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		<title>CineClandestino.it</title>
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		<description>Rivista di cinema e informazione cinematografica</description>
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		<pubDate>29/07/2010 6.31.15</pubDate>
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			<title>Identity</title>
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			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/identitas/Identitas-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;La Genesi della Bibbia racconta di come Dio cre&#242; Adamo ed Eva, unici esseri umani nel Paradiso Terrestre: ma una volta mangiata la mela proibita dall'albero della conoscenza del bene e del male, a quale destino potranno andare incontro sulla Terra? Per quanto paradossale possa apparire a un primo sguardo &#232; (anche) a questo curioso interrogativo che cerca di rispondere l'inafferrabile Identity (Identitas il titolo originale), opera terza del quarantasettenne cineasta indonesiano Aria Kusumadewa, vista durante le giornate del XII Far East Film Festival di Udine. La progressiva e asfissiante discesa agli inferi in cui viene condotto per mano lo spettatore, sembra voler narrare, ancora una volta, una cacciata dall'Eden: e questo non solo per il nome del protagonista della vicenda, Adam (interpretato da un magistrale Tio Pakusadewo, gi&#224; visto nel divertente Quickie Express di Dimas Djayadiningrat e nell'angoscioso e claustrofobico The Forbidden Door di Joko Anwar, e qui anche autore della straniante colonna sonora), n&#233; per il fatto che egli assegni come nome all'anonima ragazza di cui si invaghisce l'emblematico Hawa. 
Il fatto &#232; che Identity sembra interessato soprattutto a mettere in scena un'umanit&#224; sconfitta, distrutta, derelitta e morta anche al di l&#224; della semplice putrescenza delle carni. In un mondo in cui neanche i ventilatori sembrano in grado di spostare l'aria, tale e tanto spessa &#232; la cappa che sovrasta la societ&#224; indonesiana, il pulitore di cadaveri Adam e la sua amata sono gli unici esseri definibili come &amp;#8220;vivi&amp;#8221; dell'intero film. Il tono goliardico e cialtrone con cui Kusumadewa mette ripetutamente alla berlina il malcostume politico indonesiano, pur proponendosi come una virata decisamente incline al grottesco e all'esasperazione dei contenuti (pratica questa tutt'altro che ignota dalle parti di Jakarta, anche in opere estremamente lontane da questa come il magnifico The Rainmaker di Ravi L. Bharwani, magmatico e metaforico viaggio nelle contraddizioni di una terra sospesa tra tradizione e neo-capitalismo), mostra allo stesso tempo un'immagine di s&#233; a pochi passi dall'horror duro e puro. Gli umani che si aggirano nei meandri dell'ospedale e della quasi baraccopoli, location  in cui si svolge gran parte della vicenda narrata, non hanno nome perch&#233; non sono pi&#249; dotati di quella pur minima scintilla di &amp;#8220;identit&#224;&amp;#8221; (da qui il titolo del film) che potrebbe permetter loro di essere considerati a tutti gli effetti viventi: in effetti, pi&#249; che vivere in senso stretto, questa massa abnorme di persone sembra deambulare, neanche si trattasse di un inaspettato e particolare effetto post-mortem. Agitati da un inconcludente bisogno di perpetuare ciclicamente azioni che sembrano parte di una meccanica superiore, del tutto staccata dalle reali necessit&#224;, gli uomini e le donne dell'Indonesia lercia, scatologica e vagamente dantesca portata davanti alla macchina da presa da Kusumadewa sembrano pi&#249; che altro dei morti viventi: la loro (non) vita &#232; la quotidiana accettazione di un sistema malato, torbido, classista e corrotto. Solo Adam, che colleziona i cartellini su cui sono scritti i nomi dei cadaveri che ha avuto modo di trattare in obitorio e che vive in una catapecchia che assomiglia a un caldo ma tutt'altro che accogliente ventre materno, pu&#242; ancora opporsi a questa continua e inarrestabile decadenza. Cercher&#224; di salvare anche la giovane cino-indonesiana senza nome, costretta a vendere il proprio corpo nel tentativo di aiutare il padre, malato e finito nel folle ingranaggio della (mala)sanit&#224; indonesiana. Ma forse, per loro e per l'umanit&#224; stessa, &#232; troppo tardi.
Facendo leva su un immaginario inafferrabile, lontano da qualsiasi prammatica estetica, Kusumadewa pone la firma in calce a un'opera cocciutamente politica, inadatta a qualsiasi compromesso, decisa a procedere per la sua strada senza preoccuparsi del mondo in cui si trova a combattere. Tutte doti che permettono di considerare Identity una delle sorprese pi&#249; liete nel panorama contemporaneo del sud-est asiatico: un cinema sicuramente non per tutti i gusti, slabbrato e sporco, forse persino malato, ma dotato di una vitalit&#224; etica ed estetica di cui ci sar&#224; sempre bisogno. In Indonesia come in Italia, anche perch&#233; le differenze tra le due nazioni, a giudicare dalle invettive lanciate da Kusumadewa, sembrano in tutta franchezza ben poche.   

Raffaele Meale&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altrocinema&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;21/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altrocinema</category>
			<pubDate>21/07/2010</pubDate>
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			<title>I Killed My Mother</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5917</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/AltroCinema/I%20Killed%20My%20Mother/I-killed-my-mother-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Non &#232; un caso che l'incipit di dichiarazione &amp;#8220;poetica&amp;#8221;, e soprattutto etica, Xavier Dolan l'abbia tratto proprio da Guy de Maupassant, maestro nel tessere i suoi romanzi con tono satirico e pungente, qualit&#224; che Dolan dimostra a pieno titolo da regista e attore in J'ai tu&#233; ma m&#232;re. Vincitore del Prix Regards Jeune all'edizione 2009 del Festival di Cannes, l'opera prima &#232; stata oculatamente programmata per la serata di chiusura del Festivl Mix alla sua 24^ edizione (22-29 giugno, Milano), all'insegna dello spirito della rassegna: un'apertura giovane verso i giovani e l'accettazione della &amp;#8220;differenza&amp;#8221;, identitaria e comunitaria.
Focus in medias res su Hubert Minel (X. Dolan) in montaggio alternato tra l' &quot;a parte&amp;#8221; con se stesso ed un presente irrisolto a cominciare da dove tutto ebbe ed ha inizio: il rapporto con sua madre Chantale (Anne Dorval). Segue il dettaglio da regista cinefilo insistendo con il ralenti (impossibile non pensare al maestro contemporaneo Wong Kar-wai), controlla nel ruolo di figlio il modo di masticare della madre (forse a voler richiamare come sottotesto la lettura psicanalitica di eco freudiano) ed immerge cos&#236; lo spettatore nelle spine di questa relazione. 
Il titolo J'ai tu&#233; ma m&#232;re (titolo internazionale I Killed My Mother ovvero Ho ucciso mia madre) potrebbe essere d'impatto fuorviante; in realt&#224; &#232; esemplificativo e simbolico del processo di lutto interiore che Hubert sta elaborando (passa dal dichiarare alla sua insegnante che sua madre &#232; morta chiedendole di scrivere nel compito del lavoro di sua zia, all'intitolare la dissertazione assegnatagli in collegio &amp;#8220;Jai tu&#233; ma m&#232;re&amp;#8221;). &#171;Uccidersi nelle teste per poter rinascere&#187; &#232; solo una delle tante opzioni teorizzate da Hubert nel suo video confessionale in bianco e nero; egli problematizza l'opposto sentimento di amore-odio verso sua madre in una dinamica di attrazione e repulsione verso la stessa, conscio che nonostante tutto pu&#242; essere la valvola su cui sfogarsi. Cresciuto senza la figura paterna, che fa capolino con voce autoritaria e non autorevole, egli vive  giocoforza con la sua genitrice, dichiarandole apertamente ora odio ora amore (&#171;je t'aime&#187; quando ottiene qualcosa o vuole preparare il terreno). Con leggerezza disarmante e sottile, martella con efficacia chi assiste ai loro &amp;#8220;dialoghi&amp;#8221;, in cui predominano le urla, il parlarsi addosso e rivangare. Scene di ordinaria follia rese da Dolan con uno spirito ed una cura da farci digerire quella sorta di doppio di noi, ovviamente ingigantito nella finzione verosimile del cinema. Nel mito di James Dean, Hubert si ribella in pieno clich&#232; da tappa di crescita adolescenziale, analizzando lucidamente i sintomi della vita infelice di sua madre (&#171;piantala di cantare quando sei a disagio&#187;), ironizzando sull'arredamento e sulle abitudini kitch ed allo stesso tempo esprimendo la propria lungimiranza. Innamorato del suo compagno di scuola Antonin (Fran&#231;ois Arnaud), concepisce e affronta la differenza con intelligenza &amp;#8211; ne rimprovera la mancanza alla madre - pur subendo le conseguenze di una societ&#224; e di una forma mentis ancora troppo otturati da un moralismo borghese.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;15/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Maria Lucia Tangorra&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>15/07/2010</pubDate>
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			<title>Eastern Plays</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5906</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/AltroCinema/Eastern%20Plays/Eastern-Plays-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Diciamolo subito: Eastern Plays &#232; un film che difficilmente si dimentica. Kamen Kalev, al suo primo lungometraggio, racconta la storia di due fratelli, Christo &amp;#8220;Itso&amp;#8221; e Georgi, di generazioni diverse, in una Sofia attuale che &#232; intollerante, senza speranza e che mostra le radici di un sistema politico e culturale oltremodo razzista e malato, che altro non riesce a fare se non portare disperazione nei pi&#249; giovani e frustrazione negli anziani. 
Non c&amp;#8217;&#232; nessun clich&#233; in Eastern Plays. Questo ritratto dal tono documentaristico ci mostra da una parte Itso, l&amp;#8217;artista frustrato che si aliena nelle droghe e nell&amp;#8217;alcol, insoddisfatto della sua vita e che non riesce neanche a trovare conforto nella sua relazione con Niki, una giovane attrice. Dall&amp;#8217;altra Georgi, che si ribella contro dei genitori oppressivi e si unisce ad un gruppo neonazista, pagato dai politici del governo per fomentare disordini nella apparentemente tranquilla Sofia. 
Proprio questa &#232; la citt&#224; dove il regista e il suo amico Christo Christov (attore e protagonista  nel film) sono cresciuti e dove si sono ritrovati da adulti dopo diversi anni. Kalev voleva da tempo girare un film incentrato sulla figura di Christo e ha cos&#236; scritto una sceneggiatura dove alcuni aspetti della vita reale del conoscente si sono intrecciati ad elementi completamenti inventati. Molte scene sono state girate in quegli stessi luoghi in cui &amp;#8220;Itso&amp;#8221; aveva vissuto: dall&amp;#8217;appartamento alle strade e i bar che frequentava, fino al posto dove lavorava. Anche la ragazza che nel film &#232; la sua fidanzata, Niki, era in realt&#224; la sua partner. Fin da subito Kalev pensava che sarebbe stato difficile trovare qualcuno in grado di interpretare quella parte e alla fine ha pensato di chiedere proprio a Christo di impersonare se stesso. In questo modo molti aspetti della sua personalit&#224;, cos&#236; come la sua presenza fisica e il suo spontaneo anticonformismo, sono stati catturati dalla macchina da presa per come sono veramente. Il regista ha potuto dunque intrecciare improvvisazione e spontaneit&#224; con gli elementi narrativi, e una delle scene memorabili dove questo risalta meglio &#232; sicuramente quella in cui Christo va dallo psichiatra che lo segue nella sua disintossicazione. Le sue parole sincere sul proprio stato d&amp;#8217;animo, sulla tossicodipendenza, sulla sua insoddisfazione non facevano parte della sceneggiatura iniziale di Eastern Plays.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;12/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>12/07/2010</pubDate>
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			<title>Dog Sweat</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5898</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/7/AltroCinema/Dog%20Sweat/Dog-Sweat-cvr200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Il cinema in Iran non &#232; sicuramente un&amp;#8217;arte ben apprezzata e quel poco che riesce ad emergere subisce la censura di un governo fondamentalista, opprimente e conservatore. Dog Sweat, il primo lungometraggio di Hossein Keshavarz, &#232; un&amp;#8217;eccezione e riesce finalmente a mostrarci con uno stile tutto fondato sul cosiddetto &amp;#8220;cinema v&#233;rit&#233;&amp;#8221; il modo in cui vivono i giovani  di oggi in una citt&#224; come Teheran. 
Nonostante i divieti, il film &#232; stato girato clandestinamente, prima delle elezioni del 2009 e ci fa riflettere su come, in realt&#224;, i giovani iraniani abbiano la voglia di ribellarsi e cambiare le cose nel loro paese; purtroppo molto spesso sono costretti ad accettare compromessi e rendere muta quella flebile voce rivoluzionaria che hanno dentro di loro. I personaggi di questo piccolo capolavoro hanno vite separate che spesso si sfiorano e rappresentano esperienze molto differenti. Il regista ha dichiarato di aver usato molteplici punti di vista, seguendo lo stile narrativo adottato da Robert Altman in America Oggi (Short Cuts), per permettere ad ogni protagonista di mettere in luce la le diverse facce della societ&#224; iraniana.
Ognuno cerca di bilanciare la sua vita tra l&amp;#8217;entusiasmo e voglia di realizzare i propri desideri personali, nonch&#233; la necessit&#224; d fare &amp;#8220;la cosa giusta&amp;#8221; per soddisfare la famiglia e sottostare alle istituzioni.
Il regista, che si &#232; laureato in America, ripropone alcuni suoi aspetti biografici nel personaggio di Dawood, che al ritorno dagli Stati Uniti, si ritrova come uno straniero nel proprio paese. Keshavarz, attraverso il suo film, vuole anche modificare l&amp;#8217;immagine delle donne iraniane, che non sono frustrate dall&amp;#8217;obbligo di portare il velo ma dal non avere la libert&#224; di poter andare all&amp;#8217;universit&#224;, fare il lavoro che pi&#249; gli piace o sposare la persona che veramente amano. E&amp;#8217; il caso di Masha che vorrebbe fare la cantante pop mentre invece la madre la vuole sposata con un uomo ricco e madre di famiglia. Masha crede nel suo talento ma &#232; costretta a rinunciare al suo sogno quando il suo produttore si tira indietro per la paura di essere scoperti e quindi arrestati. Memorabile &#232; la scena del primo incontro con il futuro marito. Mentre i loro genitori si accordano sulle nozze, Masha e Hooshang scherzano in maniera timida e rassegnata sul destino che li aspetta. Anche Hooshang non &#232; una persona qualunque: &#232; gay, emarginato dalla societ&#224; e costretto a nascondere la sua relazione e profonda amicizia con l&amp;#8217;amico Homan. Al contrario di quello che il presidente iraniano Ahmadinjad ha dichiarato sull&amp;#8217;inesistenza dei gay in Iran, in Dog Sweat il regista ci mostra invece come ci siano tanti omosessuali che pur di sottostare alle regole, negano la loro vera natura e sono costretti ad avere una doppia vita. Quelle che per&#242; subiscono conseguenze maggiori a livello emotivo sono le donne: molto forte &#232; la scena in cui Katie viene punita quando la madre le trova un preservativo nella borsa. Di l&#236;, sar&#224; rinchiusa in casa perch&#232; considerata una poco di buono mentre il fratello Dawood viene sempre trattato come l&amp;#8217;unico che conta nella famiglia e al quale &#232; permesso divertirsi con le ragazze. In realt&#224; quando decide di voler finalmente consumare con Katherine, la ragazza che frequenta, la loro ricerca per un posto intimo e sicuro dove poter stare in intimit&#224; diventa quasi comica. Non &#232; permesso loro neanche di andare in albergo, dove devono mostrare un documento di matrimonio. Keshavarz mette in rilievo la frustazione di questi giovani, le cui abitudini sessuali sono anch&amp;#8217;esse controllate dal governo, cos&#236; come il loro modo di vestire e l&amp;#8217;interazione tra uomini e donne. I conflitti con la famiglia e la repressione della societ&#224; sono gli ostacoli maggiori e portano spesso a gesti di ribellione molto forti. E&amp;#8217; il caso di Massoud, di famiglia benestante, che distaccato dalla societa&amp;#8217; in cui vive, si rifugia nell&amp;#8217;alcol e nelle droghe. Quando sua madre muore in un incidente stradale, tutto cambia. E&amp;#8217; l&#236; che Massoud si accorge che cosa non funziona nel suo paese: dalle infrastrutture agli ospedali fino alla polizia che si preoccupa di molestare un&amp;#8217;adolescente che porta il rossetto invece di occuparsi della sicurezza stradale dei cittadini. La voce di Massoud &#232; sicuramente quella pi&#249; estremista e quella meno pronta a piegarsi ai voleri del governo.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/07/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;CineClandestino&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>05/07/2010</pubDate>
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			<title>Confessions</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5874</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/6/AltroCinema/Confessions/kokuhaku-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Schizzato al primo posto del botteghino giapponese gi&#224; dopo un week-end di proiezioni (per poi mantenere saldamente la vetta), Kokuhaku (Confessions) non &#232; solo il film di Tetsuya Nakashima che a livello di pubblico sta riscuotendo pi&#249; successo, ma &#232; probabilmente anche quello meglio riuscito. Dopo le folgoranti esplosioni pop di Kamikaze Girls (2004) e Memories of Matsuko (2006) e il deludente (almeno per chi scrive) Paco and the Magical Book (2008), quest'ultimo lavoro si immerge senza esitazioni e restrizioni di sorta in una zona pi&#249; oscura e cupa, percorso che in parte era gi&#224; presente nel suo lavoro del 2006. Va detto fin da subito che si tratta di un film ad alto budget e accompagnato da un battage pubblicitario battente: e non potrebbe essere altrimenti vista la presenza della nota Takako Matsu, autrice per altro di una buona prova di attrice. Detto ci&#242;, i meriti di Nakashima risultano ancora pi&#249; apprezzabili, soprattutto se si considera la costruzione quasi a spirale del film con l'ossessivo e lento scavo nella psiche dei personaggi e della societ&#224; giapponese stessa. I fatti nella loro crudezza sono tutti, o  quasi tutti se si esclude il finale, esplicati nei primi quarantacinque minuti, composti dalla prima e pi&#249; lunga confessione, quella dell'insegnante Moriguchi. Il resto del film procede per blocchi narrativi scanditi e formati dalle confessioni degli altri protagonisti della storia per andare a comporre una sorta di viaggio all'interno delle radici del male e della violenza. Siamo nell'ambiente della scuola giapponese, ma come ci hanno insegnato anni ed anni di visioni animate, &#232; proprio questo un luogo privilegiato per osservare le dinamiche sociali tout court e lo sviluppo e la degenerazione dei rapporti che intercorrono fra le persone. Ad accompagnare le scene, o meglio a fondersi con esse, c'&#232; una parte sonora che come negli altri lavori del regista, ha un ruolo molto importante. Le musiche ipnotiche sono ad esempio parte integrante della lunga confessione/racconto dell'insegnante, forse la parte migliore di questo Confessions. Particolarmente azzeccata, anche se talvolta invadente, ci &#232; sembrata inoltre la scelta di usare Flowers dei Radiohead (1) nel proseguio dell'opera per punteggiare alcune delle scene pi&#249; drammatiche. Affrontando un film di Nakashima non si pu&#242; non parlare del suo inconfondibile ed eccessivo stile visivo che caratterizza tutte le opere. Anche qui sbocciano un profluvio di stili, filtri e angolature diverse, frequenti immagini del cielo si incrociano a scene realizzate riprendendo uno specchio convesso; &#232; frequentissimo inoltre l'uso della slow motion, compreso il folgorante inizio con la rappresentazione della caotica attivit&#224; degli studenti in classe.  Il ritmo narrativo &#232; molto alto, i centosei minuti del film passano davvero in un baleno, i titoli di testa, come gi&#224; in Love Exposure di Sion Sono, partono dopo i primi tre quarti d'ora, al termine della confessione della professoressa per poi lasciare spazio alle confessioni degli altri protagonisti. 
&#200; un film cupo che ben poco lascia alla speranza ed &#232; anche un'opera in cui, diversamente da altri suoi lavori, Nakashima ci mostra molta violenza fisica, spesso sublimata. Qui forse giace uno dei limiti di Confessions, quando la tecnica e l'effetto cio&#232; prendono un po' troppo il sopravvento lasciando che la storia si sfilacci, anche quando le poche parti comiche presenti nel film non riescono a fondersi bene con l'elemento narrativo. La tensione per&#242; ritorna prepotentemente per il finale, chiaro omaggio, almeno cos&#236; l'abbiamo interpretato noi, alla liberatoria e pinkfloydiana esplosione in Zabriskie Point di Antonioni.
Ci&#242; che ci &#232; piaciuto maggiormente del film sono le tematiche affrontate, che seppur a prima vista apparentemente banali, il film riesce a presentarci in modo complesso e doloroso nella sua crudezza. Sbagliato sarebbe limitare la portata dei temi affrontati solo nell'ambito scolastico: in verit&#224; alcuni sono presenti, specialmente se ci si accontenta di uno sguardo di superficie, come il bullismo o il fenomeno degli hikikomori (2)  Uno dei meriti del film invece &#232; proprio quello, come si diceva all'inizio, di riuscire ad andare fino in fondo, di analizzare provenienza e origine di questi fenomeni, o meglio di demolire le barriere che denominano questi stessi fenomeni come tipicamente adolescenziali. Dall'inizio alla fine, a soffrire ed essere traumatizzati e incapaci a vivere sono soprattutto gli adulti, le ferite aperte nella psiche dei tre adolescenti protagonisti del film sono anche le stesse, magari nascoste da una facciata di maturit&#224;, che tormentano gli adulti. Non c'&#232; salvezza nel film, tutti sono in maniera maggiore o minore, portatori di una parte oscura, di una gratuit&#224; del male che &#232; lampante non tanto nel caso pi&#249; eclatante dei due assassini della piccola, ma nella cattiveria del bullismo di tutti gli studenti, tutti. L'unica cosa che rimane da fare &#232; allora urlare a squarciagola, cos&#236; come fanno molti dei protagonisti, un grido che viene dal profondo e che riveli la tragica impasse in cui si &#232; invischiati. Non esiste  purezza, forse solo la figlioletta di Moriguchi si salva ed &#232; per questo che diviene l'elemento sacrificale, tutti gli altri sono sempre portatrici di una malvagit&#224; che sembra una parte ineliminabile dal nostro essere umani. &#232; in questo contesto allora che l'adolescenza &#232; il periodo in cui questo doloroso paradosso si mostra in tutta la sua pesantezza e in tutta la sua sconvolgente bellezza.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;29/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Matteo Boscarol&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>29/06/2010</pubDate>
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			<title>Hear Me</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5479</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/HearMe/HearMe-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Qual &#232; il valore del silenzio in una societ&#224; come quella contemporanea, affollata di suoni, voci, rumori? Qual &#232; la concezione moderna di dialogo, sospeso fra comunicazione verbale e non? Il nuovo millennio propone nuovi stimoli per la riflessione sulle modalit&#224; di approccio interpersonale, ispirato dallo sviluppo delle tecnologie e da una progressiva evoluzione del fenomeno comunicativo. Il cinema, specchio delle incertezze e del desiderio di conoscenza dell&amp;#8217;uomo, non si esime dal confronto fra modernit&#224; ed elemento umano, concentrandosi sul complesso ruolo giocato dall&amp;#8217;handicap in una societ&#224; che spesso sembra non riuscire a comprendere la &amp;#8220;diversit&#224;&amp;#8221; e a valutarla con il dovuto rispetto, latrice di un diffuso senso di inadeguatezza nel confronto. 
Hear Me, accolto in patria con grande entusiasmo dal pubblico, ha costruito il proprio successo grazie a un considerevole spettro di suggestioni potenzialmente intriganti per un ricco mosaico di spettatori: commedia sentimentale sulla giovent&#249; e sulla convivenza con l&amp;#8217;handicap, il film &#232; il terzo lungometraggio di Cheng Fen-Fen, nome in ascesa nel firmamento del cinema taiwanese, regista che oltre ad aver firmato diversi lavori destinati al grande schermo non ha disdegnato il mercato televisivo. 
Il film, senza concentrarsi sul rapporto interpersonale negli &amp;#8220;anni duemila&amp;#8221;, si limita a suggerire uno spaccato di quotidianit&#224; dove i sentimenti, le emozioni e le pi&#249; semplici informazioni di routine sono necessariamente trasferite attraverso linguaggi che vanno al di l&#224; della parola. 
Tian Kuo lavora come fattorino nell&amp;#8217;attivit&#224; ristoratrice dei genitori, coppia burbera ma amorevole: durante una delle sue consegne presso una piscina dove si allenano atleti non udenti il giovane conosce Yang Yang, ragazza volenterosa e lavoratrice che si impegna a 360&#176; per sostenere il talento agonistico della sorella Xiao Peng che coltiva il sogno delle olimpiadi. Il prevedibile innamoramento dei giovani coinvolger&#224; i protagonisti in una girandola di emozioni, incertezze e difficolt&#224;. 
La regista affronta la tematica dell&amp;#8217;handicap e delle pari opportunit&#224; trasportando sulla pellicola una vicenda lineare nel suo sviluppo, tanto prevedibile da lambire i confini della banalit&#224;. Malgrado le pregevoli premesse infatti, il progetto appare stentato e poco ispirato, vittima di una stereotipizzazione filo-occidentale che non rende giustizia ai positivi presupposti: Hear Me infatti si sviluppa sul modello bifronte che da un lato trae spunti dai classici teen-age movie, dall&amp;#8217;altro punta a far leva sulle introspezioni emotive di un cinema pi&#249; intimista e di riflessione. Il risultato si dimostra ricco di scompensi ritmici e di incertezze narrative, in gran parte ereditate da uno script che appare lacunoso e debole: a dispetto infatti dell&amp;#8217;esperienza di sceneggiatrice della regista (che annovera nel suo curriculum anche una vittoria per la migliore sceneggiatura all&amp;#8217;Asian First Film Festival di Singapore) il film si presenta come un catalogo di buoni sentimenti non supportati da un valido impianto narrativo. L&amp;#8217;approccio al racconto &#232; infatti profondamente segnato da una disarmante ingenuit&#224; che si riflette nei tanti difetti della pellicola, fra le quali spiccano non solo le incoerenze espositive e i gi&#224; citati vuoti e gap di scrittura, ma anche ingiustificate omissioni narrative che inficiano elementi strutturali del racconto.
Cheng Fen-Fen cerca di dare un taglio &amp;#8220;emotivo&amp;#8221; al film, suggerendo una lettura classica e romantica del genere &amp;#8220;rosa&amp;#8221;: l&amp;#8217;amore travagliato dei due protagonisti si colora delle sfumature pastello della giovent&#249; ma la scarsa spontaneit&#224; delle situazioni proposte sembra atrofizzare ogni possibile empatia. Tian Kuo e Yang Yang sono figure prive di tridimensionalit&#224; e l&amp;#8217;artificiosit&#224; dei loro atteggiamenti e dei loro approcci trasforma la descrizione della loro storia in un&amp;#8217;esasperante escalation verso l&amp;#8217;involontaria comicit&#224;.
Hear Me &#232; un film profondamente imperfetto che si impantana nel difficile terreno della rappresentazione emotiva e personale: Cheng Fen-Fen fallisce nel tentativo di cesellare le personalit&#224; dei personaggi e non riesce a fornire una lettura convincente del rapporto fra giovent&#249; ed handicap. La sordit&#224; sembra quindi diventare quasi un pretesto nello sviluppo di una narrazione scomposta, dove il &amp;#8220;non-detto&amp;#8221; esercita una sovranit&#224; spiazzante ed eccessiva. Se quindi lo sviluppo della sceneggiatura risulta decisamente poco affascinante, la resa visiva di Hear Me si presenta davvero come una piacevole sorpresa: la Taipei di Hear Me &#232; una citt&#224; dai molteplici volti, dove il rumore e il caos dei mercati rionali si affianca all&amp;#8217;algida eleganza dei grattacieli della scintillante downtown. 
Cheng Fen-Fen alle prese con un progetto impegnativo non si dimostra forse sempre all&amp;#8217;altezza delle aspettative, ma non manca di regalare allo spettatore una parentesi di leggerezza: senza inseguire infatti i modelli del cinema di indagine sociale, Hear Me si affida a una chiave di lettura pi&#249; semplice (e superficiale) addentrandosi con convinzione nel raggio della commedia prevedibile nella sua sdolcinatezza ma capace di rifuggire ogni forma di &amp;#8220;arroganza espositiva&amp;#8221;.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;24/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>24/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>The Dreamer</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5460</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/the%20dreamer/TheDreamer-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;A un anno di distanza dall'uscita in sala di The Rainbow Troops, il film che sanc&#236; l'incoronazione di Riri Riza da parte del pubblico cinematografico indonesiano, il regista nativo di Makassar torna a confrontarsi con la penna di Andrea Hirata e (di conseguenza) con la storia dell'Indonesia degli ultimi venticinque anni. The Dreamer &#232; infatti il secondo capitolo della trilogia letteraria nella quale Hirata ha condensato le proprie memorie e le proprie nostalgie. Cos&#236;, mentre in The Rainbow Troops si operava una regressione fino all'infanzia del romanziere, raccontata con sguardo elegiaco eppur mai eccessivamente condiscendente, The Dreamer trascina gli spettatori fino all'adolescenza del protagonista Ikal. I primi amori, le disavventure scolastiche, l'utopico desiderio di riuscire a raggiungere l'Europa per proseguire gli studi nelle aule prestigiose della parigina Sorbona; tutto vissuto insieme agli immancabili compagni di bisbocce Arai (che dopo essere rimasto orfano &#232; stato praticamente adottato dalla famiglia di Ikal) e Jimbron. 
Riri Riza subisce, com'era forse persino inevitabile, il fascino discreto del coming of age, racconto di formazione che per buona parte del suo naturale sviluppo segue in maniera a tratti persino pedissequa la prassi del genere: quello che era con ogni probabilit&#224; l'unico &amp;#8220;difetto&amp;#8221; - il virgolettato &#232; d'obbligo &amp;#8211; di The Rainbow Troops, ovvero l'incapacit&#224; di quando in quando, di non lasciarsi assoggettare da pratiche narrative letteralmente abusate nel corso degli anni dalla storia del cinema, torna dunque a mostrare il proprio volto anche nel corso di The Dreamer. Non che ci sia nulla di particolarmente sbagliato in questo, ma &#232; indiscutibile che Riza sembri vivere non sempre a proprio agio la necessit&#224; di portare a termine un prodotto strettamente popolare. C'&#232;, nascosto tra le pieghe del suo approccio registico, uno scarto ulteriore, impeto di rivolta che &#232; quello a ben vedere che si pu&#242; rintracciare negli occhi di Ikal e dei suoi amorevoli scherani, quasi che il successo clamoroso raggiunto in patria dal primo capitolo della trilogia (si sta parlando del pi&#249; grande incasso degli ultimi dieci anni a Jakarta e dintorni) sia stato digerito solo in parte. Non &#232; certo un caso che The Dreamer abbia incassato in patria molto meno del suo predecessore, pur registrando un risultato finale tutt'altro che trascurabile, con due milioni e passa di indonesiani a invadere le sale sparpagliate nell'arcipelago: laddove The Rainbow Troops parlava, con la messa in scena di un universo infantile e il suo sguardo nostalgico all'educazione musulmana, tanto agli abitanti di Giava quanto a quelli di Sumatra, Kalimantan e Sulawesi. Un racconto edulcorato e positivista, che poteva facilmente far leva sui sentimenti di un popolo che sta ancora cercando di riprendersi, a distanza di un decennio dalla sua caduta, dai trentadue sanguinosi anni di dittatura di Haji Mohammad Suharto (che dopo aver preso il potere nel 1967 inizi&#242; una guerra interna contro tutti gli elementi intellettuali, sociali e politici vicini al pensiero comunista, che port&#242; all'atroce sterminio di pi&#249; di un milione di persone). 
Diverso il discorso per The Dreamer: coerente con la crescita del suo protagonista, il secondo capitolo &#232; un bildungsroman decisamente meno incline alla rappacificazione a ogni costo. Il terzetto di amici si confronta finalmente con il mondo adulto, iniziando a comprenderne ipocrisie, contraddizioni e vizi; Riza non si nasconde dietro i falso velo del buonismo, ma affronta di petto gli umori di questi adolescenti che credono nel potere della poesia e sognano l'Africa e l'Europa come se stessero parlando della terra di Bengodi. Ed &#232; proprio sotto questo aspetto che il film acquista un valore che lo eleva, a conti fatti, anche al di sopra dell'episodio precedente: colto da afflato lirico, Riza si allontana ogni tanto dal rigore che caratterizza l'evoluzione narrativa della vicenda, per soffermarsi su dettagli apparentemente superflui del mondo che circonda i protagonisti. Memore della propria esperienza come assistente di set di Garin Nugroho &amp;#8211; il massimo cineasta indonesiano contemporaneo &amp;#8211;, Riza mescola la ricostruzione d'epoca a vere e proprie pratiche di vagheggiante surrealismo. E non si sta qui necessariamente facendo riferimento alla palese e divertita citazione felliniana che accompagna una delle sequenze pi&#249; significative della pellicola &amp;#8211; l'incontro del protagonista con il sesso, ma ancor pi&#249; con le annaspanti costrizioni della morale &amp;#8211; quanto a quelle improvvise stasi del racconto in cui la macchina da presa abbandona la sua apparente missione popolare per raccontare ci&#242; che troppo spesso &#232; reso invisibile agli occhi dello spettatore. Un apparentemente inutile campo lungo sulla campagna indonesiana, o un tuffo nello stordente azzurro del mare.
The Dreamer non &#232; un film perfetto, ma l'impressione &#232; che la trilogia stia crescendo tassello dopo tassello, raccontandoci con sempre maggior forza quel mondo che non &#232; tangibile, ma esiste nel furore (adolescente?) dell'immaginazione. Alcuni lo chiamano sogno, per Riza &#232; cinema. Tanto di cappello.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;22/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>22/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Ip Man 2</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5443</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/Ip%20Man%202/ip-man-2-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Opinione comune piuttosto diffusa pretende che il seguito di un'opera artistica (sia essa cinematografica, letteraria o quant'altro) difficilmente possa raggiungere il livello del proprio predecessore. Se qualcuno nutriva in cuor suo la speranza che tale assioma venisse prontamente smentito dal secondo capitolo delle avventure di Yip (o Ip) Man, sar&#224; con ogni probabilit&#224; rimasto deluso. Il fatto &#232; che, al di l&#224; di ogni considerazione sul sistema produttivo hongkonghese contemporaneo, non si sentiva realmente la necessit&#224; di approfondire ulteriormente il rapporto con colui che fu maestro, tra gli altri, di un giovanissimo Bruce Lee: Ip Man, che era stato proiettato durante l'ultimo giorno dell'edizione 2009 del Far East Film Festival tra gli applausi, narrava una parabola umana perfettamente conclusiva, parziale ma pregna di una propria morale netta e riconoscibile. Insomma, che qualcuno si prendesse la briga di raccontare anche il dopoguerra di Ip Man e della sua famiglia, davvero non appariva come una priorit&#224;: ma gli incassi stratosferici al botteghino, con pi&#249; di venticinque milioni di dollari hongkonghesi raggranellati nel corso del 2008l hanno fatto s&#236; che il team capitanato da Wilson Yip si lanciasse senza un attimo di tregua in questa seconda avventura produttiva.
Al timone del comando &#232; rimasto saldamente Wilson Yip, giunto oramai alla diciannovesima regia della sua quindicinale carriera (iniziata nel 1995 con 01:00 AM), e insieme a lui &#232; stata confermata gran parte della troupe tecnica, dallo sceneggiatore Edmond Wong al compositore Kenji Kawai. L'intenzione, piuttosto palese, &#232; quella di creare un legame identificativo immediato tra i due film: se questo avviene, per&#242;, &#232; esclusivamente da un punto di vista spettacolare. Ip Man 2, che trascina la propria azione da Foshan, citt&#224; natale di Ip, fino a Hong Kong, si sviluppa narrativamente in forma sola ed esclusiva per accumulazione di combattimenti: tutto ci&#242; che nel primo capitolo coinvolgeva lo spettatore, vale a dire la lotta contro l'occupante giapponese, la dolorosa tragedia della Seconda Guerra Mondiale anticipata dall'idilliaco periodo pre-bellico, la straordinaria storia d'amore coniugale tra Ip e la propria consorte, svanisce in Ip Man 2 con la stessa velocit&#224; dei pugni che il protagonista assesta a destra e a manca. Volendo semplificare la questione, si potr&#224; far notare come in fase di sceneggiatura si sia solamente scelto di sostituire un occupante (il Giappone) a un altro (il Regno Unito, di cui Hong Kong fu protettorato fino all'handover del 1997), spinti dal desiderio di portare in scena un &amp;#8220;nemico&amp;#8221; che fosse immediatamente riconoscibile dal pubblico. Un'operazione retorica francamente stantia, che tra l'altro si risolve in una mezza disfatta, visto che da un punto di vista empatico una cosa &#232; mostrare le angherie di una polizia all'interno di una nazione democratica &amp;#8211; almeno all'apparenza &amp;#8211; e in periodo di pace, ben altra &#232; invece portare in scena un'occupazione militare crudele e sanguinosa svolta durante una guerra mondiale. Il risultato &#232; che il villain di turno, il bieco pugile britannico The Twister (interpretato da un monocorde e inespressivo Darren Shahlavi), finisce ben presto per diventare un'insopportabile macchietta, tale e ingiustificabile &#232; la crudelt&#224; e il razzismo che esprime in ogni sua minima battuta. Il dipanarsi della storia, che da principio sembra voler raccontare le difficolt&#224;, tra l'altro enormemente romanzate, trovate sulla propria strada dal maestro di arti marziali una volta approdato a Hong Kong, inizia invece di colpo ad accelerare verso l'inevitabile scontro sul ring del protagonista con il rivale occidentale. Una scelta discutibile, che fa perdere al film tutta la drammaticit&#224; e la partecipazione che venivano costantemente alla luce nel corso di Ip Man.
Fortunatamente a sollevare le sorti di un prodotto che altrimenti avrebbe corso il serio rischio di scadere nella pi&#249; retriva mediocrit&#224;, arrivano le coreografie dei combattimenti, sempre all'altezza delle aspettative (compreso la sfida finale sul ring), e il bell'incipit, maggiormente riflessivo e in cui l'ironia fa capolino in pi&#249; di un'occasione, colpendo ripetutamente il bersaglio. Il cast come al solito si mette a completo servizio della storia, e se Donnie Yen si conferma perfetto per il ruolo di Ip Man, e nel corso della pellicola fanno la loro comparsa alcuni dei personaggi apparsi nel primo episodio &amp;#8211; spesso in maniera rabberciata, vedere per credere Simon Yam, il cui personaggio viene inserito a forza nella storia, e in modo fin troppo didascalico &amp;#8211; il vero pezzo da novanta &#232; la comparsa in scena di Sammo Hung, da quasi cinquant'anni sugli schermi hongkonghesi. Il suo personaggio, quello del maestro Hung, &#232; forse l'unico dotato di una qualche completezza, e la splendida sfida di abilit&#224; che lo vede protagonista insieme a Ip e agli altri maestri, con l'imperativo di rimanere saldi su di una tavola, vale da sola la visione di questo film. Un pezzo di bravura tale, da un punto di vista registico, coreografico e attoriale, che salva in pieno un film altrimenti deludente, indegno seguito di un'epopea che aveva scatenato passioni ben pi&#249; che giustificate. 
Anche se la divertente apparizione in scena di un Bruce Lee tredicenne potrebbe far venire il dubbio di un terzo episodio. Chiss&#224;...&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;17/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>17/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>City of Life and Death</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5408</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/City%20of%20Life%20and%20Death/City%20of%20Life%20and%20Death-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Gli storici cinesi parlano di 300.000 morti. Quelli di parte nipponica, ovviamente, tendono ad abbassare il tiro, contenendo la cifra tra i 100.000 e i 200.000 caduti. La contabilit&#224; del dolore, come sempre in questi casi, aggiunge un tocco straniante e perverso a episodi che hanno gi&#224; nel loro DNA picchi di degenerazione totale, ed inaudita violenza. Anche in considerazione di un fatto: il cosiddetto &amp;#8220;Massacro di Nanchino&amp;#8221;, compiuto dalle truppe di occupazione giapponesi tra il 1937 e il &amp;#8217;38, avvenne secondo modalit&#224; particolarmente crudeli e raccapriccianti. Gli orrori si susseguirono colpendo indiscriminatamente militari e civili, in quella escalation di terrore diffuso che abbracci&#242; in poco tempo tutta la citt&#224;, gi&#224; capitale della nazione cinese. Fucilazioni di massa. Esecuzioni programmate con metodi barbari. Teste dei nemici appese agli angoli delle strade. Donne prima stuprate e poi trucidate. Altre selezionate per intrattenere schiere di occupanti nei bordelli militari, e ridotte cos&#236; a stracci. Neonati scaraventati fuori dalle finestre. Insomma, l&amp;#8217;aneddotica a riguardo &#232; piuttosto varia e dettagliata.
Il rischio, con un tema cos&#236; delicato (e gi&#224; trattato dai media cinesi, nel recente passato, senza la dovuta sensibilit&#224;), era che ne uscisse fuori l&amp;#8217;ennesimo melodrammone propagandistico, roboante e patriottico, in cui le vicende umane fossero usate a pretesto per posticce commemorazioni. Qualcosa di simile alla rievocazione della vittoria di Mao in The Founding of a Republic di Han Sanping e Huang Jianxin, per intenderci. Fortunatamente il cineasta Lu Chuan, che con The Missing Gun (2001) aveva gi&#224; compiuto un pi&#249; che valido esordio nel lungometraggio, ha dimostrato di voler perseguire in The City of Life and Death una strada del tutto differente, riducendo al minimo indispensabile gli orpelli nazionalisti (abilmente compressi in alcuni dialoghi) e dando vita a una messa in scena persuasiva, possente, indubbiamente tragica. Folgorante e cupo, il bianco e nero usato magistralmente da Lu Chuan e dal direttore della fotografia Cao Yu riesce ad introdurre sin dalle prime sequenze quella cappa funerea in cui i tragici eventi verranno incastonati ad uno ad uno. Minuziosamente. Preparate benissimo sono, ad esempio, le scene degli ultimi scontri per la difesa della citt&#224;. Nanchino come una Stalingrado d&amp;#8217;oriente: scontri feroci tra le macerie, cecchini appostati in luoghi insospettabili, mezzi blindati che irrompono in strade dissestate e deserte facendo fuoco sulle residue sacche di resistenza, grappoli di civili inermi asserragliati nelle chiese, rappresaglie di sconvolgente ferocia. Praticamente, l&amp;#8217;Inferno. E nell&amp;#8217;accavallarsi di gironi infernali forgiati dallo spietato e fascistoide militarismo nipponico, si distinguono quelle testimonianze particolare che Lu Chuan, autore anche della sceneggiatura, intende elevare ad emblema della tragedia. Da un lato emerge la fierezza del giovane generale Lu (Liu Ye), tra gli ultimi ad arrendersi, che negli attimi precedenti lo sterminio suo e di altri soldati cerca di conservare intatta la dignit&#224;, infondendo anche quel tanto di calore umano al bambino combattente in procinto di essere giustiziato con gli altri. Altrettanto significativa la figura del tedesco John Rabe, personaggio realmente esistito che, insieme ad altri stranieri, si impegn&#242; per salvare un numero di vite umane, che fosse il pi&#249; alto possibile; e se la parabola di Rabe presenta vistose analogie con quella di Oskar Schindler, i tentativi di mediazione e il sacrificio del suo segretario sembrano conservare, specie nella scena della fucilazione, echi di Roma citt&#224; aperta.
Inevitabile controcampo, il bestiario degli invasori giapponesi risulta affrescato con notevole acume, mettendo cio&#232; insieme personaggi sadici, disumani, totalmente privi di scrupoli, ed altri uomini, in realt&#224; rari, che nel corso dell&amp;#8217;occupazione sembrano acquisire consapevolezza dell&amp;#8217;orrore che va compiendosi sotto i loro occhi, fino ad esprimere pi&#249; o meno velate forme di dissenso nei confronti di un simile abominio; tale &#232; il caso del protagonista Kadokawa, soldato che vorrebbe limitarsi a combattere ma che finisce coinvolto, suo malgrado, nella brutale mattanza di civili inermi e prigionieri di guerra. Il sovrapporsi dei diversi punti di vista, intrisi di una umanit&#224; variabile a seconda dei singoli casi, &#232; tra i segreti di un film girato meravigliosamente bene (carrellate da brivido e primi piani di rara intensit&#224; si susseguono senza sosta), che all&amp;#8217;accuratezza della ricostruzione storica giustappone pochi, ma significativi, interventi dall&amp;#8217;effetto straniante. Su tutti la lunga e conturbante sequenza in cui i militari giapponesi si esibiscono per le vie di una citt&#224;, Nanchino, resa sempre pi&#249; spettrale dalla loro presenza, sfoggiando la loro boria di conquistatori con una cerimonia celebrativa, nella quale le percussioni tradizionali rimbombano fino ad assordare gli animi.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/06/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Stefano Coccia&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>04/06/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Bodyguards and Assassins</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5437</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/Bodyguards%20And%20Assassins/Bodyguards-And-Assassins-160x100(1).jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Non c'&#232; dubbio che tra i film pi&#249; spettacolari apparsi sul mercato orientale nella passata stagione ci sia il campione d'incassi Bodyguards and Assassins, monumentale co-produzione cino-hongkonghese firmata dal veterano Teddy Chen. Si tratta di una pellicola dal respiro internazionale, concepita con la chiara intenzione di oltrepassare i confini del Paese d&amp;#8217;origine come nel caso de La tigre e il dragone, che in tal senso &#232; stata per generi come il wuxia pian e il dramma epico d'azione un'autentica apripista sul versante dello sdoganamento, al quale poi si sono accodate in massa opere ad ampio respiro e dai budget esorbitanti come quelle che vanno a comporre la trilogia di Zhang Yimou iniziata con Hero e terminata con La citt&#224; proibita. Gli ingredienti sono gli stessi, del resto squadra che vince non si cambia. Il film del regista cinese, che torna dietro la macchina da presa a distanza di quattro anni dal pregevole Wait Til You're Older, non fa sconti, puntando decisamente in alto. Cast imbottito di nomi di richiamo (Donnie Yen, Tony Leung Ka Fai, Eric Tsang e Simon Yam, solo per citarne qualcuno), grande movimento di masse di comparse, set imponenti e curati nei minimi dettagli, caratterizzano, infatti, il film di Chen. 
Il risultato &#232; di discreta fattura, tanto dal punto di vista della messa in scena quanto da quello della narrazione, anche se a proposito del racconto non ci si trova al cospetto di un plot tra i pi&#249; convincenti e solidi degli ultimi decenni. Tratto da fatti realmente accaduti nel lontano 1906, quando le strade di Hong Kong si erano tinte di rosso trasformandosi in un teatro di guerra per permettere che, in nome della Rivoluzione, l&amp;#8217;Imperialismo lasciasse il posto alla libert&#224; e alla Democrazia, Bodyguards and Assassins ha comunque il merito di riuscire a tenere incollati alla poltrona gli spettatori di turno, nonostante qualche passaggio a vuoto di troppo. Questo grazie soprattutto ad un mix calibrato di azione e tensione, supportato da una commistione ben congeniata di registri e generi che spaziano, scivolando fra storia e leggenda, dal thriller politico al martial arts action. Staticit&#224; e dinamicit&#224; si ritagliano quindi momenti precisi e riconoscibili in una pellicola che nella sua interezza appare scissa in due parti ben distinte: una prima, nella quale la descrizione dei fatti e dei luoghi, lo sviluppo drammaturgico degli eventi e la presentazione dei personaggi, si appoggiano completamente sui dialoghi e sulla narrazione; una seconda, nella quale le parole lasciano campo libero all&amp;#8217;azione e alle spettacolari coreografie. Proprio l&amp;#8217;estrema efficacia della componente coreografica, che ha nello stile chirurgico ed esplosivo di Teddy Chen e nel montaggio adrenalinico le colonne portanti, permette al film di coinvolgere la platea fino al suo epilogo. Il men&#249; propone scene sempre diverse per tecnica e caratteristiche, ma tutte accomunate da un notevole impatto visivo, dalla straordinaria gestione e interazione con lo spazio scenico e soprattutto dalla costruzione formidabile del ritmo: l&amp;#8217;immancabile wire work da un lato regala momenti di pulizia e poesia impeccabili per linearit&#224; ed eleganza del gesto, come nel caso dell&amp;#8217;attacco ninja con pioggia di frecce o nel combattimento tra il mendicante armato di ventaglio tagliente e un folto gruppo di attentatori, dall&amp;#8217;altro la &amp;#8220;sporcizia&amp;#8221; della macchina a mano per catturare la brutalit&#224; e la durezza del contatto fisico, che il regista spezza abilmente con pirotecniche fughe in stile parkour, come accade esempio nella lunga sequenza che vede coinvolti il capo degli assassini e una delle guardie del corpo di Sun Yat-sen, a nostro avviso la pi&#249; riuscita del film.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;19/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>19/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Gallants</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5441</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/Gallants/Gallants-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Per tutti quei nostalgici che proprio non riescono e non vogliono togliersi dalla testa quello che la cinematografia hongkonghese (e pi&#249; in generale quella orientale) ha saputo offrire alle platee nel ventennio che va dagli anni Sessanta agli Ottanta per quanto riguarda i cosiddetti kung fu movie, arriva sugli schermi il martial arts action Gallants. &#200; a tutti loro che i registi Clement Cheng e Derek Kwok dedicano questa pellicola, sincero e &quot;romantico&quot; omaggio ad un genere che nel passato ha &quot;partorito&quot; indimenticabili cult e che adesso, purtroppo, arranca regalando rari colpi di coda. Il duo hongkonghese punta diritto al cuore dei fan e firma un film che mescola azione e comicit&#224;, rispettando gli elementi chiave del filone. La chiave comica si fa largo tra le coreografie, dando di fatto origine a un mix tanto caro alla kung fu comedy in stile Jackie Chan, che non tanto tempo fa si &#232; riaffacciata in sala in salsa parodistica grazie a Stephen Chow e al suo Kung Fu Hustle. Motore portante dell'operazione &#232; ovviamente il fattore &quot;nostalgia&quot; e forse proprio per questo che, per far rivivere sullo schermo i bei tempi che furono, gli autori si sono affidati a volti storici del cinema marziale, da Teddy Robin Kwan a Siu-Lung Leung, passando per Kuan Tai Chen, che prestano in maniera ammirevole corpo e anima per interpretare gli arzilli e letali vecchietti.   
Come &#232; logico che sia, sbagliato &#232; cercare e pretendere dal film di Cheng e Kwok l'originalit&#224;.  L'esiguo plot intorno al quale ruota la storia di Gallants &#232; costruito, infatti, sui clich&#233; del genere e su un continuo gioco citazionistico che vuole a tutti i costi spingere lo spettatore a rammentare scene e sequenze perse nel tempo tra gli scaffali degli appassionati. Di conseguenza viene automatico trovarsi a fare i conti con uno script che pi&#249; che alla storia in s&#233; punta sulla rievocazione e sull'intrattenimento puro e semplice. Desiderio di rievocare che nel caso di Gallants si spinge ben oltre il territorio nazionale, attraverso una colonna sonora che fa eco e trae ispirazione da quelle che avvolgevano le immortali immagini dei celebrati &quot;spaghetti western&quot;. L'operazione prosegue poi con la veste grafica scelta dai due registi per confezionare il film, stilisticamente plasmata a immagine e somiglianza di quella che caratterizzava la fonte originale al quale prova a rifarsi. E come una reazione a catena anche tecniche di ripresa e approccio registico finiscono con l'inseguire, purtroppo zoppicando vistosamente, la matrice. A nulla serve l'espediente della sequenza d'animazione usata per mostrare l'artefatto chiarificatore, diversamente da quanto avvenuto con esiti decisamente migliori nel primo Kill Bill per raccontare la triste storia di O-Ren Ishii, se non per provare a spezzare la linearit&#224; cronologica della narrazione.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>13/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Quick Quick Slow</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5435</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/Quick%20quick%20slow/Quick-quick-slow-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Prove di ballo estenuanti e divertenti colpi di scena sono gli ingredienti della commedia danzante in salsa agrodolce Quick, Quick, Slow. La pellicola diretta dal regista cinese Ye Kai, presentata in concorso alla dodicesima edizione del Far East Film Festival, &#232; ascrivibile nella categoria della cosiddetta docu-fiction. Realizzato interamente in digitale, il film &#232;, infatti, un mix calibrato di finzione e interviste, nel quale il regista racconta su piani differenti la scalata al successo di un gruppo scapestrato e fuori allenamento di ballerini in pensione. Ye Kai lascia che i due piani si contaminino a vicenda e il risultato &#232; un'opera ibrida che riesce a colmare le mancanze tecniche e di budget con spunti narrativi e stilistici pi&#249; che apprezzabili. Lo stile documentaristico &quot;sporco&quot; e di pedinamento dei personaggi caratterizza a pieno la parte di finzione, creando cos&#236; un progetto registico chiaro e uniforme. La raccolta di interviste, realizzate dal regista con la tecnica tradizionale del confronto frontale, contribuisce aggiungendo elementi chiave al racconto filmico. Il merito dell'autore &#232; quello di aver preservato una sorta di equilibrio, bilanciando i due registri senza che l'uno prenda mai il sopravvento sull'altro. Sui piatti della bilancia ci sono, infatti, una parte drammaturgica retta su slanci comici e sullo schema classico del film a sfondo ballerino, del quale le filmografie occidentali e orientali (a tal proposito ci fa piacere ricordare un mediometraggio originale e sperimentale nella forma quanto nel contenuto, Dance with Farm Workers del connazionale Wu Wenguang datato 2001, che con Quick, Quick, Slow condivide la piena indipendenza produttiva e creativa) si cibano dall&amp;#8217;alba dei tempi, e una parte altrettanto classica nella forma e nella sua realizzazione, ossia il documentario fatto di interviste. 
&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;13/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Francesco Del Grosso&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>13/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>The Bugs Detective</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5448</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/The%20Bugs%20Detective/the-bugs-detective-cover160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Sceneggiatore e attore per Takashi Miike, Sakichi Sato &#232; alla sua terza regia per un lungometraggio: The Bugs Detective, commedia che ammicca a elementi fantasy, &#232; un esperimento cinematografico che gioca con il mondo della fiaba e della natura superando i confini delle specie animali e intrecciando l&amp;#8217;esperienza degli esseri umani con quella degli insetti. 
Il film cerca di dare un volto alla degenerazione dell&amp;#8217;uomo, il cui declino viene acclarato enfaticamente con l&amp;#8217;esplosione del municipio di Tokyo: &#232; dai relitti fumanti del passato cittadino che inizia a prendere forma la decostruzione della societ&#224; civile che si rinnova sul modello delle micro-comunit&#224; degli insetti. Il mondo &#232; stato distrutto da un perfido scarafaggio che si impossessa del corpo e della mente degli esseri umani mettendoli a suo servizio e dando vita a potenziali kamikaze ed &#232; dalla comunit&#224; di mantidi, cavallette, coccinelle e aracnidi che l&amp;#8217;organizzazione sociale collettiva &#232; destinata a riprendere le fila del discorso.
Sakichi Sato - noto al pubblico occidentale soprattutto per aver ricoperto il ruolo di Charlie Brown nel primo capitolo del dittico (per ora) tarantiniano Kill Bill &amp;#8211; si approccia con leggerezza alla commedia, realizzando un film assolutamente lontano da ogni logica &amp;#8220;d&amp;#8217;impegno&amp;#8221; e anzi improntato su un intrattenimento di facile ricezione. L&amp;#8217;immediata leggibilit&#224; di The Bugs Detective non deve per&#242; far pensare a una lettura grossolana e superficiale della narrazione: il film al contrario si dedica scrupolosamente all&amp;#8217;attenzione per i dettagli, seguendo il lineare dipanarsi della vicenda e applicando un pregevole repertorio di tecnicismi. Il fiore all&amp;#8217;occhiello formale di Sato sono le ravvicinate inquadrature con le quali la mdp immortala l&amp;#8217; &amp;#8220;espressivit&#224;&amp;#8221; degli insetti: con la precisione hd propria del registro documentaristico e della macrofotografia The Bugs Detective coinvolge in prima persona i piccoli protagonisti del film, seguendone i movimenti e abbinando i dialoghi alla loro &amp;#8220;gestualit&#224;&amp;#8221;. L&amp;#8217;aspetto affascinante di questo surreale lungometraggio &#232; proprio la seriet&#224; con la quale vengono descritte e analizzate le dinamiche esistenziali degli insetti: Yoshida Yoshimi - investigatore dal misterioso talento comunicativo che gli offre la possibilit&#224; di relazionarsi senza difficolt&#224; con il mondo animale - ha ricostruito la sua serenit&#224; lavorativa e spirituale attraverso il contatto con esseri non-umani, rifocillandosi con la loro &amp;#8220;lineare complessit&#224;&amp;#8221; nella gestione dei rapporti. Tradimenti, insofferenze, scomparse: il micro-mondo degli insetti ripropone i classici topoi del vivere umano, e ne ricalca con bizzarra fedelt&#224; le suggestioni e le reazioni. Non &#232; casuale che gli equilibri nella vita di Yoshida vengano sconvolti dall&amp;#8217;improvvisa irruzione di una cliente umana che non solo gli chiede di ricercare un pericoloso stink bug ma che mette in discussione la vera identit&#224; dell&amp;#8217;investigatore: l&amp;#8217;elemento umano &#232; disturbante e &amp;#8220;di rottura&amp;#8221;, e introduce con prepotenza il confronto fra realt&#224;, sogno e menzogna.
The Bugs Detective, progetto indiscutibilmente interessante nelle intenzioni, dimostra di non riuscire a spalmare il proprio potenziale narrativo lungo tutta la durata della pellicola, dando prova della propria profonda aritmicit&#224;. I novanta minuti che costituiscono il film infatti mancano di quella scorrevolezza che dovrebbe essere fra le prerogative di una commedia: per come &#232; strutturato lo script sarebbe stato sufficiente lo spazio di un corto/mediometraggio per coprire lo sviluppo narrativo e descrittivo. 
Ispirato dal manga comico di Aozora Daichi The Bugs Detective &#232; un film che ostenta un vasto assortimento di ridicolaggini che per&#242; sostengono una sottotraccia di sarcastica denuncia politico-sociale: fra politici corrotti, terroristi e un generale impoverimento valoriale, Yoshida Yoshimi si muove con insolita leggerezza alla ricerca della verit&#224; sui casi che affronta e soprattutto sull&amp;#8217;insidiosa questione relativa alla propria identit&#224;. Sakishi Sato &#232; certamente a suo agio nel dare voce allo svago pi&#249; disimpegnato ma al di l&#224; di qualche trovata divertente non sempre sembra riuscire a mantenere costante il livello di attenzione e di coinvolgimento rispetto al pubblico. 
The Bugs Detective: il film con il quale ogni entomofobico dovrebbe confrontarsi per scoprire cosa si nasconde dietro ai pungiglioni e alle zampette pelose. Anche gli insetti hanno un cuore?&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>10/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Tokyo Nights # 06</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=79&amp;art=5623</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/5/AltroCinema/Tokyo%20Nights%2006/Stray-Cat-Rock-cover200.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;In quell&amp;#8217;anno cruciale per il Giappone che &#232; il 1970, subito dopo il 1969 degli scontri nelle strade e delle universit&#224; occupate, anno dell'Expo di Osaka e del seppuku di Yukio Mishima (1), la gloriosa casa di produzione giapponese Nikkatsu decide di investire i propri soldi e le proprie speranze nel lavoro di due registi, Yasuharu Hasebe e Toshiya Fujita affidandogli la realizzazione di una serie a basso costo, Stray Cat Rock (Nora neko rokku), dove ribellione, musica, ragazze sexy, una spruzzata di violenza e tanto glamour si mescolino insieme per portare cos&#236; le nuove generazioni al cinema. 
Mentre il primo viene da una lunga esperienza come aiuto regista di Seijun Suzuki e dalla realizzazione di alcuni film d'azione per la stessa Nikkatsu e diventer&#224; noto in Occidente soprattutto durante gli anni settanta per i suoi Pinky Violence, il nome di Fujita &#232; essenzialmente legato ai due &amp;#8220;cult&amp;#8221; Lady Snowblood (Shurayukihime) e Lady Snowblood 2: Love Song of Vengeance (Shura-yuki-hime: Urami Renga) che tanto hanno influenzato Quentin Tarantino. Il filo (rosa) che lega i due autori, la loro produzione e i film qui analizzati &#232; rappresentata dalla femme fatale per eccellenza del cinema nipponico, la bella, dannata e sanguinaria Meiko Kaji, con la sua presenza da protagonista nelle opere sopra citate e naturalmente anche nei cinque episodi di Stay Cat Rock. Il primo in ordine di tempo &#232; Female Juvenile Delinquent Leader: Stray Cat Rock (Nora neko rokku onnabancho) diretto da Hasebe senza mai prendersi troppo sul serio. La linea narrativa &#232; relativamente semplice: la motociclista Ako (interpretata dalla cantante Akiko Wada) irrompe da fuori citt&#224; e interviene per prendere le parti di una gang di ragazzacce (fra cui la Kaji) in lotta con una banda rivale. Non mancano le lotte fra le giovani donne, rigorosamente con coltelli e gambe in bella vista e i siparietti musicali, qui cantati dalla stessa Wada, quasi tutti ambientati nei club/luogo di ritrovo della banda. La scansione del tempo con l'azione compresa/compressa nell'arco di un fine settimana, dalla prima scena che si svolge un venerd&#236; fino all'ultima parte che si conclude la domenica, &#232; data da schermate fluorescenti (verde e rosa shock) quasi subliminali. Questa e altre &amp;#8220;invenzioni&amp;#8221; stilistiche conferiscono al film una sorta di tono lisergico, rafforzato anche dalla profusione dei colori usati dal regista e dalla sua troupe. Se il successivo Stray Cat Rock: Sex Hunter (Nora-neko rokku: Sekkusu hanta) come tematiche &#232; forse pi&#249; &amp;#8220;profondo&amp;#8221; (2), Delinquent Leader risulta pi&#249; attraente dal punto di vista prettamente formale: le scene in cui la protagonista si scatena in motocicletta e quella dell`incontro truccato di pugilato sono da notare per angolo d'inquadratura usato, editing frenetico e senso del movimento che ne risulta. C&amp;#8217;&#232;, fra le righe della narrazione, anche un approccio di tematica lesbo con il rapporto tra la mascolina Ako e una ragazza della gang, e una scena in cui una delle ragazze catturata dai &amp;#8220;cattivoni&amp;#8221; di turno &#232; torturata con il fuoco che in un certo qual modo anticipa i film pi&#249; dichiaratamente violenti che Hasebe diriger&#224; negli anni settanta (3). Si diceva di Sex Hunter, sicuramente il film pi&#249; conosciuto della serie (non necessariamente il migliore), che calato nella sua epoca affronta, o prova a farlo comunque,  due temi abbastanza scottanti anche nel Giappone contemporaneo, i rapporti interraziali all'interno della societ&#224; nipponica e la dipendenza/ribellione verso &amp;#8220;l'invasore&amp;#8221; americano.  Emblematico il fatto che gli Eagles, la gang di uomini che vanno a caccia di persone nate da un genitore non giapponese, (americano/a) e chiamati haafu in giapponese, usino per scorrazzare nella citt&#224; le jeep militari tipiche dell'esercito degli Stati Uniti. Cos&#236; come ha una forte valenza simbolica anche la scena in cui il boss della banda, Baron (4), in un intenso flash back filtrato nella visione da una macchia di sangue cremisi impressa sullo schermo, ricorda il momento in cui da bambino ha visto sua sorella venir violentata proprio da un gruppo di haafu.
Il delirio da B-movie di Hasebe continua anche con Stray Cat Rock: Machine Animal (Nora-neko rokku: Mashin animaru) il terzo film da lui diretto (che &#232; in realt&#224; il quarto della serie), un plot dove LSD (le capsule prese a manciate!) e voglia di scappare dal Giappone si mischiano a scene musicali decisamente lunghe, inseguimenti quasi parodistici e brevissimi momenti di pura allucinazione visiva durante un droga party tanto improbabile, quanto spettacolare. Ci&#242; che ci piace di pi&#249; nei tre episodi diretti da Hasebe &#232; il suo tono pop, psichedelico di massa, le ambientazioni nelle discoteche dell'epoca, nei club, nelle strade di un Giappone ancora grezzo, le canzoncine leggere leggere, i colori fiammeggianti, il ritmo sostenuto e non ultima la variet&#224; di &amp;#8220;giochetti&amp;#8221; in cui si sbizzarrisce: iris wipe, split screen, cambiamento improvviso dell'aspect ratio e altro ancora. Naturalmente sia gloria anche all&amp;#8217;interpretazione e alla figura della Kaji (5) che proprio in questi film lancia la sua immagine con il cappello a tesa larga che sar&#224; poi ripresa nella serie Female Prisoner Scorpion (Sasori). 
Con Stray Cat Rock : Wild Jumbo (Nora-neko rokku: Wairudo janbo) (6) e Stray Cat Rock: Crazy Rider '71 (Nora-neko rokku: Boso shudan '71), entrambi diretti da Fujita, siamo su altri lidi rispetto ai tre lavori firmati Hasebe. Se il primo &#232; senza dubbio il meno riuscito dei cinque, con il personaggio interpretato dalla Kaiji molto meno aggressivo e fatale e che si ricorda soprattutto per la scena in bikini, con Crazy Rider '71 si vira verso un mondo hippy (o almeno una sua certa parodia). Le tematiche che si ritrovano sono pi&#249; quelle dello scontro generazionale fra i padri, qui rappresentati in atteggiamento severo e vestiti con kimono, e i figli, fricchettoni, svampiti e un po&amp;#8217; flower generation, che girano infatti in bicicletta, mentre in Sex Hunter o in Delinquent Leader erano le moto e le jeep a farla da padrone. Dal punto di vita stilistico c&amp;#8217;&#232; un abisso fra la frenesia, lo spumeggiare dei colori pop, le scene lisergico/trash create da Hasebe e il ritmo pi&#249; lento, le luci e i colori pi&#249; tenui usati da Fujita. Qui c'&#232; una storia (seppur non originalissima) che cerca di sviluppare dei temi, il gi&#224; citato scontro fra generazioni in primis, dove invece nelle tre opere di Hasebe se ci sono delle tematiche anche interessanti, cadono comunque in secondo piano triturate da un plot che &#232; pi&#249; uno scherzo, un divertissement che altro, ma soprattutto dal gorgo visivo pop/kitsch che resta il vero protagonista della serie. Volti femminili, scenette comiche surreali, musiche d'antan, minigonne e cosce in bella vista e libert&#224;, sprazzi di violenza, intermezzi quasi d'avanguardia, tecniche miste e una voglia matta di Hasebe e soci di divertirsi e far divertire con il mezzo cinematografico. Quelle di quest&amp;#8217;ultimo sono opere ondivaghe, a lampi di pura genialit&#224; si alternano dei cali e delle gratuit&#224; che comunque e paradossalmente creano quello stile unico e riconoscibile in bilico fra B-movie, pop art ed exploitation movie che ce lo fanno tanto amare.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;altrevisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;10/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Matteo Boscarol&lt;/strong&gt;</description>
			<category>altrevisioni</category>
			<pubDate>10/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>The Actresses</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5602</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/TheActress/The_Actresses-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Sei fra le attrici pi&#249; influenti dello star-system sudcoreano riunite nella redazione di Vogue Korea alla vigilia di Natale, in attesa di realizzare uno storico servizio fotografico per il pi&#249; importante glamour-magazine del globo: sono questi gli ingredienti alla base di The Actresses di E. J-yong, presentato nelle giornate del Far East Film 12. Il film, pregiata produzione low-budget, pone come proprio obiettivo la decostruzione dell&amp;#8217;immagine di diva: il regista infatti punta a svincolare le sue protagoniste dall&amp;#8217;aura di mistero che le avvolge, trasferendo sullo schermo l&amp;#8217;umanit&#224; di donne la cui quotidianit&#224; viene spesso messa in ombra dall&amp;#8217;onnipresenza mediatica.
Kim Ok-vin, Kim Min-hee, Choi Ji-woo, Ko Hyun-jung, Lee Mi-sul e Youn Yuh-jung: sono loro il fulcro dell&amp;#8217;azione del film che mescola l&amp;#8217;approccio documentaristico alla sceneggiatura interamente costruita su elementi di finzione ed elaborata dal regista in collaborazione con le attrici. Ci&#242; che infatti rende interessante The Actresses &#232; proprio il complesso lavoro di studio sui dialoghi e sulle situazioni proposte: attraverso uno script del tutto artificiale E. J-yong cerca di restituire credibilit&#224; e tridimensionalit&#224; a donne la cui esperienza personale viene costantemente cannibalizzata dall&amp;#8217;ingerenza delle dinamiche del mondo dello spettacolo. 
Un progetto articolato e rischioso come quello del film nasce dalla volont&#224; del regista di trasferire in un lungometraggio l&amp;#8217;energia trasmessagli dalle attrici sul set a videocamere spente: stimolato dal sempre crescente interesse del pubblico per gli approfondimenti dedicati ai backstage, E. J-yong ha scelto di riprodurre la vitalit&#224; delle dive protagoniste del film (con le quali aveva gi&#224; avuto modo di lavorare in precedenti collaborazioni), dando vita a una sperimentazione che pungola il confine fra realt&#224; e fiction. 
The Actresses &#232; pressoch&#233; privo di trama: l&amp;#8217;unico vero filo rosso che accompagna lo spettatore nello sviluppo del film &#232; quello che lega le diverse personalit&#224; delle protagoniste, con il loro forte carisma, alle prese con i loro piccoli vizi, insicurezze, rivalit&#224;, affetti, simpatie. Il regista sud-coreano - noto soprattutto per aver diretto una fra le prime coproduzioni nippo-coreane con troupe mista Asako in Ruby Shoes - &#232; abile nel tratteggiare un ritratto della femminilit&#224; rispettoso che per&#242; non rinuncia a un pizzico di ironia. Un pubblico alla ricerca di impianti narrativi forti rimarr&#224; certamente deluso dalla staticit&#224; che caratterizza il film: soprattutto la seconda parte della pellicola infatti &#232; dedicata esclusivamente allo sviluppo dei dialoghi fra le protagoniste che conversano fra loro in attesa che arrivino dei gioielli da indossare per lo shooting della copertina della rivista. Il pretesto che tiene riunite le attrici nella sede di Vogue infatti &#232; il ritardo nella consegna di alcuni monili forniti da uno sponsor di Vogue che sono previsti nel look che le attrici devono presentare nel servizio fotografico, tutto giocato sul confronto fra la bellezza femminile e quella delle gemme. L&amp;#8217;atmosfera natalizia e il desiderio di trascorrere con serenit&#224; la &amp;#8220;prigionia&amp;#8221; fra le mura dell&amp;#8217;elegante set di Seoul stimola il confronto fra le artiste, che nel corso delle ore imparano a conoscersi meglio e scoprono un&amp;#8217;inimmaginabile sintonia. 
Se la sceneggiatura scava in cerca di una lettura originale del ruolo dell&amp;#8217;attrice, la regia non assorbe questa vena sperimentale limitandosi a riprodurre alcuni tratti caratteristici dell&amp;#8217;approccio visivo del documentario low-budget (molto spesso l&amp;#8217;inquadratura si fa decisamente traballante, enfatizzando l&amp;#8217;effetto &amp;#8220;presa-diretta&amp;#8221;): The Actresses &#232; pertanto prettamente imperniato sull&amp;#8217;esaltazione delle prestazioni interpretative delle protagoniste che contribuiscono non solo a colorare i loro personaggi ma anche a determinare l&amp;#8217;atmosfera che abbraccia l&amp;#8217;intero film. 
Malgrado le premesse incoraggianti per&#242; The Actresses stenta a spiccare il volo, limitandosi a fornire un quadro che troppo spesso sembra pagare la carenza di un tessuto narrativo di base: fra make-up, fitting, tazze di caff&#232; e flute di champagne E. J-young in ogni caso sigla una novit&#224; nel campo della produzione cinematografica che, se da un lato apre uno scorcio sulla semplicit&#224; delle dive moderne, dall&amp;#8217;altro consente al pubblico di affacciarsi nei &amp;#8220;dietro le quinte&amp;#8221; di uno dei pi&#249; importanti fashion-magazine contemporanei, scontrandosi con alcuni aspetti del mondo della moda. Un viaggio nella femminilit&#224;, nello star-system, nel glamour: un percorso intricato che non sempre sembra svolgersi con fluidit&#224;, ma che regala comunque delle piacevoli incursioni in una quotidianit&#224; fuori dal comune.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;09/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>09/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Oh, My Buddha!</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5608</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/OhMyBuddha/OhMyBuddha-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Tomorowo Taguchi vanta una personalit&#224; artistica davvero preponderante: scrittore, disegnatore di fumetti porno, musicista, attore dalla presenza costante nelle fila della cosiddetta New Wave giapponese dei primi anni Novanta. Il passaggio dietro la mdp appariva quasi uno step obbligato per un personaggio cos&#236; integrato nel panorama culturale nipponico: Oh, my Buddha! &#232; il secondo lungometraggio a recare in calce la firma di Taguchi dopo Iden &amp; Tity, il suo esordio alla regia che segue le vicende di un gruppo rock indipendente. 
Oh, my Buddha! si inserisce con convinzione nel firmamento dei seishun eiga giapponesi, declinando con spigliatezza l&amp;#8217;adolescenza di Jun, studente in un liceo buddhista, alle prese con le tempeste ormonali e il desiderio di esplorare il mondo del sesso. Per questo insieme ai suoi amici pianifica una vacanza in un isola nota per la pratica del &amp;#8220;sesso libero&amp;#8221;: l&amp;#8217;oggetto dei loro desideri estivi sembra essere incarnato da Olive, dolce e rilassata ospite del loro stesso ostello&amp;#8230;
Divertente excursus sul Giappone degli anni &amp;#8217;70, il film affronta la narrazione con fluidit&#224;, aiutato da un piacevole sentiero musicale che si interseca allo sviluppo delle vicende: Bob Dylan infatti &amp;#8211; mito del giovane Jun &amp;#8211; rappresenta il &amp;#8220;profeta&amp;#8221; dell&amp;#8217;amore cui si rifanno i protagonisti, suggestionati dalle frammentarie notizie che gli arrivano dai media sull&amp;#8217;Occidente mentre anche il Sol Levante ha ormai iniziato ad assorbire e sviluppare l&amp;#8217;esperienza filosofica ed esistenziale degli hippy. 
Il personaggio di Jun si libera dai legami temporali e restituisce al grande schermo il ritratto &amp;#8220;universalizzato&amp;#8221; di un adolescente ordinario, che malgrado la passione per la musica e le aspirazioni da cantautore sembrerebbe destinato a una vita scolastica lontana dai riflettori della popolarit&#224;: un diciassettenne goffo, timidissimo, incapace di relazionarsi con le ragazze. 
Piacevole coming-of-age comedy Oh, my Buddha! non si limita a riprodurre i classici caratteri del genere, elaborando una consapevole rilettura della giovent&#249; in chiave lievemente ironica ma mai beffarda: la comicit&#224; che permea l&amp;#8217;intera pellicola infatti non viene suggerita con insistenza attraverso lo sfruttamento di biechi clich&#233; ma si sviluppa spontaneamente grazie alla divertita rappresentazione degli eventi e dei personaggi. Taguchi &#232; abile nel restituire al grande schermo la spontaneit&#224; e l&amp;#8217;ingenuit&#224; dei protagonisti, dando vita a un ritratto dei teenager disinvolto e vivace: pur vantando una gradevole leggerezza vagamente venata da un tocco nostalgico, Oh, my Buddha! non manca di sottolineare il legame con il filone dei seishun eiga che rappresentano una considerevole fetta del mercato produttivo cinematografico nipponico. Una fra le pi&#249; palesi citazioni interne &#232; quella che nel finale ripropone la sequenza di un concerto studentesco che sembra ripercorrere fedelmente le orme del clamoroso Linda Linda Linda di Nobuhiro Yamashita, a sua volta presentato nel corso dell&amp;#8217;ottava edizione del Far East Film: gli innumerevoli cenni alla filmografia di genere dedicata ai teen-ager che ricorrono nel film di Taguchi concorrono alla creazione di una struttura stabile utile per lo sviluppo della pellicola. Amore, amicizia, sesso, questioni generazionali: Oh, my Buddha!, tratto da un romanzo di Jun Miura, non si dedica esclusivamente all&amp;#8217;incursione nell&amp;#8217;universo adolescenziale ma realizza un pregevole quadro degli anni Settanta vissuti attraverso il filtro dell&amp;#8217;esperienza tradizionale giapponese. Il percorso di formazione dei protagonisti quindi corre parallelamente al binario di integrazione culturale nipponica, dove il confronto fra tradizionalismo e nuove filosofie si fa sempre pi&#249; serrato: i giovani studenti degli istituti di impostazione religiosa sostituirebbero volentieri i canti sacri con forsennati ritmi rock, mentre l&amp;#8217;idealizzazione di alcuni modelli di vita occidentale sembrano prendere il sopravvento (l&amp;#8217;esempio principe all&amp;#8217;interno del film &#232; senza dubbio il luogo comune legato al &amp;#8220;sesso libero&amp;#8221; svedese). 
Miti generazionali, mood sottilmente malinconico per stemperare la comicit&#224; involontaria dei protagonisti e una vicenda narrata con originalit&#224; attraverso gli occhi di tre teenager sono gli ingredienti fondanti della ricetta vincente di Oh, my Buddha!, ennesimo esempio di un cinema d&amp;#8217;intrattenimento (dedicato anche e soprattutto ai giovani) che declina l&amp;#8217;adolescenza con garbo e spontaneit&#224;, senza artificiose smanie autoriali o rovinose cadute di stile: i sostenitori dell&amp;#8217;espressione cinematografica legata all&amp;#8217;espansione culturale della &amp;#8220;generazione-Moccia&amp;#8221; (e di tutti quei prodotti che ricalcano il successo mediatico dello scrittore/regista romano) dovrebbero imparare a mettere in discussione i loro canoni interpretativi della realt&#224;, mettendosi a confronto con i teenage movie targati Japan. Oh, my Buddha! canta le gioie, le speranze e i dispiaceri della giovent&#249; con semplicit&#224; e linearit&#224;, con lo stesso approccio naturale con il quale un ragazzino con velleit&#224; musicali si approccia alla propria chitarra, cercando di fare colpo sull&amp;#8217;oggetto del proprio desiderio.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;07/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>07/05/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Boys on the Run</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5426</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/BoysOnTheRun/BoysOnTheRun-160x100.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Giunto oramai al terzo lungometraggio, dopo l'esordio First Love (2003) e Soul Train (2006), il cinema di Daisuke Miura, trentacinquenne cineasta nativo di Tomokomai, nell'isola di Hokkaido, si segnala in modo inequivocabile per l'insolita centralit&#224; assegnata dal regista alla tematica sessuale. Sfruttando infatti tutte le declinazioni possibili e immaginabili, Miura si sta passo dopo passo lanciando in un'analisi approfondita e tutt'altro che pretestuosa sul ruolo del sesso e, per accezione ampliata, dell'erotismo nella cultura nipponica del terzo millennio. Gi&#224; solo questo accenno dovrebbe rendere con una certa chiarezza il grado di interesse che il ruolo di Miura sta acquistando all'interno della cinematografia giapponese contemporanea: pur mettendo in scena opere che finora non hanno mai dimostrato una vera e propria compiutezza (per quanto in Giappone il giovane autore sia oggetto di culto per una buona fetta della cinefilia, in particolar modo quella delle nuove e nuovissime generazioni, e il suo First Love sia considerato non senza una punta di esagerazione uno degli esordi pi&#249; rimarchevoli del decennio), il suo sguardo non merita di essere trattato con sufficienza. 
La dimostrazione palese del fatto che quanto appena affermato corrisponde a verit&#224; &#232; racchiusa nelle due ore o poco meno sulle quali si dipana Boys On the Run, selezionato all'interno del programma del Far East Film Festival 12: un film ondivago, che si muove perennemente sul confine che separa la commedia dalle derive demenziali, e che colpisce nel bersaglio solo a tratti, e in modo completamente schizoide. Da principio l'impianto scenico allestito da Miura sembra indirizzato verso la pi&#249; classica delle commedie nipponiche, densa di cattivo gusto e apparentemente poco intenzionato all'autocensura: ma si tratta solo di un abbaglio, perch&#233; la componente strettamente legata al rapporto con il sesso del nerd protagonista &amp;#8211; interpretato da un eccellente Kazunobu Mineta, ammirato durante le giornate della kermesse udinese anche nel ruolo dell'utopista della controcultura Hige-Godzilla nel divertente Oh, My Buddha! di Tomorowo Taguchi: senza dubbio un nome da appuntarsi con cura &amp;#8211; serve a Miura solo per introdurre l'azione e circoscriverla nell'ambiente lavorativo. Messa da parte questa prima met&#224; del film, ricorrendo comunque a stratagemmi comici e narrativi a volte fin troppo abusati e prevedibili &amp;#8211; in questo senso risulta fin troppo sfocato e a tratti superfluo il personaggio della prostituta che ha il volto e l'inconfondibile voce di You, musa di Hirokazu Kore-eda in Nobody Knows e Still Walking &amp;#8211; Boys On the Run cambia radicalmente marcia, spostandosi su territori inesplorati fino a questo momento. A guidare il meccanismo &#232; ora un rauco eppur vitale urlo punk, del tutto estraneo a compromessi di qualsivoglia tipo. 
La rivolta cercata con cocciutaggine e disperazione da Tanishi non &#232; solo contro il bellimbusto Ryuhei Matsuda (a proposito, &#232; sempre un gran piacere assistere alle performance di questo eclettico attore, in grado di passare da prodotti commerciali come quello in questione a incursioni nel cinema d'autore, come dimostrato con Nagisa Oshima, Shinya Tsukamoto e nello sconvolgente Izo di Takashi Miike), ma contro un intero sistema sociale e umano che lo relega senza possibilit&#224; di invertire la marcia nella carreggiata dei perdenti. La grande idea che rivitalizza Boys On the Run e lo guida in un crescendo inarrestabile e coinvolgente non sta per&#242; nella capacit&#224; di Tanishi di riparare ai torti subiti pi&#249; o meno per colpa altrui nel corso della sua miserabile esistenza. Al contrario, Miura non descrive una parabola vendicativa, ma eleva al grado di eroe un uomo che non potr&#224; mai vincere, ma almeno sa perdere con tutto se stesso, senza mai risparmiarsi, senza mai cedere brandelli di orgoglio al proprio pudore: in un finale travolgente, slabbrato e crudele, Boys On The Run diventa il canto sguaiato, doloroso ma ghignante dell'uomo qualunque, del nerd, del reietto. In questo &#232; racchiuso quell'urlo punk cui si faceva riferimento in precedenza: il salary man uppercut che Tanishi studia con abnegazione preparando lo scontro non andr&#224; mai a segno realmente, ma &#232; stato comunque scagliato, con forza e rabbia. 
E quando sui titoli di coda esplodono le note della canzone Boys On the Run, cantata dallo stesso Mineta con il suo gruppo Ging Nang Boyz, resistere alla tentazione di unirsi in coro al ritornello &#232; davvero difficile.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;06/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Raffaele Meale&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>06/05/2010</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Castaway on the Moon</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5503</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/CastawayOnTheMoon/CastawayOnTheMoon-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Le premesse per un ottimo film erano evidenti, a partire dal protagonista, il bravissimo Jung Jae-young. L'attore coreano, classe 1971, che ha segnato l'ultimo decennio dell'industria cinematografica della Corea del Sud, inanellando una serie davvero notevole di successi di critica e di pubblico, ha dimostrato per l'ennesima volta di poter reggere sulle proprie spalle un intero lungometraggio, passando senza esitazioni dai toni comici a quelli drammatici. Jung, gi&#224; irresistibile nei vari Guns &amp; Talks (2001) e Someone Special (2004) di Jang Jin, Going by the Book (2007) di Ra Hee-chan (con sceneggiatura di Jang Jin) e Righteous Ties (2006) del solito Jang Jin, ha talento e, senza dubbio, presenza scenica: capace di bucare lo schermo, si &#232; rivelato interprete adatto per ogni genere cinematografico, tanto da vantare nel proprio curriculum, seppur in un ruolo secondario, lo spietato capolavoro Sympathy for Mr. Vengeance (2002) di Park Chan-wook (1). 
Un altro indizio, rintracciabile nell'eccentrico script, tira nuovamente in ballo il nome dell'onnipresente Jang Jin, regista-sceneggiatore-produttore che, tra alti e bassi, ci ha regalato alcune delle pellicole pi&#249; divertenti, vivaci e stravaganti della New Wave coreana. E Castaway on the Moon, scritto e diretto da Lee Hae-jun (2), sembra rifarsi a questa ispirata contaminazione di comico e drammatico, che tra personaggi e situazioni sui generis e sussulti poetici regala risate e qualche lacrimuccia. Castaway on the Moon (non) &#232; un film di Jang Jin.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;05/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>05/05/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Invisible Killer</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5409</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/Invisible%20Killer/Invisible-Killer-cvr160.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Plumbeo cyber-thriller ispirato a un fatto di cronaca realmente verificatosi, The Invisible Killer cerca di dare un volto alla Cina contemporanea, contesa fra il legame con il tradizionalismo del passato e il desiderio di apertura nei confronti delle moderne tecnologie, latrici di un'autentica rivoluzione mediatica e sociale. Wang Jin, giunto al suo terzo lungometraggio, punta i riflettori sul &amp;#8220;Nuovo Mondo&amp;#8221; del terzo millennio, quello legato all'esplorazione e alla conquista del web. 
Yangshan, anonima cittadina situata su un'isola della Cina meridionale, &#232; un luogo grigiastro e senza attrattive: lo sfavillio delle emoticon nelle chat compensa le carenze sociali dell'ambiente assorbendo in toto i protagonisti del web-scandal al centro della narrazione: Gao Fei &#232; alla ricerca del brivido delle identit&#224; nascoste, Lin Yan fugge dalla monotonia della sua vita matrimoniale. Il ruolo dell'orco viene qui incarnato dall'enigmatico mondo di internet, buio rifugio dove si condensano le inquietudini e gli incubi di una societ&#224; che ancora non &#232; riuscita a integrare le conquiste della modernit&#224; con l'apparato etico legato alle esperienze del passato. Wang Jin sceglie di concentrare il proprio lavoro sui cosiddetti &amp;#8220;web-addicted&amp;#8221; coloro i quali pongono l'esperienza cibernautica al centro del loro essere, finendo per confondere la propria attivit&#224; nel mondo reale con la quotidianit&#224; del web: tralasciando quindi lo scontro fra chi vive con contrariet&#224; l'ampliarsi delle dinamiche evolutive di internet e i suoi fruitori, The Invisible Killer punta i riflettori sulla pericolosit&#224; del fenomeno di estremizzazione del fenomeno telematico, l&#224; dove l'ideologia si trasforma in desiderio di azione e di &amp;#8220;vendetta&amp;#8221;. Non a caso il film segue nel suo sviluppo un binario parallelo: da un lato l'investigatrice Zhang Yao cerca di risolvere il misterioso caso della morte di Lin Yan, dall'altro la pellicola segue la forsennata human flesh search nei confronti di Gao Fei, tallonato da due individui che &amp;#8220;in nome di internet&amp;#8221; vogliono punirlo per il suo immorale comportamento.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Priscilla Caporro&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>04/05/2010</pubDate>
		</item>
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			<title>Phobia 2</title>
			<link>http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=77&amp;art=5484</link>
			<description>&lt;img src=&quot;http://www.cineclandestino.it/public/cover/2010/2010/4/Festival/Far%20East/Phobia2/Phobia-200x150.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;80&quot; alt=&quot;&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;4&quot; /&gt;Pur diffidenti nei confronti dei sequel (per non parlare dei remake...), non eravamo troppo preoccupati per Phobia 2, brillante seguito di 4BIA, pellicola thailandese a episodi che aveva risollevato le sorti dell'Horror Day dell'Udine Far East Film 2009. Come se nulla fosse cambiato, ci siamo ritrovati a saltare (e poi a ridere di gusto) sulle poltroncine del Teatro Nuovo Giovanni da Udine, all'Horror Day della dodicesima edizione della kermesse friulana: stessa formula a episodi, passati da quattro a cinque, e conferma, a eccezione di Youngyooth Thongkonthun (regista del sopravvalutato The Iron Ladies, che aveva diretto il pi&#249; che interessante episodio Happiness), della squadra originale, con l'aggiunta di Visute Poolvoralaks e Songyos Sugmakanan (Dorm).
Dello stato di salute del cinema thailandese abbiamo gi&#224; ampiamente parlato. La lista di film, commerciali o autoriali che siano, di buona o ottima qualit&#224; inizia a essere davvero lunga: dagli scatenati muay thai agli eleganti e spietati horror, fino alle vette artistiche di Apichatpong Weerasethakul e via discorrendo. Phobia 2 conferma, oltre alla qualit&#224; tecnica elevata, la capacit&#224; di scrittura dei cineasti thailandesi e la vivacit&#224; dell'industria locale, che nel giro di pochi anni &#232; cresciuta in maniera esponenziale, nonostante i disordini interni e la fragilit&#224; di molte case di produzione.&lt;br style=&quot;clear: left;&quot; /&gt;&lt;br /&gt;Sezione: &lt;strong&gt;mondovisioni&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Data di pubblicazione: &lt;strong&gt;04/05/2010&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Autore: &lt;strong&gt;Enrico Azzano&lt;/strong&gt;</description>
			<category>mondovisioni</category>
			<pubDate>04/05/2010</pubDate>
		</item>
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