti titoli della DreamWorks Animation, sull'onda troppo lunga di Shrek) non sono numerose e scaturiscono quasi sempre dal lavoro e dalla creativit&#224; della Pixar, della Aardman, al secondo lungometraggio in CG dopo il discreto Gi&#249; per il tubo (2006) (1), e della Sony (2).
Si rintraccia facilmente nello script di Sarah Smith, all'esordio dietro la (virtuale) macchina da presa, e di Peter Baynham la consueta vitalit&#224; delle produzioni Aardman: tra intenti didascalici non troppo melensi e un condivisibile richiamo a un sano spirito natalizio, Il figlio di Babbo Natale procede a un ritmo assai elevato, a partire dall'incipit che sembra preso in prestito da Mission: Impossible, riuscendo comunque a dare un certo spessore ai personaggi e alle loro relazioni interpersonali. E pur con tutti i limiti di un prodotto per famiglie, il film dispensa giudiziosi insegnamenti e diverte, centrando il target &amp;#8220;genitori e figli&amp;#8221;, parola chiave delle contemporanee produzioni animate in CG: il Natale visto dalla Aardman &#232; infatti ironico, gioca con tecnologia e tradizione, offre ai pi&#249; piccoli dei personaggi ad hoc (soprattutto l'elfo impacchettatore Bryony, fedele al motto &amp;#8220;c'&#232; sempre tempo per il fiocco&amp;#8221;, e le varie renne) e strizza l'occhio agli adulti con qualche raffinata e mai invasiva citazione (si veda, ad esempio, il bacio tra i due elfi alla fine della missione).&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ancora in sala&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ancora in sala</category>
			<pubDate>23/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>L'amore ai tempi dell'aids</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=2588</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/3/Piccolo%20Schermo/Philadelphia/Philadelphia-cover80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Philadelphia, diretto nel 1993 da Jonathan Demme, &#232; un film che rappresenta una duplice lezione &quot;morale&quot;. In primo luogo perch&#232; dimostra come &#232; stato e sia ancora possibile realizzare film d'impegno nell'ambito di una produzione senza dubbio alcuno di marca hollywoodiana; ma soprattutto pech&#232; la pellicola di un maestro come Demme ci racconta, senza particolari edulcorazioni, non le sofferenze della malattia in s&#232; - per i pochi che non lo sapessero il film affronta la scottante tematica dell'aids - ma le conseguenze di carattere &quot;sociale&quot; a cui va incontro una persona ammalata. E sul calvario dello sventurato personaggio interpretato da Tom Hanks (Oscar per il ruolo), peraltro reso con eccellente costruzione drammaturgica, non &#232; proprio possibile non riflettere a fondo... Finale da far commuovere anche le statue, sulle note di Neil Young.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;14/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>14/01/2012</pubDate>
		</item>
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			<title>Ai confini del Cinema</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=71&amp;art=8849</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/Piccolo%20schermo/Inception-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Nella nostra cultura non &#232; abitudinario usare l'aggettivo epocale per un film. Calza per&#242; a pennello per Inception (2010), straordinaria sfida cinematografica messa in atto da uno dei pi&#249; grandi cineasti contemporanei, il britannico Christopher Nolan. Realizzare cio&#232; un'opera interamente onirica, sovrapponendo magistralmente il cinema dei generi (action, dramma intimista, melodramma, thriller, eccetera...) alla inafferabile natura dei sogni. I quali, &#232; cosa nota, sono fatti della medesima materia di un film, bello o brutto che esso sia. Inception risulta cos&#236; essere la quintessenza della poetica nolaniana, da sempre incentrata sulla impossibilit&#224; di distinzione tra realt&#224; e finzione, tra vero e falso. Lo spettatore viene scaraventato in un tunnel senza bussola, da cui forse esiste solo una via d'uscita: quella di lasciarsi andare alla propria natura e al ritmo lento con cui scorrono i tempi della vita. Esattamente come in questa maestosa opera filosofica benissimo assecondata da un cast stellare, con Leonardo DiCaprio a fare gli onori del &quot;padrone di casa&quot;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;digitale&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>digitale</category>
			<pubDate>13/01/2012</pubDate>
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			<title>La doppia vita di Arnold</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=3025</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/4/Piccolo%20Schermo/True%20Lies/True-Lies-cover80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Mettiamola cos&#236;: il meno riuscito tra i film della filmografia di autore in tutti i sensi &quot;titanico&quot; come James Cameron risulta comunque essere di gran lunga superiore alla prouzione media hollywoodiana. E' il caso di True Lies, pellicola che Cameron diresse nel 1994 ispirandosi ad un film francese, La totale di Claude Zidi. Si racconta di un uomo, un banale rappresentante di computer in apparenza, che in realt&#224; &#232; una super-spia governativa. E quando sua anche sua moglie viene coinvolta in una rischiosa missione... Scene d'azioni al fulmicotone, forse un tantino di eccesso d'ironia che rende True Lies pi&#249; simile ad giocoso fumetto che ad un action-thriller, ma anche alcuni gustosissimi siparietti tra Arnold Schwarzenegger ed una sensualissima Jamie Lee Curtis rendono l'opera del regista di Terminator sicuramente divertente. E pazienza se manca il pathos...
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>13/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Cowboys come noi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=1787</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2008/12/12/Piccolo%20Schermo/I%20segreti%20di%20Brokeback%20Mountain/I-segreti-di-Broke__-cover8.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Ci sono registi &quot;fenomenali&quot;, i quali (quasi) ogni volta che si posizionano dietro la macchina da presa sono certi di vincere qualche premio importante. E' certamente il caso del taiwanese, ma ormai pressoch&#233; occidentalizzato, Ang Lee, un tipo che vanta nel curriculum premi Oscar, Leoni d'Oro e altri riconoscimenti assortiti. Non &#232; sfuggito alla regola, anzi, questo I segreti di Brokeback Mountain, film diventato un &quot;caso&quot; di costume poich&#233; narra una storia d'amore tra cowboys, archetipi di eroi virile dalla notte dei tempi del cinema a stelle e strisce, omosessuali. Ci&#242; premesso il film in questione, nonostante le buonissime prove interpretative del compianto Heath Ledger e di Jake Gyllenhaal ed i bellissimi paesaggi, rimane piuttosto convenzionale, emozianando solo a tratti. Forse l'intenzione di Ang Lee era proprio quella di &quot;normalizzare&quot; quanto pi&#249; possibile una love story atipica per il cinema e per la morale corrente; per&#242; in questo modo la coperta si &#232; accorciata in modo abbastanza evidente proprio sul versante melodrammatico. Anche se Lee resta regista di buonissimo livello....&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>12/01/2012</pubDate>
		</item>
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			<title>Che il faro ci illumini</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=71&amp;art=7227</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/3/Piccolo%20schermo/Shutter%20Island/Shutter-Island-cover80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Shutter Island (2009) di Martin Scorsese &#232; grande, grandissimo cinema. Forse non &#232; il capolavoro che avrebbe potuto essere ma &#232; senza dubbio il frutto migliore della ormai lunga collaborazione tra il regista italo-americano e la star Leonardo DiCaprio. Il film &#232; un duplice viaggio: una discesa in &quot;soggettiva&quot; negli abissi della follia di un personaggio - quello appunto intepretato da DiCaprio - che non &#232; quello che crediamo sia nonch&#233;, in senso lato, una metaforica escursione nel cinema di genere della Hollywood dei tempi d'oro, da Hitchcock a Siodmak. Potr&#224; anche avere dei difetti, Shutter Island, tratto da un ottimo libro del Dennis Lehane gi&#224; autore di Mystic River, poi splendido film di Clint Eastwood; senz'altro &#232; troppo prolisso e una ventina di minuti in meno gli avrebbero giovato. Per&#242; ti guarda dentro dentro, lasciandoti una sensazione di angoscia di quelle che non ti abbandonano a lungo, anche giorni dopo la fine della visione. 
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;digitale&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;11/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>digitale</category>
			<pubDate>11/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Il mondo &#232; un caos</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=2324</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/2/Piccolo%20Schermo/Babel/Babel-cover80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Va bene, adesso &#232; di moda sparare metaforicamente sulla formula Inarritu/Arriaga, cio&#232; affrontare tematiche quanto pi&#249; possibile &quot;alte&quot;, frantumando la linearit&#224; cronologica della narrazione e scaraventando lo sventurato spettatore nel totale sbigottimento, sempre secondo i detrattori. E pu&#242; darsi ci sia del vero in questo assunto: perch&#233; una novit&#224; la prima volta sorprende, la seconda interessa ma alla lunga pu&#242; senz'altro stancare. Postilla dovuta: &#232; innegabile per&#242; ammettere che il messicano Alejandro Inarritu &#232; provvisto da quella che potremmo definire un &quot;talento fornito da madre natura&quot;. Inarritu &#232; bravo, sa dirigere organicamente un film come pochissimi altri registi. Basterebbe vedere che cosa ha combinato l'ex sodale - pare abbiano litigato proprio sulla paternit&#224; autoriale proprio di Babel, di cui Arriaga &#232; stato, come nelle altre opere di Inarritu, sceneggiatore - nel suo eserdio alla regia, lo stanco The Burning Plain. Ecco, Babel, al di l&#224; di certi limiti narrativi, &#232; comunque un film intenso e pregnante, che descrive assai bene il caos morale in cui sta precipitando la nostra societ&#224; globalizzata. E poi &#232; diretto da un Inarritu in gran forma, che riesce a  far recitare splendidamente pure Brad Pitt. Scusate se &#232; poco..&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;11/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>11/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Il lupo cattivo</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=1480</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2008/10/Piccolo%20Schermo/Wolf%20Creek/Wolf-Creek-cover.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Nella deriva imboccata negli ultimi anni dal genere horror, quella del torture-movie dove la violenza viene esplicitata al massimo e spesso anche caricata ad arte, Wolf Creek dell'australiano Greg McLean resta uno dei titoli migliori. In primis perch&#232;, al contrario del novantanove per cento delle pellicole appartenenti al filone, ha un suo stile cinematografico preciso, che culmina nelle straordinarie sequenza finali che &quot;rivelano&quot; allo spettatore la pericolosa bellezza di quella terra a noi lontana. Poi cura benissimo la caratterizzazione dei personaggi, con una prima parte quasi intimista che conduce lo spettatore ad una naturale empatia verso i ragazzi protagonisti; tutto ci&#242; prima che l'orrore esploda in tutto il suo fragore, con l'insospettabile serial-killer di turno a far danni. Tutto ci&#242; non toglie, ovviamente, che Wolf Creek sia parecchio disturbante ed angosciante, per una visione decisamente sconsigliata alle anime candide...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>10/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Giustizia per tutti</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=4017</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/8/Piccolo%20Schermo/Presunto%20innocente/Presunto-innocente-cover80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;E' una dato di fatto: nove volte su dieci le trasposizioni cinematografiche da best-seller deludono. A meno che non si decida di affidarne la regia ad un cineasta di buona qualit&#224;, in grado di infondere alla pellicola un marchio, se non personale, almeno di decorosa professionalit&#224; al tutto. Accade ora ma accadeva anche nel 1990, anno d'uscita del thriller Presunto innocente, tratto dal romanzo di Scott Turow. Un film efficace, quello diretto da Alan J. Pakula, perch&#233; saggiamente sceglie, rispetto alla variegata trama presentata dal libro, la strada dell'asciuttezza, soffermandosi sulle problematiche personali del procuratore Rusty Sabich - accusato dell'omicidio di una collega - un tipo palesemente alle prese, in generale, con un compito troppo gravoso per le proprie capacit&#224;. Ed anche la recitazione molto sotto le righe di Harrison Ford risulta efficace anche per questo. Presunto innocente &#232; anche un'occasione per riammirare la belezza di Greta Scacchi, che per&#242; interpreta un personaggio - quello della vittima - abbastanza fuori fuoco. Un'opera di mestiere che non delude gli amanti del genere. Ci si pu&#242; ampiamente accontentare...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>09/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Un'avventura africana</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=71&amp;art=4986</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/Piccolo%20Schermo/Blood%20Diamond/Blood-Diamond-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Gli ingredienti per il classico film d'avventura come se ne facevano una volta ci sono tutti. In Blood Diamond (2006) di Edward Zwick - peraltro un regista che si &#232; sempre rifatto a modelli precostituiti di cinema - c'&#232; la storia di ampio respiro (la ricerca di un preziosissimo diamante nella martoriata Sierra Leone degli anni novanta), c'&#232; una confezione formale impeccabile arricchita da un pizzico di denuncia &quot;politica&quot; (lo sfruttamento delle ricchezze del continente africano da parte dei colonizzatori occidentali) e soprattutto &#232; ben evidente la presenza del &quot;divo&quot;, ovvero Leonardo Di Caprio, sulle cui spalle il film &#232; costruito. Nel bene e nel male, perch&#232; se il buon Leo non riesce ancora a reggere da solo l'intero peso di un film - qui gli fornisce un prezioso aiuto la bella e brava Jennifer Connelly - nondimeno bisogna ammettere che si impegna da matti per riuscirci. E prima o poi, forse...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;digitale&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>digitale</category>
			<pubDate>09/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Io non dormir&#242;</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=4442</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2009/2009/11/Piccolo%20Schermo/L&#39;uomo%20senza%20sonno/Luomo-senza-sonno-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Segnaliamo molto volentieri questo film, anche perch&#232; pu&#242; essere un modo per rendere parzialmente giustizia ad uno dei registi pi&#249; sottostimati degli ultimi tempi, quel Brad Anderson che vanta all'attivo, tra gli altri titoli, quell'autentica gemma del cinema horror in versione psicologica che risponde al titolo di Session 9. Ma pure in questo L'uomo senza sonno (2004) non si scherza affatto. Realizzato in un semi-bianco e nero allucinato ed allucinante, il film racconta della progressiva perdita di equilibrio mentale di un uomo che non riesce pi&#249;, per misteriose ragioni che si chiariranno nel finale, a dormire. Anderson ci accompagna in questa sorta di calvario esistenziale con mano registica molto sicura, lasciando lavorare l'immaginazione di chi guarda piuttosto che mostrare in maniera esplicita l'orrore che cova nella testa del protagonista. Che &#232; un grande Christian Bale, per l'occasione dimagrito fino alla scheletricit&#224; per interpretare la parte. Davvero impressionante, come del resto l'intero film.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;08/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>08/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Fratelli di razza</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=71&amp;art=8823</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/Piccolo%20schermo/Gone-Baby-Gone-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Chi avrebbe scommesso che un attore belloccio ma non trascendentale come Ben Affleck avrebbe diretto un buon film alla sua opera prima? Pochi, probabilmente. Eppure Gone Baby Gone (2007) &#232; un dramma che scava sottopelle nel degrado morale della societ&#224; statunitense pi&#249; emarginata, quella che non compare sui media perch&#233; no &quot;fa notizia&quot;, esattamente come in Italia e negli altri paesi del florido occidente. Almeno se non quando una bambina scompare... Un bel noir d'impegno civile - tratto da un ottimo romanzo del Dennis Lehane gi&#224; autore di Mystic River - forse penalizzato da una serie di finali troppo evanescenti per risultare del tutto verosimili. Il cast per&#242; &#232; di primo'ordine, con il fratellino Casey Affleck (attore infinitamente migliore dell'illustre fratello) sugli scudi e vecchi leoni come Ed Harris e Morgan Freeman a fargli da illustri spalle.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;digitale&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>digitale</category>
			<pubDate>07/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Obiettivo Marte</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=5072</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/2/Piccolo%20Schermo/Mission%20to%20Mars/Mission-to-Mars-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Film decisamente anomalo, questo Mission to Mars (2000) nella filmografia di Brian De Palma. Infatti non &#232; un thriller e nemmeno c'&#232; violenza. Ma non per questo &#232; meno affascinante, anzi. Un film di fantascienza in controtendenza rispetto a quella fracassona e survoltata dei vari Michael Bay (alla Armageddon, tanto per fare un esempio) dove pericoli mortale vengono affrontati da fegatosi &quot;all american boys&quot;. In Mission to Mars c'&#232; il gusto della scoperta, l'emozione della bellezza e la consapevolezza che qualcosa d'altro, sopra di noi, alla fin fine dovrebbe esserci. Sequenza da ricordare l'addio del personaggio di Tim Robbins, realizzata come solo i grandissimi del cinema - e De Palma lo &#232; senza dubbio - saprebbero riuscire a fare. Tanta pura meraviglia &#232; presente in Missino to Mars che si passa volentieri sopra al finale spielberghiano vagamente da trip psichedelico...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>07/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Nella ragnatela della mente</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=6832</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/1/Piccolo%20schermo/Spider/Spider-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Chi meglio di David Cronenberg avrebbe potuto realizzare un'opera in grado di dare - peraltro in maniera impeccabile - forma visiva alla realt&#224; distorta di un individuo con problemi mentali? Il film in questione &#232; ovviamente Spider (2002), che il maestro canadese gir&#242; sotto il preciso input dell'attore Ralph Fiennes, innamoratosi del romanzo di Patrick McGrath. Un connubio perfetto che dimostra ancora una volta la meravigliosa grandezza di un autore come Cronenberg, capace di passare dalle orrorifiche mutazioni del corpo dei suoi incomparabili horror a quelle pi&#249; sottili della psiche, insinuando nello spettatore un senso di angoscia non comune. Con anche alcune sequenze di straordinaria e dolorosa poesia, che punteggiano l'esistenza di un uomo - il Dennis Cleg interpretato da Fiennes - con troppe sofferenze nel passato per essere considerato &quot;normale&quot;. Sempre ammesso che il resto della societ&#224; lo sia... 
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>06/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>I buoni e i cattivi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=71&amp;art=5128</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/2/Piccolo%20Schermo/Infernal%20Affairs/Infernal-Affairs-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il pubblico occidentale, ovviamente, conosce solamente il pluripremiato remake di questo film, lo &quot;scorsesiano&quot; The Departed. Eppure Infernal Affairs (2002), l'originale made in Hong Kong firmato a quattro mani da Andrew Lau e Alan Mak, gli &#232; superiore per diversi motivi. Perch&#233;, nonostante sia nato come semplice action poliziosco su due poliziotti impegnati in missione su sponde opposte (uno lavora da infiltrato nella mafia, l'altro da mafioso nella polizia), approfondisce molto di pi&#249; e meglio le psicologie dei vari personaggi in campo, aumentando di conseguenza il pathos nella narrazione e donando alla vicenda i contorni di una (quasi) tragedia greca. E poi, un po' incredibilmente, anche la regia risulta pi&#249; fluida ed efficace, coniugando benissimo spettacolo puro e sottotesti morali. Chiss&#224; perch&#233; questo film non &#232; mai uscito nelle sale italiane...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;digitale&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>digitale</category>
			<pubDate>05/01/2012</pubDate>
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			<title>Ogni promessa &#232; debito</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=1735</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2008/12/12/Piccolo%20Schermo/La%20promessa/La-promessa-cover80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Sean Penn &#232; stato ed &#232; tuttora un eccellente attore. Dopo il bellissimo Into the Wild quasi tutti lo hanno acclamato pure come grandissimo regista. Tutto vero. Ma che fosse nato un formidabile autore lo si era gi&#224; notato diversi anni prima (precisamente nel 2001), quando sugli schermi sbarc&#242; lo straordinario La promessa. Tratto da un romanzo dell scrittore svizzero Friedrich D&#252;rrenmatt, Penn trasporta la trama, che vede un misterioso maniaco far strage di bambine, negli Stati Uniti contemporanei, affidando ad un memorabile Jack Nicholson il ruolo del poliziotto in pensione che per&#242; deve prima adempiere all'ultima promessa (da qui il titolo) fatta alla madre di una delle piccole vittime. 
La promessa &#232; un film su una &quot;comprensibile&quot; ossessione, sui misteriosi giochi di un Destino beffardo quantomai, sulla ricerca di qualcosa che trascende le nostre limitate capacit&#224; di comprensione. In breve, un gran film da non perdere. 
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>05/01/2012</pubDate>
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			<title>Nato vecchio</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=7195</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/3/Piccolo%20schermo/Il%20curioso%20caso%20di%20Benjamin%20Button/Il-curioso-caso-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Del tormento interiore della novella di Francis Scott Fitzgerald non &#232; che sia rimasto poi moltissimo. La parabola dell'uomo che percorre il proprio cammino esistenziale al contrario - cio&#232; nasce anziano e muore infante - ne Il curioso caso di Benjamin Button (2008) non &#232; sfruttata principalmente in chiave simbolico-filosofica ma pi&#249; che altro in quella spettacolare, finendo con il magnificare ancora una volta il potere immaginifico della settima arte. Forse questo interessava al regista David Fincher; certo &#232; che il film al tirar delle somme risulta molto meno attratto dalla metaforica oscurit&#224; rispetto alla stragrande maggioranza delle altre pellicole da lui dirette. Comunque Brad Pitt in versione &quot;vecchia&quot; &#232; davvero un miracolo di tecnologia, mentre Cate Blanchett - davvero una delle migliori attrici contemporanee - &#232; un miracolo e basta. Anche se non altrettanto si pu&#242; scrivere del film... 
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>04/01/2012</pubDate>
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			<title>Il fantasma del noir</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=5172</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/3/Piccolo%20schermo/L&#39;uomo%20che%20non%20c&#39;era/Luomo-che-non-cera-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;I grandi artisti possono cimentarsi in qualsiasi &quot;impresa&quot;. Anche quella di realizzare un film in bianco e nero dai ritmi lenti come una parabola esistenziale vissuta nella noia e nell'anonimato che &#232; perdipi&#249; un omaggio al vecchio cinema di genere anni trenta-quaranta. Artefici dell'impresa, naturalmente, i grandi fratelli del Minnesota Joel ed Ethan Coen, mentre il loro film si intitola, simbolicamente, L'uomo che non c'era (2001). C'&#232; un signor nessuno, un barbiere stanco anche di filosofeggiare, coinvolto in un giro assurdo di crimini decisamente pi&#249; grande di lui. Ci sono altri personaggi senza nessuno scrupolo. C'&#232; pure una giovanissima Scarlett Johansson agli esordi. Ma ci sono anche l'amarezza della disillusione e, soprattutto, la poesia di una vita che fa di tutto per non essere ricordata, senza nemmeno riuscirvi. Grazie anche ad una memorabile interpretazione di Billy Bob Thornton.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>03/01/2012</pubDate>
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		<item>
			<title>Dalla parte del &quot;nemico&quot;</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=4915</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/1/Piccolo%20Schermo/Lettere%20da%20Iwo%20Jima/Lettere-da-Iwo-Jima-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Dalla critica feroce alla propaganda bellica americana (Flags of Our Fathers) all'analisi, straziante e poetica, della Seconda Guerra Mondiale osservata dal punto di vista degli sconfitti, ovvero l'esercito - ed il popolo - giapponese, che tanto ha patito per i tragici errori commessi. L'ideale seguito del film appena citato, ovvero Lettere da Iwo Jima (2006), conferma, una volta di pi&#249;, l'estremo rigore morale del cinema di Clint Eastwood, in un'opera dove la guerra diventa qualcosa di molto diverso dal &quot;semplice&quot; conflitto tra due fazioni assurgendo ad autentica tragedia umana - ed umanista - avente per protagonisti sia i vincitori che i vinti. Ed il sommo Clint ci fa capire, nemmeno troppo tra le righe, quanto potrebbero essere differenti le cose se persone perfettamente speculari tra loro riuscissero a parlarsi. Per la cronaca in film, ovviamente di produzione statunitense, &#232; recitato in giapponese con sottotitoli. Quando si dice afflato umanistico...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>02/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Iraq in fiamme</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=71&amp;art=7191</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/3/Piccolo%20schermo/Green%20Zone/Green-Zone-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Se si vuole realizzare un thriller capace di svilupparsi anche in profondit&#224; - e non solo a livello di mera superficie - il cinema &quot;commerciale&quot; ha da tempo trovato il nome giusto, ovvero quello del britannico Paul Greengrass. Pochi infatti sanno coniugare come lui spettacolarit&#224; di ripresa e massima attenzione (nonch&#233; rispetto) all'argomento preso di volta in volta in esame. Gi&#224; ad esempio United 93, su uno degli aerei dirottati il funesto 11 Settembre 2001, si era dimostrata una straordinaria pellicola che palesava tutte le contraddizioni umane e tecnologiche del nuovo millennio; perfetta conferma si &#232; avuta pure con questo Green Zone (2010), thriller bellico magnificamente orchestrato sull'assurdit&#224; della guerra ed il potere del singolo uomo a ribellarsi allo status quo. Cio&#232; alla dissennata politica bushiana in cerca continua di pretesti per appagare la sua sete economica. Tra i film &quot;revisionisti&quot; sull'Iraq dell'era obamiana, Green Zone  &#232; quello maggiormente efficace, con un protagonista - Matt Damon - il cui idealismo non pu&#242; non ricordare la purezza degli eroi della Hollywood che fu. 
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;digitale&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>digitale</category>
			<pubDate>02/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>I cari fantasmi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=70&amp;art=6787</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/12/Piccolo%20schermo/Ghostbusters/Ghostbusters-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Parli degli anni Ottanta e non puoi che ritornare con la memoria ai film che li hanno caratterizzati. Su tutti una certa commedia fantasy ricca di momenti impagabili al confine tra horror e demenzialit&#224; pura. Ci riferiamo ovviamente al mitico Ghostbusters (1984) originale, quello che fece conoscere al grandissimo pubblico tutto il talento di un artista tout-court come Bill Murray. E' infatti la sua inarrivabile ironia nel barcamenarsi tra ectoplasmi sempre pi&#249; scatenati e attraenti signore in pericolo (Sigourney Weaver) l'arma vincente che ha contribuito a creare il culto degli acchiappafantasmi. Il resto ce lo mise una squadra a dir poco affiatata (Dan Aykroyd, Harold Ramis, Rick Moranis) nel cast, una regia brillante (Ivan Reitman), effetti speciali all'epoca assolutamente all'avanguardia ed una sana, irresistibile voglia di prendere tutto e tutti per i fondelli. Del resto chi potr&#224; mai dimenticare &quot;Mastro di chiavi&quot; e &quot;Guardia di Porta&quot;, con tutti i doppi sensi possibili ed immaginabili? 
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;tv in chiaro&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;01/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>tv in chiaro</category>
			<pubDate>01/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>La mala distribuzione - Anno III</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=9&amp;art=8844</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/8/In%20sala/This%20is%20England/This-is-England-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Festeggiata la fine del 2011 con meno botti del solito (grazie ad alcuni sindaci illuminati che ne hanno vietato l'utilizzo), ma con la solita voglia di disfarsi del passato e di gettarlo alle spalle, estinte le varie bottiglie di spumante, spazzolati i piatti con leccornie varie, snocciolata tutta la frutta secca possibile, salutata perfino la Befana, &#232; nuovamente il momento di fare i conti alla/con la distribuzione cinematografica italiana. Dopo due anni di previsioni pessimistiche e cupi bilanci che apparivano inclementi nel sottolineare le mancanze culturali di una nazione oramai arretrata, ancorata alle proprie (misere) certezze e incapace di allontanare lo sguardo appena qualche centimetro pi&#249; in l&#224; del proprio, pare ci sia finalmente l'occasione per aprire qualche spiraglio di speranza. Certo, l'ingranaggio che regola la gestione della cultura in Italia appare ancora ben lontano dall'efficienza &amp;#8211; come dimostra in maniera lampante la mancata riconferma di Marco M&#252;ller alla direzione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, e ancor pi&#249; le squallide polemiche che hanno accompagnato le indiscrezioni sul futuro del Festival di Roma &amp;#8211; e si perpetua l'errore sacro di rosicchiare in continuazione soldi alla cultura per destinarli a qualsiasi altro campo dello scacchiere politico nostrano, ma in un sistema pachidermico, spesso in mani inadeguate o perfino sclerotizzate, si sono affacciate alla ribalta negli ultimi mesi realt&#224; che si muovono in direzione opposta agli schemi prefissati. Persone, associazioni e case di distribuzione che, parafrasando un celebre distico di Arnaud Daniel &amp;#8220;col bue vanno a caccia della lepre, e nuotano contro la marea montante&amp;#8221;. Due esempi perfetti delle nuove realt&#224; che si sono affacciate alla ribalta oppure hanno consolidato la propria posizione nel corso del 2011 sono rappresentati dalla Tucker Film e da Distribuzione Indipendente. La Tucker, interessata in forma esclusiva alla diffusione del cinema asiatico in Italia, ha fatto uscire tre titoli e ne ha gi&#224; pronti altri per il 2012; dal canto suo D.Indi., in prima linea nella battaglia per la difesa del cinema indipendente italiano, tra ottobre e dicembre ha portato nelle sale del circuito dei cineclub ben cinque film, tra i quali una riscoperta del 2004, l'ottimo Il magico Natale di Rupert di Flavio Moretti.
Anche in virt&#249; di quanto appena scritto i film asiatici distribuiti in Italia sono passati dai 9 dell'anno precedente agli 11 del 2011 (3,2% del totale), ma il vero dato sorprendente riguarda proprio i titoli battenti bandiera tricolore: dopo due anni consecutivi con 88 film italiani distribuiti, gli ultimi dodici mesi hanno visto ospitare in sala la bellezza di 114 opere nella penisola, per una percentuale che passa dal 27,93% addirittura al 33,23% del totale. Un incremento che giustifica, probabilmente, anche lo scarto in avanti dell'intero sistema distributivo, con 343 film usciti in sala rispetto ai 315 dei dodici mesi precedenti e ai 323 del 2009. I numeri del cinema italiano devono per&#242; anche indurre a una riflessione ben precisa: su 114 film ben 41 (ovvero pi&#249; del 30%) sono commedie, mentre i film di genere non superano la dozzina e soprattutto appaiono come un'esclusiva del sottobosco che fa cinema al di fuori dei canali ufficiali. Oltre a questo &#232; doveroso far notare come una buona fetta dei film italiani siano stati sputati sul mercato senza un'adeguata base pubblicitaria, destinati a non lasciare alcuna traccia del proprio passaggio se non per quei pochi fortunati (?) che hanno avuto l'occasione di incontrarli sulla loro strada. Il percorso per una vera riabilitazione produttiva e distributiva del prodotto made in Italy &#232; ancora lungo e tortuoso, per quanto sicuramente in netto miglioramento. 
Nonostante le perplessit&#224; che stanno accompagnando a livello mondiale l'affermazione della tecnologia stereoscopica, i film distribuiti (anche) in 3D sono in continuo aumento, per la gioia degli esercenti che possono alzare a dismisura il prezzo del biglietto e dei produttori che vedono i loro titoli schizzare in vetta alla classifica del box office: addirittura 37 i film in 3D approdati in Italia, per una percentuale del 10,78% che equivale a pi&#249; del 30% rispetto ad appena due anni fa. Come al solito non ne risulta agevolata l'animazione, che si ferma ancora una volta ai 20 titoli distribuiti, neanche due al mese di media. Il problema con l'universo dell'animazione, soprattutto quella proveniente dal Giappone &amp;#8211; la pi&#249; grande industria del settore, ancor prima degli Stati Uniti, eppure rappresentata in Italia solo ed esclusivamente dal pur straordinario contributo dello Studio Ghibli, distribuito dalla Lucky Red &amp;#8211; rimane una ferita aperta nel nostro sistema distributivo, che vede ai &amp;#8220;cartoni animati&amp;#8221; come a un genere invece che a una tecnica, appannaggio del pubblico dei pi&#249; piccini. Spesso per coloro che lavorano diventa un'impresa ardua riuscire a recuperarli in sala, visto che gli esercenti hanno preso la sgradevole abitudine di tenere i film d'animazione in cartellone solo per gli spettacoli pomeridiani, quelli (per l'appunto) in cui &#232; pi&#249; facile avere un pubblico di bambini o di pre-adolescenti. Chiss&#224; se il vento, da questo punto di vista, cambier&#224; mai...  
Dopotutto va addirittura peggio ai documentari: tra gennaio e dicembre 2011 hanno trovato la luce della sala solo in 16 (4,6% del totale), e quasi nessuno &#232; riuscito a trovare lo spazio necessario per dare tempo al passaparola popolare di trascinare persone a comprare il biglietto. Anche perch&#233;, ed &#232; davvero doloroso tornare ancora una volta a sottolinearlo, il pubblico italiano non fa del cinema una priorit&#224; culturale. Troppe le sale perennemente vuote, anche durante gli spettacoli destinati a incidere in maniera tutt'altro che superficiale sugli incassi globali. Va compiuta una vera e propria educazione alla visione di massa, intento pedagogico che &#232; rimasto forse l'unico baluardo contro la totale diserzione dell'offerta cinematografica.
Un'offerta che continua a non essere variegata: al di l&#224; delle produzioni italiane, la distribuzione resta terra di conquista degli Stati Uniti, che piazzano in sala la bellezza di 143 titoli (41,69%, la percentuale comunque pi&#249; bassa degli ultimi dieci anni), con poche altre nazioni in grado di incidere in qualche modo (la Francia con 23 film, per esempio). Nel complesso, comunque, le produzioni dell'Unione Europea battono quelle a stelle e strisce, con un totale di 175 film dell'area euro conteggiando anche l'Italia, ma incidono in modo assai minore sul mercato. E il resto del mondo? Come si &#232; gi&#224; scritto in precedenza, dall'estremo oriente arrivano 11 titoli, numeri persino confortanti se paragonati a quelli del Sud America, del Medio Oriente e dell'Oceania (tutte aree geografiche con 2 titoli a testa, equivalenti allo 0,58% del totale) o a quelli delle produzioni africane, che ancora una volta vengono completamente escluse dal sistema distributivo. Come si pu&#242; non rabbrividire nel constatare come due ottime industrie (a livello quantitativo, ma anche qualitativo) quali quella messicana e quella spagnola sono rappresentate rispettivamente da 0 e 3 film? Per non parlare del pessimo rapporto che ancora intercorre tra il mondo festivaliero e il pubblico: il vincitore di Berlino, Una separazione di Asghar Farhadi, ha messo insieme 448.316 &amp;#8364;; The Tree of Life, trionfatore di Cannes, si &#232; fermato a 2.824.436 &amp;#8364;, cifra ben poco ragguardevole se vista nel complesso e se si tiene conto della firma in cabina di regia di Malick e della partecipazione nel cast di Brad Pitt e Sean Penn; per non parlare ovviamente del Leone d'Oro di Venezia, Faust di Aleksandr Sokurov, per il quale i peana critici hanno coinciso con appena 453.470 &amp;#8364; di incasso e una distribuzione infame. I film vincitori di Roma e Torino, infine, ancora non hanno trovato la via della distribuzione, e non &#232; detto che vi riescano, a meno di perseverare fino in fondo. Dopotutto lo splendido This is England di Shane Meadows, premio della giuria a Roma nel 2006, &#232; uscito in sala solo a fine agosto del 2011, con ben cinque anni di ritardo, raggranellando la &amp;#8220;miseria&amp;#8221; di 239.289 &amp;#8364;. E in fatto di ritardi l'Italia pare non essere seconda a nessuna: negli ultimi dodici mesi sono approdati in sala film del 2006, del 2007, del 2008, opere gi&#224; ampiamente recuperate in dvd o su internet da chi era davvero interessato. 
Ennesima dimostrazione che la via per una distribuzione sana, all'avanguardia e priva di pregiudizi &#232; ancora davvero lunga, per quanto sia rintracciabile qualche timido segnale di speranza...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;speciali&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;11/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>speciali</category>
			<pubDate>11/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Robert Altman - Dall&amp;#8217;America allo zoom</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=8821</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/Speciali/robert-altman-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Partiamo da una constatazione. La retrospettiva che il 29&#176; Torino Film Festival ha tributato a uno dei massimi registi della storia del cinema (americano) &#232; stata veramente straordinaria. Nel senso etimologico del termine: un evento &amp;#8220;fuori dell&amp;#8217;ordinario&amp;#8221;. Pur puntando gi&#224; da molti anni su retrospettive di autori pi&#249; o meno da scoprire o riscoprire, mai infatti il festival sabaudo ne aveva organizzato una cos&#236; corposa: 59 titoli, di cui 40 lungometraggi e una serie televisiva completa (Tanner &amp;#8217;88), per un totale di ben 144 proiezioni.

Alla rassegna pressoch&#233; completa di uno tra gli autori pi&#249; prolifici degli ultimi cinquant&amp;#8217;anni, si deve aggiungere una nuova pubblicazione (a cura di Emanuela Martini, sagace curatrice anche dell&amp;#8217;evento), una tavola rotonda e molti ospiti (a cominciare da Kathryn e Stephen Altman, rispettivamente moglie e figlio del regista, per proseguire con due icone del suo cinema, gli attori Keith Carradine e Michael Murphy, e finendo con Matthew Seig, producer di Tanner &amp;#8217;88) che hanno introdotto quasi tutte le proiezioni, raccontando aneddoti e fornendo ulteriori chiavi di lettura al pubblico che ha affollato le sale dedicate all&amp;#8217;evento. Quello che insomma si &#232; svolto all&amp;#8217;interno del Festival torinese &#232; stato un vero e proprio happening altmaniano, che non solo ha dato risalto all&amp;#8217;edizione 2011, consentendo ai fedeli spettatori un trip nell&amp;#8217;America del Novecento (e anche prima se si pensa a Buffalo Bill and the Indians), ma che ha anche permesso di rivisitare l&amp;#8217;opera del regista scomparso nel 2006.

Dalla personale rivisitazione di uno spettatore privilegiato &#232; nata dunque l&amp;#8217;idea di costruire un percorso a voci, una sorta di abecedario altmaniano che riflettesse (sul)la sua &amp;#8220;opera-mondo&amp;#8221; (cos&#236; la definisce Enrico Magrelli nel suo saggio contenuto nel volume). Una mini-guida per provare a districarsi all&amp;#8217;interno di una filmografia smisurata e stratificata (solo fermandosi ai titoli di cui firma la regia se ne contano 39 per il cinema e oltre 130 per la televisione), che vanta almeno sei-sette capolavori assoluti e su una decina di titoli che, se non lo sono, ci si avvicinano moltissimo. Per provare a schematizzare un&amp;#8217;enunciazione unica, sostenuta da tre periodi di grande ispirazione (il primo, il pi&#249; lungo e costante, tra il 1969 e il 1976; il secondo nel periodo 1982-1985; il terzo tra il 1988 e il 1993) e che si sviluppa lungo mezzo secolo. Per provare insomma a condensare un&amp;#8217;opera impossibile da sintetizzare. Un&amp;#8217;opera straordinaria, appunto.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Crispino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>05/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Robert Altman - Dall&amp;#8217;America allo zoom (2)</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=8820</link>
			<description>Dalla personale rivisitazione di uno spettatore privilegiato &#232; nata dunque l&amp;#8217;idea di costruire un percorso a voci, una sorta di abecedario altmaniano che riflettesse (sul)la sua &amp;#8220;opera-mondo&amp;#8221; (cos&#236; la definisce Enrico Magrelli nel suo saggio contenuto nel volume). Una mini-guida per provare a districarsi all&amp;#8217;interno di una filmografia smisurata e stratificata (solo fermandosi ai titoli di cui firma la regia se ne contano 39 per il cinema e oltre 130 per la televisione), che vanta almeno sei-sette capolavori assoluti e su una decina di titoli che, se non lo sono, ci si avvicinano moltissimo. Per provare a schematizzare un&amp;#8217;enunciazione unica, sostenuta da tre periodi di grande ispirazione (il primo, il pi&#249; lungo e costante, tra il 1969 e il 1976; il secondo nel periodo 1982-1985; il terzo tra il 1988 e il 1993) e che si sviluppa lungo mezzo secolo. Per provare insomma a condensare un&amp;#8217;opera impossibile da sintetizzare. Un&amp;#8217;opera straordinaria, appunto.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Crispino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>05/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Buon 2012!</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=8800</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/7/Stream%20and%20download/i-muppet-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;E anche il 2011, con tutti i suoi stravolgimenti politici, sociali e cinematografici, si appresta ad abbandonarci. In attesa di tirare le somme sui &quot;buoni e i cattivi&quot; dell'anno, con le varie classifiche che si susseguiranno nei prossimi giorni, il modo migliore per ringraziarvi di averci seguito e darvi il benvenuto in questo 2012 che (Maya permettendo) dovr&#224; tentare di risollevare le sorti sociali, economiche e politiche del globo &#232; senza dubbio lasciare la parola ai saggi, composti e filosofici Muppet. Ci accodiamo dunque all'augurio di Kermit la rana, Miss Piggy, Gonzo &amp; Co., e che il 2012 esaudisca tutti i vostri desideri, cinematografici o meno che siano!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;31/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>31/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intervista a Fabrizio Ferraro</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=8752</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Speciali/Ferraro/Ferraro-intervista-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Abbiamo ritenuto opportuno porgere a Fabrizio Ferraro alcune questioni, sollevare alcuni problemi, piuttosto che sottoporlo ad una serie di domande serrate. Questioni che qui abbiamo il piacere di approfondire, nel seppur limitato spazio dell'intervista, con un autore dalle idee molto chiare riguardo al rigore necessario per chiunque voglia incaricarsi di produrre e mostrare immagini.

Il tuo Penultimo paesaggio giunge in seguito ad una serie di documentari, e si presenta all'apparenza come lungometraggio di finzione; mi pare tuttavia che ci&#242; avvenga in perfetta  continuit&#224;, che non ci sia alcuna rottura. Mi viene in mente Resnais che dopo Notte e nebbia gir&#242; Hiroshima mon amour.

Mi trovi d'accordo. Si tratta come nei precedenti lavori (Piano sul pianeta, Je suis Simone, ndr) di andare ad incontrare quello che c'&#232; fuori, la reale condizione nella quale si vive.

A proposito della composizione dell'immagine, mi sembra che da un lato ci sia una sorta di pudore baziniano (scegli cosa escludere, ad esempio il sesso, il blow job mostrato solo per litote); mentre dall'altro includi oggetti per cos&#236; dire spur&#238; &amp;#8211; cestini per l'immondizia, bagni pubblici, motorini. 

S&#236;, il cinema deve fare anche questo. Occorre fare avvertire la presenza fisica senza mostrare l'atto completo, non farlo vivere totalmente sullo schermo. A volte esiste un approccio molto ingenuo del cinema; credere che si possa mostrare il sesso &#232; assurdo. A un certo punto, negli anni settanta, c'&#232; stata questa liberazione solo apparente: si &#232; creduto di poterlo fare, ma era una falsa libert&#224;. Non esiste una scrittura del sesso; bisogna in qualche modo far cintura al godimento sessuale. Proprio oggi la bulim&#236;a di immagini cos&#236; esplicite, vuotamente pornografiche, ci porta ad un annullamnento. Per quanto riguarda l'altro aspetto, questo dipende dalla mia ricerca di un impatto immediato col mondo; non cambierei mai nulla di quello che c'&#232;. Non credo ad uno snobismo della rappresentazione, la bella immagine non &#232; necessaria. L'immagine &#232; un processo, e pretendere un controllo assoluto su di essa sarebbe un'ulteriore gabbia e, quel che &#232; peggio, autoimposta.

Il gesto pi&#249; squisitamente politico del tuo film &#232; quello di ridare dignit&#224; allo spettatore, (ri)metterlo nella condizione di scegliere su cosa focalizzare la propria attenzione mediante la durata reale. Oggi la tendenza pi&#249; invalsa &#232; invece quella di rendersi invisibile, inafferrabile, in base ad un montaggio arbitrariamente frammentato.

Infatti non c'&#232; pi&#249; niente da vedere per chi guarda il film, lo spettatore di oggi &#232; tagliato fuori dalla visione. Io mi propongo di far si che il mondo si liberi di fronte allo spettatore. Se ricorro alla durata reale per molte scene (una su tutte, l'ipnotico e bellissimo finale, ndr), lo faccio in osservanza ad una concezione antichissima del tempo, agostiniana, percezione del tempo continua, lineare: &#232; una ciclicit&#224; contadina, come nella musica di Bach, come nelle musiche che ho utilizzato per il mio film. 

Abbiamo parlato di durata. L'altra questione &#232; il movimento. Nei suoi esiti migliori il cinema classico ci ha insegnato a centellinare il movimento (di mdp) e a ricorrervi solo a carattere esclamativo, o di sottolineatura. Ora la mobilit&#224; frenetica della macchina &#232; divenuta una pratica aprioristica...

Se non si ha un'idea del mondo, si pu&#242; solo vagare; gettare uno sguardo sperduto in ogni direzione. Ma oltre che pratica vuota, questa del movimento ad ogni costo, &#232; anche disumana e disumanizzante: si &#232; utilizzati  dal mezzo tecnico, c'&#232; stata una regressione: la macchina ci domina. Ho conosciuto registi che vantano l'impiego di straordinarie tecniche di avvicinamento ai personaggi, senza la minima coscienza del perch&#233; intendono farlo. La televisione ha insegnato a questo cinema ad essere in perpetuo movimento, perch&#233; in prigione, penso alla bella frase di Eustache, si muove tutto &amp;#8211; si deve far vedere che accade qualcosa. &#200; una strategia subdola. Ci&#242; che &#232; pi&#249; grave, &#232; quando questa spettacolarit&#224; fine a se stessa intende inscenare fatti realmente accaduti, spesso la morte, altro momento irrappresentabile. Lo vedo fare in molti film, anche italiani.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;15/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Giorgio Ferri&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>15/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>The Day Is Yours. Kenneth Branagh</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=75&amp;art=8692</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Speciali/The%20Day%20is%20Yours%20Kenneth%20Branagh/Branagh-Ilaria-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&#171;&amp;#8220;Ricordo che entrai da Woolworth e pensai, Cristo, i libri si possono comprare!&amp;#8221;, dice. &amp;#8220;Mio padre mi ammon&#236;, - Spendi i tuoi soldi in qualcosa di meglio. Una volta che un libro l&amp;#8217;hai letto, cos&amp;#8217;altro puoi farci?&amp;#8221;&#187; (1).
Potrebbe apparire alquanto strano esordire con un ricordo familiare di Kenneth Branagh ma ci &#232; sembrata la chiave giusta per introdurvi questa figura artistica e umana vista attraverso la lente microscopica e appassionata di Ilaria Mainardi in The Day Is Yours. Kenneth Branagh (2). Chiss&#224; forse oggi suo padre non penserebbe pi&#249; che esista qualcosa di meglio dove spendere i soldi; di sicuro possiamo affermare che Branagh dopo averli letti quei libri ha saputo farne tesoro (l'autrice ci ricorda a pi&#249; riprese di come l'attore sia &#171;un uomo di cultura a tutto tondo&#187;) lasciandosi guidare da quelle parole nel costruire la sua strada. &#171;Being Irish, I'd always had this love of words&#187; (3), un amore per le parole che l'artista irlandese dimostra giocando con loro, sviluppando straordinarie capacit&#224; vocali (ricordateci, in particolare, nell'analisi del Riccardo III di W. Shakespeare) per entrare nella musicalit&#224; del pentametro giambico e non solo.
A questo punto ci preme mettere subito in luce l'onest&#224; intellettuale con cui Ilaria Mainardi (autrice e ufficio stampa della casa editrice Siska Editore) si &#232; avventurata nel percorrere questa &amp;#8220;passeggiata inferenziale&amp;#8221; come lei stessa la definisce riecheggiando Umberto Eco. Non &#232; semplice cercare qualcosa di nuovo in un pozzo colmo di teorizzazioni e critiche pronunciate da voci autorevoli, tanto pi&#249; non &#232; facile non farsi schiacciare da ci&#242; che &#232; stato gi&#224; detto. Quasi facendo un passo indietro rispetto alla critica sfornata sino ad oggi, la Mainardi chiarisce subito al lettore la natura del suo viaggio. Enuncia, infatti, nella prefazione la sua proposta programmatica: &#171;non ci soffermeremo, non per statuto almeno, sui singoli lavori diretti e/o interpretati da Kenneth Branagh, gi&#224; studiati e discussi in testi di ottimo livello e sulle pagine di riviste specializzate, ma proveremo piuttosto a percorrere la linea curva della ricerca autoriale, tratteggiando ci&#242; che la caratterizza al di l&#224; di ogni ragionevole dubbio: la libert&#224;&#187;. The Day Is Yours. Kenneth Branagh &#232; segnato da una libert&#224; di indagine guidata da una sensibilit&#224; critica e di donna. La trattazione del confronto/scontro titanico tra il teatro e il cinema nella produzione branaghiana parte in medias res, tanto da spaesare in un primo momento. E' ad un'attenta lettura che si avverte l'urgenza di voler centrare la questione senza perdersi in meandri di concetti accademici, ma ponendosi a tu per tu col testo shakespeariano e la rispettiva opera trasposta da Branagh in qualit&#224; di attore e/o regista.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;cinema in libreria&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Maria Lucia Tangorra&lt;/strong&gt;</description>
			<category>cinema in libreria</category>
			<pubDate>10/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intervista a Lorenzo Ceccotti</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=8723</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Extra/the-dark-side-of-the-sun-cover160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Tra i punti di forza di The Dark Side of the Sun, il documentario  a tecnica mista sui ragazzi di Camp Sundown che abbiamo avuto modo pi&#249; volte di elogiare, vi &#232; senz&amp;#8217;altro l&amp;#8217;animazione. L&amp;#8217;artista che se ne &#232; occupato, Lorenzo Ceccotti, sembra peraltro aver riadattato l&amp;#8217;ispirazione proveniente dai grandi dell&amp;#8217;animazione nipponica, Miyazaki compreso, con una certa personalit&#224;. Ed &#232; per questo che abbiamo voluto fortemente il suo punto di vista, dopo aver gi&#224; intervistato Carlo Shalom Hintermann e Daniele Villa della Citrullo International, ovvero gli altri artefici del progetto; sicch&#233;, grazie all&amp;#8217;intervento di Lorenzo che leggerete a breve, nuove suggestioni si sono sommate a quanto avevamo gi&#224; raccolto riguardo all&amp;#8217;intenso lavoro su e con i giovani costretti, in quanto malati di XP, ad evitare la luce.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;08/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>08/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Carlo Hintermann e Daniele Villa</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=73&amp;art=8710</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Speciali/Hintermann/Hintermann-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Non &#232; certo una novit&#224; che molti, tra i lavori pi&#249; interessanti presenti al Festival di Roma, siano ospiti della sezione progettata da Mario Sesti, L&amp;#8217;altro cinema &amp;#8211; Extra. E&amp;#8217; stato cos&#236; anche quest&amp;#8217;anno, tant&amp;#8217;&#232; che ci sarebbero svariati esempi da fare, ma &#232; proprio con The Dark Side of the Sun che la redazione di CineClandestino ha sviluppato un rapporto particolarmente empatico. Non solo perch&#233; il mix di riprese documentarie e animazione regala emozioni profonde, complice l&amp;#8217;intensit&#224; della storia narrata, ma perch&#233; il film &#232; stato realizzato conseguentemente a un percorso di tutto rilievo, quello realizzato negli ultimi anni dai ragazzi della Citrullo International; un collettivo romano che si &#232; interfacciato spesso e volentieri col cinema di maestri come Malick, Kitano, Iosseliani, Kaurism&#228;ki, regalando poi sul piano del documentario (e del mockumentary) qualche altra chicca come Chatzer: volti e storie di ebrei a Venezia ed F for Fontcuberta. I quattro &amp;#8220;citrulli&amp;#8221; (per lo stessa definizione) che compongono la Citrullo International sono Carlo Shalom Hintermann, Daniele Villa, Gerardo Panichi e Luciano Barcaroli, abituati da tempo a scambiarsi ruoli (regista, produttore, sceneggiatore, operatore, montatore, eccetera) con una certa duttilit&#224;, a seconda delle circostanze e delle necessit&#224; produttive. Nella fattispecie, ci siamo potuti confrontare con Carlo Shalom Hintermann e con Daniele Villa, che figurano rispettivamente come regista e produttore di questo loro ultimo progetto, The Dark Side of the Sun:  un emozionante e mai retorico viaggio nella piccola realt&#224; di Camp Sundown, creata in America per offrire ai ragazzi malati di XP (una rara malattia che inibisce l&amp;#8217;esposizione al sole dei soggetti colpiti, essendoci il rischio di seri e fulmineri danni alla pelle) la possibilit&#224; di convivere alcune settimane instaurando una relazione pi&#249; armoniosa col buio, con l&amp;#8217;assenza pressoch&#233; totale del giorno nelle loro vite.
Sentiamo cosa ci hanno detto a riguardo Carlo, il regista, e Daniele, il produttore.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;interviste&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>interviste</category>
			<pubDate>07/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Elegia della fuga - Dedicato a...</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=4712</link>
			<description>Tra gli innumerevoli &quot;comandamenti per cinefili&quot; elaborati nel corso della sua carriera da Jean-Luc Godard ce n&amp;#8217;&#232; uno che, in questo momento, ci sembra particolarmente adatto: &#232; il Che fare? del 1966.
 
Che fare allora visto che non so fare film semplici e logici come Roberto, umili e cinici come Bresson, austeri e comici come Jerry Lewis, lucidi e calmi come Hawks, rigorosi e teneri come Fran&#231;ois, duri e lamentosi come i due Jacques, coraggiosi e sinceri come Resnais, pessimisti e americani come Fuller, romanzeschi e italiani come Bertolucci, polacchi e disperati come Skolimowski, comunisti e folli come M.me Dovzenko?
S&#236;, che fare?

Che fare, dunque: ignoriamo quando Aki Kaurism&#228;ki si pose a sua volta la fatidica domanda (quesito che solitamente coglie esclusivamente coloro che hanno gi&#224; deciso di fare qualcosa di diverso da ci&#242; che hanno davanti agli occhi), ma possiamo immaginare quali siano stati i suoi (cattivi) maestri. In un&amp;#8217;intervista di Peter Von Bagh, Kaurism&#228;ki risponde cos&#236; alla domanda su cosa vedesse al cinema durante la sua infanzia a Orimattila: &quot;C&amp;#8217;era una vecchia sala nel centro della citt&#224; ed erano ovviamente i nostri genitori ad accompagnarci. La programmazione era tipica per l&amp;#8217;epoca: i film di Pekka &amp; P&#228;tk&#228;, ma anche quelli di Laurel &amp; Hardy e a volte i cortometraggi di Charlot. A Lahti, avevo gi&#224; cominciato ad andare al cinema tutto solo, Fantasia di Disney, su grande schermo, &#232; tuttora un ricordo memorabile.&quot;
Al di l&#224; della memoria indelebile del film musicale di Walt Disney, &#232; interessante notare come fin dalla pi&#249; tenera et&#224; ci sia stato un contatto tra Kaurism&#228;ki e le vecchie comiche di una volta. Il cinema di Stanlio e Ollio, ma come abbiamo gi&#224; accennato in precedenza soprattutto quello di Chaplin (e aggiungiamo volentieri a questa lista anche il nome di Buster Keaton) &#232; senz&amp;#8217;ombra di dubbio uno dei punti di forza su cui fa leva l&amp;#8217;idea di grottesco all&amp;#8217;interno della poetica dell&amp;#8217;autore. Il cinema dei silenzi, dei vuoti e dei derelitti di Kaurism&#228;ki &#232; forse quello che pi&#249; di tutti, nel panorama internazionale contemporaneo, si avvicina al dono della sintesi e della concretezza proprio dell&amp;#8217;epoca del muto, e questo era palese ben prima che fosse messa in cantiera l&amp;#8217;avventura di Juha. E proprio Juha, amorevole dedica alla storia del cinema finlandese, ci permette di comprendere il senso che Kaurism&#228;ki d&#224; al termine omaggio: cos&#236; come dedica Calamari Union, opera utopistica, libera, estremamente lirica a Baudelaire, Michaux e Pr&#233;vert, conscacra Ho affittato un killer all&amp;#8217;altare di Michael Powell (c&amp;#8217;&#232; molto del suo cinema anche dietro la sinossi de L&amp;#8217;uomo senza passato, a nostro parere), compie sulla stessa opera un lavoro di fotografia che non pu&#242; non far pensare alla Londa di Alexander Mackendrick e Henry Cass e costruisce in modo tale la messa in scena della Parigi di Vita da Boh&#232;me da rendere fin troppo palese il gioco di rimandi con Jacques Becker e Marcel Carn&#233; (cos&#236; come la sua Le Havre sembra immortalata da Marcel Pagnol). In parole povere, un autore estremamente cinefilo che non fa nulla per nascondersi, ma al tempo stesso non si abbandona ad alcun divertissement puramente citazionista: in Kaurism&#228;ki, se esiste una citazione, &#232; sempre riferita all&amp;#8217;interno stesso del suo cinema. Nei suoi diciassette lungometraggi &#232; facile ritrovare la stessa inquadratura, la medesima situazione, lo stesso scambio di sguardi, lo stesso uso della macchina da presa; ma &#232; sempre un&amp;#8217;autoproclamazione atta a ribadire un concetto, poetico o estetico che sia. Non soffre di cinefagia Kaurism&#228;ki, per quanto sia uno scrupoloso osservatore del panorama internazionale (anche lui, come molti colleghi della sua generazione e di quella appena precedente, mosse i primi passi nella critica cinematografica, collaborando con la rivista Filmihullu), nonch&#233; un appassionato storico.
Il suo amore per la settima arte pot&#233; godere di ampia libert&#224; espressiva proprio al gi&#224; citato Festival di Locarno 2006, dove gli organizzatori della retrospettiva gli permisero di scegliere ben ventidue film adatti, a suo modo di vedere, per comprendere con una precisione ancora maggiore il suo cinema. La Carte blanche rese cos&#236; possibile, accanto a opere che era fin troppo facile prevedere (lo straordinario A Matter of Life and Death dell&amp;#8217;immancabile Michael Powell e di Emeric Pressburger), la scoperta di celebri gemme che nascondono veri e propri concentrati di poetica kaurism&#228;kiana: l&amp;#8217;elogio dei derelitti (Broken Blossoms or the Yellow Man and the Girl di David W. Griffith, Au hasard Balthazar di Robert Bresson), l&amp;#8217;apologia del grottesco (lo spassoso The Fatal Glass of Beer, cortometraggio diretto da Clyde Bruckman e interpretato da W. C. Fields), lo studio scarno ed essenziale della societ&#224; (Umberto D. di Vittorio De Sica, Rosetta dei fratelli Dardenne) e delle difficolt&#224; a relazionarsi tra gli esseri umani (Viaggio a Tokyo di Ozu Yasujiro), l&amp;#8217;inno al ribellismo anarcoide (Zero in condotta di Jean Vigo), il melodramma pulsante e &quot;totale&quot; (Written on the Wind di Douglas Sirk), la messa in scena di un microcosmo poetico ancor prima che sociale (Ang&#232;le di Marcel Pagnol).
Ma a dire il vero sono state due, in particolare, le opere che ci hanno sorpreso: non per la loro qualit&#224;, che avevamo riconosciuto da tempo, ma pi&#249; che altro per la loro stretta aderenza con il cinema di Kaurism&#228;ki. Non avevamo mai avuto l&amp;#8217;occasione di rendercene conto, non potendoli mettere in relazione diretta con il cinema del regista finnico, ma Bab El-Hadid di Youssef Chahine e sopratutto Angst Essen Seele Auf - La paura mangia l&amp;#8217;anima di Rainer Werner Fassbinder sono due film che avrebbe potuto firmare senza alcun problema Kaurism&#228;ki. Mentre nel resto delle opere citate (ma anche in altre, si veda Las Hurdes &amp;#8211; Tierra sin pan di Luis Bu&#241;uel o La corazzata Pot&#235;mkin di Sergej Ejzen&amp;#353;tein) ci&#242; che si palesa davanti agli occhi &#232; uno spirito comune che le lega al corpus cinematografico del&amp;#8217;autore, magari anche solo per determinati dettagli apparentemente insignificanti &amp;#8211; come non si pu&#242; vedere nel cagnolino Flick che accompagna Umberto Domenico Ferrari nel suo viaggio nell&amp;#8217;inferno della realt&#224; il riflesso della famigliola di cani utilizzata da Kaurism&#228;ki in Vita da Boh&#232;me, Juha, Lights in the Dusk e Le Havre? -, in Bab El-Hadid e La paura mangia l&amp;#8217;anima si vede in filigrana il tocco dell&amp;#8217;uomo di Orimattila. Da una parte la rappresentazione dell&amp;#8217;amore come follia, unico retaggio umano ancora concesso a chi vive ai margini della societ&#224; (non casuale la scelta della stazione centrale, microcosmo a sua volta, dove coloro che sono costretti a viverci ne gestiscono le regole e la morale), dall&amp;#8217;altro un inno antirazzista che diventa paradossale scavo dei sentimenti umani, in una serie di interni vuoti, scarni, essenziali, dove la musica e l&amp;#8217;amore vanno di pari passo. Non ci stupisce che Kaurism&#228;ki li abbia inseriti nel lotto delle opere da selezionare, vista anche la leggerezza del tocco che Chahine e Fassbinder esibiscono.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>24/11/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Elegia della fuga - Gli alien(at)i sono tra noi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=4706</link>
			<description>L&amp;#8217;esordio alla regia in solitaria di Kaurism&#228;ki, dopo la collaborazione con il fratello Mika in Saimaa-ilmi&#246;, &#232; Rikos ja rangaistus - Delitto e castigo: il romanzo di F&#235;dor Mikhailovitch Dostoevskij, trasportato nella Helsinki degli anni &amp;#8217;80, permette da subito a Kaurism&#228;ki di ragionare su quello che sar&#224;, d&amp;#8217;ora in poi, l&amp;#8217;elemento pi&#249; forte e distintivo della sua poetica. Nell&amp;#8217;appropiarsi del personaggio di Raskolnikov (che diventa Antti Rahikainen nel film), Kaurism&#228;ki compie il primo passo per l&amp;#8217;avvicinamento a quell&amp;#8217;universo di uomini solitari, staccati dalla societ&#224; nella quale sono costretti loro malgrado a vivere, che marchia a fuoco l&amp;#8217;intera produzione del regista finlandese.
Reietti, abituati a vivere ai margini della &quot;normalit&#224;&quot;, che fanno dei dormitori la propria casa (come Turo Pajala/Taisto Kasurinen in Ariel e Janne Hyyt&#239;ainen/Koistinen Lights in the Dusk), e vivono nell&amp;#8217;utopia di qualcosa che non potranno mai raggiungere (Matti Pellonp&#228;&#228;/Nikander che in Varjoja Paratiisiss&#228; - Ombre nel Paradiso sogna di aprire una societ&#224; di netturbini insieme a un collega) ma che rappresenta l&amp;#8217;unico legame possibile con l&amp;#8217;universo che li circonda.
Perch&#233; l&amp;#8217;alienazione degli eroi delle pellicole di Kaurism&#228;ki non &#232; mai una scelta particolarmente consapevole, ma sintetizza pi&#249; che altro una deriva inarrestabile della societ&#224; contemporanea; in un processo sociale e (perch&#233; no?) economico basato su una serie di monolitiche certezze come quello del mondo occidentale, gi&#224; solamente il dubbio rappresenta una deviazione dalla norma, una crepa nella massa. Ed &#232; in questa crepa che (soprav)vivono i personaggi descritti da Kaurism&#228;ki: che vorrebbero normalit&#224; ma devono ben presto fare i conti con una societ&#224; che non li considera, e non li considerer&#224; mai normali. Esempi perfetti di questa frattura tra l&amp;#8217;individuo e la societ&#224; di cui fa parte sono il romantico weekend di vacanza che si concedono Nikander e Kati Outinen/Ilona in Ombre nel paradiso, la grottesca ricomposizione della familglia borghesemente detta in Ariel e la disperata ricerca della stessa compiuta da Kati Outinen/Iris in Tulitikkutehtaan tytt&#246; - La fiammiferaia, la relazione tra Jean-Pierre L&#233;aud e Margi Clarke in Ho affittato un killer.
Come si potr&#224; facilmente notare, tutte le opere citate fanno parte delle prime creature portate a termine da Kaurism&#228;ki (con il punto di svolta rappresentato metaforicamente da Ho affittato un killer, primo film con produzione internazionale); questo perch&#233; a partire dalla met&#224; degli anni Novanta, dopo lo spazio dedicato ai Leningrad Cowboys e il divertissement di Pid&#228; huivista kiinni, Tatjana, il rapporto tra la societ&#224; e i protagonisti delle opere di Kaurism&#228;ki muter&#224; profondamente. Sia Kauas pilvet karkaavat - Nuvole in viaggio che Mies vailla menneisyytt&#228; - L&amp;#8217;uomo senza passato mettono in scena esseri umani che non sono stati dimenticati dalla societ&#224;, ma vi si muovono in deliberato contrasto: nel primo la coppia costituita da Kati Outinen e Kari V&#228;&#228;n&#228;nen viene licenziata e si trova, senza lavoro, a cercare un modo per riprendere a vivere, come torna a vivere (letteralmente e metaforicamente) il Markku Peltola de L&amp;#8217;uomo senza passato. Se, nel confronto con il passato, queste due opere sembrano proporre piccoli accenni di un ottimismo precedentemente impossibile da notare &amp;#8211; anche quando, protetto dalla coperta del grottesco e del surreale, il pessimismo muove al sorriso lo spettatore -, lo stesso non si pu&#242; certo affermare per quanto concerne Juha e soprattutto Lights in the Dusk, con ogni probabilit&#224; l&amp;#8217;opera pi&#249; cupa e scarna mai prodotta da Kaurism&#228;ki. La societ&#224; ha vinto definitivamante, e con lei sono salite sul carro dei trionfatori tutte quelle tipologie di persone che, abbandonata ogni velleit&#224; utopica, hanno fatto dell&amp;#8217;ipocrisia la propria formula di poesia &amp;#8211; parafrasando Claudio Lolli.
Eppure, al di l&#224; della peculiarit&#224; eremitica della stragrande maggioranza dei protagonisti descritti da Kaurism&#228;ki, l&amp;#8217;apice del suo discorso sulla contrapposizione tra l&amp;#8217;uomo e la societ&#224; si raggiunge nell&amp;#8217;errare sbandato dei Frank che &#232; alla base della sinossi di Calamari Union: il cineasta finnico non &#232; mai riuscito a sintetizzare l&amp;#8217;intero senso del suo approccio al cinema meglio di questo vero e proprio gioco cinematografico. E in questa sintesi &#232; ovviemente racchiuso anche il rapporto conflittuale tra chi non pu&#242; (o non vuole) permettersi una qualche stabilit&#224; e il resto della collettivit&#224;. Non &#232; certo un caso se i protagonisti delle pellicole di Kaurism&#228;ki trovano l&amp;#8217;ostacolo principale della loro vita nel confronto con la legge; confronto che li vede ovviamente e irrimediabilmente in difetto. Al di l&#224; dell&amp;#8217;Antti Rahikainen di Delitto e castigo (che fa anzi del carcere una scelta morale ed etica), il cinema di Kaurism&#228;ki trova nella prigione uno snodo narrativo estremamente frequente: il set dietro le sbarre appare in Ariel, Leningrad Cowboys Go America, Leningrad Cowboys Meet Moses e Lights in the Dusk, ma il limite che divide la legalit&#224; dal crimine &#232; ripetutamente valicato, per scelta (Calamari Union, Hamlet liikemaailmassa - Hamlet Goes Business, Le Havre) o induzione (Ombre in Paradiso, La fiammiferaia, Juha).
I protagonisti dei film di Kaurism&#228;ki, come i personaggi dei noir (genere estremamente frequentato dal regista) e dei western hollywoodiani, vivono esperienze borderline, sballottolati via da eventi decisamente pi&#249; grandi di loro, ma al contrario del mondo che li circonda non perdono mai la propria morale. Pur nella loro fallacia, sono vittime di una forza pi&#249; grande e opprimente: potranno apparire grotteschi, ma non saranno mai ridicoli. Nelle opere di Kaurism&#228;ki non si ride mai dei personaggi, ma con loro: se c&amp;#8217;&#232; qualcosa da mettere alla berlina &#232; la norma borghese, la gretta logica del mercato, chi detiene il potere (come il Papa inquadrato in estrema difficolt&#224; all&amp;#8217;areoporto, in un&amp;#8217;immagine del telegiornale che sta guardando Kati Outinen ne La fiammiferaia, molto probabilmente il suo film pi&#249; direttamente e profondamente politico). Non a caso, parlando delle sue opere, il cineasta identifica due trilogie ben precise, una dedicata ai &quot;proletari&quot; (Ombre in paradiso, Ariel e La fiammiferaia) e un&amp;#8217;altra ai &quot;perdenti&quot; (Nuvole in viaggio, L&amp;#8217;uomo senza passato e Lights in the Dusk). Proletari e perdenti dunque, eroi del nuovo mondo, chiusi come tutti noi nella prigione della societ&#224;. Ma loro, per lo meno, consapevolmente.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>24/11/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Elegia della fuga - Il cinema di Aki Kaurism&#228;ki</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=4705</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Speciali/aki-kaurismaki-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Quando questo excursus saggistico ha visto per la prima volta la luce si era nel dicembre del 2006 e di l&#236; a quattro mesi Aki Kaurism&#228;ki avrebbe compiuto cinquant&amp;#8217;anni: un momento che &#232; considerato, per luogo comune fin troppo abusato, lo spartiacque della vita di ogni uomo. Qui si segna lo scarto definitivo, il punto di non ritorno di un&amp;#8217;intera esistenza; &#232; il limite tra l&amp;#8217;et&#224; dell&amp;#8217;insubordinazione e dell&amp;#8217;instabilit&#224; e quella della saggezza, della pacatezza, della calma.
Il 59&#176; Festival di Locarno aveva appena dedicato una monumentale retrospettiva integrale al pi&#249; celebre tra tutti i cineasti finlandesi, riuscendo con precisione millimetrica a fotografare, congelandolo in un fermo immagine nitido e grandangolare, uno spaccato di carriera ancora in fieri ma nel quale era possibile notare con estrema chiarezza un progredire costante, lineare, a tratti talmente puro da apparire inarrestabile, incontenibile. &#200; passato un lustro, &#232; arrivato un nuovo parto creativo (lo splendido Le Havre, da domani nelle sale italiane), ma il cinema di Kaurism&#228;ki, giunto alla bellezza di diciassette lungometraggi, nove cortometraggi, un film concerto e un film per la televisione, ha sviluppato nei suoi trenta anni di vita (fin dall&amp;#8217;esordio Saimaa-ilmi&#246;, firmato in co-regia con il fratello maggiore Mika nel 1981) una poetica talmente forte da prendere corpo in scena nonostante un lavoro di sottrazione continuo, film dopo film, anno dopo anno: non sbaglia chi ha colto nella sua penultima fatica Laitakaupungin valot - Lights in the Dusk il senso profondamente autoriflessivo, perfino entropico.
&#200; vero, &#232; indubbiamente vero che l&amp;#8217;intero percorso autoriale dell&amp;#8217;uomo di Orimattila sia fondato su un numero elevato di stilemi e segni codificabili, perennemente in circolo, ma questo non significa che il loro utlilizzo tenda a mostrarsi abusato, stanco, in via d&amp;#8217;usura. Non concordiamo sulla presunta atrofizzazione della macchina cinema di Kaurism&#228;ki, riconoscendo al contrario, proprio in queste ultime opere, l&amp;#8217;ennesima dimostrazione di un uomo che sta cercando il suo posto in un mondo che non lo capisce; non per ottusit&#224;, non per cattiveria, ma semplicemente perch&#233; parla un linguaggio diverso. Oggi come trenta anni fa Kaurism&#228;ki si mostra alla stregua dei Leningrad Cowboys nell&amp;#8217;incipit maiuscolo di Leningrad Cowboys Meet Moses: solo nel deserto, con i vestiti sdruciti, cercando di biascicare qualcosa in una lingua che &#232; un miscuglio impossibile di culture, vite, utopie e riottosit&#224;. Il mondo che si forma all&amp;#8217;esterno da s&#232; non lo riguarda, se non incidentalmente, eppure lo preoccupa, lo spaventa. Perch&#233; arido, privo di ogni poesia, stabile laddove ci sarebbe bisogno dell&amp;#8217;instabilit&#224; e dell&amp;#8217;indecifrabilit&#224;, compatto laddove sarebbe necessario lasciarsi ammaliare dal deforme, dall&amp;#8217;improbabile, dal grottesco e in principal modo dal casuale (come la storia d&amp;#8217;amore tra Jean-Pierre L&#233;aud e Margi Clarke in I Hired a Contract Killer, o la diaspora metropolitana dei Frank in Calamari Union).
In questi ultimi anni il cinema di Kaurism&#228;ki si &#232; fatto duro e pessimista oltre ogni previsione, e pur continuando a mascherare il pianto dietro surreali nuvole in viaggio o amnesie &quot;bigame&quot; non esita ad abbandonarsi alla disperazione: quando sceglie questa via la percorre affidandosi alla memoria del cinema che fu (Juha, perfetta riproposizione di quello che &#232; forse il vero e proprio totem della cultura finnica, dapprima romanzo di successo di Juhani Aho e quindi opera cinematografica destinata a un detour pressoch&#233; infinito, visto che pu&#242; contare sulle trasposizioni di Mauritz Stiller, Nyrki Tapiovaara, T.J. S&#228;rkk&#228;, Hannu Heikinheimo, prima di quella del 1999 firmata dal &quot;nostro&quot;) oppure semplicemente chiudendosi a tripla mandata in se stesso, come evidenziato in Lights in the Dusk. Che &#232; la pellicola sulla quale Kaurism&#228;ki spense la sua cinquantesima candelina, ma che non sembra per niente l&amp;#8217;opera di uno che ha deciso di abbandonare gli anni dell&amp;#8217;insubordinazione e dell&amp;#8217;instabilit&#224;. Certo, non ha pi&#249; il piglio sbarazzino che metteva in mostra nella saga dei Leningrad Cowboys (e oltre ai due lungometraggi avremo modo di parlare approfonditamente dei corti e di quell&amp;#8217;evento che fu il concerto della band pi&#249; stralunata del pianeta in compagnia del Coro dell&amp;#8217;Armata Rossa), ma non ha mai perso per strada il suo spirito sagace, la sua acutezza intellettuale, il suo &quot;anarchismo per masse&quot;.
Anche e soprattutto per questo motivo ci accingiamo a (ri)proporre un viaggio nei meandri della sua poetica consci dell&amp;#8217;assoluta provvisoriet&#224; del tutto. Senz&amp;#8217;ombra di dubbio gettarsi in ipotesi divinatorie sul futuro del cinema di Aki Kaurism&#228;ki equivarrebbe a una rozza e patetica d&#233;b&#226;cle, ma siamo allo stesso modo sicuri che ci&#242; che questo omone del freddo scandinavo ci regaler&#224; d&amp;#8217;ora in poi sar&#224; semplicemente un tassello a cui trovare una collocazione sul tavolo da gioco, in attesa dell&amp;#8217;effetto domino destinato a sconquassare la norma.
&quot;Una risata vi seppellir&#224;&quot;?
Chiss&#224;...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>24/11/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Elegia della fuga - Kaurism&#228;ki/Jarmusch: come in uno specchio</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=4713</link>
			<description>All&amp;#8217;interno della lunga intervista di Peter von Bagh che attraversa l&amp;#8217;intero volume dedicato al cineasta finlandese, si incappa in questo passaggio:
 
Aveva inserito in programma (il cineclub Edvin di Kouvola, N.d.A.) Nanouk l&amp;#8217;eschimese (1922) di Robert J. Flaherty e L&amp;#8217;&#194;ge d&amp;#8217;or (1930) di Luis Bu&#241;uel, in un doppio spettacolo dal quale non mi sono mai rimesso. La settimana successiva, quando passarono La Maman et la Putain (1973) di Jean Eustache, uscii all&amp;#8217;intervallo perch&#233; credevo in un mio delirio personale che questo eccezionale film fosse gi&#224; finito.

Poco pi&#249; che adolescente Kaurism&#228;ki fa dunque l&amp;#8217;incontro con il capolavoro di Jean Eustache, opera criminosamente misconosciuta in Italia ma che segn&#242; in maniera indelebile un intero approccio cinematografico, anche e soprattutto dall&amp;#8217;altra parte dell&amp;#8217;oceano (si veda la citazione che gli dedica Noah Baumbach nel suo ottimo Il calamaro e la balena). Ed &#232; a New York che, pi&#249; o meno negli stessi anni in cui Kaurism&#228;ki svolgeva il ruolo sedentario ma gratificante di topo da cineclub, un giovane proveniente da Akron nell&amp;#8217;Ohio si innamora a prima vista &amp;#8211; &#232; proprio il caso di dirlo &amp;#8211; de La Maman et la Putain. Se non fossimo impegnati in una dissertazione critica ma stessimo semplicemente organizzando la redazione di un saggio sulla filosofia New Age probabilmente etichetteremmo Kaurism&#228;ki e Jim Jarmusch come fratelli d&amp;#8217;anima.
Quali che siano le motivazioni che possono spingere due persone sconosciute, con un background culturale del tutto diverso, una lingua madre diversa, una vita diversa, a elaborare un&amp;#8217;etica e un&amp;#8217;estetica cos&#236; simile &#232; un mistero che non ci preoccupa far rimanere tale. Quel che &#232; certo &#232; che il rapporto di relazione tra il cinema di Kaurism&#228;ki e quello del regista di Dead Man &#232; un esempio a suo modo unico nella contermpoaneit&#224;. L&amp;#8217;esordio di Kaurism&#228;ki, come abbiamo visto, risale al 1981, Permanent Vacation &#232; di un anno precedente; gli elogi alla fuga Stranger Than Paradise e Down By Law sono pressoch&#233; coevi a Calamari Union e Ombre in paradiso. E cos&#236; discorrendo. In pratica, i due registi hanno portato avanti un percorso cinematografico basato sulle stesse istanze etiche e narratologiche. Entrambi hanno vissuto il mito americano come qualcosa di diverso e distante dalle luci a intermittenza di Hollywood, ed entrambi hanno preferito ragionare da vicino, quasi con la lente d&amp;#8217;ingrandimento, sull&amp;#8217;esistenza ai margini di una societ&#224; fagocitatrice. Certo, il loro stile non collima in tutto e per tutto (Jarmusch non ha mai usato i grandangoli sparati di Kaurism&#228;ki, e il regista finlandese non si &#232; mai interessato all&amp;#8217;uso del cambio di fuoco e delle carrellate che rende il collega statunitense celebre in mezzo mondo), ma sarebbe anche folle pretendere il contrario.
Abbiamo finora parlato degli esordi: &#232; altres&#236; estremamente interessante cercare di comprendere come si sono evolute le rispettive carriere dopo che i due registi hanno fatto conoscenza l&amp;#8217;uno dell&amp;#8217;altro. Le prime foto che Jarmusch ha scattato a Kaurism&#228;ki, immortalandone per sempre lo sguardo sornione e severo, risalgono al 1987. Kaurism&#228;ki ha appena finito di lavorare a Hamlet Goes Business e ha da poco battezzato i Leningrad Cowboys, Jarmusch sta elaborando il secondo capitolo di quei cortometraggi che andranno, nel 2003, a comporre Coffee and Cigarettes (nello specifico, l&amp;#8217;episodio che vede protagonisti Joie e Cinqu&#233; Lee e Steve Buscemi) e contemporaneamente sta lavorando alla sceneggiatura di Mystery Train. Sono entrambi, per motivi diversi, giunti a un punto di svolta: da un lato si sta iniziando a ragionare sul senso della messa in scena frammentata che esploder&#224; &amp;#8211; come vedremo a breve &amp;#8211; con Night on Earth, dall&amp;#8217;altro si sta preparando l&amp;#8217;assalto alla Mecca/USA che vedr&#224; scorrazzare in giro per gli Stati Uniti la folle e grottesca band dei Leningrad Cowboys. E proprio nel primo capitolo della saga che ha per protagonista la sdrucita band proto-rock &#232; possible assistere a un cameo di Jim Jarmusch: &#232; lui a vendere a Matti Pellonp&#228;&#228;/Vladimir e ai suoi assistiti l&amp;#8217;automobile destinata a trasformarsi ben presto nella loro seconda casa. Non &#232; in realt&#224; questo l&amp;#8217;esordio di Jarmusch attore diretto da un Kaurism&#228;ki: nel 1987 il regista principe della New Wave newyorkese aveva prestato il suo volto al fratello Mika per le riprese di Helsinki Napoli All Night Long, altro picaresco viaggio che aveva per protagonisti interpreti classici delle produzioni Sputnik (Kari V&#228;&#228;n&#228;nen, Sakari Kuosmanen), glorie nostrane (Nino Manfredi, ma anche Remo Remotti in una comparsata), attrici che verranno riprese da Aki (Margi Clarke), amici americani (Samuel Fuller) e chi pi&#249; ne ha pi&#249; ne metta.
Ma torniamo a noi: Jarmusch si mette dunque in scena in Leningrad Cowboys Go America e per ricambiare il favore inserisce Helsinki tra le citt&#224; visitate dal suo Night on Earth. Sar&#224; un caso, ma &#232; proprio l&amp;#8217;episodio ambientato in Finlandia che ha per protagonista Matti Pellonp&#228;&#228;, Kari V&#228;&#228;n&#228;nen e Sakari Kuosmanen (ma anche e soprattutto quel Klaus Heydemann che sar&#224; produttore di Vita da Boh&#232;me e Nuvole in viaggio) a risultare il migliore del lotto. La Helsinki attraversata in taxi &#232; una citt&#224; abitata da disperati, persone ai margini che non possono inserirsi in una societ&#224; che non li considera, evitandoli, mettendoli praticamente al bando. In poco pi&#249; di venti minuti Jarmusch fa al suo collega il pi&#249; grande degli omaggi, mettendo in scena una citt&#224; a lui sconosciuta solo attraverso la memoria cinefila delle opere di Kaurism&#228;ki. Il suo cinema si pu&#242; respirare qui a pieni polmoni, molto meglio che negli innumerevoli casi di esordienti che hanno deciso di ripercorrerne le tracce (si veda il belga Aaltra di Gustav de Kervern e Beno&#238;t Del&#233;pine), estrema proclamazione di quella unit&#224; di vedute che lega in maniera indissolubile due dei registi pi&#249; fieramente indipendenti &amp;#8211; nel reale senso etimologico del termine &amp;#8211; del panorama attuale.
I due si troveranno a recitare insieme, in un cameo, in Iron Horsemen del francese Gilles Charmant, ma continueranno a citarsi (in)volontariamente in ogni occasione possibile: per esempio la canoa che trasporta Johnny Depp verso l&amp;#8217;immensit&#224; dell&amp;#8217;oceano nel straordinario delirio finale di Dead Man altro non &#232; che la versione tragica e spirituale delle fughe impossibili che caratterizzano i finali dei primi film di Kaurism&#228;ki.
Broken Flowers, splendido film diretto da Jarmusch nel 2005, &#232; dedicato alla memoria di Jean Eustache... Il cerchio si chiude?&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>24/11/2011</pubDate>
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			<title>Elegia della fuga - L'elegia della fuga</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=4707</link>
			<description>Nei film di Aki Kaurism&#228;ki c&amp;#8217;&#232; sempre qualcuno che sta, consapevolmente o meno, fuggendo da qualcosa. La storia del cinema &#232; colma fino all&amp;#8217;orlo di elogi alla fuga, apologie dello smarrimento, ma il vero e proprio panegirico dell&amp;#8217;evasione e dello sbandamento che attraversa, con precisione chirurgica, l&amp;#8217;intera produzione dell&amp;#8217;autore di Calamari Union, ha in s&#232; qualcosa di unico e di profondamente personale.
Iniziamo con il passare in rassegna la sua intera produzione di lungometraggi di finzione:
 
Rikos ja ragaistus - Delitto e castigo: il personaggio di Antti Rahikainen, dopo essersi macchiato dell&amp;#8217;omicidio, progetta la fuga via mare. La fuga non avverr&#224; mai.
Calamari Union: l&amp;#8217;intero gruppo dei Franck vaga senza meta per Helsinki alla ricerca dell&amp;#8217;ipotetico eldorado Eira, quartiere borghese in riva al mare. Solo due Franck riusciranno nell&amp;#8217;impresa, ma scoperta una triste realt&#224; decideranno di fuggire su una barca a remi verso Tallinn.
Varjoja paratiisiss&#228; - Ombre in Paradiso: Nikander e Ilona, per iniziare una nuova vita insieme, decidono di fuggire dalla Finlandia imbarcandosi su una nave da crociera sovietica diretta a Tallinn.
Hamlet liikemaailmassa - Hamlet Goes Business: nel suo ruolo di trasposizione di un testo preesistente (tra l&amp;#8217;altro celebre come l&amp;#8217;Amleto shakesperiano), Hamlet Goes Business non presenta in scena elementi che rimandano direttamente alla fuga. &#200; per&#242; fin troppo ovvio il desiderio metaforico di fuga di un uomo ingabbiato in un ruolo che non pu&#242; e non vuole ricoprire.
Ariel: Kasurinen e Irmeli, dopo la morte di Mikonen, fuggono a bordo del cargo che d&#224; il titolo al film.
Leningrad Cowboys Go America: &#232; impossibile non leggere, nel progressivo avvicinarsi della band al confine con il Messico, una fuga (in)conscia (dall&amp;#8217;insuccesso della tourn&#233;e per quanto riguarda il testo cinematografico, dalle allettanti sirene di Hollywood per quanto concerne invece la carriera stessa di Kaurism&#228;ki)
Tulitikkutehtaan tytt&#246; - La fiammiferaia: tutto ci&#242; che sogna Iris &#232; riuscire a fuggire dalla propria vita, dal lavoro e dalla famiglia. La fuga non si concretizzer&#224;.
I Hired a Contract Killer - Ho affittato un killer: nella sua prima produzione internazionale Kaurism&#228;ki ci mette davanti a una doppia fuga. Dapprima assistiamo al desiderio di fuga dalla vita di Henri e quindi, paradossalmente, alla fuga da chi quella vita gliela vuole togliere.
La Vie de Boh&#232;me - Vita da Boh&#232;me: ancora una volta &#232; la derivazione letteraria (nello specifico dal romanzo Scenes de la vie de Boh&#232;me di Henri Murger) a impedire una classificazione immediata dell&amp;#8217;opera all&amp;#8217;interno della poetica del regista. Vale, come principio, lo stesso discorso affrontato per Hamlet Goes Business.
Pid&#228; huivista kiinni, Tatjana - Tatjana: nella sua peculiarit&#224; di road movie, per quanto sui generis, Tatjana &#232; di per s&#233; l&amp;#8217;elogio di una fuga che ha per destinazione &amp;#8211; pi&#249; casuale che altro &amp;#8211; la solita Estonia.
Leningrad Cowboys Meet Moses: l&amp;#8217;ultima avventura della scalcinata rock band Leningrad Cowboys si architetta, picarescamente, su un continuo succedersi di fughe e ritorni, di cui sono protagonisti a turno tutti i personaggi di questo &quot;ritorno a casa&quot; che ha in s&#232; il frastuono dell&amp;#8217;instabilit&#224; e la malinconia della perdita.
Kauas pilvet karkaavat - Nuvole in viaggio: in Nuvole in viaggio, sguardo stranamente ottimista sulla capacit&#224; dell&amp;#8217;uomo di dominare le avversit&#224; e volgerle a proprio favore, la fuga non pu&#242; esistere.
Juha: Marja, affascinata dai modi &quot;urbani&quot; di Shemeikka, fugge da Juha nella speranza di trovare un mondo ricco nel quale perdersi. Mai, nel cinema di Kaurism&#228;ki (che riprende comunque un classico della letteratura finnica), la fuga aveva messo in evidenza toni cos&#236; tragici.
Mies vailla menneisyytt&#228; - L&amp;#8217;uomo senza passato: M, l&amp;#8217;uomo colpito da amnesia, &#232; in realt&#224; in fuga da un matrimonio agli sgoccioli e da una vita in cui non riesce a trovare soddisfazione alcuna.
Laitakaupungin valot - Lights in the Dusk: Koistinen, durante l&amp;#8217;arco del film, ha ripetute occasioni per fuggire a un destino decisamente ingrato, ma non le sfrutta mai. Che la fuga, oramai, non abbia pi&#249; senso?
Le Havre - Miracolo a Le Havre: Gran parte degli sforzi compiuti dal signor Marx nel film sono tesi alla riuscita della fuga in Inghilterra del giovane immigrato clandestino che ha trovato &quot;in acqua&quot;.

Com&amp;#8217;&#232; possibile notare fin da subito, anche per quanto riguarda la spinta utopistica verso l&amp;#8217;oltre, l&amp;#8217;al di l&#224;, lo sconosciuto, la carriera di Kaurism&#228;ki si sviluppa in due momenti diversi tra loro. Ancora pi&#249; rispetto al tema dell&amp;#8217;alienazione dell&amp;#8217;uomo nella societ&#224; contemporanea che abbiamo affrontato in precedenza, &#232; percepibile uno scarto netto tra le prime opere del regista e quelle dirette dalla seconda met&#224; degli anni Novanta in poi: la fuga &#232; elemento indispensabile della messa in scena dei film degli esordi (si veda addirittura la netta somiglianza tra i finali di Calamari Union, Ombre in paradiso e Ariel, con quell&amp;#8217;imbarcazione che, attraversando il mare &amp;#8211; confine esclusivamente geografico, lontano dalla volubile prassi a cui ci ha abituato l&amp;#8217;attualit&#224; politica &amp;#8211; punta diretta verso Tallinn). Una fuga verso est che sottintende, nelle opere degli anni Ottanta, una sensazione di inadeguatezza nei confronti del mondo occidentale, plasmato a immagine e somiglianza degli Stati Uniti e che acquista, nello splendido ritorno a casa di Leningrad Cowboys Meet Moses, quel misto di instabilit&#224; e malinconia cui facevamo riferimento in precedenza. Tralasciando per un momento l&amp;#8217;aspetto pi&#249; direttamente geografico/politico del cinema di Kaurism&#228;ki &amp;#8211; torneremo sull&amp;#8217;argomento nel seguito della nostra disanima -, preferiamo soffermarci nuovamente su questo innato istinto all&amp;#8217;evasione che i personaggi descritti in punta di penna dal regista vivono in maniera continua a deflagrante. Due sono i paradigmi perfetti di questa prassi narrativa: Calamari Union e Leningrad Cowboys Meet Moses. Nel primo, esordio di Kaurism&#228;ki alla scrittura per se stesso (dopo aver svolto tale mansione in Valehtelija - The Liar, film di diploma del fratello Mika ed essersi &quot;limitato&quot; ad adattare il romanzo di Dostoevskij in Delitto e castigo), la dozzina di protagonisti, apostoli di chiss&#224; quale fede sperduti in una foresta spettrale come la Helsinki operaia degli anni &amp;#8217;80, si muove in maniera del tutto casuale alla ricerca del mitico quartiere Eira, agglomerato borghese edificato sulle rive del mare. Torna dunque valido quanto accennato nel paragrafo precedente riguardo alla spinta verso la normalit&#224; dei reietti; una volta venuta meno la speranza di una tregua tra questi vagabondi e la societ&#224; stessa, con la scoperta del vero volto di Eira, ecco sopraggiungere l&amp;#8217;istinto alla fuga, alla preservazione di s&#233;, con l&amp;#8217;occhio che scruta l&amp;#8217;orizzonte per cercarvi i segni di un&amp;#8217;utopia possibile, di un mondo migliore, di una vita diversa. Marchiato a fuoco da un mood surreale e grottesco Calamari Union &#232;, insieme a L&amp;#8217;uomo senza passato, il film pi&#249; kafkiano di Kaurism&#228;ki. Cos&#236; come il protagonista de Il castello &#232; mosso alla perpetua ricerca del raggiungimento della costruzione del titolo (palese metafora dell&amp;#8217;ebreo errante alla ricerca della Terra Promessa), i Franck di Calamari Union hanno come unica motivazione al loro spostamento la ricerca di un eldorado, Eira. Anche per loro il vagare &#232; destinato a rimanere tale, impossibilitato a una pacificazione, a una conclusione certa: la barchetta a remi sulla quale i due unici superstiti sfidano l&amp;#8217;oceano &#232; il simbolo dell&amp;#8217;infinita reiterazione del gesto della fuga. Certo, al di l&#224; del mare ci potrebbero essere Tallinn, l&amp;#8217;Unione Sovietica, un altro mo(n)do di dare senso alla vita, ma &#232; solo un&amp;#8217;ipotesi. Anche qualora non esistesse una meta cos&#236; chiara i due Franck sarebbero comunque spinti al movimento, alla fuga, all&amp;#8217;esilio. Non &#232; la speranza a dettare le azioni dei personaggi di Kaurism&#228;ki, ma allo stesso tempo non &#232; neanche il caso: &#232; solo e semplicemente la loro condizione di esseri umani a spingerli alla fuga. E mentre in altre pellicole dell&amp;#8217;autore questa esigenza sar&#224; comunque mascherata dalla concatenazione di eventi (si veda la necessit&#224; della fuga in Ombre in paradiso e Ariel, tanto per fare esempi di opere vicine temporalmente a quella in questione), in Calamari Union &#232; possibile inquadrarla con precisione nella sua essenza pi&#249; pura, meno mediata, meno articolata. Calamari Union &#232; di per s&#233; una fuga, irrazionale e grottesca quanto si vuole, ma che trasmette con estrema puntualit&#224; l&amp;#8217;urgenza evasiva di Kaurism&#228;ki.
Estremamente diverso il discorso che si deve affrontare quando si parla di Leningrad Cowboys Meet Moses. Sul suo valore di capitolo conlcusivo dell&amp;#8217;avventura dei Leningrad Cowboys avremo modo di elaborare teorie in seguito, ma &#232; necessario rimarcarne il ruolo di termine svolto nella carriera del cineasta. Dopo un lungometraggio (Leningrad Cowboys Go America), un film-concerto (Total Balalaika Show) e quattro cortometraggi (Rocky VI, Thru the Wire, Those Were the Days e These Boots), tocca a Leningrad Cowboys Meet Moses mettere la parola fine su un sodalizio tra rock e cinema tra i pi&#249; fruttuosi di tutti i tempi. Non &#232; certo un caso se, per accomiatarsi da questo matrimonio temporaneo, Kaurism&#228;ki decide di mettere in scena una strabordante e folle avventura picaresca con partenza al sole del Messico e arrivo nell&amp;#8217;est Europa dopo aver attraversato gli Stati Uniti e il vecchio continente: insomma, un road movie incessante che si trasforma ben presto in un accumulo di fughe impossibili. La band fugge non solo da un destino ingrato (l&amp;#8217;insuccesso commerciale nel tempio del business, l&amp;#8217;America), ma anche dalla polizia internazionale che vuole arrestarla per aver trafugato il naso della statua della libert&#224;. L&amp;#8217;esigenza della fuga trova dunque la sua destinazione ultima, in una doppia lettura &amp;#8211; fuga come spinta a una nuova vita e allo stesso tempo come semplice atto per svicolare di fronte alle leggi dell&amp;#8217;uomo &amp;#8211; che ne arricchisce il senso. Leningrad Cowboys Meet Moses &#232; un road movie, un&amp;#8217;avventura picaresca, una commedia in odore di slapstick, un piccolo bignami di surrealismo; &#232; s&#236; tutto questo, ma &#232; anche e soprattutto il testamento definitivo della poetica di Kaurism&#228;ki. Cos&#236; come Calamari Union aveva segnato indelebilmente la sua maniera anni &amp;#8217;80, Leningrad Cowboys Meet Moses ne cristallizza senza possibilit&#224; d&amp;#8217;equivoco quella degli anni &amp;#8217;90. Ma mentre nel primo caso si aveva a che fare con un autore alle prime armi e un intero universo ancora da spalancare di fronte agli occhi dello spettatore, con il saluto alla platea del bis concesso alla rock band finlandese Kaurism&#228;ki pone la firma in calce al suo testamento cinematografico; poco importa che dopo di esso siano venute alla luce altre splendide e uniche creature (e chiss&#224; quante altre ne arriveranno). I personaggi dei suoi film non sentono pi&#249; il bisogno impellente di fuggire perch&#233; oramai non hanno pi&#249; un posto sul quale fantasticare. Non c&amp;#8217;&#232; pi&#249; nessuna Eira, non c&amp;#8217;&#232; pi&#249; l&amp;#8217;Unione Sovietica, nessuna nave da crociera con falce e martello fiammeggiante diretta verso Tallinn. Anche i Leningrad Cowboys erano fuggiti verso una (la?) terra dei sogni, ma hanno fatto ritorno a casa, meno illusi e semplicemente inveccchiati. Il loro ultimo viaggio &#232; uno sberleffo, dal primo all&amp;#8217;ultimo minuto. Un pianto ridente, omaggio a un mondo che non c&amp;#8217;&#232; pi&#249;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>24/11/2011</pubDate>
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			<title>Elegia della fuga - La fine (?)</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=4715</link>
			<description>Finisce dunque qui il nostro viaggio all&amp;#8217;interno del cinema di Aki Kaurism&#228;ki. Sappiamo di non essere stati completamente esaustivi, e proprio per questo ci riserviamo in futuro di poter tornare sull&amp;#8217;argomento per trovare in ci&#242; che &#232; stato qui redatto conferme e smentite.
Quello che ci premeva fare era dare la possibilit&#224;, a quanti non avessero avuto modo di conscere a fondo il cinema di questo caposaldo della contermporaneit&#224;, di svolgere un approfondimento che riuscisse a cogliere i punti nodali dell&amp;#8217;esperienza autoriale del cineasta di Orimattila. Speriamo vivamente di esserci riusciti.
Kaurism&#228;ki ci ha donato finora, in questi primi diciassette lungometraggi, uno degli sguardi pi&#249; sarcastici e dolenti che memoria ci ricordi. Sarcasmo e dolenza, due sostantivi di cui spesso non si comprende l&amp;#8217;importanza ma che meglio di ogni altro permettono di fotografare un mondo imperfetto, crudele, chiuso, a tratti ancora terribilmente barbarico. Ma incapace (forse perch&#233; imperfetto?) di annientare completamente la forza di volont&#224; dell&amp;#8217;uomo.
Nessuno prima e durante l&amp;#8217;esperienza ventennale di Kaurism&#228;ki ha avuto il coraggio di mettere insieme i pezzi di un&amp;#8217;esistenza errabonda, sconfitta, povera come quella che vivono i protagonisti delle sue pellicole. Che non sono quasi mai figli del potere (si deve escludere solo l&amp;#8217;Hamlet di Hamlet Goes Business), ma che ne soffrono le conseguenze sempre. Netturbini, operaie, nullafacenti, vagabondi, ex-minatori, cassiere, musicisti senza arte n&#233; parte, impiegati licenziati, pittori, poeti, meccanici, ubriaconi, capocameriere, tranvieri, agricoltori, volontarie, guardie giurate, questo l&amp;#8217;universo che in trenta anni di carriera Kaurism&#228;ki ha messo in scena.
Non esiste classe dirigente, se non di riflesso, nelle sue opere, per il semplice fatto che non &#232; di chi detiene il potere, nella yuppieficata Helsinki degli anni &amp;#8217;80, che &#232; necessario parlare. Un cinema fortemente etico che non si dimentica mai delle sue esigenze prettamente narrative: lo stile di Kaurism&#228;ki, reso celebre da un&amp;#8217;asciuttezza e un minimalismo mai posticci, accompagna (quasi) sempre con il sorriso sulle labbra le disavventure dei suoi protagonisti. Lo fa senza calcare mai la mano, affidandosi spesso e volentieri al tanto amato bianco e nero che riporta ancora di pi&#249; all&amp;#8217;epoca d&amp;#8217;oro dei B-Movie hollywoodiani, e senza sprecare parole inutilmente.
A fronte della deriva del cinema indie statunitense, aggrappato in maniera quasi grottesca (abbarbicato verrebbe da dire) alla parola, al dialogo, Kaurism&#228;ki lavora di sottrazione, riducendo gli scambi di battute al minimo essenziale. Eppure, proprio per questo, la parola pronunciata acquista sempre un senso in pi&#249;, come testimonia lo spassoso dialogo tra i russi all&amp;#8217;inizio di Lights in the Dusk:
 
- Il grande narratore russo Maxime Gorki ha avuto una vita molto difficile.
- E Piotr Tcha&#239;koski, allora? Si &#232; gettato in un fiume...
- Ed era ancora giovane. Comunque ne &#232; uscito vivo.
- Ma non &#232; pi&#249; stato lo stesso!
- E tu che ne sai? Imbecille!
- E Tolsto&#239;? Era un conte, ma non per questo &#232; stato compreso.
- Il problema &#232; che solo il padre Chekov cerc&#242; di comprenderlo e kak, quando l&amp;#8217;ha capito &#232; morto.
- E Pushkine, questo s&#236; che &#232; strano, era appena nato che &#232; gi&#224; morto.
- Non come Gogol. Vide appena il sole...
- Vide appena la finestra della propria amata...
- C&amp;#8217;&#232; ancora della vodka?
- S&#236; e no. Chiss&#224;.
 
Questo rimarr&#224; all&amp;#8217;interno della pellicola il dialogo pi&#249; lungo (riporta tra l&amp;#8217;altro alla mente quello dei mafiosi italiani in Ghost Dog di Jim Jarmusch), e non a caso sar&#224; totalmente avulso dallo sviluppo sinottico del film. Opere sintetiche dunque, che fanno della brevit&#224; la loro forza: si va dai 65 minuti di Tatjana ai 103 di Le Havre, ma raramente i film di Kaurism&#228;ki si avventurano oltre l&amp;#8217;ora e mezza di durata. Questa scelta &#232; cos&#236; intessuta all&amp;#8217;interno della sua poetica che molti critici (sull&amp;#8217;ottusit&#224; dei quali stendiamo generosamente un velo pietoso) storsero il naso davanti a Leningrad Cowboys Meet Moses accusandolo di essere (sic!) troppo lungo, senza rendersi conto probabilmente che parlavano di un&amp;#8217;opera di un'ora e trentadue minuti. Paradossi della critica...
Con questo aneddoto curioso, e in attesa di poter festeggiare il prossimo capolavoro di questo burbero omone della Scandinavia, abbandoniamo la contesa. Qualora vi fosse venuta voglia di (ri)scoprire qualche titolo della sua filmografia, buona visione.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>24/11/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Elegia della fuga - Leningrad Cowboys Meet Kaurism&#228;ki</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=4709</link>
			<description>Leningrado: l&amp;#8217;attuale San Pietroburgo. Ha mantenuto il nome Leningrado dal 26 gennaio 1924 al 6 settembre 1991.
Cowboy: &quot;nelle praterie nordamericane e canadesi, il guardiano delle mandrie di buoi, cavalli e altri animali. Corrisponde al b&#250;ttero della nostra Maremma&quot; (Dizionario Gabrielli)
Scritta bianca su sfondo nero: &quot;Somewhere in Tundra...in No Man&amp;#8217;s Land&quot;.
Lunga panoramica da sinistra verso destra sul brullo paesaggio della tundra, che termina su due trattori e una trebbiatrice. In primo piano, un uomo con i capelli e le scarpe a punta, congelato, &#232; sdraiato a terra. Il braccio sinistro, irrigidito nel rigor mortis, regge ancora saldamente un basso elettrico.
&#200; l&amp;#8217;incipit di Leningrad Cowboys Go America: nasce cos&#236;, sugli schermi cinematografici di mezzo mondo, il mito dei Leningrad Cowboys. Questa folle band che mescola, in un delirio sapidamente postmoderno, il rockabilly con i canti dei marinai del Volga, lega fin dalla sua nascita (avvenuta a ridosso del cortometraggio Rocky VI nel 1986) il suo nome a quello del regista finlandese.
Autoproclamatisi &quot;la peggiore rock band del mondo&quot;, segnano un punto di passaggio fondamentale non solo per la carriera di Kaurism&#228;ki, ma per le aspirazioni dell&amp;#8217;intero cinema europeo. Leningrad Cowboys Go America &#232; un film che va all&amp;#8217;attacco di Hollywood, ne elabora segni e simboli per poi rigettarli in blocco; tutto questo con il sorriso sulle labbra, ghigno derisorio di chi dimostra di saperla veramente lunga. La Finlandia della fine degli anni &amp;#8217;80, come abbiamo gi&#224; avuto modo di rimarcare nel paragrafo Tra New York e Mosca, versa in una crisi economica figlia di una rincorsa al benessere deforme e mostruosa. Kaurism&#228;ki, che all&amp;#8217;argomento ha gi&#224; dedicato Hamlet Goes Business e Ariel, prende il problema di petto e ne trasfigura i contorni in questo viaggio iniziatico: trasporta al di l&#224; dell&amp;#8217;oceano un gruppo commercialmente impossibile (il segretario di partito consiglia cos&#236; Vladimir/Matti Pellonp&#228;&#228; dopo aver assistito a una performance del combo: &quot;andate in America. L&#236; amano qualsiasi stronzata&quot;), e lo pone alla ricerca letterale del successo. Anche gli Stati Uniti che mostra Kaurism&#228;ki hanno ben poco di dorato: &#232; un percorso di un gruppo di outsider in un paese che relega i reietti sulla corsia d&amp;#8217;emergenza.
Ma al tempo stesso attraverso l&amp;#8217;epopea dei Leningrad Cowboys Kaurism&#228;ki scrive la sua ode pi&#249; pura a quella semplicit&#224; di vita che &#232; da sempre la caratteristica fondamentale dei suoi eroi in camicia e jeans. La naivet&#233; ostentata di questo gruppo di musicisti scalcinati, senza arte n&#233; parte, ingenui a tal punto da rasentare la demenza, &#232; l&amp;#8217;estremo riconoscimento del regista ai poveri sognatori che avevano trovato spazio nelle opere precedenti. L&amp;#8217;America dei Leningrad Cowboys &#232; la stessa faccia della medaglia dell&amp;#8217;Eira dei Franck di Calamari Union: vista da lontano appare come la terra dell&amp;#8217;oro, ma la realt&#224; mostrer&#224; un panorama ben diverso. Cos&#236; come Rocky VI aveva rappresentato l&amp;#8217;occasione per Kaurism&#228;ki di dare la propria interpretazione (naturalmente surreale e sui generis) della Guerra Fredda, Leningrad Cowboys Go America gli permette di gettare uno sguardo a suo modo antropologico sulla terra del mito occidentale. E sar&#224; cos&#236; anche in futuro: i Leningrad Cowboys, nella loro collaborazione con il cineasta, saranno sempre l&amp;#8217;escamotage usato per leggere la contemporaneit&#224; politica in ogni sua sfaccettatura, anche la pi&#249; amara e disillusa. Appare fin troppo logico mettere in parallelo soprattutto i due lungometraggi ed evidenziarne le differenze: &#232; interessante per esempio notare come l&amp;#8217;elemento che muta pi&#249; sostanziosamente sia il ritmo. Leningrad Cowboys Go America ha le movenze e l&amp;#8217;umore di un blues, narcotizzante e sornione, sgraziatamente sprezzante eppure in fin dei conti malinconico, sconfitto; ha in s&#233; il grasso oleoso di New Orleans, i doppi vetri opachi del sud, lo squallore metropolitano di una New York livida e illuminata dalle mille luci al neon. &#200; un canto d&amp;#8217;amore, a suo modo, per un mondo che si &#232; sempre potuto solo immaginare (&quot;mi domando quando inizier&#224; la violenza. Finisci sempre ammazzato quando vieni a New York&quot; sintetizza con un misto di delusione e saggezza un componente della band) e che, probabilmente, &#232; molto meno lontano da noi di quanto si era pensato/sperato. Leningrad Cowboys Meet Moses, invece, procede attraverso un accumulo di situazioni sempre pi&#249; paradossali, in un vortice slapstick che non ha in s&#232; alcuna dolenza: anche quando torna a ragionare su New York, nella splendida sequenza a Coney Island, non fa altro che svilire continuamente il mood che aveva segnato il primo lungometraggio. L&amp;#8217;immagine del musicista vestito da rivoluzionario messicano che, sguardo perso nel vuoto, &#232; seduto nella piccola giostra sull&amp;#8217;acqua per bambini sintetizza in maniera eccellente la volont&#224;, da parte di Kaurism&#228;ki, di scrivere un capitolo della saga che si distacchi con decisione dal culto su cui poteva far forza la band. Dopotutto anche l&amp;#8217;America non &#232; pi&#249; una terra dei sogni, non la si attraversa pi&#249; alla ricerca del successo, per il semplice fatto che si &#232; consapevoli che quel successo non potr&#224; arrivare mai. Il redivivo Vladimir, che ora si fa chiamare Moses, non a caso sentenzia cos&#236; ai suoi compagni d&amp;#8217;avventure: &quot;Business is Business, but Moses is Moses&quot;.
Leningrad Cowboys Meet Moses &#232; un viaggio verso la Terra Promessa in rewind, e Moses come il suo omonimo di biblica memoria deve svolgere il suo ruolo di battistrada. Se dunque, in questa grottesca rilettura delle sacre scritture, l&amp;#8217;America &#232; l&amp;#8217;Egitto che ha sfruttato la band senza comprenderne la grandezza, l&amp;#8217;Europa &#232; la terra di mezzo, quel piano desertico nel quale si deve vagare in maniera inconcludente nella speranza di raggiungere la meta. E quindi, mentre Leningrad Cowboys Go America era uno sguardo sul mito americano e la sua attualit&#224;, Leningrad Cowboys Meet Moses ragiona sul declino di un&amp;#8217;Europa che al di l&#224; delle scelte politiche appare, alla met&#224; degli anni Novanta, un mondo ancora vecchio, decrepito. Un morto vivente, come il membro della band che alla fine del primo film si risveglia dal sonno eterno dopo un sorso di liquore, giusto in tempo per suonare al matrimonio messicano. I Leningrad Cowboys ne attraversano i confini facendosi beffe di qualsivoglia legge internazionale, passando dalla Francia alla Germania, dalla Repubblica Ceca fino alla Grande Madre Russia. La Guerra Fredda &#232; gi&#224; un lontano ricordo, Leningrad e Cowboys due parole che non possono pi&#249; avere alcun senso nella contemporaneit&#224;. La band, come il regista che la guida per mano, &#232; anacronistica, fuori dal tempo, sconfitta dalla novit&#224;: ma fedele a se stessa, alla propria morale, alla propria indole. Un inno alla coerenza e alla perseveranza che in nessun caso deve essere scambiato per elogio della conservazione e del passatismo. Per comprendere al meglio questa complessa visione del mondo &#232; comunque il caso di vedere anche i cortometraggi che Kaurism&#228;ki ha girato con il gruppo musicale: abbiamo gi&#224; abbondantemente parlato del valore metaforico di Rocky VI, non stupir&#224; dunque nessuno sapere che il medesimo spirito dissacrante prorompe con forza da Thru the Wire, crudele satira nei confronti del capitalismo americano condotta in un bianco e nero surreale, dove noir e grottesco vanno di pari passo. Ma i lavori brevi pi&#249; significativi del connubio tra la band e il cineasta restano con ogni probabilit&#224; Those Were the Days e These Boots: nel primo, girato a ridosso delle riprese di Vita da Boh&#232;me, si intravede lo stile pi&#249; prettamente lirico di Kaurism&#228;ki, la sua propensione alla poesia, il suo desiderio di un&amp;#8217;evasione aulica dalla grigia realt&#224; contemporanea. Those Were the Days, ripresa di un canto popolare russo nella versione che fu appannaggio di Paul MacCartney, &#232; l&amp;#8217;ennesimo poema di disillusione del regista finlandese, in un elogio degli umili che ha in s&#233; il nitore ottocentesco di un Hugo o del Rimbaud pi&#249; dolente. Qui tutto il mondo segue la moda dei Leningrad Cowboys, che per la prima volta non rappresentano gli alieni &quot;malgrado loro&quot; tanto cari a Kaurism&#228;ki: il protagonista dunque &#232; reietto non pi&#249; in quanto diverso, ma per semplice e crudele condizione universale. La stessa presa di posizione che prender&#224; Kaurism&#228;ki quando, di l&#236; a pochi mesi, metter&#224; le mani su Vita da Boh&#232;me che, pur non presentando alcun elemento in grado di ricongiungerlo all&amp;#8217;epopea dei Leningrad Cowboys, mostra in maniera lampante la nuova urgenza espressiva dell&amp;#8217;autore (alle prese, dopo il mito di massa americano, con quello di nicchia francese). Ben diverso, per quanto immediatamente successivo da un punto di vista temporale, &#232; l&amp;#8217;umore che domina il cortometraggio These Boots: nuovamente un classico del rock, stavolta These Boots Are Made For Walking portata al successo da Nancy Sinatra, nell&amp;#8217;interpretazione dei Leningrad Cowboys. These Boots racchiude in pochi minuti la storia della Finlandia dal 1952 al 1969. Attraverso alcuni dei luoghi comuni pi&#249; noti sui finlandesi (l&amp;#8217;infantilismo, l&amp;#8217;alcolismo, la poca intelligenza), Kaurism&#228;ki traccia un grottesco percorso di lettura della realt&#224; finnica, narrando i prodromi della crisi e portando alle estreme conseguenze il discorso sull&amp;#8217;inutilit&#224; della parola nel suo cinema, che ha fatto da sempre del silenzio una delle armi pi&#249; affilate. Tra tutti i cortometraggi di Aki Kaurism&#228;ki con i Leningrad Cowboys (non citiamo qui L.A. Woman, perch&#233; non aggiunge nulla, di fatto, alla poetica dell&amp;#8217;autore), ci sembra che These Boots sia quello pi&#249; denso di significati, nel quale il divertissement che &#232; alla base di tutte le opere brevi del regista &amp;#8211; ma anche della maggior parte dei lungometraggi &amp;#8211; si lega a una riflessione pi&#249; compiuta sia sulla realt&#224; che sul cinema come macchina affabulatoria, dedita al &quot;meraviglioso&quot;.
Ed &#232; proprio nell&amp;#8217;interpretazione del cinema come mondo meraviglioso, estraneo alle pochezze della verit&#224; (i corsivi ci sembrano d&amp;#8217;obbligo), che si pu&#242; interpretare l&amp;#8217;happening musicale che sconvolse la vita di Helsinki il 12 giugno del 1993. In quella giornata, a suo modo memorabile, sulla piazza del senato ebbe luogo il concerto dei Leningrad Cowboys con il coro dell&amp;#8217;Armata Rossa, immortalato in Total Balalaika Show. L&amp;#8217;URSS non esisteva gi&#224; pi&#249;, ma questa fusione grottesca tra rock e canti popolari, permette a Kaurism&#228;ki e alla band che ha praticamente portato agli onori della cronaca di aggiungere un ulteriore tassello a quel discorso sull&amp;#8217;anacronismo e sul &quot;tagliarsi fuori&quot; che avevamo affrontato in precedenza. Davanti agli occhi di un pubblico festante scorrono alcuni dei pi&#249; celeberrimi brani rock (il gi&#224; cinematograficamente collaudato Those Were the Days, Happy Together, Sweet Home Alabama) e si mescolano ai melanconici e vigorosi canti russi. Il rapporto tra cinema e rock, forse, non &#232; mai stato a cos&#236; pochi passi dal sublime.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>24/11/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Elegia della fuga - Matti e i suoi fratelli</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=4711</link>
			<description>Nuvole in viaggio &#232; dedicato alla memoria di Matti Pellonp&#228;&#228;, morto d&amp;#8217;infarto a soli quarantaquattro anni il 13 luglio del 1995, a ridosso dell&amp;#8217;inizio delle riprese. Il film era stato scritto e pensato da Kaurism&#228;ki su misura proprio per lui: sarebbe dovuta essere la terza avventura sul grande schermo di Nikander, il sottoproletario sconfitto dalla vita eppure mai a testa bassa che gi&#224; era apparso in Delitto e castigo e Ombre in paradiso. L&amp;#8217;opera fu poi letteralmente riscritta dal regista sul volto e le movenze (per certi versi speculari a quelle di Pellonp&#228;&#228;) di Kati Outinen. Eppure, anche a distanza di pi&#249; di un decennio dalla sua scomparsa &amp;#8211; e con cinque lungometraggi diretti da allora -, Pellonp&#228;&#228; continua a identificare con estrema precisione l&amp;#8217;intero senso del cinema di Kaurism&#228;ki. Alter ego principe del cineasta, Peltsi (cos&#236; lo chiamavano gli amici) recit&#242; in nove degli undici lungometraggi diretti da Aki dall&amp;#8217;esordio al 1994 (a questo conto va aggiunto anche il corto Rocky VI). Difficile trovare un suo simile all&amp;#8217;interno del panorama cinematografico mondiale: si potrebbe forse arrivare a definirlo come un incrocio tra Jean-Pierre L&#233;aud, Buster Keaton e Charlot. Se dal primo prende (oltre alla caratteristica di essere scelto come alter ego da un regista) una certa tendenza all&amp;#8217;isolamento e alla ritrosia, dagli altri due arriva lo scontro incessante tra i suoi personaggi e la societ&#224; che lo circonda.
&#200; una vera e propria guerra tra corpo in scena e ambiente circostante quella che Pellonp&#228;&#228; porta avanti con pervicacia non solo nelle opere di Kaurism&#228;ki, ma anche nel resto della sua esperienza attoriale (vale la pena citare quantomeno Night on Earth - Tassisti di notte di Jim Jarmusch, le opere di Mika Kaurism&#228;ki e il ruolo di Saruman interpretato per un bizzarro e fluviale The Hobbit prodotto dalla televisione finlandese). Padrino di ogni derelitto, santo protettore degli alieni a cui facevamo riferimento in un paragrafo precedente, Matti Pellonp&#228;&#228; &#232;, a suo modo, l&amp;#8217;attore perfetto di Kaurism&#228;ki, capace di nascondere dietro uno sguardo impenetrabile tanto il dolore quanto un sorriso beffardo. Con l&amp;#8217;immancabile senno di poi &#232; pressoch&#233; impossibile non interpretare il finale di Leningrad Cowboys Meet Moses come il suo testamento cinematografico: Vladimir/Moses, dopo essere tornato dalla morte e aver condotto la sua brigata di musicisti scalcinati per mezza Europa, li abbandona alle porte della Terra Promessa. Per lui il ritorno a casa &#232; impossibile. &#200; con questo gesto che Pellonp&#228;&#228; lascia i suoi compagni di avventure e allo stesso tempo noi; ora il ritorno dalla morte non &#232; pi&#249; possibile, l&amp;#8217;addio &#232; definitivo, la saga &#232; conclusa una volta per tutte.
Ma Kaurism&#228;ki riesce a regalarcelo ancora una volta: &#232; lui il bambino della foto che compare in Nuvole in viaggio. Un omaggio forse difficile da decodificare, ma proprio per questo ancora pi&#249; forte, sincero, commovente.
Ma il cinema di Kaurism&#228;ki &#232; letteralmente invaso di volti che ritornano, operazione figlia di un&amp;#8217;idea di cinema talmente vicina all&amp;#8217;amore da far venire alla mente pi&#249; che una factory una vera e propria famiglia. &#200; cos&#236; che viene naturale riconoscere di volta in volta Kati Outinen (la donna per eccellenza del cinema di Kaurim&#228;ki, compare in nove lungometraggi e nel cortometraggio Dogs Have No Hell inserito in Ten Minutes Older: the Trumpet), Esko Nikkari (otto lungometraggi, mai da protagonista), Sakari Kuosmanen (sei lungometraggi e due corti), Silu Sepp&#228;l&#228; (sei lungometraggi e due corti), Mato Valtonen (sei lungometraggi e due corti), Elina Salo (sei lungometraggi), Kari V&#228;&#228;n&#228;nen (sei lungometraggi), Sakke J&#228;rvenp&#228;&#228; (quattro lungometraggi e due cortometraggi), Pentti Auer (quattro lungometraggi). E si potrebbe continuare a lungo, citando per esempio Markku Peltola, Pirkka-Pekka Petelius e Turo Pajala, altri attori che hanno contribuito a dare alla forma e alla sostanza del cinema di Kaurism&#228;ki quella regolarit&#224; &amp;#8211; termine da non scambiare assolutamente con ripetitivit&#224; - che ne permette un immediato riconoscimento.
Non &#232; certo un caso se la troupe che Kaurism&#228;ki assembla sul set &#232; praticamente sempre la stessa: al di l&#224; di un innegabile senso di sicurezza e protezione che questa scelta comporta, tutto ci&#242; &#232; necessario proprio per preservare quel mood che le opere trasmettono con una forza cos&#236; dirompente. Timo Salminen (direttore della fotografia di tutti i film di Kaurism&#228;ki, eccezion fatta per Total Balalaika Show), Veikko Aaltonen e Raija Talvio (montatori, rispettivamente al lavoro con Kaurism&#228;ki due e cinque volte), Jouko Lumme (fonico della quasi totalit&#224; delle sue opere), sono nomi da segnarsi bene nella mente quando si affronta il cinema di questo autore. Perch&#233; sarebbe impensabile immaginare i film di Kaurism&#228;ki senza il loro fondamentale apporto.
Pur essendo tutto tranne che un regista ombelicale o anche solo vagamente autobiografico, Kaurism&#228;ki ha dato vita, nel corso dei primi trenta anni della sua carriera, a un modus operandi che permette di leggere le sue opere come un lungo, appassionante e delicato, &quot;caro diario&quot;. Come abbiamo visto ha messo in scena gli amici di sempre, senza dare mai l&amp;#8217;idea di forzare la mano alla narrazione. Ma, come vedremo a breve, ha anche dato spazio a se stesso...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>24/11/2011</pubDate>
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			<title>Elegia della fuga - Per un cinema europeo</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=4714</link>
			<description>Dogs Have No Hell &#232;, insieme al superlativo Ten Thousand Years Older di Werner Herzog, il miglior frammento tra quelli da cui &#232; composto Ten Minutes Older: the Trumpet, film collettivo al quale nel 2002 prestarono la loro professionalit&#224; anche Jim Jarmusch, Chen Kaige, Wim Wenders, Spike Lee e Victor Erice.
Aki Kaurism&#228;ki, in procinto di mettersi al lavoro sul set de L&amp;#8217;uomo senza passato, approfitta per l&amp;#8217;occasione per lanciarsi nell&amp;#8217;ennesimo elogio alla fuga. Dogs Have No Hell &#232; forse il suo ritratto umano pi&#249; struggente, con il protagonista interpretato da Markku Peltola ormai privo di qualsiasi spirito ribellistico, sconfitto dalla societ&#224; (lo vediamo uscire di prigione, dove ha tranquillamente svolto la sua pena senza i moti d&amp;#8217;evasione che caratterizzavano Ariel e Leningrad Cowboys Meet Moses) e dalla vita stessa. Ma il cortometraggio, come d&amp;#8217;abitudine silenzioso e scarno, nasconde in realt&#224; l&amp;#8217;ennesimo grido di preoccupazione per un&amp;#8217;Europa che, ripresasi dalla disgregazione che fece seguito alla caduta del muro, ha iniziato un percorso che sembra seguire per molti versi pericolosamente le tracce del capitalismo statunitense.
Gi&#224; si era palesata questa analisi spietata nello sguardo lanciato sull&amp;#8217;Europa attraversata, o per meglio dire quasi letteralmente dissezionata, dai Leningrad Cowboys del secondo capitolo sulla lunga distanza che li vede protagonisti. Eppure in nessun altro film come nei dieci minuti dieci di Dogs Have No Hell, l&amp;#8217;inquietudine del cineasta raggiunge vertici cos&#236; estremi: gi&#224; solo il fatto che tutto l&amp;#8217;episodio ruoti intorno all&amp;#8217;inizio di una nuova vita, cozzando duramente contro la certezza della durata del cortometraggio, &#232; una dichiarazione d&amp;#8217;intenti fin troppo chiara. Certo, una nuova vita (europea) sta per iniziare, ma in realt&#224; &#232; gi&#224; finita, cos&#236; com&amp;#8217;&#232; finita la speranza, ragionando su queste basi, di poter realmente cambiare le cose.
Alla fine di Dogs Have No Hell l&amp;#8217;uomo prende il treno con la sua nuova compagna. Intorno a loro il panorama sfila via. L&amp;#8217;uomo parla alla donna:

- Guardo se &#232; ancora l&#224;.
- Chi?
- La mia patria

La patria non &#232; pi&#249; solo la Finlandia, ovviamente, ma l&amp;#8217;Europa Unita, che sta rischiando di smarrire definitivamente la sua identit&#224;, dietro una rincorsa folle (suicida?) di un&amp;#8217;ideale di benessere che non solo non ci appartiene, ma presenta non poche contraddizioni. Aki Kaurism&#228;ki conosce bene le controindicazioni di una spinta economica che non faccia seriamente i conti con gli strati meno abbienti della societ&#224;; ha denunciato gli errori della Finlandia fin dalla cosiddetta &quot;trilogia proletaria&quot; (Ombre in Paradiso/Ariel/La fiammiferaia) senza mai scendere a compromessi di alcun tipo e senza alleggerire i toni.
Anche per questo motivo, avendo trovato punti di contatto tra la Finlandia di met&#224; anni &amp;#8217;80 e il Portogallo attuale, ha raccontato la deriva autodistruttiva di un paesino di montagna nello stato iberico in Bico, segmento di un altro film collettivo, il misconosciuto Visions of Europe che mette insieme ben venticinque cortometraggi realizzati da altrettanti registi europei. Proprio a proposito di Bico, Aki Kaurism&#228;ki ha affermato:
 
Alla fine degli anni Novanta, il Portogallo ha avuto lo stesso sviluppo attraversato dalla Finlandia tra i primi anni Sessanta e i Novanta.
Ho provato a mettermi in mezzo alla strada agitando le braccia e gridando Ehi! Io so a cosa andate incontro! Fermatevi!
Ma non mi ha ascoltato nessuno.
 
Torna dunque preponderante l&amp;#8217;angustia per un&amp;#8217;evolversi della situazione continentale che sembra procedere a velocit&#224; impazzita senza aver avuto l&amp;#8217;accortezza di controllare i freni; anche Lights in the Dusk e soprattutto Le Havre, a ben vedere, possono essere letti come l&amp;#8217;analisi di una situazione politica ed economica agli sgoccioli, dove coloro che vivono ai margini, da sempre eroi delle pellicole di Kaurism&#228;ki, sono destinati a perdere la sfida una volta per tutte. Non c&amp;#8217;&#232; pi&#249; il sogno dell&amp;#8217;est, &#232; defintivamente infranto anche il mito dell&amp;#8217;ovest. Si resta nel mezzo, soli come/con un cane, doloranti, feriti, senza pi&#249; alcuna volont&#224;.
Alla fine la societ&#224; ha avuto la meglio sull&amp;#8217;individuo, e non sembra esserci pi&#249; niente da fare.
Ma quale futuro cinematografico si pu&#242; invece prospettare per l&amp;#8217;Europa? Fin dove ci si pu&#242; spingere nel disegnare il panorama del futuro prossimo? E soprattutto, con quali toni bisogna dipingerlo?
Sono queste domande che ha un senso farsi proprio nell&amp;#8217;approssimarsi della conclusione di questa analisi dettagliata sul cinema di Kaurism&#228;ki, uno dei pochi cineasti europei che &#232; riuscito a sfondare i confini del proprio paese per trovare patria in tutto il vecchio continente. E non solo perch&#233; i suoi film escono regolarmente in tutta Europa: si potrebbe dire lo stesso di Lars Von Trier, Ken Loach, Luc e Jean-Pierre Dardenne, Alejandro Amen&#225;bar e via discorrendo. No, c&amp;#8217;&#232; qualcosa nel cinema di Aki Kaurism&#228;ki che permette di ragionare a un livello superiore: il suo cinema &#232; europeo perch&#233; ragiona in maniera generale sia da un punto di vista estetico che da un punto di vista culturale. Ma soprattutto, ed &#232; questo il punto che ci interessa rimarcare con pi&#249; forza, da un punto di vista produttivo. Il modello economico portato avanti da Kaurism&#228;ki nella sua coraggiosa e strafottente autoproduzione (prima con la Ville Alfa, quindi con la Sputnik) andrebbe considerato pi&#249; e meglio di quanto si faccia solitamente. Perch&#233; ci&#242; che realmente manca al cinema europeo &#232; un canale indipendente (realmente indipendente, sia chiaro) che ragioni in maniera diametralmente opposta a quello ufficiale tendenzialmente portato al monopolio della cultura. Quello che forse non ha ancora razionalizzato Kaurism&#228;ki nella sua spietata critica al capitalismo europeo &#232; che proprio il suo cinema pu&#242; essere preso a paradigma di una via diversa, magari pi&#249; difficile da percorrere ma non per questo impossibile. E sicuramente non votata al fallimento. Che il suo esempio estetico abbia gi&#224; ampiamente trovato epigoni un po&amp;#8217; in tutta Europa (e anche nel resto del mondo; si veda lo splendido Linda Linda Linda di Yamashita Nobuhiro) non &#232; certo un segreto per nessuno. &#200; ora dunque che l&amp;#8217;attenzione si sposti dal versante estetico a quello pi&#249; prettamente economico. Quella di Kaurism&#228;ki potrebbe essere una sorta di &quot;terza via&quot; cinematografica per la (ri)nascita dell&amp;#8217;Europa. E chiss&#224;, magari tra settant&amp;#8217;anni un giovane cineasta dedicher&#224; una sua opera allo &quot;spettro di Kaurism&#228;ki che ancora si aggira per l&amp;#8217;Europa&quot;...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>24/11/2011</pubDate>
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			<title>Elegia della fuga - Rock the Tundra</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=4710</link>
			<description>Riprendiamo il discorso da dove l&amp;#8217;avevamo appena abbandonato: Total Balalaika Show &#232;, nella sua postura di film concerto rigoroso e rispettoso dei dettami dell&amp;#8217;industria (riprese volutamente e forzatamente standard, montaggio che passa educatamente dai primi piani dei coristi e della band a totali fino a immergerci in controcampi sulla folla in giubilo), il capitolo definitivo &amp;#8211; se l&amp;#8217;aggettivazione pu&#242; avere, in questo caso, un reale senso &amp;#8211; nella storia d&amp;#8217;amore tra Kaurism&#228;ki e la musica rock. Ma non lo &#232; perch&#233;, come molti hanno erroneamente scritto, per la prima volta &#232; la musica l&amp;#8217;unica protagonista di un lungometraggio di Kaurism&#228;ki: gli autori di questo grave strafalcione ignorano probabilmente l&amp;#8217;esistenza di Saimaa-illmi&#246;, lungometraggio documentario firmato a quattro mani da Aki e Mika e incentrato proprio sulla nascente scena rock finlandese. No, il vero motivo per il quale arriviamo a considerare il concerto dei Leningrad Cowboys e del coro dell&amp;#8217;Armata Rossa (&quot;La Guerra d&amp;#8217;Inverno e la Guerra di Continuazione si sono concluse sulla Piazza del Senato&quot;, sentenzi&#242; all&amp;#8217;epoca il cineasta) come punto di non ritorno dello studio cinematografico di Kaurism&#228;ki sul rock &#232; perch&#233; mai come in quell&amp;#8217;occasione la poetica dell&amp;#8217;autore riusc&#236; a sposarsi tanto alle riprese quanto alla musica stessa. Nella ripresa parossistica di alcuni dei massimi successi commerciali di sempre, in quel vocione baritonale che eleva al cielo, in una distorsione linguistica esilarante, Delilah di Tom Jones, &#232; racchiuso il senso di un&amp;#8217;esistenza artistica unica nel suo genere. Total Balalaika Show &#232; s&#236; la ripresa di un evento culturale straordinario, ma &#232; allo stesso tempo l&amp;#8217;innegabile firma di Kaurism&#228;ki. La sua regia &#232; trattenuta, come abbiamo anticipato poc&amp;#8217;anzi, palesemente asservita a ritmi televisivi, ma questa non &#232; una dichiarazione di resa, perch&#233; &#232; l&amp;#8217;happening stesso a essere figlio di Kaurism&#228;ki. I Leningrad Cowboys sono solo attori: vestono, &#232; vero, i panni dei presentatori, degli showmen navigati, ma &#232; solo apparenza. La verit&#224; &#232; che dietro ogni assolo, ogni duetto, ogni schitarrata, &#232; celato il volto di Kaurism&#228;ki, la sua poetica, il suo stile graffiante e cinicamente romantico. In Total Balalaika Show si sublima, dunque, il rapporto che da sempre lega, a doppio filo, il cineasta finlandese alla musica rock.
Tutti i suoi film sono abitati, magari anche solo di sfuggita, dal rock: anche i casi in cui la musica esula da questa prassi (si prenda il tango di Carlos Gardel per Ho affittato un killer e Lights in the Dusk) il modo in cui &#232; utilizzata tende sempre a creare un contrasto netto con il senso della messa in scena. Qualcosa che ti scuota (to rock), tanto per semplificare il discorso.
Al di l&#224; della stretta collaborazione con i Leningrad Cowboys, accennata in questo paragrafo ma ampiamente sviscerata precedentemente, &#232; interessante notare come Kaurism&#228;ki abbia, da un lato, operato per accumulo &amp;#8211; l&amp;#8217;uso smodato di brani fin troppo celeberrimi, dai Renegades a Chuck Berry passando per  Rivers of Babylon dei Melodians -, come abitudine fin troppo abusata del cinema, ma al tempo stesso si sia impegnato in un lavoro di interrelazione tra immagine e musica che non ha molti eguali nella storia del cinema. Innanzitutto nei film di Kaurism&#228;ki si suona spesso dal vivo, quasi sempre in pub di quart&amp;#8217;ordine: punto che potr&#224; sembrare del tutto privo di interesse, e che invece merita un approfondimento a parte. L&amp;#8217;atto del suonare dal vivo permette non solo al regista di inserire in un contesto estremamente diegetico la musica selezionata &amp;#8211; scelta non certo di secondo piano per un autore che opera sulla messa in scena ragionando sul vuoto di rumore pi&#249; che sul dialogo -, ma lo costringe a pensare l&amp;#8217;inquadratura o l&amp;#8217;intera sequenza esclusivamente sul quid del brano. Per rendere pi&#249; chiaro il concetto prenderemo a paradigma due sequenze tra loro estremamente simili; in Hamlet Goes Business Pirkka-Pekka Petelius/Hamlet, seduto in un locale assiste alla performance selvaggia dei Melrose intenti a proporre il loro cavallo di battaglia Rich Little Bitch, mentre in una scena analoga di Ho affittato un killer Jean-Pierre L&#233;aud/Henri si imbatte in uno stage di Joe Strummer. Anche il taglio dell&amp;#8217;inquadratura non varia particolarmente tra un film e l&amp;#8217;altro, eppure siamo di fronte a due messe in scena del rock completamente differenti. Se nel primo caso i Melrose (proprio da questa scena la band riprender&#224; il video della canzone, trasformandolo di fatto nel cortometraggio di pi&#249; difficile reperibilit&#224; diretto da Kaurism&#228;ki) fungono in scena da elemento disturbante, estranei come sono all&amp;#8217;ambiente, alla situazione, all&amp;#8217;indole stessa della pellicola, l&amp;#8217;ex leader dei Clash serve al contrario ad amplificare ulteriormente il senso di inadeguatezza e malinconia con tendenze suicide del personaggio interpretato da L&#233;aud. In Hamlet Goes Business il rock &#232; elemento alieno, deviante, in aperto contrasto con la messa in scena, fulcro dinamitardo dal quale partire per lavorare di contrappasso, in Ho affittato un killer il genere musicale serve esattamente per il motivo opposto. Questa apparente discrasia all&amp;#8217;interno della poetica kaurism&#228;kiana potrebbe effettivamente trarre in inganno qualcuno, ma sarebbe un errore di non poco conto. Perch&#233;, al contrario, &#232; proprio per via della variet&#224; di lettura e interpretazione del rock qui enunciata che Kaurism&#228;ki deve essere annoverato tra gli autori cinematografici che hanno portato maggiormente in profondit&#224; la relazione &amp;#8211; spesso solo accennata, e quindi superficiale &amp;#8211; tra immagine in movimento e musica in grado di evocare un movimento. I Melrose redivivi di Lights in the Dusk non funzionano in scena perch&#233; la loro musica si sposa bene con il mood del film, e neanche perch&#233; solleticano il gusto autocitazionista dei cinefili. Funzionano perch&#233; la sequenza che li vede protagonisti ha fisicamente bisogno dei Melrose. Il rock nella messa in scena di Kaurism&#228;ki non pu&#242; e non deve essere letto come una semplice scelta di gusto, perch&#233; nel corso degli anni si &#232; trasformato in una vera e propria necessit&#224;. Forse perch&#233; Kaurism&#228;ki non riesce pi&#249; a ragionare diversamente (non a caso uno dei pochi elementi a svelare l&amp;#8217;anacronismo di Juha come film muto &#232; l&amp;#8217;eccezione dedicata alla canzone eseguita, come da tradizione per il regista, live), o forse perch&#233; il suo cinema tende con tanta convinzione alla liberazione del corpo e della mente del proprio pubblico da essere lui stesso, per primo, il vero elemento rock.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>24/11/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Elegia della fuga - Tra New York e Mosca</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=76&amp;art=4708</link>
			<description>Questa &#232; la dichiarazione che Aki Kaurism&#228;ki fa, sulle pagine del catalogo del Festival di Locarno 2006, riguardo a Leningrad Cowboys Go America:

Ho amato l&amp;#8217;America per quello che era fino all&amp;#8217;epoca del New Deal di Roosvelt. Adoro la vecchia Hollywood. Prima le navi erano di legno e gli uomini di ferro. Oggi le navi sono di ferro e gli uomini di legno.
Quando vengono alla luce le prime opere dei fratelli Kaurism&#228;ki (della carriera di Mika abbiamo qui troppo poco spazio per parlare, ma non sarebbe male andarsi a recuperare alcuni dei suoi primi film, il gi&#224; citato Valehtelija - The Liar, Arvottomat - I buoni a nulla e Klaani-tarina Sammakoitten suvusta, per capire come l&amp;#8217;industria cinematografica finnica stesse vivendo un vero e proprio movimento di rivoluzione), la situazione politica finlandese &#232; tutt&amp;#8217;altro che stabile. Lo storico presidente Urho Kekkonen, eletto per la prima volta nel 1956, rassegna le dimissioni per motivi di salute nel 1981 e il suo successore, Mauno Koivisto (gi&#224; primo ministro socialdemocratico in carica dal 1979), si ritrova tra le mani uno stato alle prese con un capitalismo sempre pi&#249; invadente e selvaggio. Aumentano le automobili (di pi&#249; di cinquecentomila unit&#224; tra il 1978 e il 1984, e parliamo di un paese di meno di cinque milioni di abitanti), i televisori, le radio, diminuisce in maniera drastica il lavoro agricolo (nel 1978 il 14% della popolazione &#232; dedito all&amp;#8217;agricoltura, neanche dieci anni dopo la percentuale scende al 10%). Helsinki nel 1987 ha quasi un milione di abitanti, per via di una edilizia sempre pi&#249; arrembante che costruisce periferie su periferie, finendo per inglobare tutti i sobborghi.
La Finlandia ha iniziato in maniera decisa quella rincorsa al modello economico prima statunitense e poi europeo che segner&#224; con forza gli ultimi anni del millennio.
In questa situazione delicata, molti sono i nodi che vengono al pettine: per esempio la chiusura di un vasto numero di fabbriche e il progressivo allontanamento dei giovani dalla campagna produce un numero elevato di disoccupati. Ovviamente senza contare il ruolo svolto dalla politica di Gorbacev, la nascita di Perestrojca e Glasnost: l&amp;#8217;apertura al mondo dell&amp;#8217;URSS non pu&#242; che trovare, nella vicina Finlandia &amp;#8211; che ottenne l&amp;#8217;indipendenza proprio a ridosso della rivoluzione d&amp;#8217;ottobre &amp;#8211; interlocutori ben pi&#249; che attenti.
Il quadro politico, per quanto solo parzialmente accennato, ci &#232; indispensabile per andare a trattare un altro tassello fondamentale della poetica di Aki Kaurism&#228;ki, il rapporto di amore e odio che vive nei confronti del mito americano e che allo stesso tempo gli permette (con un estremo ricorso all&amp;#8217;ironia) di leggere nell&amp;#8217;Unione Sovietica la terra della libert&#224;, della speranza, la &quot;citt&#224; al di l&#224; del mare&quot;.
Cinque volte i personaggi dei suoi film si trovano a viaggiare verso est: in Calamari Union, Ombre in paradiso, Ariel, Tatjana e Leningrad Cowboys Meet Moses. Nei primi tre casi (quando ancora l&amp;#8217;Unione Sovietica esisteva), la scelta del viaggio &#232; sempre letta come volo pindarico verso un futuro incerto ma nel quale possa trovare spazio anche la speranza, mentre nei due esempi successivi si tratta di un vero e proprio ritorno a casa (per Tatjana/Kati Outinen e per la rock band pi&#249; derelitta dell&amp;#8217;intero pianeta). L&amp;#8217;est come rifugio estremo della speranza, dunque, baluardo di una solidit&#224; morale ed e(ste)tica che in occidente &#232; stata spazzata via dal luccicare fascinoso della plastica, dalle luci e dai colori di metropoli/alberi di natale sempre pi&#249; mostruose, sempre meno a misura d&amp;#8217;uomo. Da integerrimo umanista Kaurism&#228;ki legge nella deriva del capitalismo occidentale il cancro che avvelener&#224; l&amp;#8217;intera Europa &amp;#8211; ed &#232; infatti un mondo morente quello attraversato, o meglio ancora letteralmente dissezionato, nel 1994 dai Leningrad Cowboys e dal redivivo Vladimir -, e vi oppone un netto rifiuto. Non &#232; l&amp;#8217;URSS nella sua valenza strettamente politica a essere innalzato agli onori da Kaurism&#228;ki, ma pi&#249; che altro l&amp;#8217;immagine romantica che si pu&#242; avere della sua storia.
Questo tifo incondizionato per la terra del Volga si esplicita con estrema chiarezza e arguzia in Rocky VI, cortometraggio del 1986 che segna l&amp;#8217;inizio del rapporto tra Kaurism&#228;ki e i Leningrad Cowboys:

Due pugili, il possente e buono Igor il Russo e il mingherlino e sbruffone Rocky l&amp;#8217;Americano, si scontrano per la conquista del titolo di campione del mondo.
In questa esilarante metafora della Guerra Fredda &#232; svelato anche il senso di appartenenza del regista: non si pu&#242; essere dalla parte di chi ha tutto (la cyclette ultramoderna, il televisore, l&amp;#8217;idromassaggio) ma non riconosce il valore di niente. Eppure Rocky VI permette anche di comprendere il rapporto estremamente conflitturale tra Kaurism&#228;ki e la cultura statunitense. Sarebbe troppo comodo leggere nella critica al sistema imperante capitalista un rifiuto in blocco degli Stati Uniti. E non solo perch&#233; si andrebbero a negare i due grandi viaggi americani del cineasta, quello d&amp;#8217;arrivo (Leningrad Cowboys Go America) e quello d&amp;#8217;addio (Leningrad Cowboys Meet Moses).
La verit&#224; &#232; che Kaurism&#228;ki sfrutta, nella sua messa in scena scarna, essenziale, quasi pudica, tutta una serie di ipertesti che volenti o nolenti riconducono al grande mito americano. Al di l&#224; dei semplici oggetti di scena (l&amp;#8217;automobile di Ariel, per esempio) &#232; proprio la base del suo cinema a essere intessuta di riferimenti a Hollywood e dintorni: l&amp;#8217;utilizzo del genere (come il road movie e il noir) serve a Kaurism&#228;ki come ingranaggio di una macchina ben pi&#249; complessa, ma al tempo stesso gli permette di eludere le trappole della didattica e della morale con estrema facilit&#224;. Il suo cinema sarebbe impensabile senza la fagocitazione insistita di stilemi nordamericani: lo slapstick movie, i riallacci a Chaplin, Keaton, W.C. Fields, i riferimenti ai grandi generi hollywoodiani (oltre al noir e al road movie, impossibile non notare una tendenza al melodramma sirkiano e in generale un amore per l&amp;#8217;intera produzione degli anni &amp;#8217;40/&amp;#8217;50).
Tutto questo senza contare la netta somiglianza con l&amp;#8217;esperienza autoriale, cresciuta di pari passo alla sua, di Jim Jarmusch &amp;#8211; ma anche di questo avremo modo di parlare con pi&#249; profondit&#224; in seguito. Insomma, nella sua Guerra Fredda personale Kaurism&#228;ki ha vissuto al confine, tra la nostalgia del bel mondo che fu e di quello che forse sarebbe potuto essere.
Ma, nonostante gli stravolgimenti politici, le guerre preventive, gli smembramenti di ex-imperi, non ha perso la sua vena polemica: basta pensare all'annuncio del 2006 di voler ritirare Lights in the Dusk da un&amp;#8217;eventuale corsa all&amp;#8217;Oscar per protestare contro la politica portata avanti da George W. Bush...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>24/11/2011</pubDate>
		</item>
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			<title>Intervista a Enrico Salimbeni</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=9&amp;art=8598</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Speciali/enrico-salimbeni-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Di certo non ne abbiamo scoperto le qualit&#224; umane in Sardegna, visto che Chicco &#232; solito girare diversi festival dimostrando sempre grande schiettezza ed apertura mentale, coi colleghi, con gli addetti ai lavori e con chiunque abbia la fortuna di passare un po&amp;#8217; di tempo con lui. Ma &#232; a Golfo Aranci, dove Enrico Salimbeni ha avuto l&amp;#8217;onore di presiedere la giuria del Figari Film Fest alla sua prima edizione, che abbiamo l&amp;#8217;occasione di approfondire la conoscenza di questo meraviglioso attore, un piccolo concentrato di energia, verve e battute al fulmicotone. Spaziando dalle sue esperienze sul set a quelle di spettatore privilegiato, in occasioni particolari come quella offerta dal neonato festival sardo, ecco cosa ci siamo detti al termine della nuova e coinvolgente avventura cinefila.
 
Premessa: a un attore spigliato e attentissimo al panorama del cinema indipendente italiano, corti compresi, qual &#232; sicuramente Enrico &quot;Chicco&quot; Salimbeni, &#232; stato proposto di tenere a battesimo, in qualit&#224; di presidente della giuria, una manifestazione nuova e promettente come il Figari Film Fest.
Che impressione ti sei fatto di questo festival, Chicco, dal punto di vista umano e organizzativo? E come ti sei trovato durante le giornate trascorse a Golfo Aranci, in terra sarda?
L&amp;#8217;impressione che ho avuto &#232; quella di un terreno fertilissimo in cui si &#232; effettuata per la prima volta la semina di qualcosa di nuovo.
&#200; stato davvero un ottimo lavoro, e ci&#242; che trovo molto incoraggiante &#232; che gi&#224; da subito si sia riusciti a raccogliere ci&#242; che si &#232; seminato, e che si sia potuto da subito capire l&amp;#8217;enorme potenziale che questo festival pu&#242; offrire per il luogo, sia a livello culturale, che turistico, che economico.
Per ci&#242; che riguarda la mia permanenza a Golfo Aranci, devo dire di essere stato davvero benissimo. L&amp;#8217;accoglienza e il fervore degli organizzatori, hanno saputo fare fronte a tutte le eventualit&#224; che sempre si hanno durante queste manifestazioni. I ragazzi, alcuni attori come me, non si sono mai fatti trovare privi di slancio, disponibilit&#224; e spirito di gruppo. Ho trovato un&amp;#8217;amministrazione attenta e lungimirante, che ha deciso di investire negli anni in questo festival, e sono certo che questa scelta sar&#224; premiata.
Golfo Aranci &#232; un posto molto bello e tranquillo. Ho trovato luoghi incantevoli e gente accogliente, non invadente, con un&amp;#8217;atmosfera gioviale e molto alla mano come piace a me, senza troppi lustrini, senza troppo scarto tra chi organizza e chi partecipa sia come artista, che come spettatore.
C&amp;#8217;&#232; stata una grande unit&#224; di persone, ed &#232; questo ci&#242; che io cerco e propongo in un festival.
Quali sono i cortometraggi italiani in concorso che ti hanno maggiormente impressionato?
Senza dubbio 41 di Massimo Cappelli &#232; il film pi&#249; completo tra quelli visionati. &#200; girato magistralmente, con uno standard qualitativo ai massimi livelli cinematografici. Inoltre, l&amp;#8217;idea &#232; davvero originale, azzardata, e capace di tenerti incollato allo schermo fino alla fine della storia, che si conclude con un colpo di scena vincente.
Ho trovato molto efficace anche Jody delle giostre di Adriano Sforzi, un film molto diverso come tecnica, narrazione e fotografia, rispetto a 41, ma capace di una grande poetica, e con interpretazioni molto emozionanti da parte dei due piccoli protagonisti.
Naturalmente, plausi vanno anche ad altri cortometraggi, a cui sono andati premi minori, ma nessuno avvicinabile ai due menzionati. Quando io sono in giuria do un voto molto importante alla qualit&#224;, alla recitazione e all&amp;#8217;idea, perch&#233; il festival deve essere un segnale del futuro, e io spero sempre che il futuro ci riservi una qualit&#224; superiore a quella standardizzata e gravemente insufficiente della televisione.
Cosa pensi dei corti stranieri selezionati per il festival, in particolare di quelli spagnoli, che cos&#236; grande interesse hanno destato presso pubblico e addetti ai lavori?
Il film Dulce, &#232; da Oscar. Racconta tutto. Racconta la vita, la morte, il sogno, il ricordo, l&amp;#8217;ingenuit&#224;, la saggezza, il tempo e l&amp;#8217;amore. Poi rimescola tutto con un colpo di scena, e il tempo viene annullato, viene cristallizzato, rendendo eterno l&amp;#8217;amore, rendendolo inattaccabile. Un capolavoro.
I film spagnoli sono stati bellissimi e hanno fatto onore al loro paese. Quando c&amp;#8217;&#232; una politica dedicata allo sviluppo di un settore, il fallimento non &#232; contemplabile nei risultati. Prima o poi, l&amp;#8217;eccellenza emerge, come l&amp;#8217;olio sull&amp;#8217;acqua.
Durante la serata conclusiva hai sorpreso il pubblico di Golfo Aranci, con un intervento che ha commosso parecchi. Puoi raccontarci in breve questo episodio, citando magari uno stralcio del testo che hai composto prima della premiazione?
Io vivo costantemente di intuizioni che mi arrivano dal quotidiano, e nelle metafore riesco spesso a trovare spiegazioni che richiederebbero troppe parole se si seguisse la via della logica. &#200; un esprimersi per figure, un po&amp;#8217; come si pu&#242; dire del cinema.
Avevo sensazioni molto belle di quei giorni passati, dei ragazzi che avevano organizzato tutto avendo come punto di forza l&amp;#8217;entusiasmo; ero anche rimasto positivamente colpito dalle intenzioni del giovane sindaco, deciso ad investire in cultura, e in tutto quell&amp;#8217;insieme di emozioni, un giorno stavo facendo il bagno nella bellissima cala Moresca, appena fuori il paese, e mi sono imbattuto in alcuni resti di anfore romane, come spesso pu&#242; accadere facendo il bagno nei nostri mari, ricchi di millenni di storia e commercio, vicino alle coste.
Ho subito avuto l&amp;#8217;intuizione che quei cocci potessero essere la chiave che mi consentisse di esprimere ci&#242; che provavo, che potessero essere il mio regalo, la mia traccia, per coloro che sarebbero rimasti negli anni a venire a organizzare nuove edizioni del festival.
Cos&#236; l&amp;#8217;ultima sera ho deciso di fare questa sorpresa a tutti durante la premiazione, e le parole che ho detto, erano queste:

&amp;#8220;Questi cocci di anfore ritrovati sul fondale delle acque di Golfo Aranci, sono testimonianze di antichi scambi, che da qui arrivavano e partivano. Scambi di merci, ma soprattutto scambi di culture, di tradizioni, di lingue e di saperi. Voglio donare questi brevi pezzi di passato agli organizzatori e agli amministratori locali che hanno consentito la nascita e lo svolgimento di questo festival, come simbolica continuazione di quegli scambi avvenuti migliaia di anni fa. Il festival &#232; un&amp;#8217;impollinazione, una primavera, dove tanta gente proveniente dai posti pi&#249; diversi si incontra, si conosce, si fonde, dando vita a nuove idee, nuovi orizzonti, nuovi sogni. Se in passato il commercio era il tramite affinch&#233; le culture si incontrassero, ora &#232; la cultura che pu&#242; permettere il rifiorire del commercio, della gastronomia, dell&amp;#8217;ospitalit&#224;. Auguro a tutti, che questo entusiasmo continui a essere contagioso e che si insinui nel tessuto sociale, favorendo un cammino evolutivo da cui trarre vantaggi e sempre nuove energie.&amp;#8221;

&#200; stato un momento molto bello.
Come attore hai gi&#224; lavorato con registi importanti, da Pupi Avati al Ligabue di Radiofreccia, ricevendo anche alcuni riconoscimenti. Puoi dirci quali sono i film in cui hai recitato che ricordi pi&#249; volentieri, e perch&#233;?
Radiofreccia rimane una vetta non pi&#249; riproponibile. Dico questo perch&#233; quelle dieci settimane di riprese hanno riguardato un Chicco che non c&amp;#8217;&#232; pi&#249;, ed &#232; questo il motivo per cui quelle emozioni rimarranno uniche nel mio ricordo oltre che nella mia carriera. C&amp;#8217;&#232; stato un coinvolgimento totale di tutti. Vivevamo assieme 24 ore al giorno, attori, troupe, regista e abitanti di Correggio. Un&amp;#8217;energia abbagliante, che nel film esce in modo inconfondibile. Bellissima esperienza anche quella di Rivombrosa, durata mesi, in cui la sapientissima direzione di Stefano Alleva ha consentito che si creasse un clima fraterno e che anche tra noi diventassimo amici. Amicizie che tuttora perdurano dopo anni.
Poi, per quel che riguarda i film in cui ho recitato volentieri, metterei la quasi totalit&#224; delle opere a cui ho partecipato, perch&#233; il film &#232; un momento creativo, adrenalinico, in continuo fremito, in continuo scambio di emozioni, di scavo interiore, di ricerca, di improvvisazione...
Dove non c&amp;#8217;&#232; stato questo, non ho bei ricordi. E devo dire che per alcuni lavori &#232; stato cos&#236;.
 
Pur partecipando a progetti pi&#249; grossi, sembra che tu abbia un buon feeling coi cortometraggi: ti abbiamo visto di recente in Tre di Lucilla Colonna, come &#232; stata questa esperienza?
Inattesa e gradevolissima. &#200; stato come salire su una fune che sembrava tesa da pochissimo.
Non sapevo dove sarei andato, quale direzione avrebbero preso gli eventi, come Lucilla avrebbe affrontato questo suo debutto... Mi sono ritrovato sul set, e dopo i primi tempi in cui abbiamo tracciato le coordinate, le chiavi interpretative e registiche, ho cominciato a divertirmi. Quante risate, quante proposte accolte o bocciate, quanto entusiasmo! Con i miei compagni di lavoro, attrici e attori, c&amp;#8217;&#232; stato da subito un buon feeling, e questo &#232; importante quando si tratta di un film corale. Lucilla si &#232; rivelata umile e tenace, due caratteristiche vincenti che le hanno consentito di ascoltare le proposte che le venivano fatte, ma di tenere la barra della regia e della narrazione dove aveva intenzione di voler arrivare con la sua storia. In pi&#249; ci ha trattato con molta cura sia umanamente che professionalmente, e questo le va riconosciuto come grande pregio.
Il risultato &#232; un corto divertente, veloce, ben curato e ben realizzato, che tratta di un tema delicato come le adozioni, ma in chiave ironica e leggera, e che ha riscosso applausi e risate ovunque sa stato proiettato in occasione di festival o visioni.
Auguro a Lucilla di continuare questo suo cammino, e naturalmente sar&#224; sempre una gioia per me poter continuare a divertirmi lavorando con lei. Oltretutto dopo questa esperienza, &#232; nata anche una amicizia  e una stima personale.
 
Per finire, oltre a recitare pensi di dedicarti anche alla regia, in un prossimo futuro?
La regia &#232; il mio obiettivo da anni. Mi manca il debutto al lungometraggio, ma anche se le difficolt&#224; sembrano insormontabili, visto il momento di grave crisi economica e culturale del nostro Paese, io credo che non tarder&#224; ad arrivare. Ho gi&#224; scritto tre sceneggiature, oltre numerosi corti, spot, documentari. Magari, per&#242;, il debutto avverr&#224; con qualcosa scritto da qualcun altro.
Va benissimo! L&amp;#8217;intruglio di pi&#249; energie, se ben orchestrato e dosato, rende sempre il piatto molto pi&#249; ricco e saporito.
Viva il cinema!
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;speciali&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;18/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>speciali</category>
			<pubDate>18/11/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Satsuo Yamamoto</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=30&amp;art=8817</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/Festival/Satsuo-YAMAMOTO-130x90.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Quasi sconosciuto in Italia, Satsuo Yamamoto (1910-1983) &#232; noto in Giappone per i suoi film su temi sociali e politici, ma anche per la poliedricit&#224; dello stile con cui ha diretto le sue opere pi&#249; rappresentative. Tra le pellicole che portano la sua firma, figurano adattamenti di testi letterari di importanti scrittori del suo tempo, come Tatsuzo Ishikawa e Toyoko Yamazaki, mediante le riflessioni dei quali Yamamoto, esponente di sinistra e membro del Partito Comunista Giapponese, analizza i principali problemi della societ&#224; dell&amp;#8217;epoca, con particolare attenzione alla corruzione politica e alle conseguenze del capitalismo senza regole. Tra i titoli pi&#249; significativi in tal senso Kizudarake no Sanga (1964) e Kinkanshoku (1974), considerati i pi&#249; importanti manifesti della sua ideologia politica; nella filmografia di Yamamoto non mancano tuttavia melodrammi, chambara eiga (film di cappa e spada/samurai) e film fantastici, nei quali &#232; riuscito a coniugare opportunamente l&amp;#8217;aspetto di intrattenimento con i compromessi sociali di cui fu testimone. Sette le pellicole in programma, sette importanti tasselli per ricostruire la cinematografia di un cineasta coraggioso e coerente, forte di un&amp;#8217;ideologia che ha saputo infondere in ogni sua opera, indipendentemente dal genere e dallo stile utilizzato.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri festival</category>
			<pubDate>10/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Genova FF 2011 - Giorno 7</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=30&amp;art=8843</link>
			<description>L&amp;#8217;ultima giornata del Genova Film Festival ci ha posto di fronte una scelta difficile, rispetto alla quale abbiamo deciso di andare controcorrente. Il piatto forte del pomeriggio, infatti, era senz&amp;#8217;altro l&amp;#8217;incontro con Pupi Avati, moderato da Oreste De Fornari. E a seguire la pi&#249; recente fatica del regista bolognese, ovvero il lungometraggio Una sconfinata giovinezza opportunamente riproposto in pellicola. Con un lieve rimpianto, dovuto al fatto che secondo amici fidati l&amp;#8217;incontro ha avuto poi un iter coinvolgente e succoso, abbiamo preferito disertare l&amp;#8217;appuntamento, scegliendo invece il programma dell&amp;#8217;altra sala. Il motivo? La fiducia da noi riposta in un altro evento pomeridiano, parimenti degno di nota, e cio&#232; l&amp;#8217;ultimissima tranche di pellicole ecuadoriane inserita nel palinsesto del festival. Nessun reale rimpianto, ad ogni modo, poich&#233; la tutto sommato giovane cinematografia dell&amp;#8217;Ecuador si &#232; confermata una fucina di sorprese.
Il primo lungometraggio della piccola nazione latinoamericana riscoperto a Genova si intitola La tigra (La tigre, 1990), ed &#232; il film che rivel&#242;, circa vent&amp;#8217;anni fa, la personalit&#224; effervescente di Camilo Luzuriaga, affermatosi ben presto tra i pilastri della cinematografia locale. Rispetto alle altre opere visionate nei giorni del festival, pi&#249; inclini a declinare il paradigma della contemporaneit&#224; e della tumultuosa esistenza cittadina, La tigra potrebbe apparire un&amp;#8217;anomalia, un oggetto filmico inattuale e magari un po&amp;#8217; invecchiato. Eppure &#232; proprio questa sua &amp;#8220;tropicalit&#224;&amp;#8221; alla Glauber Rocha, questo spirito anarcoide rintracciabile nello stile, nelle modalit&#224; narrative e nella peculiarit&#224; dell&amp;#8217;ambientazione, ad esercitare un fascino insolito, scavando gallerie profonde nell&amp;#8217;inconscio e nell&amp;#8217;immaginario pi&#249; ancestrale del pubblico. Le foreste pluviali della costa fanno da sfondo a un racconto in cui sensualit&#224; e violenza si intrecciano inesorabilmente, come la fitta vegetazione circostante. Montaggio rapsodico e influssi esoterici guidano le danze, accompagnando l&amp;#8217;ascesa dell&amp;#8217;indomabile Francisca Miranda, determinata ad usare la propria bellezza e audacia per dominare insieme alle sorelle una piccola tenuta agricola, fino al collasso di un mondo costruito con troppa disinvoltura. Dagli ambienti rurali e selvaggi del film di Luzuriaga si &#232; tornati bruscamente al caos metropolitano, nonch&#233; a vicende pi&#249; vicine all&amp;#8217;attualit&#224;, con Fueras de juego (Fuori gioco, 2002), quasi un &amp;#8220;instant movie&amp;#8221; dedicato alle intense stagioni di lotta, di contrasti politici e mutamenti sociali, che hanno caratterizzato il paese sudamericano nei primi anni del duemila. Seppur con qualche scollamento, si fa apprezzare il tentativo di fondere insieme gli aspetti documentaristici e le dinamiche della fiction, incentrata qui sui turbamenti adolescenziali di Juan, proveniente da una famiglia piccolo-borghese e autoritaria ma orientato a frequentare giri pericolosi, nella segreta speranza di ottenere il denaro necessario per emigrare dal paese. Sempre a proposito di emigrazione, meno incisiva sul piano prettamente cinematografico ma illuminante e quasi irresistibile a livello umano &#232; stata la visione di un documentario, A polverera (La polveriera, 2005), scortato a Genova da Maria Rosa Jijon, che insieme alle italiane Manuela Borgietti e Sonia Maccari ne firma la regia. La presenza della regista &#232; stata inoltre utile per scoprire altri aneddoti, riguardo a questo lavoro che le tre donne hanno realizzato per investigare, con dichiarata empatia, sui pi&#249; disparati risvolti dell&amp;#8217;improvvisato campionato di calcio femminile che le migranti ecuadoriane da anni organizzano a Roma, in uno scalcinato campetto del Colle Oppio.
Interessanti incontri tra pubblico e autori hanno connotato in positivo, quindi, l&amp;#8217;intera giornata festivaliera; a riprova di ci&#242;, un evento di chiusura che ci ha visto particolarmente motivati ed attenti: l&amp;#8217;arrivo di Gianfranco Pannone, grande documentarista che col suo Ma che storia&amp;#8230; ha saputo inquadrare diversamente il percorso, spesso inutilmente retorico, di celebrazione dei 150 anni dell&amp;#8217;unit&#224; d&amp;#8217;Italia. Con intelligente ironia, Pannone ci guida in un viaggio tra i diversi modi in cui nei decenni passati &#232; stata vissuta, ricordata, analizzata l&amp;#8217;epopea risorgimentale, proponendo (col supporto di Angelo Musciagna) un montaggio fluido in cui trovano posto segmenti di animazione, cinegiornali, vuote cerimonie fasciste rese ancor pi&#249; tetre dal codazzo di ragazzini in divisa, sorprendenti (ma fino a un certo punto) dichiarazioni proto-leghiste nella Lombardia del boom economico, manifestazioni di popolo pi&#249; genuine. Il regista, che a ridosso di altre pratiche documentaristiche a sfondo creativo ha gi&#224; ottenuto validissimi risultati (Lettere dall&amp;#8217;America, Pomodori, Latina/Littoria, solo per citarne alcuni), anche alle prese con film di montaggio come questo ha dimostrato di saperci fare. Ed oltre al fascino delle immagini o alle sottili inquietudini ad esse correlate, merita una segnalazione l&amp;#8217;eccellente lavoro di recupero delle tradizioni musicali, operato dal cineasta con la consulenza dell&amp;#8217;esperto e qualificato Ambrogio Sparagna.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri festival</category>
			<pubDate>09/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Finimondi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=30&amp;art=8816</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Festival/electroma-130x90.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Chi ha paura del 21 Dicembre 2012? Boom!! Cataclismi planetari esclusi, tutti abbiamo un&amp;#8217;idea ben precisa di quello che provocherebbe la propria catastrofe emotiva. Ognuno di noi porta gi&#224; dentro di s&#233; la sua fine del mondo. Una ferita mal rimarginata, una perdita, una lotta interiore, un trauma lancinante mai urlato. Fa molta pi&#249; paura il male che non si vede, quello subdolo che si annida nell&amp;#8217;essere umano rispetto alla calamit&#224;, al cosiddetto giudizio universale. Il cinema &#232; il nostro avvenente congegno atomico di sogni e incubi collettivi. Vi alloggia e prolifica ogni genere e forma di apocalisse possibile. La rassegna FINIMONDI ne propone alcune che vanno da crisi e drammi esistenziali fino ad arrivare in esoterici luoghi in cui l&amp;#8217;umanit&#224;, o quello che l&amp;#8217;ha sostituita, si confronta col post-atomico. In questo percorso, composto da 6 film, l&amp;#8217;indicatore del sovvertimento sar&#224; la parola dal suo svelare segreti e verit&#224; sconvolgenti al suo perturbante annullamento. Ad ogni fine &#232; legata sempre una rinascita.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri festival</category>
			<pubDate>03/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Guida ai Festival</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=28&amp;art=8806</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Festival/rotterdam130x90.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Festival

Gioved&#236; 05
Palm Springs International Film Festival
Palm Springs (USA) 05 - 16/01
www.psfilmfest.org

Marted&#236; 17
Troms&#248; Film Festival
Troms&#248; (Norvegia) 17 - 22/01
www.tiff.no

Gioved&#236; 19
Solothurn Film Festival
Solothurn (Svizzera) 19 - 26/01
www.solothurnerfilmtage.ch
---
Sundance Film Festival
Park City (Usa) 19 - 26/01
www.sundance.org
---
Trieste Film Festival
Trieste (Italia) 19 - 25/01
www.triestefilmfestival.it

Venerd&#236; 20
Festival Premiers Plans D'Angers
Angers (Francia) 20 - 29/01
www.premiersplans.org

Luned&#236; 23
Festival Internazionale di Biarritz (FIPA)
Biarritz (Francia) 23 - 29/01
www.fipa.tm.fr

Mercoled&#236; 25
Rotterdam International Film Festival
Rotterdam (Olanda) 25/01 - 05/02
www.filmfestivalrotterdam.com

Gioved&#236; 26
Santa Barbara International Film Festival
Santa Barbara (Usa) 26/01 - 05/02
www.sbiff.org

Venerd&#236; 27
G&#246;teborg Film Festival
G&#246;teborg (Svezia) 27/01 - 06/02
www.giff.se


Deadline

Venerd&#236; 06
Seattle International Film Festival
www.siff.net
---
Tribeca Film Festival
www.tribecafilmfestival.org

Luned&#236; 09
David di Donatello
www.daviddidonatello.it
---
Linz Film Festival
www.crossingeurope.at

Marted&#236; 10
Bergamo Film Meeting
www.bergamofilmmeeting.it
---
Visions du Reel
www.visionsdureel.ch

Venerd&#236; 13
Aspen Shortsfest
www.aspenfilm.org/index.php/events/aspen-shortsfest
---
Hot Docs
www.hotdocs.ca
---
Oberhausen International Short Film Festival
www.kurzfilmtage.de

Domenica 15
CPH:PIX
www.cphpix.dk
---
Tiburon International Film Festival
www.tiburonfilmfestival.com

Luned&#236; 23
IndieLisboa
www.indielisboa.com

Marted&#236; 31
Buenos Aires International of Independent Cinema
www.bafici.gob.ar/home/web/en/index.html&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;guida ai festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;31/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>guida ai festival</category>
			<pubDate>31/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Marco M&#252;ller e Venezia - Una questione privata?</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=48&amp;art=8787</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/8/Festival/Venezia%2067/marco-muller-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;11 settembre 2011: mentre la stampa sembra dominata dalle commemorazioni per il decennale dell'attentato alle Twin Towers newyorchesi, il mondo cinefilo italiano e mondiale innalza peana nei confronti dell'ottava edizione della Mostra di Venezia diretta da Marco M&#252;ller, l'ultima del secondo mandato ricevuto dalla Biennale. CineClandestino &#232; in prima fila per quel che concerne gli elogi, ribadendo come &amp;#8220;l'ottava e finora ultima edizione della Mostra diretta da Marco M&#252;ller conferma (al di l&#224; delle polemiche create ad hoc durante lo svolgimento del festival) che la via intrapresa &#232; l'unica in grado di mantenere l'evento lagunare al livello di Cannes e dell'&#233;lite culturale mondiale.&amp;#8221; Ovviamente non mancano le voci dissonanti, ma l'impressione che si ha negli ultimi giorni di estate &#232; quella di una obbligatoria riconferma di M&#252;ller ai vertici della kermesse lidense. Arriva anche la conferma, a parole, dell'allora ministro Giancarlo Galan, che dopo aver proposto Giulio Malgara alla presidenza della Biennale caldeggia il rinnovo per un altro mandato al direttore. Poi, nel giro di un mese e mezzo, tutto cambia: Malgara rifiuta l'incarico dopo le polemiche sorte attorno al suo nome, e il presidente &#232; ancora Paolo Baratta, con il quale M&#252;ller ha avuto un rapporto sempre pi&#249; deteriorato con il passare dei mesi e degli anni. Interviene anche il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, esponente del Partito Democratico alla guida di una coalizione di centro-sinistra, che si esprime a favore di cambiamento alla guida della Mostra.  
Questi, finora, i fatti in questione: in attesa che venga data una notizia ufficiale sulle sorti del pi&#249; importante evento cinematografico italiano &amp;#8211; secondo a livello europeo solo dopo Cannes &amp;#8211; e che si sappia quale dovr&#224; essere la sorte di M&#252;ller, ci&#242; che appare pi&#249; sorprendente &#232; l'assoluto silenzio mediatico nel quale si sta svolgendo uno dei nodi cruciali per il destino culturale della penisola nel futuro immediato. Andrebbe forse sottolineato come solo la direzione M&#252;ller sia stata in grado di ricollocare Venezia a pochi passi da Cannes nell'empireo festivaliero mondiale: otto anni fa la Mostra viveva un periodo di profonda crisi, nonostante le due buone edizioni curate da Moritz de Hadeln, e nessuno avrebbe avuto l'ardire di aspettarsi una palingenesi cos&#236; profonda e radicale. M&#252;ller ha preso in mano un progetto confuso e gli ha donato una personalit&#224; riconoscibile: un luogo dove il cinema popolare, il mondo autoriale e la sperimentazione visiva vivono in osmosi, prendendo spunto e ispirazioni gli uni dagli altri. Senza mai tradire la propria indole cinefila M&#252;ller ha aperto le porte all'oriente e all'animazione, riportando in laguna alcuni dei grandi maestri del cinema hollywoodiano (non ultimi David Cronenberg e William Friedkin), seducendo vecchie e nuove star e invitando alle danze l'indipendenza, glorificando nomi finora a uso e consumo dei cinefili di stretta osservanza e donando lo spazio consono ai grandi maestri del cinema europeo, come conferma il Leone d'Oro assegnato ad Aleksandr Sokurov solo tre mesi fa. Un approccio a trecentosessanta gradi che ha sempre trovato riscontro non solo nel pubblico, ma anche e soprattutto nel mondo della stampa, in particolar modo quella online. Lo stesso mondo che ora rimane a bocca chiusa, in attesa silente di scoprire cosa succeder&#224;. Ma, per quanto si tratti probabilmente di un intervento destinato a incidere ben poco sulle scelte del cda della Biennale, consideriamo doveroso far sentire la nostra voce, anche e soprattutto ora: perch&#233; se siamo sempre stati dalla parte di M&#252;ller e della sua direzione artistica &#232; perch&#233; ha dato l'impressione di aver scoperto la chiave per donare nuova vita a un evento attaccato da pi&#249; parti, anche all'interno della penisola (si pensi alla stancante diatriba con Roma, dalla quale la Venezia di M&#252;ller &#232; uscita senza dubbio vincente), senza mai scendere a compromessi ma allo stesso tempo con l'intelligenza e la capacit&#224; di non rinchiudere la kermesse in un eremo ma di aprirsi al mondo. Questo grazie anche al solido gruppo di lavoro creato nel corso degli anni, un entourage dominato da persone giovani e d'esperienza, qualit&#224; rara in un universo cinematografico sempre pi&#249; standardizzato e omogeneizzato. Sprecare ora tutti questi anni di lavoro quando si &#232; finalmente consolidato il nome della Mostra anche agli occhi dei pi&#249; scettici sarebbe un errore fatale, imperdonabile: anche perch&#233; l'impressione &#232; che tutto si stia svolgendo solo per regolare i conti di una questione privata, della quale rischia di soffrire l'intero panorama culturale italiano. 
Marco M&#252;ller &#232; una ricchezza che l'intero circuito festivaliero internazionale invidia &amp;#8211; e lo dimostrano i pi&#249; volte menzionati tentativi di &amp;#8220;acquisto&amp;#8221; da parte di varie realt&#224; mondiali &amp;#8211; e sarebbe folle e autolesionista abbandonarla: anche perch&#233;, al di l&#224; di quanto affermato da voci pi&#249; o meno &amp;#8220;autorevoli&amp;#8221;, non esiste alcuna necessit&#224; di cambiamento, come dimostrano all'estero le conferme di Thierry Fr&#233;maux a Cannes e Dieter Kosslick a Berlino. La rivoluzione non ha alcun senso se non viene motivata in maniera compiuta e razionale, e non bastano dissidi interni a giustificare un cambiamento di questa portata. Venezia &#232; la vetrina del mondo cinematografico italiano, e ha il dovere di puntare sull'eccellenza, che al momento sembra poter garantire solo la conferma di M&#252;ller. Anche perch&#233; il direttore e il suo staff non hanno ancora concluso il loro lavoro di palingenesi della Mostra, e sarebbe giusto e doveroso concedergli questa possibilit&#224;. Con la speranza che anche l'informazione cinematografica abbia la forza e la coerenza di prendere una posizione netta.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;27/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>27/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Butter</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=31&amp;art=8532</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Alice%20nella%20citt%C3%A0/butter-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;In Iowa, terra popolata da quasi tre milioni di anime e un imprecisato numero di mucche, esiste una radicata tradizione artistica legata alle fiere e alle sagre locali: le sculture di burro. 
Jim Field Smith con la sua ultima commedia disegna un ritratto sarcastico e divertito dell&amp;#8217;America del midwest repubblicano traendo spunto proprio da una competizione artistica ad alto contenuto di grassi animali: nel disimpegnato Butter luoghi comuni ed estremizzazioni delle personalit&#224; rappresentano la divertente impalcatura sulla quale il regista di Lei &#232; troppo per me modella una personale rilettura delle dinamiche politiche e dei confronti elettorali, dove la spregiudicatezza &#232; consuetudine e i colpi bassi parte della routine. 
L&amp;#8217;intreccio narrativo &#232; essenziale e lineare: una moglie perfettina dalle grandi ambizioni non accetta che il marito voglia rinunciare a partecipare alla competizione locale delle sculture di burro delle quali &#232; un pluriennale vincitore. Decide quindi di iscriversi per evitare che il titolo possa finire nelle mani di un&amp;#8217;altra famiglia ma i suoi sogni di gloria vengono incrinati dall&amp;#8217;arrivo della talentuosa e arguta Destiny, un&amp;#8217;orfana afro-americana  che ha trascorso tutti i suoi dieci anni di vita rimbalzando di affido in affido senza mai perdere di vista i propri sogni.
E&amp;#8217; uno scontro fra &amp;#8220;american dream&amp;#8221; quello al centro del soggetto: il tradizionalismo repubblicano fronteggia le buone speranze democratiche, in una scacchiera ben articolata che irride con gusto bipartisan ma che &amp;#8211; pur ponendo l&amp;#8217;intera immagine della societ&#224; statunitense sotto la lente del sarcasmo - riserva le riflessioni pi&#249; caustiche alle contraddizioni della destra moderata, tra principi ultra-cristiani e arrivismo. 
Il film ha un ritmo sostenuto, battute sottili che giocano intelligentemente con la &amp;#8220;cattiveria&amp;#8221; (per la verit&#224; piuttosto bonaria e mai davvero mordace) e sa gestire con equilibrio gli stereotipi, creando uno scenario popolato da figure decisamente estremizzate ma i cui comportamenti non paiono poi cos&#236; impossibili o improponibili sulla scena reale. Peccato che soprattutto nel finale il film addolcisca molto i suoi toni e mitighi gli aspetti pi&#249; ruvidi del suo racconto in virt&#249; di un quadro di generale conciliazione che per&#242; non manca di riservare qualche piacevole sorpresa: tuttavia in generale gli aspetti pi&#249; &amp;#8220;zuccherosi&amp;#8221; della pellicola sono quelli che sembrano funzionare meno sullo schermo, mentre la spigolosit&#224; e l&amp;#8217;ironia dei &amp;#8220;cattivi&amp;#8221; rappresenta la vera iniezione di vitalit&#224; del film (la spietata mogliettina e la lap-dancer affarista e manipolatrice non a caso sono i due personaggi pi&#249; incisivi).
A questo proposito &#232; bene sottolineare che prima ancora che una commedia scritta con arguzia, Butter &#232; una pellicola decisamente ben recitata che si diverte a mettere in discussione le caratteristiche dei suoi interpreti spogliandoli dei loro &amp;#8220;personaggi-tipo&amp;#8221; e coinvolgendoli in ruoli estremamente distanti da quei modelli: Jennifer Garner &#232; una casalinga senza scrupoli che sogna un futuro da first lady (o forse da Presidente?), Hugh Jackman &#232; un imbambolato concessionario automobilistico, Olivia Wilde una spogliarellista prostituta con uno spiccato senso degli affari e un incontrollabile desiderio di rivalsa sul perbenismo&amp;#8230; 
Prodotto di intrattenimento familiare decisamente gradevole (anche se i pi&#249; piccoli probabilmente  non coglieranno una consistente quota dei riferimenti &amp;#8220;storici&amp;#8221; che costellano il film), Butter &#232; divertente e disimpegnato, pur peccando un po&amp;#8217; di retorica (soprattutto il personaggio di Destiny, bambina-modello spiritosa e profonda, sembra appena fuggito dalla fiera dei buoni sentimenti) e forse non frutta pienamente il ricco bacino di originalit&#224; che invece lo spunto di partenza avrebbe potuto suggerire. Grottesco e spiritoso il film fotografa una realt&#224; a stelle e strisce provinciale e &amp;#8220;sempliciotta&amp;#8221;, venata da meschinit&#224; e mitezza con equivalenti proporzioni: Jim Field Smith firma una commedia dell&amp;#8217;assurdo che, dietro all&amp;#8217;irragionevole guerra imbracciata dalla protagonista per difendere il suo primato scultoreo (&amp;#8220;&#232; solo burro&amp;#8230; fa male alla salute!&amp;#8221; sbotta il padre adottivo di Destiny), accenna una riflessione &amp;#8211; in verit&#224; mai pedante o ingombrante nello sviluppo della pellicola &amp;#8211; sull&amp;#8217;America contemporanea fra razzismo, ipocrisia e ambizione. Chiss&#224;, forse con un po&amp;#8217; di zucchero in meno la ricetta sarebbe risultata pi&#249; sfiziosa.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;concorso - fuori concorso&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;22/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>concorso - fuori concorso</category>
			<pubDate>22/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Sip'ohi - El lugar del Mandur&#233;</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=42&amp;art=8772</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/el-lugar-del-mandur%C3%A9-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&#171;Vengono con i taccuini, i registratori e le macchine fotografiche. Arrivano, prendono, e se ne vanno. Alcuni ritornano, ma non rimangono mai&#187;.
Questo commento, affidato alla voce fuori campo di uno dei personaggi, pu&#242; essere considerato il fulcro di Sip&amp;#8217;ohi - El lugar del Mandur&#233;. In un dialogo molto semplice e consapevole, due persone cercano una spiegazione al fatto che essi non possiedono i materiali della loro cultura.
Il problema della restituzione delle fonti &#232; una questione centrale per la pratica antropologica degli ultimi decenni, e lo &#232; anche per tutto quel cinema passato dall&amp;#8217;osservazione alla partecipazione, da uno sguardo esterno ad uno interno. Sebasti&#225;n Lingiardi aveva gi&#224; affrontato il problema della trasmissione della lingua e della cultura Wich&#236; nel suo film precedente, Las Pistas. Questo El lugar del Mandur&#233;, vincitore del Grand prix de la Comp&#233;tition Internationale al FIDMarseille 2011, pu&#242; essere considerato quasi come una sua continuazione.
All&amp;#8217;inizio, vediamo delle mani che tentano di accendere un fuoco sfregando dei bastocini, e fuori campo una voce racconta di come il fuoco venne rubato dagli uomini a un dio-giaguaro. La nascita della fiamma accompagna lo svolgersi del racconto, e il suo crescente bagliore coincide con lo scippo prometeico del mito. Vediamo poi Gustavo davanti a un computer, che rivede i materiali girati per il documentario. Il film prende cos&#236; in carico il desiderio del protagonista di raccontare la storia della sua gente, e la propria.
La camera di Lingiardi diventa invisibile, occhio contemplativo che si fa da parte, e pone una guida, Salvatierra, al centro del film. Le immagini, sospese nella loro aderenza al reale, si intrecciano al mito come in un contrappunto musicale. Le culture orali mantengono sempre una relazione diretta con l'ambiente. A differenza delle culture &amp;#8220;occidentali&amp;#8221;, basate sulla scrittura, in esse la parola ha funzioni pratiche: organizza la societ&#224;, stabilisce valori e modalit&#224; di convivenza. &#200; la stessa mitologia dei Wichi quindi a essere sempre connessa alla vita quotidiana.
Durante il film, i diversi miti si susseguono e a volte si incastrano nel racconto dei personaggi: immersi nel loro ordinario da farsi, gli abitanti del villaggio ripetono le storie della cosmogonia dei Wich&#236;, le leggende che per secoli sono state tramandate senza l&amp;#8217;uso della scrittura.
In una inaspettata sequenza di mise en ab&#238;me, Gustavo registra tutto, e impersonando un certo Felix, cerca di creare un piccolo programma radiofonico con i materiali raccolti. Nel tempo presente di un reale ricostruito, Gustavo/Felix abita la propria storia: il cinema diventa cos&#236; nuovo documento, riappropriazione di ci&#242; che era andato perduto, ma soprattutto diventa una forma di auto-rappresentazione. Non solo &amp;#8220;come ci hanno visto gli altri&amp;#8221; (i bianchi), ma &amp;#8220;come ci vediamo noi&amp;#8221;.
I Wich&#236; hanno cominciato a ritrovarsi e a raccontarsi. In un montaggio alternato tra il racconto in presa diretta e la sua diffusione radiofonica, il cerchio si chiude, la parola dei Wich&#236; finalmente ritorna.
Per il finale, Gustavo vorrebbe per&#242; lo schermo nero. Non esistono infatti immagini per raccontare gli ultimi miti: disegnata dalle parole di un vecchio, comincia la creazione del mondo...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Gabriele Magazz&ugrave;&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>20/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Sette opere di misericordia</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=42&amp;art=8721</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/Sette%20opere%20di%20misericordia/Sette-opere-di-misericordia-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Fotogramma nero, assolvenza sonora da cui inizia a emergere un lontano e indistinto brusio di voci off. L&amp;#8217;inizio del cinema (lungo) dei gemelli De Serio &#232; gi&#224; una dichiarazione di poetica. Una sorta di manifesto estetico fondato sull&amp;#8217;occlusione dello sguardo (o, forse meglio, sul vedere diversamente) e sulla rilevanza assegnata alla sonorit&#224; che sta sul fondo. Importante proprio perch&#233; indistinta, decisiva proprio in quanto ai margini. Un folgorante inizio che sembra rifarsi alla ricerca espressiva dell&amp;#8217;ultimo Monteiro (Branca de Neve) &amp;#8211; regista portoghese peraltro molto amato da Gianluca &amp;#8211; e il cui merito pi&#249; grande &#232; forse quello di mettere da subito in guardia lo spettatore: attenzione, non ti trovi di fronte al solito film italiano!
Le vicende incrociate di Luminita (la sorprendente attrice rumena Olimpia Melinte), immigrata clandestina di origini moldave sfruttata da alcuni suoi connazionali, e di Antonio, l&amp;#8217;anziano con un buco in gola e gravi problemi di salute cui d&#224; vita Roberto Herlitzka (la cui interpretazione &#232; stata tributata del premio &amp;#8220;Maria Adriana Prolo&amp;#8221; dal 29&#176; Torino Film Festival), hanno infatti ben poco di italiano. Sono s&#236; ambientate in una Torino livida e spettrale, ma potrebbero esserlo in una qualsiasi periferia di una grande citt&#224; europea. Due vite ai margini costrette a incontrarsi, a riconoscersi, (forse) a salvarsi. Due esistenze offese raffigurate nella quotidiana lotta che intrattengono con il mondo, due traiettorie fuori pista colte nella flagranza del deragliamento, due corpi sofferenti il cui unico aspetto misericordioso sembra essere lo sguardo che li ritrae. Nell&amp;#8217;inusuale struttura a chiasmo del film &#232; dunque gi&#224; iscritto il suo senso recondito: l&amp;#8217;incontro con l&amp;#8217;Altro come possibilit&#224;, ma anche come (ultima) salvezza.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Crispino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>13/12/2011</pubDate>
		</item>
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			<title>Le Vendeur</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=37&amp;art=8604</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Concorso/Le%20Vendeur/Le-Vendeur-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Vincitore dei premi Cipputi e Fipresci alla ventinovesima edizione del Torino Film Festival, Le vendeur &#232; il positivo esordio alla regia del canadese S&#233;bastien Pilote, un ritratto misurato e partecipe di un cinico venditore d&amp;#8217;auto sessantasettenne che vale da arguta riflessione sulla crisi economica in atto a livello globale. Il protagonista, Michel (interpretato dall&amp;#8217;elegante e enigmatico Gilbert Sicotte), vanta da anni un rendimento di vendita superiore a quello di tutti i suoi colleghi e continua a trovare nuovi clienti nonostante il piccolo paesino del Qu&#233;bec in cui vive sia in piena crisi recessiva perch&#233; la maggior parte della popolazione ha perso il posto per la chiusura di una grande industria cartaria. Ambientato nella cittadina di Dolbeau-Mistassini, costantemente immersa nella neve, Le vendeur mostra la reale chiusura di una fabbrica del posto, mettendola in scena con pochi cambiamenti e chiamando a fare da attori e comparse anche alcuni degli ex operai. E la scelta di partire da un dato reale ha permesso a S&#233;bastien Pilote di avere uno sfondo assolutamente realistico e verosimile su cui poi costruire la storia di finzione del venditore d&amp;#8217;auto. Lo stesso stile registico di Pilote, fatto di una insistita macchina a mano e di una felice commistione di stilemi visivi del cinema di finzione e di quello documentaristico, consente di avere il polso preciso della situazione, come se si stesse assistendo in presa diretta alla dismissione di una cittadina intera e, per traslato, a quella di tutta la societ&#224; industriale dell&amp;#8217;Occidente. 
Cos&#236; ne Le vendeur assistiamo alla chiusura della fabbrica, a quella dell&amp;#8217;ospedale di zona e poi addirittura a quella del benzinaio, mentre il nostro venditore d&amp;#8217;auto continua a propinare berline e pick-up ai suoi concittadini, coinvolgendo persino un operaio in cassa integrazione che non ha i soldi per pagare l&amp;#8217;auto. Ultimo cieco schiavo del capitalismo, Michel &#232; un garbato automa incapace di rendersi conto che il mondo intorno a lui sta deflagrando e che la societ&#224; del boom economico e industriale degli anni &amp;#8217;60 &#232; ormai in fase di dissolvimento. L&amp;#8217;unico aspetto non mercificato della sua vita &#232; il rapporto con la figlia e il nipote, cui dona e riceve affetto, anche se il tentativo di istradare il bambino sulla via del commercio suona come ulteriore segnale di ambiguit&#224; del personaggio. Pilote riesce infatti a disorientare lo spettatore con il progressivo disvelamento di un protagonista odioso e, per certi versi, mostruoso. Michel &#232; affabile, sornione, ironico, ha un atteggiamento sempre amicale verso il prossimo, tutti lo rispettano e lo ossequiano, ma dietro il suo volto sorridente si nasconde il nulla di un uomo che non ha amici ed &#232; completamente privo di morale.
Oltre ai vari discorsi che pu&#242; sollecitare la figura del protagonista e al di l&#224; della precisa parabola discendente della societ&#224; occidentale del Novecento che si pu&#242; leggere in maniera indiretta in questo piccolo film, ne Le vendeur vi &#232; inoltre anche una costruzione simbolica che, sia pur non insistita, ispessisce lo stile fortemente documentaristico del racconto. L&amp;#8217;esempio pi&#249; emblematico in tal senso appare l&amp;#8217;alce morto e sanguinolento che viene trascinato sopra un&amp;#8217;auto all&amp;#8217;inizio del film, un&amp;#8217;immagine che torna poi all&amp;#8217;approssimarsi del finale e vale da implicita epitome di un mondo prossimo alla fine; ma di uguale interesse, anche se pi&#249; sottile, appare anche la scena con cui si chiude Le vendeur, del tutto slegata dalla narrazione eppure simbolicamente potente: il cartello-picchetto su cui gli operai segnavano i giorni di chiusura temporanea della fabbrica (chiusura poi divenuta permanente) &#232; stato riadattato da dei bambini che ora lo utilizzano come trampolino per le loro biciclette. La fabbrica e le automobili sono perci&#242; sparite in questo finale, ma il mondo non &#232; finito con loro, una rinascita &amp;#8211; magari ecosostenibile &amp;#8211; &#232; possibile.
Le vendeur appare dunque come uno dei pochi e dei migliori racconti della crisi economico-industriale che stiamo vivendo nella nostra societ&#224;, un contributo che ad esempio in Italia ancora non c&amp;#8217;&#232; stato, se non nell&amp;#8217;incerta soluzione adottata dallo stesso Gianni Amelio, da tre anni direttore del festival qui a Torino, che nel 2006 diresse La stella che non c&amp;#8217;&#232;, tralasciando per&#242; la valenza simbolica di una dismissione industriale per farsi prendere la mano, sul piano narrativo, da un incontro multiculturale troppo intriso di buonismo tra un italiano e una cinese.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;concorso - fuori concorso&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessandro Aniballi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>concorso - fuori concorso</category>
			<pubDate>12/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Sangue do meu Sangue</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=42&amp;art=8717</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/Sangue%20do%20meu%20Sangue/Sangue-do-meu-Sangue-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Jo&#227;o Canijo ha avuto l&amp;#8217;opportunit&#224; di esordire nel mondo del cinema lavorando come assistente di Manoel de Oliveira sul set di Francisca e da allora ha avuto la fortuna di poter proseguire la sua carriera con nuove collaborazioni eccellenti (Wim Wenders, Alain Tanner e Werner Schroeter): passato poi definitivamente alla regia, i suoi film hanno spesso raggiunto le grandi vetrine festivaliere &amp;#8211; talora in selezione ufficiale, talora nelle sezioni collaterali - da Rotterdam, a Venezia, a Cannes.
Sangue do meu Sangue, il suo ultimo film presentato in Festa Mobile al Torino Film Festival, &#232; il risultato di un&amp;#8217;interessante sintesi e contrapposizione fra sceneggiatura e messa in scena: la pellicola infatti accosta a un approccio stilistico e formale ultra-realistico un&amp;#8217;evoluzione narrativa che fa leva sui ritmi e gli intrecci dei pi&#249; classici mel&#242;.
Ambientata durante i mondiali di calcio del Sudafrica in un quartiere periferico di Lisbona, la pellicola &#232; innanzitutto un inno all&amp;#8217;amore incondizionato, quello che pu&#242; portare a mettere a repentaglio le proprie sicurezze e i propri equilibri: attraverso le vicissitudini di una famiglia sorretta dalla figura dolce e al contempo determinata di una madre che ha cresciuto da sola i propri figli, Canijo si dedica alla realizzazione di un affresco emotivo dalle tinte vividissime che d&#224; vita a un progetto di costruzione drammatica nettamente influenzata dal repertorio delle telenovelas sudamericane.
L&amp;#8217;iperrealismo &#232; un pilastro fondamentale sul quale si strutturano le scelte registiche di Sangue do meu Sangue ma l&amp;#8217;elaborazione &amp;#8220;percettiva&amp;#8221; del risultato finale ricopre un ruolo cruciale: le tracce audio si sovrappongono le une alle altre creando un sottofondo unico costante che accompagna i dialoghi, i discorsi dei personaggi si sommano e si intrecciano anche quando non sono collegati mescolandosi alle telecronache degli incontri calcistici e ai rumori di fondo della citt&#224; con i suoi sobbalzi. Per quanto concerne la resa visiva Canijo si affida alla multi-composizione dell&amp;#8217;inquadratura, dove si sviluppano pi&#249; situazioni &amp;#8220;affiancate&amp;#8221; in una lunga serie di piani sequenza e scene parallele: il sapiente uso della scenografia e della suddivisione degli spazi &#232; solo uno degli espedienti formali che il regista utilizza nello smarcare il proprio racconto dalle lusinghe del melodramma familiare pi&#249; strappalacrime e sdolcinato, escludendo totalmente fotografia patinata ed edulcorazione degli ambienti e dedicandosi a una lettura attenta e trasparente delle vicende di cui si occupa.
Il film ha un carattere tendenzialmente femminile, forte della presenza ingombrante ma non soverchiante di donne dalla personalit&#224; decisamente spiccata - M&#225;rcia, madre coraggiosa, sua figlia Cla&#250;dia alle prese con l&amp;#8217;amore clandestino con l&amp;#8217;affascinante medico  che la segue nel suo corso da infermiera e Ivete, sorella minore di M&#225;rcia, fragile e temeraria allo stesso tempo: &#232; attorno alle tre protagoniste che si articola tutta la struttura narrativa che inanella amori, tradimenti, drammatici contatti con la malavita.
Sangue do meu Sangue segue il flusso emotivo e l&amp;#8217;evoluzione dei rapporti fra i personaggi, evidenziandone costantemente la solidit&#224;: ispirato da una riflessione sull&amp;#8217;amore di Ant&#242;nio Lobo Antunes (&amp;#8220;L&amp;#8217;amore puro pu&#242; essere messo alla prova, ma non &#232; mai a rischio&amp;#8221;), Canijo punta i riflettori sul ruolo redentore del sentimento e sulla strenua ispirazione salvifica che talvolta fa da stimolo alle azioni e alle reazioni, l&#224; dove il desiderio della felicit&#224; altrui porta a determinare decisioni estreme.
Sperimentale e intrigante pur senza cedere al virtuosismo pi&#249; sterile, Sangue do meu Sangue sfrutta i suoi numerosi e intrecciati piani narrativi per condurre una riflessione sulla depravazione morale e sulla drammatica escalation di violenza che pare caratterizzare la vita quotidiana: &amp;#8220;pi&#249; il paesaggio emotivo &#232; arido pi&#249; ogni gesto d&amp;#8217;amore diventa incondizionato e autentico&amp;#8221; ha annotato il regista e speranza e sacrificio si fondono e uniscono in questa lettura ragionata e ben gestita del sentimento.
Il film &#232; il risultato di uno studio lungo e serrato del regista e del cast (la lavorazione &#232; durata ben due anni) e coniuga anime differenti che si fondono in un&amp;#8217;indagine seria e approfondita di un dramma familiare contemporaneo che scava nel disagio, nella corruzione, nell&amp;#8217;umiliazione: Canijo si addentra fra le ombre del degrado del quartiere periferico Padre Cruz, fra piccoli spacciatori e vendette mortificanti, dedicandosi con pazienza e scrupolo alla forte caratterizzazione dei personaggi, sia quelli pi&#249; schematici che quelli pi&#249; poliedrici.
L&amp;#8217;elegante confezione tecnica attutisce qualche contraccolpo narrativo &amp;#8211; gli intrecci nel corso della pellicola si fanno davvero avviluppati come nella migliore tradizione soap &amp;#8211; e Sangue do meu Sangue si dimostra un buon esempio di cinema consapevole,  soppesato ma non manierato, che sa raccontare una parentesi familiare con i toni dell&amp;#8217;epopea senza rinunciare a una rappresentazione aderente alla realt&#224;, giocando con linguaggi differenti e adattandoli a un discorso coerente e non noioso.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;08/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>08/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>With or Without Me</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=42&amp;art=8724</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/With%20or%20Without%20Me/With-or-without-me-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Avere a disposizione un potenziale immenso dal punto di vista drammaturgico e soprattutto empatico, per poi buttarlo letteralmente al vento: questo &#232; il responso che il grande schermo ha riservato a With or Without Me, documentario presentato nel concorso internazionale della sezione Festa Mobile della ventinovesima edizione del Torino Film Festival. Un giudizio impietoso che ha segnato il destino di tante opere e dal quale With or Without Me non &#232; riuscito a sottrarsi, andando di fatto ad aggiungere un nuovo tassello in quelle statistiche infelici che hanno visto, e continuano a vedere, molto cinema scivolare nel dimenticatoio per le mancanze e le colpe che ne hanno macchiato e marchiato l&amp;#8217;esistenza. Il film diretto a quattro mani da Swann Dubus e Phuong Thao Tran, infatti, rivisitato a distanza in chiave critica vede accrescere ancora di pi&#249; la sensazione di essersi imbattuti nell&amp;#8217;ennesima occasione persa; sensazione nata nella mente dello spettatore gi&#224; dopo pochi istanti dalla fine dei titoli di coda.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;08/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>08/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Cracks in the Shell</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=42&amp;art=8715</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/Cracks%20in%20the%20Shell/Cracks-in-the-Shell-cvr160.png&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La ventinovesima edizione del Torino Film Festival ha portato sugli schermi della citt&#224; della Mole suggestioni e stili diversi, racconti di realt&#224; semplici e complesse: uno dei temi pi&#249; ricorrenti nella selezione della kermesse &#232; stato senz&amp;#8217;altro quello del &amp;#8220;racconto di formazione&amp;#8221;, della progettualit&#224; del crescere e dei suoi imprevisti. Cracks in the Shell (Die unsichtbare nel titolo originale) di Christian Schwochow si dedica a un percorso inverso, seguendo la decostruzione dell'io di Josephine, studentessa di teatro dall'incrollabile passione ma che fatica a conquistare il palcoscenico. Tacciata di essere &quot;invisibile&quot; in scena, la ragazza vede progressivamente allontanarsi il suo sogno di emancipazione artistica e personale: tutto cambia quando del tutto inaspettatamente un noto regista teatrale la sceglie come protagonista del suo nuovo spettacolo. Per la giovane &#232; l'occasione di riscattarsi e di dimostrare il suo talento e affidandosi completamente alla manipolazione del suo Pigmalione l'attrice assorbir&#224; gli stimoli che le provengono dal suo personaggio, ritrovandosi coinvolta ben presto in un conflitto interiore fra la sua fragilit&#224; e timidezza e l'irruenza spavalda e trasgressiva di Camille, la femme fatale che dovr&#224; interpretare.
L'autodistruzione: &#232; questo l'elemento centrale nella riflessione portata avanti da Schwochow nel suo ultimo lavoro, che pedina il graduale e inarrestabile percorso di lacerazione e violenza psicologica che Josephine si infligger&#224; volontariamente per avvicinarsi al modello di perfezione che crede di dover perseguire per acquisire finalmente l&amp;#8217;autostima che sente di non avere e soprattutto per ripagare la fiducia di chi per la prima volta ha dimostrato di vedere il suo talento.
In molti hanno ritenuto opportuno associare Cracks in the Shell a Black Swan di Darren Aronofsky, se non altro per una inequivocabile comunanza di temi: effettivamente sono numerosi i punti di contatto fra le due pellicole, per quanto si tratti di progetti estremamente diversi la cui discordanza caratteriale si rivela soprattutto nel finale, quando nel tirare le somme della vicenda i due epiloghi mostrano di dirigersi verso traguardi molto distanti fra loro. Per rimanere in tema di pennuti lacustri, sarebbe forse interessante sottolineare come il cineasta tedesco punti all&amp;#8217;ennesima rilettura rielaborata de Il brutto anatroccolo di Hans Christian Andersen, associato in questo caso al sempreverde riferimento kafkiano alle &amp;#8220;metamorfosi&amp;#8221; impreviste e incontrollabili: il film quindi si presenta come una sintesi di influenze provenienti da mondi distanti cui si aggiungono consueti e non troppo approfonditi rimandi para-psicologici (Freud &#232; evocato soprattutto nella definizione delle dinamiche familiari ma anche nella descrizione del rapporto fra la protagonista e il regista teatrale).
A fare la differenza &#232; sicuramente l'interpretazione della brava Stine Fischer Christensen, nota in Italia soprattutto per il suo ruolo in Dopo il matrimonio di Suzanne Bier: la struttura centralizzata concepita da Christian Schwochow si articola tutta a partire dal suo personaggio e l'attrice danese fa leva sulle sue doti espressive &quot;asciugando&quot; la sua interpretazione per non rendere eccessivamente esasperati ed esagerati i tratti della sua Josephine.
Il nodo basilare che indebolisce la pellicola &#232; per&#242; proprio l'esacerbazione della vicenda tanto che - per quanto lo stile della regia sia scarno e la resa dell'immagine semplice - non sono pochi i momenti in cui Cracks in the Shell pare davvero spingere troppo sul pedale della sovraesposizione emotiva, indebolendo la potenziale crudezza della narrazione in funzione di un melodrammatico exploit passionale: il tormento amoroso ricorre in tutte le sue possibile declinazioni (la passione per la recitazione, l'asservimento nei confronti del proprio mentore, la sessualit&#224; disinibita, l'amore angustiato...) e il risultato &#232; un ibrido a volte un po&amp;#8217; zoppicante che mescola anime diversificate senza riuscire a collocare i vari spunti in uno schema ben coordinato.
Schwochow non cerca l&amp;#8217;esibizione dell&amp;#8217;orrore psicologico nel crollo infernale della protagonista (territorio d&amp;#8217;indugio ad esempio del gi&#224; citato Black Swan) e prova a circoscrivere l&amp;#8217;aspetto pi&#249; deflagrante della crisi dell&amp;#8217;attrice mitigando le potenziali asperit&#224; con potenti iniezioni di ottimismo e speranza &amp;#8211; i conflitti interiori non paiono trovare una vera risoluzione sullo schermo &amp;#8211; e in generale il film sembra mancare del coraggio necessario per imporre la propria personalit&#224;, limitandosi ad apparire come riproduzione sbiadita di esperienze filmiche gi&#224; vissute (si potrebbe risalire addirittura fino a Scarpette Rosse o ad alcuni aspetti di Perfect Blue del compianto Satoshi Kon).
Cracks in the Shell &#232; un mel&#242; classico che schiera l&amp;#8217;intera collezione di stereotipi che poteva adattarsi alla vicenda (dalla sorella con grave handicap al misterioso dirimpettaio) e che incapsula il tutto in una forma prevedibile e che si mostra del tutto disinteressata alla sperimentazione: Schowchow avrebbe potuto rischiare di pi&#249;, invece si irrigidisce in una serie di colpi di scena e presunte sincopi narrative che contribuiscono alla tenuta ritmica della pellicola &amp;#8211; che non &#232; noiosa malgrado la ripetitivit&#224; di alcune situazioni &amp;#8211; ma che non aiutano il film ad entrare nella profondit&#224; dell&amp;#8217;indagine sui personaggi.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>07/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Intruders</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=37&amp;art=8609</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/Intruders/Intruders-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Calamitata su di s&#233; l'attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori per il folgorante esordio dal titolo Intacto, messa in discussione sei anni dopo a causa dello zoppicante ritorno dietro la macchina da presa con 28 settimane dopo, Juan Carlos Fresnadillo affronta quella che si pu&#242; considerare a tutti gli effetti la prova del nove, vuoi perch&#233; Intruders &#232; il suo battesimo a stelle e strisce (pochi registi del Vecchio Continente hanno saputo sfruttare al meglio l'opportunit&#224;), vuoi perch&#233; lo scivolone con il sequel da lui diretto del pi&#249; riuscito zombie-movie firmato da Danny Boyle, ha frenato bruscamente una carriera in rampa di lancio.
Considerato uno dei migliori esponenti della new wave del cinema nero iberico (a fargli compagnia  colleghi come Jaume Balaguer&#242; e Paco Plaza), il regista di Tenerife classe 1967 fortunatamente ha retto l'impatto hollywoodiano, portando sul grande schermo un fanta-thriller di buona fattura, che mescola la favola gotica con frequenti accenti orrorifici. Il risultato &#232; un film che fa su &#232; gi&#249; lungo la colonna vertebrale dello spettatore, grazie ad una costruzione narrativa che vive di balzi spazio-temporali che consegnano allo schermo di turno (in attesa dell&amp;#8217;uscita nelle sale nostrane, su quelli della ventinovesima edizione del Torino Film Festival, dove &#232; stato presentato nella sezione Festa Mobile) un mix di tensione, suspense e mistero. Il tutto sembra custodito in una sorta di vaso di Pandora che, una volta scoperchiato, sprigiona fantasie primordiali, fantasmi della mente e paure ataviche che dall&amp;#8217;alba dei tempi affollano il lato oscuro del nostro Io e del nostro subconscio. Intruders punta tutto sul risveglio di queste paure da parte dello spettatore, chiamato a fare i conti con qualcosa che, in forme e in modi diversi, lo ha per forza di cose riguardato in passato e che a distanza di tempo pu&#242; essere riapparsa per tormentare il presente.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;concorso - fuori concorso&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>concorso - fuori concorso</category>
			<pubDate>07/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Gli Invisibili</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=29&amp;art=8712</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Festival/una-separazione-80x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Dal 7 dicembre 2011 al 25 gennaio 2012 si svolger&#224; al Cinema Eden di Arezzo (via Guadagnoli 2) il ciclo Gli Invisibili organizzato dal Comune in collaborazione con Cineforum 2 e Sentieri Selvaggi dove si potranno vedere alcune delle pellicole, amate dalla critica e premiate ai festival, mai distribuite in citt&#224;.
Oltre ai film, segnaliamo due eventi: l&amp;#8217;attrice Isabella Ragonese sar&#224; presente il 4 gennaio 2012 per presentare Il primo incarico di Giorgia Cecere, in cui &#232; una maestra elementare nella Puglia degli anni &amp;#8217;50. Il 21 dicembre 2011, prima della proiezione di Tomboy di C&#233;line Sciamma, sar&#224; presentato il cortometraggio Dall&amp;#8217;altra parte di Antonio Castaldo, alla presenza del regista e parte del cast che &#232; stato girato all&amp;#8217;Universit&#224; di Arezzo.
In cartellone anche il Leone d&amp;#8217;Oro di Venezia Faust di Aleksandr Sokurov (18 gennaio), l&amp;#8217;Orso d&amp;#8217;oro di Berlino Una separazione di Asghar Farhadi (25 gennaio). Completano il programma This Is England di Shane Meadows (7 dicembre), Super di James Gunn (14 dicembre) e L&amp;#8217;amore che resta di Gus Van Sant (11 gennaio).&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;rassegne e retrospettive&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;</description>
			<category>rassegne e retrospettive</category>
			<pubDate>06/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Torino Film Festival 2011 - Bilancio</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=24&amp;art=8709</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/amelio-sigurdsson-cover200(1).jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La prima constatazione, per alcuni forse fin troppo ovvia, che viene alla mente nell'approcciarsi alla ventinovesima edizione del Torino Film Festival conclusasi pochi giorni fa, riguarda il ruolo di primaria importanza che la kermesse piemontese &#232; riuscita a costruirsi addosso nel corso degli anni. Un processo lento e graduale, che si &#232; sviluppato durante l'ultimo trentennio e sembra aver trovato una propria postura definitiva &amp;#8211; o quasi &amp;#8211; da un lustro a questa parte: le due edizioni morettiane e le tre svoltesi sotto la direzione di Gianni Amelio hanno infatti permesso a un evento da sempre indispensabile per chiunque &amp;#8220;pensi il cinema&amp;#8221; in Italia di raggiungere una volta per tutte anche il cuore dei media nazionali. Senza per questo dover scendere a compromessi con chicchessia o veder smarrita la propria identit&#224; primigenia: Torino non insegue le mode e le luci di un mondo dello spettacolo nostrano che sta assumendo anno dopo anno i contorni di un vero e proprio baraccone da circo, e non si mette a fare la conta dei nomi pi&#249; o meno noti che saranno presenti durante il festival. Pur assestando un paio di colpi degni della prima pagina (Moneyball di Bennett Miller e Twixt di Francis Ford Coppola, tanto per fare due esempi eclatanti), all'ombra della Mole Antonelliana &#232; ancora possibile imbattersi in un cinema altro, che taluni definirebbero in maniera iniqua povero o indipendente, e che rappresenta la reale speranza per il futuro. 
Se dal concorso principale escono alcuni nomi sicuramente interessanti, come il Joe Cornish di Attack the Block o il gallese trapiantato in Indonesia Gareth Huw Evans, autore dello straripante e coinvolgente action The Raid, e non si ha alcuna paura di mescolare i generi saltando dal mel&#242; alla fantascienza, dalla commedia al (quasi) documentario, &#232; perch&#233; l'ottica con cui lo staff torinese lavora &#232; improntato ancora oggi alla ricerca, e non ai lustrini e agli abiti da sera. Laddove altre realt&#224; nostrane appaiono sempre pi&#249; come semplici eventi mondani, Torino continua in maniera pervicace a focalizzare la propria attenzione sul cinema, sui film, sull'immagine in movimento: un lusso, di questi tempi... Come gi&#224; ampiamente scritto in altre occasioni, la &amp;#8220;colpa&amp;#8221; (se di colpa &#232; legittimo parlare) del Torino Film Festival &#232; quella di far deflagrare sugli undici schermi a sua disposizione &amp;#8211; cinque del Reposi, rinato a nuova vita, e tre a testa per Greenwich e Massimo &amp;#8211; un numero spropositato di pellicole, impedendo di fatto anche al pi&#249; volenteroso dei cinefili di avere una visione d'insieme dell'intero programma. Questa scelta comporta il rischio che alcuni film passino clamorosamente sotto silenzio, per via di incastri poco felici o di sovrapposizioni con titoli pi&#249; forti da un punto di vista mediatico: sarebbe il caso di rivedere, con ogni probabilit&#224;, la struttura del fuori concorso, vale a dire Festa Mobile, che nella selezione delle sole opere di finzione raggiungeva quest'anno quota trentatr&#233; film. Un numero troppo elevato, e che inevitabilmente porta anche a uno squilibrio qualitativo nelle scelte effettuate: di titoli come Bereavement di Stevan Mena, 388 Arletta Avenue di Randall Cole e Wrecked di Michael Greenspan si poteva tranquillamente fare a meno, senza che il festival risultasse minimamente impoverito nella propria proposta. A patire l'elefantiasi torinese &#232; stata in parte anche la doverosa e splendida retrospettiva integrale dedicata all'arte di Sion Sono, tra i maestri del cinema giapponese contemporaneo: una messe di titoli imperdibili, molti dei quali realmente impossibili da reperire al di fuori del contesto festivaliero, ma che non hanno attecchito in maniera particolare sul popolo degli accreditati, che gli ha preferito in gran parte l'altrettanto indispensabile omaggio a Robert Altman, completo di tutte le opere cinematografiche portate a termine dal cineasta statunitense e da un folto numero di lavori televisivi. Schiacciato com'era tra due monoliti quali Altman e Sono ancor meno fortuna con il pubblico ha avuto la retrospettiva dedicata a Eug&#232;ne Green dalla sezione Onde.
E proprio da Onde e da Italiana.doc sono arrivate alcune delle migliori conferme di questa edizione: le sezioni curate rispettivamente da Massimo Causo e Roberto Manassero e da Davide Oberto, Francesco Giai Via e Luca Cechet Sanso&#233; rappresentano il cuore pulsante del festival, il nucleo dal quale tutto il resto acquista un senso in pi&#249;. Due sezioni che basano parte della loro essenza sulla possibilit&#224; di far confrontare il pubblico con gli autori dei film, in una pratica di discussione del cinema che con troppa facilit&#224; &#232; stata abbandonata altrove ma che a Torino resiste ancora, anche nelle sezioni principali, rimarcando ulteriormente l'alterit&#224; della proposta piemontese rispetto al resto del panorama nazionale. Un festival che non ha paura di mescolare &amp;#8220;l'alto e il basso&amp;#8221;, e dove &#232; possibile imbattersi nella commedia sgangherata (A Good Old Fashioned Orgy di Alex Gregory e Peter Huyck) come nell'horror indipendente e a ultra low-budget (The Oregonian di Calvin Lee Reeder), nell'ultimo parto creativo di Werner Herzog (lo straordinario documentario sulla pena di morte Into the Abyss) come nell'esordio alla regia di un attore giapponese (Record Future di Kishi Kentaro): una pratica che il pubblico torinese ha sposato con fervore e senza particolari snobismi intellettuali.
Anche per i motivi appena elencati risulta quantomai stonata l'idea di selezionare il documentario Il corpo del Duce, prodotto da Cinecitt&#224; Luce e Mediaset e diretto da Fabrizio Laurenti: un progetto non solo prettamente televisivo nella struttura e nella messa in scena &amp;#8211; e proprio il piccolo schermo sar&#224; la sua naturale destinazione &amp;#8211; ma, il che &#232; assai pi&#249; grave, in odore di vera e propria apologia di fascismo. Una scelta che ha lasciato di stucco buona parte della stampa presente a Torino, tanto da generare non poche richieste di spiegazioni in sede di conferenza e da far discutere per intere giornate: si sarebbe dovuto francamente evitare uno scivolone di questo tipo, all'interno di un evento cinematografico che al contrario si &#232; sempre saputo distinguere per la propria allure libertaria e combattente. Un errore di percorso che non deve comunque gettare discredito sul lavoro portato avanti da Amelio e da Emanuela Martini &amp;#8211; presente in organigramma come vice direttrice, ma in realt&#224; vera e propria co-direttrice del Festival &amp;#8211;, capaci di allestire un programma in grado di competere con universi festivalieri assai pi&#249; vezzeggiati e sovvenzionati. Il motivo &#232; forse da rintracciare in un dettaglio che a qualche accreditato potrebbe essere sfuggito: la regione Piemonte, a maggioranza di destra, ha tagliato di netto i finanziamenti per il festival, e la direzione ha fatto a meno delle navette che fino all'anno scorso collegavano via Po con la sala &amp;#8220;fuori mano&amp;#8221; (eufemismo, visto che si tratta di una passeggiata di un quarto d'ora) e di alcune ospitalit&#224;, senza andare a toccare i film selezionati. Per fortuna in Italia c'&#232; ancora chi pensa (per) il cinema...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;festival torino&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>festival torino</category>
			<pubDate>06/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Albert Nobbs</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=42&amp;art=8643</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/Albert%20Nobbs/Albert-Nobbs-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Tratto dal racconto di George Moore The Singular Life of Albert Nobbs, il film si rif&#224; esplicitamente  ad una piece teatrale interpretata da Glenn Close nel 1982, il cui adattamento per il grande schermo era stato inizialmente affidato al regista di Mephisto Istv&#225;n Szab&#243;. Fortemente voluto dalla Close, il progetto del film prende vita dopo diversi anni senza la regia di Szab&#243; (che qui collabora alla sceneggiatura), e affidato alla regia di Rodrigo Garc&#237;a, gi&#224; noto per aver diretto numerose serie della HBO e per Le cose che so di lei, vincitore a Cannes nel 2000 nella sezione Un Certain Regard.
Albert Nobbs (Glenn Close) &#232; un cameriere di lunga esperienza, da vent&amp;#8217;anni ormai parte dello staff del Morrison&amp;#8217;s Hotel. L&amp;#8217;albergo &#232; il suo lavoro e la sua casa, e pazientemente accumula risparmi con l&amp;#8217;ambizione di aprire poi, un giorno, un piccolo negozio di tabacchi.
Quando la proprietaria, la Signora Baker (Pauline Collins), gli impone di dividere il suo letto per una notte con un imbianchino arrivato per alcuni ritocchi, Albert cerca ogni scusa per dormire separato da questo imprevisto &amp;#8220;ospite&amp;#8221;. Mrs. Baker non vorr&#224; sentire ragioni, e l&amp;#8217;imbianchino scoprir&#224; il suo segreto, promettendo di non rivelare nulla. Tutta la vita di Albert &#232; plasmata su quel segreto, quello di una ragazza fuggita dalla povert&#224; e dalla violenza diventando un compassato cameriere, allampanato e glabro nell&amp;#8217;aspetto, cortese e preciso nei modi.
Da parte sua, anche l&amp;#8217;imbianchino Hubert confida un segreto: anche lui &#232; una &amp;#8220;lei&amp;#8221; (Janet McTeer), diventata il rude Mr. Page - il marito ormai morto - per sbarcare il lunario.
Questa doppia rivelazione unir&#224; i due personaggi per tutto il film, soprattutto quando Nobbs, spinto dall&amp;#8217;amico, cercher&#224; di farsi sposare dalla giovane Helen Dawes (Mia Wasikowska) per &amp;#8220;regolarizzare&amp;#8221; definitivamente la sua vita da uomo.
Affidandosi solo ad un&amp;#8217;acconciatura da ragazzino e a una voce pi&#249; profonda, Glenn Close veste i panni di Mr. Nobbs con una efficace mimesi del genere maschile sottraendosi alla caricatura - ruolo affidato invece alla McTeer/Hubert - e costruendo piuttosto un ometto pallido, una sorta di Stan Laurel meccanicamente irrigidito, completamente perduto nel suo simulacro.
Pur non privo di efficacia, il film nel suo complesso non emerge dallo schema dell&amp;#8217;affresco in costume, con alcune puntate nel m&#233;lo, affidandosi ad una regia di mestiere ma soprattutto ad una scrittura che forse poteva essere pi&#249; sottile nel maneggiare la complessit&#224; di una storia cos&#236; &amp;#8220;eccentrica&amp;#8221;: le cronache del primo Novecento sono punteggiate da vicende simili, nate dalla necessit&#224; di camuffare amori lesbici o dall&amp;#8217;impossibilit&#224; di accesso ad alcuni mestieri perch&#232; socialmente &amp;#8220;inadatti&amp;#8221; alle donne. Nel film, questo tipo di contesto risulta per&#242; marginale e del tutto limitato ai singoli personaggi.
Riguardo alla performance attoriale della Close - su cui battage pubblicitario e critica si sono adagiati - si potrebbe forse rimproverare all&amp;#8217;attrice di aver incarnato un Albert Nobbs eccessivamente anemico, seppur nella sua sottile e difficilissima restituzione di una donna costretta ad annullarsi nel corpo e nella routine di un uomo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Gabriele Magazz&ugrave;&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>05/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Courmayeur Noir  Fest 2011 - Presentazione</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=2&amp;art=8702</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Festival/Courmayeur/Courmayeur-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Apocalisse: ecco il tema principale che far&#224; da linea guida alla ventunesima edizione del Noir Fest di Courmayeur, in programma dal 5 all'11 dicembre. L'arrivo del fatidico e temuto 2012, la crisi economica che ha colpito larga parte del mondo, la sensazione di imminente catastrofe che da tempo si respira in ogni dove: sentimenti pi&#249; o meno comuni, che saranno sviluppati durante sette giorni dedicati, come da tradizione per questo evento di caratura internazionale, a un'interessante miscellanea tra cinema e letteratura, visioni virate al nero e incontri, anteprime e riflessioni.
A Courmayeur saranno premiati per la loro brillantissima carriera scrittori come Andrea Camilleri e Petros Markaris (riceveranno il Raymond Chandler Award), e saranno presenti numerosi altri autori italiani e stranieri impegnati in presentazioni, tavole rotonde e incontri con il pubblico. Sar&#224; come ogni anno assegnato il Premio Scerbanenco per il miglior romanzo di genere noir pubblicato nel 2011. Non mancheranno poi un concorso dedicato ai documentari, anteprime di prodotti televisivi (Criminal Minds, Dexter, Luther), ed eventi collaterali sempre pronti a oscillare tra la parola scritta e la sua traduzione in immagini per il piccolo e il grande schermo.
Dal punto di vista cinematografico, che noi chiaramente seguiremo con particolare attenzione, il programma si presenta ricco di suggestioni: dodici film in concorso, tutti in prima visione nazionale, proiezioni fuori concorso dedicate ai pi&#249; giovani ma aperte a tutti (tra le quali spicca Arthur et la guerre des deux mondes di Luc Besson), eventi speciali (la riproposizione del capolavoro dimenticato La scala di Satana, di Benjamin Christensen, anno 1929, per l'occasione musicato dal vivo con una partitura ad hoc), un omaggio a Stephen Frears con Fail Safe e Gumshoe, e l'approdo in Italia, fuori concorso, dell'atteso In Time, di Andrew Niccol, andrenalinico fantathriller con Amanda Seyfried e Justin Timberlake. Per gli argentiani incalliti e irriducibili ci sar&#224; anche una preview con un backstage di venti minuti di Dracula 3D.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;festival&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessio Gradogna&lt;/strong&gt;</description>
			<category>festival</category>
			<pubDate>05/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Terri</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=42&amp;art=8654</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/Terri/Terri-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il panorama del cinema indipendente statunitense continua a rappresentare una delle fucine pi&#249; attive e vitali degli ultimi anni, capace di portare sugli schermi una gran variet&#224; di progetti dall'animo e dal carattere estremamente diversificati, con una ricchezza espressiva e contenutistica che si sta progressivamente guadagnando l'attenzione mediatica oltre al consueto riscontro festivaliero.
Dopo essere stato selezionato in numerosi festival - fra cui il Sundance Film Festival, il SXSW Film Festival di Austin e Locarno - il nuovo film di Azazel Jacobs &#232; stato presentato anche a Torino (nell'ambito di Festa Mobile) l&#224; dove era approdato con successo anche il suo precendente Momma's Man: Terri &#232; un teen-age movie delicato che punta i riflettori su un quindicenne fortemente sovrappeso che a causa della sua timidezza e della sua goffaggine vive ai margini della comunit&#224; liceale, escluso dalle pi&#249; classiche dinamiche fra studenti.&#160;
Il film racconta la diversit&#224; con ironia e lucidit&#224;, con uno spaccato della provincia americana che strizza l'occhio agli anni '80 e al pi&#249; classico repertorio dei personaggi indie &quot;borderline&quot;, dedicandosi con delicatezza all'innocenza e all'ingenuit&#224; degli adolescenti, ai loro balzi di audacia, al loro desiderio di accettazione e la conseguente impellenza di essere parte integrante del gruppo: il vero fulcro della storia &#232; per&#242; l'elaborazione e l'accettazione della realt&#224; da parte del protagonista e dei suoi due strambi compagni di avventura.
Romanzo di formazione atipico e garbato, Terri&#160;imprime sulla pellicola la crudezza dell'essere adolescenti eludendo per&#242; ogni esagerazione e lasciando che l'aura generale del progetto sia leggera e disimpegnata: certamente il film &#232; emotivamente orientato verso la malinconia e gli slanci pi&#249; divertenti della pellicola sono spesso colorati da un umorismo decisamente &quot;black&quot; ma Jacobs non si accontenta della scontata conclusione sul volto pi&#249;  difficoltoso e faticoso della vita del liceo e cerca di dare vita a un viaggio nell'emarginazione piacevolmente inconsueto.
Terri &#232; uno studente svogliato e dall'aspetto trasandato, si aggira per la cittadina dove vive indossando grossi pigiami e preferirebbe trascorrere le sue mattinate nel bosco vicino casa ad aspettare l'arrivo di un rapace piuttosto che frequentare i corsi della sua scuola: contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, il ragazzo non vive con disagio la sua &amp;#8220;diversit&#224;&amp;#8221; mentre ha difficolt&#224; nel relazionarsi con il pregiudizio degli altri nei suoi confronti, che rifiutano di accettarlo cos&#236; come &#232;. 
John C. Reilly come di consueto regala spontaneit&#224; a un personaggio curioso e brillante e dopo la commedia &quot;familiare&quot; Cyrus dei fratelli Duplass torna a confrontarsi con le eccentricit&#224; giovanili dei suoi coprotagonisti (qui il suo ruolo &#232; quello di un preside bonario e un po&amp;#8217; ipocrita che cerca di interagire con gli studenti problematici del suo istituto, provando ad aiutarli nel superare le proprie difficolt&#224;): la vera sorpresa della pellicola &#232; per&#242; Jacob Wysocki che presta le sue fattezze e la sua sensibilit&#224; alla costruzione di Terri, personaggio poliedrico e interessante, che catalizza in s&#233; una bella variet&#224; di caratteristiche. Jacobs coordina con intelligenza gli attori, riuscendo a valorizzare le interpretazioni di ognuno e creando un riuscito e armonico gioco di equilibri, gestendo le aritmie del testo e sfruttando al massimo le potenzialit&#224; dei dialoghi (soggetto e sceneggiatura sono di Patrick Dewitt): il trio di &quot;disadattati&quot; al centro della vicenda (oltre al gi&#224; citato Wysocky &#232; bene ricordare anche&#160;Bridger Zadina e Olivia Crocicchia) &#232; spigliato e divertente nelle sue insicurezze e inquietudini, una formazione di personalit&#224; apparentemente lontanissime e invece destinate alla creazione di un legame forte e imprevedibile.
Sensibile e riflessivo come il suo protagonista, Terri non sfugge alla critica stigmatizzazione del mondo degli adulti n&#233; elude il richiamo alla complessit&#224; di alcune situazioni familiari ma sceglie comunque di focalizzarsi sui sentimenti e sulla rappresentazione discreta dei piccoli e grandi drammi che costellano la vicenda: facendo proprio il gusto per la poetica del silenzio, Azazel Jacobs si dedica con essenzialit&#224; a un lavoro dolcemente malinconico che non cerca una lettura didattica o moralistica, fotografando con trasparenza una realt&#224; semplice e spesso disincantata e cogliendo nel segno nel descrivere le contraddizioni del chiuso micro-cosmo liceale che ricalca le caratteristiche delle comunit&#224; pi&#249; grandi, e nello sviluppo di un delicato coming of age disegna un profilo umano complessivo ultra-generazionale misurato e gradevole.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altri articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altri articoli</category>
			<pubDate>05/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>The Descendants</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=37&amp;art=8608</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/The%20Descendants/The-Descendants-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Le suadenti note della colonna sonora di The Descendants, curata da Dondi Bastone, accompagnano le tragiche disavventure familiari di Matt King, cullando personaggi e spettatori: una scelta stilistica, ribadita da una serie di riuscite gag e dalla sottile ironia che pervade la pellicola, che esclude qualsiasi eccesso melodrammatico. L'incidente in motoscafo della moglie e il coma, le difficolt&#224; con le figlie Alexandra e Scottie e le spinose questioni economiche ed ereditarie sono vissute e raccontate in una dimensione sospesa, ovattata, riflessiva. Brani tradizionali come Wai O Ke Aniani e Hi'ilawe, nelle varie versioni di Sonny Chillingworth, Gabby Pahinui e Ernest Tavares, alternate a Hapuna Sunset, Nani Wai'Ale'Ale o Deep in an Ancient Hawaiian Forest, permettono inoltre a Payne di non distogliere mai l'attenzione dalla particolare location e dalla forza magnetica delle isole hawaiane. 
Le intenzioni del cineasta statunitense appaiono chiare &amp;#8211; &amp;#8220;Il romanzo mi ha colpito perch&#233; racconta una storia ricca di emozioni ambientata in un luogo esotico; una vicenda che forse poteva essere raccontata ovunque, ma che diventa unica proprio perch&#233; ambientata alle Hawaii. &#200; fortemente radicata nel luogo in cui si svolge, ma allo stesso tempo i suoi temi sono universali&amp;#8221; &amp;#8211; ed &#232; pi&#249; che apprezzabile la capacit&#224; di saper raccontare un luogo altro attraverso paesaggi e canzoni, nonostante la sceneggiatura sia inevitabilmente focalizzata sulle vicende umane. Uno dei punti di forza del nuovo lungometraggio di Alexander Payne, tornato alla regia sette anni dopo il successo di pubblico e di critica di Sideways - In viaggio con Jack (1), &#232; proprio il cinquantesimo stato degli Stati Uniti, filtrato attraverso lo sguardo di King/George Clooney. Senza adagiarsi su scontati tramonti o abbacinanti paesaggi, Payne cerca di raccontare le Hawaii componendo sullo sfondo un puzzle di personaggi, luoghi, abitudini, storie: il caos cittadino e le spiagge, il mare e le autostrade, i piccoli locali e gli immensi possedimenti di King e dei suoi pareti, gli indigeni di antico ceppo polinesiano e i bianchi caucasici. Il rischio di rappresentare le Hawaii come un paradiso, concetto peraltro sottolineato nell'incipit dalla voce narrante del protagonista, &#232; fortunatamente scampato.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;concorso - fuori concorso&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>concorso - fuori concorso</category>
			<pubDate>05/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>50/50</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=37&amp;art=8566</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Concorso/50%2050/50-50-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Si pu&#242; parlare di malattia senza necessariamente doversi attestare nel territorio del &quot;cinema del dolore&quot;: ne &#232; un validissimo esempio 50/50 di Jonathan Levine, brillante ibrido fra dramma e commedia che rifugge il pietismo e non cede alla superficialit&#224;: il film - pur non essendo autobiografico - &#232; ispirato all'esperienza personale di Will Reiser, autore della sceneggiatura, colpito quando era appena ventiquattrenne da una grave forma tumorale alla spina dorsale e supportato dai suoi amici e colleghi nel lungo percorso che lo ha portato alla guarigione dopo un rischioso intervento chirurgico. La forza del film sta nel suo rigoroso e armonioso equilibrio, nella piacevole alternanza fra momenti divertenti e disimpegnati e segmenti decisamente toccanti e commoventi: 50/50 &#232; un efficace ritratto dell'amicizia e dell'importanza che i rapporti umani ricoprono anche nelle situazioni di maggiore difficolt&#224;.
Jonathan Levine - che ha esordito nel 2006 con All the Boys Love Mandy Lane - mette da parte la furbizia estetica e formale del suo secondo lavoro (The Wackness - Fa' la cosa sbagliata, vincitore al Sundance Film Festival e all'LA Film Festival) e mette in scena un racconto dallo sviluppo lineare che occhieggia con intelligenza all'indie meno &quot;radicale&quot; senza cadere nei suoi clich&#233; pi&#249; leziosi (l'approccio generale &#232; ben diverso per esempio da quello di (500) giorni insieme di Marc Webb, un'altra commedia agrodolce che per&#242; talvolta pareva esagerare nel suo manierismo affettato, indebolendo di fatto l'idea di partenza). Con una messa in scena semplice e una scelta accorta ma non pretenziosa della soundtrack che affianca -fra gli altri- i Radiohead ai i Bee Gees e ai Pearl Jam, 50/50 lascia che la vivacit&#224; dei dialoghi e la mutevolezza di registro detengano un ruolo determinante per la resa finale del progetto: Reiser nel suo soggetto voleva raccontare il volto bizzarro e bifronte dell'esperienza che aveva vissuto (&quot;Avere il cancro significa che le cellule del tuo corpo stanno mutando. Non c'&#232; nulla di pi&#249; personale del tuo corpo che si attacca da solo&quot; ha affermato) e soprattutto restituire attraverso la scrittura l'incredibile avventura emotiva che aveva condiviso con le persone che gli sono state accanto: il risultato &#232; uno spaccato umanissimo che sa esorcizzare la paura e la morte grazie a personaggi credibilissimi nei loro atteggiamenti e reazioni nonch&#233; nella loro emotivit&#224;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;concorso - fuori concorso&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>concorso - fuori concorso</category>
			<pubDate>04/12/2011</pubDate>
		</item>
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			<title>[Clip] Shame</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=61&amp;art=8859</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/In%20sala/shame-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Una memorabile sequenza tratta da Shame di Steve McQueen: la bella e brava Carey Mulligan in una struggente cover di New York, New York. Nel cast, oltre al protagonista Michael Fassbender, Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia 2011 per la migliore interpretazione maschile, anche James Badge Dale e Nicole Beharie. Il film distribuito dalla Bim &#232; uscito nelle sale venerd&#236; 13 gennaio 2012.

Brandon &#232; un uomo sulla trentina che vive a New York ed &#232; incapace di gestire la propria vita sessuale. Quando la sorellina ribelle si stabilisce nel suo appartamento, Brandon perde sempre pi&#249; il controllo del proprio mondo. Shame &#232; un&amp;#8217;analisi stringente e attuale della natura del bisogno, del nostro modo di vivere e delle esperienze che plasmano la nostra esistenza.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;video&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;14/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>video</category>
			<pubDate>14/01/2012</pubDate>
		</item>
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			<title>Carey Mulligan</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=62&amp;art=7729</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/6/Stream%20and%20download/carey-mulligan-160b.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Galleria fotografica dedicata alla giovane attrice inglese Carey Mulligan, che vestir&#224; i panni di Daisy Buchanan nell'atteso &quot;The Great Gatsby&quot; di Baz Luhrmann. Tra i film della Mulligan, in grande ascesa, ricordiamo &quot;Drive&quot; di Nicolas Winding Refn, &quot;Non lasciarmi&quot; di Mark Romanek e &quot;An Education&quot; di Lone Scherfig.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;galleria fotografica&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;14/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>galleria fotografica</category>
			<pubDate>14/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] L'industriale</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8832</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Fuori%20Concorso/L&#39;industriale/Lindustriale-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer del lungometraggio italiano L'industriale, diretto da Giuliano Montaldo e presentato durante la sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Nel cast Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Eduard Gabia, Francesco Scianna e Elena Di Cioccio. L'uscita del film, distribuito nelle sale da 01 Distribution, &#232; prevista per venerd&#236; 13 gennaio 2012.

Il quarantenne Nicola &#232; proprietario di una fabbrica sull&amp;#8217;orlo del fallimento di una Torino nebbiosa e notturna, immersa nella grande crisi economica che soffoca tutto il paese. Ma &#232; orgoglioso, tenace. Ha deciso di risolvere i suoi problemi senza farsi scrupoli. Sua moglie Laura &#232; sempre pi&#249; lontana, ma Nicola non fa nulla per colmare la distanza che ormai li separa. Assediato dagli operai che lo pressano per conoscere il loro destino, Nicola avverte che qualcosa sta turbando l&amp;#8217;unica certezza che gli &#232; rimasta: il matrimonio. Ma invece di aprirsi con Laura comincia a sospettare di lei e a seguirla di nascosto. Tutto precipita. Nicola annaspa e tira fuori il peggio di s&#233;. Poi tutto sembra tornare a posto: l&amp;#8217;azienda, il matrimonio, il successo sociale. Ma l&amp;#8217;uomo ha pi&#249; di un segreto da nascondere e il ritratto sociale prende sfumature dostoevskijane.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>13/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] Shame</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8829</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/8/Festival/Venezia%2068/Concorso/Shame/Shame-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano di Shame, opera seconda del regista inglese Steve McQueen (Hunger), presentata in concorso alla 68a Mostra del Cinema di Venezia. Il protagonista Michael Fassbender si &#232; aggiudicato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione. Nel cast anche Carey Mulligan, James Badge Dale e Nicole Beharie. L'uscita del film, distribuito nelle sale da Bim Distribuzione, &#232; prevista per venerd&#236; 13 gennaio 2012.

Brandon &#232; un uomo sulla trentina che vive a New York ed &#232; incapace di gestire la propria vita sessuale. Quando la sorellina ribelle si stabilisce nel suo appartamento, Brandon perde sempre pi&#249; il controllo del proprio mondo. Shame &#232; un&amp;#8217;analisi stringente e attuale della natura del bisogno, del nostro modo di vivere e delle esperienze che plasmano la nostra esistenza.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>13/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] L'era legale</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8831</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/L&#39;era%20legale/Lera-legale-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer del lungometraggio italiano L'era legale, diretto da Enrico Caria e presentato durante la ventinovesima edizione del Torino Film Festival. Nel cast Patrizio Rispo, Cristina Donadio, Pietro De Silva e Rita Corrado. L'uscita del film, distribuito nelle sale dalla Bolero Film, &#232; prevista per venerd&#236; 13 gennaio 2012.

Anno 2020. Napoli &#232; la citt&#224; pi&#249; sicura, pulita e moderna del pianeta, grazie al suo nuovo sindaco Nicolino Amore che, nato poverissimo, &#232; stato protagonista di una vera e propria scalata sociale. All&amp;#8217;inizio cerca solo di godersi la bella vita, ma quando si rende conto di tradire la sua gente, decide di affrontare e risolvere il problema pi&#249; grave che da sempre affligge la sua citt&#224;, il narcotraffico, seguendo il consiglio di una potente &amp;#8220;madrina&amp;#8221; pentita: legalizzare la droga.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>12/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] L'incredibile storia di Winter il delfino</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8834</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/L&#39;incredibile%20storia%20di%20Winter%20il%20delfino/Lincredibile-storia-di-Winter-il-delfino-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano del lungometraggio statunitense L'incredibile storia di Winter il delfino (Dolphin Tale, 2011), diretto da Charles Martin Smith. Nel cast Harry Connick Jr., Ashley Judd, Nathan Gamble e Morgan Freeman. L'uscita del film, distribuito nelle sale dalla Warner Bros, &#232; prevista per venerd&#236; 13 gennaio 2012.

Un ragazzo si imbatte in un delfino ferito che ha perso la coda, tranciata da una trappola. I due diventano inseparabili e il ragazzo spinge le persone che gli stanno intorno ad aiutare il delfino costruendogli una protesi che possa rimpiazzare la coda.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;11/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>11/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] Succhiami</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8835</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Succhiami/Succhiami-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano della pellicola demenziale a stelle e strisce Succhiami (Breaking Wind, 2011), scritta e diretta da Craig Moss. Nel cast Heather Ann Davis, Eric Callero, Frank Pacheco e Danny Trejo. L'uscita del film, distribuito nelle sale dalla Moviemax, &#232; prevista per venerd&#236; 13 gennaio 2012.

Dopo 3 film e 5 anni di bacetti al chiaro di luna, Edward e Bella si danno alla pazza gioia spaccando spalliere dei letti in luna di miele! Jacob smette di gridare &quot;al lupo, al lupo&quot; e amareggiato e depresso abbandona anni di palestra per buttarsi sui carboidrati. Tutto sembra finito, ma dei valori del sangue sballati regaleranno nuove sorprese al triangolo amoroso pi&#249; tormentato della storia.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>10/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] La chiave di Sara</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8830</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/La%20chiave%20di%20Sara/La-chiave-di-Sara-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano della pellicola francese La chiave di Sara (Elle s'appellait Sarah, 2010), diretta da Gilles Paquet-Brenner. Nel cast Kristin Scott Thomas, M&#233;lusine Mayance, Niels Arestrup, Fr&#233;d&#233;ric Pierrot e Aidan Quinn. L'uscita del film, distribuito nelle sale dalla Lucky red, &#232; prevista per venerd&#236; 13 gennaio 2012.

Parigi, ai giorni nostri. Julia Jarmond, giornalista americana che vive in Francia da 20 anni, sta facendo un&amp;#8217;inchiesta sui dolorosi fatti del Velodromo D&amp;#8217;inverno, il luogo in cui vennero concentrati migliaia di ebrei parigini prima di essere deportati nei campi di concentramento. Lavorando alla ricostruzione degli avvenimenti si imbatte in Sara, una donna che aveva 10 anni nel luglio del 1942, e ci&#242; che per Julia era solo materiale per un articolo, diventa una questione personale, qualcosa che potrebbe essere legato a un mistero della sua famiglia.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;08/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>08/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] Tutti gi&#249; per aria</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8815</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Tutti%20gi%C3%B9%20per%20aria/Tutti-gi%C3%B9-per-aria-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer del documentario italiano Tutti gi&#249; per aria, diretto da Francesco Cordio (Inti-illimani - Dove cantano le nuvole) nel 2009. L'uscita del film, distribuito nelle sale da Distribuzione Indipendente, &#232; prevista per venerd&#236; 6 gennaio 2012.
&#200; possibile consultare la lista delle sale al seguente indirizzo:
www.distribuzioneindipendente.it/news/tutti-giu-per-aria-le-sale.

Tutti gi&#249; per aria nasce da un&amp;#8217;idea di Alessandro Tartaglia Polcini, assistente di volo cassaintegrato Alitalia e giornalista, che dopo mesi di riprese, hanno deciso di realizzare un documentario. L&amp;#8217;obiettivo &#232; stato puntato sui mesi caldi di contestazione di un&amp;#8217;intera categoria, quella dei lavoratori dell&amp;#8217;ex Alitalia, che si &#232; trovata coinvolta in una centrifuga politico-economica senza precedenti in Italia. Con il passaggio a CAI ben quattordicimila persone hanno perso il lavoro ed il nuovo contratto, entrato in vigore con il benestare dei sindacati confederali e di categoria, sembra non osservare i diritti fondamentali che dovrebbero tutelare i lavoratori assunti. Una feroce campagna mediatica ha dipinto per mesi la categoria dei dipendenti della compagnia di bandiera con tinte fosche&amp;#8230; Ma sar&#224; davvero cos&#236;?&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>06/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] Immaturi - Il viaggio</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8794</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Immaturi%20-%20Il%20viaggio/Immaturi---Il-viaggio-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer della commedia sentimentale italiana Immaturi - Il viaggio, sequel scritto e diretto da Paolo Genovese. Nel cast ritroviamo Raoul Bova, Barbora Bobulova, Ricky Memphis, Ambra Angiolini, Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu e Anita Caprioli. L'uscita del film, distribuito nelle sale dalla Medusa, &#232; prevista per mercoled&#236; 4 gennaio 2012.

Dopo essersi ritrovati per affrontare gli esami della maturit&#224;, i sette protagonisti del film di Paolo Genovese, Immaturi, decidono di organizzare quel famoso viaggio di fine scuola che non erano riusciti a  fare ai tempi del liceo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>04/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] Alvin Superstar 3 - Si salvi chi pu&#242;!</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8796</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Alvin%20Superstar%203/Alvin-Superstar-3-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano di Alvin Superstar 3 - Si salvi chi pu&#242;! (Alvin and the Chipmunks: Chipwrecked, 2011), terzo episodio delle avventure di un gruppo di roditori-musicisti, tra live action e computer grafica. La regia &#232; affidata a Mike Mitchell (Shrek e vissero felici e contenti, Sky High - Scuola di superpoteri). Nel cast Jason Lee, David Cross e, tra i doppiatori, Anna Faris, Justin Long e Christina Applegate. L'uscita del film, distribuito nelle sale dalla 20th Century Fox, &#232; prevista per merted&#236; 3 gennaio 2012.

La terza avventura dei nostri piccoli eroi, li vede protagonisti di una crociera... decisamente movimentata! Per loro sfortuna rimarranno bloccati su un'isola all'apparenza deserta. Ma sar&#224; proprio cos&#236;?&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>02/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] Finalmente maggiorenni</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8795</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Finalmente%20maggiorenni/Finalmente-maggiorenni-cvr80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano della commedia inglese Finalmente maggiorenni (The Inbetweeners Movie, 2011), scritta da Iain Morris e Damon Beesley e diretta da Ben Palmer. Nel cast Simon Bird, James Buckley, Blake Harrison e Joe Thomas. L'uscita del film, distribuito nelle sale dalla Eagle Pictures, &#232; prevista per mercoled&#236; 4 gennaio 2012.

Gli sciroccati Will, Jay, Simon e Neil, quattro diciottenni originari del Sud dell'Inghilterra, si recano in vacanza a Creta. Giunti sull'isola vagano tutte le notti per le strade di Malia, dando la caccia alle ragazze ed evitando gli sguardi di scherno dei ragazzi del luogo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;31/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>31/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] J. Edgar</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8792</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/J%20Edgar/J_-Edgar-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano di J. Edgar, biopic incentrato sulla figura del leggendario e controverso capo della Federal Bureau Investigations J. Edgar Hoover. Nel cast eonardo DiCaprio, Naomi Watts e Judi Dench. Il film, distribuito dalla Warner Bros. Italia, sar&#224; nelle sale a partire dal 4 gennaio 2012.
Biopic dello storico capo dell'FBI J. Edgar Hoover, ammirato e temuto. Ma il volto-simbolo della legge in America, custodiva dei segreti che avrebbero distrutto la sua carriera, la sua immagine e la sua vita.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;29/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>29/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] Aguasaltas.com - Un villaggio nella rete</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8785</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Aguasaltas_com/Aguasaltas_com-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano di Aguasaltas.com - Un villaggio nella rete, amena commedia diretta da Lu&#237;s Galv&#227;o Teles sulle vicende di un piccolo paese alle prese con le problematiche portate dalle nuove tecnologie e di internet in particolare. Nel cast Jo&#227;o Tempera, Maria Ad&#225;nez e Marco Delgado.  Il film - distribuito dalla Kitchen Film - sar&#224; nelle sale dal 28 dicembre 2011.
 
Aguas Altas, un piccolo villaggio in Portogallo, &#232; felice di entrare nel 21&#176; secolo con l'apertura di un proprio sito web. A Madrid, una multinazionale ha registrato lo stesso dominio per il lancio sul mercato di una nuova acqua minerale. Quale futuro si prospetta per il piccolo centro: pagare i 500.000 euro che l'azienda ha richiesto come risarcimento o chiudere il sito? Questa sfida si trasformer&#224; rapidamente in un circo mediatico, dove gli abitanti di questo piccolo borgo si troveranno costretti a difendere il loro sito web in nome del loro villaggio. Se da una parte gli abitanti sono praticamente all'oscuro di cosa sia veramente internet, dall'altra il loro prete si spinge fino ad affermare che se Ges&#249; fosse vivo, avrebbe avuto un proprio sito.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;27/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>27/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] Emotivi anonimi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8764</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Emotivi%20anonimi/Emotivi-anonimi-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano della commedia romantica transalpina Emotivi anonimi (Les &#233;motifs anonymes, 2010), scritta e diretta da Jean-Pierre Am&#233;ris (Je m'appelle Elisabeth). Nel cast Isabelle Carr&#233;, Beno&#238;t Poelvoorde, Swann Arlaud e Lorella Cravotta. L'uscita del film, distribuito nelle sale dalla Lucky Red, &#232; prevista per venerd&#236; 23 dicembre 2011.

Jean-Ren&#233;, proprietario di una fabbrica di cioccolato, e Ang&#233;lique, cuoca di talento specializzata nella cioccolata, sono inesorabilmente preda della loro emotivit&#224;. La passione comune per il cioccolato li unisce. I due si innamorano l'uno dell'altra senza trovare il coraggio di confessare i reciproci sentimenti a causa della timidezza che li blocca, ma a poco a poco le cose cambieranno...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>23/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] Capodanno a New York</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8769</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Capodanno%20a%20New%20York/Capodanno-a-New-York-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano della commedia sentimentale a stelle e strisce Capodanno a New York (New Year's Eve, 2011), scritta da Katherine Fugate e diretta da Garry Marshall (Appuntamento con l'amore, Pretty Woman). Nel ricchissimo cast Jessica Biel, Ashton Kutcher, Robert De Niro, Sarah Jessica Parker, Michelle Pfeiffer, Zac Efron, Halle Berry, Cary Elwes, Alyssa Milano, Carla Gugino, Jon Bon Jovi, James Belushi, Hilary Swank, Hector Elizondo, Matthew Broderick e John Lithgow. L'uscita del film, distribuito nelle sale dalla warner, &#232; prevista per venerd&#236; 23 dicembre 2011.

Capodanno a New York celebra l'amore, la speranza, le seconde possibilit&#224; e i buoni propositi, attraverso 

diverse storie intrecciate tra loro, ambientate nella Grande Mela durante la notte pi&#249; festosa dell'anno...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;22/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>22/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Videoclip] Il sogno del malato</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=61&amp;art=8780</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Stream/aguirre-cover160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;&amp;#8220;A furia di conoscermi, a furia di incontrarmi sempre ovunque, mi sembra di esser nato qui dentro il letto...&amp;#8221;. Si apre cos&#236; il brano che i romani Aguirre hanno scelto come singolo di lancio per il loro album di debutto, che &#232; possibile acquistare da oggi: per quanto la band capitanata da Giordano De Luca sia ancora oscura alla maggior parte del pubblico italiano &amp;#8211; solo poche date in alcuni locali della capitale hanno accompagnato fino a questo momento la strategia promozionale &amp;#8211; l'impressione &#232; che la proposta musicale possegga tutto ci&#242; che &#232; necessario ad alimentare un solido culto. Rock, pop, deflagrazioni psichedeliche, intuizioni surreali, vagabondaggi sonori, un pastiche bizzarro sorretto da un convincente gusto melodico che imprime le canzoni nella mente, come dimostra alla perfezione Il sogno del malato, perfetto brano pop che si insinua sottopelle fino al travolgente ritornello. Il videoclip, diretto da Eugenio Barzaghi (gi&#224; operatore steadycam in 11 metri di Francesco Del Grosso), sintetizza l'afflato poetico e sottilmente ironico della musica degli Aguirre e dei testi di De Luca, dividendo il lavoro tra impulsi grotteschi e fascinazioni romantiche. Ecco dunque, in musica e immagini, l'esordio degli Aguirre, con la speranza che sia di buon auspicio per il futuro della band. Buona visione e buon ascolto!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;video&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;22/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>video</category>
			<pubDate>22/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] Il principe del deserto</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8767</link>
			<description>Il trailer italiano del lungometraggio Il principe del deserto (Black Gold, 2011), scritto e diretto da Jean-Jacques Annaud (Il nome della rosa, Il nemico alle porte). Nel cast Tahar Rahim, Mark Strong, Antonio Banderas e Freida Pinto. L'uscita del film, distribuito nelle sale dalla Eagle Pictures, &#232; prevista per venerd&#236; 23 dicembre 2011.

Inizio del ventesimo secolo &amp;#8211; Arabia. Sotto il sole spietato del deserto, due sultani si incontrano faccia a faccia. Tutto attorno, sul campo di battaglia, i corpi dei loro combattenti. Il vincitore Nesib, emiro di Hobeika, detta le condizioni di pace al suo rivale Amar, sultano di Salmaa. Nessuno potr&#224; mai pi&#249; reclamare i diritti della cosiddetta terra di nessuno, denominata &quot;La Striscia Gialla&quot;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;21/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>21/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>A volte ritornano</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=63&amp;art=8776</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Stream/a-volte-ritornano-cover80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La notte di Halloween, demoni che tornano dall'oltretomba, cimiteri immersi nella nebbia, atmosfere lugubri e indefinite: difficile pensare che tutti gli elementi citati facciano parte di un film italiano. Il genere gotico in Italia non ha mai ottenuto il doveroso riscontro critico, cieco anche di fronte alle vette estetiche del genere (La maschera del demonio e Operazione paura di Mario Bava, Il mulino delle donne di pietra di Giorgio Ferroni, La cripta e l'incubo di Camillo Mastrocinque, Danza macabra di Antonio Margheriti) e in parte alle suggestioni provenienti dall'estero, in particolar modo da Hollywood. Non c'&#232; dunque da stupirsi se il cinema di Flavio Moretti non ha trovato nel corso dei decenni lo spazio che gli era dovuto: imbrigliato nella  definizione (sensata solo in minima parte) di &amp;#8220;Tim Burton italiano&amp;#8221;, Moretti ha passato gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso a sfornare piccoli gioielli sulla breve distanza, cortometraggi carichi di un puro amore cinefilo che non si trasforma mai in mero plagio e che trova la propria sublimazione in un universo onirico e fantastico, lontano dalle pressanti cromature del realismo che con tanta facilit&#224; deflagrano nelle produzioni italiani. La nuova uscita in sala dell'ottimo Il magico Natale di Rupert, favola incattivita e giocosa in odore di Joe Dante, ci spinge a dare visibilit&#224; ad A volte ritornano, cortometraggio girato in VHS da Moretti tra il 1986 e il 1987, con un occhio agli horror d'antan e l'altro alle produzioni Disney (la citazione del bellissimo cortometraggio Paperino, Qui, Quo e Qua &amp;#8211; La notte di Halloween, anno domini 1952, e il finale &#224; la Darby O'Gill e il re dei folletti di Robert Stevenson). Un lavoro ultra-indipendente, girato praticamente senza fondi e con uno stuolo di amici a fare da assistenti e attori: per rendere credibile il tutto Moretti inserisce una cupa voce narrante, superando cos&#236; di netto i problemi di registrazione dell'audio, e si d&#224; da fare con effetti speciali rudimentali per creare un'atmosfera liquida e sospesa, dove tutto pu&#242; accadere. 
Il risultato &#232; un piccolo omaggio al gotico, in cui il serio e il faceto vanno a braccetto, e nel quale &#232; consigliato sprofondare senza tener troppo di conto il pauperismo produttivo che contraddistingue l'intera operazione. Perch&#233; la fantasia di Moretti &#232; deflagrante, e non si arrende di fronte alle pochezze &amp;#8211; anche economiche &amp;#8211; del reale. Buona visione!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;cortometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;21/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>cortometraggi</category>
			<pubDate>21/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] Il magico Natale di Rupert</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=65&amp;art=8763</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/il-magico-natale-di-rupert-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer del lungometraggio italiano Il magico Natale di Rupert, diretto da Flavio Moretti. Nel cast Gianmaria Corolla, Carlo Valli e Renato Liprandi. L'uscita del film, realizzato nel 2004 e riproposto da Distribuzione Indipendente in occasione delle festivit&#224; natalizie, &#232; prevista per luned&#236; 19 dicembre 2011 &amp;#8211; &#232; possibile consultare la lista delle sale al seguente indirizzo: www.distribuzioneindipendente.it/news/il-magico-natale-di-rupert-le-sale. 

&#200; la vigilia di Natale, la nonna lascia a Rupert alcuni incarichi tra cui quello di riassettare la soffitta. Rupert suo malgrado si appresta a eseguire l'ordine ma viene sopraffatto da molte sorprese. In soffitta trova, tra le svariate invenzioni del nonno accumulate dopo la sua scomparsa, una rudimentale macchina per la visione in 3D. I veri guai per Rupert arrivano quando attacca alla presa della corrente una strana lampada che, a sua insaputa, emana segnali che si propagano nello spazio e raggiungono un'astronave aliena di passaggio intorno alla Terra. Proprio in quell'attimo il ragazzo intravede una luce che solca il cielo e un piccolo pacco che sta precipitando. Una volta aperto ne fuoriescono dei piccoli, micidiali alieni. Sono pronti a invadere la casa...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;19/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>19/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Cin&#233; France # 03</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=10&amp;art=8848</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/AltroCinema/melanie-laurent-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Nella sua recensione dedicata a Emotivi Anonimi, appena uscito nelle nostre sale, Raffaele Meale ha scritto: &amp;#8220;Del vasto universo cinematografico francese, appena al di l&#224; delle Alpi, a noi non arriva che una briciola o poco pi&#249;&amp;#8221;. Una triste e amara verit&#224;, che si rinnova di anno in anno. Il cinema italiano avrebbe tante e tante cose da imparare dai transalpini, ma la cecit&#224; dei distributori (e di parte degli spettatori) fa s&#236; che soltanto una minima parte dell'enorme produzione d'Oltralpe giunga fino a qui. Ecco perch&#233;, in questa sede, &#232; giusto dedicare un po' di spazio a film di sicuro valore, purtroppo mai usciti nelle sale nostrane ma senza dubbio meritevoli di recupero da parte del pubblico cinefilo pi&#249; attento e appassionato.
Uno dei registi francesi che hanno ottenuto maggiori riconoscimenti anche a livello internazionale negli ultimi anni &#232; Philippe Lioret, nato a Parigi nel 1955. Le platee italiane lo hanno per fortuna potuto conoscere un paio d'anni fa grazie al bellissimo Welcome, mentre ancora si attende un'eventuale uscita per quanto concerne il suo ultimo lavoro, Toutes nos envies, applaudito al Festival di Venezia 2011. 
Scivolando indietro nel tempo, ci pare interessante andare a riesumare il film di Lioret precedente a Welcome: si tratta di Je vais bien ne t'en fais pais, uscito nel 2006 e premiato con due C&#233;sar per il miglior attore maschile non protagonista (Kad Merad) e la migliore speranza femminile (M&#233;lanie Laurent). Riconoscimenti, entrambi, pi&#249; che meritati. La trama, tratta da un romanzo di Olivier Adam, anche coautore della sceneggiatura, &#232; incentrata su Lili, una ragazza di 19 anni. Di ritorno da un viaggio di studio in Spagna scopre la scomparsa del gemello Loic, scappato di casa dopo aver litigato con il padre per futili motivi. Devastata dall'assenza di notizie riguardanti l'amato fratello Lili cade in una profonda crisi depressiva, smette di mangiare, finisce in ospedale, rischia di morire. All'improvviso per&#242; Loic riappare, seppure a distanza, iniziando a spedire cartoline in cui rassicura la sorella e la informa sui suoi spostamenti in giro per la Francia. Lili si riprende, torna in salute, e parte per andare alla ricerca del fratello: scoprir&#224; una verit&#224; molto diversa rispetto a ogni previsione.
Ci troviamo di fronte a un dramma familiare coniato secondo stilemi non lontani dalla tradizione francese, sempre pronta a tuffarsi in tristi storie di abbandono e intima distruzione attraverso narrazioni fluide, eleganti, sussurrate, libere da qualsiasi forma di eccesso e retorica. In questo caso Lioret e Adam scelgono di semplificare la struttura del romanzo, imbevuta di salti temporali, per approcciare il racconto secondo una conduzione pi&#249; semplice e lineare. Sebbene in qualche punto il film appaia abbastanza slegato, ci resta comunque il dolente ritratto di una ragazza disposta a lasciarsi morire pur di non accettare la dissoluzione degli affetti, e di un padre ferito, straziato, costretto a un'autoflagellazione necessaria per espiare il senso di colpa che lo pervade senza possibilit&#224; di fuga. Kad Merad, che abbiamo imparato a conoscere in veste comica nell'esilarante Bienvenue chez les Ch'tis, dimostra qui ottime capacit&#224; anche in veste drammatica, giocando con sguardi penitenti e rabbia repressa, mentre la Laurent, stella francese in rapida ascesa, si cala nella parte con la giusta intensit&#224;, confermando un talento che la porter&#224; di l&#236; a breve a far parte di importanti produzioni francesi (Parigi di Klapisch, Il Concerto di Mihaileanu) e internazionali (Bastardi senza gloria di Tarantino). Il tema della famiglia spezzata, pur descritto secondo connotazioni assai diverse, &#232; per certi versi anche al centro di Les chansons d'amour, pellicola realizzata nel 2007 e diretta da Christophe Honor&#233;, autore ormai riconosciuto e apprezzato in patria, che abbiamo applaudito senza remore, poche settimane fa, al termine della proiezione del suo entusiasmante Les Bien-Aim&#233;s al Torino Film Festival. 
Honor&#233;, ormai lo sappiamo, &#232; forse l'unico autore contemporaneo ancora capace di restituire energia e vitalit&#224; al musical di stampo francofono, in virt&#249; di una sinfonia drammaturgica capace di omaggiare i maestri del passato (Jacques Demy su tutti) riuscendo al contempo ad attualizzare la materia. Nei suoi film gli attori recitano, parlano e cantano senza soluzione di continuit&#224;, con estrema naturalezza, accompagnati dalla levit&#224; di una messinscena asciutta, vivace ma non ridondante, e dotata di un tocco dolce e rarefatto con cui scavare tra i segreti del cuore. Les chansons d'amour si pu&#242; considerare come uno stretto parente di Les Bien-Aim&#233;s: ne condivide infatti lo stile, diverse tematiche, e buona parte del cast principale: Louis Garrel, Chiara Mastroianni e Ludivine Saigner. Al centro della scena un rapporto sentimentale a tre, che diviene a due quando una delle protagoniste del triangolo muore in circostanze improvvise. Dopodich&#233; spazio all'elaborazione del lutto, in un viaggio cieco verso le verit&#224; insondabili di un'anima divelta, alla ricerca di appigli sicuri con i quali fuggire dal mare in tempesta. Abbracci e baci, sesso e abbandono, maschi o femmine, eterosessualit&#224; oppure omosessualit&#224;: non importa. Nel cinema di Honor&#233; le differenze genetiche si annullano, divorate dalla forza assoluta dell'amore supremo, e da ricordi destinati a bussare per sempre alle porte della coscienza. 
Nel film, lungo il quale trovano spazio tredici brani composti da Alex Beaupain e cantati in alternanza dai vari attori, il ruolo principe &#232; affidato a Garrel, bravo (e furbo) a sfruttare il suo fascino maledetto per vagabondare lungo la storia saltellando in un moto centrifugo inarrestabile. In attesa di celebrare l'elegia della Mastroianni in Les Bien-Aim&#233;s, Honor&#233; le concede invece qui un ruolo un po' pi&#249; defilato, regalandole per&#242; la canzone (e la scena) pi&#249; bella, in un parco, passeggiando tra le ovattate nebbie della malinconia.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altrocinema&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessio Gradogna&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altrocinema</category>
			<pubDate>12/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Louise Wimmer</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=8119</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/8/Festival/SIC/26SIC-Louise-Wimmer-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La prosa densa tipica di certo cinema francese imbeve tutto il convincente esordio di Cyril Mennegun. Il tema sociale che fa da pretesto al racconto &#232; scelto con intelligenza: le separazioni, diventate sempre pi&#249; fenomeno di massa nell&amp;#8217;Occidente borghese di questi anni, causano spesso dissesti economici oltre che smottamenti esistenziali intimi. E qui lo spezzarsi di una coppia coincide con lo spezzarsi dell&amp;#8217;equilibrio di una vita. Ma noi questo non lo vediamo. Noi vediamo l&amp;#8217;instabilit&#224; gi&#224; divenuta routine: un lavoro duro, l&amp;#8217;assenza di una dimora in cui ritirare le stanche membra alla fine di una dura giornata di fatica, gli amori vaganti tra appartamenti altrui, camere d&amp;#8217;albergo e locali pubblici, la famiglia ridotta a un insieme di mesti sporadici incontri. Mennegun costruisce con coraggio una solitudine brutta ma dignitosa, un&amp;#8217;esistenza esasperantemente ripetitiva tesa da fili appena percettibili (notevole l&amp;#8217;impiego discreto ma efficacissimo della musica) e macchiata di nera disperazione. Il corpo di Louis per&#242; procede forte e intatto, segnato ma nervoso ed energico nonostante il pesante carico morale e materiale che porta su di s&#233;. La citt&#224; per Louis &#232; un mare che non lascia scampo, solcato con un&amp;#8217;auto sempre sul punto di cedere e appena punteggiato di fermi arcipelaghi sui quali fare sosta e procurarsi sopravvivenza. Ai muti e crudi gesti della necessit&#224; compiuti come in trance dalla protagonista si contrappongono quelli delle persone che le offrono un aiuto, che le propongono una tregua, un posto dove fermarsi e riposare. Il personaggio di Louis per&#242; non &#232; l&amp;#8217;eroina di un dramma romantico, n&#233; la vittima redenta di un romanzo ottocentesco: quella raccontata da Mennegun &#232; piuttosto l&amp;#8217;epopea esistenziale di una donna come tante che da sola riesce a resistere all&amp;#8217;avverso destino e aspettare che esso cambi il suo corso. 
Primo e pi&#249; appariscente ottenimento dell&amp;#8217;esordiente Mennegun, quello di costruire una protagonista antipatica, spingere lo spettatore contro di lei, o per lo meno lontano da lei per poi, lentamente e impercettibilmente, invitarlo a una discreta alleanza, a un&amp;#8217; affettuosa empatia, a un&amp;#8217;inevitabile speranza. Per far questo, per articolare il suo racconto Mennegun sceglie di procedere passando da un colore all&amp;#8217;altro, dentro un testo concertistico in cui fotografia, musica e scenografia e regia disegnano una precisa traiettoria di variazione cromatica dal tutto scuro dell&amp;#8217;inverno ai chiari colori della primavera. E di un lieto fine che invece che retorico suona, in fondo a un film come questo, clemente, misericordioso, eppure non pacificante.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Silvio Grasselli&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>30/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Monsters</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=7768</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/6/In%20sala/Monsters/Monsters-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Parafrasando una celeberrima opera del Bardo di Avon, al secolo William Shakespeare, per introdurre questo Monsters si potrebbe a ragion veduta parlare di molto rumore per poco o nulla. Sull'esordio al lungometraggio del giovane (classe 1975) cineasta britannico Gareth Edwards si sono spesi elogi in abbondanza e lusinghieri paragoni con recenti opere di successo  - nello specifico District 9 di Neill Blomkamp - che hanno contribuito ad un accenno di nascita di una new wave fantascientifica venata di esistenzialismo. In realt&#224; Monsters si appiattisce quasi del tutto sulla buona idea di realizzare un film su un'invasione aliena mettendo l'abusato spunto sullo sfondo e dando invece risalto alla coppia di protagonisti umani (un uomo ed una donna, of course) costretti per necessit&#224; ad attraversare il territorio messicano - divenuto nel frattempo &quot;zona infetta&quot; per la contaminazione aliena di cui sopra - alla volta degli States.
Paradossalmente quindi in Monsters &#232; ben riuscita la cornice del film, rappresentata da un'atmosefera malinconica e rarefatta da apocalisse imminente, mentre a mancare pressoch&#233; completamente &#232; proprio il nucleo centrale dell'opera, ovvero il pathos e l'empatia nei riguardi di una love-story che non solo non decolla mai ma con tutta probabilit&#224; sembra restare invero pietrificata ai blocchi di partenza. In parte per demerito di due interpreti di totale inadeguatezza (i &quot;televisivi&quot; Whitney Able e Scott McNairy), molto per una sceneggiatura incapace di descrivere l'evoluzione di un rapporto che rimane costantemente sui binari di una noiosa ordinariet&#224; pur essendo inserito in un contesto a dir poco fuori dagli schemi. Contestualizzata in tali premesse perde mordente anche la visivamente suggestiva sequenza finale, che &quot;osa&quot; mostrare un accoppiamento alieno quasi fosse una sublime danza tra gigantesche piovre pluritentacolari e che si conclude con il poco agognato bacio tra i due umani. Un afflato romantico teso e disperato che per&#242; risulta al tirar delle somme completamente gratuito e posticcio, visto che Edwards - pure autore unico dello script - non si &#232; preso la briga di spiegare il perch&#233; tra Samantha ed Andrew (questi i nomi dei characters del film) sia nata la fatidica attrazione, culminante nel disperato bacio finale. Un fattore questo che sorprende in negativo non poco, dando per scontato il concetto che nelle pellicole low budget debba essere proprio il contenuto a prevalere sulla forma. In Monsters invece accade in pratica il contrario, con effetti speciali ottimamente realizzati, sia pur usati con comprensibile parsimonia, a far da contraltare positivo ad una vicenda narrativa che invece non racconta nulla di particolarmente rilevante, n&#233; a proposito della natura degli alieni n&#233; tantomeno del loro impatto sulla societ&#224; terrestre, limitandosi semplicemente ad una blanda critica su quanto e come il denaro mantenga - anzi aumenti - la propria importanza anche quando il mondo si trova sulla strada del collasso. Aggiungiamoci poi una regia senza guizzi, capace solo di giocare abilmente con il sonoro fuori campo (i versi dei &quot;mostruosi&quot; alieni) per creare quel minimo di suspense necessaria a non far precipitare nella catatonia pi&#249; profonda lo spettatore, e si comprende bene come diventi impresa davvero ardua definire Monsters un film riuscito.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;17/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>17/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>In Time</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=8742</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/AltroCinema/in-time-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Si &#232; conclusa con successo la ventunesima edizione del Noir in Festival di Courmayeur, manifestazione davvero pregevole sia per la quantit&#224; e variet&#224; di suggestioni proposte, sia per l'ordine e la brillantezza mostrata dal punto di vista organizzativo. La serata di venerd&#236; 9 dicembre &#232; iniziata con la presenza sul palco di Stephen Frears, premiato per il lavoro d'insieme della sua carriera, ed &#232; proseguita con la proiezione dello scialbo, stereotipato e trascurabile horror spagnolo Paranormal Xperience. Allo scoccare della mezzanotte, il pubblico cinefilo ha infine potuto assistere all'anteprima nazionale di In Time, fantathriller futuristico diretto da Andrew Niccol (regista di cult come Gattaca, e sceneggiatore del capolavoro The Truman Show), e interpretato da un trio di sicura presa popolare composto da Justin Timberlake, Amanda Seyfried e Cillian Murphy.
Da uno come Niccol non ci si pu&#242; che aspettare qualcosa d'importante, almeno a livello teorico. L'idea alla base di In Time &#232; infatti alquanto intrigante: in un mondo avveniristico, nel quale il gene dell'invecchiamento &#232; stato annullato, ogni persona pu&#242; giungere soltanto fino ai 25 anni di et&#224;. Da l&#236; in poi, per continuare a vivere, deve comprare il tempo, in tutti i modi possibili. Un secondo, un minuto, un giorno, un anno: bisogna guadagnarsi l'esistenza, istante dopo istante. Sul braccio di ogni individuo &#232; tatuato un indissolubile timer elettronico che misura il countdown verso il tempo zero, ovvero la morte. Si ha cos&#236; sempre sotto controllo quanto resta a disposizione. Se il countdown si approssima all'ora X, &#232; meglio affrettarsi, con ogni mezzo, per trovare altro tempo, prima che sia troppo tardi. Will Salas, abitante di un ghetto povero posto ai margini della metropoli, assiste inerme alla morte della madre; frustrato, in cerca di vendetta, approfittando di un inaspettato regalo, si inoltra nella zona ricca della citt&#224;, per scippare il tempo ai benestanti e donarlo a chi pi&#249; ne ha bisogno.
La pellicola diretta da Niccol dispiega un complesso panorama concettuale, attraverso cui monitorare il senso della vita stessa, racchiuso dallo scorrere ineluttabile del respiro dell'esistenza. Tutto ruota intorno al tempo, divenuto moneta di scambio di qualsiasi contrattazione intima, sociale e commerciale: cercare il tempo, inseguirlo, scovarlo, corteggiarlo, barattarlo, venderlo, regalarlo, rubarlo. Ogni cosa si paga con frazioni di vita, e il tessuto sociale, racchiuso dai confini di un futuro non cos&#236; lontano dal nostro presente, divide la popolazione in caste ben definite: i poveri, che sopravvivono alla meglio, raschiando avanzi di tempo qui e l&#224;, e i ricchi, che invece ne hanno a disposizione quantit&#224; industriali, tanto da non sapere quasi nemmeno cosa farsene. L'intervento del protagonista, aiutato da un'annoiata e facoltosa ragazza altoborghese, si propone come strumento d'avvio di una vera rivoluzione culturale; Robin Hood senza frecce ma con tanta determinazione, Will ruba ai ricchi per dare ai poveri, inseguendo un vago miraggio di uguaglianza in un mondo post-capitalista in cui le discriminazioni hanno ucciso ogni forma di democrazia.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessio Gradogna&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>12/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>De bon matin</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=8735</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/AltroCinema/De%20bon%20matin/De-bon-matin-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Tra le varie suggestioni che impreziosiscono ogni giornata del Noir in Festival, nella serata di venerd&#236; si &#232; fatto molto apprezzare il film francese De bon matin, inserito nel concorso lungometraggi. Diretto da Jean-Marc Moutout, marsigliese, gi&#224; autore di corti e documentari pi&#249; volte segnalati dalla critica, e interpretato da un bravissimo Jean-Pierre Darroussin, &#232; un lavoro capace, con intelligenza e abilit&#224;, di mettere in scena una tragica storia realmente accaduta; un racconto di dolore e fallimento, ambientato tra i miasmi della crisi economica che negli ultimi anni ha colpito con durezza gli istituti finanziari di tutta Europa.
Paul, come ogni mattina, si alza dal letto, e si prepara per recarsi presso la Banca dove da tanti anni &#232; impiegato. Prende il bus, osserva i volti della gente, cammina verso la sua scrivania. Pare una giornata uguale a tante e tante altre. Arrivato a destinazione, per&#242;, Paul estrae una pistola, e uccide a bruciapelo due colleghi. Dopodich&#233; l&amp;#8217;uomo, rinchiuso nel suo ufficio, in attesa dell&amp;#8217;arrivo della polizia, ripercorre le tappe della storia che lo ha portato sino al punto di non ritorno. Noi la riviviamo con lui.
L&amp;#8217;estetica del lavoro. La carriera come missione materiale e spirituale. L&amp;#8217;impegno assoluto e costante nella propria mansione. La Banca come panacea di ogni sogno e speranza. La crescita individuale da tessere in parallelo con il benessere aziendale. L&amp;#8217;orgoglio per l&amp;#8217;abilit&#224; nel mestiere. L&amp;#8217;apprezzamento di chi ogni giorno ti sta intorno. La spersonalizzazione dell&amp;#8217;individuo, accettata senza remore, nel rapporto con l&amp;#8217;Istituto sociale. E poi, le tappe del dramma. La crisi, i tagli, i costi da limare. Giovani rampanti pronti a toglierti la sedia. Cambi in sede direttiva. Vendette trasversali. Logiche hobbesiane per le quali calpestare ogni diritto di anzianit&#224;. Tasselli di un mosaico che si spezza, in silenzio, day by day, disintegrandosi tra le onde della tempesta, sino al nadir della coscienza.
Paul &#232; un uomo come tanti. Ha dedicato l&amp;#8217;intera esistenza al lavoro, e ha innalzato il lavoro come cuore dell&amp;#8217;esistenza. Quando le certezze professionali iniziano a vacillare, fagocitate dal mostruoso gorgo della crisi finanziaria, la corazza si apre, si sfalda, rivelando la nudit&#224; fisica e psicologica che si nasconde dietro alla cravatta d&amp;#8217;ordinanza. Da l&#236; allo sfacelo, il passo &#232; breve e radicale.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;11/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessio Gradogna&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>11/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Martha Marcy May Marlene</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=8730</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/AltroCinema/Martha-Marcy-May-Marlene-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;In pieno corso di svolgimento a Courmayeur l&amp;#8217;edizione numero ventuno del Noir in Festival: un evento di notevole caratura, ricco di suggestioni variegate e stimolanti, molto ben organizzato e caratterizzato da un&amp;#8217;apprezzabile attenzione per la civilt&#224; dello spettatore (cellulari spenti durante le proiezioni, pubblico ordinato e silenzioso, posti riservati in sala per i giornalisti); abitudini che dovrebbero essere normali e acquisite, ma che al contrario appaiono quasi miracolose nell&amp;#8217;impietoso confronto con il caos incontrollabile che purtroppo regna nella gran parte dei festival italici.
La giornata di gioved&#236; 8 dicembre, per quanto concerne i film in concorso, &#232; stata caratterizzata dalla visione di Martha Marcy May Marlene, lungometraggio diretto da Sean Durkin, esordiente sulla lunga durata, e interpretato da una bravissima Elizabeth Olsen (classe 1989, gi&#224; vista nel pessimo horror uruguayano The Silent House).
La trama ruota intorno alla giovane Martha, in fuga da una comunit&#224; nella quale ha vissuto negli ultimi due anni. La ragazza, sola e senza appoggi, trova rifugio presso la sorella Lucy e il marito di lei Ted, in vacanza nella loro casa sul lago. In cerca di protezione e tranquillit&#224;, Martha &#232; preda di ricorrenti incubi, durante i quali rivive le prevaricazioni subite nei mesi passati. Giorni di buio, inganni e violenze, che siamo costretti nostro malgrado a rivivere, in parallelo con la mente della protagonista.
Realizzato, non a caso, con l&amp;#8217;egida del Sundance Festival, e gi&#224; transitato con successo a Cannes e a Toronto, il film di Durkin rappresenta il lato fragile di Winter&amp;#8217;s Bone, lavoro con il quale assume vincoli di parentela molto stretti. Ancora una volta, il cinema indipendente americano rifugge la citt&#224;, per mostrarci il volto rurale, nascosto e periferico, di un grande paese entro cui si annidano piccoli e inquietanti misteri, avvolti nella polvere di ideologie bacate e assai pericolose. Martha si mostra allo spettatore come un&amp;#8217;ideale sorellastra della Jennifer Lawrence del sopracitato Winter&amp;#8217;s Bone, molto meno solida a livello caratteriale rispetto alla collega, ma accomunata da un senso di dolore che ingloba e annulla qualsiasi lieta speranza di futuro. Intorno a lei, proliferano le fragilit&#224; di personaggi in cerca d&amp;#8217;autore, nascosti dietro l&amp;#8217;ingannevole corazza di una setta corrosa da una fratellanza di facciata che scivola in una violenza senza ritorno. La famiglia negata, la famiglia allargata: accoglienza e vendetta, ruoli obbligati, vincoli sanguinanti, immoralit&#224; senza confine, nel nome di un Dio perduto, trasportati dalla corruzione, dalla Fede della vita come semplice atto transitorio verso la Morte (&amp;#8220;Death is pure love&amp;#8221;, ci viene detto a un certo punto). Cos&#236;, durante il giorno, i sorrisi si espandono tra tuffi in acqua, bagni senza costume, nudit&#224; prive di imbarazzo, canzoni country narrate in cerchio con una chitarra e tanta fantasia, lavori tra i campi, respiri puri e distanti dall&amp;#8217;inquinamento psicologico delle asfittiche metropoli; quando cala la notte, per&#242;, il buio conduce a una verit&#224; liquida e amara.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessio Gradogna&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>10/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>The Invader</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=8726</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/AltroCinema/the-Invader-200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Primo lungometraggio del filmmaker e videoartista belga Nicolas Provost, The Invader &#232; stato presentato &amp;#8211; coerentemente &amp;#8211; nella sezione Orizzonti, alla sessantottesima Mostra del cinema di Venezia. Un candido corpo femminile adagiato sulla spiaggia espone a favore d&amp;#8217;obiettivo il suo sesso rasato. Poi la donna si alza e avanza, zigzagando sinuosamente in mezzo ad altri corpi candidi, svestiti, fino a comprendere dentro l&amp;#8217;inquadratura i neri muscoli massicci del protagonista e di alcuni suoi compagni. Fin dalle primissime immagini Provost dichiara apertamente la caratteristica natura della sua ispirazione, ma &#232; nel resto del film che dimostra, almeno fino a un certo punto, la validit&#224; di questo astuto esperimento che consiste nel mescolare due elementi ufficialmente inconciliabili. La vicenda cruda e tragica di un immigrato &#232; raccontata qui secondo uno stile esplicito, formalmente raffinato ed esatto, talvolta quasi soverchiante. Una strategia di straniamento si potrebbe quasi dire, ma nelle curve sinuose del racconto si scorge di tanto in tanto una furbizia scivolosa: come se il tema della migrazione fosse in realt&#224; un pretesto per conferire a una storia altrimenti del tutto priva di originalit&#224; e perfino quasi di autonomia, una necessit&#224; per dir cos&#236; surrettizia. Il punto &#232; che il gioco funziona. I corpi torniti e levigati dei protagonisti si agitano composti, circolano e s&amp;#8217;incrociano circondanti da una fitta selva di oggetti, di prodotti di consumo che gli sono simili, che sono loro parenti. L&amp;#8217;illusoria liberazione del protagonista passa per un gesto di sfida che &#232; anche gesto distruttivo; &#232; solo grazie alla credibilit&#224;, all&amp;#8217;appetibilit&#224; ottenuta rivestendosi di &amp;#8220;cose&amp;#8221; (gli abiti rubati dalle scorte che alimentano uno dei mille traffici illeciti del padrone mafioso che schiavizza i migranti africani) che Amadou s&amp;#8217;incammina verso la scoperta di una seconda e pi&#249; tragica cattivit&#224;: l&amp;#8217;invincibile annichilimento del capitalismo occidentale.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Silvio Grasselli&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>09/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Sennentuntschi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=8660</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/AltroCinema/Sennentuntschi/Sennentuntschi-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;L&amp;#8217;elvetico Michael Steiner &#232; riuscito a cambiare i nostri orizzonti. Prima di imbatterci in Sennentuntschi, eravamo indecisi se dar retta o meno al personaggio di Orson Welles, quello che, in un memorabile monologo del capolavoro noir Il terzo uomo, sosteneva con fare irridente che rispetto all&amp;#8217;Italia dei Borgia il pacifico statarello alpino non avesse prodotto altro, in tanti secoli, che i famigerati orologi a cuc&#249;. L&amp;#8217;orrore per&#242; ha tante forme. E, a parte la possibilit&#224; di riconoscerlo persino nei suddetti cuc&#249;, gi&#224; a suo tempo la visione espressa ne Il terzo uomo ci sembr&#242; riduttiva: il luciferino Harry Lime, relegato nell&amp;#8217;immediato dopoguerra, non immaginava forse quel sottile senso di nausea e di orrore che si sarebbe poi generato, nei decenni a venire, dal consolidarsi del sistema bancario. Le banche svizzere quale indiscusso epicentro del Male: questa sarebbe stata la nostra idea, se avessimo dovuto girare un horror nella piccola nazione dell&amp;#8217;Europa centrale!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;25/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>25/11/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Dark Souls</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=8649</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/AltroCinema/Dark-Souls-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il primo lungometraggio in cui ci siamo imbattuti all&amp;#8217;undicesima edizione del TOHorror Film Fest, pur con qualche difetto non da poco nello sviluppo della trama, ha offerto l&amp;#8217;ennesima dimostrazione di quanto sia vitale, specialmente in questi anni, il cinema di genere scandinavo. Alla Svezia di Lasciami entrare e della trilogia Millennium, alla Finlandia di Antti-Jussi Annila che fa entrare l&amp;#8217;orrore persino nella tradizionale Sauna, la Norvegia continua a contrapporre una serie di thriller cupi, violenti, morbosi, in auge sin dagli anni&amp;#8217;90. E l&amp;#8217;archetipo pi&#249; forte, fermandoci ai titoli maggiormente noti, potrebbe essere proprio il livido (fin nelle tonalit&#224; fotografiche) Insomnia di Erik Skjoldbj&#230;rg (1997), da cui sarebbe poi derivato il fortunato remake (2002) di Christopher Nolan con Al Pacino protagonista. Lo schema della &amp;#8220;detection&amp;#8221; si insinua anche nel film che abbiamo visionato a Torino, Dark Souls (ovvero M&#248;rke sjeler, 2010), arricchendosi per&#242; strada facendo di elementi fantastici che prendono gradualmente il sopravvento, fino a prefigurare scenari apocalittici.
La pellicola diretta con mirabile senso della suspance da C&#233;sar Ducasse e Mathieu Patheul, francesi di nascita ma attivi da tempo in Norvegia, riesce senz&amp;#8217;altro nell&amp;#8217;impresa di costruire un&amp;#8217;escalation orrorifica di tutto rispetto, perdendosi talvolta nelle modalit&#224; con cui viene introdotta l&amp;#8217;indagine poliziesca o in altri elementi di contorno. Lo spunto di partenza &#232; difatti l&amp;#8217;impressionante catena di omicidi che attraversa la Norvegia, ad opera di quello che sembrerebbe soltanto un pazzo omicida armato di Black &amp; Decker, ma le rivelazioni sulla sua identit&#224; saranno alla fine di gran lunga pi&#249; spaventose. Tanto per cominciare, l&amp;#8217;implacabile serial killer non si limita a trapanare il cervello della gente, ma vi inietta una sostanza nerastra affine al petrolio. E le povere vittime, date inizialmente per morte, sono invece destinate a tornare in vita, ma si tratter&#224; di esistenze catatoniche, svuotate della personalit&#224; originaria, quasi ectoplasmatiche, malate al punto che i soggetti colpiti si trasformeranno infine in nuove creature foriere di morte. Quella specie di petrolio che gli &#232; stato somministrato annerir&#224; gradualmente i loro corpi e le loro anime.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>23/11/2011</pubDate>
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			<title>From Hell # 06</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=79&amp;art=8648</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/AltroCinema/red-white-and-blue-cover200(1).jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il cinema horror britannico sta vivendo un momento di notevole vivacit&#224;. Negli ultimi anni si &#232; infatti sviluppata una nuova scuola, piccola ma determinata, capace di dare alla luce risultati molto interessanti. Possiamo ricordare, in tal senso, l'ottimo The Children di Tom Shankland, il durissimo Eden Lake di James Watkins, e il radicale Mum &amp; Dad di Steven Sheil. Della corrente fa parte anche Simon Rumley, classe 1970, autore che ha gi&#224; saputo imporsi agli occhi degli appassionati, attraverso positive partecipazioni (anche italiane) in numerose manifestazioni di genere.
Sulla scena da diversi anni (il suo primo cortometraggio risale al 1993), Rumley si fa notare nel 2006 con The Handyman e soprattutto con The Living and the Dead, film premiato al festival di Austin e citato tra le menzioni speciali anche a Sitges e al Ravenna Nightmare. Un'opera dolorosa, straziante, viscerale, permeata da chiari riferimenti di stampo autobiografico. L'autore, infatti, nel 2001 aveva visto sua madre morire di cancro, dopo essere stata a lungo assistita da una zia a sua volta in cattive condizioni di salute. Una situazione tragica e paradossale, acuita dal fatto che il padre era morto tre mesi prima per un attacco di cuore. Un coacervo di dolore, che Rumley decide di raccontare, a modo suo, trasportando su grande schermo l'esperienza di vita, dedicando il film proprio ai defunti genitori.
Ne esce fuori un film complesso, stratificato, aperto a pi&#249; livelli di lettura, e accompagnato da un alone disturbante che non pu&#242; lasciare indifferenti. Un lavoro intimo, girato tra gli alienanti spazi della Tottenham House (enorme edificio di 250 stanze, utilizzato nel tempo come ospedale e poi come centro di recupero per tossicodipendenti), durante il quale l'oggettivit&#224; della messinscena &#232; giocoforza abbandonata a vantaggio di una narrazione (dis)articolata che lascia libero sfogo alle pulsioni di un racconto imbevuto di ricordi ancora sanguinanti. Grazie anche all'intensa interpretazione del protagonista Leo Bill, The Living and the Dead propone una prima parte pi&#249; lineare, a cui fa seguito un deciso cambio di registro che accompagna lo spettatore verso un delirio fisico e mentale capace di fagocitare ogni connotazione spazio-temporale. Rumley imposta come modelli di riferimento il teatro dell'assurdo di Beckett e il cinema di Lynch, viaggia su binari non troppo lontani dall'Aronofsky di Requiem for a Dream, cita il capolavoro di Robert Aldrich Che fine ha fatto Baby Jane?, e trascina l'occhio verso territori di non immediata assimilazione: salti nel vuoto della coscienza, reiterazioni situazionali, lunghe sequenze montate in accelerato, estetica da videoclip, in una scottante giostra indirizzata alla vette dell'afflizione. 
Il risultato finale &#232; imperfetto, e paga l'eccessivo debordare stilistico, scappando pi&#249; volte di mano al suo autore. Ma tra i tanti difetti il film possiede anche una forza strutturale non disprezzabile.
Quattro anni dopo, Rumley torna al lungometraggio per dipingere la met&#224; oscura dell'animo umano in Red, White &amp; Blue, anch'esso segnalato con una menzione speciale al Ravenna Nightmare Festival. 
Il centro focale della storia &#232; Erica, una ragazza priva di affetti e stabilit&#224;; debole ed errabonda, passa da un uomo all&amp;#8217;altro, e da un letto all&amp;#8217;altro, consumando il sesso come unico contatto fisico e (im)morale con l&amp;#8217;umanit&#224; che la circonda. Intorno a lei convergono e si intersecano i drammi di Franki, aspirante rockstar che scopre di essere positivo all&amp;#8217;HIV, e di Nate, reduce dall&amp;#8217;Iraq in cerca di legami e solidit&#224; mai vissute.
Al di l&#224; della violenza, che scivola sottopelle all'inizio per poi esplodere nella seconda parte del film, Red White &amp; Blue &#232; soprattutto un&amp;#8217;intensa storia di disperate solitudini e di anime dannate, allo sbaraglio nel mare dell&amp;#8217;ipocrisia di una societ&#224; egoista e meschina. Davanti a loro si pone l'impossibilit&#224; di una qualsiasi forma di futuro, e il conseguente trionfo della vendetta come unica opportunit&#224; per vomitare il sangue rappreso che soffoca le sofferenze reiterate e le privazioni ricevute.
Rumley conferma la sua ampia gamma di soluzioni stilistiche, mettendo sul piatto molte idee e incastonandole con efficacia soprattutto nella prima parte, dotata di momenti lievi e delicati davvero intensi (come nella splendida scena in cui Erica guarda la Tv, seduta sul divano, a casa di Nate: un piccolo e straordinario respiro di quell&amp;#8217;intimit&#224; familiare che sempre le &#232; stata negata). Pi&#249; convenzionale, invece, la seconda met&#224; della pellicola, in cui la rabbia dei personaggi deflagra con un estremismo visivo e narrativo eccessivo e pleonastico.
In ogni caso quello del regista inglese resta un lavoro capace di imporsi e saltare oltre la semplice facciata di un mondo perduto che mai vorremmo vedere, e di cui invece siamo circondati in ogni istante.
Forte degli ottimi riscontri ottenuti con i due lavori sopracitati, Rumley partecipa subito dopo a Little Deaths, film a episodi diretto insieme a Sean Hogan e Andrew Parkinson, altri due autori di talento della scuola britannica. Il suo segmento, Bitch, simbolizza ancora una volta il sesso come elemento atto a scatenare i peggiori impulsi insiti nella coscienza umana.
Personaggio controverso, proprio come i film che dirige, Simon Rumley &#232; un autore sicuramente dotato di buone capacit&#224;, per ora non sempre espresse nel modo pi&#249; corretto. Vale comunque la pena di continuare a monitorarne con interesse le gesta, perch&#233; se riuscir&#224; a fondere insieme con definitiva solidit&#224; i tasselli della sua poetica, potr&#224; con ogni probabilit&#224; ritagliarsi un avvenire ricco di soddisfazioni.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altrevisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessio Gradogna&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altrevisioni</category>
			<pubDate>23/11/2011</pubDate>
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			<title>Cin&#233; France # 02</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=79&amp;art=8556</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/AltroCinema/la-guerre-est-declaree-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Uscito da poche settimane nei cinema italiani, dopo aver vinto ad aprile il GLBT Festival di Torino, Tomboy ha confermato tutte le doti narrative e stilistiche di C&#233;line Sciamma, giovane autrice di sicuro talento che gi&#224; si era imposta all'attenzione generale con il notevolissimo film d'esordio Naissance des Pieuvres. Dopo aver raccontato con estrema dolcezza i turbamenti di tre adolescenti alla scoperta del sesso e dell'amore, nella confusa ricerca dell'accettazione di s&#233;, la Sciamma ha spostato indietro la lancetta, dedicandosi questa volta a una bambina, sperduta nelle pieghe di un'identit&#224; sessuale ancora da stabilire. Come nel lavoro precedente, la regista di Pontoise ha dimostrato di possedere un tocco raffinato, discreto, quasi magico e mai invadente, trovando piena empatia con le sue giovani protagoniste; non pi&#249; una promessa, ormai, bens&#236; una certezza acquisita, per il presente e il futuro del cinema francese.
Tomboy sarebbe potuto essere un serio candidato per la Francia ai prossimi premi Oscar nella categoria miglior film non in lingua inglese? Senz'altro, visto il suo indiscutibile valore. Forse, per&#242;, a ben pensarci, avrebbe faticato a toccare i cuori americani, poco avvezzi a opere di tale profondit&#224; autoriale (prova ne &#232; stata, lo scorso anno, la scandalosa esclusione dalle nominations del capolavoro d'alta spiritualit&#224; Uomini di Dio, silurato da una cinquina che poi ha visto prevalere il ricattatorio e poco pi&#249; che mediocre In un mondo migliore di Susanne Bier).
Un altro candidato pi&#249; che autorevole sarebbe potuto essere, con cognizione di causa, anche il gustosissimo Carnage di Polanski: cinema da camera di livello assoluto, corrosivo e dirompente nella sua frenesia dialogica, con la presenza di quattro attori assai amati in terra statunitense.
La Commissione responsabile, composta tra gli altri da Jeanne Moreau, ha invece optato per una scelta sorprendente e coraggiosa: a sventolare il tricolore francese a Hollywood sar&#224; infatti La guerre est d&#233;clar&#233;e, dramma familiare autobiografico diretto e interpretato da Val&#233;rie Donzelli, e da lei anche scritto insieme al compagno J&#233;r&#233;mie Elkaim, cointerprete della pellicola.
Abbiamo a che fare con una storia straziante, durante la quale i due protagonisti, Romeo e Giulietta, vivono il loro amore e si preparano a provare l'ebbrezza di diventare genitori, salvo poi scoprire che il loro piccolo bimbo, Adam, &#232; affetto da un tumore al cervello: dovr&#224; essere operato e poi sottoporsi a cure intensive fino ai cinque anni di et&#224;, senza nemmeno la certezza di sopravvivere al trattamento. Scioccati dall'inferno che si spalanca davanti a loro, i due sono cos&#236; costretti a calarsi in un inferno cieco fatto di ospedali, chemioterapie, disperazione, (poche) speranze e (tante) disillusioni.
Riassunta in tale modo, la trama lascerebbe pensare a un dramma strappalacrime piuttosto canonico, ma la forza del film della Donzelli sboccia esattamente al lato opposto della barricata: lo stile con la quale l'autrice dipinge il racconto &#232; infatti vivace, scatenato, colorato, spiazzante. Tra le viscere del dolore troviamo musiche rock, allegria e umorismo, sorrisi e spensieratezza, levit&#224; e ironia: un contrasto radicale, che ha meravigliato e convinto pubblico e critica d'Oltralpe. Il film ha ricevuto applausi dopo la presentazione a Cannes, ha vinto premi in numerosi festival nazionali, e ha ottenuto buonissimi incassi dopo la sua uscita nei cinema, avvenuta a fine agosto, grazie anche a un rapido passaparola che ha moltiplicato il numero di sale in cui &#232; stato possibile vederlo. Insomma, un piccolo fenomeno che ha messo d'accordo un po' tutti, fino a imporsi sulla strada verso gli Oscar.
Per quello che pu&#242; contare, l'ultimo film francese ha vincere l'Academy Award &#232; stato Indocina, di R&#233;gis Wargnier, nel 1993. Sono passati quasi vent'anni. Decisamente troppi. Nel mezzo ci sono stati lavori straordinari che l'Oscar lo avrebbero meritato senza indugio: &#232; sufficiente riferirsi alle scorse tre annate, con il sopracitato Uomini di Dio e gli altrettanto strepitosi Il Profeta di Audiard (sconfitto da Il segreto dei suoi occhi di Campanella) e Entre les murs di Cantet (battuto dal nipponico Departures).
Sar&#224; la volta buona? Scorrendo l'elenco dei film candidati dai vari paesi, la concorrenza non manca: tralasciando l'Italia, che ha ben pensato di scartare il solidissimo Moretti di Habemus Papam per dare invece fiducia a Terraferma (zero possibilit&#224; di vittoria, a giudizio di chi scrive), abbiamo in corsa, tra gli altri, il sublime Kaurismaki di Le Havre, Wenders con Pina, Zhang Yimou con The Flowers of War, Ann Hui con l'applauditissimo A Simple Life, e l'Orso d'Oro a Berlino Una separazione, di Asghar Farhadi. Non sar&#224; facile. 
Appuntamento il 24 gennaio per le nominations.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altrevisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessio Gradogna&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altrevisioni</category>
			<pubDate>10/11/2011</pubDate>
		</item>
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			<title>From Hell # 05</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=79&amp;art=8418</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/AltroCinema/offspring-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Jack Ketchum &#232; senza dubbio uno degli autori di punta nel panorama letterario di genere americano. Tra gli scrittori in attivit&#224;, ben pochi hanno la capacit&#224; di costruire storie cos&#236; ambigue, scioccanti e radicali. Il cinema, negli ultimi anni, si &#232; accorto delle potenzialit&#224; espressive di questi racconti ferali, e in poco tempo sono stati realizzati ben cinque film tratti dai suoi lavori: il devastante The Girl Next Door, il controverso The Lost, il discreto Red, il carnevalesco Offspring e il recente The Woman, diretto da Lucky McKee. In questa sede la nostra attenzione si rivolge a questi ultimi, essendo, almeno sulla carta, molto legati tra loro.
 
Offspring, scritto dallo stesso Ketchum, diretto da Andrew van den Houten, uscito nel 2009 direttamente in home video, e tratto da un romanzo pubblicato nel 1991, tratta di una banda di cannibali che si aggira lungo le coste del Maine. Sono gli ultimi sopravvissuti di una grande famiglia che da molto tempo si sposta(va) in lungo e in largo terrorizzando gli abitanti delle zone coinvolte; una trib&#249; dedita a violenza, omicidi, incesto e antropofagia. Isolati dalla societ&#224;, capaci di comunicare soltanto con un linguaggio autonomo, i selvaggi decidono di assediare la casa in cui risiede una coppia di civili, con l'obiettivo di rapire il loro neonato, per crescerlo e assicurare cos&#236; la sopravvivenza del clan.
A differenza dello strepitoso The Girl Next Door i personaggi di Ketchum, cos&#236; solidi dal punto di vista narrativo nelle pagine del testo, perdono in questo caso mordente nell'approdo al grande schermo: la famiglia cannibalica manca infatti della giusta caratterizzazione psicologica. La storia procede in modo elementare, non aiutata dalla disordinata regia di Van den Houten, e dall'interpretazione poco pi&#249; che amatoriale di buona parte del cast, con l'eccezione della bravissima protagonista Pollyanna McIntosh. L'ambientazione costiera pu&#242; riportare alla mente qualche suggestione derivata dall'Antrophopagus di Joe D'Amato, mentre, tra morsi letali e parrucconi vintage, l'orrore scivola spesso nella grottesca ironia, tanto da far nascere qualche punto di contatto con gloriosi (?) cult come Cannibal Women in the Avocado Jungle of Death. Il rischio del ridicolo troneggia in ogni istante, e lo sviluppo della trama non offre particolari sussulti.
A conti fatti parrebbe un disastro; in parte lo &#232;. Nell'approssimazione generale, per&#242;, Offspring riesce anche, almeno a tratti, a creare un'atmosfera morbosa, oscura e malata, grazie ad alcune sequenze gore brutali ed efficaci che permeano il film di un manto lievemente disturbante. Certo, con una maggiore cura dell'insieme, e uno script pi&#249; esteso e approfondito, il risultato finale sarebbe potuto essere di ben altra risma.

Notevoli entusiasmi ha invece generato The Woman, diretto da Lucky McKee, uscito sul mercato nel 2011. Il film ha sconvolto la platea del Sundance, ha vinto il primo premio al Festival del Film Fantastico di Strasburgo, grazie ai consensi ottenuti dalla giuria capitanata da George Romero, e sta mietendo consensi un po' ovunque. Un fervore generale a conti fatti eccessivo e non del tutto condivisibile. Il film inizia dove si era concluso Offspring. Una donna della trib&#249; cannibale, unica sopravvissuta al primo episodio, si aggira solitaria per i boschi, allo stato brado, nutrendosi come pu&#242;. Il suo destino s'incrocia per&#242; con quello di Chris Cleek, avvocato di successo che vive con la famiglia in una villetta di provincia. L'uomo comanda la moglie e i figli attraverso una disciplina rigida che in molti casi scivola nell'oppressione. La consorte subisce con totale passivit&#224; le angherie del marito, cos&#236; come Peggy, la figlia adolescente. Il ragazzo, Brian, prova invece sentimenti contrastanti nei confronti del genitore: odio, ma anche ammirazione e voglia di imitazione. Un giorno, durante una solitaria battuta di caccia, Chris vede la donna selvaggia immersa nell'acqua di un torrente; affascinato da questa bizzarra creatura la spia per un po', fino a quando decide di catturarla e segregarla all'interno del capanno degli attrezzi. Il suo obiettivo &#232; civilizzare la donna, con il coercitivo aiuto della famiglia, ma ben presto la situazione sfugge di mano al carceriere.
The Woman prende il via con un incipit di grande valore, a met&#224; strada tra cinema e videoclip; pochi minuti in cui McKee, regista da sempre sopravvalutato, ci presenta la protagonista dell'opera, scatenandosi in una sarabanda di ralenti, sovra impressioni, dissolvenze, giochi fotografici e ardite invenzioni di montaggio. Fino a qui, tutto bene. Peccato per&#242; che questo stile di regia sia reiterato dallo stesso McKee lungo tutto lo svolgimento della storia, in un profluvio di variabili linguistiche a lungo andare supponenti, pleonastiche e stancanti. Come se non bastasse, il lavoro del regista &#232; ulteriormente appesantito da scelte musicali fuorvianti non sempre adeguate al contesto, ad esempio nel momento in cui Chris scopre per la prima volta la donna.
Sequel di Offspring, almeno sulla carta, The Woman pare invece in realt&#224; molto pi&#249; vicino allo spettro narrativo di The Girl Next Door, senza peraltro avvicinarne l'asprezza. Ne esce fuori, in ogni caso, uno spietato ritratto dell'abbondante velo di marciume e degradazione psicologica di cui si nutre la vita di provincia americana. Un micromondo corrotto, nel quale l'(ab)uso della propria condizione sociale morde le caviglie del rispetto reciproco, annullando qualsiasi forma di quieto vivere anche e soprattutto all'interno dell'istituzione familiare. L'universo di riferimento, tra schiaffi rifilati con disarmante semplicit&#224;, torture, stupri e incesti, risulta senza dubbio disgustoso e sconfortante. Non siamo, comunque, nei vicoli della misoginia, come qualcuno ha banalmente lamentato. Non &#232; infatti soltanto il corpo della donna a essere umiliato, bens&#236; l'anima dell'essere umano in quanto tale, al di l&#224; di qualsiasi classificazione di sesso.
Notevole nella sua concretezza letteraria, anche The Woman, cos&#236; come Offspring, pur su livelli senz'altro pi&#249; alti, perde dunque parte della sua efficacia nell'approdo cinematografico. McKee, oltre all'errata autoreferenzialit&#224; stilistica di cui sopra, non riesce a trasmettere la giusta coesione all'insieme; il film si sfilaccia in pi&#249; di un'occasione, e a conti fatti risulta inferiore a pellicole pi&#249; o meno attinenti come il greco Kynodontas e l'inglese Mum &amp; Dad. Apprezzabile, ma non basta, l'ottimo cast, con la conferma della fisicit&#224; dirompente di Pollyanna McIntosh, accanto alla quale giostrano una dimessa Angela Bettis e un luciferino Sean Bridgers.
L'impressione finale &#232; che questo sarebbe davvero potuto essere un grande lavoro, nelle mani di un altro regista meno narciso e pi&#249; consistente.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altrevisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/10/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessio Gradogna&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altrevisioni</category>
			<pubDate>20/10/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Neds</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=6656</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/11/Festival/Torino/Festa%20Mobile/Neds/Neds-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Not
Educated
DelinquentS
Ovvero NEDS. Ecco spiegato il titolo dell&amp;#8217;ultimo film di Peter Mullan, l&amp;#8217;asso calato dai selezionatori del Mosaico d&amp;#8217;Europa Film Fest, per rendere ancora pi&#249; sapida l&amp;#8217;ultima giornata della gi&#224; vivace manifestazione. E se nei giorni prima si erano visti diversi bei film, con Neds &#232; arrivato infine il capolavoro. Un fottuto capolavoro. Fucking Masterpiece! Scusate per l&amp;#8217;eloquio non proprio oxfordiano, ma del resto non siamo a Oxford: siamo in Scozia agli inizi degli anni &amp;#8217;70, ed il tappeto sonoro della pellicola che stiamo commentando riecheggia di uno slang  particolarmente aspro, spigoloso, scorbutico come quei ragazzi della periferia di Glasgow descritti con una esattezza antropologica da mettere i brividi. Ma &#232; tutto l&amp;#8217;ambiente in cui vivono, un ambiente (sotto)proletario dove si impara presto a farsi rispettare o a soccombere, che in Neds risalta con una energia impressionante, a partire dall&amp;#8217;apparato educativo coi suoi gironi danteschi. Ed &#232; la scuola un posto nel quale regna, in tutti sensi, la pi&#249; rigida divisione in classi. Quello di classe &#232; un concetto da intendersi tanto nella pi&#249; comune accezione scolastica che in ambito prettamente sociologico, vorremmo dire marxista: sin dalle prime scene si assiste infatti ad una assegnazione dei ragazzi alle varie e diversamente qualificate sezioni dell&amp;#8217;istituto che riflette, con brutale cinismo, la loro appartenenza a nuclei famigliari di opposta estrazione sociale, al cui interno si riscontra senz&amp;#8217;altro un differente grado di problematicit&#224;. Pur lasciati a sgomitare insieme nel cortile della scuola, i figli sciagurati della working class e i rampolli della upper class appaiono gi&#224; istradati verso percorsi tra loro incompatibili, sebbene non manchino i casi intermedi o comunque in bilico. Una condizione liminare &#232; proprio quella del giovanissimo protagonista, John McGill, adolescente dotato di un potenziale notevole che per&#242; si disperder&#224; presto, tra le vessazioni dei coetanei e l&amp;#8217;arroganza espressa in aula da un corpo insegnante, cui il Sergente Hartman di Full Metal Jacket potrebbe fare da nume tutelare: parlavamo di eloquio, straordinarie certe performance verbali intrise di uno humour britannico ad alto tasso di acidit&#224;, alle quali i docenti in questione fanno talvolta seguire, in perfetta simbiosi, una bella raffica di bacchettate sulle mani. Istigata tanto dalle punizioni corporali a scuola che dal desiderio di inserirsi nel gruppetto di bulli del quartiere, la metamorfosi dello sperduto John McGill (personaggio il cui rapporto con la violenza, decisamente emblematico, non stonerebbe nelle opere di un Milos Forman o di un Paul Schrader) si dimostra cos&#236; radicale, completa, a suo modo paradossale, da propiziare un&amp;#8217;escalation drammatica di rara potenza, uno sprofondare negli angoli pi&#249; bui della mente da seguire tutto d&amp;#8217;un fiato.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/10/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>09/10/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Cin&#233; France # 01</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=79&amp;art=8324</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/9/Deborah-Fran%C3%A7ois-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Inauguriamo oggi la nuova rubrica di CineClandestino dedicata al cinema francofono, parlando di un'attrice che ha saputo in pochi anni far breccia nel cuore del pubblico, imponendosi come una delle migliori (se non la migliore in assoluto) leve della nuova generazione: Deborah Fran&#231;ois.

Nata in Belgio, a Liegi, nel maggio del 1987, figlia di un poliziotto e di un'assistente sociale, Deborah ha debuttato sul grande schermo nel 2005, mentre ancora frequentava il liceo, nel momento in cui ha superato il casting ed &#232; stata scelta dai fratelli Dardenne per il ruolo di co-protagonista nello splendido L'Enfant, premiato con la Palma d'Oro al Festival di Cannes. Un esordio stupefacente, nel quale la Fran&#231;ois ha saputo con perfetta efficacia fornire corpo e anima a una giovane madre alle prese con la povert&#224;, e con la necessit&#224; di procurarsi il denaro per la sopravvivenza grazie alla vendita del proprio figlio, salvo poi rimpiangere la decisione. Un ruolo sofferto, complesso, ricco di sfumature psicologiche, giocato sugli sguardi pi&#249; che sulle parole, interpretato con piena e credibile intensit&#224;.
In quel film, tra le piaghe della sofferenza, il volto angelico di Deborah lasciava presagire una possibile carriera incentrata su personaggi in fondo buoni e positivi; con intelligenza, lei ha invece compreso subito la necessit&#224; di affrancarsi da qualsivoglia catalogazione, mettendosi in discussione in un'interpretazione assai differente nel successivo (e strepitoso) La Tourneuse de pages (La Voltapagine), di Denis Dercourt. Un'altra prova straordinaria, questa volta grazie a un personaggio ambivalente, vendicativo, a suo modo diabolico: lo sguardo celestiale intravisto nella pellicola dei Dardenne diviene qui ferale, travolto da un'ambiguit&#224; letale resa con invidiabile sicurezza e profondit&#224;.
Cos&#236;, con due soli film, la Fran&#231;ois ha messo in luce (e in ombra) qualit&#224; fuori dal comune, affini alla capacit&#224; di compiere radicali metamorfosi stilistiche senza snaturare il tocco vellutato di un'attrice poliedrica, in grado di entrare nelle viscere dei suoi personaggi per estrarne con forza il senso vitale.
Le premesse (e le promesse) sono state poi rispettate negli anni successivi, ancora con interpretazioni diverse, stratificate, sempre puntuali e valide: Les Fourmis Rouges, del belga Stephan Carpiaux, L'Et&#233; Indiene di Alain Raoust, e il dramma storico Les Femmes des l'ombre, di Jean-Paul Salom&#233;, accanto a icone della tradizione francese come Sophie Marceau e Gerard Depardieu.
Nel 2008, grazie al ruolo di un'adolescente in una famiglia alle prese con decisioni fondamentali per tracciare la via delle rispettive esistenze, nell'emozionante Le premier jour du reste de ta vie, vince il premio C&#233;sar come miglior speranza femminile. Un riconoscimento importante per delineare un futuro comunque roseo.
La &amp;#8220;speranza&amp;#8221;, infatti, &#232; gi&#224; una certezza. Deborah si stabilisce a Parigi, per potersi meglio gestire, appare in un paio di serie Tv, torna al cinema nella commedia agrodolce Fais-Moi Plaisir, e prova a uscire dai confini francofoni recitando nel britannico London Nights, di Alexis Dos Santos. Nel frattempo aveva girato un altro prodotto fondamentale per la sua carriera, ovvero Mes Ch&#232;res &#201;tudes (Student Services), il film televisivo di Emmanuelle Bercot, uscito da poche settimane anche in Italia, in cui interpreta una studentessa che vende il suo corpo per pagarsi gli studi.
Un ruolo difficile, per certi versi anche pericoloso, in un lavoro riuscito solo in parte: in ogni caso la sua interpretazione &#232; ancora una volta ai limiti della perfezione, e le permette di lasciar defluire una sensualit&#224; fino a quel momento tenuta ai margini: un erotismo tipicamente francese, ovvero controllato, elegante, &amp;#8220;pensato&amp;#8221;, mai volgare, e proprio per questo audace e conturbante oltre ogni immaginazione. Tanto che, il sottoscritto, si sente di azzardare un paragone con la divina Emmanuelle B&#233;art: all'opposto dal punto di vista fisico, la Fran&#231;ois potrebbe davvero esserne l'unica possibile erede.
Mes Ch&#232;res &#201;tudes &#232; trasmesso in patria in prima serata (ogni confronto con la Tv generalista italiota sarebbe a dir poco impietoso, meglio soprassedere), ed &#232; dunque utile per farla meglio conoscere anche al pubblico del piccolo schermo, soprattutto in virt&#249; del dibattito istituzionale generato dal film.
In questo modo Deborah annulla i confini tra cinema e televisione, scalando le vette del sempre affascinante panorama transalpino. A luglio 2011 &#232; di nuovo nelle sale con Le Moine, trasposizione del romanzo gotico di Matthew G. Lewis, in cui recita accanto a un luciferino Vincent Cassel: la speranza &#232; che la pellicola, prima o poi, tra un cine-panettone e un cine-Moccia, esca anche in Italia. Nei prossimi mesi la vedremo (o meglio, la vedranno) nella commedia Les Tribulations d'une caissi&#232;re, nel drammatico My Queen Karo, nei panni di una giornalista nel post-apocalittico Memories Corner, nelle vesti di una dattilografa nel brillante Populaire, e come doppiatrice nel film d'animazione Zarafa.
Tanti progetti, tanti ruoli, volti e anime mai uguali: la multiforme Deborah Fran&#231;ois prosegue, con decisione, con lucidit&#224;, senza alcun tentennamento, il suo cammino in una strada ben definita, permeata da tanto cinema d'autore e con qualche concessione a prodotti di pi&#249; largo consumo, ma senza mai cadere nel populismo fine a se stesso. Una ragazza semplice, decisa, seducente, sicura di s&#233; e dotata di notevolissime capacit&#224;; una stella del presente e del futuro; la giusta incarnazione di quello che, a giudizio di chi scrive, &#232; ancora per distacco il cinema pi&#249; bello del mondo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altrevisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/10/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessio Gradogna&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altrevisioni</category>
			<pubDate>04/10/2011</pubDate>
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			<title>Bad Family</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=8302</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/9/AltroCinema/paha-perhe-bad-family-200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La prima sequenza di Bad Family (Paha Perhe), oltre a possedere un certo impatto visivo, ha un valore simbolico la cui reale portata &#232; destinata a chiarirsi strada facendo. Ma vi si pu&#242; gi&#224; intuire l&amp;#8217;importanza data ai conflitti generazionali: nella palestra in cui si svolge un piccolo torneo di scherma tre et&#224; diverse si fronteggiano, occupando tre piani diversi dell&amp;#8217;inquadratura. Sulla pedana il figlio adolescente, alle prese con un combattimento affrontato in maniera, a dire il vero, un po&amp;#8217; svogliata. Subito a ridosso della pedana il padre del ragazzo, in piedi come il capitano di una nave, che urla consigli con aria severa. Pi&#249; defilato il nonno demente, abbandonato su una sedia a rotelle, praticamente catatonico. Sembra quasi di assistere alla versione finlandese malata dei Simpson. E non &#232; ancora successo niente, perch&#233; poco pi&#249; avanti si scoprir&#224; che l&amp;#8217;autoritario &amp;#8220;pater familias&amp;#8221; oltre a quel ragazzo e al bambino avuto da una successiva relazione ha un&amp;#8217;altra figlia, esiliata da tempo in Danimarca insieme alla madre ribelle. Ma il ritorno della giovane, dovuto proprio all&amp;#8217;improvvisa morte della madre, porter&#224; ulteriore scombussolamento in una famiglia gi&#224; minata da altre tensioni, neanche troppo sotterranee: il ritorno della bella e libera Tilda generer&#224; infatti nel fratello, di pochi anni pi&#249; giovane, un crescente affetto cosparso di ammirazione, attrazione fisica ed istinto protettivo. Presto scoperte, anzi, pi&#249; che altro sospettate, le delicate attenzioni in odore di incesto che i due amano scambiarsi, il tetro genitore reagir&#224; esercitando un controllo sempre pi&#249; possessivo e morboso sul suo rampollo, ottenendo con le sue grottesche iniziative esattamente l&amp;#8217;effetto contrario. Con quel volto severo, la barbetta appuntita e i lineamenti spigolosi che lo rendono quasi un clone moderno del protagonista di Dies Irae, o di altre figure maschili opprimenti e tetre presenti nel cinema di Dreyer, il padre dei due ragazzi, Mikael, &#232; una machera tragicomica e in fondo assai patetica che incide un segno profondo nella storia. Si conferma poi straordinario, ad interpretare tale personaggio, l&amp;#8217;esperto attore finlandese Ville Virtanen, che avevamo gi&#224; ammirato un paio di anni fa in Sauna, originale horror diretto dal connazionale Atti-Jussi Annila.            
Giocato intorno a colori accesi ed efficaci inquadrature degli interni che amplificano, per contrasto o per similitudine, la portata claustrofobica del racconto, Bad Family sembra rincorrere molteplici e mai banali suggestioni, incastonandole in un percorso narrativo tutto sommato lineare ma sempre ammiccante, allusivo, rivelatore di un disagio sociale ed esistenziale non pi&#249; sostenibile. Provate quindi a focalizzare un immaginifico incontro tra lo humour gelido e straniante che regna in certe pellicole di Kaurism&#228;ki, lo sguardo cinico di Todd Solondz sulla famiglia, ed il ritrovarsi di personaggi amareggiati che non si vedono da anni in Festen di Thomas Vinterberg. Avrete allora un&amp;#8217;idea di quanta carne abbia voluto mettere sul fuoco, quasi fosse per scaldarsi e mitigare cos&#236; il freddo clima del nord, un cineasta in netta crescita come il finnico Aleksi Salmenper&#228;, che gi&#224; col corto Ferry Go Round (selezionato nel 2001 a Cannes) e coi pluripremiati lungometraggi Producing Adults (2004) e A Man&amp;#8217;s Job (2007) aveva saputo mettersi in evidenza. Non sorprende, considerando lo spessore di tale poetica, che anche la Sputnik Oy di Aki Kaurism&#228;ki sia intervenuta nella produzione di Bad Family, opera di un autore ancora giovane e in grado di sorprendere, con le sue virulente stoccate al quieto vivere borghese.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;01/10/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>01/10/2011</pubDate>
		</item>
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			<title>Slovenian Girl</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=8298</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/9/AltroCinema/Slovenian-Girl-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Di memorabile, in Slovenian Girl (titolo originale: Slovenka), vi &#232; senz&amp;#8217;altro l&amp;#8217;incipit grottesco, quasi sguaiato, che permette allo spettatore di prendere confidenza sin dalle primissime scene con l&amp;#8217;attivit&#224; della protagonista: quello di Alexandra &#232; il mestiere pi&#249; antico del mondo. Vediamo infatti la ragazza prendere l&amp;#8217;ascensore in un grande albergo, per raggiungere un cliente dotato di ben poche attrattive: tendenzialmente obeso, sudaticcio, con un costante affanno dovuto alle troppe pillole di Viagra incautamente prese. Quelle pillole gli saranno fatali. Da ci&#242; ha inizio la fuga della protagonista dal luogo dell&amp;#8217;incidente e dallo scandalo che di sicuro la travolgerebbe, se si scoprisse che lei, studentessa modello, &#232; entrata nel giro per potersi permettere un&amp;#8217;esistenza economicamente meno precaria e, soprattutto, un piccolo appartamento a Lubiana. Un altro momento forte arriver&#224; pi&#249; avanti: finiti sulle sue tracce per il clamore destato dal caso, la cui vittima si era per giunta rivelata un grosso (in tutti i sensi) europarlamentare tedesco, due giovani e scaltri criminali riescono, dopo aver setacciato gli annunci sul giornale, ad individuare la misteriosa &amp;#8220;ragazza slovena&amp;#8221; coinvolta nel singolare episodio. Le terribili minacce rivolte ad Alexandra da quei papponi senza troppi scrupoli, intenzionati a far lavorare la ragazza per loro con la forza, non si limitano al paventarle la possibilit&#224; che ne rivelino il nome alla polizia, tanto per rovinarle la reputazione, ma si spingono fino ad intimidazioni ben pi&#249; violente. Impressionante la scena in cui i due la tengono sospesa in aria dal balcone di un palazzo di diversi piani, minacciando la studentessa di lasciarla cadere gi&#249;, qualora non obbedisca ai loro ordini. Dal momento in cui Alexandra cercher&#224; di sottrarsi all&amp;#8217;infame ricatto, il film di Damjan Kozole prova ad approfondire la doppia vita della ragazza, percorrendo sia il binario della prostituzione dagli esiti cos&#236; turbolenti che quello della presunta normalit&#224;, rappresentato dall&amp;#8217;ambiente pi&#249; tranquillo della cittadina dove vive la sua famiglia. Una famiglia con non pochi problemi, comunque, visto che i genitori sono separati e non risultano in grado di offrire un sostegno psicologico adeguato alla figlia: troppo fredda e distaccata la madre, che intanto si &#232; rifatta una vita, troppo svagato (per quanto simpatico) il padre, un lavoratore il cui pi&#249; grande sogno &#232; rimettere insieme la rock band locale con gli amici di sempre.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;29/09/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>29/09/2011</pubDate>
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			<title>She Monkeys</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=8289</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/9/AltroCinema/She-Monkeys-200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Un tempo erano determinati film d&amp;#8217;autore, come quelli partoriti dal genio di Ingmar Bergman, a ricordarci come l&amp;#8217;attenzione nei confronti delle pi&#249; sofferte e sottili implicazioni psicologiche abbia per la cultura svedese un ruolo di primo piano. Sia sul grande schermo che in una tradizione letteraria e teatrale particolarmente florida. Ma, per molti di noi, la rigida distinzione tra cinema d&amp;#8217;autore e cinema di genere sa di vecchio, andrebbe quantomeno ridimensionata a favore di una pi&#249; libera esplorazione del vasto orizzonte cinefilo. E infatti proprio in Svezia (al pari, volendo, di altri paesi dell&amp;#8217;area nordica) le nuove generazioni hanno dimostrato, in svariate occasioni, che l&amp;#8217;attenzione all&amp;#8217;elemento psicologico continua a caratterizzare percorsi sempre pi&#249; ibridi, a met&#224; strada tra una contenuta vocazione autoriale ed esplosive tracce di genere. La cosa che pi&#249; ci appassiona di questi arrembanti filmmakers scandinavi &#232; senz&amp;#8217;altro la capacit&#224; di rappresentare l&amp;#8217;universo giovanile con una forza, una sincerit&#224;, ed un gusto della provocazione non cos&#236; presenti e d&amp;#8217;impatto, in altre cinematografie. Quali? La nostra, tanto per dirne una: loro hanno Moodysson, noi abbiamo Muccino. E a riguardo non riteniamo di dover aggiungere altro. Se poi Lukas Moodysson in film come lo splendido Fucking &#197;m&#229;l - Il coraggio di amare e il dolcemente malinconico Together ha offerto il meglio di s&#233;, contaminando gli strumenti del racconto di formazione e della commedia giovanile con tensioni estremamente vive, attuali, l&amp;#8217;esegesi del periodo adolescenziale ci porta a citare, almeno per inciso, un piccolo capolavoro: Lasciami entrare di Tomas Alfredson. Laddove la superficie ci rivela un racconto cinematografico di vampiri a ogni modo eccellente, da un successivo scavo in profondit&#224; il talento di Alfredson ne esce rafforzato, capace com&amp;#8217;&#232; di destabilizzare l&amp;#8217;immaginario orrorifico classico agendo per sottrazione o aggiungendo suggestioni morbose, dimensioni pi&#249; intimiste, pallidi riflessi di dinamiche sociali indubbiamente complesse.
Pi&#249; in particolare, ci pare che sia proprio il cinema di Moodysson a fare ottimamente da ponte con la nostra scoperta pi&#249; recente: She Monkeys, lungometraggio d&amp;#8217;esordio della giovane Lisa Aschan. Un esordio col botto. Difatti She Monkeys, titolo svedese Apflickorna, prima di approdare al Mosaico d&amp;#8217;Europa Film Fest di Ravenna &#232; risultato vincitore al Tribeca, segnalandosi positivamente anche in altri contesti festivalieri. Tale accoglienza non ci stupisce. Nell&amp;#8217;esprimere il delicato e complesso rapporto tra le due protagoniste, grazie a uno stile di riprese che a tratti i riecheggia i migliori prodotti della scena &amp;#8220;indie&amp;#8221; americana, il film mette in mostra una carica dirompente, associata per&#242; a quelle venature intimiste da cui il racconto acquista una certa delicatezza. La stessa ambientazione ha un qualcosa di inusuale: la carismatica Cassandra e la pi&#249; introversa Emma si incontrano infatti in un centro sportivo, dove il talento di giovani cavallerizze viene perfezionato, affinch&#233; possano esibirsi in spettacoli di acrobazie e volteggi a cavallo. In questo ambiente, nuovo per Emma, comincia a stabilirsi tra le due ragazze uno strano rapporto di competizione, attrazione fisica, piccole e grandi rivalit&#224;, emulazioni reciproche, con le tempeste ormonali tipiche dell&amp;#8217;adolescenza che vanno a fondersi con rapporti famigliari minati dall&amp;#8217;insicurezza. Lo sguardo della Aschan &#232; cinematograficamente raffinato ma al tempo stesso schietto, sa indagare ad esempio sui dettagli del corpo, sull&amp;#8217;importanza rivelatrice del gesto fisico e sull&amp;#8217;elemento coreografico con notevole, implacabile intensit&#224;, tanto da ricordare in certi momenti le ossessioni corporee di Aronofsky, specialmente quelle mirabilmente espresse in Black Swan. Ma per altri versi &#232; il turbamento giovanile dei film di Moodysson, o di qualche pellicola analoga girata in Scandinavia, a riaffiorare prepotentemente, lasciandoci intravvedere le crepe di una societ&#224; apparentemente ordinata e cosparsa in realt&#224; di sottili tensioni. Una societ&#224; che da fuori pu&#242; apparire fredda, ma che ha il cuore in tumulto, come le giovani protagoniste (notevole la presenza fisica delle attrici Linda Molin e Mathilda Paradeiser) di questo film.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;26/09/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>26/09/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>From Hell # 04</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=79&amp;art=8249</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/9/AltroCinema/the-life-and-death-of-a-porno-gang-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Inauguriamo la nuova gestione della rubrica From Hell, programmata per essere aggiornata con cadenza mensile, immergendoci tra i miasmi del porno horror, con due recenti pellicole di provenienza serba che hanno provocato accese discussioni: A Serbian Film e Life &amp; Death of a Porno Gang.

Il primo film, diretto da Sdrjan Spasojevic e transitato in numerosi festival di genere (tra cui il nostro Ravenna Nightmare nell'autunno 2010), ha scatenato furiose polemiche: da un lato della barricata, chi sostiene e promuove sempre e comunque la libert&#224; d'espressione, ovvero la possibilit&#224; di realizzare e visionare un prodotto senza impedimenti, per quanto estremo e clandestino esso possa essere; dall'altra, i moralismi bacchettoni di chi vorrebbe condannare al rogo eterno questo tipo di pellicole, lasciando trionfare la censura per potersi cos&#236; affidare a un rassicurante immaginario composto da nani danzerini, ragazzette seminude, grandi fratelli, fiction celebrolese, domeniche ai centri commerciali, telegiornali truccati e cervelli atrofizzati e omologati. Chi scrive si schiera senza alcun dubbio nella prima fazione. In questa sede, comunque, ci&#242; che pi&#249; interessa &#232; il valore artistico del film in oggetto. Da questo punto di vista, &#232; possibile affermare come il circo mediatico innalzato nei confronti di A Serbian Film non trovi particolare riscontro alla visione.
La storia, per chi ancora non ne fosse a conoscenza, &#232; quella di Milos, ex attore pornografico ormai ritirato, che si lascia convincere da un regista a tornare sulle scene per girare misteriosi film dalla trama segreta. Milos, in difficolt&#224; economiche, accetta l'incarico, e senza rendersene conto si trova implicato nella terribile spirale degli snuff movies, inoltrandosi in un buio sentiero fatto di perversione e sadismo. Un buco nero che finir&#224; per coinvolgere anche la sua famiglia.
Da un lato, &#232; possibile valutare il lavoro di Spasojevic come una metafora esorcizzante, atta a mettere in mostra il degrado culturale e spirituale di una nazione, la Serbia, ancora ferita dalla guerra e incapace di trovare una propria identit&#224; spirituale ed economica. A un secondo livello di lettura, possiamo inoltre identificare nel film un tentativo metalinguistico, in cui il concetto di fare Arte si eleva (o abbassa) alla pura autoreferenzialit&#224;, in un meccanismo per il quale il cinema diventa vita, e viceversa, sino a smarrire ogni confine e barriera razionale.
Se dunque il discusso lavoro serbo appare intriso di tematiche interessanti, non si pu&#242; dire che le stesse trovino riscontro dal punto di vista tecnico e formale: nonostante alcune sequenze davvero crude, ai limiti dell'insostenibile, il film appare slegato, confuso, raffazzonato, e in parte costruito ad hoc per infliggere momenti di shock all'occhio (e allo stomaco) dello spettatore, senza che questi trovino sempre la giusta valenza drammaturgica.
La cosa pazzesca (per noi) &#232; che A Serbian Film &#232; stato finanziato dal governo locale, in virt&#249; della sua metafora politico-sociale. In Italia, invece, si finanziano i cinepanettoni promuovendoli a cinema d'essai (sic), e si vietano ai minori di 18 anni film di utile impatto pedagogico come Student Services.

Meno considerato, ma migliore nella resa sullo schermo, &#232; invece il pi&#249; o meno contemporaneo Life &amp; Death of a Porno Gang, diretto da Mladen Djordjevic. Sullo sfondo di una Belgrado ferita dalla guerra (siamo nel 2001, alla fine dell'era Milosevic), Marko, aspirante regista, tenta di fare carriera nel cinema di serie A, con scarsi risultati. A quel punto ripiega verso l'hard, e decide di mettere in piedi uno spettacolo di porno-cabaret, reclutando amici, attori di bassa lega e personaggi alla deriva. La gang si allontana dalla citt&#224; per recitare il suo bizzarro show nei piccoli villaggi, ma ottiene in cambio solo incomprensione, dileggiamento, umiliazioni e violenza. Senza quasi neanche pi&#249; i soldi per sfamare se stesso e la compagnia, Marko accetta la proposta di un ricco produttore, e inizia a filmare snuff movies durante i quali la gang uccide persone che non hanno pi&#249; niente da chiedere alla vita. I guadagni che ne conseguono si scontrano con l'orrore morale dei delitti compiuti, in una spirale che condurr&#224; verso l'autodistruzione.
Fallimento, &#232; il concetto chiave che guida il film di Djordjevic: il fallimento di una nazione devastata dal conflitto, il fallimento dell'Arte in quanto strumento di apertura mentale e di liberazione sociale, il fallimento di individui costretti a rinunciare ai propri sogni. Un quadro infimo, desolante, dipinto attraverso una rappresentazione filmica attenta e intelligente, capace di evidenziare l'orrore e la disperazione, il trionfo del sangue corrotto e la distruzione dell'etica, ma allo stesso tempo abile a mettere sul piatto temi opposti, come il rispetto e la solidariet&#224; reciproca che accompagna l'impossibile avventura di questa piccola trib&#249; senza futuro. Djordjevic, a differenza del collega Spasojevic, non mira all'estremo a tutti i costi, anche se non mancano scene cruente (uno stupro collettivo) e momenti di puro splatter; il suo tocco registico sa anche essere delicato e sensibile, e sfrutta la sperimentazione visiva come strumento per bilanciare le tracce del testo, senza affondare nelle consuete e aleatorie derive postmoderniste. Il Thanatos sconfigge l'Eros, ci dice Djordjevic. Il sesso si propone come unico possibile motore propulsivo per sconfiggere il Male da cui il mondo moderno &#232; fagocitato. La gente, egoista e materialista, non &#232; per&#242; ancora pronta. Se il porno-cabaret trova derisione, condanna e vendetta, non resta che affidarsi alla morte, volto oscuro dell'Arte stessa.
Life &amp; Death of a Porno Gang ci spinge in un coacervo di oscenit&#224; variopinte e di non immediata assimilazione: grossi corpi nudi che piacerebbero a John Waters, droga e vizi, orge e teste mozzate, pozze di sperma, strazianti confessioni di ex soldati pronti a essere ammazzati, mucche deformi, ributtanti filmini hard amatoriali, abbandono e sporcizia, povert&#224; e condanna; una sarabanda all'apparenza caotica, in realt&#224; inserita in una cornice filmica che sa essere solida, concreta ed efficace. Un orrore che travalica i confini di Belgrado, penetrando nell'anima di tutti noi.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altrevisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/09/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Alessio Gradogna&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altrevisioni</category>
			<pubDate>20/09/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Italia (de)genere # 02</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=79&amp;art=8052</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/8/AltroCinema/Italia%20degenere%2002/vigasio-sexploitation-cover2.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Cosa hanno in comune Leopold von Sacher-Masoch, Russ Meyer, Antonin Artaud, lo sci-fi e l'horror, David Lynch, Jean-Luc Godard, David Foster Wallace e la regione Veneto? All'apparenza nulla: eppure questa strana e particolare mescolanza di ispirazioni e intuizioni viene proprio dal nord-est della penisola, periferia cinematografica che sta svelando il proprio ruolo di epicentro alternativo, come dimostrano anche le esperienze del friulano Lorenzo Bianchini e del veneziano Michele Pastrello. L'ideale decentramento del cuore della produzione dagli stantii schemi predefiniti di Cinecitt&#224; e dintorni trova compimento nell'opera a suo modo inclassificabile di Sebastiano Montresor, nato nel 1979 a Isola della Scala, comune di poco pi&#249; di diecimila abitanti a sud di Verona. E in quella stessa provincia Montresor lavora, sia portando davanti alla macchina da presa il proprio immaginario sia mettendolo a disposizione di clienti esterni: da quando &#232; stata fondata la Mon3sor (casa di produzione del cineasta) ha portato a termine su commissione documentari, lavori industriali, videoclip, spot, donando al regista quel minimo di sicurezza economica con la quale affrontare i due lungometraggi che rappresentano a tutt'oggi il fulcro del proprio curriculum artistico. Due film che a prima vista sembrano non avere molto in comune, se si eccettua la riflessione sulla sessualit&#224;, e che hanno storie produttive diverse tra loro: prima di fare il giro dei festival di mezzo mondo (Lisbona, Locarno, Londra, Mannheim-Heidelberg, Parigi, Montpellier, Amsterdam, Rotterdam, Roma, Bari, Verona, Milano, Bologna ecc.ecc.) L'eredit&#224; di Caino, co-diretto insieme a Luca Acito, ha vissuto una gestazione a dir poco lunga, con il set allestito nel 2002 e la post-produzione conclusa solo quattro anni dopo.
Quattro anni, ma solo cinque settimane di riprese, tutte in un unico interno: sarebbe fin troppo facile ridurre le potenzialit&#224; espressive de L'eredit&#224; di Caino al semplice apparentamento cinema/teatro. Non che non si respiri un'atmosfera da palcoscenico, forse anche per l'approccio attoriale sfoderato dall'ottimo cast (un Filippo Timi ancora lontano dalle luci della ribalta nazionale, Anna Mascino, Lucia Mascino e Cristina Golotta), ma la scenografia, composta dalla stanza a scacchi in cui giocano una partita di posizione e possessione i protagonisti, vale a dire Lui, la Signora e la Prostituta, pi&#249; che al palco di un teatro assomiglia alla Loggia Nera, non-luogo lynchiano in cui le pulsioni malsane proprie dell'essere umano trovano glorificazione e gli incubi si materializzano. Un cinema corporeo, che riecheggia semmai della lezione artaudiana, in cui la crudelt&#224; diventa elemento imprescindibile per scendere a patti con una realt&#224; che non &#232; mai meramente riproposta e ricopiata, ma riletta attraverso la lente deformante del meraviglioso, atto supremo di supremazia dell'arte sulle miserie del quotidiano. Per questo atto eversivo &#232; necessario un repulisti generale, come dimostra l'utilizzo della videocamera che, con fare ansiogeno e irrequieto scaccia via anche l'ultima briciola di formalismo fine a s&#233; stesso o di rigoroso autocompiacimento. L'eredit&#224; di Caino &#232; un film che trae la forza dal proprio squilibrio umorale, riducendo La venere in pelliccia di Sacher-Masoch (evidente fonte d'ispirazione) in brandelli anarcoidi e rigeneranti, in cui il cinema officia il proprio sposalizio con la videoarte e con il teatro, partendo da assunti godardiani (&amp;#8220;Io gioco, tu giochi, noi giochiamo al cinema...&amp;#8221;) e arrivando a tracciare direttrici che non assomigliano a nulla di precedentemente filmato. Anzi, a essere onesti sembra di intravvedere in filigrana lacerti rinati a nuova vita della Sal&#242; pasoliniana, con i dovuti distinguo. Un esordio folgorante e ostico, in cui la narrazione procede quasi esclusivamente per metafore e associazioni di idee, elemento che ne decreta con ogni probabilit&#224; un ostracismo quanto mai immeritato. 
Ci vogliono tre anni prima di tornare a posare gli occhi su una produzione della Mon3sor, stavolta con il solo Montresor accreditato alla regia, e anche stavolta si tratta di un progetto dalla gestazione a dir poco particolare: Vigasio Sexploitation &#232; un film diviso in due parti, la prima terminata nel 2009 e la seconda presentata solo un anno dopo, due mediometraggi che compongono nel loro complesso una delle visioni pi&#249; sconvolgenti del sottobosco italiano contemporaneo. Straordinario omaggio al cinema popolare, Vigasio Sexploitation &#232; allo stesso tempo un'opera d'arte astratta, forma d'avanguardia che ancora una volta non si concede con troppa facilit&#224; al proprio pubblico: lo spettatore del cinema di Montresor deve avere la volont&#224; di confrontarsi con un universo che non ha eguali attualmente in Italia, ma non solo. Una volta che si &#232; penetrato lo strato di pellicola &amp;#8211; virtuale, ovviamente, visto che il film &#232; girato in digitale &amp;#8211; che divide la dimensione artistica dalla realt&#224; si ha la possibilit&#224; di sprofondare in un mondo divertente, terrorizzante, ricco di un'inventiva rara e mai riciclata. A una prima met&#224; che omaggia tanto l'horror e lo sci-fi d'antan (la mummia, l'uovo alieno che ricorda tanto i baccelloni di Don Siegel) quanto gli esordi allucinati e allucinogeni di Lynch, trascinando lo spettatore tra donne-Dixan, combattimenti a colpi di motosega, una fotografia tendente alla sparizione del colore, intratitoli a fungere da elemento dialogico, atmosfere noir e ossessioni bu&#241;ueliane, fa seguito una seconda parte iper-colorata, in cui deflagra una sessualit&#224; plastificata che sarebbe piaciuta a Russ Meyer, con maggiorate che sparano proiettili dai propri seni, alieni/televisore che fecondano le donne terrestri lanciando frecce nelle loro vagine, donne baffute vestite da biker e chi pi&#249; ne ha pi&#249; ne metta. Una vera e propria antologia del cinema popolare dell'ultimo secolo, che non si ferma per&#242; mai al mero citazionismo cinefilo ma osa sfondare le pareti del preordinato, scatenando nuove rivoluzioni culturali. &#200; uno scandalo che Vigasio Sexploitation non riesca a trovare nessuno dotato del coraggio necessario per promuoverlo a dovere sul territorio nazionale: forse perch&#233; non sceglie mai la via pi&#249; facile, forse per via dell'estremismo di alcune sequenze a pochi passi dall'hard, pi&#249; probabilmente perch&#233; si tratta di cinema pensato fuori dalla mappatura produttiva nostrana. Nessuna metropoli a far da sfondo (al massimo il paesino di Vigasio, diciotto chilometri di distanza da Verona), nessun nome noto coinvolto &amp;#8211; nel cast &#232; doveroso quantomeno citare Emma Nitti, Andrea Bruschi, Gino Versetti e Chiara Pavoni &amp;#8211;, un approccio estetico e narrativo che aborre lo standard, qualunque esso sia.
Il cinema di Sebastiano Montresor, interamente recuperabile online, &#232; il sintomo di un rinnovamento artistico e concettuale che sta attraversando la settima arte nostrana, e che prima o poi deflagrer&#224; completamente. Perch&#233;, come insegna la citazione del compianto David Foster Wallace che apre le danze in Vigasio Sexploitation, primo esempio di &quot;cinema agricolo per un pubblico agricolo&quot;: &amp;#8220;&#200; un disagio che dura tutta la vita. Non puoi impedire ai pensieri di venire a galla. La cosa che cercano di insegnarti &#232; di lasciarli andare, i pensieri. Lasciali venire quando vogliono, ma non li intrattenere. Non devi invitare il pensiero o il ricordo della sostanza a entrarti nella testa, non devi offrirgli un'acqua tonica e la tua poltrona preferita, e non devi parlare con lui dei vecchi tempi&amp;#8221;. Buona visione!&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altrevisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/08/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altrevisioni</category>
			<pubDate>07/08/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>La scomparsa di Alice Creed</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=8004</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/7/AltroCinema/La%20scomparsa%20di%20Alice%20Creed/La-scomparsa-di-Alice-Creed-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Un prologo da ricordare segna l'inizio de La scomparsa di Alice Creed. Cinque minuti abbondanti in cui si vedono due uomini preparare in silenzio - accompagnato da una martellante colonna sonora - il crimine che dovrebbe renderli ricchi: il rapimento di una ragazza dell'alta borghesia britannica. Poi, finalmente, una parola: &quot;Ok&quot;. E il piano parte. Come ampiamente prevedibile per&#242; nulla andr&#224; nella direzione prevista e la vicenda si riveler&#224; foriera di parecchi colpi di scena...
L'esordiente J Blakeson, regista e sceneggiatore del film, dimostra in questo suo primo lungometraggio di aver compreso bene la lezione sulle modalit&#224; di imbastire un thriller capace di tenere sempre desta la soglia di attenzione nello spettatore. Muovendosi cio&#232; sui due binari fondamentali, quelli della nuda trama ma soprattutto ricamando di fino sulle psicologie dei personaggi in campo; i quali, nel caso in questione, sono solo tre ma bastano e avanzano a fornire molteplici chiavi di lettura al film stesso. Poich&#233; ognuno di loro nasconde qualcosa all'altro, quasi in una sorta di infinito rimpiattino psicologico; un legame o una semplice pulsione che una situazione estrema come quella rappresentata non potr&#224; che far deflagrare. The Disappearance of Alice Creed - titolo originale - &#232;, in fondo, una di quelle opere gi&#224; viste - narrativamente parlando - mille volte ma capace di cambiare pelle e forma semplicemente osservando l'insieme da una prospettiva differente, che cambia a pi&#249; riprese nel corso del film investendo di volta in volta i tre protagonisti assoluti. Una pellicola dunque che riecheggia i vecchi classici alla Hitchcock tutta giocata sul filo dell'ambiguit&#224; (a partire dal senso del titolo, inequivocabilmente duplice: vedere per credere il finale...) , che ripristina gli antichi clich&#233; del noir d'antan - come ad esempio quello strategico della dark lady - facendoli per&#242; oscillare, a seconda del contesto diegetico, attraverso il terzetto dei magnifici interpreti (Gemma Arterton, Eddie Marsan e Martin Compston), perfettamente in parte nel trattenere o esternare paure, false convinzioni e desideri molto fisici e &quot;materiali&quot;. Perch&#233;, alla stregua di cult pi&#249; recenti come Fargo (1996) degli inimitabili fratelli Coen oppure Soldi sporchi (1998) di Sam Raimi, anche ne La scomparsa di Alice Creed il motore simbolico dell'azione &#232; l'avidit&#224;: quell'insopprimibile tentazione al &quot;miglioramento&quot; nella scala economico-sociale che spinge l'essere umano ad oltrepassare qualsiasi limite del tutto ignaro del fatto che ogni azione richieder&#224;, prima o poi, un suo pesante prezzo da pagare. Un teorema applicato alla perfezione nell'interessante film di Blakeson, in grado di acquisire uno spessore quasi filosofico man mano che verit&#224; altrimenti inconfessabili affiorano in questa sorta di kammerspiel postmoderno a tre voci.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;02/08/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>02/08/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Il figlio di Babbo Natale</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=11&amp;art=8782</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/In%20sala/Il%20figlio%20di%20Babbo%20Natale/Il-figlio-di-Babbo-Natale-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Gli elfi hanno 18,14 secondi per consegnare i regali in una casa: entrare da una finestra o dal camino, disinnescare un possibile antifurto, tenere a bada eventuali animali domestici, evitare assolutamente il contatto con genitori e figli, deporre il pacchetto (con fiocco) sotto l'albero e consumare il latte e i biscotti lasciati per Babbo Natale. Casa dopo casa, citt&#224; dopo citt&#224;, nazione dopo nazione: tutto in una notte, tra strategie impeccabili, tecnologie avanzatissime e una slitta-astronave sinuosa come l'Enterprise.
Alla base del divertente e fantasioso Il figlio di Babbo Natale (Arthur Christmas) ci sono una buona idea e un'accurata sceneggiatura: insomma, una storia da raccontare. La centralit&#224; della scrittura &#232; il vero spartiacque nell'attuale panorama dell'animazione in computer grafica e 3D: purtroppo le valide alternative a pellicole spesso intrise di modeste gag e sovrabbondanti citazioni (molti titoli della DreamWorks Animation, sull'onda troppo lunga di Shrek) non sono numerose e scaturiscono quasi sempre dal lavoro e dalla creativit&#224; della Pixar, della Aardman, al secondo lungometraggio in CG dopo il discreto Gi&#249; per il tubo (2006) (1), e della Sony (2).
Si rintraccia facilmente nello script di Sarah Smith, all'esordio dietro la (virtuale) macchina da presa, e di Peter Baynham la consueta vitalit&#224; delle produzioni Aardman: tra intenti didascalici non troppo melensi e un condivisibile richiamo a un sano spirito natalizio, Il figlio di Babbo Natale procede a un ritmo assai elevato,&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;animazione&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>animazione</category>
			<pubDate>24/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Arthur 3: La guerra dei due mondi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=80&amp;art=7604</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/4/Festival/Arthur-e-la-guerra-dei-due-mondi-200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Prendendo spunto dalle date del festival, programmato quest&amp;#8217;anno in prossimit&#224; della Pasqua, si potrebbe tranquillamente dire che il Future di Bologna ci abbia fatto trovare, nelle classiche uova di cioccolato, una sorpresa davvero strana: i Minimei. Come ogni gadget che si rispetti, quello delle virtuali uova di Pasqua targate Future Film Festival pu&#242; lasciare, in chi lo riceve, un pizzico di delusione o una moderata allegria. In noi che scriviamo &#232; prevalso il secondo atteggiamento. Forse perch&#233;, a conti fatti, c&amp;#8217;era ancora una certa curiosit&#224; nei confronti di questa piccola saga cinematografica, realizzata interfacciando animazione 3D e riprese live action; una saga iniziata bene, col delizioso Arthur e il popolo dei Minimei, proseguita poi malissimo con lo scombinato e per niente vivace Arthur e la vendetta di Maltazard, chiusa ora col pi&#249; che dignitoso Arthur 3: la guerra dei due mondi (Arthur et la guerre des deux mondes). Tanto per offrire le coordinate essenziali della storia e rendere partecipi i non addetti ai lavori (di giardinaggio), codesti Minimei sarebbero creature alte poche millimetri cui Arthur, ragazzino cresciuto in una stramba famiglia, presta pi&#249; volte il suo aiuto contro il perfido Maltazard;  aiuto generoso e non immune da un certo coraggio, considerando che l&amp;#8217;agguerrito bambino, incantato anche da una fiera e fascinosa principessa Minimea, non aveva esitato a farsi rimpicciolire e a raggiungere i suoi piccoli amici in quel giardino (appunto) pieno di insidie, pur di rendersi utile alla causa. Nel terzo capitolo della saga l&amp;#8217;inghippo, per&#242;, &#232; di natura leggermente diversa, nel senso che Maltazard alla fine del lungometraggio precedente era riuscito, attraverso uno stratagemma, ad assumere proporzioni gigantesche, cos&#236; da spostare nuovamente il terreno di scontro dalla societ&#224; microscopica dei Minimei a quella degli umani. Tale colpo di scena, invero, era avvenuto in Arthur e la vendetta di Maltazard senza che il radicale mutamento di prospettive venisse introdotto col necessario mordente, mentre in Arthur 3: la guerra dei due mondi gli sforzi del protagonista per riacquisire la statura normale e combattere Maltazard nella realt&#224; a lui pi&#249; familiare sono raccontati con ben altra verve. Il piccolo (in tutti i sensi) Arthur affronta difatti una serie di prove, per riuscire nell&amp;#8217;intento, il che &#232; pretesto per mostrare vecchi scenari da nuove angolazioni, come la cameretta del ragazzo divenuta set di una sfida in cui i giocattoli (mitico il trenino elettrico) salgono decisamente in primo piano, neanche fosse Toy Story.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>23/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] Arthur 3: La guerra dei due mondi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=84&amp;art=8768</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Animazione/arthur-3-la-guerra-dei-due-mondi-80x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano del lungometraggio francese Arthur 3 - La guerra dei due mondi (Arthur et la guerre des deux mondes, 2010), terzo e conclusivo capitolo della saga fantasy scritta e diretta da Luc Besson. Nel cast Freddie Highmore, Mia Farrow, Robert Stanton, Iggy Pop, Lou Reed e Selena Gomez. L'uscita del film, distribuito nelle sale dalla Moviemax, &#232; prevista per venerd&#236; 23 dicembre 2011.

Maltazard ormai &#232; alto pi&#249; di due metri ed &#232; fermamente determinato a dominare il mondo. Arthur, insieme a Selenia e Betameche, sono gli unici in grado di fermarlo, nonostante siano svantaggiati in partenza dalla loro statura. Dovranno far ricorso a tutto il loro ingegno per impedire a Maltazard di concretizzare i suoi piani, e ristabilire l'equilibrio tra i due mondi.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;stream &amp; download&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>stream &amp; download</category>
			<pubDate>20/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] Il figlio di Babbo Natale</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=8765</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Animazione/Il-figlio-di-Babbo-Natale-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano della divertente pellicola animata in computer grafica e 3D Il figlio di Babbo Natale (Arthur Christmas, 2011), scritta e diretta da Sarah Smith. Le voci nella versione originale sono di James McAvoy, Jim Broadbent, Bill Nighy, Hugh Laurie, Imelda Staunton, Joan Cusack, Eva Longoria e Robbie Coltrane. L'uscita del film, prodotto dalla Aardman Animations e dalla Sony Pictures Animation e distribuito nelle sale dalla Warner, &#232; prevista per venerd&#236; 31 dicembre 2011.

Come ogni anno arriva il venticinque Dicembre e per Babbo Natale e i suoi aiutanti si prospetta un duro lavoro. I regali da portare sono tanti, ma su seicento milioni di consegne in perfetto orario, una che va storta &#233; un errore che si pu&#242; accettare, per tutti... ma non per Arthur, il figlio piccolo di Babbo Natale.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;20/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>20/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Il gatto con gli stivali</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=80&amp;art=8756</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Animazione/Il-gatto-con-gli-stivali-200X150(1).jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Non &#232; certamente l'aspetto tecnico il punto debole de Il gatto con gli stivali, spin-off tutto sommato godibile e blockbuster perfettamente (ri)calibrato sui gusti e sulle attese del grande pubblico. La resa visiva dell'animazione in computer grafica appare infatti sfavillante, ricca di dettagli, fluida nei movimenti, spesso abbacinante nei paesaggi: insomma, il nuovo lavoro della sempre prevedibile DreamWorks Animation conferma, sulla scia del dimenticabile Happy Feet 2 di George Miller, i poderosi passi in avanti della CG, lanciata a grandi falcate verso il tanto agognato realismo fotografico. 
Anche sul fronte stereoscopico il giudizio non pu&#242; che essere positivo. Pur continuando a sostenere la sostanziale inutilit&#224; del 3D, troppo spesso specchietto per le allodole, dobbiamo registrare lo sforzo da parte di Chris Miller e soci di adeguare la messa in scena alla tridimensionalit&#224;, cercando di enfatizzare a pi&#249; riprese la profondit&#224; di campo. Ma &#232; bene sottolineare un concetto chiave: il film pu&#242; essere visto, come la stragrande maggioranza delle pellicole in 3D, nella versione bidimensionale. L'impatto visivo sar&#224; praticamente lo stesso. Il prezzo del biglietto, invece, sar&#224; sensibilmente inferiore (1). 
I limiti dell'operazione, evidenti e numerosi, emergono invece nel volgere di pochi minuti. Il simpatico felino, celebre pi&#249; per gli occhioni che per l'abilit&#224; con la spada, non possiede lo spessore del personaggio trainante, del protagonista. Spolpato fino all'osso l'orco verde, che gi&#224; al secondo episodio mostrava la corda, alla DreamWorks non restavano che due strade: imbarcarsi in uno stiracchiato spin-off o imbastire una nuova storia e dei nuovi personaggi (1). Il gatto con gli stivali &#232; la scelta facile, la via pi&#249; breve, l'ennesima pellicola in computer grafica che narrativamente gioca di accumulo, accatastando personaggi e gag, mescolando un po' le carte e le favole. Ed ecco allora il bizzarro Humpty Dumpty (2), uovo antropomorfo dalla psiche alquanto instabile, la gatta di strada Kitty Zampe di Velluto, la leggendaria oca dalle uova d'oro e il coppia poco raccomandabile Jack e Jill (3). Rispetto ai vari Shrek 2 (2004), Shrek terzo (2007) e Shrek e vissero felici e contenti (2010), sequel senza una reale ragion d'essere, Il gatto con gli stivali cerca di recuperare almeno in parte il gusto della narrazione, nonostante pretestuose parentesi danzanti e una scrittura poco ispirata &amp;#8211; la scusa del target &#232; una coperta corta.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;16/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>16/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] Il gatto con gli stivali</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=8740</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Animazione/Il-gatto-con-gli-stivali-80x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano del lungometraggio d'animazione in computer grafica e 3D Il gatto con gli stivali (Puss in Boots, 2011), diretto da Chris Miller (Shrek Terzo). Nella versione originale le voci dei doppiatori sono di Antonio Banderas, Salma Hayek, Billy Bob Thornton, Guillermo del Toro e Zach Galifianakis. L'uscita del film, distribuito nella sale dalla Universal Pictures, &#232; prevista per venerd&#236; 16 dicembre 2011.

Le spade si incroceranno e i cuori saranno infranti in questa avventura che vedr&#224; come protagonista il pi&#249;  amato personaggio dell'universo di Shrek, il Gatto con gli stivali. Si tratter&#224; di una corsa spericolata attraverso i primi anni del celebre Gatto, quando fece squadra con Humpty Dumpty, la mente e Kitty, la gatta di strada, per rubare la famosa papera dalle uova d'oro...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/12/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>12/12/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Happy Feet 2</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=80&amp;art=8659</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Animazione/happy-feet-2-200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Prima di affrontare il poco digeribile Happy Feet 2, torniamo al 2006, annus horribilis per l'animazione a stelle e strisce e, &#231;a va sans dire, per le scelte dell'Academy: l'ambita statuetta per il miglior lungometraggio d'animazione venne regalata a Happy Feet, in una corsa a tre di basso profilo (1). Una scelta pi&#249; che discutibile, figlia di logiche spudoratamente economiche e di una spartizione dei premi che nel corso degli anni ha mietuto vittime eccellenti. Il primo capitolo di una saga gi&#224; troppo lunga non aveva infatti nessun requisito, salvo una buona computer grafica, per prevalere nella corsa all'Oscar. Una corsa, sia detto, che seleziona i partecipanti con criteri difficilmente condivisibili.
Torniamo a bomba. Il sequel, nuovamente affidato alla regia del veterano George Miller, pu&#242; vantare una computer grafica di ottimo livello, impressionante nella ricostruzione dettagliata dei paesaggi ghiacciati e nella (quasi) fotografica riproduzione dei vari essere viventi che popolano l'Antartide. Da segnalare, ad esempio, il character design e l'animazione dei due krill, Will e Bill, personaggi comici che sembrano presi di peso da L'era glaciale, rielaborazioni anche estetiche del celebre (e successivamente invadente) scoiattolo Scrat. Ma pu&#242; bastare la qualit&#224; della CG? Come vedremo per Il gatto con gli stivali, che uscir&#224; il 16 dicembre con le unghie ben affilate per la battaglia natalizia, i punti guadagnati dall'animazione sono in parte o completamente azzerati dalla pochezza della struttura narrativa, quasi un pretesto per incollare gag e canzoni, improbabili passi di tip-tap e lezioni morali a buon mercato. Happy Feet 2, superiore all'originale ma lontano anni luce da uno standard narrativo accettabile, scivola nel consueto e malsano meccanismo di troppa animazione in computer grafica e 3D: un susseguirsi di siparietti, di gag, di personaggi che vorrebbero essere comici e portatori di zuccherosi propositi. Insomma, uno dei tanti (troppi!) figliastri del successo di Shrek. Purtroppo ci si accoda alla DreamWorks e non alla Pixar...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>24/11/2011</pubDate>
		</item>
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			<title>Il re leone 3D</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=80&amp;art=8440</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/Festival/Festival%20di%20Roma/Alice%20nella%20citt%C3%A0/il-re-leone-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;A volte capita che il 3D sia utile, anche quando &#232; solo un pretesto: per la Disney, che pu&#242; ridistribuire una gallina dalle uova d'oro, con tanto di prezzo maggiorato del biglietto; per noi, che possiamo mettere nero su bianco alcune considerazioni che ci frullano in testa dal lontano 1994. 
Che il 3D sia un pretesto &#232; abbastanza evidente. Dal punto di vista estetico, infatti, la tridimensionalit&#224; poco (o nulla) aggiunge all'opera originale, rilanciando per l'ennesima volta la grande questione sulla reale utilit&#224; della stereoscopia nell'attuale panorama produttivo. A parte casi isolati come Avatar, Coraline e la porta magica o Cave of Forgotten Dreams, la grande massa dei titoli realizzati in 3D sembra infatti seguire logiche meramente commerciali. Ed ecco, quindi, che le nuove versioni dei &amp;#8220;classici&amp;#8221; disneyiani anni Ottanta/Novanta possono tornare sul grande schermo, rilanciando una consuetudine che tanto successo riscuoteva nei decenni passati (1).
Sono per&#242; altre le questioni che ci interessano (2).
Torniamo al 1994 e diamo un'occhiata al decennio 1989-1999, generalmente considerato un periodo di rinascita per la Disney, dopo una lunga serie di produzioni che il tempo ha quasi cancellato (3). Ricoperto di riconoscimenti, dai due Oscar ai tre Golden Globe, fino agli ancor meno credibili cinque Annie Award, Il re leone (The Lion King) &#232; effettivamente una delle opere pi&#249; significative degli anni Novanta disneyiani, grazie soprattutto a una suggestiva colonna sonora (4), a un character design pi&#249; che gradevole e all'ispirato utilizzo dei colori. Ma gli osanna per la Disney non si limitavano al film di Roger Allers e Rob Minkoff: da La sirenetta (1989) a Tarzan (1999), passando per i vari La Bella e la Bestia (1991), Pocahontas (1995), Il gobbo di Notre Dame (1996) e via discorrendo, tutto sembrava dorato, perfetto, artisticamente e tecnicamente inimitabile. La Casa del Topo incarnava, per buona parte della critica e per la totalit&#224; dei grandi mezzi di comunicazione, l'idea stessa di animazione. Poi, nel giro di pochi anni, il tracollo e lo scioccante stop all'animazione tradizionale (5).&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>10/11/2011</pubDate>
		</item>
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			<title>[Trailer] Il re leone 3D</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=8548</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/11/Animazione/The-Lion-King-80x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano del classico disneyiano Il re leone (The Lion King, 1994/2011) di Roger Allers e Rob Minkoff, nella nuova versione 3D. Presentato in anteprima durante la sesta edizione del Festival di Roma, il lungometraggio della Disney sar&#224; nuovamente nelle sale a partire da venerd&#236; 11 novembre 2011.

Dopo la morte del padre, il leoncino Simba fugge dalla sua terra e viene accolto da Timon e Pumbaa, ma torner&#224; per riconquistare il regno, usurpato dal perfido zio Scar. Uscito per la prima volta al cinema nel 1994, The Lion King torna oggi nella nuova versione in 3D.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;08/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>08/11/2011</pubDate>
		</item>
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			<title>Tormenti - Film disegnato</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=80&amp;art=8490</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/In%20sala/Tormenti/Tormenti-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Un emozionato &amp;#8220;Uh!&amp;#8221; e un sommesso &amp;#8220;ah&amp;#8221;. L&amp;#8217;intenzione di Furio Scarpelli, scomparso il 28 aprile 2010, era di raccontare un&amp;#8217;avventurosa storia d&amp;#8217;amore vissuta da personaggi qualunque: nessuno stupore, nessun &amp;#8220;Uh!&amp;#8221;, ma solo la partecipazione divertita del pubblico, pronto a sorridere delle caricature ma anche ad affezionarsi un po&amp;#8217; alle peripezie di Eleonora Ciancarelli e Mario Marchetti (anzi, di Ciancarelli Eleonora e Marchetti Mario) e dell&amp;#8217;avvocato fascista-ma-non-troppo Rinaldo Maria Bonci Paonazzi. E un sommesso &amp;#8220;ah&amp;#8221;, in effetti, &#232; la giusta reazione di fronte a Tormenti &amp;#8211; Film Disegnato, realizzato da Filiberto Scarpelli con i disegni del celebre e talentuoso zio Fulvio. Un film garbato nei toni, nel linguaggio e nell&amp;#8217;ironico ritratto del Ventennio: un triangolo amoroso animato da personaggi che non si limitano alla caricatura, ma prendono forma e spessore grazie ai testi di Furio Scarpelli e alle voci ispirate di Omero Antonutti (narratore), Alba Rohrwacher (Eleonora, detta &amp;#8220;Lolli&amp;#8221;), Luca Zingaretti (Rinaldo), Valerio Mastandrea (Mario) e  Elio Pandolfi, che si destreggia tra sette ruoli.
La strada intrapresa dagli Scarpelli &#232; quasi miracolosa per il Bel Paese, da decenni alle prese con una crisi quasi irreversibile delle produzione animata. E qui tocca aprire una parentesi. Nonostante le intenzioni e le dichiarazione dei realizzatori e produttori, forse preoccupati di non essere presi troppo sul serio, Tormenti &amp;#8211; Film Disegnato &#232; un film d&amp;#8217;animazione! Animazione essenziale, decisamente &amp;#8220;limitata&amp;#8221; (ovvero, meno disegni, meno dettagli e pose intermedie del movimento ridotte al minimo), ma pur sempre animazione. I preconcetti, ahinoi, sono duri a morire.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;lungometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>lungometraggi</category>
			<pubDate>06/11/2011</pubDate>
		</item>
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			<title>[Trailer] Tormenti - Film disegnato</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=8518</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/In%20sala/Tormenti/Tormenti-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer dell'originale lungometraggio animato Tormenti - Film disegnato, diretto da Filiberto Scarpelli e realizzato dai disegni del celebre sceneggiatore Furio Scarpelli. Le voci dei protagonisti sono di Omero Antonutti, Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher e Luca Zingaretti. L'uscita del film, presentato come evento speciale al Festival di Roma e distribuito nelle sale dalla Lucky Red, &#232; prevista per gioved&#236; 3 novembre 2011. 

La vicenda, drammatica e comica, &#232; ambientata a Roma durante il Ventennio fascista. Il tragico e irresistibile avvocato Rinaldo Maria Bonci Pavonazzi seduce per vacuit&#224; esistenziale una giovane stiratrice, Eleonora Ciancarelli detta Lolli. Ma presto lei si innamora di Mario Marchetti, pugile e studente universitario...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;03/11/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>03/11/2011</pubDate>
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			<title>Fisheye</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=82&amp;art=8347</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/Animazione/Fisheye-Josko-Marusic-80x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Zagreb Film e Josko Marusic. Addentrandosi nell'infinito e variopinto universo dell'animazione, sia televisiva che cinematografica, spudoratamente commerciale o testardamente artistica, ci si imbatte prima o poi nella scuola di Zagabria, fucina di talenti e piccoli capolavori: si resta sbalorditi dalla vivacit&#224; narrativa e cromatica di Surogat (1961) di Dusan Vukotic, il primo cortometraggio non statunitense a vincere un premio Oscar, si riscopre la serie per il piccolo schermo Il professor Baltazar (Profesor Baltazar, 1967-1974), creata da Zlatko Grgic, e ci si perde tra le opere dei vari Dragic, Dovnikovic, Kristl, Kolar, Mimica, Kostelac e via discorrendo. Perch&#233; la Zagreb Film, un po' come la scuola di Praga o il National Film Board of Canada, &#232; uno dei cuori pulsanti dell'arte dell'animazione: idee grafiche e narrative, libert&#224; di linguaggio, voglia e possibilit&#224; di sperimentare. In fin dei conti, la Zagreb Film &#232; quasi un luogo impossibile: un luogo in cui gli animatori e l'animazione sono liberi. Liberi come Josko Marusic, classe 1952, nato a Spalato, architetto e direttore artistico della Zagreb Film, quindi direttore del Festival Mondiale dei Film di Animazione di Zagabria e poi preside del Dipartimento di Animazione dell'Accademia di Belle Arti di Zagabria. Insomma, un curriculum davvero invidiabile. Eppure Marusic ha fatto di meglio. Ci ha regalato nove minuti folgoranti, terribili, spietati, geniali. Josko Marusic, prima di qualsiasi altro titolo e riconoscimento, &#232; l'autore di Fisheye (Riblje Oko), cortometraggio realizzato nel 1980: un corto horror, grondante paradossale e indimenticabile violenza. Una mattanza di cui non vi sveliamo nulla (&#232; qui sotto, da vedere e rivedere), limitandoci a ricordare gli occhi dei pesci, il mare nero come la pece, le strade e le case della cittadina che sembrano una delle trappole di M. C. Escher e la lancinante colonna sonora di Tomislav Simovic. 
Ecco, quando ci si addentra nell'infinito e variopinto universo dell'animazione, si scoprono confini inesplorati, lontani anni luce dalle rassicuranti (?) animazioni in computer grafica che dominano i box office. Dovrebbe essere scontato, ma non lo &#232;: l'animazione &#232; oltre, &#232; tutto, &#232; anche un capolavoro crudele come Fisheye. I bambini si copriranno gli occhi. E non solo loro...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;cortometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/10/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>cortometraggi</category>
			<pubDate>23/10/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Clip] Arrietty</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=84&amp;art=8384</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/Animazione/arrietty-80(1).jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Due sequenze tratte da Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento (Kari-gurashi no Arietti, 2010) di Hiromasa Yonebayashi, lungometraggio scritto da Hayao Miyazaki e prodotto dallo Studio Ghibli. Passato al Festival di Roma 2010, il film &#232; distribuito nelle sale italiane dalla Lucky Red a partire da venerd&#236; 14 ottobre 2011.

Adattamento dei racconti dell'autrice inglese Mary Norton The Borrowers, pubblicati a partire dagli anni Cinquanta. Protagonista della vicenda una famiglia alta poco pi&#249; di dieci centimetri che vive sotto le assi del pavimento &quot;prendendo in prestito&quot; dalle case oggetti di uso comune. Ma un giorno la piccolissima quattordicenne Arrietty incontra casualmente il giovane Sho, l'umano che &#232; andato a trascorrere la convalescenza nella casa dell'anziana nonna...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;stream &amp; download&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;14/10/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>stream &amp; download</category>
			<pubDate>14/10/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Arrietty</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=7387</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/10/Festival/Roma/Fuori%20Concorso/The%20Borrower%20Arrietty/The-Borrower-Arriet-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Adattamento dei racconti dell'autrice inglese Mary Norton The Borrowers, pubblicati a partire dagli anni Cinquanta. Protagonista della vicenda una famiglia alta poco pi&#249; di dieci centimetri che vive sotto le assi del pavimento &quot;prendendo in prestito&quot; dalle case oggetti di uso comune. Ma un giorno la piccolissima quattordicenne Arrietty incontra casualmente il giovane Sho, l'umano che &#232; andato a trascorrere la convalescenza nella casa dell'anziana nonna... [sinossi - catalogo Festival di Roma]&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;14/10/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>14/10/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] Arrietty</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=8355</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/10/Animazione/arrietty-80.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano di Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento (Kari-gurashi no Arietti, 2010) di Hiromasa Yonebayashi, lungometraggio scritto da Hayao Miyazaki e prodotto dallo Studio Ghibli. L'uscita del film, distribuito nelle sale dalla Lucky Red, &#232; prevista per venerd&#236; 14 ottobre 2011.

Adattamento dei racconti dell'autrice inglese Mary Norton The Borrowers, pubblicati a partire dagli anni Cinquanta. Protagonista della vicenda una famiglia alta poco pi&#249; di dieci centimetri che vive sotto le assi del pavimento &quot;prendendo in prestito&quot; dalle case oggetti di uso comune. Ma un giorno la piccolissima quattordicenne Arrietty incontra casualmente il giovane Sho, l'umano che &#232; andato a trascorrere la convalescenza nella casa dell'anziana nonna...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/10/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>09/10/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[Trailer] I Puffi</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=84&amp;art=8248</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/9/Animazione/i-puffi-80x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il trailer italiano delle avventure in computer grafica e 3D degli omini blu creati dal belga Peyo. I Puffi (The Smurfs, 2011), distribuito dalla Sony Pictures, &#232; uscito nelle sale italiane venerd&#236; 16 settembre 2011, balzando in testa al box office.

Costretti a scappare dal loro villaggio per sfuggire dal loro vecchio nemico, Gargamella, i Puffi, si ritrovano catapultati nel bel mezzo di Central Park. Non abituati a vivere tra gli uomini, i piccoli omini blu, devono cercare in tutti i modi di far ritorno al loro villaggio, senza farsi catturare dall'odiato stregone...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;stream &amp; download&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;19/09/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>stream &amp; download</category>
			<pubDate>19/09/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Surogat</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=82&amp;art=8021</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/8/Animazione/surogat-80x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;L'idea. L'idea &#232; un tratto grafico, un colore, un personaggio, una storia. L'idea &#232; la perfezione grafica della Pixar sempre al servizio della narrazione. L'idea &#232; l'essenziale quanto geniale linea di Osvaldo Cavandoli, &#232; il fotorealismo poetico di Hayao Miyazaki. L'idea &#232; una silhouette che anima favole in controluce, &#232; l'animazione a passo uno di Jir&#237; Trnka e Jan Svankmajer, di Jir&#237; Barta e Wladyslaw Starewicz, di Ray Harryhausen e Ivo Caprino. L'idea &#232; la sand animation di Ferenc Cak&#243; e Caroline Leaf, &#232; la pixillation di Norman McLaren, &#232; il rotoscopio di Max Fleischer. E poi ci sono i luoghi delle idee, come la suddetta Pixar, lo Studio Ghibli, la Scuola di Praga, il National Film Board of Canada. E la &quot;Scuola di Zagabria&quot;, la Zagreb Film: idee compresse in pochi minuti, in una serie di cortometraggi spesso folgoranti, teneri e divertenti se pensati per i pi&#249; piccini, sagaci e taglienti quando indirizzati a un pubblico adulto. E le idee e il talento traboccano dal cortometraggio Surogat, che con ironia e meravigliose stilizzazioni grafiche cattura e rappresenta la vita contemporanea. Surogat &#232; semplicit&#224; difficile da riprodurre, &#232; l'essenza dell'animazione che resiste agli anni e ai decenni che passano, &#232; quanto di pi&#249; distante ci possa essere dall'imperante e spesso noiosa CG e 3D. 
Surogat di Du&amp;#353;an Vukotic, primo cortometraggio non americano a vincere un Oscar, &#232; probabilmente il titolo pi&#249; rappresentativo della Zagreb Film, che a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta si impose a livello internazionale. Animazione limitata, sperimentazioni, avanguardia, autorialit&#224; e uno sguardo lucido sul mondo. Surogat &#232; il primo passo per (ri)scoprire i tesori dell'animazione croata: Occhio di pesce (1980) di Jo&amp;#353;ko Maru&amp;#353;ic, Senza titolo (1964) e Krek (1968) di Borivoj Dovnikovic, Il maiale musicante (1965) e Il piccolo e il grande (1966) di Zlatko Grgic, Elegia (1965) di Nedeljko Dragic e molto altro...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;cortometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;23/08/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>cortometraggi</category>
			<pubDate>23/08/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Cartoonia # 02</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=83&amp;art=8051</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/8/Animazione/A-Letter-to-Momo-80x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;In questo secondo appuntamento con Cartoonia parleremo soprattutto di cinema che (forse) non vedremo sul grande schermo - fortunatamente, il recupero su piccolo schermo non &#232; pi&#249; un'impresa disperata. Tanta animazione asiatica (Mamoru Oshii, Goro Miyazaki, Hiroyuki Okiura, Keiichi Hara, Eric Khoo, Masayuki Kojima...), i lungometraggi passati ad Annecy e un prezioso saggio da recuperare.

Il futuro degli anime
Non deve sorprendere la vitalit&#224; dell'industria degli anime, capace di sfornare con ammirevole continuit&#224; nuovi talenti: dietro ai vari mostri sacri Miyazaki, Takahata, Oshii e Otomo, e al compianto Satoshi Kon, sta crescendo una nuova generazione di registi, da Goro Miyazaki a Masahiro Ando, da Keiichi Hara al gi&#224; affermato Makoto Shinkai, fino a Hiroyuki Okiura, che nel 1998 aveva diretto Jin-Roh - The Wolf Brigade e che finalmente torna con A Letter to Momo (Momo e no Tegami). In attesa di una proiezione nel Bel Paese (al Future?), possiamo farci venire l'acquolina in bocca col trailer originale sottotitolato in inglese. A Letter to Momo far&#224; bella mostra di s&#233; alla prossima edizione del Festival di Toronto.
 
Ancora un trailer e ancora un'opera seconda: From Kokuriko Hill (Kokuriko-Zaka Kara) di Goro Miyazaki, destinato a guidare nei prossimi anni lo Studio Ghibli. L'opera d'esordio, I racconti di Terramare, aveva lasciato molti dubbi a critica e fan. Non a noi. Sar&#224; fondamentale la risposta del pubblico giapponese, anche se la firma di Hayao Miyazaki, autore della sceneggiatura con Keiko Niwa, e il character design di Katsuya Kondo garantiscono una scalata del box office...

Annecy 2011: ovvero, l'animazione che non vedremo...
Il Festival International du Film d'Animation d'Annecy (www.annecy.org) &#232; uno dei momenti chiave per il mondo dell'animazione: lungometraggi, cortometraggi, serie televisive, work in progress e via discorrendo. Da Annecy passa il meglio della produzione mondiale, tra anteprime e titoli selezionati tra le maggiori manifestazioni (come Une vie de chat preso da Berlino o Tatsumi da Cannes). Durante la kermesse transalpina sono stati premiati Chico &amp; Rita di Fernando Trueba, Javier Mariscal e Tono Errando (Prix Fnac), L'Apprenti P&#232;re No&#235;l di di Luc Vinciguerra (Prix Unicef) e, vincitore della competizione, Le Chat du Rabbin di Joann Sfar e Antoine Delesvaux (Le Cristal du long m&#233;trage). Una menzione speciale &#232; andata a Colorful di Keiichi Hara, che aveva gi&#224; lasciato il segno al Future Film Festival di aprile. Da Annecy al Future: alla luce del limitato orizzonte di gran parte della distribuzione cinematografica italiana, tanto sensibile alle produzioni statunitensi ed europee in 3D ma incapace di guardare oltre, il festival bolognese rimane l'unico luogo per poter gustare su grande schermo film come il delizioso Une vie de chat di Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol o The Tibetan Dog di Masayuki Kojima, significativa collaborazione tra Cina e Giappone.
 
Oltre ai titoli appena segnalati, vale la pena sottolineare nuovamente l'assoluto valore del singolare biopic Tatsumi di Eric Khoo, che al Festival di Cannes aveva impreziosito la sezione Un Certain Regard. &#200; esattamente questo il cinema che manca alle sale italiane, ai listini dei distributori. Servirebbe una rivoluzione culturale...

 
Oshii, Je t'aime
Vulcanico e inarrestabile, in perenne bilico tra animazione e live action, tecnica tradizionale e computer grafica, cinema e piccolo schermo, manga e videogiochi, realismo e cyberpunk, Mamoru Oshii (Assault Girls, The Sky Crawler, Amazing Lives of the Fast Food Grifters) &#232; da tre decenni una delle firme pi&#249; prestigiose dell'immaginario fantascientifico. Mentre il suo pupillo Hiroyuki Okiura tornava alla regia e la Production I.G affastellava nuovi progetti (cosa sar&#224; della versione in computer grafica di Cyborg 009?), Oshii realizzava il cortometraggio Je t'aime, che sfoggia un'animazione impeccabile e rimette in gioco alcuni temi ricorrenti della poetica oshiiana. Il corto &#232; finalmente disponibile online nella versione completa, dopo essere stato utilizzato come video dal gruppo musicale giapponese Glay (un po' come fece Miyazaki con On Your Mark). Buona visione!
 
 
Invito alla lettura...
Approfittiamo dello spazio di questa rubrica per suggerire alcune letture sul cinema d'animazione. Inauguriamo il breve &amp;#8220;invito alla lettura&amp;#8221; con il prezioso saggio Il cinema di silhouette di Pierre Jouvanceau, tradotto in italiano da Gianluca Aicardi ed edito da Le Mani nel 2004 in occasione del Festival del cinema d'animazione di Chiavari &amp;#8211; la kermesse ha avuto purtroppo vita assai breve, nonostante la direzione artistica di Giannalberto Bendazzi e l'ispirata programmazione (cinema di silhouette, Takahata, Luzzati, Yusaki, Ocelot...).

 
Un testo quasi &amp;#8220;miracoloso&amp;#8221;, che illustra con puntualit&#224; la nobile tecnica delle silhouette, resa celebre nella prima parte del XX secolo dalle opere della tedesca Lotte Reiniger: il lungometraggio Le avventure del principe Achmed (1926) e, tra i tanti corti, Cinderella (1954), Hansel e Gretel (1955) e The HPO - Heavenly Post Office (1938).&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;saggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/08/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>saggi</category>
			<pubDate>10/08/2011</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Strange Invaders</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=82&amp;art=1822</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2008/11/animazione/cortometraggi/strange%20invaders%20-%2080x110.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Premiato in vari festival (Columbus International Film &amp; Video Festival, Leipzig DOK Festival, San Francisco International Film Festival, Sitges - Catalonian International Film Festival, Zagreb World Festival of Animated Films) e candidato al premio Oscar, il cortometraggio Strange Invaders segna il secondo grande successo per l'animatore canadese Cordell Barker, dopo i fasti dello spassoso The Cat Came Back (1988, altro Oscar mancato di  un soffio). 
Barker, anche sceneggiatore, animatore e doppiatore (&#232; Roger), dimostra di possedere, oltre ad una fervida immaginazione, perfetti tempi comici. Pi&#249; che la fluidit&#224; o la pulizia dell'animazione, il lavoro di Barker si concentra sui colori e sulla struttura narrativa. 
Divertente messa in scena degli incubi di un futuro padre, Strange Invaders &#232; una delle rare incursioni di Barker al di fuori della sua attivit&#224; pubblicitaria (segnaliamo anche la serie televisiva O Canada del 1997). 
Il cortometraggio &#232; prodotto e distribuito dal glorioso National Film Board of Canada (NFB), sorta di paradiso per il mondo dell'animazione (migliaia di titoli prodotti e molti autori di prestigio: dal leggendario Norman McLaren fino ai vari Co Hoedeman, Ishu Patel, Paul Driessen, Ryan Larkin, Chris Landreth e via discorrendo).&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;cortometraggi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;30/05/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>cortometraggi</category>
			<pubDate>30/05/2011</pubDate>
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			<title>No Longer Human</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=85&amp;art=7676</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/5/Animazione/no-longer-human-200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La cosa migliore di questo mediocre No Longer Human &#232; che non ci &#232; possibile fare raffronti con il romanzo da cui &#232; stato tratto. Ningen Shikkaku, di Osamu Dazai, pubblicato originariamente nel 1948, &#232; s&#236; stato rieditato per i tipi di Feltrinelli nel non troppo lontano 20091, ma, sebbene sia considerato uno dei testi seminali per la letteratura giapponese del secondo Novecento, non &#232; universalmente noto (trad: non l&amp;#8217;abbiamo mai letto, maestra). Ecco quindi che la solita diatriba sulla fedelt&#224;/infedelt&#224; al testo originale cade, con somma gioia dell&amp;#8217;estensore del presente articolo, arcistufo di tale querelle abbastanza insensata. Ebbene, sgombrato il campo dall&amp;#8217;accademia, ci possiamo concentrare sul motivo per il quale probabilmente questo film ha s&#236; vinto il Future Film Festival 2011, ma mi ha al contempo lasciato freddino: la sua presunzione. Quello che ai giurati deve essere sembrato un pregio, la gravit&#224; del tono, il prendere ci&#242; che si sta raccontando sul serio, beh, secondo me &#232; una valutazione parziale, mancante di un bel &amp;#8220;tremendamente&amp;#8221;. L&amp;#8217;atmosfera cupa che soffonde questa storia di umana alienazione, d&amp;#8217;incapacit&#224; di concedere a se stessi persino la cittadinanza dell&amp;#8217;umano ceppo, &#232;, secondo il mio modesto parere, pi&#249; gravosa che grave. Si ha chiara l&amp;#8217;impressione che il regista, lui s&#236;, poverino, sia schiacciato dalla responsabilit&#224; per la messa in scena di un testo di cos&#236; capitale importanza, e non riesca a fare a meno di sottolinearlo ad ogni pi&#232; sospinto. Il problema &#232; che lo fa ricorrendo ai pi&#249; vieti artifici del mestiere, e cos&#236;, via alla fiera degli effettacci scontati, tipo la neve che si tinge del sangue pseudo tisico del protagonista (che poi &#232; anche possibile l&amp;#8217;ipotesi di una citazione verbatim dell&amp;#8217;originale, ma, come sempre, &#232; il modo, non il cosa si mette in scena).&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;28/05/2011&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Nicola Ramponi&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>28/05/2011</pubDate>
		</item>
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			<title>Home Video - Il meglio del 2011</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=4&amp;art=8858</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/Dvd%20e%20co/home-video-il-meglio-del-2011-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Appuntamento speciale con la rubrica dedicata alle uscite home video. Come gi&#224; accaduto nel 2010, vi proponiamo una selezione (squilibrata, schizofrenica, arbitraria, discutibile, contestabile...) delle uscite in dvd e blu-ray dell'anno appena trascorso. Cinquanta titoli, tra dischi singoli e cofanetti, classici e nuovi cult, cinema orientale e occidentale, animazione e serie televisive. Tutti imperdibili, tasche permettendo.

Difficile, forse impossibile, stilare una classifica tra le cinquanta uscite selezionate. Ma la prima segnalazione non &#232; casuale: il cofanetto Powell &amp; Pressburger (tre perle: Duello a Berlino, Narciso nero e il meraviglioso Scarpette rosse), seguito da So dove vado e I racconti di Hoffmann, ci permette finalmente di ammirare sul piccolo schermo il cinema bigger than life di questi due immensi registi. Un sodalizio artistico probabilmente irripetibile. Era gi&#224; disponibile Scala al Paradiso, altra pellicola imperdibile. E il cult L'occhio che uccide, firmato dal solo Powell e atteso da tempo, chiude il cerchio.

Facciamo un bel balzo temporale e parliamo di tre uscite dedicate a un regista finalmente sdoganato: Nicolas Winding Refn. Il cineasta danese, recentemente nelle sale italiane con Drive (che torner&#224; in altre classifiche...), &#232; sbarcato nella Penisola con i dvd di Bronson, Valhalla Rising e il cofanetto Pusher - La Trilogia, targato One Movie e Rai Cinema. Pusher I, II e III non erano inediti, ma mettere le mani su tutti e tre era diventata un'impresa ardua. Cinema di inaudita potenza...

Dobbiamo limitarci a un solo titolo? Al dvd del 2011? Allora diciamo This is England di Shane Meadows, piccolo grande capolavoro. Uscito nelle sale con abissale ritardo, arriva anche in dvd. Commovente, politico, doloroso, vero. Restando tra i film (occidentali) invisibili o inediti, consigliamo vivamente il recupero dell'horror canadese Pontypool di Bruce McDonald: il potere delle parole! E poi, datato 1990, il misconosciuto Riflessi sulla pelle di Philip Ridley, tra le migliori pellicole sull'infanzia. Nero come la pece.

Asia! L'apertura del mercato cinematografico, televisivo e dell'home video al cinema asiatico, seppur ancora limitata, &#232; in ogni caso un segnale estremamente positivo. Una buona fetta di grande cinema, infatti, &#232; (ed &#232; stata) prodotta in Oriente: Giappone, Hong Kong, Cina, Corea del Sud, Thailandia, Taiwan, Filippine e via discorrendo. Qualcosa si inizia a vedere.
Mikio Naruse (Senza legami di parentela, Sogni di una notte...), Yasujiro Ozu (Rissa fra amici in stile giapponese, Giorni di giovent&#249;...), l'edizione blu-ray di Kagemusha - L'ombra del guerriero di Akira Kurosawa, Secret Sunshine e Poetry di Lee Chang-dong, 13 assassini di Takashi Miike e via discorrendo. &#200; solo l'inizio?

Ancora Asia, ma non solo. Anche la visibilit&#224; del cinema d'animazione &#232; assai relativa. Per farla breve: il meglio resta troppo spesso fuori dai confini nazionali. Dove &#232; finito, ad esempio, The Secret of Kells di Tomm Moore e Nora Twomey? E vedremo mai In the Attic: Who has a Birthday Today? di Jir&#237; Barta o Alois Nebel di Tom&#225;s Lun&#225;k? Intanto godiamoci, sulla scia della popolarit&#224; di Miyazaki e dello Studio Ghibli, Porco Rosso, Pom Poko di Isao Takahata e I sospiri del mio cuore di Yoshifumi Kondo. Sempre dal Giappone, Mobile Suit Gundam - Il contrattacco di Char di Yoshiyuki Tomino. Quindi la poesia di Sylvain Chomet, col suo ultimo lungometraggio L'illusionista, e Winnie the Pooh - Nuove avventure nel Bosco dei 100 acri di Stephen J. Anderson e Don Hall, per bambini e adulti/bambini.

Spazio ai cofanetti, vero e proprio oggetto dei desideri dei cinefili. Ne escono tanti, ne abbiamo selezionati cinque. Il primo non &#232; esattamente per tutti i gusti: Karel Zeman Collection (L'arca del Sig. Servadac, Il barone di Munchhausen e I ragazzi del Capitano Nemo), ovvero la fantasia al potere. Quindi il monumentale Stanley Kubrick Collection, gioia per gli occhi. In blu-ray la trilogia originale (l'unica...) di Star Wars. Dalla RaroVideo John Cassavetes Box (Assassinio di un allibratore cinese, Una moglie, Ombre, La sera della prima e Volti). Chiudiamo con una strepitosa produzione televisiva: Carlos - La Serie di Olivier Assayas. Irrinunciabili.

Il nostro viaggio tra le uscite del 2011 si chiude tra Europa e Stati Uniti, tra dvd e blu-ray. Sul versante dvd si possono recuperare alcuni titoli anni Venti/Trenta, come L'uomo che ride di Paul Leni e Liliom di Fritz Lang. Tra i contemporanei, Taurus - Il crepuscolo di Lenin di Aleksandr Sokurov.  Titoli pi&#249; &amp;#8220;commerciali&amp;#8221; tra i blu-ray, da Lo spaccone di Robert Rossen a Pulp Fiction di Quentin Tarantino e Strade perdute di David Lynch (avevamo detto commerciali?).&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;dvd and co&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;15/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>dvd and co</category>
			<pubDate>15/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[DVD] Uomini H</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=66&amp;art=8842</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/Dvd%20e%20co/uomini-h-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Per parlare della scelta, davvero ottima, di riproporre in DVD uno dei migliori titoli di Ishir&#244; Honda, ci viene spontaneo partire da uno dei contribuiti speciali ivi inclusi: il commento sintetico ma estremamente puntuale di Luigi Cozzi. Sono davvero tanti gli spunti di assoluto rilievo contenuti in questo intervento del regista italiano, che tra l&amp;#8217;altro omaggi&#242; proprio Uomini H in una sequenza ricca di tensione del suo Contamination &amp;#8211; Alien arriva sulla terra, datato 1980. E a questo punto lasciatecelo dire, ma sarebbe bello se ogni tanto personaggi come Cabona del Giornale, o come altri sedicenti critici arruolati nella funesta trasmissione televisiva di Gigi Marzullo, riuscissero a trasmettere un cos&#236; genuino trasporto e informazioni altrettanto interessanti parlando di cinema! La prima cosa che ci &#232; piaciuta del discorso di Cozzi, ovviamente incline a valorizzare quell&amp;#8217;indirizzo di genere cui seppe dare in prima persona un pur modesto contributo, &#232; il ricordo della profonda, sincera amicizia tra Honda e il grande Akira Kurosawa, un&amp;#8217;amicizia contraddistinta da stima reciproca e da frequenti rapporti sul set. Nel passare poi in rassegna una mappa di possibili riferimenti cinefili per il gioiellino di Honda, realizzato nel 1958 e cio&#232; in un periodo di notevole fermento rispetto a quella fantascienza che traeva spunto dalle spaventose conseguenze dell&amp;#8217;atomica, Luigi Cozzi ci ha tenuto a ribadire la sostanziale contemporaneit&#224; di Uomini H e dell&amp;#8217;americano Blob &amp;#8211; Fluido mortale, ipotizzando &amp;#8211; probabilmente a ragione &amp;#8211; che la minaccia rappresentata con evidenti analogie da qualcosa di proteiforme, gelatinoso, strisciante, abbia in fondo una matrice comune, ovvero il parassita alieno descritto nel primo capitolo di una straordinaria saga cinematografica prodotta nel Regno Unito, quella del dottor Quatermass.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite del mese&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite del mese</category>
			<pubDate>10/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Home Video Gennaio 2012</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=69&amp;art=8822</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/Dvd%20e%20co/home-video-gennaio-2012-200x250.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Trentanovesimo appuntamento con la rubrica dedicata alle uscite in dvd e blu-ray. Come gi&#224; precisato in precedenza (ripetiamo per evitare incomprensioni), segnaliamo in questa pagina alcune uscite (o ri-uscite), seguendo una logica inattaccabile: ci&#242; che ci aggrada in questo preciso momento. Una selezione, squilibrata-schizofrenica-discutibile-contestabile, tanto per essere chiari.

Nel mese delle varie classifiche (a breve...) che celebreranno l'anno appena trascorso, tra uscite in sala, inediti e recuperi home video, apriamo il nostro consueto appuntamento mensile con dvd e blu-ray con una pellicola science fiction che intreccia suggestioni spielberghiane, romanticismo adolescenziale, omaggi cinefili e un commovente gusto nostalgico: Super 8 di J.J. Abrams, lontano anni luce dalle scorciatoie del 3D, &#232; un meraviglioso tuffo nel passato. Restando nell'ambito sf, segnaliamo il convincente reboot L'alba del pianeta delle scimmie di Rupert Wyatt e il realistico Contagion di Steven Soderbergh.

Non si vive di solo cinema occidentale. Negli ultimi mesi, fortunatamente!, &#232; lievemente aumentata la visibilit&#224; del cinema asiatico nella nostra sonnacchiosa penisola. Tre i titoli di gennaio: Il duello silenzioso di Akira Kurosawa, A Hero Never Dies di Johnnie To e Ip Man di Wilson Yip. Da prendere a scatola chiusa...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;ultimi articoli&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;08/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>ultimi articoli</category>
			<pubDate>08/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[BD] The Great Debaters</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=66&amp;art=8808</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2012/2012/1/Dvd%20e%20co/The%20Great%20Debaters/The-Great-Debaters-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Triste - ma non inspiegabile - destino: le opere &quot;all black&quot; in Italia non trovano quasi mai le attenzioni che meriterebbero. Come caso paradigmatico si potrebbe citare il monumentale Beloved (1998) di Jonathan Demme, capolavoro tratto dal libro di Toni Morrison che scavava sino all'essenza della cultura afroamericana; ma anche la mancata distribuzione in sala di questo The Great Debaters, seconda prova dietro (ma anche davanti...) la macchina da presa per il bravo Denzel Washington, lascia parecchio perplessi per tutta una serie di motivi, non ultimo la sapiente costruzione spettacolare di un lungometraggio in grado di garantire una lettura universale e non delimitata del cristallino messaggio di civilt&#224; ivi contenuto.
Comunque siano andate le cose in ambito distributivo a rendere parziale giustizia ad un film da vedere arriva ora - a quattro anni di distanza dalla sua realizzazione - la distribuzione italiana in blu ray ad opera della Mondo Entertainment, in una edizione parecchio spartana a livello di contenuti extra (assenti), ma apprezzabile dal punto di visto della resa formale, con i colori del profondo sud statunitense magnificamente fotografati dal grande Philippe Rousselot, esaltati dalla magia dell'alta definizione. Non l'unico pregio di un'opera che conferma appieno le qualit&#224; registiche di Denzel Washinghton, gi&#224; mostrate nel suo esordio nella regia avvenuto nel 2002 con il solido dramma di formazione Antwone Fisher: un cinema capace di muoversi con una certa abilit&#224; tra gli insidiosi codici della retorica spettacolare hollywoodiana senza peraltro tralasciare la profondit&#224; di un accurato ritratto sociale con annessi riverberi nella storia pi&#249; o meno recente. Gi&#224;, perch&#233; la vicenda al centro di The Great Debaters &#232; ambientata nel Texas razzista degli anni trenta, in un epoca in cui la gente di colore non solo lottava ancora per i propri diritti pi&#249; elementari ma stava cominciando a far sentire la sua voce anche a livello di pura opinione politica, provocando reazioni vergognosamente smodate - e perci&#242; fatalmente violente - nell'establishment di origine anglosassone. Ed &#232; proprio nella impeccabile precisione del ritratto d'epoca il punto di forza del film di Denzel Washington, regista che coinvolge lo spettatore rappresentando con chiarezza una delle colonne portanti della societ&#224; americana: la &quot;feroce&quot; competizione in qualsiasi settore messa in atto per&#242; per far emergere il meglio delle risorse sociali di un intero e sterminato paese.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;uscite del mese&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/01/2012&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Daniele De Angelis&lt;/strong&gt;</description>
			<category>uscite del mese</category>
			<pubDate>07/01/2012</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>[DVD] Help Me Eros</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=66&amp;art=8762</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2011/2011/12/Dvd%20e%20co/help-me-eros-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&
